Olivia. Storia di un’ape nel deserto di Carmen Pellegrino: imparare a leggere il sole
Carmen Pellegrino, una delle voci più raffinate della letteratura italiana dei nostri giorni, ci dona un libellum per i tipi di Giunti, adattissimo per questo periodo autunnale di ripresa.

“Olivia. Storia di un’ape nel deserto” ha una copertina gialla, come le api, e il giallo si ritrova nei titoli dei capitoli, nelle sottolineature a ondine di alcune parole, nei disegni. Il giallo dona energia, è un colore delicato, come la leggibilità del libro intesa sia come font e caratteri inclusivi come grassetto per le frasi più significative, stampatello maiuscolo nero con alcune parole in stampatello minuscolo nelle frasi-chiave di alcuni momenti narrativi, sia come la leggibilità della a storia stessa. La casa editrice Giunti, infatti, è socio di Ibby Italia. Come si legge sul Sito Ibby, International Board on Book for Young people è un’organizzazione internazionale no-profit, fondata nel 1953 da Jella Lepman per favorire l’incontro tra libri, bambini e bambine e ragazzi e ragazze.
Ne “Olivia. Storia di un’ape nel deserto” ci sono quindici capitoli narrativi, più in chiusa una nota dell’autrice sull’importanza delle api.
Olivia è “tra tutte le api, la più piccola”. Questo comporta una “minore utilità alla vita del suo alveare” dovuta al vento che, scuotendola la disorienta, facendole perdere il polline.
A rendere tutto più frustrante è il fatto che la piccola si impegna per cercar di volare con maggiore orientamento, per fare anche da strada alle altre, e tuttavia a niente valgono i suoi sforzi. Al momento del volo fallisce: “Ogni volta che credeva di aver fatto tutto per bene, spuntava un errore”. Ancora in stampatello, stavolta, troviamo: “Agli occhi delle api più grandi, Olivia era proprio un disastro. Ma lei non si arrendeva e diceva «andrà bene la prossima volta»”. Olivia “faceva del suo meglio per esser d’aiuto, ma il suo meglio non era sembrava mai abbastanza”.
Si avvicinò il momento della danza, ovvero “Il giorno della Danza del segnale”, “il più importante di tutto l’alveare”, in cui le api esploratrici danzavano all’interno del favo dorato: “la danza non serviva solo a trovare i fiori migliori, Serviva anche a proteggere l’alveare dagli eventi minacciosi”. Arrivò il giorno in cui toccò a lei fare l’esploratrice, un ruolo importantissimo per le altre api dell’alveare, un ambiente ordinato, organizzato, gerarchizzato, dove ogni parte è in funzione del tutto. Nonostante Olivia avesse preparato l’evento con attenzione, quel giorno lei fallì. E allora l’ape regina fece un discorso ad Olivia, duro da accettare, ma paradossalmente utile per lei: “Alcune api non sono fatte per la vita dell’alveare […] non è un colpa, è una differenza”.
Di fronte a questa sentenza “Olivia non pianse subito, non si mosse nemmeno. Non l’avevano cacciata con rabbia. Non l’avevano accusata di essere pigra. Era molto peggio. Avevano visto che si sforzava e avevano deciso che non bastava”.
Olivia, “riorientata” suo malgrado, se ne andò, alla volta di un nuovo spazio, di una propria casa, di una nuova vita. Come le aveva detto, con tono falsamente paternalistico, o realistico (chissà!) l’ape regina “Esistono api che vivono sole, lontane dal favo, e costruiscono il proprio nido nella sabbia”.
Come sempre, quando nella vita si impone un cambiamento inevitabile, che non abbiamo cercato noi, ma che qualcuno ha deciso per noi, inizialmente dispiace il fatto che qualcuno abbia scelto per noi; ma poi, nonostante la resistenza al cambiamento, ci si accorge che, ita stantibus rebus, bisogna vivere, adattarsi, e fare di necessità virtù: non per dare soddisfazione all’altro e tornare da lui per dirgli che ha fatto bene a riorientarci, perché questo gesto per chi l’ha subito è stato fonte di dolore e non bisogna mai ringraziare il nostro carnefice, ma per noi stessi, per stare meglio di fronte alla nuova situazione.
