Donne contro il Femminicidio #2: le parole che cambiano il mondo con Marta Ajò

Donne contro il Femminicidio #2: le parole che cambiano il mondo con Marta Ajò

Lug 15, 2016

Le parole cambiano il mondo. Attraversano spazio e tempo, sedimentandosi e divenendo cemento sterile o campo arato e fertile. Per dare loro il massimo della potenza espressiva e comunicativa, ho scelto di contattare, per una serie di interviste, varie Donne che si sono distinte nella lotta contro la discriminazione e la violenza di genere e nella promozione della parità fra i sessi.

Donne contro il Femminicidio

Ho chiesto loro, semplicemente, di commentare poche parole, nel modo in cui, liberamente, ritenevano opportuno farlo.

A continuare la staffetta della neo rubrica “Donne contro il Femminicidio“, prendendo il testimone, è Marta Ajò: scrittrice, giornalista su stampa e web, attiva in politica dal 1964 al 1992, è stata Vice Presidentessa del Comitato di parità presso il Ministero del lavoro e della previdenza sociale, Presidentessa del Comitato di parità presso il Ministero degli affari esteri e Consigliera regionale di parità presso l’Ufficio del lavoro della Regione Lazio. Gestisce Il Portale delle Donne con passione e competenza.

Le elenco i quattro concetti da analizzare: femmina; femmismo; femminicidio; educazione sentimentale. Mi chiede come debba farlo, se seguendo uno schema o meno: la lascio libera. La sua libertà si traduce in un’intervista-lettera aperta rivolta a ciascuno, che vi riporto a seguire.

Marta AjòDunque, Emma Fenu, donna di cui ho una grandissima stima, mi coinvolge con poche parole ad esprimermi su questa nuova forma di barbarie definita “femminicidio”. Il suo articolo è bellissimo e stimolante e ovviamente va da sé che chiede di andare oltre le sue riflessioni (anche se sono tutte condivisibili) e lo fa ponendo domande lapidarie, dice proprio così, per sortire un forte impatto comunicativo.

Ma io direi anche per coerenza, perché di lapidi si tratta. E cosa c’è di peggio di dovere pensare ad una lunga fila di lapidi che indicano passaggi brevi, a volte brevissimi, donne in questo caso, la cui vita, i cui sogni e le cui speranze sono state spente da qualcosa che non potevano immaginare accadesse in modo ingiusto e violento. Diverse, queste lapidi, da quelle che a scuola c’indicavano ben’allineate nei cimiteri di guerra.

Marta Ajò

Quelle erano lapidi per uomini d’onore, morti per dovere di patria, difesa della specie, dei figli, della terra e del loro futuro. Ma che con il tempo, anche loro, hanno subito una trasformazione, quella dell’arricchimento illecito della camorra, e allora che importanza ha sapere chi c’è sotto, vecchi o giovani, uomini o donne. Diversificati solo dalla bandiera consumata della squadra di calcio che l’avvolge, o la foto della motocicletta, o un ciuccio, o due che si guardano negli occhi.

Sono i rimasugli di sentimenti. Poi ci sono gli irriconoscibili, gli strani. Di solito sono “strane”. Almeno dalle foto.
Quelle di cui si sa, si crede di sapere, o forse non si sa tutto e che per questo giacciono anch’esse sottoterra senza motivo provato.
Quelle che non hanno fatto in tempo a diventare vecchie perché volevano restare giovani e piacenti.
Quelle che sono vissute più per un titolo dei media che per la durata dei loro respiri.
Quelle che alimentano il mercato dei talk e delle fiction.
È lei la femmina.
Quella che si può, si deve, si concede ad uccidere.
Non hanno nomi, ora, ma li avevano. Non hanno carattere, ora, ma l’avevano perché volevano separarsi da mariti violenti, persecutori, traditori, cattivi padri, violenti. Non hanno storia, ma l’avevano se solo altri si fossero accorti di loro, avessero raccolto la loro disperazione, la paura, le denunce. Non hanno parola, ma l’avevano prima che gliela togliessero. Non sono madri, ma lo erano prima che gli impedissero di crescere i loro figli lasciandoli orfani di madre e spesso ancora in mano a padri pericolosi. Non hanno volti, ma li avevano prima che li bruciassero, li devastassero, li cancellassero.

Queste sono le femmine che devono giacere sotto terra. Non persone di genere femminile ma proprio FEMMINE, di malafemmina, di femmine scostumate, zoccole, ecc.
E a domande lapidarie risponderò con altrettanta freddezza.

La Femmina, in quanto tale e non la persona, non si è mai evoluta. Perché non gliel’ha permesso il parto, il sangue, la debolezza e le infezioni che ne derivavano, le malattie che attaccava; non le rendeva più forti la responsabilità dell’allevamento, accudimento, la dipendenza perché se accudiva non poteva cacciare.

Niente di meglio per il potere fisico maschile crescere con una preda da dominare e schiavizzare. Perché mai avrebbe dovuto concedere una parità che lo avrebbe privato di diritti stabiliti a proprio uso e consumo. Debolezza fisica e consequenziale dipendenza economica hanno fatto della donna il primo essere schiavo della storia.

