“I cani di Riga” di Henning Mankell: una testimonianza di una fase decisiva della storia europea
Pubblicato nel 1992, “I cani di Riga” di Henning Mankell non è solo un giallo, ma anche un romanzo storico. Nel suo genere si può considerare un capolavoro. Per chi vuole comprendere il clima socio-politico che si respirava in Lettonia, e più in generale nei Paesi baltici, nel periodo cruciale compreso tra il 1990 e il 1991, ritengo molto utile leggere questo romanzo, il secondo della saga con l’ispettore Wallander.

Ne I cani di Riga siamo nei primi mesi del 1991: il Muro è ormai crollato, l’Unione Sovietica si sta sgretolando e in Lettonia e negli altri Paesi baltici si moltiplicano le manifestazioni a favore dell’indipendenza e della libertà. La minoranza russa che detiene il potere non vuole però rinunciarvi e con esso ai propri privilegi.
È lo stesso maggiore Liepa, uno dei protagonisti della vicenda, a descrivere in questi termini la situazione del suo Paese: «Circa il 15% degli abitanti della Lettonia sono russi. Qualcuno la chiamerebbe una minoranza, ma dall’annessione dopo la Seconda guerra mondiale fino ad oggi, questa minoranza ha dominato il mio paese».
Si trattava inoltre, in larga parte, di una popolazione non originaria del Paese, ma immigrata attraverso i programmi di industrializzazione e di trasferimento della popolazione promossi dalle autorità sovietiche durante lo stalinismo e proseguiti negli anni successivi.
Il collegamento tra Ystad, la relativamente tranquilla cittadina svedese dove opera il commissario Wallander, e Riga nasce dal ritrovamento di un canotto alla deriva non lontano da Ystad, con all’interno due cadaveri. Le indagini, affidate al commissario, portano a scoprire che i due morti provengono molto probabilmente dalla Lettonia. Sarà in questo contesto che entrerà in scena Karlis Liepa, il maggiore della polizia lettone, che si reca a Ystad; Wallander, a sua volta, si recherà a Riga, una città per lui tutta da scoprire.
Wallander a Riga deve, suo malgrado, imparare a conoscere una realtà per lui fino ad allora semplicemente impensabile, dove mafia e potere sono fortemente intrecciati e conniventi. Racconta ancora il maggiore Liepa: «Nel nostro paese la mafia stessa ha bisogno di un qualche invisibile protettore. Sono convinto che Leja e Kalns [i due morti trovati nel canotto] lavoravano spesso e volentieri per il KGB. La polizia segreta si prende buona cura dei propri collaboratori. L’ombra e lo spirito di Stalin sono ancora vivi nelle menti di questa gente».
Wallander si ritrova al centro di un vero e proprio ginepraio dove, anche nella polizia, si fronteggiano due fazioni: da un lato i fedeli al morente potere sovietico e dall’altro gli indipendentisti. Il commissario dovrà cercare di sfuggire ai costanti controlli e alle costrizioni a cui verrà sottoposto dai «cani di Riga», ovvero uomini privi di scrupoli al servizio del declinante potere sovietico.
Tuttavia, nel pieno di eventi spesso brutali e caratterizzati dal susseguirsi di colpi di scena, Wallander troverà anche il tempo per innamorarsi di Baiba Liepa, l’indipendentista lettone.
Ma non voglio anticipare elementi che potrebbero togliere al lettore il gusto della scoperta. Basti qui sapere che alla fine Wallander, non senza attraversare profonde crisi personali che lo indurranno più volte a pensare addirittura di cambiare mestiere, riuscirà a venire a capo dell’intricata matassa.
Il grande pregio di questo thriller, uno dei romanzi che contribuiranno alla fortuna del noir nordico anche in Italia, è a mio avviso proprio la scelta di ambientare la vicenda in Lettonia, nel pieno del processo che porterà all’indipendenza dei Paesi baltici dall’URSS, avviato durante gli anni di Michail Gorbačëv e destinato a compiersi nel 1991.
Wallander, già alla sua seconda apparizione, si conferma un commissario competente e determinato, ma anche profondamente umano, attraversato da dubbi e fragilità che lo rendono una figura tutt’altro che stereotipata e particolarmente vicina al lettore.
Nell’insieme, la scrittura di Henning Mankell risulta scorrevole e piacevole, anche se, a volte, la trama tende ad essere forse troppo complessa e dispersiva. È tuttavia un limite che non compromette il valore complessivo del romanzo, nel quale la dimensione investigativa si intreccia efficacemente con quella storica e politica.
I cani di Riga rimane così non soltanto un buon giallo, ma anche una testimonianza narrativa di una fase decisiva della storia europea, quella in cui il mondo sovietico stava rapidamente dissolvendosi e i Paesi baltici si avviavano verso l’indipendenza.
Written by Algo Ferrari
Bibliografia
Henning Mankell, I cani di Riga, Marsilio Editore, 2010
