Erbacce urbane di Stefano Sturloni: guida all’incontro con la piccola flora di strada
Stefano Sturloni è l’autore di “Erbacce urbane”, sequel, si fa per dire, di “Lasciate che vi parli di foglie”, uscito un paio di estati fa.

Stefano è un atelierista che lavora, in collaborazione coi docenti, nei servizi educativi per l’infanzia, valorizzando la creatività e i 100 linguaggi dei bambini, che a volte sono 101, 102, 103 etc. Stefano è un fotografo. Stefano è un illustratore. Stefano è un narratore. Stefano è un botanico. Stefano è uno speleologo. Stefano è uno studioso. È un laureato? Penso di sì. Ma sono fatti suoi! Di uno stolto, si dice che an sà nè dîr nè taşèir. Stefano sa dire, sa tacere, sa parlare allorché serve. Assistendo alla presentazione di Erbacce urbane, avvenuta il 14 agosto 2026 presso il presidio Salviamo il Bosco Ospizio (storia terribile, che tacerò), fin dall’inizio ammise che non si ricordava più cosa doveva dire. In realtà lo sapeva, ma temeva di non riuscire a illustrare all’uditorio quanto avrebbe dovuto. Chi sa fare le cose mai ignora quanto sia duro farle. A me capita quando scrivo le mie piolate. Se uno è certo di sapere perfettamente quanto sta facendo, vuol dire che ignora la propria ignoranza. Il taciturno Stefano, nelle sue performance, mi colpisce per la verve, la capacità di utilizzare le parole (verba), il viso e l’oblungo corpo. Stefano è un uomo che fa spettacolo. Stefano è Stefano, mio omonimo.
Letto l’Indice, la Prefazione di Monica Guerra e la Presentazione di Alessandro Alessandrini, faccio 1-2-3 passi indietro, mirando al sottotitolo: Guida all’incontro con la piccola flora di strada. Le prime 55 pagine sono di tipo narrativo: l’autore parla dell’approccio esistenziale al tema trattato. È all’in circa un’autobiografia, a cui s’agganciano frasi del tipo: “… l’essere in viaggio già di per sé è destinazione…” – il de-stino non è mica il fato, ma è uno slittare da qui a lì e poi là, riservandosi il diritto di tornare qui lì, là, e, nel caso, altrove. L’autobiografia è condita con delle Finzioni borgesiane, che recano un certo sapore: “… non è un resoconto sistematico di quanto sta fuori, ma, al contrario, una sollecitazione a uscire per dar respiro all’esplorazione, alla ricerca…” – Quando, pochi giorni dopo, dissi a Stefano qualcosa in merito alla mia lettura, egli m’avvertì che non aveva senso farla in toto, ma a campione! Già il campione è lui, al massimo io sono uno dei gregari che s’aggregano, un imenottero che, alla ricerca del nettare, sparge per caso (e per necessità, aggiungerebbe Jacques Monod) il polline. Stefano considera lo scritto “un indirizzario dedicato allo sguardo, all’osservazione…” – ma forse ignora il fatto che, già all’asilo, prefiguravo le mie future evasioni scolastiche.
“I bambini, lo sappiamo, mostrano una grande passione per tutto ciò che ha qualcosa di raccapricciante…” – a otto anni catturavo le cetonie dorate e le infilzavo con uno spillo in un cartone. E non ho ancora superato i mei complessi di colpa. Un po’ di responsabilità è dell’amato padre che mi conduceva di domenica in centro, al Museo Spallanzani. Non credo che andrò all’inferno per tutto ciò, ché sto pagando la pena a rate, giornalmente. Mi mancava (allora, ancora) la “cautela” di cui dici tu, Stefano: la “sana spinta a conoscere, a toccare, a interrogare…” – e non mi sono mai sentito del tutto guarito dalla voglia di ca(r)pire il mondo, per cui, talvolta, lo storpio un po’.
Occorre “… farsi esploratori anche di questi ricettacoli di vita…” – anche! Non ricercare sempre e solo i miracoli evidenti, ma pure quelli celati. Talvolta m’immagino che Socrate stia ad ascoltarmi e che mentalmente prenda nota delle mie scemenze. Non c’è nulla di male a essere un’erbaccia: l’importante è esserne consapevoli. Mamma, per ridere (per educarmi all’umiltà) mi diceva: Bèl se’t fóss! In ognuno di noi è covata la bellezza: la propria, che è il tramite che ti reca verso l’altrui candore. Je est un autre! – ma smettila, mio assurdo io, di citare ogni volta Rimbaud!
