Contest letterario gratuito di poesia e racconto breve “Daltonico Esistenziale”

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“Nel frattempo, ho imparato l’alfabeto del buio./ Carponi, sono gli spigoli del pavimento a suggerirmi la direzione./ Io sto bene d’inverno; la luce mi acceca e quindi è come il buio: non vedo./ D’estate mi muovo da accecato, da infuocato, sono impacciato e con la faccia nella polvere.” ‒ “L’alfabeto del buio”

Daltonico Esistenziale Contest Letterario
Daltonico Esistenziale Contest Letterario

Regolamento Contest “Daltonico Esistenziale”

1. Il Contest letterario gratuito di poesia e racconto breve “Daltonico Esistenziale” è promosso da Oubliette Magazine, dall’autore Stefano Gervasoni e dalla casa editrice Tomarchio Editore. La partecipazione al contest letterario è riservata ai maggiori di 16 anni.

La partecipazione al Contest è gratuita.

Tema libero.

 

2. Articolato in due sezioni:

A. Poesia (limite 100 versi)

B. Racconto breve (limite 1000 parole)

 

3. Per la sezione A si partecipa inserendo la propria poesia sotto forma di commento sotto questo stesso bando (a fine pagina) indicando nome, cognome, dichiarazione di accettazione del regolamento. Si può partecipare con poesie edite ed inedite.

Le opere senza nome, cognome, e dichiarazione di accettazione del regolamento NON saranno pubblicate perché squalificate. Inoltre NON si partecipa via e-mail ma nel modo sopra indicato.

Importante: cliccare su Non sono un robot, è un sistema Captcha che ci protegge dallo spam. Per convalidare la partecipazione bisogna cliccare sulla casella.

 

Per la sezione B si partecipa inserendo il proprio racconto sotto forma di commento sotto questo stesso bando (a fine pagina) indicando nome, cognome, dichiarazione di accettazione del regolamento. Si può partecipare con racconti editi ed inediti.

Le opere senza nome, cognome, e dichiarazione di accettazione del regolamento NON saranno pubblicate perché squalificate. Inoltre NON si partecipa via e-mail ma nel modo sopra indicato.

Importante: cliccare su Non sono un robot, è un sistema Captcha che ci protegge dallo spam. Per convalidare la partecipazione bisogna cliccare sulla casella.

 

Ogni concorrente può partecipare ad entrambe le sezioni con una sola opera.

 

4. Premio:

N° 1 copia del libro “Daltonico Esistenziale” di Stefano Gervasoni edito a maggio 2026 da Tomarchio Editore.

Saranno premiati i primi due classificati per entrambe le sezioni.

Attestato di merito per i finalisti ed i vincitori.

 

5. La scadenza per l’invio delle opere, come commento sotto questo stesso bando, è fissata per l’11 ottobre 2026 a mezzanotte.

 

6. Il giudizio della giuria è insindacabile ed inappellabile. La giuria è composta da:

Alessia Mocci (Editor in chief)

Stefano Gervasoni (Poeta)

Franco Carta (Poeta e scrittore)

Giovanna Fracassi (Poetessa e scrittrice)

Carolina Colombi (Scrittrice e collaboratrice Oubliette)

Jonny Souto (Poeta)

Fabio Soricone (Poeta e collaboratore Oubliette)

 

7. Il contest non si assume alcuna responsabilità su eventuali plagi, dati non veritieri, violazione della privacy.

 

8. Si esortano i concorrenti per un invio sollecito senza attendere gli ultimi giorni utili, onde facilitare le operazioni di coordinamento. La collaborazione in tal senso sarà sentitamente apprezzata.

 

9. La segreteria è a disposizione per ogni informazione e delucidazione per e-mail: oubliettemagazine@hotmail.it indicando nell’oggetto “Info Contest” (NON si partecipa via e-mail ma direttamente sotto il bando), in alternativa all’email si può comunicare attraverso la pagina fan di Facebook.

 

10. È possibile seguire l’andamento del Contest ricevendo via e-mail tutte le notifiche con le nuove partecipanti al Contest Letterario; troverete nella sezione dei commenti la possibilità di farlo facilmente mettendo la spunta in “Avvertimi via e-mail in caso di risposte al mio commento”.

 

11. La partecipazione al Contest implica l’accettazione incondizionata del presente regolamento e l’autorizzazione al trattamento dei dati personali ai soli fini istituzionali (Gdpr 679/2016). Il mancato rispetto delle norme sopra descritte comporta l’esclusione dal concorso.

 

Buona partecipazione!

 

249 pensieri su “Contest letterario gratuito di poesia e racconto breve “Daltonico Esistenziale””

  1. Spiaggia

    Non sono niente in mezzo a questa rena:
    infinito granello grigio, in mezzo
    a miliardi di granelli di sabbia.

    Muto resterò in silenzio dentro
    quell’assordante nulla di ciò che non
    sono e non sarò mai. Solo illusione
    è questo derma, nient’altro di più!

    Nudo di ogni presunzione, spogliato
    della superbia. Unicamente umile
    respiro che passa da questa polvere.

    Sezione A Alessio Romanini Accetto il regolamento

    1. Motivazione sintetica: “Spiaggia” è un’intensa meditazione esistenziale sulla fragilità e sull’umiltà dell’uomo di fronte all’infinito. A fronte di una struttura metrica e ritmica talvolta rigida o frammentata, il componimento compensa con una forte carica di autenticità emozionale e con un’immagine guida solida e d’impatto.
      1. Musicalità del verso= misurata e spezzata – Il ritmo è volutamente frammentato, scandito da una metrica irregolare e da forti enjambement («in mezzo / a miliardi», «dentro / quell’assordante»). Se da un lato questa scelta riflette la sensazione di frantumazione interiore e di precarietà dell’io lirico, dall’altro riduce la scorrevolezza melodica del verso.
      2. Ricerca estetica della parola e del suono = essenziale e calibrata – Il lessico punta sull’essenzialità e su una sobria crudezza corporea e materiale («rena», «derma», «polvere»). Efficace l’uso dell’ossimoro «assordante nulla», anche se alcune accoppiate lessicali («muto / resterò in silenzio», «unicamente umile») risultano parzialmente ridondanti sul piano fonico e concettuale.
      3. Fluidità del linguaggio= riflessiva a tratti sincopata – La sintassi procede per blocchi logici distinti. L’andamento è spezzato, in particolare nella seconda strofa, dove l’esclamazione («nient’altro di più!») e la cesura del verso interrompono la continuità del discorso poetico, creando un effetto più meditativo/prosaico che propriamente lirico
      4. Capacità evocativa delle immagini= incisiva ed efficace – L’immagine del singolo granello grigio disperso nell’infinito della spiaggia traduce in modo immediato e nitido la sensazione di nullità dell’essere umano. La spogliazione visiva («nudo», «spogliato») restituisce bene l’idea di un’esistenza ridotta all’essenziale.
      5. Autenticità emozionale= intensa e profonda – È il punto di forza del testo. Emerge una voce intima, priva di filtri o artifici, che affronta direttamente il tema del ridimensionamento dell’ego. La presa di coscienza della propria fragilità appare sincera, sofferta e profondamente sentita.
      6. Originalità del tema e del messaggio= classica e ben radicata – Il tema della piccolezza dell’uomo di fronte all’immensità della natura (il granello di sabbia, la polvere, il silenzio) si inserisce in una lunghissima tradizione filosofica e poetica. Il componimento non introduce un rovesciamento del tema, ma lo rielabora con una spiccata veste personale e catartica.

      Gentile Poeta, La ringrazio per la Sua partecipazione al Contest Letterario Daltonico Esistenziale!
      Cordialmente, JONNY SOUTO ~poeta, scrittore autobiografo, linguista.
      12/10/2026

      1. Faccio il bastian contrario: “Non sono niente” significa, letteralmente, “Sono qualcosa”. “Infinito granello”: non era più corretto “infiimo granello”?

      2. Grazie a lei per il gentile commento, un vero piacere. Grazie

  2. 2060

    Non ricordo l’anno, l’ora, il momento esatto in cui avvenne il collasso tecnologico. Non ricordo neanche come cominciò, visto che la società in cui vivevamo, così tecnologicamente avanzata, occultava la verità mistificandola sotto il greve vestito di Social network, smartphone, spedizioni online, informazioni digitali, algoritmi, geolocalizzazione… Oggi è tutto resettato, come se qualcuno avesse premuto un tasto globale cancellando ogni tipo di informazione virtuale. È sparito il sistema binario 0-1, inventato nel 1679 dal matematico e filosofo tedesco Gottfried Wilhelm Leibniz. Il sistema binario serviva per trasformare la realtà fisica in realtà virtuale.
    Oggi, non saprei dire il giorno, il mese e l’anno in corso, perché qualsiasi cosa tecnologica è inutilizzabile, e quindi è impossibile calcolare il tempo. Qualcosa è collassato nel 2026, e da allora a oggi la situazione non è cambiata, mentre scrivo questa pagina su un pezzo di carta che sono riuscito a salvare miracolosamente. Vorrei lasciare un frammento di memoria storica ai posteri; un monito a migliorare la loro vita salvaguardandola dall’ego umano. Sì, la causa di tutto ciò deriva proprio dalla presunzione umana di paragonarsi al cosmo. Adesso se voi che state leggendo questo papiro poteste vedere con i vostri occhi, vedreste grandi ammassi di strumenti tecnologici sparsi in ogni continente. L’umanità è sopravvissuta e ha continuato il percorso nella procreazione di nuove generazioni, ma la mia è la “generazione 0”. Siamo ripartiti dal niente, senza avere la possibilità di costruire edifici o grattacieli.
    Ci rifugiamo in grotte come i primitivi o i più fortunati vivono nelle macerie intatte adibite ad abitazioni di fortuna. Non ci sono più scuole, ospedali o ogni altra forma di progresso. L’unica cornice che rende lieto il dì è la natura che ci circonda, sempre più lussureggiante e folta. Ogni zolla galleggiante sembra un’Amazonia. Qualcuno dice che la natura si è ripresa ciò che le apparteneva. Qualcun altro dice che sono state le lobby che hanno fatto il grande reset per farci regredire; io penso che la causa sia da attribuire, come sempre, alla stupidità umana; la quale ha esagerato nel soppiantare l’umanità con la tecnologia, finché Madre natura vi si è ribellata, cancellandola per sempre dalla faccia della terra. Quelle terribili antenne 5G che trasmettevano onde elettromagnetiche, come provenissero da un gigantesco forno a microonde, oggi sono interamente ricoperte da rampicanti. Internet non è più attivo da anni. Niente è rimasto di ciò che ha inventato, di tecnologicamente avanzato, l’uomo. Onestamente non mi rammarico di tutto questo. In questo silenzio virtuale, molti hanno ricominciato a leggere vecchi libri che sono sopravvissuti nelle biblioteche o nei negozi di libri. Questa è la nostra istruzione. Abbiamo ricominciato a scrivere con le penne a sfera, finché saranno disponibili con l’inchiostro contenuto nell’anima; poi con il vero ingegno umano, dovremo reinventarci qualcosa per sopravvivere a questo disastro culturale. Non possiamo lasciare che il tempo cancelli le nostre tracce nel silenzio. Molte civiltà dell’antichità hanno fatto cose straordinarie con quello che avevano, noi dovremo riabilitare i cinque sensi per costruire qualcosa di grande. L’uomo non ha bisogno della tecnologia per superare le difficoltà. Non fraintendete, non sono contro di essa, sto solamente dicendo che non possiamo né dobbiamo atrofizzare le nostre capacità intellettuali per pigrizia. Le apparecchiature devono aiutare a migliorare la vita delle persone, non renderle schiave di esse. Oggi, mentre vi scrivo questa lettera dal passato, vi posso dire che il sole splende alto in un meraviglioso cielo azzurro. Sicuramente è estate, perché il caldo è torrido e l’umidità si potrebbe tagliare con un coltello ben affilato. Le cicale suonano il loro sistro all’unisono, come un antico concerto. Non so se riuscirò più a vivere quello che c’era nell’antichità; molte cose che ho appreso le ho imparate dai libri che sono riuscito a recuperare. La mattina quando spunta l’alba, raggiungo il mare a piedi, non è molto distante da dove vivo. Mi abbandono sulla riva e ascolto il mare. Lo sciabordio delle onde mi racconta di un mondo trascorso e di un ipotetico futuro. Io resto ad ascoltarlo e da lui imparo ogni giorno un’emozione in più. Siamo ritornati all’agricoltura e alla pastorizia. Non so immaginare il futuro, ma se vi posso dare un consiglio: non vi ubriacate di tecnologia. Ascoltate sempre la voce interiore, le parole della vostra anima.

    Sezione B Alessio Romanini Accetto il regolamento

  3. GREGOR I LIBRI LI DIVORA

    Capii perché Franz mi avesse portato al circo solo dopo aver visto Gregor.
    Le esibizioni, va detto, furono penose; d’altronde, Jacob il lanciatore di coltelli e Lukas il trapezista, che prima della guerra erano state le colonne portanti dello spettacolo, non c’erano più, infilzato il primo in un assalto alla baionetta sul Piave; e il secondo precipitato con il suo Fokker durante la battaglia delle Ardenne… E così ben presto gli spettatori cominciarono ad annoiarsi, nonostante il contorcersi di Frida, la donna senza ossa, le smorfie del clown, il ruggito stanco di vecchi leoni.
    “Squallido, vero, Max?”
    Le parole dell’amico mi arrivarono nel bel mezzo di uno sbadiglio.
    Chiusi la bocca di scatto.
    “Franz, posso capire che la vita in sanatorio sia noiosa, anche se tu stesso me ne parli nelle tue lettere come ideale per concentrarsi e scrivere, ma passare dal chiuso di quello che, diciamocelo, è un ospedale, a questo tendone per di più chiassoso non l’ho capito, per niente”
    Si girò verso di me. I suoi occhi e orecchie sembravano ancora più grandi, in quel volto divorato dalla malattia.
    “Perdonami, Max. Ma l’amico che tra poco incontrerai non può muoversi da qui, e non ama né la luce né la confusione. Dobbiamo aspettare… “
    C’era qualcosa di inquietante, in quelle parole e nel modo in cui le aveva dette.
    Ebbi un brivido, non credo solo per il freddo vento notturno che dagli Alti Tatra scendeva fin lì,
    a Tatranske Matliare.

    Franz non si mosse insieme agli sparuti gruppi di spettatori che velocemente lasciavano il tendone mentre ancora il direttore del circo, in marsina al centro dell’arena, salutava il pubblico Iaugurandosi che tutto fosse andato secondo i desideri, fiducioso di rivedere tutti e magari di più ai prossimi spettacoli.
    Nemmeno quando l’ultimo spettatore fu uscito.
    Aspettò ancora dieci minuti buoni, nel buio quasi totale, forse perché gli occhi si abituassero alla fioca luce lunare, prima di dire semplicemente: “Vieni” e condurmi all’aperto.
    Passammo accanto alla gabbia vuota delle scimmie ammaestrate, sicuramente vendute per ripagare i debiti, al carrozzone del clown (in realtà, il direttore stesso, mi confidò Franz), poi, finalmente, arrivammo alla nostra meta.
    Un grosso carrozzone, senza finestre, da cui proveniva un odore strano, rancido, alieno ma nello stesso tempo familiare.
    Franz aprì la porta, accese un fiammifero.
    Non c’erano mobili, nel locale. E sul pavimento in assi di legno mucchi di pagine strappate a libri, giornali, riviste, alcune mezze divorate, altre ridotte in poltiglia informe.
    E in mezzo, Gregor.
    In equilibrio sulle sue esili zampette, correva frenetico tra un mucchio e l’altro, fermandosi ogni tanto per portare le pagine alla bocca, triturarle tra palpi e mandibole, risucchiarle.
    Mi girai di scatto.
    “Gregor Samsa, lui! Ma non era morto?”

