“Limbo” di Soi Cheang: Far East Film Festival 2021, Sezione Competition

Il secondo film hongkonghese selezionato da Oubliette Magazine in questa 23esima edizione del Far East Film Festival di Udine non è stato ancora distribuito in patria e fino a ieri era apparso in una sola vetrina di rilevanza internazionale, ossia il Festival di Berlino (tenutosi in forma esclusivamente virtuale lo scorso marzo).

Limbo di Soi Cheang
Limbo di Soi Cheang

Si tratta di un’amara constatazione, visto l’alto profilo che contraddistingue “Limbo”, thriller nerissimo di Soi Cheang, autore avvezzo specialmente all’action (vale a tal proposito ricordare almeno la trilogia di “The Monkey King”, prossima a espandersi in una tetralogia), ma già misuratosi con il genere in questione (“Accident” era in concorso per il Leone d’oro nel 2009).

Il teatro degli eventi è il cuore profondo della città, intendendo per esso i sobborghi, i vicoli, le case popolari sostanzialmente invisibili ai quartieri bene; in queste aree malfamate si aggira un criminale che non sembra preoccuparsi di occultare le prove delle sue efferatezze, nello specifico arti femminili mutilati ricorrendo a un rozzo oggetto spuntato e rinvenuti in mezzo al pattume.

Del caso si occupano in particolare l’agente Cham (Lam Ka-tung) e il suo nuovo giovane capo, Will (Mason Lee): collaborando, i due si riconoscono reciprocamente temperamenti differenti e metodi operativi contrastanti, ma l’inferno in cui si apprestano a discendere (da un “limbo” più o meno consueto è assai facile precipitare) li avvicinerà oltre le aspettative, mettendone in discussione ben più dei codici procedurali.

Soffermarsi sui pregi di questo nuovo incubo metropolitano richiede la messa in evidenza di almeno due elementi chiave: l’intreccio e lo stile registico. In un microcosmo suburbano dove tra le vittime si annoverano squillo, tossiche, clandestine o ex detenute, tutte figure accomunate dall’essere emarginate sociali, gioca infatti un ruolo di primordine il personaggio di Wong (Cya Liu), ladruncola destinata a subire ogni sorta di sopruso dalla gang che tradisce, dalla polizia con cui è costretta a collaborare e, infine, persino dall’anonimo ricercato.

Il legame con le forze dell’ordine, di natura anzitutto privata, è dovuto al fatto che la donna, anni addietro, si è resa responsabile dell’incidente automobilistico che ha costretto la moglie di Cham a un letto d’ospedale, uccidendone il figlio che cresceva in grembo; la fabula si arricchisce stringendo la sventurata nelle morse non solo dell’ira di Cham, incapace di perdonarla una volta rilasciata per buona condotta, ma anche del desiderio di vendetta che anima i colleghi di lei impegnati in attività illecite che vanno dal contrabbando alla produzione di carte di credito false, dallo spaccio al gioco d’azzardo, sino al furto di automobili.

A convincere pienamente in questo frangente è quindi l’avvilupparsi delle indagini sul femminicida e della fuga senza posa di Wong, certo di carattere precipuamente narrativo ma anche fisico in senso stretto, realizzantesi cioè nell’oscura babele di cul-de-sac che costituisce il perimetro maleodorante entro cui agisce indisturbato un mostro perverso e inafferrabile.

Limbo di Soi Cheang
Limbo di Soi Cheang

L’unica traccia ricorrente che quest’ultimo non può dissimulare è in effetti un’impronta olfattiva, un ripugnante fetore di spazzatura il quale però, alle narici di Cham, risulta caratteristico e inconfondibile, quasi “catalogabile”. Il che porta all’insistenza con cui Cheang letteralmente riempie lo schermo di monnezza, dimostrando una perseveranza che giunge alle porte della sinestesia, come se, nauseati da tanta sporcizia, gli spettatori riuscissero ad avvertirne l’olezzo.

La messinscena prevede numerosi, scioccanti primi piani, ma sono le riprese dall’alto a permettere il completo delinearsi di un quadro di sconcertante desolazione, un sudicio labirinto in cui gli intrepidi finiscono per smarrirsi e i perseguitati si sentono soffocare, rifiuti umani inghiottiti da altri rifiuti al punto di esserne celati, sfumati in un bianco e nero che rende ancora più ardua la lettura delle immagini e sinistra l’ambientazione.

Gli unici difetti che insidiano “Limbo” nascono in seno alla miglior violenza visiva assicurata dalle scene di inseguimento, colluttazione e tortura, ovvero, più precisamente, qualora la drammatizzazione di eventi già di per sé atroci superi il limite di guardia (e si tratta di un neo ancora più fastidioso nel momento in cui ci si lascia sedurre dal generale autocontrollo di Cheang) o vada a coinvolgere sequenze di raccordo che non necessiterebbero di esagerate acutizzazioni.

Voto al film: 

 

 

Written by Raffaele Lazzaroni

 

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