Donne contro il Femminicidio #39: le parole che cambiano il mondo con Grazia Fresu

Donne contro il Femminicidio #39: le parole che cambiano il mondo con Grazia Fresu

Gen 24, 2018

Le parole cambiano il mondo. Attraversano spazio e tempo, sedimentandosi e divenendo cemento sterile o campo arato e fertile.

 

Femminicidio

Per dare loro il massimo della potenza espressiva e comunicativa, ho scelto di contattare, per una serie di interviste, varie Donne che si sono distinte nella lotta contro la discriminazione e la violenza di genere e nella promozione della parità fra i sessi.

Ho chiesto loro, semplicemente, di commentare poche parole, che qui seguono, nel modo in cui, liberamente, ritenevano opportuno farlo. Non sono intervenuta chiedendo ulteriori specificazioni né offrendo un canovaccio.

Alcune hanno scritto molto, raccontando e raccontandosi; altre sono state sintetiche e precise; altre hanno cavalcato la pagina con piglio narrativo, creando un discorso senza soluzione di continuità.

Non tutte hanno espresso opinioni univochecontribuendo, così, in modo personale alla “ricerca sul campo”, ma tutti si sono dimostrati concordi nell’esigenza di un’educazione sentimentale e di una presa di coscienza in merito a un fenomeno orribile contro le donne, che necessita di un impegno collettivo.

Oggi è il turno, per “Donne contro il Femminicidio”, di Grazia Fresu, nata a La Maddalena e specializzata in Storia del teatro e dello spettacolo. A Roma ha lavorato come docente e ha sviluppato la sua attività di drammaturga, regista e attrice e dal 1998. Inviata dal Ministero degli Affari esteri, si è trasferita in Argentina, prima a Buenos Aires e attualmente a Mendoza, dove insegna lingua, cultura e letteratura italiana nel Profesorado de lengua y cultura italiana della Università Nazionale di Cuyo. È poetessa, con quattro raccolte poetiche edite; ha partecipato a vari congressi con conferenze su temi di letteratura e problematiche culturali, educative e sociali. Ha realizzato molti eventi di narrazione e messo in scena i suoi testi teatrali con la sua e altrui regia. Collabora con la rivista online L’Ideale e con il magazine Cinque colonne. È attiva contro la violenza di genere.

Femmina

Tutte noi donne siamo anzitutto femmine, in quanto appartenenti al genere femminile che ci caratterizza come esseri  umani. Questa natura, che non è solo biologica ma anche psicologica e mentale, ci distingue dal maschio e questa distinzione è segno di una diversità che non avvalla in nessun modo alcun tipo di discriminazione nei confronti delle donne, ma è una ricchezza biologica che diventa anche ricchezza culturale. Essere femmine è, dunque, assumere questa natura che è alla base del nostro essere donne, ossia consapevoli della nostra femminilità in tutti i suoi aspetti ed essere capaci di svilupparla affermandoci in maniera completa come persone.  Rivendicare i nostri diritti cercando di cancellare la nostra femminilità significa dichiarare che l’uguaglianza è ottenibile solo con la mascolinizzazione dei comportamenti e delle idee. Siamo femmine e siamo donne che sulla propria femminilità, che apprezzano e valorizzano, costruiscono il proprio percorso nel mondo.

Femminismo

Grazia Fresu

Con femminismo si intende storicamente la presa di coscienza delle donne rispetto alla loro collocazione nella società e la richiesta di uguaglianza nel pubblico e nel privato. Il termine, per i toni accesi che la lotta per la parità ha assunto in varie occasioni, sembra oggi spaventare anche molte donne. Spesso ho sentito dire da alcune: “Sono per la parità dei sessi ma non sono femminista”; è una contraddizione in termini visto che nel femminismo la parità è il valore proposto. I toni aspri che il movimento ha assunto a volte o alcune posizioni radicali, che farebbero pensare a una dichiarazione di guerra verso l’universo maschile, hanno probabilmente spaventato donne e uomini motivandoli a respingere il termine, senza analizzarne la valenza di riscatto da una oggettiva condizione di sudditanza della donna. Credo che non si possa essere donne consapevoli di sé e della propria realtà socio-culturale in seno a società patriarcali senza essere femministe ossia in lotta per la propria autonomia, affermazione, riconoscimento sociale e culturale e, soprattutto, per l’accettazione e il rispetto della nostra diversità in quanto donne all’interno delle società in cui viviamo.