    Nel buio, Franz tossì quattro volte, poi finalmente riuscì a parlare.
    “Così credevo, ma in realtà abbiamo solo, del fatto, la testimonianza della fantesca dei Samsa…ricordi cosa fece per convincere la signora Samsa che il figlio fosse morto? Spinse il corpo di Gregor per un buon tratto con la scopa, e niente, nessuna reazione. Ora, può darsi che in quel momento fosse in buona fede, che davvero lo pensasse morto. Ma quando ha detto, fermandosi sorridente sulla soglia: “Insomma, volevo dire che non si devono preoccupare su come portare via quella cosa là. Ho pensato a tutto io” e hanno ritenuto significasse mi sono sbarazzata del cadavere, come sono stati ingenui! Si era accorta che Gregor era vivo, anche se parecchio malconcio. Così, penso, lo ha trascinato nello sgabuzzino e ragionato su come guadagnarci…e mentre i suoi padroni salivano sul tram che li avrebbe portati fuori città, si ricordò all’improvviso del circo dove lavorava come cassiera la figlia: questo circo, allora a Praga, già in crisi perché la guerra stava privandolo dei suoi uomini più validi. Quale attrazione migliore di un uomo mutato in scarafaggio? Così, ne ho seguito il girovagare per il centro Europa e sono riuscito a farmi ricoverare nel sanatorio qui vicino. Sono diventato amico del direttore, mi ha confidato che sono indecisi se mostrare Gregor al pubblico: dentro è un uomo, ma fuori…E questo è tutto”

    Avvampai.
    “Tutto? Mio buon Franz, davvero pensi che beva queste parole? Che il tuo amico Max Brod non si accorga che ben altro hai da raccontare?”
    Mentre parlavo, il fiammifero di Franz si spense. Nel buio, il rumore di zampette, tosse, scricchiolii e risucchi riempirono per qualche minuto il silenzio…
    Un altro fiammifero.
    Un corpo piatto che si allontanava dalla luce.
    “Va bene, Max. Non volevo parlartene perché sì, sono tentato di scrivere qualcosa, su quello che penso di aver capito. Ma non sono sicuro di riuscirci…ho scritto moltissimo, nella mia vita, spesso di getto, ma questa cosa è troppo strana…”
    Lo interruppi sbuffando.
    “Più strana di un commesso viaggiatore che un mattino si ritrova trasformato in un insetto?”
    “Giudica tu. Secondo te cosa sta facendo Gregor, in questo momento?”
    Mi costrinsi a guardare quell’orrore a pochi metri da noi, che nemmeno sembrava accorgersi della nostra presenza…
    “Cosa vuoi che faccia, Franz? Cammina di qua e di là. E mangia”.
    Lui alzò appena il mento nella direzione di quella…cosa
    “Mangia. Anche noi pensavamo così, all’inizio; in effetti, le blatte amano molto la carta, e qui Gregor ne trova parecchia: è quella che avvolgeva la frutta e i pezzi di carne cruda che sono il suo cibo principale. Lo strano è che è attratto in particolare da quella stampata; credevamo che riuscisse a percepire l’odore dell’inchiostro, poi è successa una cosa strana: zampettando, ha rovesciato il tavolino – quello, vedi? – con la boccetta di inchiostro e i fogli su cui il direttore annotava il comportamento di Gregor, macchiandoli irreparabilmente; e subito dopo ha cominciato a esplorarli con le sue antenne e niente, dopo nemmeno un minuto li ha lasciati lì, perfettamente intatti…”.
    Un sospetto cominciava a darmi i brividi. Lui se ne accorse, mise le mani sulle mie spalle e cominciò a stringere.
    “Bravo, vedo che ci stai arrivando. Con il permesso del direttore ho macchiato di inchiostro vari fogli, li ho anche lasciati asciugare perché magari era l’odore dell’inchiostro fresco a respingerlo, nulla. Allora mi sono deciso: ho riempito altri fogli non di macchie ma di lettere e parole messe giù così, a casaccio. E le cose sono cambiate”.
    “Dio mio…”
    “Dovevi vederlo, mentre con le antenne toccava quei fogli, per poi triturarli, scioglierli, inghiottirli sempre più frenetico…non sta mangiando, Max. Gregor sta leggendo”
    Avevo il cuore che batteva come non mai…
    “ I fogli macchiati d’inchiostro nemmeno li inghiotte, quelli con stampate parole senza senso sì , ma li risputa subito… E ha le sue preferenze, sai? Lo vedo da come ritorna su certe pagine, dedicandosi ad altre se proprio non può farne a meno…Come queste, per esempio: invece che per i manifesti, il direttore deve usare il ciclostile che ha in ufficio per stampare copie su copie di ‘sta roba, altrimenti il buon Gregor diventa aggressivo”.
    Lo guardo piegarsi, prendere dei fogli dal pavimento, mostrarmeli…
    Sul primo, in caratteri similgotici, campeggiava la scritta

    25 PUNKTE PROGRAMM
    NATIONALSOZIALISTISCHE
    DEUTSCHE ARBEITER PARTEI

    “Cos’è, Franz?”
    “Niente, il programma di un piccolo partito politico, ma sai cosa c’è di interessante?”
    Lo guardai sarcastico…
    “Interessante? Come se quello che mi hai mostrato fino ad ora fosse banale, mio buon Franz…”
    Lui non disse una parola, mi indicò solamente gli escrementi che Gregor aveva lasciato dietro di sé.
    Non erano disposti in mucchietti casuali, ma formavano un disegno, una croce uncinata.
    (sezione b, accetto il regolamento)

    1. Motivazione Sintetica: l racconto si distingue per un’eccezionale intuizione letteraria e allegorica: fonde il capolavoro di Kafka (La metamorfosi) con la realtà storica post-bellica, trasformando la figura grottesca di Gregor Samsa in un presagio del totale assorbimento delle ideologie naziste.
      La narrazione è sorretta da una suspense ben calibrata, da una rigorosa accuratezza storico-geografica (il sanatorio dei Tatra, il contesto degli anni ’20) e da un ritratto psicologico credibile di Franz Kafka e Max Brod.
      Il testo risulta emotivamente potente e stilisticamente colto; la valutazione non raggiunge il massimo punteggio solo a causa di alcuni refusi di battitura e imprecisioni di punteggiatura che necessitano di una semplice correzione bozze.
      1. Il testo propone una meta-narrativa di altissimo livello, calando la finzione letteraria di Franz Kafka e del suo amico/biografo Max Brod nella realtà storica (il sanatorio di Tatranské Matliare nei Monti Tatra, dove Kafka soggiornò tra il 1920 e il 1921). L’idea di un Gregor Samsa sopravvissuto, trasformato in un’attrazione da circo e diventato letteralmente “devoratore di testo”, è brillante. Il messaggio finale — l’assimilazione del manifesto nazista (25-Punkte-Programm) e la sua espulsione sotto forma di svastica — crea una potente ed inquietante allegoria del totale assorbimento (e digestione metabolica) delle ideologie totalitarie, prefigurando gli orrori imminenti degli anni ’30 e ’40.
      2. Lo stile è colto, atmosferico e ben calibrato sul tono dell’Europa centrale di inizio Novecento. La voce narrante di Max Brod risulta credibile e la prosa scorre con fluidità. Il testo è sempre perfettamente comprensibile, pur mantenendo un alone di mistero e sospensione che richiama l’atmosfera kafkiana originale.
      3. Eccellente l’uso delle descrizioni sensoriali (“odore strano, rancido, alieno”, “scricchiolii e risucchi”, la luce fioca dei fiammiferi). Dal punto di vista narrativo, la rivelazione avviene per gradi (show, don’t tell): prima il circo decadente, poi la spiegazione logica (seppur grottesca) della fantesca, poi la scoperta della “lettura”, e infine l’elemento politico finale. Il contrasto tra l’oscurità del carrozzone e la luce intermittente dei fiammiferi conferisce una scansione quasi cinematografica.
      4. Il ritmo della suspense è gestito magistralmente. Il lettore viene catturato fin dall’inizio dall’incoerenza della situazione (Kafka al circo) e viene guidato attraverso una serie di intuizioni fino all’effetto “choc” finale. La tensione non cala mai, alimentata dal dialogo serrato e dalle reazioni emotive di Max.
      5. Inizio: Pone le basi con la descrizione dello spettacolo circense decadente e del contesto storico post-bellico (la Grande Guerra, le Ardenne, il Piave); Centro: Sviluppa il dialogo di approfondimento e la spiegazione del “dietro le quinte” della presunta morte di Gregor; Finale: Raggiunge un culmine (climax) perfetto con il twist politico e l’immagine simbolica conclusiva degli escrementi a forma di croce uncinata. (Sul piano della coerenza, coesione testuale)
      6. l rapporto tra Franz e Max rispecchia la dinamica storica reale: Kafka distaccato, analitico, tormentato e incline a scorgere il grottesco nell’esistenza; Brod più scettico, pratico, ma profondamente legato all’amico. I dialoghi risuonano autentici per l’epoca e le personalità dei due intellettuali praghesi.
      7. L’accuratezza storico-geografica è uno dei punti di forza del racconto: Luogo: Tatranské Matliare (Slovacchia), sede del reale sanatorio in cui fu ricoverato Kafka; Tempo: Post-Prima Guerra Mondiale (riferimenti al Piave e alle Ardenne) e Contesto storico-politico: Il programma in 25 punti del NSDAP fu presentato a Monaco nel febbraio del 1920, data perfettamente compatibile con la cronologia del soggiorno di Kafka.
      8. Il racconto lascia una sensazione profonda di inquietudine. Dalla tristezza del circo in rovina (simbolo dell’Europa devastata dalla guerra) si passa alla repulsione fisica per la creatura, fino al gelo intellettuale del finale. L’unione tra il corpo grottesco di Gregor e la nascita del fascismo/nazismo suscita un forte impatto emotivo e filosofico.

      Gentile Autore, La ringrazio per la Sua partecipazione al Contest Letterario Daltonico Esistenziale!
      Cordialmente, JONNY SOUTO ~poeta, scrittore autobiografo, linguista.
      12/10/2026

      1. Informo tutti che NON HO PAGATO Jonn Souto per questa recensione!

  4. Sez. A accetto il regolamento
    Antonio De Serio

    est suddest

    Geometrie arcane
    stilemi d’oriente
    respirano di mare

    secoli in cammino
    che hanno indugiato
    fieri in ogni vicolo

    levigano terra e sassi
    testimoni immoti
    di promesse legami

    nei profumi di sugo e pane
    un calice nel grembo
    i panni sospesi
    di basilico e attese.

    Srotolano echi
    distacco eterno
    d’una furia antica
    di campane il rintocco lento

    acqua di roccia errante
    scioglie oltre il porto
    la vertigine di un viaggio.

    Sfuma l’ignoto
    i contorni non hanno nome
    sedotti dai passi perduti

    tra costellazioni di calce
    trame d’oro e seta bianca
    arazzi dai colori pastello

    è casa

    1. Motivazione sintetica: “est suddest” è un componimento di notevole suggestione visiva e olfattiva, capace di condensare l’essenza mediterranea in immagini di forte impatto lirico. La struttura ritmica è ben condotta e il lessico mostra attenzione formale. Una poesia matura, capace di far risuonare la memoria dei luoghi e il calore di una casa ritrovata.
      1. Musicalità del verso= vivace e ritmata – I versi (prevalenza di settenari, quinari e endecasillabi sciolti) possiedono una cadenza interna naturale e ben bilanciata. Alterna momenti più distesi ad altri più incalzanti («Srotolano echi / distacco eterno»), creando una sinfonia visiva e sonora che richiama il movimento del mare e dei passi nel vicolo.
      2. Ricerca estetica della parola e del suono = elevata e curata – Ottimo uso di allitterazioni (in s, t e r: «terra e sassi / testimoni immoti») e assonanze. La scelta del lessico unisce termini colti e geometrici («Geometrie arcane», «stilemi») a parole materiche e quotidiane («sugo e pane», «panni sospesi»), creando un contrasto estetico piacevole e ben integrato.
      3. Fluidità del linguaggio= buona e scorrevole – Il discorso poetico scorre per gran parte senza intoppi. L’assenza di punteggiatura accentua il flusso di coscienza e l’atmosfera sospesa. Unico punto di lievissima flessione è nel passaggio «di promesse legami» / «Srotolano echi», dove la sintassi volutamente essenziale richiede un piccolo sforzo di raccordo al lettore, pur non compromettendo il ritmo generale.
      4. Capacità evocativa delle immagini= eccellente- È il vero punto di forza del componimento. Dettagli sensoriali nitidi (l’olfatto con il sugo, il pane e il basilico; la vista con le «costellazioni di calce» e gli «arazzi dai colori pastello») riescono a dipingere con grande efficacia la sostanza viscerale e luminosa del Sud e del Mediterraneo.
      5. Autenticità emozionale= sincera e coinvolgente- La poesia trasmette un profondo senso di appartenenza, di nostalgia e di “ritorno” («è casa»). Non cade nel patetico; riesce a trattare il tema del legame con la propria terra con dignità, orgoglio e intima serenità.
      6. Originalità del tema e del messaggio= discreta e ben rielaborata – Il tema del Sud, delle radici e del viaggio mediterraneo è ampiamente trattato nella tradizione letteraria. Tuttavia, la poesia riesce a differenziarsi grazie all’intreccio tra l’elemento storico/architettonico («stilemi d’oriente», «costellazioni di calce») e la dimensione intima della quotidianità.

      Gentile Poeta, La ringrazio per la Sua partecipazione al Contest Letterario Daltonico Esistenziale!
      Cordialmente, JONNY SOUTO ~poeta, scrittore autobiografo, linguista.
      12/10/2026

      1. La ringrazio sentitamente per la Sua chiarezza ed esaustivita’ nell’avermi intimamente accompagnato a casa.. grazie ancora

  5. Sezione A, accetto il regolamento

    Simone Guerra

    Menzogna

    Raccontami la menzogna del sangue
    del suo sgorgare pieno senza sosta.
    S’impregnano i fazzoletti –
    seta bianca dal tempo consunta –
    e il peso li vincola
    sul terreno che sugge
    e s’ingravida di quel succo ferroso
    a partorire arcaiche gemme
    di sentimenti scordati.

    Non negarmi il possibile
    rimedio, fluiscimi dentro come un’idea,
    attecchendo per germogliare stretta
    tra sinapsi e sogni di mondi

    di archi vibranti su nervi
    e i tendini come cappi sanguinolenti
    quando indolente mi perdo nell’assurdo.

    1. Motivazione sintetica: “Menzogna” è un componimento di notevole spessore lirico, caratterizzato da un lessico denso e da immagini figurative di rara potenza sensoriale. Il dialogo tra fisicità della ferita e astrazione della mente è condotto con maturità stilistica e forte impatto espressivo.
      1. Musicalità del verso= scura e viscerale – Il ritmo è denso e incalzante, guidato da consonanze dure (s, g, r, t) che restituiscono la materia fisica ed emotiva del testo («sgorgare», «sugge», «s’ingravida»). La transizione tra la prima parte, più corporea, e la seconda, più mentale e visionaria, mantiene una tensione musicale costante e ben calibrata.
      2. Ricerca estetica della parola e del suono= Eccellente e ricercata – È uno dei punti di forza del componimento. Il lessico mescola l’organico e il concettuale con grande efficacia: «succo ferroso», «arcaiche gemme», «sinapsi e sogni». Scelte verbali come «sugge» e «attecchendo» denotano un’elevata maturità formale e un controllo acuto della sonorità.
      3. Fluidità del linguaggio= Scorrevole e complessa – La sintassi è articolata e a tratti densa di subordinate e metafore sovrapposte, ma il flusso concettuale non si arresta mai. L’uso dell’imperativo («Raccontami», «Non negarmi») sostiene il movimento del discorso, guidando il lettore attraverso un paesaggio interiore complesso senza generare opacità.
      4. Capacità evocativa delle immagini= Potente e sinestetica – Le immagini sono vive, materiche e quasi tattili. L’idea del sangue che imbeve la seta e fertilizza la terra sino a far “partorire arcaiche gemme”, così come la metamorfosi anatomica finale («archi vibranti su nervi», «tendini come cappi»), crea una suggestione visiva fortissima e d’impatto.
      5. Autenticità emozionale= Intensa e inquieta – Emerge un forte senso di urgenza esistenziale e di smarrimento di fronte all’assurdo. Il desiderio di un “rimedio” che s’innesti nel pensiero e nel corpo risuona come un grido autentico e non artefatto, sorretto da una tensione drammatica costante.
      6. Originalità del tema e del messaggio= Notevole e ben sviluppata – Il tema del dolore e dell’illusione viene affrontato attraverso un’anatomia poetica originale. Il cortocircuito tra corporeità ferita (il sangue, i tendini, la carne) e dimensione neuro-cerebrale (le sinapsi, le idee, l’assurdo) offre una chiave di lettura moderna e singolare.

      Gentile Poeta, La ringrazio per la Sua partecipazione al Contest Letterario Daltonico Esistenziale!
      Cordialmente, JONNY SOUTO ~poeta, scrittore autobiografo, linguista.
      12/10/2026

  6. Sez. A ( Accetto il regolamento)
    Sono il poeta

    Sono il poeta
    la voce e la memoria dei giorni
    il respiro antico delle parole
    che hanno attraversato il fuoco
    senza mai imparare il silenzio.
    Sono l’eco di chi venne prima
    l’anima dei versi perduti e ritrovati
    la febbre di chi scrisse
    con le mani tremanti
    sopra il margine della storia.
    Porto negli occhi
    lo stupore della prima alba
    quando la poesia, ancora bambina
    sollevò il velo della notte
    e chiamò per nome
    la luce.
    Da allora cammino.
    Cammino con i poeti
    che fecero della parola
    una casa per gli oppressi
    una pietra contro l’ingiustizia
    una finestra aperta
    sul volto dell’uomo.
    In me arde Lorca
    con la sua luna ferita
    il sangue innocente
    e quella voce assassinata
    che ancora fiorisce
    nelle chitarre della notte.
    In me vive Pasolini
    la sua ostinata solitudine
    lo sguardo nudo sulle periferie
    la rabbia e la pietà
    di chi non volle
    addomesticare la verità.
    E Byron attraversa le mie vene
    come un vento ribelle
    la libertà non è una parola
    ma un mare da sfidare
    una catena da spezzare
    un rischio da scegliere
    prima ancora della paura.
    Sono figlio
    di tutti coloro
    che fecero della poesia
    una forma di resistenza
    che pagarono con l’esilio
    con la fame
    con la solitudine
    talvolta con la vita
    il diritto di dire no.
    Ma non sono soltanto memoria.
    Sono anche la voce
    di chi oggi non ha voce
    il nome dimenticato
    del bambino che attraversa il mare
    la madre che aspetta
    il vecchio che cerca
    tra le macerie
    una fotografia del passato.
    Sono la parola
    che non si inginocchia
    davanti al potere
    il verso che raccoglie
    ciò che il tempo abbandona
    la memoria che impedisce
    alla storia di diventare
    una tomba senza nomi.
    E quando verrà la sera
    e il mondo avrà consumato
    le sue ultime parole
    io resterò ad ascoltare
    il battito segreto della terra.
    Perché un poeta non muore
    quando muore il suo corpo.
    Resta nella voce
    di chi pronuncia il suo verso
    nel cuore di chi si riconosce
    in una parola
    nella luce improvvisa
    di chi, leggendo
    si accorge di non essere solo.
    Io sono il poeta.
    Sono ciò che resta
    dopo ogni incendio
    la cenere che ricorda il fuoco
    il seme nascosto
    sotto la pietra.
    E finché ci sarà un’alba
    capace di stupirci
    finché un uomo cercherà libertà
    finché una voce avrà il coraggio
    di chiamare ingiustizia l’ingiustizia
    io scriverò.
    Non per salvarmi.
    Ma perché la parola
    continui a salvare
    la memoria degli uomini.
    Raffaele Di Palma

    1. Motivazione sintetica: “Sono il poeta” si presenta come un intenso manifesto etico e civile sulla funzione della parola poetica. Sebbene il tema si inserisca in un solco concettuale e stilistico ampiamente consolidato nella tradizione letteraria, il componimento si distingue per l’impeccabile fluidità, la passione civile e la capacità di dare forma a una testimonianza umana forte, solenne e partecipe.
      1. Musicalità del verso= solenne e cadenzata – Il componimento adotta un verso libero dall’andamento anaforico e declamatorio («Sono il poeta», «Sono l’eco», «In me arde», «Sono figlio»). La struttura ritmica ricorda quella del manifesto o dell’inno civico: è fluida, costante e misurata, pur prediligendo una scansione epica rispetto a una ricerca metrica complessa.
      2. Ricerca estetica della parola e del suono= Limpida ed esplicita – Il lessico è chiaro, diretto e privo di asperità formali. Più che sulla ricercatezza del singolo fonema o sull’innovazione verbale, il testo punta su accostamenti simbolici nitidi («luna ferita», «cenere che ricorda il fuoco», «seme nascosto»). L’estetica sceglie la via della trasparenza narrativa.
      3. Fluidità del linguaggio= elevata e naturale – La lettura scorre senza alcun ostacolo sintattico. I passaggi da una strofa all’altra e l’evocazione dei maestri (Lorca, Pasolini, Byron) avvengono in modo armonioso e consequenziale, mantenendo sempre teso il filo del discorso poetico.
      4. Capacità evocativa delle immagini= Efficace e iconica – Le immagini sono di matrice classica ma di forte impatto visivo e civile: il bambino che attraversa il mare, le macerie e la fotografia, la pietra contro l’ingiustizia, il seme sotto la cenere. Pur attingendo a un immaginario consolidato della poesia d’impegno, riescono a trasmettere un senso immediato di urgenza.
      5. Autenticità emozionale= Passione e vibrante – È il valore portante del componimento. Traspare una profonda dedizione alla funzione etica della parola. La vocazione del poeta come custode della memoria e difensore degli ultimi è sentita con intima convinzione e fiera partecipazione emotiva.
      6. Originalità del tema e del messaggio= Tradizionale e militante – della “missione del poeta” (la poesia come testimonianza, resistenza e voce dei vinti) appartiene a una vastissima e illustre tradizione lirica (da Hugo e Neruda fino alla poesia civile del ‘900). Il testo non introduce un rovesciamento del genere, ma si pone come una nitida ed esplicita dichiarazione di poetica e di continuità ideale.

