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FEFF 2017: Sezione Competition – “Shock Wave” di Herman Yau

Udine. Ed è letteralmente con un’“onda shoccante” che s’è chiuso il 19esimo Far East Film Festival, meglio di quanto non fosse stato fatto l’anno passato in corrispondenza di un altro titolo appartenente allo stesso genere, quel “The Bodyguard” di e con Sammo Hung in “versione cricetone dall’animo nobile”.

Shock Wave di Herman Yau

L’animo nobile c’è anche qui, indubbiamente più raffinato nell’approfondimento psicologico, ed ha il volto di Andy Lau, figura di spicco dell’evento udinese in qualità di produttore e protagonista del meraviglioso “A Simple Life” e, per l’appunto, di Shock Wave, prestigiosa première festivaliera a livello internazionale collocata a soli 9 giorni di distanza dal debutto in patria, attualmente secondo nei mercati cinesi solo a “Fast and Furious 8.

Per l’occasione il divo è posto sotto la direzione di un altro mito asiatico, Herman Yau, in concorso pure con l’horror “The Sleep Curse”, noto agli occidentali in special modo per “The Legend Is Born: Ip Man” (2010) e “Ip Man: The Final Fight” (2013), giunto comunque alla rispettabile quota di 67 lungometraggi realizzati dal 1987 ad oggi.

Siamo di fronte ad un solido action movie, importante innanzitutto per il rilievo emblematico dato al soggetto e per il teatro principale degli eventi narrati, ossia rispettivamente una storia di terrorismo organizzato e il Cross-Harbour Tunnel hongkonghese, infrastruttura lunga poco meno di 2 km percorsa mediamente da oltre 100 mila veicoli al giorno.

Il suo annientamento (perché naturalmente di questo si tratta) è pianificato da un famigerato criminale (Jiang Wu), ribattezzatosi Blast dopo un colpo grosso ad un caveau d’oro terminato con la cattura di metà banda per opera del poliziotto infiltrato Cheung (Andy Lau).

Accanto al fatto che la distruzione del tracciato subacqueo causerebbe un disastro economico per il mondo intero (e non sorprendono a tal proposito le celate connivenze con grandi azionisti in borsa), il diabolico disegno mira a colpire sul personale il traditore, esperto bonificatore di ordigni esplosivi tanto quanto il capo di rapinatori lo è nella fabbricazione.

La vendetta prende avvio con una serie di minacce sventate, pacchi bomba in piazze affollate, e giunge all’acme bloccando centinaia di sventurati ostaggi sotto il Victoria Harbour per la cui sopravvivenza si aprono trattative che non tardano a trasformarsi in carneficina.

Il film adotta un approccio impegnato allo sviluppo centrale della vicenda, esteso per qualche decina di ore, suscita entusiasmo nell’illustrare i tentativi della polizia, agente Cheung compreso, di limitare al massimo il numero delle vittime e acciuffare integralmente la gang.

Shock Wave di Herman Yau

Minuto dopo minuto al nostro beniamino appare sempre più chiaro che quella in cui è stato trascinato sarà la missione della vita, e nella sua progressiva presa di coscienza gli spettatori sperimentano il piacere di affezionarglisi, conquistati dal carisma (riconosciuto non a caso con una medaglia al valore) che dimostra nello sposare la propria vocazione, rischiare cioè la pelle sul campo ad ogni intervento pur di garantire l’incolumità della popolazione, e nel gestire le imprese più ardue con inscalfibile autocontrollo, anche quando le speranze di salvezza paiono azzerate e la follia omicida più spregevole spingerebbe a una reazione letale.

È anche propriamente il confronto diretto con Blast ad appassionare, orchestrato con polso da Yau in un succedersi di disgrazie tragicamente plausibili, sempre aliene però da alcuna spettacolarizzazione della morte, duro e coinvolgente nella costruzione della tensione attraverso sequenze serrate di conflitto a fuoco (e qui si nota l’uso coscienzioso che s’è fatto dei 23 milioni di dollari di budget).

Stesso discorso vale per il vis-à-vis fra avversari, mai schiavizzati dai soliti cliché di circostanza ed anzi pienamente credibili nel proprio profilo personale, ognuno coi propri affetti da difendere, l’uno la compagna fedele, unica a cui rivolgere effusioni sincere, l’altro il fratello imprigionato, ed un prestigio da giocare fino all’ultimo, capaci di tenersi reciprocamente testa da uomini tutti d’un pezzo.

 

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FEFF 2017: Sezione Competition – Tam Cam: The Untold Story di Veronica Ngô

La proposta singola avanzata quest’anno dal Vietnam al Far East Film Festival di Udine non riesce neppure ad avvicinare il livello conquistato durante la scorsa edizione dal brillante caper movie “Bitcoin Heist” .

Tam Cam: The Untold Story di Veronica Ngô

Da una parte un budget di 20 miliardi di VND (dong vietnamiti), corrispondenti all’incirca a un milione di dollari, dall’altra un incasso in patria solo tre volte superiore: le ragioni del flop risiedono semplicemente nel fatto che Tam Cam: The Untold Story è, motteggiando il titolo, una vicenda che non si sarebbe mai dovuta raccontare.

Alla sua seconda prova dietro la macchina da presa, la regista Veronica Ngô (conosciuta anche come Thanh Vân Ngô) mette in scena il lungo turpiloquio ideato da una squadra di ben 5 sceneggiatori, a dir poco libera e scadente rivisitazione della favola di Cenerentola.