Femminicidio

Parlare della violenza di genere, della quale il femminicidio costituisce l’atto finale, che abbraccia dagli insulti ai maltrattamenti fino al delitto, non mi sembra una questione che riguardi solo le donne ma tutta la società che ospita questa piaga del comportamento umano. Credo che chiunque sottovaluti il problema, e molti lo fanno, sia i singoli che le strutture sociali e politiche, tenti solo di minimizzare un fenomeno che ha invece proporzioni mondiali. Il termine “femminicidio” ha avuto eco mondiale dopo i vari studi di diritto, sociologia, antropologia, criminologia e l’utilizzo della parola negli appelli internazionali lanciati dalle madri delle ragazze uccise a Ciudad Juárez, nello stato di Chihuahua in Messico, dove dal 1993 al 2012 sono morte più di 700 giovani donne e adolescenti dai 15 ai 25 anni,  di modestissime condizioni sociali che hanno dovuto abbandonare gli studi e cercarsi lavoro per impellenti necessità familiari. Prima di essere assassinate, la maggior parte di loro ha subito violenza sessuale ed è stata torurata. La popolazione ha accusato le autorità locali e nazionali di aver coperto gli assassini. Come persone, come cittadini e come donne abbiamo il dovere di identificare le ragioni di un fenomeno che ha radici socio-culturali completamente differenti da altri omicidi.  Nel femminicidio sono implicati  valori che la società accetta e che diventano l’humus del quale il delitto contro le donne si nutre.

Nonostante alcune significative conquiste del mondo femminile, soprattutto nei paesi dell’Occidente, siamo ancora lontani dal riconoscere alla donna la parità con l’uomo sia nel privato che nel pubblico. Il maschilismo imperversa ad ogni livello della società e si traduce in comportamenti che umiliano la donna e la sottopongono a vessazioni e ingiustizie che la rendono comunque succube e la costringono a uno stato di inferiorità, se non giuridica, certo sociale. Spesso la donna stessa accetta questa umiliazione come naturale, non discutibile, anche perché, quasi sempre, ogni violenza viene perpetrata in ambito familiare e la donna tende a proteggere, anche a proprio discapito, il nucleo familiare, a non rivelarne al di fuori le mancanze, a riconoscere l’autorità maschile su di sé come leggittima. Chiunque abbia lavorato con vittime di violenza di genere sa quanto sia stato difficile e sia difficile per queste donne, le fortunate che non hanno incontrato la morte, liberarsi alla propria schiavitù psicologica verso mariti e conviventi o ex che sono nella quasi totalità responsabili degli abusi e dei  femminicidi. La morte arriva quasi sempre dopo anni di maltrattamenti fisici e psicologici durante i quali le donne non trovano adeguata comprensione e difesa né in ambito familiare né in ambito giuridico. La loro richiesta d’aiuto viene spesso sottovalutata e ignorata fino all’irreparabile. I continui maltrattamenti ne minano l’autostima, rendendole vittime incapaci di reagire e se, a un loro primo tentativo di uscirne fuori, non sono sostenute come dovrebbero scivolano nell’ineluttabile accettazione della loro miseria umana fino alla morte.

Educazione sentimentale

Credo che l’educazione debba essere prima di tutto proprio “educazione sentimentale”, ossia educazione al “sentire”. Chi sente accetta, comprende, non isola, non respinge, non discrimina. So, per tanti anni di pratica come docente, che ci si educa solo in un ambito di partecipazione emotiva al processo educativo, sia come docente che come studente. Educarsi ai sentimenti significa educarsi all’ascolto di se stessi e dell’altro, non solo nell’ambito delle relazioni di coppia ma in tutte le relazioni umane. Quindi, educarsi nel rispetto dell’altro, nel riconoscimento del suo valore, nell’accettazione delle sue scelte è la condizione di una corretta convivenza civile. Martin Buber, filosofo del dialogo e scrittore, nella sua opera emblematica Inch und Du (Io e Tu) ci parla di due tipi di relazione nell’ambito delle società umane: quella “io-tu” e quella “io-esso” Nella prima l’altra persona è un tu percepito come paritario all’io; nella seconda l’altro è un oggetto. L’educazione sentimentale deve  basarsi su questo fondamentale riconoscimento dell’altro come un “tu” paritario e deve avvenire sia in ambito familiare sia nella scuola sia in ogni aspetto del vivere civile. Nel caso della violenza di genere e del femminicidio, il maschio considera la donna come il proprio “esso”, ossia cosifica la persona riducendola a un oggetto. E la società appoggia questo in diverse forme, avvallando implicitamente o esplicitamente la percezione della donna come possesso dell’uomo. L’educazione sentimentale non può che essere educazione al dialogo tra pari e va innestata all’interno di ogni forma di convivenza e di ogni comunità umana.

 

Written by Emma Fenu

 

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