      Gentile Poeta, La ringrazio per la Sua partecipazione al Contest Letterario Daltonico Esistenziale!
      Cordialmente, JONNY SOUTO ~poeta, scrittore autobiografo, linguista.
      12/10/2026

  7. Accetto il regolamento
    Sezione A poesia
    Lorena Silvia Sambruna
    POLIESTERE
    Ci sono sentimenti
    in poliestere
    lucidi, quando li tocchi
    sai subito la differenza
    il poliestere fa scena.
    Ci sono amori così,
    che brillano sotto la luce
    sembrano eleganti.
    Poi li lavi una volta
    e perdono piega, forma
    promesse.
    Preferisco il cotone
    non luccica
    assorbe amore, vita
    senza fingere seta.

    1. Motivazione sintetica: “Poliestere” è una poesia pop, moderna e di immediata efficacia. Attraverso una metafora materiale inedita e azzeccata, il testo riesce a fotografare la differenza tra l’apparenza effimera e la sostanza delle relazioni umane con encomiabile nitidezza, spigliatezza e ironia.
      1. Musicalità del verso= Conversazionale e misurata – Il ritmo si appoggia a un verso libero breve e quasi parlato, che procede con un tono asciutto e diretto. La musicalità non cerca l’armonia classica o l’andamento solenne, ma gioca con successo sull’efficacia del ritmo quotidiano e dell’enjambement essenziale («forma / promesse»).
      2. Ricerca estetica della parola e del suono= Essenziale, nitida, moderna – La forza del testo risiede nella scelta di vocaboli concreti e apparentemente “anti-poetici” tratti dal quotidiano (i tessuti: poliestere, cotone, seta). Il lessico è sobrio, prive di orpelli, e costruisce un piacevole contrasto tra la concretezza della materia e l’astrazione del sentimento.
      3. Fluidità del linguaggio= Eccellente e immediato – Il discorso scorre con estrema naturalezza. La struttura logica e sintattica è lineare, sintetica e priva di intoppi. L’analogia viene sviluppata ed esplicitata senza alcuna forzatura, rendendo la lettura immediata e incisiva.
      4. Capacità evocativa delle immagini= Efficace e d’impatto visivo – L’immagine della fibra sintetica che “fa scena” ma perde forma al primo lavaggio trasmette istantaneamente l’idea della superficialità emotiva. Analogamente, la scelta del cotone — grezzo, capace di assorbire e che «non finge seta» — funziona benissimo come simbolo di autenticità.
      5. Autenticità emozionale= Genuina, ironica, disincantata – Emerge una maturità emotiva fresca e disincantata. La poesia evita la trappola del pragmatismo esagerato per affidarsi a una constatazione lucida e ironica sul valore delle relazioni sincere, risultando estremamente vicina all’esperienza del lettore moderno.
      6. Originalità del tema e del messaggio= Brillante, originale. Il tema del contrasto tra finzione e autenticità in amore è uno dei più classici della lirica, ma la metafora tessile del poliestere contro il cotone è un’intuizione contemporanea molto felice, fresca e tutt’altro che banale.

      Gentile Poeta, La ringrazio per la Sua partecipazione al Contest Letterario Daltonico Esistenziale!
      Cordialmente, JONNY SOUTO ~poeta, scrittore autobiografo, linguista.
      12/10/2026

  8. Sez. A
    Accetto il Regolamento

    Una e nessuna
    La mia voce muta è lamento
    in questa oscura luce che ottenebra
    pensieri d’un tempo sì lontano.
    Un coraggio arreso alla codardia
    sembra aver sepolto dimensione umana.
    Un fuscello freme al vento possente
    fino a planare sui tetti devastati.
    Schiavi d’una effimera libertà
    or ci destiamo dal torpore dell’inganno
    ché il risveglio diventa una rinascita
    d’un parto indotto
    a disarcionare il male impigliato
    nel ventre della vita.
    È un gelo che brucia l’aurora
    tra un inizio e la fine di me, di noi
    nel mistero ch’apre voragini di perché.
    Un’eco silenziosa sbadiglia e scalpita
    nei dirupi della mia cosciente ignoranza
    e resta inerme di fronte a una folla
    in solitudine.
    E il giorno sembra non finire mai
    prima che ceda a una luna piena
    a gravosi assoli.
    Un dubbio assale la mia fede
    per non aver compreso la ragione dei
    miei giorni, un percorso immateriale che
    di notte, diviene ombra tangibile
    d’un destino in sospeso.
    E sono una e nessuna in questa landa
    Deserta, dove la guerra morde
    una fragile pace
    a spezzare una stentata fiducia
    e del kintsugi faccio ammenda
    a rimettere insieme qualche coccio
    di me e dell’amore
    a cui non so dire di no.

    1. Motivazione sintetica: “Una e nessuna” è un’intensa meditazione lirica sulla fragilità umana e contemporanea. Tra ossimori colti e immagini visive di forte impatto (dalla desolazione della guerra alla metafora del kintsugi), il testo riesce a dare voce a un doloroso percorso di ricomposizione interiore, facendosi apprezzare per lo spessore concettuale e la densità simbolica.
      1. Musicalità del verso= solenne, chiaroscurale – Il verso libero si muove con un andamento prevalentemente lento e meditativo. L’uso di incontri fonetici cupi («oscura luce», «ventre della vita», «folla in solitudine») e l’alternanza tra cesure e versi più distesi conferiscono al testo un ritmo grave, quasi da elegia filosofica.
      2. Ricerca estetica della parola e del suono= colta, articolata, stratificata – Il lessico intreccia registri diversi con audacia: forme dal sapore classico e letterario («sì lontano», «or ci destiamo», «ché», «sugge/landa») incontrano metafore della modernità e riferimenti culturali specifici come la tecnica giapponese del kintsugi. Particolarmente efficaci gli ossimori («oscura luce», «gelo che brucia», «folla in solitudine»).
      3. Fluidità del linguaggio= densa e complessa – Il flusso comunicativo è denso di concetti e figure retoriche. Se da un lato questo arricchisce il testo, dall’altro l’accumulo di sostantivi e immagini a forte caratura concettuale («parto indotto / a disarcionare il male», «dirupi della mia cosciente ignoranza») richiede una lettura attenta per non rischiare di appesantire il ritmo sintattico.
      4. Capacità evocativa delle immagini= nitida e fortemente simbolica – Grande ricchezza figurativa: il fuscello che plana sui tetti devastati, la piaga della guerra che morde la pace fragile, la luna piena che accoglie gravosi assoli e l’immagine finale del kintsugi emotivo che ricompone i “cocci” di sé e dell’amore. Sono quadri visivi di notevole suggestione e plasticità.
      5. Autenticità emozionale= sincera e tormentata – raspare uno smarrimento esistenziale e collettivo autentico. Il travaglio interiore della protagonista — sospesa tra il dubbio della fede, la percezione della guerra e l’incapacità di rinunciare all’amore — restituisce la fotografia di un’anima ferita ma ostinata a ricostruirsi.
      6. Originalità del tema e del messaggio= ricca di spunti e ben rielaborata – La poesia intreccia il tema pirandelliano dell’identità frammentata (“Una e nessuna”) con l’inquietudine geopolitica e sociale del presente (la guerra, la solitudine della folla). L’integrazione del concetto del kintsugi nell’ultima strofa offre una chiusura concettuale originale e catartica.

      Gentile Poeta, La ringrazio per la Sua partecipazione al Contest Letterario Daltonico Esistenziale!
      Cordialmente, JONNY SOUTO ~poeta, scrittore autobiografo, linguista.
      12/10/2026

  9. Taccuino genovese

    Davvero si può avere un porto negli occhi, sempre, dopo tutti quegli anni a demolire, a ereditare.
    Stamattina l’alba ha la forma di un’ape e trova devozione in qualche donna spettrale.
    Deve avere a che fare con quella vecchia storia di ciglia tutte arrotolate, ciglia finte, blu-nere come i ciottoli bagnati di East London.
    L’acqua del rubinetto mi ricorda l’entrata laterale di un giardino ma nella mia testa c’è solo una stufa provenzale.
    Sfoglio Calvino a colazione e non progetto il futuro, la risata di una ragazza polacca mi suggerisce che le storie non prendono vita da sole.

    Accetto il regolamento, sez. b

    1. Motivazione sintetica: “Taccuino genovese” è un efficace micro-racconto d’atmosfera (o flash fiction) che fa della voce autoriale e dell’evocazione visiva i suoi punti di forza. Attraverso uno stile moderno e frammentario, il testo riesce a comunicare una viva sensazione di attesa e introspezione, chiudendosi con un’acuta considerazione sul senso del raccontare e del vivere le storie.
      1. Originalità del tema e del messaggio= notevole e anticonvenzionale – Il tema del viaggio e dell’osservazione interiore viene affrontato evitando la struttura classica del racconto. L’autore/autrice crea un micro-universo di associazioni mentali e visive originali (l’alba a forma di ape, le ciglia paragonate ai ciottoli di East London, il legame tra l’acqua del rubinetto e la stufa provenzale). La riflessione finale sul fatto che «le storie non prendono vita da sole» dona al testo una piacevole profondità metanarrativa.
      2. Stile personale e comprensibilità del testo= distinto, moderno d’impatto – La voce narrante ha un’impronta forte e immediatamente riconoscibile. Lo stile adotta una prosa impressionistica e frammentaria, tipica della flash-fiction o del diario di bordo contemporaneo. Pur procedendo per salti analogici e accostamenti arditi, il testo si mantiene comprensibile e fruibile per il lettore, lasciando un’esperienza di lettura nitida e suggestiva.
      3. Abilità nel comunicare e nel suscitare interesse= coinvolgente e atmosferico – Il testo cattura da subito l’attenzione grazie alla densità delle sue immagini visive e alla capacità di evocare stati d’animo intimi e sospesi. Più che sulla suspense di una trama vera e propria, il potere di attrazione si basa sulla curiosità per i dettagli atmosferici (il porto negli occhi, Calvino a colazione, la risata della ragazza polacca), capaci di far immedesimare chi legge nel flusso dei pensieri del protagonista.
      4. Coerenza, coesione ed equilibrio tra le parti del testo= discreta e a marcata impronta frammentaria – Trattandosi di un taccuino o micro-racconto di tipo impressionista, la struttura rinuncia alla classica sequenza “inizio-svolgimento-scioglimento”. L’apertura posta sull’eredità e la demolizione introduce bene l’atmosfera di passaggio; lo sviluppo raccoglie i frammenti sensoriali del mattino, mentre la chiusura sul ruolo delle storie chiude il cerchio concettuale in modo efficace. Tuttavia, la brevità e la forte frammentarietà rendono la transizione tra le immagini quasi fulminea, sfiorando a tratti la natura della prosa poetica piuttosto che quella del racconto narrativo vero e proprio.

      Gentile Scrittrice, La ringrazio per la Sua partecipazione al Contest Letterario Daltonico Esistenziale!
      Cordialmente, JONNY SOUTO ~poeta, scrittore autobiografo, linguista.
      12/10/2026

  10. Hic et nunc

    Al momento ho un libro e un caffè.
    Sono di mia proprietà privata.
    Ho speso degli euro per ottenerli.
    Il cielo e il mondo invece sono gratis.
    Forse è per questo che hanno un prezzo caro da saldare a piccole rate alla vita.
    Il libro e il caffè ristretto sono il surrogato della favola mia in itinere. Che potrebbe essere e non è, o forse è, ma a spezzoni, al massimo a capitoli. Poi chi legge ne decreta la qualità, la recensisce, come il tal critico che conserva in sé un finale spalancato da farci il copia e incolla a piacimento.
    Per il prossimo volume economico tascabile.

    sezione b, accetto il regolamento

    1. Motivazione sintetica: “Hic et nunc” è un’ottima prova di flash fiction riflessiva e metanarrativa. Il testo riesce a concentrare in poche righe una meditazione lucida sull’esistenza, sul valore delle cose e sul rapporto tra vita vissuta e narrazione, facendosi apprezzare per l’equilibrio formale e l’ironia sottile della chiusura.
      1. Originalità del tema e del messaggio= fresca e filosofica – L’idea di far scaturire una riflessione sull’esistenza a partire da oggetti di uso quotidiano e dall’apparente semplicità del momento presente (libro e caffè) è condotta con intelligenza. È molto interessante il ribaltamento logico tra ciò che si acquista (“di proprietà privata”) e ciò che è “gratis” (il cielo e il mondo), che rivela invece un costo ben più alto saldato a rate con la vita. Altrettanto felice la metafora del critico e del finale “copia e incolla” per l’edizione tascabile.
      2. Stile personale e comprensibilità del testo= incisivo, sobrio e ben ritmato – La voce narrante ha un tono asciutto, lucido e piacevolmente ironico. La sintassi procede per frasi brevi e ben calibrate che scandiscono il pensiero con precisione. L’uso di locuzioni latine e metafore concettuali (hic et nunc, in itinere, surrogato della favola) si integra perfettamente nel registro del protagonista senza appesantire la comprensione.
      3. Abilità nel comunicare e nel suscitare interesse= coinvolgente e stimolante – Il racconto cattura l’attenzione perché ingaggia da subito il lettore in un dialogo intellettuale e metanarrativo. L’incipit immediato dichiara la scena con chiarezza, mentre lo sviluppo accompagna chi legge verso una riflessione aperta sul senso del raccontare e del vivere, lasciando una sensazione di complicità tra autore e lettore.
      4. Coerenza, coesione ed equilibrio tra le parti del testo = armoniosa e ben serrata – Nonostante la brevità estrema, il testo possiede una struttura narrativa circolare e ben delineata: Inizio: L’ancoraggio alla realtà fisica e concreta (libro, caffè, proprietà); Sviluppo: L’estensione filosofica ed esistenziale (il cielo gratis, le rate alla vita, la favola a spezzoni) e Finale: La chiusura metanarrativa sul ruolo del critico e sul volume economico tascabile, che conclude il cerchio ricollegandosi al libro iniziale.

      Gentile Scrittrice, La ringrazio per la Sua partecipazione al Contest Letterario Daltonico Esistenziale!
      Cordialmente, JONNY SOUTO ~poeta, scrittore autobiografo, linguista.
      12/10/2026

      1. Jonni, adesso voglio un tuo commento al mio racconto!

  11. Autore: Giovanni Battista Tessitore
    Sez. A
    Accetto il regolamento

    L’inchiostro dei giorni

    Una pagina, l’incontro,
    parole ritmate
    e sillabe forti
    accarezzate dal vento.

    Calamai arricchiti
    d’inchiostro puro,
    caratteri vivi
    d’accenti scoscesi.

    Mani ispirate
    da versi noti,
    passioni cantate
    in abili orazioni.

    Periodi e pensieri,
    colla rappresa,
    cultura lucente
    di sole riflesso.

    Il lento sfogliare,
    sequenza senza sosta,
    facciate svelate
    di brani superbi.

    Scritti celebri
    di nobili citazioni,
    protagonisti palesati
    all’occhio sollecito.

    Premure d’autore
    al lettore diletto,
    editore amorevole
    di mano delicata.

    1. Motivazione sintetica: “L’inchiostro del giorno” è un armonioso ed elegante omaggio al libro e all’arte della tipografia/scrittura. Caratterizzata da una fluidità impeccabile e da una struttura ritmica classica e ben scandita, la poesia si fa apprezzare per la grazia espressiva e la devozione verso la parola stampata.
      1. Musicalità del verso= cadenzata e regolare – Il testo si struttura in strofe (quartine) composte prevalentemente da versi brevi (settenari/senari) con una spiccata propensione per le rime alternate e baciate o per le assonanze (incontro/vento, puro/scoscesi, noti/orazioni, diletto/delicata). Il ritmo è lineare, composto e scandito con ordine e prevedibilità.
      2. Ricerca estetica della parola e del suono= classica, ordinata e tradizionale – Il lessico appartiene al repertorio tradizionale dell’elegia e dell’elogio della scrittura («calamai», «orazioni», «brani superbi», «caratteri vivi»). La trama sonora punta sulla pulizia dei suoni e sull’uso di aggettivazioni nobilitanti («cultura lucente», «occhio sollecito», «editore amorevole»).
      3. Fluidità del linguaggio= eccellente e naturale – La lettura scorre senza alcuna esitazione. La sintassi è lineare e limpida; le immagini e i concetti si susseguono in modo estremamente chiaro e armonioso, permettendo al lettore di seguire il filo del discorso poetico senza sforzo.
      4. Capacità evocativa delle immagini= simbolica e descrittiva – e immagini evocano i gesti e gli strumenti tipici dell’atto dello scrivere e del leggere: il calamaio, il lento sfogliare delle pagine, la colla della rilegatura, la mano dell’editore. Si tratta di quadri visivi chiari e familiari, di impronta prettamente classica.
      5. Autenticità emozionale= sincera e devota – La poesia trasmette un profondo rispetto e un amore sincero per i libri, la scrittura e la cura editoriale. Il tono è quello dell’inno affettuoso e grato alla letteratura, vissuto con composta dedizione.
      6. Originalità del tema e del messaggio= tradizionale e celebrativa – Il tema della celebrazione del libro, dell’atto della lettura e del lavoro dell’autore/editore si inserisce in un filone classico ampiamente frequentato. Il testo si pone come un garbo e affettuoso omaggio al mondo della carta e dell’inchiostro senza introdurre rovesciamenti o innovazioni stilistiche particolari.