Gli ingredienti per sfornare un prodotto a dir poco imbarazzante ci sono tutti: Tam, la Cenerentola ornitologa che per la sua indicibile ingenuità riesce morire a metà film, la matrigna fustigatrice che fa comunella con l’insopportabilmente lagnosa figlia Cam, l’impacciato padrino fatato che invece di riempirsi la bocca di saggi consigli innesta in un tempo mitico i prodigi della Duracell, il principe belloccio campione di arti marziali, le sue due spalle fidate (una delle quali un po’ tonta), il consigliere stregone che aspetta l’allineamento dei pianeti e ben 49 anime sottratte a innocenti per diventare immortale, scatenare un ecatombe fra popoli ostili e usurpare il trono.

Su tutto e tutti naturalmente aleggia poi l’insondabile spirito del dio, la forza dell’amore eterno, il valore inestimabile del coraggio e del sacrificio, si tratti di sopportare con insensata perseveranza le sevizie imposte da un patetico pallone gonfiato (anzi due) oppure combattere contro uno xenomorfo degno dei capolavori della Asylum, di prendersi cura dell’adorato consorte fino alla fine della vita come gettare 100 mila uomini in un eccidio senza via di scampo.

Fosse un’opera dichiaratamente di serie B potrebbe anche riuscire gradevole nel suo accumulare performance tenacemente sopra le righe, dalle candide e allo stesso tempo improponibili movenze della fortunata principessa alle egotistiche scenate dei villain, svenevoli intuizioni grafiche come lo svolazzare di miriadi di farfalline rosse piuttosto che l’immancabile metamorfosi catartica stile “bella e la bestia”, combattimenti wuxiá che sfidano ogni legge di gravità, ripresi sfruttando espedienti in CGI tutt’altro che efficaci e corredati senza posa da un’indifferente musica per ludopatici.

Tam Cam: The Untold Story di Veronica Ngô

Ma il patetico insistere sui toni più falsamente eroici, la volontà di ammiccare ad un pubblico cieco con qualsiasi risaputo stratagemma, ammantarsi di setosi costumi di pregio solo apparente e rilucenti corazze di latta, tergiversare in frizzi e lazzi dal ritmo neppure troppo incalzante, sono tutte pecche che è giudizioso non scavalcare.

Tra l’altro, giusto per chiudere in bellezza, né Tam né Cam sono affatto come ci si aspetterebbe al centro del focus narrativo, più interessato a seguire le irte sfide dell’erede del regno: il titolo fuorviante è proprio l’ennesimo argomento da muovere contro l’ennesima trovata trash.

 

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FEFF 2017: Sezione China Now – “Knife in the Clear Water” di Wang Xuebo

Udine. “China Now: Not for Commercial Use” è la minuta sezione che il 19esimo Far East Film Festival ha riservato a quattro sconosciute produzioni provenienti dalla Cina, tutte in première italiana, ognuna di esse mai proiettata nelle sale al di fuori degli ambiti festivalieri.

Knife in the Clear Water di Wang Xuebo

Preceduta dal suggestivo corto animato “Fish Tank” di Liu Haoge, l’attrazione principale è costituita dal lungometraggio d’esordio di Wang Xuebo, cineasta indipendente poco più che 30enne in grado di confezionare con “Knife in the Clear Water”, pur ossequiando una del tutto eccezionale sobrietà di linguaggio e misurandosi con un’evidentissima esiguità di mezzi, un piccolo capolavoro collocato ai confini estremi dell’arte cinematografica.

Servendosi esclusivamente di attori non professionisti, il regista rappresenta la vita di una comunità di contadini in una remota regione del Nord-ovest, terra aspra e desolata da cui al massimo si può strappare qualche patata, dove non arriva né l’acqua corrente né l’energia elettrica e la globalizzazione resta un termine privo di alcun significato.

Qui si alternano periodi di sfiancante aridità a piogge abbondanti, durante le quali si tenta in ogni modo di conservare il prezioso liquido per la stagione secca; i piccoli vanno a scuola, i figli maggiori a lavorare in città nella speranza di ricavare il necessario per contenere l’indigenza della famiglia, ma la narrazione non può schiodarsi dalla scena presente, non può sottrarsi alla muta immensità delle montagne che sovrastano i loro abitanti.

Le sequenze iniziali introducono alla processione funebre che porta fuori del villaggio la salma della moglie di un anziano padre; tradizione vuole che in suo onore si compia un sacrificio commemorativo, così il figlio sceglie per l’immolazione un vecchio toro ormai inutile per l’aratura dei campi, allo stesso tempo animale più nobile di un semplice agnello.

Nei quaranta giorni che separano dipartita e bacchetto, la bestia viene preparata a dovere, pulita e purificata, senonché improvvisamente smette di bere e mangiare, quasi sentisse che la sua ora è vicina. In ciò si può individuare il fulcro dell’intera vicenda, nel momento in cui cioè viene evocata e nulla più la storia del toro che vede nell’acqua il riflesso del coltello, quello che sta per dargli la morte.

Knife in the Clear Water di Wang Xuebo

Offerta e vedovo, personaggio maggiore fra quelli presentati, paiono uniti da un legame esclusivo, esseri entrambi ormai al capolinea della propria esistenza; il vecchio lo vediamo tornare spesso al cimitero, avvertendosi di giorno in giorno sempre più cadente, cominciare a pensare con malinconico distacco al tempo in cui abbandonerà il mondo degli uomini.

Poco altro accade nel corso del film: l’imam locale viene interpellato su come scegliere la retta disposizione d’animo affinché il convito memoriale sia gradito nel rispetto di tutte le normative prescritte; il fratello del protagonista, in procinto di diventare padre, viene umilmente a elemosinare del riso perché a casa sua non c’è nulla con cui nutrire il nascituro.

