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“Non ci sono pensieri pericolosi; il pensare stesso è pericoloso.” – Hannah Arendt

“Il male si fa senza sforzo, naturalmente, per caso; il bene è sempre il prodotto di un arte.” – Charles Baudelaire

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6 pensieri su “COLLABORA

  1. Buongiorno, mi piacerebbe condividere alcuni miei testi. C’è una sezione apposita o lo devo scrivere sullo spazio dedicato ai commenti? Grazie infinite

  2. VIAGGIO NEI CONFLITTI DELL’ANIMA

    Alzi la mano chi non ha mai desiderato evitare una situazione difficile?

    Procrastiniamo al domani ma intanto il tempo passa e noi siamo ancora lì, bloccati all’idea di affrontarla. E poco conta che si tratti di un problema col partner, di un nuovo lavoro o un progetto personale: la tensione che proviamo è reale e si fa più pressante ogni giorno un po’ di più.

    Tutto ciò non dipende dal fatto che siamo leggeri o privi di volontà, semplicemente ci sentiamo sopraffatti da un qualcosa che fa riemergere antiche paure, fragilità e senso di inadeguatezza. La fuga psicologica diventa, in questo caso, una forma di protezione. Un rifugio che sembra liberarci delle difficoltà, quando in realtà le sta solo rimandando.

    Il nostro organismo è naturalmente predisposto ad affrontare anche le emozioni più intense. Cervello, sistema nervoso e ormoni lavorano in sinergia per adattarsi continuamente alla realtà. Producono adrenalina nei momenti di agitazione o pericolo, cortisolo se lo stress si prolunga. Ma quando la tensione diventa eccessiva, il sistema nervoso va incontro a un sovraccarico emotivo e, nel tentativo di proteggersi, la mente sposta nell’inconscio le emozioni che non siamo in grado di gestire.

    Il meccanismo legato alle fughe psicologiche è del tutto naturale, entro certi limiti. Si tratta infatti di una strategia interiore inconscia, che tutti noi utilizziamo per alleggerire tensioni, paure, sofferenze e conflitti emotivi che facciamo fatica ad affrontare direttamente. Lo facciamo distraendoci nel lavoro, nelle abitudini e a volte, persino nell’apparente indifferenza. Sono modalità che utilizziamo in modo spontaneo per proteggerci da ciò che percepiamo come “troppo” pesante o doloroso.

    Il problema nasce quando questi meccanismi smettono di essere momentanei e diventano una modalità abituale per affrontare la vita. In quel caso il rischio di allontanarsi progressivamente dalla realtà interiore è elevato, e impedisce una vera maturazione emotiva e morale.

    Spesso, questi meccanismi interiori si sviluppano nell’infanzia, perché è lì che i bambini costruiscono le basi della loro personalità. Ad esempio, il bambino potrebbe ricorrere alle bugie nel tentativo di evitare una sgridata, temendo che se delude i genitori non meriterà il loro amore.

    È normale che i bambini molto piccoli non distinguano chiaramente tra vero e falso, perché la loro emotività è ancora immatura. Del resto, l’immaginazione e la creatività dei bambini è qualcosa di prezioso che, se ben indirizzata, troverà la strada giusta per esprimersi liberamente, senza per questo dimenticare la verità.

    Il problema nasce quando il bambino non viene aiutato a distinguere tra fantasia e realtà. In quel caso, genitori eccessivamente severi o, inesistenti sotto il profilo educativo, potrebbero finire con l’umiliare il bambino facendolo sentire sbagliato. Così facendo il bambino non apprenderebbe dall’errore, ma in compenso imparerebbe ad averne paura.

    Tutto ciò genera un disagio che gli impedisce di crescere emotivamente, mantenendolo psicologicamente infantile, anche nell’età adulta. Sono molti adulti apparentemente funzionali – con lavoro, famiglia, responsabilità – che reagiscono alle frustrazioni esattamente come un bambino di sette anni: con il muso, la menzogna, la fuga nelle fantasie o lo scarico della colpa su chi gli sta vicino.

    Tutto ciò non è una colpa morale, ma quasi sempre il risultato dell’assenza di modelli emotivi, o di orientamenti confusi ricevuti nell’infanzia. E poiché la vita è fatta di sfide, più o meno grandi, al loro apparire riemergono anche le fragilità. Può trattarsi di un lavoro difficile, una relazione impegnativa, una scelta importante, una crisi: tutte cose che una persona ancora interiormente immatura non è in grado di affrontare.

    È così che nascono molte delle fughe psicologiche negli adulti. Alcuni si rifugiano nella superficialità, altri in atteggiamenti rigidi o apparentemente irreprensibili, fino ad assumere, senza rendersene conto, comportamenti sempre più disorganizzati.