      Gentile Poeta, La ringrazio per la Sua partecipazione al Contest Letterario Daltonico Esistenziale!
      Cordialmente, JONNY SOUTO ~poeta, scrittore autobiografo, linguista.
      12/10/2026

  12. Ventiduesimo secolo: feste, farina e forca

    Fine ventiduesimo secolo

    Quando ebbero scoperto la mia propensione poetica, i miei fecero di tutto per sradicarmi dall’idea di poter vivere e campare grazie a questo mio estro. All’epoca non ero ancora in età da lavoro ma l’opera di demolizione avvenne allora, con l’avviarmi a studi economici che, secondo il loro giudizio, mi avrebbero distolto dal praticare l’arte e dalle tentazioni che potevano aggredirmi se lasciato libero di frequentare altri che coltivassero ambizioni artistiche.

    Fu così che divenni, mio malgrado, un consulente finanziario affidabile. Riuscii infatti a costruirmi un portafoglio di clienti altolocati e, pur senza raggiungere risultati vertiginosi, non provocai dissesti patrimoniali, garantendo anzi rendimenti medio alti che mi fecero guadagnare una buona e diffusa stima.

    Sebbene all’insaputa di coloro che mi circondavano e che erano convinti di operare per il mio bene, il mio buon genio artistico non mi abbandonò mai e io passai dallo scrivere in versi a esercitarmi in creazioni di testi teatrali dallo spirito satirico e corrosivo. L’unico problema, se così può dirsi, è che non potevo agire alla luce del sole. Me lo impediva la legislazione nazionale. Infatti, da più di un secolo tutte le forme di arti e di attività liberali erano state bandite perché si diceva che ostacolassero l’idea mercantile allontanando i cittadini dalla sana civitas consistente nel produrre; si ammettevano allo scopo solo mestieri manuali e pratici destinati o alla sopravvivenza o al progresso economico.

    Il superfluo veniva ostacolato con ogni mezzo. Si salvavano, in parte, i beni ludici purché realizzati esclusivamente attraverso ritrovati tecnologici. Perfino la lettura, sebbene non fosse finita sotto la scure della legislazione penale, era vista di cattivo occhio. Si potevano commercializzare testi classici purché risalenti almeno al ventunesimo secolo. Chi li collezionava, al pari di chi li vendeva, doveva avere una speciale autorizzazione governativa e veniva sottoposto a estenuanti controlli. La stampa di nuove opere, non solo librarie, fossero anche riviste, strisce a fumetto, vignette, gallery novel, eccetera, era assimilata all’attività di sedizione. Tuttavia le maglie della legislazione si allentavano parecchio per le attività rese sul web, era come se la realtà virtuale costituisse un lasciapassare per assumere identità che nella vita reale sarebbero state perseguite. Una sorte di compensazione grazie alla quale alla popolazione si riusciva a concedere feste, farina e forca.

    L’educazione familiare ispirata ai valori nazionali e coerente con questo stato di cose non mi aveva impedito di farmi un circolo di amicizie nelle quali il vento di fronda godeva di ottima salute. Avevo dei compagni di viaggio che, al pari mio, coltivavano insane passioni, dando sfogo alla propria creatività con espressioni artistiche della più variegata natura: pitture, sculture, fotografie, video, composizioni musicali e naturalmente opere scritte in versi e in prosa anche di carattere filosofico e saggistico. Tuttavia le nostre frequentazioni, nella vita reale, sarebbero incorse in palesi violazioni dell’ordine costituito. Poiché alcuni tra noi potevano contare su una salda competenza informatica, pensammo a delle strategie alternative e meno pericolose; fu facile prevedere e realizzare un sito web in cui dare vita a situazioni virtuali che consentissero di violare, nella finzione, le regole del vivere civile senza incorrere in sanzioni.

    Su L’isola che c’è quelli come noi godono di una specie di asilo politico e ciascuna corporazione artistica per potersi costituire ha immaginato una realtà alternativa con una propria regolamentazione che stabilisca regole di accesso e di progressione nel gioco.

    La nostra vita di poeti e scrittori si svolge in un territorio che abbiamo chiamato New France al centro del quale primeggia ed è osannata L’île des Lilas, un locale pubblico che vorrebbe assomigliare a un nuovo Parnaso.

    Stasera ho appuntamento proprio là e siamo così tanti che ci liticheremo l’accesso.

    Tenendo conto che i posti sono limitati se si vuole essere sicuri, non potendo fare prenotazioni, bisognerà portarsi dietro una o più composizioni poetiche con cui corrompere la cassiera. Quelle che risulteranno più gradite garantiranno la precedenza.

    Ecco un banditore uomo, ha l’incarico di leggere i testi che sono stati prescelti.

    Oggi verranno costituiti dodici tavoli da gioco con quattro giocatori ciascuno. Chi vince la competizione poetica ha diritto di scegliere tra gli esclusi i tre giocatori che siederanno al tavolo con lui.

    Chi si propone per la gara poetica può presentare due lavori, così da avere un’alternativa di riserva, in ipotesi che la poesia presentata per prima non sia piaciuta.

    Il talento poetico diventa una moneta complementare, l’unica valida per accedere a L’île des Lilas e per viverci concretamente.

    Al tavolo da gioco abbiamo mischiato le carte, non prima che l’arbitro di turno abbia prescelto la matta, il testo poetico che dona ben tredici punti al duo dei giocatori che se ne assicura il possesso, capace in sostanza di determinare la vittoria nella mano.

    Questa volta è stata prescelta una poesia scritta in vernacolo, la lingua toscana invisa al governo che l’ha bandita nell’uso comune e anche in quello letterario, ammettendo nella lingua ufficiale solo il dialetto romanesco con il quale si augurano di riportare in auge i fasti romani, meglio se imperiali.

    Francesco, autore dei versi in vernacolo, si è recato dal disk jockey, ma sembra che non abbia contante sufficiente.

    È Mariolino a levarlo d’impaccio, allungandogli il suo tablet:
    «Tieni questa, la satira lo sai è parecchio valutata, ma cerca di non farti rifilare per resto quelle filastrocche per bambini sdentati che non incantano più nessuno».

    Mariolino ha fatto un buon affare, la musica che promana nella stanza a noi riservata è musica acid rock, oggi, certo, non politicamente corretta. Per noi una boccata di aria salubre.

    Mi informo dall’arbitro che si è di nuovo avvicinato:
    «Ottima questa musica, autentica ventesimo secolo?»
    Scuote la testa con un misto di rassegnata commiserazione:
    «Ma ti pare che qualcuno abbia ancora modo di accedere agli archivi musicali di quei tempi a costi modici? Certo non si può escludere che sia plagiata, ma noi chiudiamo un occhio… L’importante è ascoltare buona musica. Questo pezzo è entrato in circolazione grazie alle serate del mercoledì che, come sai, sono dedicate all’estro musicale.»

    L’arbitro sta decretando il vincitore: è Paolo ad avere accumulato più punti. Toccherà a lui farsi accreditare il premio, ma nessuno di noi porta rancore o invidia. Sceglieremo insieme il testo di poesie classiche che gli verrà reso disponibile sul tablet e verrà fatto circolare tra noi, come nella vita reale si fa con la carta moneta.

    Sezione B Accetto il regolamento

    1. Motivazione sintetica: “Fine ventiduesimo secolo” è un racconto di fantapolitica e resistenza culturale di grande fascino. A fronte di una prima parte prevalentemente introduttiva, il testo riscatta pienamente il ritmo nella seconda metà, regalandoci un’invenzione narrativa solida, ricca di dettagli ironici e sostenuta da un’ottima prosa.
      1. Originalità del tema e del messaggio= Notevole, ricca di inventiva e politicamente acuta – l racconto presenta un world-building distopico affascinante e ben caratterizzato: una società futura dove l’arte è bandita a favore del puro produttivismo mercantile, dove il dialetto romanesco è l’unica lingua ufficiale per rispolverare i “fasti imperiali” (mentre il vernacolo toscano è fuorilegge), e dove la poesia e la satira divengono l’unica valuta di scambio clandestina per accedere ad asili virtuali come L’île des Lilas. La riflessione sull’arte come resistenza e “moneta di compensazione” dona al testo un messaggio profondo e originale.
      2. Stile personale e comprensibilità del testo= Fluido, elegante e di buon livello letterario – La voce narrante in prima persona è colta, arguta e misurata. Il lessico è vario e appropriato («sano civitas», «feste, farina e forca», «vento di fronda»). Il testo è chiarissimo e piacevole da leggere. L’unica piccola riserva stilistica risiede nel passaggio repentino dal passato remoto/imperfetto della prima parte (introduzione del contesto e del background) al presente indicativo della seconda parte (la narrazione dell’esperienza al locale), uno scarto temporale che avrebbe potuto essere armonizzato con maggiore gradualità.
      3. Abilità nel comunicare e nel suscitare interesse= Coinvolgente e fortemente immersivo – Il testo cattura da subito la curiosità del lettore grazie all’efficace premessa distopica e al ritmo narrativo costante. Nella seconda metà, il racconto si popola di vita, personaggi e dettagli concreti (i quattro giocatori al tavolo, le liriche in vernacolo usate come pagamento, il disk jockey e la musica acid rock), riuscendo a far “vedere” e “sentire” l’atmosfera di questo Parnaso sotterraneo e virtuale.
      4. Coerenza, coesione ed equilibrio tra le parti del testo = Buona ma lievemente sbilanciata nell’architettura – La struttura del racconto presenta una prima metà marcatamente espositiva (discarica d’informazioni a stile narrativo sull’infanzia del protagonista, sul suo lavoro di consulente e sulle leggi dello Stato) e una seconda metà propriamente scenica e dialogata. Sebbene entrambe le parti siano scritte molto bene, l’incipit risulta un po’ sbilanciato verso la premessa storico-normativa a scapito dell’azione diretta. Il finale, tuttavia, con la proclamazione del vincitore e l’idea delle poesie classiche usate come moneta circolante, chiude la parabola narrativa con perfetta coerenza concettuale.

      Gentile Scrittrice, La ringrazio per la Sua partecipazione al Contest Letterario Daltonico Esistenziale!
      Cordialmente, JONNY SOUTO ~poeta, scrittore autobiografo, linguista.
      12/10/2026

      1. Grazie a lei, . Molto utili queste sue osservazioni.

  13. Sez A – Accetto il regolamento

    “La tazzina”

    Essere una tazzina:
    sul bordo una traccia di rossetto
    – metto sempre il rossetto,
    perché colora la mia morte –
    Me ne stavo sulla mensola
    del bar della mia anima
    e abbracciavo il fondo di un caffè.
    Strani avventori mi sorseggiavano.
    Nel mentre discorrevano di donne
    e di animali domestici.
    – Suppongo che io cercassi, invece,
    i venditori di sogni –

    1. Motivazione sintetica: “La tazzina” è una poesia di straordinaria efficacia espressiva, sorretta da un’intuizione metaforica brillante e originale. Attraverso un linguaggio limpido, visivo e velato da una leggera malinconia, il componimento riesce a trasformare un dettaglio quotidiano in una potente e toccante riflessione sull’incomunicabilità e sulla ricerca di senso nell’esistenza.
      1. Musicalità del verso= disinvolta, colloquiale e ben ritmata – La poesia adotta un verso libero breve e fluido, vicino al tono del monologo interiore. Le pause metriche e i trattini parentetici cadenzano il discorso con naturalezza, alternando il ritmo della narrazione esterna alla delicatezza sospesa delle confessioni tra parentesi.
      2. Ricerca estetica della parola e del suono= Nitida, ironica e straniante – Il lessico unisce con grande efficacia elementi quotidiani e materiali («tazzina», «rossetto», «fondo di un caffè») a concetti metafisici e surreali («bar della mia anima», «colora la mia morte», «venditori di sogni»). Il contrasto tra l’oggetto d’uso comune e la dimensione interiore crea una trama sonora e semantica felice e raffinata.
      3. Fluidità del linguaggio= eccellente e immediata – Il discorso scorre senza il minimo inceppamento sintattico. La struttura espositiva è chiarissima e lineare: il lettore viene immediatamente calato nell’atmosfera del componimento e segue il flusso di pensiero con naturalezza ed empatia.
      4. Capacità evocativa delle immagini= Forte, cinematografica e fortemente simbolica – L’immagine della tazzina con la traccia di rossetto sul bordo come personificazione dell’anima è d’impatto straordinario. Il «bar dell’anima» popolato da avventori superficiali che parlano di “donne e animali domestici” contrapposto alla ricerca dei “venditori di sogni” crea un quadro visivo e concettuale memorabile.
      5. Autenticità emozionale= Intensa, malinconica e disincantata – Emerge una profonda sensazione di alienazione e solitudine esistenze, addolcita però da una grazia poetica e da un’autoironia sottile. L’ammissione incastonata tra i trattini («colora la mia morte», «cercassi, invece, i venditori di sogni») restituisce un’emozione sincera, fragile e toccante.
      6. Originalità del tema e del messaggio= Fresca, brillante e surreale – L’uso della personificazione (l’io lirico che si identifica in un oggetto inanimato come una tazzina di caffè) per esplorare la solitudine, il consumo superficiale delle relazioni e la sete di idealismo è un’intuizione poetica originale, moderna e condotta con notevole maestria.

      Gentile Poeta, La ringrazio per la Sua partecipazione al Contest Letterario Daltonico Esistenziale!
      Cordialmente, JONNY SOUTO ~poeta, scrittore autobiografo, linguista.
      12/10/2026

  14. Il tuo vivere polveroso
    E stanco infelicita
    Il cuore di chi ama il tempo.
    Pietrifica i desideri
    Con lo sguardo
    Come nuova gorgone
    E avvinghia il futuro
    Tra le spire di un aspide pungente.
    Godi della briosa
    Gaiezza dello spirito
    E lascia le rughe
    Agli invidiosi.
    Abbraccia il piacere
    Della vicinanza
    Come virtù dell’esistenza.

    Antonella Alberghina
    Accetto il regolamento

    1. Motivazione sintetica: “Il tuo vivere polveroso” è un’efficace esortazione alla vita e al presente. Attraverso una felice combinazione di immagini mitologiche (la Gorgone) e metafore incisive (l’aspide, le rughe degli invidiosi), il testo riesce a contrapporre la paralisi del tempo alla vitalità del piacere e della vicinanza, distinguendosi per rigore formale e forza figurativa.
      1. Musicalità del verso= Scandita e incisiva – Il testo adotta un verso libero tendenzialmente breve (quinari e settenari) con un andamento spezzato ed essenziale. L’alternanza tra la prima parte, dai toni più cupi e rallentati, e la seconda, caratterizzata da un ritmo più rapido e imperativo («Godi», «lascia», «Abbraccia»), crea un contrasto dinamico e piacevole all’ascolto.
      2. Ricerca estetica della parola e del suono= Raffinata, mitologica e classica – La ricerca lessicale attinge a un repertorio colto e figurato di grande impatto: il richiamo al mito («nuova gorgone»), la metafora dell’«aspide pungente», l’uso di sostantivi e aggettivi elevati («briosa gaiezza dello spirito»). Il lessico è attento alla trama fonica, sfruttando l’incisività delle consonanti dure (gorgone, spire, aspide).
      3. Fluidità del linguaggio= Discreta e a tratti sintetica – Il discorso poetico procede per immagini a forte densità concettuale. L’incipit è volutamente ellittico e richiede un piccolo sforzo d’interpretazione iniziale. Dalla metà del componimento in poi, la sintassi si scioglie in un invito limpido e diretto, migliorando sensibilmente la scorrevolezza complessiva.
      4. Capacità evocativa delle immagini= Potente, visiva e simbolica – È uno dei punti di maggior forza della poesia. Lo “sguardo che pietrifica i desideri” come Gorgone e l’immagine del futuro avvinghiato tra le spire dell’aspide trasmettono con eccezionale efficacia visiva il senso di blocco, di angoscia e di inerzia temporale, contrapponendosi nettamente al calore vitale dell’abbraccio finale.
      5. Autenticità emozionale= Intensa e catartica – Traspare una genuina spinta verso la liberazione interiore. La poesia mette in scena un momento di svolta: il passaggio dal tormento/paralisi del tempo che scorre alla rivendicazione della gioia, della leggerezza e della vicinanza umana, facendosi veicolo di un’emozione sincera e vitale.
      6. Originalità del tema e del messaggio= Tradizionale ma ben rielaborata – Il tema del carpe diem (l’invito a godere del presente superando l’ansia del tempo e dell’invecchiamento) si inserisce in un solco classico della lirica (da Orazio a Lorenzo de’ Medici). La poesia riesce comunque a rinnovare questo messaggio grazie all’uso di metafore classiche incisive e a un tono di forte determinazione etica.
      Il primo verso presenta degli errori, quali il verbo essere non accentato e il nome comune astratto senza accento, svista ortografica, al posto della forma corretta: “È stanco infelicità…”.

      Gentile Poeta, La ringrazio per la Sua partecipazione al Contest Letterario Daltonico Esistenziale!
      Cordialmente, JONNY SOUTO ~poeta, scrittore autobiografo, linguista.
      12/10/2026

  15. In un soffio

    Cosa fare di questa vita
    che brucia
    nell’attesa del niente,
    che se ne va
    in un soffio di vento
    – spezzando sogni e desideri –
    che soffre
    in anima e corpo?
    Cosa farne,
    se non trasformare
    ogni millesimo di secondo
    in Amore?

