Donne contro il Femminicidio #31: le parole che cambiano il mondo con Silvia Rosa

Donne contro il Femminicidio #31: le parole che cambiano il mondo con Silvia Rosa

Nov 8, 2017

Le parole cambiano il mondo. Attraversano spazio e tempo, sedimentandosi e divenendo cemento sterile o campo arato e fertile.

 

Femminicidio

Per dare loro il massimo della potenza espressiva e comunicativa, ho scelto di contattare, per una serie di interviste, varie Donne che si sono distinte nella lotta contro la discriminazione e la violenza di genere e nella promozione della parità fra i sessi.

Ho chiesto loro, semplicemente, di commentare poche parole, che qui seguono, nel modo in cui, liberamente, ritenevano opportuno farlo. Non sono intervenuta chiedendo ulteriori specificazioni né offrendo un canovaccio.
Alcune hanno scritto molto, raccontando e raccontandosi; altre sono state sintetiche e precise; altre hanno cavalcato la pagina con piglio narrativo, creando un discorso senza soluzione di continuità.

Non tutte hanno espresso opinioni univoche, contribuendo, così, in modo personale alla “ricerca sul campo”, ma tutti si sono dimostrati concordi nell’esigenza di un’educazione sentimentale e di una presa di coscienza in merito a un fenomeno orribile contro le donne, che necessita di un impegno collettivo.

Oggi è il turno, per “Donne contro il Femminicidio” di Silvia Rosa, torinese, insegnante di  italiano alle e agli stranieri. Ha pubblicato testi di narrativa e in versi. Fondatrice e presidente dell’Associazione Culturale “ART 10100”, è tra le ideatrici del progetto “Medicamenta- lingua di donna e altre scritture”, che propone una serie di laboratori rivolti a donne italiane e straniere, lavorando in un’ottica psicopedagogica e di genere con le loro narrazioni e le loro storie di vita. Fa parte della redazione di “Argo Poesia”.

Suoi testi poetici e in prosa sono presenti in diversi volumi antologici e sono apparsi in riviste, siti e blog letterari.

 

Femmina

Confesso che questa parola mi ha sempre suscitato disagio, o meglio, l’uso che di essa si è fatto e ancora si fa: il suo etimo richiama alla funzione biologica degli esseri (non solo umani) di sesso femminile, cioè generare, partorire, nutrire, ma è proprio a partire dall’evidenza di questa definizione che la donna è stata inchiodata per secoli al solo ruolo di madre-fattrice, riduttivo se pensato come unico possibile e praticabile per declinare la propria esistenza. Provo disagio poi quando il termine, preceduto a volte dall’aggettivo “vera”, viene impiegato con impliciti riferimenti sessuali, in alternativa o come significato ulteriore e dunque migliorativo del sostantivo “donna”, qualcosa di più insomma, perché femmina è la donna fertile e sensuale, primigenia forza creatrice all’interno di una visione della sessualità umana schematica e polarizzata, in cui al sesso biologico corrisponde un ruolo prefissato e preciso, un’identità connotata di certi imprescindibili elementi. Femmina in un certo immaginario comune è la donna tutta istinto e passionalità, sexy e al contempo materna e accogliente, a cui fa da complemento necessario l’antitetica figura non meno cristallizzata del maschio forte, predatore e aggressivo che solo una sessualità contenitiva e di servizio può soddisfare. Ovviamente questa non è che un’interpretazione del vocabolo in questione, che di per sé non dovrebbe avere connotati né negativi né positivi, ma piuttosto oggettivi: femmina è l’essere che possiede la capacità di partorire, come recita il dizionario. Quello che viene dopo, le derive di senso a partire da questo dato fisiologico, fanno capo a una costruzione culturale passibile di essere messa in discussione, in cui al centro campeggia il corpo della donna come territorio da conquistare nella guerra continua dei significati.

