La mente prigioniera di Czesław Miłosz: la biopsia di quattro autori

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Arduo è commentare La mente prigioniera di Czesław Miłosz, partendo dal nominativo dell’autore. Ed è il meno. Lo si scrive una volta e poi si fa il copia e incolla. Czesław trasvolò a 93 anni nel 2004: è e resterà sempre un poeta, pure quando scrive delle prosaiche amenità.

La mente prigioniera di Czesław Miłosz
La mente prigioniera di Czesław Miłosz

La mente prigioniera, più che un saggio romanzato, è un romanzo saggiato, in cui sono sottoposti a biopsia 4 autori, con lo scopo principale di dire quel che Czesław pensa della letterarietà sociale e politica. Czesław conduce per mano il riottoso lettore che, obtorto collo, lo sta a sentire, ma preferirebbe che parlasse d’altro, che so, del fatto che, talvolta, egli s’illumina d’immenso e che, fra due fiori, uno calciato e l’altro reciso brutalmente, ci sia alla base il medesimo istinto assassino. Nulla di tutto ciò.

Vorrei leggere le sue poesie, non su linea, ché non me ne fregherebbe troppo, ma in un tomino privo di traduzione a lato. Perché? Ignoro il polacco e perché mai dovrei leggere mezzo libro quando l’ho acquistato per intero? Se fosse in inglese, francese e spagnolo, lingue che mastico un po’, sarebbe diverso. Il polacco, no. Per me è come lo swahili. Nel leggere saggi, romanzi o poesiuole tradotte, fingo di credere che siano tutte paroline inventate dal poeta, non dal traduttore. È un’illusione, ma la lettura si fonda su ‘ste finzioni.

Il pensiero che ho de La mente prigioniera, che finii d’ingurgitare dieci giorni fa, è che spara innumerevoli logicità, un po’, spero, esagerandole. Ignoravo del tutto quei quattro letterati che Czesław distende sul lettino e poi li buca col bisturi, e non m’azzardo a dire che egli non ne esageri i difetti e le contraddizioni. Sono null’altro che umani che consentono di svelare quel che c’è d’assurdo nella scrittura. Ma che c’è di normale in Czesław? Egli è brutto ma schietto. Sul brutto ho dei dubbi. Sullo schietto non so. Mai letto un rigo di quei 4 moschettieri. Alcuni dei quali erano amici di Czesław. E non voglio scoprire se fossero o no vivi quando, nel ‘53, il nostro eroe scriveva di loro. Leggendo il tomo non posso fare a meno di cogliere, non tanto l’odio, non il disprezzo, non so come dirlo… nei confronti dei colleghi… ma il malessere, sì, che è tipico di chi sta visionando dei quasi cadaveri, in parte putrefatti, che si possono ancora curare. E che bello sarebbe che quei benedetti corpi potessero di nuovo scalciare nell’aria e rendere a Miłosz quello che è di Miłosz.

Scrivere, fare arte, è un dedicarsi a un sacro onanismo che consente di donare al mondo il proprio seme. La quale, ora che ci penso, è una metafora sessista. Per le donne occorre creare l’alternativa. Una donna lo farà meglio di me. Per me pubblicare è partorire. Scrivere non è affatto pubblicare: sono eventi eterogenei. Mi sto perdendo! Scrivo per rendere pubblica la mia anima più celata. Bisbigliandomi. Sono però certo che la svelerò al mondo esterno? No! È un conflitto che il letterato professionista riduce ai minimi termini. Miłosz: grazie a te mi sono accorto che scrivere è denudare se stessi in un modo così svergognato che, presto, qualcuno ti potrà sbeffeggiare. Tu non vuoi insultare nessuno, in quanto non fai nomi e cognomi, ma poi io ho rinvenuto i nomi di quei quattro, uno dei quali lo identificai al volo quando indicasti il titolo di una sua opera. Conoscendoti, cioè: vedendo il tuo faccione su linea, sento di potermi fidare (fino a mezzogiorno!, dicono dalle mie parti) di te. Anche se il tuo tomo è zeppo di Finzioni borgesiane. Riccardo Garbetta un bel dì strinse le mani a Jorge Luis Borges, che gli bisbigliò che la memoria è fatta di oblio. Si rammenta altro rispetto a ciò che avvenne, che però gli somiglia.