A pagina 51 de “Erbacce urbane” nomini il mio (di tutti!) Edward O. Wilson: mi manca il suo sguardo attento. Chissà se ce l’ha pure oggi, che è Colà.
A pagina 58 inizia l’Indice delle specie trattate, in ordine alfabetico secondo la relativa Famiglia: che è come dire a quale tribù appartiene la singola erbaccia.
Poi, su sfondo verde, è indicata la specie, prima in italiano e poi in latino, come insegnò Linneo. Poi tocca alla frequenza temporale: annua, bienne o perenne. Sotto, è indicato l’étymos (= lo studio autentico) del nome, che riserva spesso delle sorprese. Talvolta segue un esergo (tipo: un pensiero di Esopo, o di Mancuso, Stefano pure lui, neuroscienziato, e non Vito, psicoteologo: non so che intendo dire).
Scopro poi che l’amaranto comune “produce di norma 200.000 semi” – come i numi iperprolifici narrati in Ka da Roberto Calasso, anzi, molti di più. Che la socialità non sia un’invenzione umana, bensì assai più atavica (ché noi tutti, compresi i carnivori reggenti, veniamo dalle piante, ove abbiamo dimorato per alcuni mezzi eoni) è comprovato a pagina 66: “… in mezzo ad alcune centinaia di candidi fiori, ce n’è uno o più di colore vinaceo”: e che ci faccia lì è un fatto che mi sgomenta. Si sacrifica, direbbe Pietro Micca. Essendo un educatore mai ti mancano, Stefano, i punti esclamativi. La mia opinione è che? eh! siano gemelli separati alla nascita: secondo me anche tu hai riscontrato che ai bimbi sfagiolano di continuo dall’uno all’altro. E scrivi: “Se uscendo da un incolto ci ritroviamo i pantaloni pieni di piccoli frutti impertinenti è colpa loro!” – a cui dovrebbe seguire un punto interrogativo, del tipo: è mai possibile!?
Il testo è zeppo di lemmi sconosciuti: “ligule”, “corimbo”, “brattee” etc: il che mi fa svolazzare di continuo su linea, a volte senza esito, finché qualcuno, dalla regia, non m’avvisa che c’è il Glossario Essenziale, alla fine del tomo. Grazie, Steve!?
Mi piacerebbe che il teologo Vito mi svelasse i termini “deiscente” e “indeiscente” – anche se il senso è meno trascendente di quel che appare a prima vista. Partendo dal nome della “Nappola orientale”, spari una sturlonata che riesco, seppur a fatica, ad apprezzare: “… le piante non hanno passaporto e questa si è naturalizzata in tutto il territorio nazionale…” – alla faccia del bicarbonato di sodio (cit. Totò)!?
Una cosa scopro e te ne sono grato: soffione non è una specie unica ma una modalità di esistere, di esibirsi, in taluni periodi della vita: basta leggere il tuo tomone e lo si capisce un po’. Sappi che, camminando, io ne piglio a calci in quantità industriale, e con una discreta grazia: così diffondo la loro razza. Che sia un Nume Calciante, a volte!?
All’improvviso ho un crampo mentale: ecco perché si dice albero genealogico!? Lasciamo perdere!?
Se ti rechi, Maestro Atelierista, in località Pixuntum, ti trovi di fronte (nel retro di una casetta in collina, che non sarebbe spiaciuta a Cesare Pavese) un ulivo cilentano alto diversi metri che, si dice, sia coevo del Bernini. Ma quanti ne avrà visti di zurieddi, picciotti e putîn!?
Cambio argomento. Ti narro una mia idiozia (!?): leggo il titolo col nome della o delle specie trattate nella pagina pari, l’etimo, poi passo alla pagina dispari, quella con le imago e le note; poi di nuovo alla dispari, per il resto del testo. Sono uso segnare con un ⁎ (più la data) alla fine d’ogni lettura giornaliera. Un quesito tuttora insoluto è: dov’è corretto inserirla!? Poiché la giustizia non è di questo mondo, scelgo ogni volta io. E non dico altro, che ce ne sarebbe un tot (di paranoie)!?
