Vincitori e finalisti del Contest letterario “Cronache in versi”
“[…] La prima cosa che compresi di Dalia/ fu che amarla rappresentava una sfida./ Ogni finezza espressiva che le solcava il viso,/ era al contempo pura bellezza, conforto materno, sensualità/ e una forma di severità che invitava a crescere,/ a maturare, a coltivare l’audacia ed a liberarsi dalla paura./ Ma quella severità non induriva i lineamenti./ Poiché nasceva dal cuore,/ si confondeva con la sua immensurabile tenerezza./ […]” ‒ “L’insidia”

Si è conclusa il 23 agosto 2026, a mezzanotte, la possibilità di partecipare al Contest letterario “Cronache in versi” promosso da Oubliette Magazine, dall’autore Fabio Soricone e dalla casa editrice Tomarchio Editore.
La giuria del contest “Cronache in versi” (Alessia Mocci, Fabio Soricone, Franco Carta, Carolina Colombi, Antonietta Fragnito, Giovanna Fracassi, ed Aldo Turnu) ha decretato i 14 finalisti dai quali sono stati selezionati i quattro vincitori.
Il premio per ciascuno dei vincitori consiste nell’invio di una copia di “Cronache in versi” di Fabio Soricone, libro edito a marzo 2026 da Tomarchio Editore.
Oggi, vi presentiamo tutti i finalisti ed i quattro vincitori ex aequo del Contest “Cronache in versi”. I finalisti ed i vincitori riceveranno un attestato personalizzato di riconoscimento di merito ed uno sconto del 50% su tutto il catalogo di Tomarchio Editore (Leggi di più – Spendi di meno).
Tutte le opere partecipanti al Contest letterario “Cronache in versi” possono essere lette cliccando QUI.
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Opere finaliste Sezione A (Poesia)
“La foglia” di Anna Lucia Stola
“Fammi vino” di Antonio Dentice d’Accadia
“Nottivaga” di Angela Maria Malatacca
“L’essenza oltre le ombre” di Cinzia Birindelli
“Il labirinto” di Cinzia Panuccio
“Palestina cristiana” di Corry Filomé
“D’Io (apostrofo spigoloso)” di Maurizio Molinari
Opere finaliste Sezione B (Racconto breve)
“FAE” di Cinzia Scolari
“La penna stilografica” di Enrico Ravasio
“Il mio primo volo” di Marco Salvario
“Odisseo, tra Dante e Omèro” di Marco Leonardi
“Nodi nel legno” di Marcella Donagemma
“Il Natale di Alice” di Carla Barbetta
“Fino all’ultimo granello di sabbia” di Gabriella Fortuna
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Opere vincitrici Sezione A (Poesia)
“Fammi vino” di Antonio Dentice d’Accadia
La mia patria è il nome
e il nome è l’ustione
di sentirsi chiamati,
tagliati,
piovuti nel sogno dei morti,
al gioco del pendolo,
arenati
nella lingua dei profeti sopraffatti,
raffreddati a contare la polvere,
a dare un senso ai grani.
Ritornami,
allevami,
poi uccidimi ancora e
calpestato alla sentenza del mosto
fammi vino fortunato
per la santa sete
di chi balla oltre ogni bestemmia,
lì,
nella fessura tra le realtà,
saggia come le primavere
e il fiore di mandorlo.
L’agricoltura di spiragli,
il nocciolo delle possibilità.
La sua musica scarnifica il silenzio,
stupra i nervi al sole dei falò,
dove la vocazione è idrogeno
e lei scintilla.
“Nottivaga” di Angela Maria Malatacca
In quest’ora bruna
la città sfuma i contorni
tra parcheggi semivuoti
e ultimi autobus
con pochi volti dipinti
dietro vetri opachi.
Nottivaga,
fra strade secondarie
di cui ignoro i nomi,
annuso aria randagia
che si fa pelle sulla pelle.
Tutto si dilata nel tempo scalzo
che rotola sui marciapiedi.
Un’esistenza intera sta sul filo
della falce nel cielo,
in equilibrio sopra il sole di domani.
Amo questa pace spaventosa,
questa fragile e ordinaria bellezza
che si abbandona alla dolce morte urbana.