Leggo: “Nell’epilogo del romanzo di Witkiewicz…” – che non è uno dei tuoi 4 amici – “… coloro che sono passati al servizio del Murti-Bing diventano schizofrenici.” – e chi non lo è? Se ho ben capito: “si produce quella dissociazione” fra sé e l’altro, che si trasforma in comunione. Sono anch’io un bi-p(i)olare? Ognuno di noi è vittima dell’altrui propaganda. Com’è allora che vagabondavo come un beatnik, insieme a Jack Keroauc e a Neal Cassady, ‘ncoppa a quella carretta che girovagava negli States, e poi mi son ciucciato 41 anni di lager, seppur regolarmente retribuito e contribuito?

Leggo ora: “Tale sforzo propagandistico, spinto fino al ridicolo, tradisce un certo disagio, esemplificato dalla vendita alle democrazie popolari di macchinari svedesi con la marca coperta di vernice e fatti passare per russi.” – la mistificazione non è un reato, sennò non ci sarebbero né giudici né giurati: in galera tutti!

A pagina 82 de La mente prigioniera, scrivi: “Benché l’identificazione della teatralità con il pensiero soggettivo sia spinto molto in là…” – stiamo recitando a soggetto una commedia dell’arte! – “… sussiste pur sempre un vasto margine residuo che…” – che il gioco diventa rischioso: per cui è bene celarsi!, anche se, poi: “… Il successo nella recitazione diventa allora fonte di soddisfazione.” – e quel che ci fa respirare un attimo è quell’assurdo e salvifico “santuario interiore” – dove possiamo fingere, seppure a fatica, a noi stessi.

E poi ti chiedi: “Che cos’è il Ketman?” – e fai poi rispondere a Gobineau! O sto solo ipotizzando per i fatti miei? É forse tipo quel che suggeriva Maimonide? O… no? Per te: “Bisogna dunque, se possibile, porre sotto silenzio le proprie più autentiche convinzioni…” – zipparle, non cassarle, ché, presto, serviranno. E che, inevitabilmente: “La paura della libertà non è nient’altro che la paura del vuoto…” – e, inoltre: “chi vuole essere solo si distrugge.” – occorre occuparsi dell’altro, degli altri, della comunità. E ancora: “È meglio coltivare un Ketman rigoglioso sottomettendosi…” – a tutto ciò che ti dona? – “… la sensazione di essere…” – che brutto verbo, che non si può sberleccare! Ogni tanto m’immagino intento a lappare il libro che sto assaporando…

Ora occupiamo di quei 4 (dis-graziati?) eroi: Alfa, Beta, Gamma e Delta. Del primo, scrivi: “Un compromesso ne chiama un altro, poi un altro ancora. Finché, alla fine…”: quadra il cerchio. E così egli si chiamerà: Alfa, il moralista. Di cui dirò pochissimo. A me non va di fare la spia, anche se è il mio burden abituale. Non posso tacere il fatto che: “Un compromesso ne chiama un altro, poi un altro ancora. Finché alla fine tutto ciò che si dice è perfettamente logico, lapidario e iniziatico, ma non ha più a vedere con la carne e con il sangue dell’uomo.” – non risulta più? Tale effetto diventa un dogma di fede o resta falsificabile? E con che ha a che fare, poi? Con l’anima? Abbiamo iniziato con una pietruzza levigata e finiremo col Nulla Eterno? Il capitolo declina in una gerarchia di meriti che non condivido: ho sempre odiato, non solo i voti, ma chi si sente in grado di conferirli. Non odiato, dai! Ma evitato con cura! E questo sei tu, Czesław. Ti odio un po’, ma quel brutto sentimento svanisce subito. Io sono un mostro collerico in modalità intermittente.