    © Daniela Giorgini – Sezione A – Accetto il regolamento

    1. Motivazione sintetica: “In un soffio” è una poesia breve, essenziale ed estremamente fluida che affronta l’angoscia della precarietà con limpida forza morale. Capace di trasformare l’interrogativo sul senso del dolore in un’affermazione vitale e luminosa, il componimento convince per la sua sincerità emotiva e per l’impeccabile chiarezza espressiva.
      1. Musicalità del verso= Scandita, aerea e ben ritmata – Il componimento adotta versi brevi e frammentati (prevalenza di quinari e quaternari) che riproducono la brevità e la volatilità del “soffio” citato nel titolo. Il ritmo è leggero ma ben scandito, sorretto da una naturale cadenza respiratoria e dall’uso calibrato della parentetica.
      2. Ricerca estetica della parola e del suono= Essenziale, limpida e pulita – Il lessico sceglie la via della massima essenzialità e trasparenza, senza ricorrere ad artifici verbali complessi o ad arcaismi. La trama sonora è piana e priva di asperità, puntando su accostamenti immediati ed efficaci («soffio di vento», «anima e corpo», «millesimo di secondo»).
      3. Fluidità del linguaggio= Eccellente e immediata – La struttura sintattica è costruita come un’unica grande domanda retorica che trova risposta nei versi finali. Il flusso del discorso è di una scorrevolezza impeccabile: si legge d’un fiato, guidando il lettore in modo diretto dal senso di precarietà alla soluzione etica finale.
      4. Capacità evocativa delle immagini= Nitida e universale – Le immagini sono essenziali e fortemente simboliche: la vita che brucia, il vento che spazza via i sogni, la sofferenza corporea e spirituale, fino al contrasto con la frazione minima di tempo («millesimo di secondo») riempita d’Amore. Pur attingendo a un immaginario classico, riescono a trasmettere un senso immediato di fragilità.
      5. Autenticità emozionale= Sincera, sentita e toccante – È il punto di forza della poesia. La sofferenza e lo smarrimento iniziale non rimangono fine a sé stessi, ma sfociano in una presa di posizione vitale e fiduciosa. La tensione emotiva appare genuina, spoglia di orpelli e mossa da un sincero impulso di riscatto interiore.
      6. Originalità del tema e del messaggio= Tradizionale ma universale – Il tema della brevità della vita (tempus fugit) e della sofferenza riscattata dall’Amore appartiene alla grande tradizione lirica di ogni epoca. Il testo non pretende di sovvertire il tema, ma lo ripropone con una formula sintetica, moderna e di immediata presa sul lettore.

      Gentile Poeta, La ringrazio per la Sua partecipazione al Contest Letterario Daltonico Esistenziale!
      Cordialmente, JONNY SOUTO ~poeta, scrittore autobiografo, linguista.
      12/10/2026

  16. Gli Angeli
    Gli angeli esistono,
    se prima avevo dei dubbi
    ora ne sono certa.
    Quando meno te l’aspetti,
    arrivano delle persone belle e avvolgenti
    con i capelli color oro
    e illuminano il tuo cammino.
    Ma è un sogno?
    No, è la realtà.
    Sono venuti a darti calore e comprensione
    per riuscire a vivere una vita migliore,
    fatta di speranza e forza.
    Sono venuti a farti vedere che
    c’è sempre una via d’uscita.
    Ti prendono per mano
    per accompagnarti nella strada giusta,
    e non ti abbandonano.
    Ne hai passate tante,
    ma grazie alla loro protezione,
    il destino ti mette di fronte nuove prospettive.

    accetto il regolamento, sez. a

    1. Motivazione sintetica: “Gli angeli” è un componimento poetico immediato, dolce e di grande candore espressivo. Pur muovendosi all’interno di un registro linguistico e di un immaginario ampiamente consolidati e tradizionali, la poesia conquista per la sua assoluta fluidità e per la carica di sincera gratitudine emotiva che sa trasmettere al lettore.
      1. Musicalità del verso= Discorsiva e distesa – Il componimento adotta un verso libero dall’andamento prevalentemente prosastico e narrativo. La scansione metrica segue il ritmo del parlato fluente; non sono presenti particolari giochi fonici (rime, allitterazioni complesse o assonanze marcate), ma il flusso sonoro risulta comunque armonioso, piana e rilassante.
      2. Ricerca estetica della parola e del suono= Semplice e immediata – Il lessico sceglie la via della trasparenza totale e della quotidianità. Vengono impiegate espressioni consolidate e di uso comune («persone belle», «capelli color oro», «illuminano il tuo cammino», «prendono per mano»). La ricerca del suono rinuncia alla sperimentazione formale per privilegiare la chiarezza dell’esposizione.
      3. Fluidità del linguaggio= Eccellente e limpidissima – Il testo si distingue per una scorrevolezza nativa e senza intoppi. La sintassi è lineare, piana e chiarissima: il lettore comprende e recepisce il messaggio all’istante, senza riscontrare alcuna opacità o asperità strutturale.
      4. Capacità evocativa delle immagini= iconicità e consolatoria – Le figure evocate (la figura luminosa dai capelli d’oro, la mano tesa nel buio, la via d’uscita) appartengono al repertorio classico dell’iconografia angelica e dell’incontro provvidenziale. Pur senza offrire visioni inedite, riescono a trasmettere un’immagine nitida di calore, riparo e protezione.
      5. Autenticità emozionale= Profonda, dolce e partecipe – È il punto di maggior forza della poesia. Dal testo traspare una reale gratitudine vissuta in prima persona e la sincera commozione per aver incontrato persone capaci di ridare speranza nei momenti difficili. Il sentimento di sollievo e di rinascita appare genuino e spontaneo.
      6. Originalità del tema e del messaggio= tradizionale e rassicurante – Il tema degli “angeli terreni” (persone speciali che salvano o guidano nei momenti di sconforto) è un topos ampiamente diffuso nella poesia consolatoria e nella letteratura spirituale. Il componimento non ambisce a rivoluzionare il tema, ma lo ripropone come una testimonianza di fede nell’umanità e nel destino.

      Gentile Poeta, La ringrazio per la Sua partecipazione al Contest Letterario Daltonico Esistenziale!
      Cordialmente, JONNY SOUTO ~poeta, scrittore autobiografo, linguista.
      12/10/2026

  17. Titolo: Diario di una mamma che non tace
    Autrice: Marina Severa
    Casa editrice: Self-publishing Amazon KDP
    Anno: 2026
    Genere: Memoir / Maternità / Rinascita personale

    Ho scritto questo diario con una mano sola, l’altra teneva mia figlia che non voleva dormire.
    Non è un libro su come essere una mamma perfetta, perché io perfetta non lo sono mai stata.
    È un libro su tutte le volte che ho pianto in bagno per non farmi sentire, su quando mi sono sentita sola anche con la casa piena, giudicata da tutti, invisibile, stanca.
    Per mesi ho taciuto, pensando di essere l’unica a sentirsi così.
    Poi ho capito che siamo in migliaia, ma nessuna ne parla.
    Allora ho iniziato a scrivere.
    Di notte, tra una poppata e l’altra, senza filtri.
    Ho raccontato la rabbia, la stanchezza che ti spacca le ossa, il senso di colpa, ma anche l’amore immenso che ti fa ricominciare ogni mattina.
    In 3 settimane dalla pubblicazione, 23 mamme lo hanno già portato a casa e una mi ha scritto:
    “Hai avuto il coraggio di dirlo, finalmente”.
    Non ho scritto per vendere.
    Ho scritto perché una mamma che si sente sbagliata, leggendo queste pagine, capisca che non è rotta.
    È solo stanca.
    Umana.
    Viva.
    Se anche tu ti sei sentita così, questo diario è anche tuo.
    Se ti ritrovi in una sola riga, questo diario è anche tuo.
    Se anche tu hai scelto di ricominciare da te, questo diario è anche tuo.
    Ricordati…
    Nessuno ti dirà mai che metà del lavoro da mamma è combattere il senso di colpa.
    Colpa se lavori.
    Colpa se stai a casa.
    Colpa se non ce la fai.
    Colpa se ce la fai troppo bene.

    – Accetto il regolamento, sez. b

    1. Motivazione sintetica: “Diario di una mamma che non tace” è una prova di narrazione breve intima, potente e di immediata presa emotiva. Grazie a un ritmo incalzante, a una voce autentica e a un’abile scansione anaforica, il testo riesce a trasformare un’esperienza personale in un messaggio collettivo liberatorio e di grande spessore umano.
      1. Originalità del tema e del messaggio= Sincera, attuale e liberatoria – Sebbene la maternità e le sue sfide siano temi ampiamente dibattuti, il testo sceglie di smantellare frontalmente il mito della “mamma perfetta”, puntando sul tema del senso di colpa sistemico e dell’invisibilità. L’idea di trasformare la propria vulnerabilità in un “manifesto” e in un luogo di incontro per una comunità invisibile dona al messaggio una forza autentica e d’impatto.
      2. Stile personale e comprensibilità del testo= Incisivo, ritmato e di grande impatto – La voce narrante ha un’impronta forte, immediata e intimista. L’uso di frasi brevi e nominali («È solo stanca. Umana. Viva.») e l’efficace struttura ad anafora («Se anche tu… / Colpa se…») creano un ritmo incalzante che cattura chi legge. Il linguaggio è spoglio di orpelli, pulito e straordinariamente comprensibile.
      3. Abilità nel comunicare e nel suscitare interesse= Coinvolgente, empatico ed emozionante – È il punto di maggior forza del racconto. L’incipit visivo («Ho scritto questo diario con una mano sola, l’altra teneva mia figlia…») aggancia all’istante il lettore. L’onestà brutale nel descrivere il pianto in bagno, la stanchezza che spacca le ossa e la solitudine attiva un cortocircuito di profonda immedesimazione ed empatia.
      4. Coerenza, coesione ed equilibrio tra le parti del testo= Armoniosa, calibrata e ben strutturata – Inizio: L’inquadramento fisico e psicologico della situazione (la mano occupata, la non-perfezione); Sviluppo: La transizione dal silenzio individuale alla consapevolezza collettiva (“siamo in migliaia”) e Finale: La spinta catartica, la mano tesa alle altre mamme e l’elenco martellante delle forme di “colpa”, che chiude la narrazione con un picco emotivo perfetto.

      Gentile Scrittrice, La ringrazio per la Sua partecipazione al Contest Letterario Daltonico Esistenziale!
      Cordialmente, JONNY SOUTO ~poeta, scrittore autobiografo, linguista.
      12/10/2026

  18. Sezione B (Accetto il regolamento)
    La stella che non aveva un solo cielo.

    Quando Miriam era bambina, sua nonna le aveva insegnato che alcune parole non appartengono a nessuno. Una di queste era la memoria.
    «La memoria è una di quelle cose che appartengono a tutti», le diceva, mentre sistemava con cura le vecchie fotografie conservate in fondo a un armadio.
    Miriam aveva otto anni e non comprendeva davvero che cosa volesse dire. Per lei la memoria era una stanza piena di fotografie, una stanza nella quale gli adulti entravano in silenzio e dalla quale uscivano con gli occhi lucidi.
    La nonna possedeva una piccola stella gialla, cucita su un vecchio pezzo di stoffa. La conservava dentro una scatola di latta, insieme a lettere, fotografie e documenti che Miriam non poteva toccare.
    «Questa non è una decorazione», le disse un giorno.
    «Lo so», rispose la bambina.
    «No, non lo sai ancora.»
    Miriam abbassò gli occhi e aspettò.
    La nonna prese la stella tra le dita e la osservò a lungo.
    «Questa stella serve a ricordare che cosa accade quando gli uomini decidono che alcuni esseri umani valgono meno degli altri.»
    Miriam rimase in silenzio.
    «E quando crescerai», continuò la nonna, «dovrai ricordare una cosa ancora più importante: il dolore non diventa sacro soltanto perché appartiene a qualcuno che amiamo o che sentiamo vicino.»
    Quella frase, però, Miriam l’avrebbe capita soltanto molti anni dopo.
    Da ragazza studiò storia. Non perché avesse sempre sognato di diventare una storica, ma perché voleva capire come fosse stato possibile che persone apparentemente normali si fossero trasformate negli ingranaggi di una macchina capace di distruggere milioni di vite.
    Voleva capire come si potesse obbedire a un ordine disumano, come si potesse guardare un bambino e stabilire che la sua vita avesse un valore inferiore a quella di un altro, come si potesse assistere al dolore e scegliere il silenzio.
    Durante gli anni dell’università visitò musei, memoriali e luoghi della memoria. Ascoltò le testimonianze dei sopravvissuti e si fermò davanti a fotografie di persone che non avrebbe mai conosciuto.
    Una volta, davanti a una montagna di vecchie valigie appartenute a uomini, donne e bambini deportati, Miriam scoppiò a piangere.
    Accanto a lei c’era Daniel, un ragazzo conosciuto durante quel viaggio.
    «Conoscevi qualcuno?» le domandò.
    «No.»
    «Nemmeno io.»
    Rimasero entrambi in silenzio.
    Dopo qualche minuto Daniel le chiese: «Allora perché piangi?»
    Miriam rispose senza pensarci: «Perché avrei dovuto conoscerli.»
    Daniel non disse nulla. Forse comprese che quella era una delle forme più profonde della memoria: riuscire a piangere per persone che non avevamo mai incontrato e decidere, proprio per questo, che la loro morte non sarebbe stata cancellata.
    Passarono gli anni e Miriam diventò insegnante. Ogni gennaio organizzava nella sua scuola una giornata dedicata alla memoria. Non amava le celebrazioni vuote, le corone deposte davanti a una targa o le fotografie scattate soltanto per dimostrare che tutti avevano fatto il proprio dovere.
    Voleva che i ragazzi facessero domande. Voleva che imparassero a stare in silenzio davanti al dolore e, soprattutto, voleva che uscissero dalla sua aula con una responsabilità nuova.
    Sulla parete della classe aveva scritto soltanto due parole:
    MAI PIÙ.
    Un giorno uno studente le domandò: «Mai più cosa?»
    Miriam rimase qualche secondo in silenzio, poi rispose: «Qualunque cosa.»
    Il ragazzo sorrise. «Non è una risposta.»
    «È l’unica risposta che conta», disse lei.
    Poi arrivò il 7 ottobre.
    Quella mattina Miriam era a scuola. Ricordava il sole, il rumore degli studenti nei corridoi e una collega che aveva portato dei biscotti. Ricordava anche il momento in cui il suo telefono aveva cominciato a vibrare continuamente.
    Prima arrivò una notifica, poi un’altra, poi decine.
    Le immagini apparivano una dopo l’altra. C’erano persone uccise, famiglie terrorizzate, bambini, case devastate, volti sconvolti e nomi che diventavano rapidamente parte della cronaca.
    Miriam si sedette e per alcuni minuti non riuscì a parlare.
    Pensò alla nonna, alla vecchia scatola di latta e alla stella gialla.
    Pensò a tutti gli anni trascorsi a insegnare che la memoria non è una proprietà privata e che il dolore di una persona non può essere cancellato dal dolore di un’altra.
    Quel giorno comprese che le sue lezioni non erano finite. Erano appena cominciate.
    Nei giorni successivi la paura entrò nelle case, nelle scuole e nelle conversazioni. Le persone cercavano parole semplici per descrivere una realtà che, invece, era diventata terribilmente complessa.
    C’erano famiglie terrorizzate, ostaggi, morti e bambini. C’era il dolore di chi aveva perso qualcuno e la paura di chi temeva di perdere qualcun altro.
    Poi arrivò la risposta militare, e insieme ad essa arrivarono nuove immagini di morte e distruzione.
    Miriam seguiva le notizie fino a tarda notte. Guardava le fotografie provenienti da Gaza: palazzi trasformati in macerie, ospedali sovraffollati, strade percorse da persone in fuga, bambini feriti e madri che cercavano di proteggere i propri figli.
    Vide persone in fila per l’acqua e famiglie che non sapevano dove andare.
    Dentro di lei qualcosa si spezzò.
    Non perché avesse smesso di provare dolore per le vittime israeliane. Al contrario, proprio quel dolore le impediva di accettare che altre vittime potessero essere considerate inevitabili.
    Una sera si domandò: «Come può una tragedia produrre un’altra tragedia e chiamarla necessità?»
    Come poteva il ricordo di un crimine diventare una giustificazione per un altro crimine? Come poteva il dolore trasformarsi in una licenza per infliggere dolore?
    Qualche giorno dopo Miriam tornò nella casa della nonna. La donna era morta da alcuni anni, ma alcune stanze sembravano ancora conservare la sua presenza.
    Aprì il vecchio armadio e trovò la scatola di latta.
    La prese tra le mani e rimase per qualche istante indecisa, poi sollevò il coperchio.
    La stella era ancora lì.
    Accanto c’erano fotografie che aveva visto mille volte e alcune lettere appartenute a persone che non aveva mai conosciuto.
    Ne prese una e cominciò a leggerla.
    La lettera parlava della paura, dei figli, della separazione e della speranza che, un giorno, qualcuno avrebbe ricordato.
    Miriam rilesse più volte l’ultima frase.
    Non c’era odio. Non c’era vendetta.
    C’era soltanto una richiesta: essere ricordati come persone.
    Miriam chiuse gli occhi.
    In quel momento comprese finalmente le parole della nonna.
    La memoria non poteva appartenere a un solo popolo, a una sola religione o a una sola parte della storia.
    Se era davvero memoria, doveva riconoscere il dolore ovunque si trovasse.
    Il giorno seguente Miriam tornò a scuola.
    Guardò la scritta sulla parete.
    MAI PIÙ.
    Prese un pennarello nero e aggiunse sotto:
    PER CHIUNQUE.
    Gli studenti entrarono lentamente. Alcuni erano arrabbiati, altri confusi, altri ancora avevano paura. C’erano ragazzi che avevano parenti in Israele e altri che avevano amici palestinesi.
    Miriam non cercò di convincerli a pensarla allo stesso modo.
    «Oggi non faremo una lezione normale», disse.
    Un ragazzo alzò la mano.
    «Parleremo della guerra?»
    «Parleremo delle persone», rispose Miriam.
    «Non è la stessa cosa?»
    «No. La guerra parla di eserciti, territori, confini e strategie. Le persone parlano di madri, figli, case, paura, speranza e perdita. Se dimentichiamo le persone, possiamo finire per giustificare qualunque cosa.»
    Nessuno rispose.
    Alla fine della lezione, un ragazzo di nome Sami rimase in aula.
    «Professoressa, mio padre dice che bisogna stare dalla parte di Israele. Mia madre, invece, dice che bisogna stare dalla parte della Palestina. Io non so più cosa pensare.»
    Miriam lo guardò.
    «Non sapere è, a volte, un buon punto di partenza.»
    Sami rimase perplesso.
    «Davvero?»
    «Sì. Quando una realtà è complicata, fingere di avere una risposta semplice può essere pericoloso.»
    Poi indicò la parete.
    «Ma una cosa puoi saperla.»
    «Cosa?»
    «Nessun bambino dovrebbe essere ucciso perché è nato dalla parte sbagliata di un confine.»
    Nei mesi successivi Miriam cominciò a raccogliere testimonianze.
    Non voleva fare propaganda e non voleva trasformare la sua aula in un tribunale. Voleva semplicemente ascoltare.
    Ascoltò una madre israeliana raccontare la morte della figlia. Ascoltò un padre palestinese raccontare la morte del figlio sotto le macerie. Ascoltò una donna parlare di un fratello rapito e un ragazzo raccontare la distruzione della propria casa.
    Ascoltò una bambina dire di aver imparato a riconoscere il rumore degli aerei prima ancora di imparare le tabelline.
    Miriam trascriveva tutto.
    Ogni testimonianza aveva un nome. Ogni nome aveva una storia. Ogni storia apparteneva a una persona.
    I suoi studenti cominciarono lentamente a capire una cosa che nessun libro di storia avrebbe potuto insegnare loro: la sofferenza non è una gara.
    Il dolore di una vittima non rende meno importante quello di un’altra. La memoria di una tragedia non può diventare il permesso di cancellare una seconda tragedia. E un bambino non può essere considerato colpevole della bandiera sotto la quale è nato.
    Un giorno Miriam ricevette una lettera da Daniel.
    Lo aveva perso di vista molti anni prima. Ora viveva in Israele.
    La lettera parlava della paura, della famiglia, degli amici e della rabbia. Ma parlava soprattutto del cambiamento che Daniel aveva cominciato a percepire dentro di sé.
    «Per settimane», scriveva, «ho pensato che l’unico modo di onorare i morti fosse impedire al nemico di colpire ancora. Poi ho capito che la parola “nemico” stava diventando troppo grande. Dentro quella parola avevo messo milioni di persone che non conoscevo, compresi bambini che non avevano scelto nulla e madri che avevano paura esattamente come mia madre.»
    Miriam lesse la lettera alla classe.
    Quando ebbe finito, aggiunse: «Questo non significa dimenticare ciò che è accaduto il 7 ottobre.»
    Sami annuì.
    «E non significa dimenticare Gaza.»
    «Esatto.»
    Un’altra studentessa domandò: «Allora che cosa significa?»
    Miriam guardò la parete.
    «Significa che la memoria deve impedirci di diventare ciò che diciamo di combattere.»
    Qualche settimana dopo, la classe organizzò una mostra.
    Non c’erano bandiere e non c’erano slogan politici. C’erano fotografie di bambini, volti, nomi, lettere e disegni.
    Una parete era dedicata alle vittime israeliane del 7 ottobre. Un’altra alle vittime palestinesi della guerra.
    Al centro della sala c’era un grande foglio bianco con una frase:
    Nessun dolore cancella un altro dolore.
    Sotto, gli studenti avevano scritto i propri pensieri.
    «Ricordare una vittima non significa dimenticarne un’altra.»
    «La giustizia non può avere due pesi.»
    «La sicurezza senza libertà non è pace.»
    E, con una grafia infantile, qualcuno aveva scritto:
    «Vorrei che i bambini potessero avere paura soltanto dei temporali.»
    Miriam rimase a lungo davanti a quella frase.
    La sera dell’inaugurazione arrivarono molte persone: genitori, insegnanti e cittadini. Alcuni erano d’accordo con il progetto, altri erano contrari. Qualcuno accusò la scuola di prendere posizione, qualcun altro disse che non era abbastanza.
    Un uomo si avvicinò a Miriam.
    «Lei non capisce che bisogna scegliere da che parte stare.»
    Miriam lo guardò e rispose: «No. Credo invece che dobbiamo scegliere da che parte stare.»
    «E quale sarebbe?»
    «Dalla parte della vita.»
    L’uomo rimase in silenzio.
    «Dalla parte dei bambini, degli ostaggi, dei civili e di chi vuole vivere senza essere ucciso, rapito, bombardato o cacciato dalla propria casa. È troppo facile dirlo? Forse. Ma è terribilmente difficile farlo. Ed è proprio per questo che dobbiamo continuare a dirlo.»
    Quella notte Miriam uscì nel cortile della scuola.
    Il cielo era limpido e pieno di stelle.
    Alzò gli occhi e pensò alla nonna, alla scatola di latta e alla piccola stella gialla che aveva conservato per tutta la vita.
    Finalmente comprese che cosa significava davvero ricordare.
    La memoria non era una catena e non era un’arma.
    Era una responsabilità.
    Non serviva a dire: «Guarda cosa hanno fatto a noi.»
    Serviva a dire: «Guarda cosa può fare l’uomo all’uomo e impedisci che accada ancora.»
    A chiunque.
    Ovunque.
    Anche quando la vittima cambia volto, lingua o religione. Anche quando il dolore dell’altro sembra lontano. Anche quando la propaganda ci convince che un bambino dall’altra parte del confine sia meno bambino del nostro.
    Passarono gli anni.
    La guerra lasciò dietro di sé ferite che non potevano essere misurate soltanto attraverso il numero dei morti. Rimanevano le case perdute, le famiglie spezzate, le infanzie interrotte, le persone incapaci di dormire e quelle che avevano perso la fiducia.
    Rimanevano anche persone che avevano imparato a odiare prima ancora di imparare a conoscere.
    Ma in quella scuola lontana dai luoghi della distruzione, la vecchia frase continuava a essere scritta sulla parete:
    MAI PIÙ.
    E sotto:
    PER CHIUNQUE.
    Ogni anno Miriam raccontava la stessa storia. Non quella dei vincitori e nemmeno quella dei vinti, ma quella degli esseri umani.
    Raccontava dei morti e dei vivi, delle madri e dei bambini, degli anziani, della paura, della perdita e del coraggio di chi riusciva a non trasformare il proprio dolore in odio.
    Quando gli studenti le chiedevano quale fosse la lezione più importante, Miriam non parlava di confini, trattati o eserciti.
    Diceva soltanto:
    «Il giorno in cui il vostro cuore riuscirà a riconoscere come vostro il dolore di una persona che non vi assomiglia, avrete capito davvero che cosa significa ricordare.»
    Poi indicava la parete.
    «E avrete capito anche cosa significa dire mai più.»
    Molto tempo dopo la morte di Miriam, la scuola rimase in piedi.
    Gli studenti crebbero. Alcuni diventarono medici, altri insegnanti, altri ancora avvocati, giornalisti o ingegneri. Alcuni partirono e altri tornarono.
    Sami diventò storico.
    Un giorno, durante una conferenza, gli chiesero perché avesse scelto quel mestiere.
    Rispose: «Perché una volta una professoressa mi ha insegnato che la memoria non è una proprietà dei morti. È un dovere dei vivi.»
    Fece una pausa.
    «Mi ha insegnato anche che “mai più” non può avere un destinatario unico. Se lo pronunciamo soltanto quando la vittima ci somiglia, non stiamo pronunciando un giuramento: stiamo scegliendo una parte.»
    La sala rimase in silenzio.
    «Ma se diciamo “mai più” davanti a ogni bambino ucciso, a ogni famiglia distrutta e a ogni essere umano privato della propria dignità, allora quella frase diventa davvero universale.»
    Quando terminò la conferenza, Sami tornò a casa passando davanti alla vecchia scuola.
    Sul muro esterno qualcuno aveva scritto una frase.
    Non si sapeva chi l’avesse dipinta. Forse uno studente, forse un insegnante, forse qualcuno che non era mai entrato in quella classe.
    C’erano soltanto cinque parole:
    LA MEMORIA NON HA PADRONI.
    Sami rimase a guardarle.
    Poi alzò gli occhi verso il cielo.
    Una stella brillava sopra i tetti.
    Non apparteneva a un popolo, a una religione, ai vincitori o ai vinti.
    Brillava sopra tutti.
    Come dovrebbe fare la memoria.
    Come dovrebbe fare la giustizia.
    Come dovrebbe fare il dolore, quando decide di non ntare odio.
    E come dovrebbe essere, sempre, il nostro mai più.