Il resto è né più né meno che l’invariabile quotidianità cui la gente ha da secoli fatto il callo, dalla raccolta dell’acqua dal pozzo allo sterro delle erbe da dare alle bestie, dai gesti rituali della doccia e delle abluzioni all’usuale accoglienza degli ospiti, portato in tavola del brodo caldo; naturalmente anche alla preghiera, collettiva e personale, è riservato un ruolo di primordine, strumento di meditazione che mira all’acquisizione di una fede completa nei disegni di Allah.

Il taglio che Xuebo applica alla propria opera potrebbe per certi versi farla collimare con l’estetica documentaristica: benché infatti per la maggiore le riprese tradiscano un inquadramento costruito con singolarissima premura, atto a mettere a fuoco un gesto o anche semplicemente una presenza senz’alcun dubbio disposti di proposito, alle volte le figure finiscono per essere inghiottite al punto nella vastità del panorama da confondersi con esso, eludendo conseguentemente al processo gerarchico sotteso ad ogni scena.

Knife in the Clear Water di Wang Xuebo

Non solo, la caduta di ogni orpello descrittivo non può che condurre direttamente all’essenza del narrato, ossequiando con inscalfibile disciplina un minimalismo stilistico che toglie il fiato, il quale rinuncia per ognuno dei numerosi piani sequenza e i restanti longtakes all’ausilio di alcuna fonte d’illuminazione artificiale (per questo quando scendono le tenebre il buio è pressoché totale), come di qualsivoglia intervento musicale, lasciando al forte vento della vallata e al grido di qualche fiera la prerogativa di riempire i silenzi generati da una sceneggiatura radissima.

Ciononostante la noia è un sentimento completamente alieno dalla visione: nella sua ammaliante autorialità, che seduce lo spettatore estraendolo dal tempo del suo vissuto per dilatarne con nobile metodo la percezione (e siamo distanti dalle poetiche della massima distensione promosse da un Béla Tarr, un Lav Diaz o, per rimanere in suolo cinese, da un Wang Bing), Knife in the Clear Water” offre infatti un’incontenibile densità di significati insiti in un’esperienza sensoriale dall’impatto persino commovente.

Il che riesce ancora più straordinario se si considera che quest’“elegia della polvere” termina nel momento esatto in cui viene compiuto l’abbattimento votivo, alla conclusione ossia di quei quaranta giorni speciali in seguito ai quali l’uomo e la sua stirpe torneranno a solcare le alture conosciute con lo stesso spirito che manterranno fino alla loro riconsegna alla Natura.

 

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FEFF 2017: Sezione Competition – “Siam Square” di Pairach Khumwan

Incarnata dall’esordio alla regia di Pairach Khumwan, la Thailandia del terrore che al Far East Film Festival udinese Oubliette Magazine assaggia quest’anno grazie a “Siam Squarenon va oltre i risultati conseguiti da “The Forest” durante la scorsa edizione.

Siam Square di Pairach Khumwan

30 anni indietro nel tempo a Piazza Siam (Bangkok) una ragazza scompare senza lasciare traccia; ora in un palazzo attiguo c’è un’aula dove si dice appaia un fantasma che lega al polso delle sue vittime addormentate un filo rosso, presagio di morte.

Un gruppo di ragazzi intende far luce sul caso, andando a visitare di persona l’ectoplasma per riprenderlo con una videocamera e saggiarne le occulte capacità.

Non impiegano molto a constatare quanto pessima si riveli la loro idea; tuttavia fra loro c’è chi potrebbe entrare in contatto con l’ospite indesiderato approcciandosi in maniera totalmente diversa.

Da qui nasce il lato migliore del lungo, un horror sui generis che intreccia con inattesa snellezza le visioni infernali a un non corrivo percorso di maturazione condotto dagli studenti, in larga parte slegato dal ceppo narrativo principale e sviluppato invece verso una direzione che riconosce nelle realtà digitali la propria ideale forma espressiva.

Nulla a che vedere perciò con le ricerche suicide alla “Blair Witch Project”, nonostante, trafficando il pugno di amici con i supporti tecnologici, si facciano notare certe apprezzabili intuizioni, come il dubbio sulla liceità insita nell’“allegare” uno spettro all’interno del proprio computer.

L’indagine più interessante riguarda piuttosto la trasparenza dei rapporti fra coetanei, slacciati da ogni ausilio proveniente dal mondo degli adulti, nessuno dei quali assurge a unico indiscusso protagonista, tant’è anzi che chi sembra spiccare in un primo momento finisce per passare in secondo piano e viceversa, dando origine ad una fabula di non comune intendimento.

Siam Square di Pairach Khumwan

Nella sua notevole estensione, il film concede spazio sufficiente all’avvicendarsi di invidie e gesti di cordialità, malevolenze e dimostrazioni di pietà, e tenendo questo progresso nelle relazioni affettive sempre unito sotto pelle alle inquietanti vicissitudini causate dallo spirito inquieto, giunge infine (esempio alquanto raro all’interno del genere) ad un epilogo a suo modo consolante, dal profilo più umano che ultraterreno.

Per il resto non si sente affatto la mancanza dei risaputi cliché di maniera, comprese vocine avernali e tonfi palesemente extra-diegetici, posti quasi a ricordare che quello cui si sta assistendo non è un teen drama qualunque: debolezze in ogni caso non dipendenti dalle carenze tecniche cui il film potrebbe anche soggiacere, quanto piuttosto dalla prevedibilità cronica che caratterizza le singole scene.

