Intervista a Gianni Maroccolo: battito cardiaco del rock indipendente italiano

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“Suono per esprimermi e per comunicare con gli altri. Il basso è sempre stato il mezzo per poterlo fare e come tale ho sempre trattato il mio strumento: un mezzo, non un basso.” ‒ Gianni Maroccolo

Gianni Maroccolo citazioni - Foto di Marco Pacini
Gianni Maroccolo citazioni – Foto di Marco Pacini

Se il rock alternativo in Italia ha un battito cardiaco, quel battito ha il timbro scuro, profondo e inconfondibile del basso di Gianni Maroccolo.[1]

Musicista, compositore e produttore visionario, Marok (9 maggio 1960) ha attraversato la storia della musica indipendente del nostro Paese, l’ha ridisegnata, progetto dopo progetto, dagli anni Ottanta a oggi.

Il suo viaggio artistico è una geografia di incontri. Nei primi anni Ottanta c’è la sua firma sulla nascita della leggendaria band dei Litfiba, sdoganando il rock italiano nel mondo.

Lo ritroviamo così al tramonto dei CCCP – Fedeli alla linea, pronto a traghettare quella straordinaria urgenza punk verso le vette poetiche dei C.S.I. (Consorzio Suonatori Indipendenti) e, successivamente, dei P.G.R. (Per Grazia Ricevuta).

Maroccolo è l’uomo delle visioni condivise. Lo abbiamo visto sperimentare l’elettronica minimalista con i Beau Geste, e prestare la sua esperienza e il suo sound ai Marlene Kuntz.

La sua arte lo ha portato a dialogare con i grandi della nostra musica – da Franco Battiato a Carmen Consoli, per citarne due – e a stringere sodalizi umani e intensi, come quelli con Claudio Rocchi, e lo storico compagno d’avventure Antonio Aiazzi.

Da citare anche l’album “The Vigil” realizzato in collaborazione con Hugo Race, un tempo chitarrista di Nick Cave and the Bad Seeds.

Incontrarlo oggi significa dialogare con un pezzo di storia con lo sguardo rivolto al futuro e alla ricerca pura. Nelle sue parole c’è il racconto di oltre quarant’anni di musica vissuta e abitata. Benvenuti nel suono e nel battito di Gianni Maroccolo.

 

A.T.: Gianni, ti ringrazio per aver accettato questa intervista. Se dovessi osservare la tua storia artistica come un unico viaggio, dai Litfiba ai C.C.C.P., dai C.S.I. ai P.G.R., passando per il lavoro di produzione con i Timoria, Marlene Kuntz e tante altre realtà, diresti che hai sempre inseguito una medesima idea di musica oppure che ad ogni tappa è cambiato il significato stesso che attribuivi al fare musica?

Gianni Maroccolo: Grazie a te, Aldo! Il mio approccio alla musica rimane sempre lo stesso in qualsiasi progetto che mi preveda a suonare, comporre, arrangiare o produrre. Cambia inevitabilmente il mio contributo creativo a seconda degli artisti con cui mi ritrovo a fare musica, questo è ovvio. Ogni esperienza è il frutto dell’incontro e del confronto tra esseri umani spesso diversi tra loro, con le loro idee, la loro visione della musica e della vita, i loro pensieri e le loro parole. Per me la ricerca del talento è stata sempre una priorità, un’esigenza primaria, l’unico modo per riuscire a sperimentare senza condizionamenti o limitazioni. Se mi guardo indietro posso dire che mi sia andata benone in tal senso, ma credo di averci messo un po’ del mio nel sapere scegliere e soprattutto nell’evitare ciò che non convinceva.

 

A.T.: Se potessi sederti accanto al Gianni Maroccolo che nei primi anni Ottanta fondava i Litfiba, cosa gli diresti di tutto ciò che la musica ti ha insegnato lungo il cammino? E cosa custodisce, ancora oggi, la tua capacità di emozionarti davanti a una canzone, un suono o un incontro musicale?

Gianni Maroccolo: Forse mi ripeto, ma la capacità di scegliere, di non porsi limiti, di non avere paura, di affrontare l’ignoto come una grande opportunità di crescita.

 

A.T.: In un’interessante radio intervista del 2020, ti sei definito un “rocker a cui piace il marcio”, una definizione che racconta una certa attrazione per ciò che è imperfetto, movimentato, autentico e vivo. C’è un artista o una band che incarna questa idea e che ti accompagna da tutta la vita? Un ascolto che continua a parlarti ancora oggi, che continua a comunicarti qualcosa, nonostante il tempo e le trasformazioni che hai attraversato?