    Raffaele Di Palma

    1. Motivazione sintetica: “La stella che non aveva un solo cielo” è una prova di narrazione etica e civile di altissimo livello. Attraverso una prosa limpida, sobria ed emozionante, il racconto riesce a trasformare il tema della memoria in un dovere morale universale, capace di superare la logica delle fazioni per mettere al centro la dignità dell’essere umano e la protezione di ogni vita. Un testo di rara maturità e profonda bellezza.
      1. Originalità del tema e del messaggio= Di eccezionale spessore etico e civile – Il racconto affronta con rara sensibilità e coraggio uno dei nodi più complessi e dolorosi della contemporaneità: il rischio di trasformare la memoria di una tragedia storica in un’arma di parte o in un monopolio del dolore. L’idea di un “Mai più” che non sia di proprietà di un solo popolo, ma che valga per chiunque e ovunque (dalla Shoah al 7 ottobre e alla tragedia dei civili a Gaza), rappresenta una riflessione umanistica universale, matura e di altissimo profilo etico.
      2. Stile personale e comprensibilità del testo= Elegante, misurato e di grande lucidità – La scrittura si distingue per un tono pacato, solenne e profondamente empatico. La voce autoriale evita con cura qualsiasi deriva retorica o propagandistica, prediligendo un registro limpido, piano e didattico nel senso più nobile del termine. I dialoghi sono essenziali, calibrati e portatori di un forte valore metaforico e filosofico, garantendo una leggibilità perfetta.
      3. Abilità nel comunicare e nel suscitare interesse= Straordinariamente coinvolgente ed emozionante – La narrazione possiede un’incredibile carica di immedesimazione. Attraverso l’evoluzione interiore di Miriam — da bambina che osserva la scatola di latta della nonna, a studentessa davanti alle valigie, fino a docente nell’aula scolastica — il lettore viene accompagnato lungo un percorso di crescita e consapevolezza di rara intensità. Le testimonianze dei civili e il confronto con gli studenti (come il dialogo con il giovane Sami) creano nodi emotivi di fortissimo impatto.
      4. Coerenza, coesione ed equilibrio tra le parti del testo= Architettura narrativa impeccabile – La struttura del racconto è solida, ben calibrata ed estremamente coesa: Inizio: La semina del tema attraverso l’insegnamento della nonna e il simbolo della stella gialla nella scatola di latta; Sviluppo: La maturazione di Miriam, lo studio della storia, il trauma dell’attualità recente (il 7 ottobre e la tragedia di Gaza) e la declinazione pedagogica in aula (“MAI PIÙ / PER CHIUNQUE”) e Finale: Il passaggio di testimone all’allievo Sami, la trasmissione generazionale del messaggio e la chiusura simbolica della stella nel cielo, che ricompone circolarmente l’incipit in modo armonioso.

      Gentile Scrittore, La ringrazio per la Sua partecipazione al Contest Letterario Daltonico Esistenziale!
      Cordialmente, JONNY SOUTO ~poeta, scrittore autobiografo, linguista.
      12/10/2026

  19. Qui termina il mio viaggio

    Ed è qui che termina il mio viaggio,
    dinanzi allo spavento di tanta vastità,
    di sangue versato e poi riassorbito,
    di note suonate sulla cetra
    poi schiantate sugli scogli.

    Mi turba il tuo colore indefinito
    e il disordine dei nodi scompigliati
    quando ti liberi dalle lame luminose
    di perfetti orizzonti.

    Ho visto barche senza timone
    dimorare nel tuo ventre di madre accorta
    e braccia alla deriva supplicare la morte
    mentre le cullavi col tuo ritmico lamento.

    Qui termina il mio viaggio
    nel tuo inquieto divenire,
    tra gli scempi che hai ingoiato,
    senza capire e senza rimorso,
    tra i folli soliloqui delle onde mute e sorde,
    tra le umane preghiere e gli ultimi giuramenti
    ormai dispersi
    nell’indifferente risacca.

    © Angela Maria Malatacca
    (Sezione A – Accetto il regolamento)

    1. Motivazione sintetica: “Qui termina il mio viaggio” è un componimento di notevole maturità poetica e grande forza espressiva. Caratterizzato da un ritmo che riproduce la risacca marina e da immagini figurative di viva e tragica bellezza, il testo riesce a trasformare la contemplazione del mare in una potente meditazione sulla fragilità dell’uomo e sull’indifferenza della natura.
      1. Musicalità del verso= Armoniosa, fluida e mimetica – Il verso libero (con spiccata predilezione per settenari, endecasillabi e quinari sciolti) possiede un andamento musicale straordinario. La scansione ritmica e le pause interne riproducono sonoramente il movimento del mare e l’andirivieni della risacca, alternando picchi lirici a momenti di dolente lentezza.
      2. Ricerca estetica della parola e del suono= Elevata, ricercata e suggestiva – La trama fonetica è curata nei minimi dettagli. L’uso di figure di suono come allitterazioni e assonanze («note suonate sulla cetra / poi schiantate sugli scogli», «soliloqui delle onde mute e sorde») si sposa con un lessico colto e altamente poetico («ventre di madre accorta», «indifferente risacca», «lame luminose»).
      3. Fluidità del linguaggio= eccellente e coinvolgente= La lettura procede con naturalezza e continuità. Le stanze sono ben collegate tra loro dall’anafora del titolo («Qui termina il mio viaggio»), che sostiene la struttura e accompagna il lettore all’interno dell’atmosfera tragica e solenne della visione marina.
      4. Capacità evocativa delle immagini= Potente, visiva e tragica – Le immagini sono vive e dense di significato simbolico. Il contrasto tra la bellezza del mare («lame luminose», «note sulla cetra») e la sua indifferenza di fronte al dramma umano («barche senza timone», «braccia alla deriva», «scempi che hai ingoiato») crea quadri visivi di struggente bellezza e drammaticità.
      5. Autenticità emozionale= Intensa, partecipe e cupa – Traspare una profonda resa esistenziale e morale di fronte alla vastità della natura e all’imperturbabilità del destino. Il dolore per le vite inghiottite e per le “umane preghiere” disperse nella risacca risuona sincero, severo e privo di qualsiasi retorica.
      6. Originalità del tema e del messaggio= Classica e ben rielaborata – Il tema del mare come specchio del destino umano, tomba e al tempo stesso grembo indifferente appartiene alla grande tradizione lirica mediterranea (da Omero a Montale). Il componimento riesce tuttavia a rinnovarlo con una forte sensibilità contemporanea e con un’accorata tensione etica.

      Gentile Poeta, La ringrazio per la Sua partecipazione al Contest Letterario Daltonico Esistenziale!
      Cordialmente, JONNY SOUTO ~poeta, scrittore autobiografo, linguista.
      12/10/2026

      1. Grazie per la splendida motivazione e la corretta interpretazione del contenuto!

  20. Ci sono creature che abitano il buio
    senza appartenervi davvero.
    Camminano dentro stanze strette,
    con il fiato spezzato dal peso dei giorni,
    eppure custodiscono ancora qualcosa di fragile e vivo
    come un ultimo tizzone acceso sotto la cenere.
    Non chiedono salvezza.
    Non tendono le mani al cielo.
    Restano immobili, quasi in silenzio,
    ad ascoltare il rumore del vuoto
    che lentamente le attraversa.
    Ma poi arriva qualcosa.
    Un alito lieve,
    come vento che si insinua in un antro dimenticato.
    Una luce calda che filtra piano da una fessura,
    sfiorando appena la pelle,
    come se il mondo, per un istante,
    si ricordasse ancora di loro.
    E allora respirano.
    Non perché il dolore sia finito,
    ma perché anche nell’oscurità più profonda
    esiste una crepa abbastanza sottile
    da lasciare entrare la luce.
    Michela Fanni
    Sezione A ( accetto il regolamento)

    1. Motivazione sintetica: Un componimento di grande eleganza formale e notevole spessore lirico. Attraverso una sintassi limpida e immagini tattili di grande suggestione, la poesia riesce a dare voce alla fragilità e al riscatto con un tono sobrio, profondo e privo di qualsiasi retorica. Una prova poetica matura e di spiccata sensibilità.
      1. Musicalità del verso= Sospesa, aerea e ben calibrata – Il componimento adotta un verso libero di varia lunghezza, sapientemente alternato tra pause di riflessione e slanci lirici. Il ritmo mima perfettamente il movimento del respiro descritto nel testo: teso e contratto nella prima parte («fiato spezzato»), più disteso e fluido quando la luce e il vento fanno il loro ingresso.
      2. Ricerca estetica della parola e del suono= Delicata, tattile e sensoriale – Il lessico sceglie termini di straordinaria levità e precisione percettiva («tizzone acceso», «antro dimenticato», «alito lieve», «sfiorando appena la pelle»). La trama fonetica privilegia suoni dolci e consonanti soffiate, capaci di creare un’atmosfera ovattata e intima.
      3. Fluidità del linguaggio= Eccellente e naturale – La sintassi scorre in modo cristallino ed esente da forzature. L’andamento narrativo e riflessivo conduce il lettore con naturalezza dall’inquadramento iniziale delle “creature del buio” fino alla presa di coscienza finale, mantenendo alta la tensione emotiva senza mai risultare farraginoso.
      4. Capacità evocativa delle immagini= Suggestiva, nitida e profondamente simbolica – È uno dei punti di forza del testo. Le immagini del tizzone sotto la cenere, del vento che si insinua nell’antro e, soprattutto, della “crepa” da cui filtra la luce possiedono una potenza visiva immediata e indimenticabile, capace di tradurre in forme concrete un vissuto interiore complesso.
      5. Autenticità emozionale= Intensa, sobria e misurata – La poesia evita il patetismo e la retorica della consolazione facile. La speranza che emerge nel finale non cancella la sofferenza («Non perché il dolore sia finito»), ma la accetta e la trascende. Questa sobrietà conferisce alla testimonianza emotiva una verità umana autentica e profonda.
      6. Originalità del tema e del messaggio= Aforistica, matura e ben rielaborata – Il tema della luce che entra attraverso le crepe dell’anima evoca suggestioni classiche e contemporanee (da F. S. Fitzgerald a Leonard Cohen), ma viene qui declinato con una voce intima, pudica e del tutto personale. L’accento posto sulla dignità di chi “non chiede salvezza” rinnova il topos della resilienza.