 

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FEFF 2017: Sezione Classici Restaurati – “Cain at Abel” di Lino Brocka

Udine. Giovedì mattina è il turno dell’unico film filippino cui ci approcciamo come web media partner, appartenente alla sezione, appuntamento costante di anno in anno, riservata alle pellicole restaurate.

Cain at Abel di Lino Brocka

Nel Paese del Sud-est asiatico si incontra lo stesso problema che qui in Italia si registra con un gran numero di produzioni della prima parte del secolo scorso, ovvero il loro diffusissimo smarrimento.

Cain at Abel” (aka “Cain and Abel”) rappresenta una singolare eccezione, specie se si tiene in debito conto anche la qualità fotografica successiva al recupero.

Lino Brocka, cineasta poco conosciuto al di fuori dei confini natii per quanto nominato ben due volte alla Palma d’oro, è morto in un incidente automobilistico all’età di 52 anni: in un ventennio ha posto la firma a circa 60 lungometraggi.

Il titolo presente rientra fra i 5 da lui diretti nel 1982; uscito in patria, fino ad oggi non aveva mai varcato l’oceano, sicché quella del 19esimo Far East Film Festival si caratterizza quale sua première internazionale.

Teatro principale della vicenda è la grande tenuta di provincia che un’anziana, ricca ed inferma possidente (interpretata da Mona Lisa, autentica leggenda locale attiva fin dagli anni ’30 e in seguito fino al 2005) ha affidato al primogenito Lorenzo (Phillip Salvador); di punto in bianco torna in visita Ellis (Christopher de Leon), il quale a differenza del fratello non ha abbandonato il percorso di studi: al suo seguito c’è Cita (Carmi Martin), compagna universitaria in vesti succinte, agli atti nuova fidanzata con cui intende sposarsi.

La Señora Pina, d’impianto conservatore e preoccupata di quello che la gente nei dintorni possa pensare della sua casata, pone loro il veto al matrimonio, cosciente dell’atteggiamento eccessivamente libertino per cui si è sempre distinto il secondogenito, in passato già responsabile della gravidanza di diverse donne, compresa l’attuale massaia Rina (Cecile Castillo), divenuta la prima ad essere pagata dalla matriarca non per abortire, bensì per partorire, ed ora mantenuta assieme al figlio neonato in cambio della sua fedeltà.

Cain at Abel di Lino Brocka

Nonostante ciò il favore nei confronti di Ellis non tarda a sopravvenire, offertosi egli stesso di sostituire Lorenzo nella gestione dei poderi in modo da autorizzare la permanenza di Cita; venuto a conoscenza del consenso rilasciato dalla madre, ormai prossima alla stesura del testamento e testardamente chiusa nella sua ottusità, Lorenzo le rinfaccia con rabbia di non essere mai stato considerato all’altezza del fratello e abbandona la dimora per trasferirsi con la moglie Becky (Baby Delgado) e i figli.

Sull’onda dell’aggravarsi dei mai sani rapporti fra Ellis e Lorenzo, da tutti riconosciuta nel primo la figura dell’adulto giocoso (per piacere ai nipoti porta con sé regali, si atteggia a prestigiatore, si diletta al pianoforte), mentre nel secondo quella del genitore burbero con la prole, che alle cure della famiglia e degli affari preferisce mantenere stretta l’amicizia coi compagni ubriaconi, si formano due bande oppositive coagulate attorno ai fratelli.

Va evidenziato a questo segno che, ancor prima lo si dica esplicitamente per voce di uno dei più agguerriti sostenitori di Ellis, il quale per indole ripudia ogni azione impetuosa e in quanto a farsi valere è inferiore alla compagna, non è fuorviante da parte di chi assiste al film assecondare l’impressione di aver a che fare con una sorta di cugino asiatico di “Cane di paglia”: l’atmosfera di allarmante tensione che s’è creata, l’edificio d’un tratto accerchiato dalla fazione nemica pronta a sparare sugli artefici delle ingiustizie subite dal capo, richiamano legittimamente l’opera che Sam Peckinpah girò non più di 11 anni prima.

E come David (Dustin Hoffman) in Peckinpah, infatti, il figlio codardo si vede costretto a reagire alle aggressioni avversarie, precipitando in un gorgo di violenze e rappresaglie tale da fargli perdere la cognizione, al pari del consanguineo belligerante, del motivo primo per cui stia continuando ad alimentare una simile carneficina.

Cain at Abel di Lino Brocka

Muore Becky, incinta del terzo bimbo, muore Cita (in una sequenza di stupro della durata di circa 16 minuti, assente dalla versione disponibile a causa di un intervento censorio di stampo marcosiano che l’ha espunta direttamente dal negativo, facendone irrimediabilmente perdere le tracce), muore la vecchia Pina, muore Rina con l’infante fra le braccia: mentre i principali responsabili di questa catastrofe familiare restano in vita, a perire sono anzitutto gli innocenti, chi aveva tentato di ricucire le ferite, o comunque chi non ha mai avuto la mira di imbracciare le armi, pur magari ritenendo di agire secondo giustizia acuendo l’astio verso chi ha favorito provvedimenti illegittimi.

A completamento di un simile climax dichiaratamente tragico, al momento dell’a lungo sospirato tentativo di riconciliazione, avanzato peraltro da entrambi i fratelli, il dubbio ribollente soffoca ogni buon progetto che sembrava aver preso piede, cosicché il disastro non può che compirsi nel suo grado più alto e assurdo, terminando anche l’estrema occasione di riscatto.