    In questi casi, è facile assistere ad aggressioni verbali, critiche pungenti o indignazioni sproporzionate che sembrano motivate dalla difesa di principi e ideali, ma che in realtà nascondono ferite interiori o aspetti di sé che si fatica ad accettare. Ed ecco che la critica feroce all’amico che ha avuto successo o l’indignazione verso chi fa scelte diverse dalle nostre, spesso si lega a qualcosa che inconsciamente vorremmo per noi o che ci mette profondamente a disagio.

    Il problema è che non ce ne rendiamo conto e, incapaci di guardarci dentro e affrontare il nostro dolore, un po’ alla volta possiamo perdere il contatto con ciò che proviamo davvero, spegnendoci emotivamente. Col passare del tempo, l’insoddisfazione è destinata ad aumentare e può sfociare in depressione psicologica, causando all’organismo squilibri chimici dovuti alla carenza di serotonina e noradrenalina.

    In tutto ciò, possiamo riconoscere un aspetto essenziale: dentro ognuno di noi risiedono potenzialità preziose che, se ben coltivate, permettono crescita e trasformazione. Per questo, ogni volta che evitiamo lo sforzo, il confronto o il cambiamento, finiamo con l’auto-sabotarci andando contro il naturale movimento della vita. Nessuno cresce nell’immobilità. Sono proprio le esperienze, le difficoltà e persino gli errori che maturano le nostre risorse psicologiche, morali e spirituali.

    Di fatto, dobbiamo riconoscere che dentro di noi, esistono risorse interiori molto più ampie di quanto appaia superficialmente. E quando le coltiviamo, non solo favoriscono l’equilibrio psicologico, ma aprono la via a un percorso di crescita che coinvolge l’intero cammino evolutivo dell’anima.

    La nostra salute mentale, emotiva e fisica, dipende profondamente da questo equilibrio interiore. Per questo è così importante coltivare pensieri sani, fiducia nella vita, valori elevati e una sincera disponibilità alla riforma interiore.

    Ma come possiamo riconoscerli e trasformarli senza paura?
    Ne parleremo nel prossimo approfondimento, entrando nella parte più pratica e quotidiana di questi conflitti interiori.

  3. VIAGGIO NEI CONFLITTI DELL’ANIMA – Parte 2

    La scorsa settimana abbiamo visto come le fughe psicologiche siano in realtà fughe dalla responsabilità, dalla fatica di crescere e dal confronto con sé stessi. All’inizio possono apparire come un rifugio, una forma di protezione che l’individuo mette in atto per evitare tutto ciò che pesa. Ma il sollievo dura poco perché, come un anestetico, spegne momentaneamente il dolore ma non ne cura la causa. Tuttavia, rimandare i problemi non li risolve; al contrario, spesso li ingigantisce.

    Gli esseri umani tendono a risparmiare energia mentale, quando possibile, utilizzando scorciatoie intuitive, routine, abitudini a “costo zero” per la mente. L’utilizzo di euristiche è, indubbiamente, un meccanismo del tutto naturale, se non addirittura necessario, perché è proprio così che la mente umana riesce a decidere in fretta e con poche risorse. Diventa, però, un problema se genera immobilità, rigidità o chiusura al cambiamento. In questo caso le euristiche si trasformano in regole assolute bloccando la disponibilità a rivedere le proprie scelte o convinzioni.

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    Il fatto è che l’anima non è stata creata per l’immobilità, ma per il progresso. Dentro ognuno di noi esiste una naturale spinta propulsiva verso l’evoluzione, verso il superamento dei propri limiti. Possiamo anche scegliere di avanzare lentamente, e persino tentare di opporci al cambiamento, ma non possiamo annullare questa legge interiore.

    Quando tentiamo di ignorare il richiamo che ci porta a progredire, paghiamo un costo interiore in perdita di autostima e senso di inadeguatezza, tutte cose che mettono a dura prova non solo le relazioni più solide, ma anche il rapporto con noi stessi perché, in fondo, sappiamo che stiamo tradendo ciò che potremmo diventare. Opporsi alla crescita, infatti, non ferma il movimento della vita: crea soltanto attrito. A quel punto nascono inquietudini che spesso non riusciamo a spiegare con chiarezza nemmeno a noi stessi.

    Si crea, così, un circolo doloroso in cui: più si fugge, meno forti ci si sente; meno ci si sente forti, più si fugge. Col tempo le continue evasioni lasciano segni profondi: alla perdita di autostima si aggiunge il vittimismo, il sentirsi esclusi o incompresi. Da lì emerge il rancore verso chi, al contrario di noi, costruisce, agisce e cresce. L’invidia che porta a credere che la vita sia ingiusta, quando in realtà siamo noi che, non rispondendo ai suoi impegni, ci stiamo allontanando dalla corrente viva dell’esistenza.