      Gentile Poeta, La ringrazio per la Sua partecipazione al Contest Letterario Daltonico Esistenziale!
      Cordialmente, JONNY SOUTO ~poeta, scrittore autobiografo, linguista.
      12/10/2026

  21. Primavera

    Respingo l’inverno
    oltre le reti delle mie ferite.
    Mi lascio accarezzare dal vento,
    ascolto assorta
    il palpitare della vita.
    Imparerò dalla terra
    la pazienza dell’attesa,
    dagli alberi
    la resilienza delle stagioni.
    Sarò primavera
    che rinasce tra i sassi.

    accetto il regolamento, sez. a

    1. Motivazione sintetica: “Primavera” è un componimento di squisita essenzialità, dove la brevità dei versi facilita un’immediata sintonia tra lo stato d’animo del lettore e la forza rigeneratrice della natura. Grazie a una scrittura pulita e priva di retorica, la poesia riesce a sintetizzare in pochi tratti un potente messaggio di resilienza e speranza.
      1. Musicalità del verso= Essenziale, aerea e ritmata – l componimento adotta versi brevi (quinari, settenari e ottonari) che conferiscono alla lettura un andamento leggero e cadenzato, simile al battito d’ali o allo sbocciare di un germoglio. I versi brevi creano naturali pause di respiro che valorizzano ogni singola parola.
      2. Ricerca estetica della parola e del suono= Limpida, nitida e misurata – Il lessico sceglie termini chiari e ricchi di risonanze interiori («palpitare», «pazienza», «resilienza»). La trama fonetica è caratterizzata da consonanti dolci e vocali aperte che accompagnano la transizione tematica dal rigore invernale alla rinascita primaverile.
      3. Fluidità del linguaggio= Impeccabile e immediata – La sintassi è lineare, diretta e priva di qualsiasi artificio o asperità. L’andamento per strofe brevi guida l’osservazione del lettore dall’atto iniziale di rifiuto del dolore («Respingo l’inverno») fino all’affermazione identitaria finale con perfetta continuità logica ed emotiva.
      4. Capacità evocativa delle immagini= Efficace, vitale e simbolica – Le metafore naturali sono essenziali ma incisive: l’inverno respinto oltre “le reti delle mie ferite”, la pazienza appresa dalla terra, la tenacia degli alberi e, soprattutto, l’immagine finale della primavera “che rinasce tra i sassi”, quadro nitido di forza e speranza.
      5. Autenticità emozionale= Sincera, luminosa e partecipe – La lirica trasmette una profonda spinta alla rinascita interiore. La consapevolezza che la guarigione passa attraverso l’ascolto e l’accettazione dei tempi della natura risuona autentica, intima e priva di sovrastrutture retoriche.
      6. Originalità del tema e del messaggio= Classica e ben sintetizzata – Il parallelismo tra il ciclo delle stagioni e la rinascita dell’anima è uno dei motivi più classici e frequentati della poesia di ogni tempo. Il testo lo rinnova attraverso una veste essenziale, quasi haiku o ermetica nella sua brevità, che ne condensa l’efficacia comunicativa.

      Gentile Poeta, La ringrazio per la Sua partecipazione al Contest Letterario Daltonico Esistenziale!
      Cordialmente, JONNY SOUTO ~poeta, scrittore autobiografo, linguista.
      12/10/2026

  22. LACRIME ANCORA INNOCENTI

    La pioggia dissolve le tue lacrime ancora innocenti, mentre un cielo limpido
    mitiga il tuo umore delirante.

    Il sorriso rischiara il buio delle pareti, e la gioia risplende nell’anima innamorata sotto il chiarore delle stelle.

    Un’espressione del viso lascia intravedere un tratto di cupezza, che si dissolve al suono della voce di chi ti accompagna nel tuo cammino.

    – accetto il regolamento, sez. b

    1. Motivazione sintetica: “Lacrime ancora innocenti” è un testo delicato che descrive con semplicità il potere consolatorio dell’amore e della vicinanza emotiva. Attraverso una struttura ben equilibrata e un linguaggio limpido, il componimento offre un ritratto efficace del passaggio dal buio della solitudine alla luce della condivisione.
      1. Originalità del tema e del messaggio= Tradizionale e rassicurante – Il tema del passaggio dalla tristezza alla gioia grazie all’amore e alla presenza rassicurante di un compagno di viaggio è un classico della letteratura sentimentale. Sebbene il messaggio non presenti elementi di rottura o di particolare novità concettuale, esprime in modo genuino la dinamica della consolazione e dell’affetto.
      2. Stile personale e comprensibilità del testo= Chiaro, lineare e dal tono romantico – La scrittura è estremamente accessibile e piana. Il registro adotta immagini classiche della lirica e della narrativa emozionale («la pioggia dissolve le lacrime», «il chiarore delle stelle», «il buio delle pareti»). Lo stile è semplice e privo di asperità, rendendo la lettura immediata e priva di ostacoli.
      3. Abilità nel comunicare e nel suscitare interesse= Genuina e delicata – Il testo riesce a trasmettere una sensazione di dolcezza e di sollievo interiore. La capacità di coinvolgimento si basa sull’immedesimazione del lettore con il sentimento del protagonista, il cui umore si trasforma e si rasserena al solo suono della voce amata.
      4. Coerenza, coesione ed equilibrio tra le parti del testo= Ben strutturato ed equilibrato – Il testo presenta una progressione narrativa e psicologica ben definita: Inizio: La situazione di sofferenza e il pianto che inizia a stemperarsi («umore delirante», «lacrime ancora innocenti»); Sviluppo: La svolta emotiva porta la gioia e il sorriso («risplende nell’anima innamorata») e Finale: La comparsa di un’ultima ombra di cupezza che trova la sua definitiva risoluzione nella presenza e nella voce dell’altro, chiudendo il percorso con una nota di pace e condivisione.

      Gentile Scrittore, La ringrazio per la Sua partecipazione al Contest Letterario Daltonico Esistenziale!
      Cordialmente, JONNY SOUTO ~poeta, scrittore autobiografo, linguista.
      12/10/2026

      1. Grazie a lei per l’impegno e la dedizione con cui svolge questo lavoro. Apprezzo molto questa descrizione approfondita della mia poesia.

  23. Onda

    Volitiva affermazione dell’essere,
    risacca perpetua
    che lambisce
    le spiagge abbagliate
    dei miei precordi.
    Unicità molteplice,
    polvere di defunti coralli
    macchiata dal verde
    umorale ed erbaceo
    dell’amaricante fiele.
    Rollio lunare,
    richiamo echeggiante e
    ulimoso della Madre.
    Un sussurrio incessante
    al monolitico timpano
    dell’indomabile libertà.

    Scolari Cinzia
    Sezione A
    Accetto il regolamento

    1. Motivazione sintetica: “Onda” è una lirica di grande fascino intellettuale e formale. A fronte di una sintassi volutamente densa e complessa, il componimento spicca per uno straordinario virtuosismo lessicale e fonetico, capace di trasformare la materia marina in una complessa meditazione sull’esistenza, la memoria ancestrale e la libertà dell’io.
      1. Musicalità del verso= Sinuosa, frammentata e ipnotica – Il verso libero sciolto (con una netta prevalenza di ternari, quinari e settenari) costruisce un ritmo ondulatorio che mima visivamente e acusticamente il movimento dell’onda e della risacca. Le forti cesure e gli enjambement accentuano la cadenza marina e il respiro della lettura.
      2. Ricerca estetica della parola e del suono= Di eccezionale spessore fonico-simbolico e lessicale – È il punto di forza assoluto del testo. Il lessico è colto, prezioso, quasi barocco nella sua ricercatezza («precordi», «amaricante fiele», «ulimoso», «monolitico timpano»). La trama fonetica lavora magistralmente su allitterazioni cupe e melmose (la frequenza di u, l, m, r) che restituiscono la densità vischiosa dell’elemento acquatico e viscerale.
      3. Fluidità del linguaggio= Densa, complessa e concettuale – La sintassi procede per accumulazione di apposizioni e sostantivi privi di verbi reggenti espliciti. Questa scelta stilistica rende la lettura volutamente contratta e impegnativa, richiedendo al lettore un’attenzione vigile per decodificare il flusso continuo di immagini e concetti.
      4. Capacità evocativa delle immagini= Potente, pittorica e cromaticamente densa – Le immagini scaturiscono con forza visiva straordinaria: il contrasto cromatico e materico tra la “polvere di defunti coralli” e il “verde umorale ed erbaceo”, l’ossimoro dell'”unicità molteplice” e l’ardita personificazione del “monolitico timpano dell’indomabile libertà” creano suggestioni di forte impatto simbolico.
      5. Autenticità emozionale= Profonda, filosofica e viscerale – Il sentimento non si declina in forme lirico-sentimentali classiche, ma in una tensione esistenziale e metafisica. L’emozione emerge dalla percezione del legame viscerale e ancestrale con la natura (“Madre”) e dal conflitto tra la spinta all’affermazione dell’io e il richiamo dell’origine.
      6. Originalità del tema e del messaggio= Inedita, colta e fortemente personale – Il tema marino viene completamente spogliato di ogni stereotipo romantico o descrittivo. L’onda diventa allegoria della volontà d’essere (volitiva affermazione), archetipo materno e inconscio, nonché sostanza organica e filosofica. Una rielaborazione del topos marino di rara originalità.

      Gentile Poeta, La ringrazio per la Sua partecipazione al Contest Letterario Daltonico Esistenziale!
      Cordialmente, JONNY SOUTO ~poeta, scrittore autobiografo, linguista.
      12/10/2026

  24. “Sussurro d’amore a un siciliano”

    Il ricordo dei tuoi occhi come stelle
    accende il faro del mio nuovo orizzonte .
    Labbra dal gusto di lingue e di sapori dolci e amari
    Come un onda ci travolge l’anima e fà ribollire il sangue.
    Infiammano il cuore e nascere desiderio del bacio composto
    di tracce di specchi
    che riflettono e diffondano misteri e passioni.
    I ricordi formano e accendono
    la macchina del tempo,
    che mette in azione, le foto che riproducono i flash della vita.
    di sorrisi sbiaditi e unti.
    Sembra proiettare la memoria di film della vita.
    Germogliano teli di abbracci,
    che avvolgono il cuore.
    Il tuo viso mi allieta
    come una melodia di violini che
    sussurra ricordi, culture e tradizioni.

    accetto il regolamento, sez. a

    1. Motivazione sintetica: “Sussurro d’amore a un siciliano” è un componimento ricco di passione e di calore emotivo, sostenuto da una sincera ispirazione e da belle intuizioni visive. Per raggiungere un livello formale più elevato, la poesia necessiterebbe di una revisione formale sul piano della sintassi, della punteggiatura e della metrica, in modo da dare maggior fluidità e armonia alla forza del sentimento espresso.
      1. Musicalità del verso= Discontinua e frammentata – La struttura metrica è libera e presenta una scansione ritmica piuttosto irregolare. Alcuni passaggi e spezzature di verso (come «Come un / onda» o «che / sussurra») interrompono il flusso melodico naturale, creando pause sintattiche brusche che sacrificano la musicalità complessiva del componimento.
      2. Ricerca estetica della parola e del suono= Articolata, ma segnata da imprecisioni morfosintattiche – Il testo affianca immagini suggestive ad alcune sviste grammaticali e sintattiche che penalizzano la resa estetica: l’uso dell’accento sulla voce verbale («fà» invece di «fa»), l’accordo verbale errato («nascere desiderio» anziché «fanno nascere» o «nasce»), e costruzioni sovraccariche («metti in azione, le foto che riproducono i flash»). Il lessico oscilla tra il lirico classico e il descrittivo moderno.
      3. Fluidità del linguaggio= Sospesa e a tratti farraginosa – La lettura incontra diversi ostacoli dovuti a una punteggiatura non sempre armonica e a passaggi logico-sintattici complessi («tracce di specchi / che riflettono e diffondano», «sorrisi sbiaditi e unti»). Questo rallenta la fruizione del messaggio da parte del lettore.
      4. Capacità evocativa delle immagini= Vivida, ma disomogenea – La poesia contiene spunti visivi e sensoriali di notevole interesse: il richiamo ai sapori dolci e amari, i “teli di abbracci”, la “macchina del tempo” che proietta i ricordi e la chiusura sull’intreccio tra amore, musica e tradizione. Tuttavia, la sovrapposizione di troppe metafore diverse (il mare, la macchina del tempo, il cinema, i violini) ne indebolisce l’impatto unitario.
      5. Autenticità emozionale = Calorosa, sincera e partecipe – La passione e il trasporto affettivo verso la figura amata emergono con forza e genuinità. Il legame tra il sentimento amoroso e l’identità culturale/territoriale (“sussurra ricordi, culture e tradizioni”) dona al componimento un calore umano sincero e percepibile.
      6. Originalità del tema e del messaggio= Appassionata e con intuizioni interessanti – Il tema della dedica d’amore intrecciata alla memoria e all’identità di una terra (la Sicilia) è affascinante. L’intreccio tra la memoria cinematografica/fotografica e il sentimento offre uno spunto moderno, sebbene non sempre sviluppato in modo organico.

      Gentile Poeta, La ringrazio per la Sua partecipazione al Contest Letterario Daltonico Esistenziale!
      Cordialmente, JONNY SOUTO ~poeta, scrittore autobiografo, linguista.
      12/10/2026

  25. Mi sono raggomitolata nella tua vita come un semplice pezzo di spago in una cesta , prima per gioco, e, poi, con la cura incredula di chi riceve una risposta alla preghiera di uno sbarco a lungo desiderato, che si materializza al fondo della brezza , nel giorno dei miracoli.
    Ho creduto che la mano che mi tracciava parole sulla pelle avesse ben chiara la differenza tra realta’ e fantasia; mentre, in fondo agli occhi, un’altra me guardava con perspicacia- al di la’ di questo mondo- con la consapevolezza di qualcosa di stonato che tuttavia continuava imperterrita a negare, contro ogni logica evidenza…
    Non ti ho nascosto le mie lacrime, ne’ ho mai recitato un temperamento che non mi apparteneva; ho vissuto ogni emozione come se quasi non avessi diritto, consentendoti di cibarti di me, e della mia anima; ho creduto pietosamente ai tuoi fantasmi , alla paura
    dell’ ignoto, alla pressione incombente di un destino ingiusto, alla preoccupazione di ciottoli neri e sterpi aguzzi; ogni tua cosa e’ divenuta mia…
    Cosi’ ho ospitato i tuoi giorni e le tue notti, tra le vecchie porcellane con cui giocavi a rimpiattino senza mai domandarmi se piacessero anche a me…
    Gia’…il mio sentiero, tranciato, non esisteva piu’: solo il tuo.
    Mi sono biforcata, e poi ricongiunta, un numero infinito di volte, sfiorando terra e cieli, mentre tu eri il Re al centro del mondo: eppure continuavo a raccontarmi favole di gesso decorato…
    Poi, un giorno, non so come, quel gesso si sbriciolo’; e nelle mani mi ritrovai la tua polvere d’ uomo.
    Fu come infilarmi, repentina, nell’ oscurita’ di una notte senza tempo, costretta a bere la pioggia che mi scorreva impotente dagli occhi, senza avere piu’ scelta.
    Fui velo nero, voce muta del dolore, muro in rovina; fui una citta’ intera piena di ricordi sotto un’alluvione.
    Poi misi paglia sul selciato, ago dopo ago, perche’ le ruote della mia vettura attutissero il rumore del cuore ; e con le mani iniziai a muovere i blocchi di pietra, uno per uno, insanguinandomi l’ anima.
    Oggi accetto la ruga delle mie foglie, e nuova vita ai rami…
    Delle bassezze d’ uomo non ha memoria, il cielo, ed io riapro i sogni a nuovi viaggi, libera di scorrere nella luce che verra’, a dare pace al mio porto inquieto…
    Forse esiste una stella, cenere antica figlia del buio, che ode il vento tra fronde lontane, per affidare la speranza ad un liso fazzoletto che asciuga fuliggine dai volti, quando, tra vagabondi argini, la paura rotola, accesa; e dove l’ amore, ritornato a piedi nudi, rimbocca ancora i guanciali della vita…

    Ogni tanto riscopro tra le dita qualche granello, ancora, della tua polvere di gesso.

    Adesso, pero’, non fa piu’ male.

    Sez. B Carmela Laratta accetto il regolamento

    1. Motivazione sintetica: Questo racconto in prosa poetica è un’opera di straordinaria maturità espressiva e di profonda intensità emotiva. Grazie a uno stile ricco di immagini di pura bellezza lirica e a una struttura impeccabile che guida il lettore dall’annullamento personale alla catarsi della rinascita, il testo si distingue come una prova narrativa di altissimo valore artistico.
      1. Originalità del tema e del messaggio= Intensa, matura e metaforicamente ricca – Sebbene il tema centrale sia la classica presa di coscienza e la liberazione da una relazione sbilanciata e tossica (l’annullamento dell’io in favore dell’altro), il testo lo affronta con un impianto simbolico originale. L’invenzione visiva della “polvere di gesso” che si sbriciola, dell’eroina che si fa “città sotto l’alluvione” o che mette “paglia sul selciato” eleva la vicenda personale a una parabola universale sulla resilienza e sul perdono di sé.
      2. Stile personale e comprensibilità del testo= Elevato, fortemente poetico e suggestivo – La cifra stilistica è altissima, caratterizzata da una prosa lirica di rara eleganza e da un uso magistrale della metafora («raggomitolata […] come un semplice pezzo di spago», «cibarti di me», «accetto la ruga delle mie foglie»). Il linguaggio, pur nella sua ricchezza lessicale, rimane nitido e perfettamente comprensibile, consentendo al lettore di seguire ogni sfumatura dell’evoluzione interiore della protagonista.
      3. Abilità nel comunicare e nel suscitare interesse= Straordinaria, coinvolgente ed emotivamente catartica – Il racconto cattura sin dalle prime righe e trascina in un crescendo emotivo di grande impatto. La capacità di rendere tangibile il dolore («insanguinandomi l’anima», «costretta a bere la pioggia che mi scorreva impotente dagli occhi») per poi condurlo verso la luce e la pacificazione finale genera una fortissima immedesimazione e un senso di catarsi.
      4. Coerenza, coesione ed equilibrio tra le parti del testo= Perfetta architettura narrativa – La struttura segue un arco narrativo ed emotivo impeccabile: Inizio: L’illusione e la sottomissione volontaria («pezzo di spago in una cesta», «Re al centro del mondo»); Sviluppo: La rottura dell’illusione, la caduta nel buio e la faticosa ricostruzione personale («quel gesso si sbriciolo’», «misi paglia sul selciato») e Finale: La rinascita, la libertà ritrovata e il congedo definitivo dal dolore («Adesso, pero’, / non fa piu’ male»), chiuso dal richiamo circolare al “granello di polvere”.

      Gentile Scrittrice, La ringrazio per la Sua partecipazione al Contest Letterario Daltonico Esistenziale!
      Cordialmente, JONNY SOUTO ~poeta, scrittore autobiografo, linguista.
      12/10/2026

      1. Grazie. Sono onorata di aver ricevuto questo bellissimo commento.

  26. Tanka

    la luna piena
    delle fragole — senza
    alcun sapore

    il piatto cucinato
    alla cieca funziona

    Barbara Anna Gaiardoni
    Sezione A
    Dichiaro di accettare integralmente il regolamento del concorso.