Il dramma allestito da Brocka, tirando le somme, si contraddistingue per un accumulo ammirevole di spinose vicissitudini, da grande mélo generazionale: esordisce bene, solido nella sceneggiatura come solide paiono le interpretazioni. Quando tuttavia scivola nel thriller d’azione sanguinolento, la gradevole intenzione cui si era fatto in tempo ad abituarsi viene improvvisamente a mancare.

Non si impiega molto a scadere nel patetismo, sia in presenza di un dipartita prevedibile, sia trattandosi di un delitto terribilmente efferato.

Cain at Abel di Lino Brocka

La scelta del soggetto resta coraggiosamente truce, così come può esserlo ab origine l’insegnamento biblico, dove però, occorre notare, il pastore è interamente mondo da ogni colpa, diversamente da quanto accade in “Cain at Abel”, sia nella relazione tra fratello e fratello che nei riguardi di colei che ha messo entrambi alla luce.

Ma pur considerando l’intrinseca parzialità di cui la nostra visione è condannata a soffrire in eterno, non potendo in alcun modo colmare l’ellissi sopracitata né ricostruirne il vero servizio prestato all’economia complessiva del racconto, ammettendo inoltre la sincerità garantita dai propositi narrativi almeno sulla carta, il risultato ugualmente non convince del tutto, specie in corrispondenza di quelle cadute di stile a motivo delle quali ci si disaffeziona dai personaggi, tutt’altro che eroici, e si comincia conseguentemente a presentire la ragione per cui non verrà imboccata alcuna via di salvezza, cosicché anche il piacere della scoperta non potrà evitare di uscirne tarpato.

 

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FEFF 2017: Sezione Creative Visions – “Made in Hong Kong” di Fruit Chan

Mercoledì sera, mentre su Udine piove a dirotto, gli applausi scrosciano calorosi accogliendo l’atteso ritorno di Fruit Chan, stimato maestro cinese riportato all’attenzione del pubblico grazie al primo, importantissimo restauro promosso dal Far East Film Festival.

Made in Hong Kong di Fruit Chan

Un titolo fortunato come Made in Hong Kong”, affidato alle cure del laboratorio asiatico de L’immagine Ritrovata, non poteva che ricevere una standing ovation alla sua conclusione presso il Teatro Nuovo, dove Oubliette Magazine in qualità di web media partner è ormai habitué; vincitrice agli Hong Kong Film Awards nelle categorie dedicate al film, alla regia e all’attore esordiente, quindi precocemente cancellata dal panorama mediatico e preclusole ogni supporto di visione, la pellicola resuscita in formula digitale dal proprio pensionamento coatto e torna in campo a 20 anni dall’esordio in tutto il suo iconico fascino, si spera prossima infine ad un progetto di mercato che la ponga finalmente in circolazione.

Non a caso sorprende ancor oggi la forza con cui un cineasta tutt’altro che affermato, anzi al suo primo lungo di rilievo, scritto e condotto in solitaria con un budget ridottissimo nel 1997, anno per l’isola del passaggio dall’epoca del colonialismo britannico a quella dell’amministrazione speciale operata dalla Cina, abbia messo in scena una storia bellissima, un racconto di sogni e ribellioni ambientato nei reali quartieri malfamati dove scorrazzano dei “ragazzi di vita” di pasoliniana memoria, solo un quarantennio dopo in un altro continente.

Gente povera che non va a scuola, addestrata a compiere piccoli furti, a spacciare, a minacciare, massacrare di botte o uccidere al soldo del primo affidabile offerente, mentre la polizia pare non esistere, lasciando che le rivalità, le vendette a sangue freddo si consumino fra le “triadi” delle borgate.

Un giorno una ragazzina si getta da un palazzone, accanto al suo corpo esanime una lettera insanguinata. Raccoglie il messaggio Sylvester il ritardato (Wenders Li), protetto del nostro protagonista To Autumn Moon (lo scattante Sam Lee, al suo primo ruolo da adulto dopo una breve parentesi infantile), il quale una volta lettone il contenuto comincia a sognare la defunta Susan e a… bagnarsi per lei.

Le provocazioni aumentano quando, eseguendo la propria attività di recupero crediti, arriva alla casa di una signora gravemente indebitata la cui figlia Ah Ping (Neiky Yim) lascia un segno indelebile nel cuore del gagliardo esattore.

Made in Hong Kong di Fruit Chan

Se Sylvester, di volta in volta che la ragazza esce coi due, dimostra la sua eccitazione soffrendo d’incontrollabile epistassi, Moon se ne innamora sinceramente, comincia a sentirsi cambiato nel profondo, arrivando a scoprire un’innata gentilezza rimasta muta per anni, sentimento che si rispecchia nel rispetto nutrito verso il corpo di lei, un vero onore vista la politica sessuale imperante fra i coetanei, e ancor più nella volontà di donarle il proprio rene per salvarla da un cancro incurabile.

L’originalità dell’approccio emozionale e stilistico al soggetto permette a Chan di muoversi con agilità e grande prestanza immaginifica nella costituzione progressiva della vicenda in sé come nella costruzione vera e propria delle sequenze: da un lato infatti è resa incredibilmente tangibile l’energia prorompente degli adolescenti e giovani adulti, la loro impertinenza e volgarità, ma anche la genuinità che sperimentano nel sognare un futuro diverso (ed è qui che il ragazzo sicuro e baldanzoso, presentatosi a più riprese autonomamente agli spettatori durante l’intera durata dell’opera, viene illuminato nel suo lato vulnerabile, quello cosciente di non avere uno spazio autentico nel mondo, specie dal momento in cui persino la madre lo abbandona), oltre alla naturale grazia che emerge d’istinto nelle manifestazioni d’attrazione erotica.