Anche perché ora tocca a Beta, o l’amante infelice: “Beta per agire aveva bisogno di basi razionali.” – di cui non sempre si curava quel Palazzeschi, che ogni tanto sparava ai suoi fan lo slogan: E lasciatemi divertire! E poi penso a chi, guidando, ingurgitava peyotl su peyotl, per poi scorgere dei gran peyotl sparsi sulla strada (ciò lo narrò W. S. Burroughs). Gli Huicholes lo considerano un sacramento sine qua non si accede alla sacralità: come ti fa fingere la mescalina, manco la logica! Mai l’ho provata io!

Ehi, ora indico, con una barra lunga, un intero periodo a pagina 147 (ove si narra di “un pericoloso kapò”) e oggi, due settimane dopo, non ho idea del perché. Leggo e rileggo: boh! La pagina seguente scopro su linea il nome dello scrittore oggetto della biopsia (lo spiattellerò alla fine). Di lui, caro Miłosz, scrivi: “Ha paura della falsità derivante dal porsi nel ruolo di osservatore che giudica, mentre in realtà ha subito anche lui…” – … anche lui si sente in colpa, mi sa. E pure lui: “… come tutti i polacchi, guardava con diffidenza alla potente nazione russa.” – come me, che fisso di traverso qualsiasi forma di nazionalismo. E tu indichi mo’ il titolo di un suo libro: “… di per sé indicativo del suo stato d’animo: Il mondo di pietra.” – tu sei pietra e su questa pietra, etc… Essa serve da mero basamento. Poi uno ci può costruire ponti brevi e strallati, tipo quelli di Calatrava della mia Reggiolina, oppure quelli più estesi e sospesi, fa’ conto il Golden Gate di San Francisco…

Ma scendiamo da ‘sto ponticello e parliamo di Gamma, o lo schiavo della storia: ove narri dei rompicapo della Storia (con la S Schifosamente Maiuscola)… e del centro abitato di Vilma: “Città a turno dei…” – e poi indichi 4 etnie, e poi 3 di quelle 4 (1, penso, è andata a quel paese, che non è più il tuo: o sì?). E lì si discorre in svariate lingue: “polacco, lituano e bielorusso o una mescolanza di queste lingue…” – che bello! Anche nel reggiano c’è tanto latino, e pure: goto, francese, spagnolo e, dalla cosiddetta Liberazione, una caterva di termini inglesi. Ho bisogno di gettarmi su linea per tradurre i miei figli!

Scrivi: “Ci sono discussioni che s’imprimono indelebilmente nella memoria, e non sempre ci si ricorda delle parole bensì a volte di ciò che si aveva davanti agli occhi ascoltando.” – e non rimembro più perché ho sottolineato ‘ste belle paroline! Mi piacevano e basta? O forse erano intrise di… tenebrosa… mescalina?

Dopo un po’ inizi a dire: “Mentre i nostri colleghi erano tutti presi dagli studi e preoccupati di farsi strada, noi sognavamo la gloria e volevamo cambiare il mondo.” – che non è la stessa cosa. La radice indoeuropea di gloria è klu-: far risuonare, udire. La greca è: kléos (κλέος), da cui inclito (un aggettivo che mi fa tanta tenerezza!). Ed è sempre lui, l’infame io-me, che mi preme d’esaltare!

A pagina 194 accenni, di sfuggita (!), al “suo scarso talento…”, il quale “… non poteva esistere autonomamente, ma aveva bisogno del sostegno della dottrina…” – caspita!, capita! E il tuo talento come sta? E poi aggiungi: “… dopo tutti gli anni passati in Russia era convinto che la Storia è dominio esclusivo del diavolo…”: che sia il Grasso Copulatore? Ma quante bestie ha messo incinte?