    La legge di causa ed effetto parla chiaro: tutto ciò che oggi evitiamo per paura, orgoglio o pigrizia tornerà davanti a noi finché non saremo pronti a trasformarlo. La reincarnazione, infatti, ci offre nuove opportunità educative, ma se noi le evitiamo, agiscono dentro di noi generando inquietudine, ansia e insoddisfazione, perché la vita richiede movimento.

    È la legge del progresso, che ama chi tenta, chi cade e riprova. Chi affronta i propri conflitti anziché nasconderli sotto il tappeto delle illusioni. Perché quando ci immobilizziamo interiormente, diventa più difficile restare in armonia con chi non ha mai smesso di camminare.

    Cerchiamo all’esterno il vero senso della vita, ma ognuno deve trovarlo dentro di sé. Per farlo, è necessario smettere di vivere la riforma morale come un dovere e comprendere che ogni ideale nobile richiede fatica, a volte anche sacrificio, ma è l’unico modo per raggiungere la pienezza dell’anima. Poiché il progresso interiore non è un’opzione, ma l’imperativo dell’esistenza stessa che, prima o poi, la vita ci presenta.

    Ognuno di noi porta in sé risorse uniche, capacità nascoste che spesso scopriamo di avere solo quando la vita ci mette a dura prova, quando siamo costretti a uscire dai nostri rifugi interiori. È così che funzionano le prove: non sono incidenti di percorso, ma parte di esso. Dopotutto, la pace non si trova nell’assenza di problemi, non a caso raramente l’anima cresce nelle comodità. Al contrario, è nelle difficoltà che impariamo a guardarci dentro, a sviluppare forza morale, pazienza, discernimento, umiltà e fiducia.

    Ciò che però ci blocca, spesso, è il timore del fallimento: un’onta che il nostro ego non riesce a sopportare, perché confonde l’errore con il proprio valore personale. È così che per paura di non riuscire, alcuni smettono persino di tentare. Ma il fallimento non è una condanna definitiva e persino le persone più forti possono sbagliare. L’essenziale è non lasciarsi vincere dalla disfatta e proseguire il cammino, giacché ogni volta che affrontiamo una responsabilità – anche tremando – l’anima si espande un po’ di più.

    Non dobbiamo dimenticare che il progresso spirituale non consiste nel diventare perfetti, ma nello smettere di fuggire da ciò che Dio ci chiama a essere, e che è già presente in noi. A volte è sufficiente mettersi in gioco per farlo. Non servono grandi imprese: anche una piccola vittoria può contribuire a modificare l’immagine che abbiamo di noi stessi. Ma l’obiettivo non deve essere quello di raggiungere una sicurezza arrogante e superficiale, bensì la calma interiore che scaturisce dall’aver attraversato le proprie paure.

    Bastano gesti semplici, come portare a termine un compito, dire a sé stessi: “io faccio” anziché “io non ce la faccio”, smettere di nascondersi dietro alle giustificazioni, aiutare qualcuno. Piccole cose che, un po’ alla volta, cambiano qualcosa dentro di noi. Non si tratta solo di essere altruisti, ma di mettere in moto il naturale flusso della vita, in mancanza del quale finiremmo per ammalarci ripiegandoci su noi stessi.

    Al contrario: il servizio, la solidarietà e l’empatia riattivano le energie interiori che erano rimaste bloccate dalla paura o dalla tristezza. Fin dagli anni ‘70, anche la scienza ha iniziato a correlare tra loro comportamenti sociali, stress e salute. Oggi, la ricerca scientifica afferma che gli atti prosociali favoriscono il rilascio di ossitocina, dopamina e serotonina, sostanze che tutti sappiamo essere coinvolte nella regolazione dell’umore e nella riduzione della risposta allo stress.

    In tutto ciò, è importante precisare che se l’agire può diventare un modo per liberarsi dalla clausura dell’immobilità psicologica, l’accettare i nostri limiti è fondamentale per arrivarci. Attenzione, però: accettarli non significa arrendersi ad essi, ma guardarli con la benevolenza di chi ha compreso che ogni fragilità rappresenta un punto di partenza e non di arrivo.

    Tuttavia, la vera benevolenza verso sé stessi non consiste nel giudicare passivamente i propri errori o nel restare immobili, ma nel riconoscere in essi le nostre difficoltà senza trasformarle in motivo di disprezzo interiore. Ed è proprio questa consapevolezza a rendere possibile il cambiamento, perché nessuno supera davvero un limite finché continua a negarlo o a odiarsi per esso.