Il Capodanno del ‘72 (ai tempi che leggevo Capitan Miki) iniziai a ingurgitare tutti i fascicoli de Nel Meraviglioso mondo degli animali della Curcio. Finii di divorare l’opera il San Silvestro del ‘74: c’è chi (io!?) insinua che siano date messe a caso (da me!?). Tutto ciò per farti sapere che sono un lettore seriale e sistematico che non teme autore alcuno, manco Ludwig Wittgenstein, che tu nomini non ricordo in quale pagina.
Che geranio derivi da ghéranos non mi stupisce affatto, finché non leggo il significato greco (!?). A un certo punto (pagina 198 de “Erbacce urbane”) scrivi: “Specie commestibile e officinale, meriterebbe molte parole che lasciamo alle ricerche dei lettori.” – chissà!?
Di un’altra, 6 paginette dopo, scrivi: “Tante altre se ne potrebbero dire!” – a cui aggiungerei un?
Ogni tanto, per esempio con la Celidonia, narri delle dicerie che riguardano certe piante, alcune vere, altre chissà (!?) altre forse no (!?). La mente umana, se non sbanda, non è affatto normale!?
Mi stupisce poi ‘sta Poa bulbosa, quando la definisci “pseudo-vivipara” – e dato che ogni scrittore un po’ pseudo lo è sempre – sempre Jorge Luis Borges docet – mi sento di dire che la notizia, apparentemente banale (così la definirebbe Salvatore Patriarca), legittima la lettura del tomaccio!?
Ti chiedi: “… e l’eleganza delle sue infiorescenze l’abbiamo mai notata? Due righe non le meritano?” – stai parlando della Gramigna rampicante – alias: Cynodon dactylon (e spieghi che: kion è cane; daktilon dito) – la risposta è sì!? Poche pagine dopo, a proposito dell’Orzo selvatico, detto, è ovvio: Orzo forasacco; riesci a stupire l’uditorio (infantile: me), scrivendo che: “… ogni tentativo di estrarla la farà penetrare ulteriormente. Stringete una spiga tra i palmi e muovete appena le mani…” – per cui la lestofante: “… ne uscirà dopo pochi passi, trovando per suo conto la direzione di uscita.” – piccola, tenera Papilloncina!? Je t’aime… moi non plus!?
Magico è quanto narri della variante oraria della Porcellana comune – Portulaca oleracea – ma di tutto ciò non spiffererò un tubo, e non so manco se in quel di Cabras capiranno!?
E nemmeno del pelo tetra-cellulare che mangia la torta in testa al tri-cellulare (del centocchio, ovvio!?, ma non dico quale perché forse non l’ho manco capito: scherzo!?).

Secondo te, è buono l’erbazzone fatto con l’Urtica dioica!? Lo facciamo preparare al tuo cognatino (quello che s’appella Franco)!? Mo’ glielo chiedo, appena lo vedo!?
Una demenza bi-p(i)olare per chiudere in bruttezza. Quando mamma, per ragioni varie, non era più in grado di curare l’orto, m’assunsi personalmente quel compito, quel burden, direbbe quel tale.
A me piaceva falciare, vangare e zappare. Odiavo, invece, levare le erbacce che, precise come dito nel…, ricrescevano!? Per cui il mio orto divenne oggetto di sarcasmi da parte di due anzianotte limitrofe. Di quei tempi ricordo la mia furia omicida, allorché eliminavo con gusto quelle erbettone, alcune alte un metro, altre quasi due. Ma, dentro di me, sigavo (= piangevo in arşân) come un ratto da fogna, e dicevo loro (mentalmente, tanto la mia lingua mica la capivano, il pensiero forse sì): ce ne saranno di erbacce che non ci sarò io!? Non temete: presto ricrescerete!?
Infatti… Infatti, se ci passi, sono ancora là… più alte e più belle che pria!? – citato Ettore Petrolini.
Ho concluso (?!): ogni tanto è meglio cambiare l’ordine degli addendi!? Che ne dici?!
Written by Stefano Pioli
Bibliografia
Stefano Sturloni, Erbacce urbane, Edizioni Junior, 2026