Opere vincitrici Sezione B (Racconto breve)
“Odisseo, tra Dante e Omèro” di Marco Leonardi
Fu un guizzo di fiamma il mio ultimo sguardo a quell’uomo dal naso adunco che si allontanava, vivo in questo mondo di morti.
E sì, fu un felice errore l’ardire di legarmi all’albero della nave, ascoltare le loro voci.
Perché ammaliante è quel canto: ti svuota; e dolcemente in te si incista.
Divenne, nella mia mente, più forte del mugghiar d’onde tra Scilla e Cariddi, più armonioso delle musiche nella reggia di Calipso, che attraverso mille e mille notti più a fondo conoscevo… E fu il suo intimo risuonare a farmi ripartire; Penelope, Itaca e la mia reggia di nuovo abbandonare.
E loro mi aspettavano; là, molto oltre alle colonne d’Ercole.
Là, ai piedi del Grande Monte che forse era il tempestoso Olimpo, o forse non lo era, incastonato in quelle acque ribollenti
Poi, dal nulla, un vortice ci prese, e fu nella sua liquida giostra che il picciol naviglio mio andò a sfasciarsi e lei volle donarmi di quel suo corpo fatto d’onde l’incanto, mentre finalmente-finalmente! – risentivo la sua voce, voce di madre e d’amante, e tremante mi abbandonavo…
Poi il gorgo divenne fiamma, e noi similmente. E fummo una cosa sola.
Lo so, l’ho beffato, quell’uomo dal naso adunco.
Non Diomede guizza fiammeggiante con me: d’altronde, non è questo il luogo degli ingannatori, dei falsari, dei fraudolenti?
E chi più di noi lo è?
“Il Natale di Alice” di Carla Barbetta
Era la sera della Vigilia di Natale; Alice se ne stava al calduccio seduta accanto alla finestra, mentre fuori grossi fiocchi di neve cadevano sulla strada ormai imbiancata. La casa era satura di profumi appetitosi, e le voci allegre della nonna e della mamma risuonavano nella stanza, mentre correvano avanti e indietro dalla cucina alla sala, portando piatti ricolmi di pietanze di ogni genere.
Era la prima volta che trascorrevano il Natale dai nonni, e Alice era davvero felice di quel diversivo. Solitamente erano loro a venire in città, ma sempre il giorno dopo Natale, mai prima, e lei si era spesso chiesta il perché.
«Tradizione» le aveva detto un giorno la nonna con aria misteriosa, «quando sarai abbastanza grande capirai».
Era così curiosa, che prima di partire, aveva cercato di estirpare il segreto alla mamma, ma non c’era stato nulla da fare. «Non voglio toglierti la sorpresa», le aveva detto sorridente, «ma ti piacerà moltissimo ne sono certa.»
E adesso era lì, che si guardava attorno tutta soddisfatta. Nel grande salone era ormai quasi tutto pronto. Il fuoco scoppiettava nel caminetto accanto al grande tavolo apparecchiato con cura. La nonna aveva steso la tovaglia delle feste: rossa e ornata da luccicanti fili dorati. Al centro troneggiava un centrotavola con una candela rossa che profumava di pino, la cui fiamma tremolante dava vita a giochi di luce che si riflettevano sulla tovaglia.
Tutt’intorno, vassoi pieni di golosità profumate riempivano l’aria della stanza invitando i commensali ad accomodarsi. C’era un invitante cappone arrosto circondato da patate dorate e croccanti; alcune fette di prosciutto crudo erano stese su spesse fette di pane nero imburrato, e poi salame, mortadella tagliata fine e salsicce gustose dalle quali saliva un profumo inebriante, mentre nel paiolo, sul focolare, il nonno rimestava la polenta canticchiando allegre melodie natalizie.
Accanto al tavolo imbandito, il carrello dei dolci attendeva, carico di dolci appena sfornati: delizie che profumavano di zucchero e cannella calda, struffoli ricoperti di miele appiccicoso, torrone alle mandorle croccanti e un vassoio pieno di piccole meringhe che più tardi avrebbero tuffato nella cioccolata calda, da gustare rigorosamente accanto al fuoco. Le venne l’acquolina in bocca. Le sembrava impossibile che tutto quel cibo fosse davvero loro.
Finalmente l’andirivieni rallentò, proprio mentre la nonna e la mamma ponevano un gran numero di cuscini e coperte calde sul grande tappeto accanto al fuoco.