    Comprendere le nostre imperfezioni ci rende più compassionevoli anche nei confronti degli altri. Chi conosce i propri limiti difficilmente giudicherà con durezza quelli degli altri, perché sa quanto possa essere complesso trasformarsi. In questo modo, la fragilità riconosciuta con umiltà diventa non solo una crescita personale, ma anche una sorgente di comprensione, pazienza e misericordia nelle relazioni umane.

    Siamo opere inconcluse, esseri in costruzione che imparano dalle loro ferite. Allora perché aspettare o rinviare ciò a cui non potremo sfuggire? La sicurezza si costruisce poco alla volta: offrendo il proprio aiuto, sostenendo un amico che attraversa un momento difficile, ascoltando pazientemente chi soffre. Sono cose che tutti noi possiamo fare, ma se continuiamo a rinviarle a quando ci sentiremo pronti, con ogni probabilità non le faremo mai.

    La maturità interiore nasce quando smettiamo di pretendere di essere già arrivati e accettiamo di essere viandanti in cammino verso una versione più luminosa di noi stessi, sapendo che ogni passo sincero inizia a trasformarci già lungo la strada.

  4. SIAMO SOVRANI DELLA NOSTRA COSCIENZA

    Per secoli milioni di credenti sono stati educati a considerare la confessione come la via necessaria per ottenere il perdono dei peccati, ma è solo nel XII secolo che la confessione ha assunto una forma sempre più strutturata, sino a diventare obbligatoria con il Lateranense IV del 1215.
    Prima di quel passaggio, esistevano forme diverse di penitenza, spesso pubbliche, severe e a volte non ripetibili. L’idea di base era quella di farne uno strumento di riconciliazione, ma progressivamente finì per assumere una funzione di controllo sulle coscienze. Un rito improntato più su una forma di potere, quindi, che sul perdono, perché nessuno può arrogarsi il diritto di frapporsi tra un’anima e Dio.
    Spesso erano proprio le donne a dover portare il peso della vergogna al confessionale, costrette a esporre aspetti intimi della propria vita davanti a un’autorità maschile che, non di rado, si presentava più come un giudice che come una guida spirituale. Il fatto è che in certi ambienti ecclesiastici emerge tuttora una mentalità spiccatamente patriarcale, ed è proprio questa impostazione gerarchica a rafforzare una cultura di questo tipo. Basta pensare alla violenza sessuale sulle donne per rendersi conto che, ancora oggi, c’è chi ha il coraggio di dire che la vittima “se l’è cercata”, ribaltando di fatto ogni forma di giustizia.
    Forse, a furia di sentircelo dire, un po’ alla volta ci siamo assuefatti all’idea che la confessione sia davvero qualcosa di sacro e intoccabile. Ma credo sia venuto il momento di chiedersi se davvero sia lecito che qualcuno, umanamente imperfetto quanto noi, si intrufoli nell’intimità della nostra coscienza, giudicandoci.
    Oggi, grazie allo spiritismo comprendiamo che la mediazione tra noi e il Creatore non necessita di un confessionale né di formule recitate meccanicamente, ma di una coscienza sincera, capace di guardarsi dentro e scegliere il miglioramento. D’altra parte, l’atto stesso di proclamarsi intermediari esclusivi di Dio sulla terra è di un’arroganza quasi intollerabile, poiché se l’umanità terrena è ancora imperfetta, come potrebbe qualcuno rivendicare un privilegio divino sugli altri?
    Nessuno può frapporsi tra noi e Dio. Cristo è l’unico mediatore, come afferma Paolo di Tarso nella I lettera a Timoteo: «Uno solo, infatti, è Dio e uno solo il mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù» (Paolo di Tarso, I lett. Timoteo 2:5). Pertanto qualsiasi interpretazione del Vangelo che attribuisca al clero una funzione mediatoria somiglia più a una pretesa di controllo spirituale che a un diritto acquisito.
    Il vero tribunale dell’essere umano è la propria coscienza. D’altra parte, alla luce della funzione reincarnatoria e delle leggi di causa ed effetto, sarebbe assurdo pensare che un essere umano possa cancellare le conseguenze morali delle azioni di un altro uomo. Il perdono divino nasce sempre dal pentimento sincero, dalla riparazione del male compiuto e dall’impegno concreto a migliorare sé stessi.
    Al di là delle convinzioni religiose, una guida spirituale non si impone né intimorisce, ma accompagna, sostiene e orienta lasciando sempre la responsabilità finale nelle mani della coscienza: il santuario più intimo dell’essere umano. Ed è proprio lì, nelle pieghe dell’anima e nell’impegno quotidiano a migliorarsi, che nasce la vera riconciliazione con le leggi divine.

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