Femminismo

Silvia Rosa

In realtà sarebbe più preciso parlare di femminismi, perché all’interno di questo movimento sono presenti posizioni e approcci teorici assai variegati e non di rado tra loro contrastanti. Più che sulle nozioni da chiamare in causa per spiegare l’origine, l’evoluzione, le finalità e l’impatto che il femminismo ha avuto nella nostra società, mi soffermerei piuttosto sulla connotazione negativa che questa definizione ha assunto nel tempo (tanto che molte donne nell’atto di rivendicare i propri diritti lesi, esordiscono dicendo “non sono femminista”, nemmeno si trattasse di una malattia contagiosa dalla quale prendere le distanze), forse per via di un travisamento di fondo di uno degli assunti principali sui quali ha costruito la sua retorica e le sue battaglie. La donna e l’uomo sono uguali nel senso che dovrebbero godere di pari diritti e pari dignità, e per questo è necessario combattere il maschilismo, non gli uomini come se fossero avversari naturali delle donne. Quello che il femminismo si propone dunque di decostruire è un universo di significati e di pratiche in cui le donne per via della loro diversità biologica, la quale forse poteva avere un peso determinate nella preistoria dell’umanità ma non di certo ai giorni nostri, sono costrette a vivere in una posizione di subalternità, ovvero all’ombra degli uomini. (Questa decostruzione, tra parentesi, gioverebbe anche agli uomini stessi, perché la cristallizzazione dei ruoli affetta anche l’universo maschile, riducendone le possibilità di movimento in direzioni altre da quelle considerate nel qui e ora le uniche percorribili). Personalmente guardo al femminismo con immensa gratitudine, penso a tutte le donne che hanno lottato nei decenni passati perché io oggi possa andare a votare, possa decidere se voglio essere o non essere madre, possa studiare, possa ambire a un lavoro che non sia solo quello domestico e di cura, tanto per citare alcune delle conquiste maturate grazie all’attivismo femminista.  C’è però ancora moltissima strada da percorrere verso una piena libertà. E i fatti di cronaca ce lo ricordano tutti i giorni. Il precipitato della cultura patriarcale e maschilista purtroppo si è sedimentato ovunque, anche nello sguardo di noi donne, che spesso inconsapevolmente finiamo coll’interpretare noi stesse e il mondo circostante alla luce di tale paradigma. Penso ad esempio all’uso sessista della lingua italiana, a cui molte donne contribuiscono, laddove rifiutano di declinare il nome delle professioni che svolgono nel genere grammaticale femminile corrispondente, anche se dal punto di vista linguistico è la scelta più corretta. Penso agli impietosi giudizi che molte donne esprimono su fatti di violenza che vedono coinvolte altre donne, colpevolizzandole, deridendole, insultandole, e non invece sostenendole come sarebbe auspicabile quando decidono di denunciare i loro aggressori. Questo aspetto è forse quello che trovo più inquietante, il consenso collusivo di noi donne, che tacitamente accettiamo, introiettata e non più ridiscussa, una visione della realtà che ci vede in bianco e nero, immaginette bidimensionali in mano agli uomini che hanno potere di vita o di morte (non solo in senso metaforico) sul nostro corpo e sulle nostre esistenze, in un azzardo in cui siamo noi a perderci.

Femminicidio

Altro termine controverso e spesso bistrattato. C’è un lucido ed esaustivo intervento di Michela Murgia che ne spiega il significato una volta per tutte, mettendo a tacere chi ancora oggi si ostini a negarne una legittimità d’essere. Sì, perché io stessa ho sentito più di una volta dire, anche da voci femminili, che il femminicidio non esiste, è una moda linguistica che serve a vendere più giornali, l’omicidio è omicidio e non ha alcun senso fare distinguo. Che superficialità e che miopia si annidano in queste polemiche, in questa negazione di una realtà che è dolorosa e destabilizzante certo (perché nel ruolo di assassini ci sono mariti, compagni, fidanzati, padri e fratelli delle vittime), ma sulla quale non possiamo assolutamente soprassedere. “A cosa serve chiamarlo femminicidio? La parola omicidio comprende già i morti di tutti i sessi! No, la parola femminicidio non indica il sesso della morta. Indica il motivo per cui è stata uccisa. Una donna uccisa durante una rapina non è un femminicidio. Sono femminicidi le donne uccise perché si rifiutavano di comportarsi secondo le aspettative che gli uomini hanno delle donne. Dire omicidio ci dice solo che qualcuno è morto. Dire femminicidio ci dice anche il perché” scrive la Murgia. Il femminicidio è l’ultimo atto, l’esito irreversibile di una storia che si snoda lungo diversi stadi di violenze fisiche, psichiche e morali che le donne subiscono, prima di essere eliminate fisicamente. È una morte per gradi, lenta, spesso annunciata. Per questo occorre lottare, per scardinare il paradigma del maschilismo, perché il problema è prima di tutto culturale, è nel cuore delle nostra cultura che attecchiscono la violenza verbale, sessuale, fisica, la discriminazione, la riduzione delle libertà e la subordinazione delle donne, che preludono al femminicidio. Bisogna lavorare a una ridefinizione dei ruoli,maschile e femminile, azzerare lo squilibrio di potere tra i generi e impostare in un’ottica diversa le relazioni affettive, che molto spesso crescono nell’humus sterile del possesso e della dipendenza. Chiamare le cose col proprio nome è per me il primo passo per comprenderle e per sperare di trasformarle. Il linguaggio genera mondi di senso. Per questo è sul linguaggio che dobbiamo lavorare in primis, e a tal proposito dico che è vergognoso lo stile adottato da molta stampa nel descrivere i femminicidi, come fossero il frutto di raptus all’interno di storie d’amore travolgenti. Questa modalità di raccontare la parabola del femminicidio alla stregua di un romanzetto Harmony è già di per sé una violenza, una perversione dei significati e del senso complessivo di una vicenda che perde così il suo spessore e si riduce a un litigio finito male, in cui paradossalmente sono gli uomini a figurare come vittime delle loro stesse azioni violente. E le donne, le vittime autentiche, sono declassate a comparse che non hanno valore e dignità, sono corpi, questa volta senza vita, che popolano le narrazioni di protagonisti maschili, i quali hanno sempre un buon motivo o una valida giustificazione, come si legge tra le righe, per compiere anche il più efferato dei delitti.