Unica arma, che si è rilevata nel tempo inversamente proporzionale, è stato l’eros ma, nel tempo, ci hanno pensato le culture religiose a frenarne l’ uso. Secondo i Cristiani d’Italia, citati dall’Enciclopedia Treccani, per esempio, l’educazione ai sentimenti, è così definita «capacità di regolare il proprio istinto sessuale e mantenerlo nel rigido binario delle leggi morali». Non vengono negati i «diritti della carne», peraltro ritenuti legittimi solo quando si riferiscono agli uomini, ma a condizione che siano compresi dentro “il percorso del matrimonio”.

Per quanto gli ultimi atteggiamenti papali stiano mirando a forme di apertura verso un nuovo ruolo tra coniugi, estirpare secoli di regole e credenze richiede indubbiamente un tempo inversamente proporzionale a quello che porta ad una modernizzazione delle usanze e dei costumi. Contro i quali si è scontrata per secoli una cultura di sottomissione con la precisa volontà di reprimere ogni forma di emancipazione delle donne, partendo dalla consapevolezza della propria sessualità e il mantenimento di una connotazione di “passività” in quanto “iscritta nel codice biologico femminile”.

Marta Ajò

Nel tempo però e nonostante ogni orrore della sottomissione violenta la crescita di massa si è proiettata alla ricerca di nuovi e diversi ritmi di vita e di evasione scardinando alcuni codici di costumi morigerati e delle emozioni.
Sostanzialmente in una nuova realtà sedimentata durante la rivoluzione industriale che ha cambiato tendenze, allargato spazi e modernizzato la vita quotidiana.

Di questi cambiamenti l’unico che è cambiato solo in apparenza è il rapporto d’amore-passione tra generi. L’unico che sfugge a regole e volontà, che degenera da amore in ossessione incontrollata, dove la prevalenza del possesso sul corpo a detrimento del cuore e dell’anima, sembra condurre ancora una crociata tipicamente maschile contro ogni possibile cedimento all’emancipazione femminile.
Lapidi, dunque, sotto le quali si nascondono quelle che non sono rimaste sotto il giogo, che non hanno voluto ubbidire, che hanno lottato per la libertà.

Cosa lascia dietro questa scia di sangue? Una società sgomenta, forse!
Di certo molti assassini quasi mai pentiti (per quanto inutile) ma con la convinzione di avere fatto bene, quella cosa giusta che solo un uomo, per l’appunto può fare. Mettere ordine nella vita coniugale, rimettere al suo posto la compagna, farsi rispettare quando punisce, abusare di quanto gli spetta.

Uomini preoccupati più da quanti anni rischiano e dal mondo per svicolare alla pena più dura piuttosto che colpiti dal rimorso. Presenze nei tribunali con aria da bulli e da fighi. Padri indifferenti alla prole. Volti soddisfatti dell’abilità con cui hanno saputo costruire il caso, il giallo, la scomparsa del corpo. Senza espressione, piagnucolosi o strafottenti. Uomini infine tenuti insieme da una sorta di muta solidarietà, d’impunità, di certezza di essere così perché “l’omm che po fa a men e tutt’cose no ten paura e nient!”.

Quello che il femminismo ha compiuto all’inizio, si è compiuto allora. Poi si è trasformato, è maturato, si è strumentato. Le donne non hanno finito il loro cammino di emancipazione. Esse ormai avanzano e il fatto che vengano uccise con tanta ferocia ne è la prova provata. Il femminismo era quello urlato nelle strade, quello dei collettivi, quello della scoperta della propria sessualità ritrovata, della propria libertà e della propria intellettualità; oggi è quello che porta le donne a rivendicare leggi, riconoscimento del merito, pari dignità, a ribellarsi, denunciare e rischiare. Perché l’emancipazione delle donne non si è mai fermata.

È l’ignoranza maschile invece che non si emancipa; essa resta rozza, prepotente, insipiente, violenta quando demenziale.
Ed allora parlare di educazione sentimentale diventa difficile. Se il sentimento non lo si è imparato nei secoli è una battaglia persa.

Ma restano due strade. La legge e le giovani generazioni. Se la prima conserva dei dubbi, visto che l’errore è ancora umano, i giovani sono le uniche speranze sulle quali puntare. Non quelli che vagano dolenti ed indolenti nel degrado delle periferie urbane magari e appunto, cercando una giovane da stuprare, tanto per passare il tempo ma quelli che non vogliamo siano costretti a scegliere un paese diverso da quello che amano.
È un mondo devastato quello che ci circonda. È difficile pensare a qualcosa di bello, ma il sentimento, che si è formato negli stessi nove mesi in cui si sono formati gli altri organi vitali, quello che ci ha fatto amare il volto materno, quello che ci ha fatto sperare in un sogno migliore non può essere perduto. L’educazione sentimentale non s’inventa, si dona, si produce e si riproduce, si regola, si studia. Basta solo volere e forse impareremo.

 

Written by Emma Fenu

 

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