«Ecco qua, tutto pronto!» disse la nonna guardandosi attorno soddisfatta. Aveva le guance rosse e i capelli leggermente arruffati e imbiancati dalla farina, le davano un’aria stanca, ma gli occhi erano lucidi e colmi di eccitazione.
«Ora mancano solo gli ospiti» soggiunse la mamma, scambiando uno sguardo di intesa con la nonna.
«Svelta Alice, indossa il tuo cappotto caldo e non dimenticare i guanti di lana, fa freddo là fuori», ridacchiò la nonna.
«Adesso? Ma è Natale!» chiese Alice imbronciata guardando con rimpianto la tavola imbandita.
«Proprio così. Andiamo a festeggiarlo!»
Uscirono per la strada tenendosi per mano. Il sole era ormai tramontato da un pezzo e l’aria era gelida, ma per le vie era tutto un luccicar di luci, festoni natalizi, chiacchiericci e canti. Alice ebbe l’impressione che una gran moltitudine di persone fosse scesa lungo le strade, in piccoli gruppi familiari, seguendo la stessa direzione.
Quando giunsero al vecchio fienile, Alice vide le lanterne che illuminavano la stalla: non c’erano banchi né altari, solo volti e mani intrecciate, abbracci e sorrisi. C’erano il bue e l’asinello, e un bimbo di pochi mesi, tutto imbacuccato, che impersonava il Bambin Gesù. Accanto a lui, i genitori, vestiti come Maria e Giuseppe.
Qualcuno incominciò a cantare piano e altri si unirono. Non era una canzone imparata a memoria, le parole sgorgavano dal cuore e inneggiavano alla nascita del Bambin Gesù. C’era chi ringraziava e chi restava in silenzio, ma non mancavano gli abbracci, le pacche sulle spalle e tutti avevano gli occhi lucidi.
Alice sentì una gioia profonda nel petto: sapeva che quel momento era importante, non c’erano alberi di Natale adornati di luci, ma l’atmosfera era carica di emozioni e amore. Quando la festa finì, la gente si salutò con abbracci e auguri. Poi, piano piano, il gruppo si sciolse e ognuno prese una strada diversa, diretto verso una casa amica.
Le porte si aprivano l’una dopo l’altra e in ogni casa c’era posto per qualcuno in più. Si entrava, ci si augurava Buon Natale, si lasciava un piatto e in cambio se ne riceveva un altro. Nessuno chiedeva da dove venisse il cibo: era di tutti, come la festa. In quel momento comprese perché avevano cucinato così tanto: in quella notte Santa si festeggiava l’amore e tutti erano amici, tutto era famiglia e unità.
Abbracciò la stanza con lo sguardo, colma di gratitudine e in quel momento vide un ragazzino alto e magro. Doveva essere il fratto maggiore del bambinello ma chissà perché non lo aveva notato prima. Indossava un cappotto logoro e striminzito e in testa aveva un cappello che aveva conosciuto tempi migliori. Stava in piedi, accanto alla madre. Sulle labbra aveva un sorriso mentre guardava quanto accadeva con gli occhi grandi e timidi.
Pensò ai nuovi giocattoli che l’attendevano sotto l’albero, avvolti in una bella carta patinata. Aveva atteso tutto l’anno quel momento, ma adesso sentiva che era giusto condividere la gioia che provava con chi era meno fortunato di lei. Senza dir nulla, prese da sotto l’albero il pacchetto più voluminoso e lo porse al bambino che la guardò meravigliato.
«Questo è per te», disse con un sorriso. «Buon Natale!»
Il bambino sorrise, e a quel sorriso ad Alice vennero in mente le parole della mamma: «Vedrai e capirai». Comprese che non parlava di feste, né di tradizioni, ma di qualcosa che scaldava il cuore: la condivisione, la fratellanza, l’amore che si dona senza aspettarsi nulla in cambio.
Da quel giorno, il Natale sarebbe stato diverso per lei, perché sapeva che la gioia più grande nasce dall’aprire il proprio cuore agli altri.
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I vincitori del volume “Cronache in versi” saranno contattati via e-mail per l’invio del premio.
Complimenti ai vincitori, finalisti e partecipanti del Contest “Cronache in versi”.
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