Gianni Maroccolo: Ce ne sono diversi. Frank Zappa, Robert Wyatt, Franco Battiato…

 

A.T.: Tu sei cresciuto in Sardegna e poi hai vissuto il trasferimento in Toscana, un passaggio che ti ha portato anche dentro una delle stagioni più fertili della musica italiana. Da musicante sardo, conosco bene la sensazione di vivere in un luogo atavico ma spesso periferico rispetto ai grandi circuiti culturali nazionali proprio perché siamo isolani e, in moltissimi sensi, ci sentiamo isolati. Quanto ha inciso quel cambiamento geografico sul tuo percorso musicale, e quel distacco dall’isola è stato soltanto un’opportunità oppure anche una ferita?

Gianni Maroccolo: Direi una ferita rimarginata nel tempo, ma la cicatrice è rimasta ed è ben visibile. Il distacco dall’Isola è stato umanamente traumatico e credo abbia influito sul mio essere musicista che andava manifestandosi piano piano. Certo ritrovarmi a Firenze, fare una telefonata a Ghigo Renzulli e dopo qualche settimane fondare insieme agli altri i Litfiba è stata una bella fortuna, un grande inizio. Ma credo che se fossi rimasto in Sardegna alla fine avrei fatto il musicista. È la musica che mi ha scelto, non il contrario.

 

A.T.: I C.S.I. sembravano muoversi dentro una tensione continua verso la storia, la politica, il paesaggio umano. Nei P.G.R. si avverte, invece, una ricerca più interiore, quasi spirituale. Nel tuo percorso artistico, cosa è cambiato nel modo della “ricerca”? E cosa ha dovuto lasciare andare il Maroccolo dei C.S.I. per “divenire” il Maroccolo dei P.G.R.?

Gianni Maroccolo: Nulla è andato perso! Il Maroccolo di C.S.I. e dei P.G.R., ma potrei dire anche di Litfiba, Claudio Rocchi, Alone, MK etc… rimane lo stesso. Cambiano le suggestioni, la temporalità, la vita di chi suona con te e di chi scrive, narra e canta. Il resto diviene una conseguenza naturale del creare in un progetto di insieme.

 

A.T.: Oggi abbiamo l’impressione che gran parte della nostra esperienza culturale avvenga attraverso uno scrolling continuo: contenuti che scorrono veloci, attenzione frammentata, consumo rapido (“produci, consuma, crepa!”). L’ascolto però richiede tempo, presenza e perfino una certa forma di silenzio. Le nuove generazioni riescono ancora ad abitare un disco, ad approfondirlo e a costruire un rapporto con esso, oppure anche l’ascolto musicale rischia di diventare una forma di scrolling sonoro?

Gianni Maroccolo: Quando ero giovane sentivo pensieri simili; pareva tutto finito, che fossimo sul punto di raschiare il barile. Nessun futuro. Poi la vita è andata avanti e si è portata con sé mutazioni e cambiamenti spesso anche radicali come quello che stiamo vivendo. Si continua a fare musica, a pubblicarla e a renderla disponibile con innumerevoli mezzi. Per certi aspetti c’è del positivo in questo; per altri, appunto, c’è il rischio di banalizzare chi fa musica per esprimere qualcosa di profondo e di vero e chi, invece, sceglie la musica per diventare famoso e fare soldi velocemente. Se qualcuno ha il desiderio di andare oltre a quello che ci offrono mercato e media, troverà sempre pane per i suoi denti, per la propria mente, per la propria anima. Il mercato ci martella: circa il 5% della musica che ogni giorno viene suonata, prodotta e pubblicata nel mondo… Andare a scoprire il restante 95% è una strada possibile e dipende come sempre da scelte individuali. Vale per tutto: informazione, politica, marketing, etc… Voglio credere che, anche nelle nuove generazioni, vi sia ancora il desiderio di scoprire “altro” e tutto sommato credo che non siamo messi poi così male. Questa estate, ai concerti di Litfiba e C.S.I., una gran parte dei partecipanti era formata da ragazzi e ragazze. Certo, un micro universo quello dei concerti, ma pur sempre degno di attenzione.

 

A.T.: È da poco terminato il tour della reunion dei C.S.I., un ritorno che per molti sembrava impensabile e che tanti fan attendevano da anni. Che cosa è cambiato davvero perché questo incontro potesse accadere? E quando vi siete ritrovati insieme, dopo tutto il tempo trascorso, quale sensazione ha prevalso: la nostalgia per ciò che siete stati, la sorpresa di ritrovarvi o la familiarità di un legame che non si era mai spezzato?

Gianni Maroccolo: Direi la familiarità di un legame mai spezzato. Ancora vivo, in essere. Cosa sia cambiato per ritrovarci ancora su un palco a suonare le nostre vecchie canzoni di preciso non lo so. Probabilmente è stata una questione di tempistiche personali. Alcuni di noi se la sono presa comoda e altri hanno dovuto attendere. Abbiamo fortuna a ritrovarci anche perché, inutile negarlo, ormai abbiamo tutti un’età avanzata.