D’altro canto, la messinscena e l’intreccio che ci vengono proposti non lasciano certo indifferenti per la loro autoriale spigliatezza, cui è sotteso l’entusiasmo dilagante promosso dalla sceneggiatura mai piana e dalle performance in tutto vicine al sentire comune (basti pensare, fra tutte, al piccolo gioiello poetico che si dimostra essere la scena al cimitero), nonché l’impronta decisa applicata dal regista nella creazione degli spazi scenici (il dinamismo delle macchine da presa), dei tempi narrativi (l’ampio ricorso al ralenti), nella combinazione di entrambe le componenti (la sovrapposizione di dialoghi e inquadrature aliene).

Made in Hong Kong di Fruit Chan

È ancora lo stesso Chan a svicolare, con lo pseudonimo di Sam-Fat Tin, fra i tagli di un montaggio ardito e personalissimo che contribuisce a mantenere vivissima l’attenzione sullo schermo, illuminato da una fotografia pastosa posta a evocare il calore del luogo, la focosità del sangue che scorre, e pure indirettamente, assieme alla scarsa qualità del sonoro, lo status che contraddistingue “Made in Hong Kong” quale prezioso prodotto d’artigianato, reliquia oggi condotta al suo fascino originario.

Dimostrando di non dimenticare affatto l’ineluttabile tragicità del reale, che finisce per impossessarsi di tutto e tutti, l’autore conquista in pieno diritto la platea, alla maniera in cui possono esserci riusciti occupandosi d’altri generi, con altri mezzi e cast di opposta natura un Quentin Tarantino o uno Xavier Dolan.

 

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FEFF 2017: Sezione Competition – “I Am Not Madame Bovary” di Feng Xiaogang

Udine. Siamo giunti a metà FEFF19, martedì è il giorno in cui si consegna il Gelso d’oro alla leggenda omaggiata quest’anno: trattasi di Feng Xiaogang, incensato da scroscianti applausi, in concorso col capitolo più recente della sua nutrita filmografia che Oubliette Magazine web media partner dell’evento di certo non poteva trascurare.

I Am Not Madame Bovary di Feng Xiaogang

Al pari delle grandi opere della letteratura mondiale, I Am Not Madame Bovary” si rivela un capolavoro metaforico che per parlare dei peccati della contemporaneità prende le sembianze di una vicenda esemplare, strutturata in maniera da marciare alla perfezione anche ponendosi al di sopra di ogni contestualizzazione (e, si badi, è possibile contestualizzare l’intera faccenda con la medesima agilità, specie evidenziandone le motivazioni socioculturali più intestine).

Partorito dalla mente prodigiosa dello scrittore e sceneggiatore Liu Zhenyun, penna satirica dall’ineffabile eleganza, non a caso infatti bersagliato della censura ma uscitone trionfante, il film propone una “quotidianizzazione” dell’istanza poetica, un trattamento ossia di altissimo profilo rivolto ad una storia sorprendentemente vicina alle piccolezze dell’esistenza.

Da un minuscolo caso di divorzio, presentato dalla petulante campagnola Li Xueilian (affidata ad una Fan Bingbing in stato di grazia), decisa a intentare una querela contro il marito Qin dopo aver scoperto di essere stata tradita e per di più apostrofata “Pan Jinlian”, cioè “donna di facili costumi”, ne esce infatti un’azione legale dal decennale decorso.

Alimentata dalle via via sempre più note e invadenti insistenze della nostra antieroina, questa lotta sconfortante riesce a raggiunge i piani alti mettendo a rischio la reputazione di giudici, sindaci, presidenti vari e persino, divenuta oggetto di dibattito all’Assemblea Nazionale del Popolo, l’immagine pubblica di un intero Paese, la Cina, impegnato in una lenta riforma dei rapporti tra il potere legalmente incaricato di rappresentare le esigenze del popolo e il popolo stesso lasciato inascoltato.

Ciò che all’apparenza suona come un accanimento insensato, di chi non ha “niente di meglio da fare” e dà credito più alla mutezza di una vacca che ai consigli dei parenti e degli esperti, trova la sua spiegazione più semplice, chiara e scioccante solo poche battute prima della conclusione, cui qui non si accennerà in alcun modo per non svilire la preziosità della scoperta attuabile da parte di ogni appassionato.

Quel che non si può tacere è piuttosto l’eccezionale valore acquisito dall’opera nella sua integrità, commedia resa dramma dalla scrupolosità con cui la si imbastisce, quasi da narrazione epica parodiata, dramma reso commedia dalla leggerezza con cui la si farcisce, incarnata dalle assurde agitazioni del gran numero di funzionari e annessi delegati deputati alla sorveglianza di Li.

I Am Not Madame Bovary di Feng Xiaogang

Quella che Xiaogang ci offre è poi un’indimenticabile lezione sullo studio della forma audiovisiva, qui più che altrove armonizzata frame by frame, stricto sensu geometrizzata (sin dal principio e per tutta la durata del lungo siamo invitati a fissare lo sguardo su una finestra circolare, che diviene un quadrato durante le trasferte a Pechino e wide-screen solamente in coda), magistralmente fotografata, corredata di musiche impossibili da trascurare nella loro ecletticità e pure mai disturbanti, sempre funzionali invero ad un arricchimento della materia proposta.

Ad ora l’ultima prova dello Steven Spielberg asiatico, così definito per la sua capacità di raggiungere risultati eccelsi soddisfacendo sia le stratificazioni del pubblico che le falangi della critica, scalati gli esigenti Asian Film Awards (tre le statuette conquistate, fra cui quella per il miglior film), riceve ancora diffusamente valutazioni mitiganti che a dirla tutta suonano affatto inammissibili.