Educazione sentimentale

Mah, in un paese come il nostro, in cui l’educazione sessuale è ancora affidata a Youporn, in cui le ragazze e i ragazzi ignorano persino come funzioni il proprio corpo, figuriamoci quello dell’altro/a, informazioni queste che potrebbero essere trattate a scuola, insieme alla contraccezione (intramontabile tabù), non riesco assolutamente a figurarmi all’orizzonte prossimo venturo una possibile educazione sentimentale. Intanto si dovrebbe iniziare fin dalla più tenera età a coltivare l’empatia, perché è il fulcro delle relazioni sane e felici, non solo tra i generi. Poi bisognerebbe imparare a riconoscere, a nominare e a gestire le emozioni che ci attraversano. Ecco, l’educazione sessista di solito prevede che siano le donne ad avere dimestichezza con le emozioni: i maschi fin da bambini sono educati a reprimere e a ignorare le proprie emozioni, a manifestare solo quelle ritenute convenienti nella visione maschilista del genere a cui appartengono. Ai bambini si dice di non piangere come una femminuccia, ad esempio, e la sensibilità ostentata è causa di stigmatizzazione da parte dei coetanei ma anche e soprattutto degli adulti. Io sono pessimista, ma credo che siano poche le famiglie in grado di educare ai sentimenti i propri figli, per cui secondo me (anche se so quanto sia utopico questo desiderio) dovrebbero essere attivati percorsi ad hoc nella scuola pubblica, con professionisti e tempi e luoghi idonei di somministrazione. Credo anche che siano le esperienze, prima mediate attraverso il racconto (mi riferisco anche alla lettura, che per me è stata da sempre la più grande maestra di vita, permettendomi di fare scoperte che per l’ambiente in cui sono cresciuta erano impensabili) e poi affrontate in prima persona, a insegnare costantemente a ognuna e ognuno di noi come districarsi nel labirinto dei sentimenti. L’educazione sentimentale è permanente, nel corso di tutta l’esistenza si continua a imparare, a migliorare la propria capacità d’amare se stessi e gli altri. Ci sono anche regressioni, andirivieni tra maturità e improvvise adolescenze tardive, ma forse se le fondamenta costruite nell’infanzia sono buone, quello che segue è stabile nonostante le fragilità che possono interessare di volta in volta. Che educazione sentimentale ricevono i bambini cresciuti in famiglie violente? O anche solo in famiglie in cui la madre viene di continuo messa a tacere dall’autorità di chi porta i pantaloni? E tornando al femminicidio: come potranno imparare ad amare quei bambini orfani di madre per mano dei loro stessi padri? Penso alle violenze subite durante l’infanzia e a come per tutta la vita si provi a ricreare il sentimento di fiducia tradito, a quanto sia difficile da adulti affidarsi all’Altro se i genitori non sono stati all’altezza del proprio compito, amare e accettare incondizionatamente i propri figli. Voglio però credere che sia sempre possibile interpretare e trasformare anche il più lacerante dei dolori/traumi in qualcosa di buono, e questo avendo ricevuto o meno un’esplicita educazione sentimentale, lavorando tanto su stessi (e chiedendo aiuto, quando necessario) con consapevolezza, a qualsiasi età. Sono gli adulti di oggi che hanno la responsabilità di educare i futuri uomini e le future donne, per cui credo che sia bene che tutte e tutti, genitori e non, si riveda senza rimandi o sconti la cultura in cui siamo immersi e che continuiamo a perpetrare con il nostro agire. Siamo noi, gli adulti della contemporaneità, a dover essere (ri)educati, per rompere il guscio degli stereotipi e delle false credenze in cui siamo stati allevati e in cui viviamo senza poterci muovere con agio. La nostra cultura siamo noi. E se vogliamo che cambi, dobbiamo cominciare trasformando noi stessi e il nostro modo di pensare.

 

Written by Emma Fenu

 

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