 

A.T.: I C.S.I. sono sempre stati il risultato di un incontro umano prima ancora che musicale. Oggi immaginate i C.S.I. come un progetto legato ai live o come un organismo che potrebbe portarvi nuovamente in studio?

Gianni Maroccolo: I C.S.I. sono stati e continuano ad essere un progetto di suonatori indipendenti non solo verso il mondo che ci circonda ma anche e soprattutto tra di noi. Non so cosa accadrà in futuro e non riesco a prevederlo, ma personalmente da tempo ho manifestato il forte desiderio di riprovare a scrivere nuova musica e nuove canzoni. Che dire… se sono rose fioriranno!

 

A.T.: Alcuni incontri hanno la capacità di lasciare un’impronta che continua ad agire nel tempo. Quando hai incontrato per la prima volta Giovanni Lindo Ferretti, che cosa ti colpì di lui? E tra i tanti anni di amicizia, lavoro e confronto, esiste una conversazione che ancora oggi risuona dentro di te?

Gianni Maroccolo: Ogni persona illuminata incontrata nella mia vita ha lasciato il segno. Per quanto mi riguarda, tutti sono stati fondamentali e importanti per me… Piero Pelù, Claudio Rocchi, Cristiano Godano, Hector Zazou, giusto per citarne alcuni. Con ognuno di questi artisti è nato un legame speciale che vive attraverso un linguaggio definito e diverso dagli altri. Persone che sono state in grado di aprirmi il cuore e la mente, che mi hanno permesso di sperimentare molto a livello creativo/musicale. Persone insomma, a cui devo molto. E ovviamente vale anche per Giovanni. All’inizio mi colpì il suo carisma e il suo modo di cantare assolutamente unico. Poi nel tempo ci siamo conosciuti meglio e compresi. Il nostro è un legame forte, prezioso per entrambi, ma non è fatto di lunghe conversazioni, di parole, di scambi. Vive di fatti e di gesti concreti. Empatia, stima, amicizia reciproche che determinano il “fare”. Abbiamo imparato a comunicare in modalità quasi silente.

 

A.T.: Il tuo stile di essere un “sonatore di basso”[2] non è mai stato soltanto per un sostegno ritmico, spesso sembra diventare una vera e propria voce narrante ‒ se penso a “Unità di produzione” ad esempio ‒ all’interno dei brani. Dopo oltre quarant’anni di musica, senti di aver costruito un’identità sonora riconoscibile? E se sì, pensi che sia stata una ricerca consapevole o qualcosa che è emerso naturalmente lungo il percorso?

Gianni Maroccolo: Suono per esprimermi e per comunicare con gli altri. Il basso è sempre stato il “mezzo” per poterlo fare e come tale ho sempre trattato il mio strumento: un mezzo, non un basso. Sono un patito di musica elettronica, ascolto moltissimi artisti e generi musicali differenti e quasi mai mi concentro sul basso, ma sull’insieme. Mi sono ritrovato a suonare come suono proprio perché non credo di essere un buon bassista e perché mi sono approcciato allo strumento in modo non convenzionale. Il basso: generatore di suono, di ritmo, di melodie, canti. Per me è una sorpresa che mi imbarazza assai sentirmi dire che sono un gran bassista… preferirei sentirmi dire che sono un buon musicista. Ti ringrazio per l’intervista, saluto te ed i lettori di Oubliette Magazine.

 

A.T.: Grazie di cuore a Gianni Maroccolo per la sua disponibilità, per il tempo che ci ha dedicato e per la generosità con cui si è raccontato in queste pagine. Auguriamo a tutti voi una buona lettura, e ci congediamo con un auspicio che è anche il sogno di molti: quello di poter assistere presto a un ritorno dei C.S.I. sia in studio di registrazione, sia per futuri concerti ‒ e magari anche con i P.G.R.! ‒ per continuare ad emozionarci sotto il loro segno.

Vi dedico come saluto questa simpatica citazione di Marok.

“Andammo dai discografici e gli dicemmo: «Abbiamo un gruppo, si chiamerà CSI. Non vi facciamo sentire niente perché non abbiamo niente, ma vogliamo fare dei dischi. Se ci date i soldi per realizzarne tre ve li consegniamo, ma senza scadenze, quando ci pare a noi».” ‒ Gianni Maroccolo (tratto da Rolling Stone Italia)

 

Written by Aldo Turnu

 

Note

[1] Biografia completa di Gianni Maroccolo su Wikipedia 

[2] Acquista “Il Sonatore di Basso” (Gianni Maroccolo, Libri Aparte, 2025) su Amazon  

 

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