I Am Not Madame Bovary” non può essere semplicemente un “buon film”, dal momento che possiede in piena liceità l’autorevolezza di elevarsi con grazia e benevolenza oltre le nostre congelate facoltà di giudizio, ammaestrandoci alla qualità illuminante e incantatrice che realizzazioni come quella presente sanno ancora manifestare.

 

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Written by Raffaele Lazzaroni

 

 

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FEFF 2017: Sezione Competition – “The Last Princess” di Hur Jin-ho

Udine. Come accaduto per il notevole “Assassination” di Choi Dong-hoon, presentato allo scorso Far East Film Festival, l’occupazione nipponica dei territori occidentali oltre il Mar del Giappone ben si presta alla realizzazione di un nuovo biopic in grande stile, cavallo di battaglia distintivo del cinema sud-coreano.

The Last Princess di Hur Jin-ho

Dalla sua posizione di web media partner, Oubliette Magazine non poteva lasciarsi sfuggire la più recente fatica di Hur Jin-ho, quel “The Last Princess” che rende omaggio, illustrandone fioritura, imprese e decaduta, all’ultima principessa del regno di Corea Deok-hye, oggi ai più sconosciuta a motivo di un complotto politico che sul nascere degli anni ’30 ne ha smorzato irrimediabilmente il favore fra i sudditi.

Come consuetudine, la ricostruzione storica curata dai cineasti dell’est non può invidiare alcuna prova hollywoodiana in termini di credibilità scenica e drammaturgica: lo sfortunato destino che la figlia del re è stata costretta ad affrontare, abbandonare cioè l’amata dimora natale in seguito all’avvelenamento mai denunciato del padre, già da tempo esautorato da ogni potere esecutivo, per essere lentamente assorbita dalla palude aristocratica nemica, caldamente sostenuta dall’odioso ministro Han Taek-soo, viene esposto col pathos adatto a far emergere il lancinante dolore che ne deriva, acuito nell’animo della protagonista dalla separazione dalla madre e dalla dama di compagnia ancora viventi, nonché dal proprio popolo convertito con sempre maggior sconsideratezza in forza lavoro, privo di alcun diritto.

Istituito col pubblico un patto di plausibilità circa la manifesta inaffidabilità storica, evidenziata in testa dagli autori stessi, l’opera può procedere con maestosità soffermandosi da un lato sulla storia d’amore mancata fra la principessa e l’amico d’infanzia Jang-han, più avanti nei decenni primo responsabile del rientro in patria di Sua Altezza ingiustamente esiliata, ma soprattutto dall’altro sui piani terroristici promossi dal movimento indipendentista che han coinvolto lo stesso Jang-han e Deok-hye, vicenda che autorizza rocambolesche sequenze di fughe e scontri a fuoco.

The Last Princess di Hur Jin-ho

Rischiano di spezzare l’ampio respiro del lungometraggio solo qualche inflessione romantica di troppo (le commozioni di maniera, magari chini su un corpo che sta per rendere l’anima), qualche sacrificabile forzatura di soggetto (specie nei già accennati atti più turbolenti), oltre ad una lunga coda narrativa eccessivamente frammentata (che tende a incartarsi quindi in un susseguirsi di falsi finali).

Nel complesso infatti in “The Last Princess” si riconosce un’avvincente spettacolo in costume, diretto con rassicurante linearità e senso di grandezza, imprescindibile chiave del successo per simili progetti (la realizzazione è in effetti stata ben ricompensata al botteghino), e interpretato con polso e sensibilità, specialmente da Son Ye-jin, attrice regale nominata al suo primo Asian Award.

 

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FEFF 2017: Sezione Documentari – “Mifune – The Last Samurai” di Steven Okazaki

Udine. Fra i tre documentari presentati al 19esimo Far East Film Festival nella sezione dedicata, anch’essa assaggiata da Oubliette Magazine web media partner, senza dubbio spicca il settimo lungo per il grande schermo (in versione director’s cut) firmato da Steven Okazaki, nominato in passato quattro volte all’Oscar e risultato vincitore nel 1991, candidato al Festival di Venezia del 2015 per il premio al miglior documentario sul cinema proprio grazie a “Mifune – The Last Samurai”.

Mifune – The Last Samurai di Steven Okazaki

È il ritratto onesto e comprensivo di uno dei volti più iconici dell’età aurea del cinema giapponese, Toshirō Mifune, dall’esordio nel 1947 ai grandi successi ottenuti con la Toho (quella di “Godzilla”) e in particolare coll’adorato mentore Akira Kurosawa (coppia fortunata dal 1948 al 1965), dalla delocalizzazione oltreoceano avvenuta sull’onda degli apprezzamenti stranieri alle crisi affettive e al conseguente annebbiamento della conquistata popolarità in patria, fino all’ultima apparizione nel 1995.

“L’angelo ubriaco”, “Cane randagio”, “Rashômon”, “Scandalo”, “L’idiota”, “I sette samurai”, “Il trono di sangue”, “Bassifondi”, “La fortezza nascosta”, “I cattivi dormono in pace”, “La sfida del samurai”, “Sanjuro”, “Anatomia di un rapimento”, “Barbarossa”: sono i titoli che meglio si ricordano quando ci si riferisce a quest’artista unico ed inimitabile, diamante grezzo “partorito direttamente dalla Terra”, energico come pochi davanti le cineprese, intrepido ogni qual volta si presentasse l’occasione di mettere in scena una lotta pericolosa.