Come direbbe Italo Calvino ne “Le città invisibili”: “L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”.
E la nostra piccola Olivia vuole starci tutta nel cambiamento: questo significa innanzitutto riconoscere i propri limiti. Ripartire da capo, da soli, significa trovare una strada diversa, ma ciò presuppone capire cosa non ha funzionato in precedenza e soprattutto trovare un metodo tutto proprio e personalizzato di fare le cose. Il risultato spesso non si nota subito: ma non dobbiamo permettere ai guastafeste che magari ci vedono durante la fase del nostro cambiamento e non alla fine di giudicarci per un percorso che non abbiamo ancora finito. Così accade alla nostra eroina quando una sua “amica” dell’alveare la va a trovare e la vede in difficoltà.
E così Olivia, che sta costruendo la sua casetta e che ha bisogno di accumulare polline, impara ad andarlo a cercare con un sassolino che la protegge dal vento e dal disorientamento. Solo accettando un aiuto e imparando ad organizzarsi meglio, può superare i propri limiti. Fuor di metafora, dunque, chi è diverso, più fragile può riuscire come gli altri: anzi proprio il riconoscimento delle proprie difficoltà può spingerlo a fare meglio. La nostra Olivia impara per tentativi ed errori, e solo alla fine trova il metodo che fa per lei: oltre che imparare a leggere il sole, a orientarsi, a raccogliere il polline, a costruirsi una casa, ha bisogno di un sassolino che la aiuti in caso di vento.
Aiutando se stessa, Olivia aiuterà un bambino e una madre e riuscirà a salvare, proprio lei, il suo alveare che l’aveva respinta: solo allora, e solo perché lei ha dimostrato anche di saper essere ape di un alveare, la regina la rivuole. Sarebbe facile cedere, ma paradossalmente Olivia ha capito, nel suo percorso con se stessa, che la sua strada è altra: volendo, sa anche essere ape tra le api, ma il suo ikigai è fare l’ape solitaria. Non abbandona l’alveare, ora che potrebbe starci, con rabbia, ma con la superiorità morale di chi sa che può scegliere di non tradire se stessa.
“Ora lo sapeva; non era nata per fare le cose che gli altri si aspettavano da lei, Era nata per trovare strade diverse.” E per trovare la propria strada bisogna “solo aspettare il tempo che ci vuole”: risuona come un mantra questa frase ora come una verità scritta in nero e giallo… nel colore delle api.
Il trucco è imparare questo; chi non rispetta questa regola giudica gli altri, ma lasciamolo fare.
La storia si conclude con una nota dell’autrice che ricorda l’importanza sottovalutata delle api nel nostro ecosistema e il fatto che le api sono diverse: “Non tutte le api vivono in alveare. Ci sono anche quelle solitarie, che costruiscono da sole le loro piccole case […] Tutte le api fanno magie invisibili: impollinano i fiori, aiutano le piante a crescere e permettono che ci siano la frutta e le verdure di cui ci nutriamo. Ogni ape ha un compito prezioso e ogni piccola ala che vola porta via vita e colori nel mondo. Senza le api, la vita si fermerebbe. Per questo dobbiamo trattarle con rispetto: non disturbarle, non distruggere i loro nidi e imparare a conoscerle. Anche se qualche volta pungono quando hanno paura, lo fanno solo per proteggere la loro casa e il loro lavoro. Salvare le api significa salvare noi stessi. Non dimentichiamolo mai!”
Written by Filomena Gagliardi
Bibliografia
Carmen Pellegrino, Olivia. Storia di un’ape nel deserto, con illustrazioni di Carla Manea, Giunti, 2026