Tocca mo’ a Delta, o il trovatore. Sarò cir-conciso: “Sottoposero la sua poesia a un’accurata analisi e dimostrarono…” – scientificamente? – “… che il suo atteggiamento verso il mondo non era nient’altro che un ininterrotto fuoco d’artificio…” – la poesia è un fuoco che, se non brilla, nessuno se la legge; è un umano artificio, ché un tacchino poeta mai lo incontrai. Che poi ci siano gallinacei più acuti di taluni poeti, è certo, ma chi se ne frega! Se uno legge la poesia, è per pensare ad altro che alla realtà. No! Non è sempre così, eh! Ci sono poeti più razionali e altri più ondivaghi. E altri ancora che sono un misto delle due cose: sono loro i migliori, a mio avviso.

Czesław Miłosz citazioni La mente prigioniera
Czesław Miłosz citazioni La mente prigioniera

Finite le disamine (che paiono autopsie), discetti di alcuni fini argomenti, per es. della “saldatura di discipline umanistiche e scienza ad opera del materialismo” – che hanno “Stalin come il punto culminante della storia dall’inizio della vita sul nostro pianeta.”: ogni popolo ha il Messia che si merita! E parli di quei “cristiani-stalinisti” che fondono “la colpa storica con quella individuale, mentre tutt’al più esistono dei casi in cui queste nozioni coincidono.” – che c’entri quel tale che è cascato dall’equino sulla via di Damasco, battendo la capa? A me preoccupa, in effetti: “Questo processo psichico così caratteristico di molti cristiani nelle democrazie popolari…” – che è tipica di quel Secolo Terribile: il “Dio trasformato in Storia.” – un Dio degli eserciti? Parli poi del dualismo del “figlio di Dio” che è al contempo “membro della società” – e, dopo 2000, il discorso resta un pochino fumoso… E anche ‘sto secolazzo che viviamo non è che sia poi così gioiosamente allegro!

Amo la frasettina: “Soltanto la borghesia, nella sua stupidità, crede che le sfumature del pensiero non abbiano affetto alcuno.” – ma anche la odio. Ché tu, e anch’io, borghesi siamo e rimarremo; m’inquieta però il fatto che denunci il crimine: “… il terrore intellettuale è una regola da cui non si potrebbe derogare nemmeno in caso di vittoria su scala mondiale.” – a me fa schifo e ribrezzo ‘sta parolaccia: Vittoria! – la cui radice indoeuopea è weyk-, che vuol dire annullare. Chi? L’Autre?: “Il nemico allo stato potenziale ci sarà sempre, e amico può essere soltanto chi è d’accordo al cento per cento.” – e, poi, spieghi perché, nel caso che difetti di un centesimo, son cavoli fritti e pure acidi!

E mo’ ti do una soddisfazione, ché in fondo te la meriti. La pagina più interessante è la 277: a 13 dalla fine. E, quando ciò capita, significa che l’autore non m’ha tediato troppo… solo talvolta!

Scrivi: “L’unico incentivo possibile è quindi la paura, antico cemento di ogni civiltà.” – timeo ergo sum (homo)! E poi accenni a quella che definisci “paura nuda” – quella che è covata nella penosa “indifferenza” e nell’“insensibilità dell’ambiente” – che poi rappresenti come “una grande nuvola”.

M’hai fatto venire voglia di leggere “La nuvola nera” di Fred Hoyle! L’ho disperso da anni in garage!

I quattro autori analizzati sono: Jerzy Andrzejewski, Tadeusz Borowski, Jerzy Putrament e Konstanty Ildefons. Ma chissà se li ho messi in fila, oppure, per esempio, se ho forse confuso i due Jerzy… Ancora non ho capito se scrivo più per brillare di luce mia propria, o per scoprire la verità.  Riuscirò mai a liberare la mia mente da tale mia mania ego-centrica, ego-mirata, ego-smisurata? Tu che ne pensi, fratello critico?

 

Written by Stefano Pioli

 

Bibliografia

Czesław Miłosz, La mente prigioniera, Adelphi, 1981

 

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