Specialità predilette i combattimenti con la spada (chanbara), genere che affonda le proprie radici, come puntualmente indicato in testa all’opera, nella preistoria del cinema nipponico, inizialmente simile a una danza giocosa, successivamente, ai tempi dei grandi successi del nostro, più crudo e realistico, persino rivoluzionario in certi felici contesti.

Al di là delle indubbie doti fisiche, che non hanno tardato ad imporlo al centro dell’attenzione mediale, rendendolo un’autentica celebrità in grado di allargare la propria influenza anche oltreconfine (senza la sua prestanza scenica “Per un pugno di dollari” piuttosto che “Star Wars” non li avremmo conosciuti così come ci si presentano), una volta tornato più salvo che sano dal fronte Mifune ha sviluppato un’invidiabile vena umoristica, tagliente e composta, ulteriore elemento distintivo dentro e fuori dal set.

Mifune – The Last Samurai di Steven Okazaki

Sorprende, attraverso le ricche testimonianze dei familiari, dei collaboratori, anche di critici e guest star del calibro di Steven Spielberg e Martin Scorsese, entrambi entusiasti fin da giovani approcciandosi alle pellicole dove figurava il divo, scoprire che questo in principio non fosse affatto interessato alla recitazione, quanto piuttosto ad assicurarsi un’occupazione nel deserto del secondo dopoguerra, incarico divenuto di lì a qualche anno a dir poco oberante da un lato, dall’altro credenziale d’accesso all’accattivante mondo delle automobili, cui facevano da contraltare fiumi di sakè.

Senza mai perdere in lucidità, spigliato nei toni anche grazie alla narrazione affidata a una voce d’eccezione come quella di Keanu Reeves (da poco, lo ricordiamo, resuscitato grazie alle scoppiettanti disavventure di John Wick, più che di “47 Ronin”), il lavoro di Okazaki fluisce piacevolmente riposizionando i riflettori sull’unico professionista cui Kurosawa permettesse di improvvisare, fonte di ispirazione per quanti ci lavorassero a stretto contatto (maestro perfezionista compreso, sorta di Fellini dipendente dal suo Rota-musa ispiratrice) e ancor oggi affettuosamente ricordato come una delle leggende ribelli della settima arte.

 

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FEFF 2017: Sezione Competition – “Dearest Sister” di Mattie Do

Alle 24.40, come ultima proiezione dei lunedì 24 aprile, veniva presentato il primo film in concorso a Udine prodotto nel Laos, nazione dalle radissime forze creative in campo cinematografico (una cinquantina circa, dal 1956 ad oggi, le realizzazioni registrate nell’IMDb).

Dearest Sister di Mattie Do

Presenziava Mattie Do, unica e maggiore regista laotiana della storia, tipetto energico, di quelli che piacciono all’Oubliette Magazine web media partner, realmente stupita nell’ammirare gremito il Teatro Nuovo, nonostante l’orario proibitivo.

Come “Chantaly” (2012), sua opera prima, Dearest Sister” (letteralmente “Sorella Carissima”) è generalmente classificato come horror, ma a ben vedere si tratta di una soluzione sbrigativa ed insoddisfacente.

Difficile applicare un’etichetta simile ad una vicenda che si concentra più che altro sul morboso rapporto instaurato fra due sorelle adolescenti, la povera Nok proveniente da un cencioso villaggio, sostenuta dalla speranza di guadagnare qualcosa per sé e per la propria famiglia, e l’agiata Ana residente in una grande villa di città, sposata ad un adulto bianco vessato dal fallimento imminente dell’impresa che co-gestisce.

Recando la prima i servigi richiesti dalla seconda, fortemente debilitata dalla condizione di ipovedente, non tarda ad accorgersi che quando “la padrona si fa male”, come cicala l’arcigna donna di servizio in costante comunella col giardiniere, in realtà tenta di difendersi dai fantasmi che la visitano nottetempo, riducendola in uno stato di trance durante il quale ella pronuncia tre numeri in serie.

Quando Nok comincia a vincere ingenti somme alla lotteria nazionale usando proprio le cifre che sente da Ana, lo spirito servizievole con cui era entrata nell’angusta dimora comincia a svanire. Un dramma perciò, con qualche oscura velatura.

Volendo per una volta trascendere le consuetudini tassonomiche, si riesce ad apprezzare l’autentica peculiarità di “Dearest Sister”, circolato finora in 11 diversi Paesi compresa l’Estonia, coproduttrice al fianco della Francia.

Dearest Sister di Mattie Do

Un prodotto disorientante di minuto in minuto grazie al pressoché ubiquo ricorso ai dialoghi, sempre modulati per minime variazioni, alla marcata insistenza sulle riprese in primo piano, alla regolazione mai statica del fuoco all’interno dell’inquadratura, artifizi retorici che dettano un angolo di visibilità assai ristretto, in tal modo suscettibile delle minacciose irruzioni del fuori campo.

L’obiettivo non è evidentemente fomentare il terrore, data anche la discreta presenza di apparizioni ectoplasmatiche, quanto piuttosto contribuire all’assetto di un’atmosfera straniante tutta procacciata ricavandone l’essenza da ambienti ostili, siano essi il tetro arredamento domestico o il profilo magro e sospetto di Nok, il malfermo rapporto fra Ana e il marito o lo sguardo malato della fantesca.

Mattie Do trionfa nello stimolare una percezione di insalubrità, seducendo l’occhio attraverso le attenzioni riservate all’evocativa fotografia, inducendo una naturale curiosità nei confronti di un concept solo all’apparenza lineare ed esplorato in lungo e in largo.

 

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