    Note sulla poesia: Il tanka è una forma poetica giapponese di 31 sillabe strutturata in cinque versi (5-7-5-7-7). Tradizionalmente si compone in un unico flusso continuo, senza titolo, maiuscole o punteggiatura. A differenza dell’haiku, che privilegia l’impersonalità e l’affresco di un istante naturale, il tanka lascia spazio al sentimento dell’autrice, offrendo una sintesi dove il mondo circostante e la sensibilità umana si fondono.

    1. Motivazione sintetica: Un piccolo gioiello di sintesi e autoironia. Rispettando la struttura metrica della tradizione giapponese, il componimento la decontestualizza con intelligenza, giocando sul contrasto tra il romanticismo astronomico e la concretezza di un piatto improvvisato. Una dimostrazione di come la forma breve possa essere moderna, vivace e arguta.
      1. Musicalità del verso= Sillabicamente precisa, secca e moderna;
      2. Ricerca estetica della parola e del suono= Essenziale, sobria e volutamente anti-retorica – Il lessico rifiuta la ricerca dell’ornamento per abbracciare l’estetica del quotidiano e della delusione sensoriale. Il contrasto tra l’evocazione poetica (“luna piena delle fragole”) e la prosaicità del “piatto cucinato alla cieca” o del “senza alcun sapore” crea un corto circuito estetico molto efficace.
      3. Fluidità del linguaggio= Immediata, diretta e sintatticamente limpida – Il testo si legge d’un fiato. Il trattino (—) nel secondo verso introduce una perfetta pausa di sospensione (kireji figurato) che separa il dato visivo/astronomico dalla constatazione logica e culinaria.
      4. Capacità evocativa delle immagini = Ironica, visiva e percettiva – Il componimento gioca sul sinestetico e sul mancato appagamento: la “luna delle fragole” fa pensare al colore e alla dolcezza, ma è “senza alcun sapore”. A questo contrappone il piatto preparato “alla cieca” che invece “funziona”. È un gioco di ribaltamenti tra aspettativa visiva e resa pratica.
      5. Autenticità emozionale= Genuina, autoironica e disincantata – Emerge una filosofia di vita pragmatica e moderna. C’è la garbata accettazione dell’imperfezione: ciò che è bello e atteso (la luna di giugno) può rivelarsi insapore, mentre il caos dell’improvvisazione (“alla cieca”) porta a un successo inaspettato.
      6. Originalità del tema e del messaggio= Notevole innesto contemporaneo su una forma classica – Trattare una forma antica e rigorosa come il tanka innestandovi un registro colloquiale e domestico (il cucinare alla cieca, la delusione per il nome romantico della luna) è un’operazione stilistica molto originale e riuscita, vicina allo spirito senryū o al tanka moderno.

      Gentile Poeta, La ringrazio per la Sua partecipazione al Contest Letterario Daltonico Esistenziale!
      Cordialmente, JONNY SOUTO ~poeta, scrittore autobiografo, linguista.
      12/10/2026

  27. Accetto il regolamento
    Sezione A poesia

    LA FORZA DELLA DONNA
    Ti travolge è un soffio di vento
    oltrepassa emozioni ed anche il tempo,
    fatta di lunghi silenzi e grandi sorrisi
    nasconde in fretta le sue cicatrici,
    in bolle di cristallo cuori racchiusi,
    tiene testa anche a tanti soprusi.
    È un mare in tempesta di lacrime amare,
    di mani sottili pronte ad aiutare
    un sottile fruscio di onde increspate,
    che trascina sul fondo donne maltrattate,
    ma pronte a lottare per il proprio ideale,
    per un amore sbagliato, per un affetto dimenticato.
    Scrigni segreti, eterne primavere
    sospesa tra terra e cielo spezza catene.
    La forza delle donne è vita con i suoi mille colori,
    con i suoi mille dolori, e centinaia di errori,
    guerriere con l’armatura di ghiaccio
    ma pronte a sciogliersi davanti a un abbraccio,
    cuori impavidi, e anime delicate
    come diamanti grezzi, piccole fate.
    Siamo alberi di magnolie, figlie di una stessa radice
    madri di piccoli fiori, siamo il passato ed il futuro
    difficile comprendere un mondo talmente duro.
    Tenaci, audaci ma senza fretta,
    la forza della donna aspetta, non medita vendetta.

    1. Motivazione sintetica: “La forza della donna” è un componimento appassionato e ritmato, che celebra la resilienza e la delicatezza del mondo femminile. Grazie a una metrica piana sostenuta da rime baciate e a una forte spinta emotiva, il testo riesce a comunicare in modo diretto ed efficace un importante messaggio di dignità, speranza e riscatto.
      1. Musicalità del verso= Incalzante, melodica e ritmata – Il componimento adotta una struttura in versi baciati (AABB…) con uno schema di rime molto evidente («vento/tempo», «sorrisi/cicatrici», «racchiusi/soprusi», «ghiaccio/abbraccio»). Il ritmo è fluido e incalzante, simile a quello della poesia popolare o del canto, rendendo la recitazione piana e musicale.
      2. Ricerca estetica della parola e del suono= Accessibile, chiara e priva di artifici – Il lessico sceglie parole di uso comune ed espressioni immediate. La ricerca sonora punta sulla facilità di memorizzazione attraverso le rime baciate e le consonanze. Pur senza spingersi verso sonorità o neologismi complessi, la scelta delle parole garantisce una piacevole musicalità di fondo.
      3. Fluidità del linguaggio= Scorrevole, immediata e continua – La lettura procede senza interruzioni né asperità sintattiche. La successione dei concetti e delle figure retoriche si sviluppa con naturalezza, consentendo al lettore di cogliere al primo ascolto l’intero messaggio del testo.
      4. Capacità evocativa delle immagini= Visiva, ricca di metafore e contrasti – Il testo propone un’ampia galleria di immagini e contrapposizioni suggestive: la “bolla di cristallo”, l'”armatura di ghiaccio” che si scioglie davanti a un abbraccio, l’albero di magnolia e le donne definite come “diamanti grezzi” e “piccole fate”. Sebbene alcune di queste figure siano classiche, mantengono un forte impatto visivo ed emotivo.
      5. Autenticità emozionale= Intensa, partecipe e appassionata – È il punto di forza del componimento. Dalla poesia traspare un sentimento sincero e viscerale di sorellanza, riscatto e celebrazione della figura femminile. La passione con cui vengono descritte le sofferenze e la resilienza delle donne risuona autentica e profondamente sentita.
      6. Originalità del tema e del messaggio= Tradizionale, ma con un messaggio morale forte – Il tema della forza e della resilienza femminile di fronte ai soprusi e al dolore è molto frequentato. La poesia lo rielabora con efficacia, trovando un bel momento d’originalità nella chiusura: la forza vera non cede alla vendetta («non medita vendetta»), ma sa attendere e generare nuova vita

      Gentile Poeta, La ringrazio per la Sua partecipazione al Contest Letterario Daltonico Esistenziale!
      Cordialmente, JONNY SOUTO ~poeta, scrittore autobiografo, linguista.
      12/10/2026

  28. diventare boato. Un’immagine forte e ben dipinta dalla nuova amica D

    SIBILO

    Sganciata.
    Meritavo una farfalla
    ma giaccio sotto
    una mela di piombo.
    Il tempo dell’infanzia
    non ha lancette
    ma solo un quadrante
    vuoto
    di polvere e sirene.
    Suonerie dell’orrore
    che non mi svegliano più.

    Daniela Sannipoli
    Poesia edita

    1. Motivazione sintetica: “Sibilo” è un vero e proprio capolavoro di sintesi lirica e civile. Nella tradizione dei grandi maestri del Novecento (da Ungaretti a Quasimodo), la poesia scolpisce la tragedia della guerra e dell’infanzia negata attraverso versi essenziali, metafore folgoranti («mela di piombo») e un’emozionalità lacerante nella sua pudica e tragica sobrietà.
      1. Musicalità del verso= Franta, drammatica e rigorosa – Il componimento adotta versi brevissimi (con una netta prevalenza di ternari, quinari e settenari) interrotti da enjambement forti («sotto / una mela di piombo», «quadrante / vuoto»). La scansione ritmica mima l’impatto e l’esplosione, creando un ritmo spezzato che riproduce acusticamente il soffoco e il silenzio improvviso che segue il sibilo di una bomba.
      2. Ricerca estetica della parola e del suono= Straordinaria, essenziale e folgorante – Il testo lavora su un registro scarno ma denso di significati. La scelta delle parole è chirurgica e spietata: la «mela di piombo» (sinestesia e metafora tragica dell’ordigno che pesa sul corpo del bambino), il «quadrante vuoto» e la chiusura memorabile sulle «suonerie dell’orrore» raggiungono vette di altissimo spessore poetico.
      3. Fluidità del linguaggio= Limpida e folgorante – La sintassi è ridotta all’osso, priva di fronzoli o ridondanze. La narrazione procede in modo tagliente: ogni verso cade come una scure, conducendo il lettore d’un fiato dalla promessa negata («Meritavo una farfalla») all’immobilità della morte.
      4. Capacità evocativa delle immagini= Potentissima, tragica e visiva – Le immagini sono d’impatto devastante. Il contrasto tra l’innocenza dell’infanzia (la «farfalla», la «mela») e la brutalità della guerra (il «piombo», le «sirene», la «polvere») crea una tensione lirica straziante. L’immagine del tempo infantile privo di lancette, ridotto a un quadrante di polvere, è un quadro d’autore.
      5. Autenticità emozionale= Abissale, pudica e lacerante – La lirica dà voce a chi non ha più voce con una sobrietà che amplifica a dismisura il dolore. Non c’è traccia di patetismo o retorica: il punto di vista del bambino vittima della guerra parla con un distacco raggelante che strazia la coscienza di chi legge.
      6. Originalità del tema e del messaggio= Maturissima e tragicamente contemporanea – Denunciare l’orrore della guerra attraverso lo sguardo e la sorte dei bambini è un tema civile profondo. La lirica lo rinnova completamente evitando lo slogan e affidandosi a metafore folgoranti di stampo ermetico/ungarettiano, capaci di scolpire il dramma nell’inespressa tragedia del presente.

      Gentile Poeta, La ringrazio per la Sua partecipazione al Contest Letterario Daltonico Esistenziale!
      Cordialmente, JONNY SOUTO ~poeta, scrittore autobiografo, linguista.
      12/10/2026

  29. SIBILO

    Sganciata.
    Meritavo una farfalla
    ma giaccio sotto
    una mela di piombo.
    Il tempo dell’infanzia
    non ha lancette
    ma solo un quadrante
    vuoto
    di polvere e sirene.
    Suonerie dell’orrore
    che non mi svegliano più.

    Daniela Sannipoli
    Poesia edita

  30. RIVAFREDDA

    Il borgo è un ecosistema solidale: ogni abitazione se ne sta appoggiata all’altra, trovando e regalando sostegno. Dovremmo tutti essere come quegli edifici: generosi e soccorrevoli, gli uni con gli altri. Con questo spirito acceso da un fervente altruismo, mi sono imbarcato nel progetto più ambizioso della mia giovane vita: ho vinto un bando europeo per la riqualificazione di micro centri abitati in zone disagevoli.

    Rivafredda si trova in una remota valle, bagnata da acque turbolente che recano con sé il limpido succo dei ghiacciai che, immacolati, l’adornano come un’abbagliante corona. Questo fantasmatico grumo di case di pietra e legno ora è mio. Mi aggiro nel silenzio tremulo che si fa vivo laddove non c’è vita: un suono pregno di tutto, anche senza udire nulla. Qui salivo durante la fanciullezza insieme a Luciano. Per noi era casa, rifugio; era l’unico luogo in cui assaporare l’ineffabile ebbrezza dell’essere realmente noi stessi. Solo qui le maschere cadevano e ci ritrovavamo nudi di tutto.

    Il progetto è un inno di totale dedizione. L’idea è nata in un pomeriggio azzurro, invaso da greggi di nuvole erranti, nell’ozio più assoluto di due anime in malinconico deliquio. Si fantasticava sul senso della vita, su quanto fosse piena solo se condivisa. Ma si dovevano trovare anime affini per questo. Come noi due, che dividevamo tutto, anche l’amore; noi due, che scorgevamo sul fondo degli occhi dell’altro la verità ultima di noi stessi. L’esistere perché riconosciuti ed esperiti da e attraverso un cuore che batte in un altro costato. Una fragile carezza tra bocche aulenti.

    Ora gli elicotteri trasportano il materiale e tornano alla civiltà con i resti di decenni d’incuria. Mi affianca una minuscola ditta familiare, specializzata in edilizia d’altura e con un occhio attento alla conservazione delle architetture storiche del territorio. Il lavoro richiederà grossomodo sei mesi, sfiorando i primordi dell’autunno.

    Il tempo è volato in un’armonia rara, senza nessun grosso intoppo a frenare i nostri sforzi. Adesso, i colori caldi della stagione delle castagne imperano nella vallata e Rivafredda risorge al suo antico e dimesso splendore. Le dieci abitazioni sono pronte e complete di cantina, magazzino e di un degno lembo di terra assegnato da adibire a orto e pollaio. La stalla comune ospiterà vacche da latte e capre, mentre un piccolo laboratorio caseario e un grande forno a legna garantiranno a tutti pane e formaggio. La chiesa ha trovato la sua nuova vocazione come centro comunitario, un luogo di aggregazione dove discutere i temi del vivere comune. Un piccolo, suggestivo e funzionale mulino completa il quadro; mancano ormai soltanto rifiniture e infissi.

    Nel camino un ceppo di pino scoppiettante scalda l’ambiente, saturandolo del suo aroma resinoso. Nel paiolo sobbolle svogliata la cena. Oggi ho inaugurato il forno del paese: il pane ha un sapore dimenticato, fragrante, perfetto per accompagnare il pollo arrosto con le patate, seguito dalla crostata di piccoli frutti raccolti nel bosco con cui ho celebrato il mio mezzogiorno. Per i prossimi mesi sarò l’abitante unico e custode di questo paradiso. I primi interessati saliranno solo a primavera. I prati fioriti e l’incanto del disgelo saranno il suggello sulla loro scelta di vita.

    La solitudine inizia ad incunearsi nel cuore all’alba della prima nevicata. Sono diventato malinconico e i ricordi mi assalgono all’improvviso: i più dolci infliggono le ferite più crude. L’attesa di quel calore umano promesso, quasi raggiunto ma separato gelidamente dalla coltre candida, mi lacera. Non credevo di essere ancora così profondamente avvinto nella pece nera della depressione. Sopisco in un gesto fuggiasco, pavido, per non ascoltare il sussurrare della tormenta.

    Bussano. Mi levo con addosso ancora i rimasugli evanescenti di quel sonno denso. Bussano di nuovo: un rumore pesante, materico, robusto. Chiunque sia, non può sopravvivere lì fuori. Apro con un certo timore. Dell’uomo che mi ritrovo di fronte vedo solo gli occhi. Sono grandi, nocciola, screziati di verde intorno alla pupilla: le stelle più luminose che abbiano abitato il mio mondo. Le parole muoiono in gola.

    Entra, si spoglia e prende posto su uno sgabello di fronte al fuoco. Si serve da solo una scodella di zuppa e inizia a mangiare lento. Io resto impietrito accanto all’uscio, investito dal gelo. Senza voltarsi, afferra un’altra seduta e vi batte sopra con la mano, invitandomi dolcemente accanto a lui. Mi muovo come camminassi su una nuvola: lieve, ma con la costante paura di precipitare.

    Mi siedo con l’ansia di chi vorrebbe fuggire. Alzo lo sguardo su quei lineamenti incorrotti dal tempo e rivedo il suo viso inghiottito tra i flutti, trascinato a valle dal gorgo impietoso della corrente. Le forti piogge avevano ingrossato il fiume e tu l’hai voluto sfidare. Trovo la forza di dare un suono alla mia voce, come venisse da un tempo lontano:

    “M’hai lasciato solo in questo mondo che mi ha ucciso. Ti ho odiato per questo. E poi ti ho amato, così disperatamente da perdere il senno. Fino a scomparire, fino a lacerarmi la carne, fino a non essere più. Un giorno, poi, il sole ha recuperato il suo cielo e il buio si è fatto mantello. Ho raccolto le radici del nostro amore e le ho ricostruite qui, solo per perdermici dentro”.

    Luciano mi prende il viso con quelle mani che ho impresse nella carne. Mi tira a sé e mi bacia come una seconda prima volta. Sono di nuovo a casa.

    Rivafredda ci osserva andarcene con gli stessi silenti occhi che ci hanno visti nascere.

    Scolari Cinzia
    Sezione B
    Accetto il regolamento

    1. Motivazione sintetica: “Rivafredda” è un racconto breve di grande sensibilità e matura tenuta stilistica. Capace di trasformare un intervento di architettura rurale in una potente allegoria del dolore, dell’amore e della memoria, il testo guida il lettore attraverso un’esperienza sensoriale e nostalgica di altissima resa emotiva, culminando in un finale poetico e toccante.
      1. Originalità del tema e del messaggio= Notevole, profonda e ben articolata – Il racconto intreccia in modo intelligente ed efficace due piani narrativi apparentemente lontani: il progetto sociale/ecologico (il bando per la riqualificazione di un borgo alpino abbandonato) e il dramma intimo dell’elaborazione del lutto. La rivelazione finale trasforma l’altruismo apparente del protagonista in una grandiosa opera memoriale e catartica: ricostruire Rivafredda non era solo un atto edilizio, ma il tentativo di riedificare un “mausoleo d’amore” e di ricordi per ritrovare l’anima di Luciano.
      2. Stile personale e comprensibilità del testo= Elevato, lirico e fortemente sensoriale – Lo stile è colto, ricco di sfumature sensoriali (il sapore del pane, l’odore resinoso del pino, il gelo, la nevicata) e caratterizzato da un registro elegiaco molto marcato. Passaggi come «fantasmatico grumo di case», «silenzio tremulo», «mela di piombo» (della narrazione) o «nudi di tutto» mostrano una ricerca lessicale accurata. La prosa scorre fluida e comprensibile, pur mantenendo una spiccata impronta poetica.
      3. Abilità nel comunicare e nel suscitare interesse= Coinvolgente, atmosferica e drammatica – L’autore costruisce un’atmosfera immersiva: il senso di isolamento montano, il tepore della legna e l’attesa della prima nevicata creano una perfetta tensione drammatica. Il colpo di scena dell’arrivo di Luciano (tra visione, fantasma o presenza spirituale/simbolica che accompagna l’ultimo viaggio del protagonista) è gestito con estrema delicatezza ed efficacia emotiva.
      4. Coerenza, coesione ed equilibrio tra le parti del testo= Architettura narrativa solida e ben calibrata – La struttura del racconto segue una progressione impeccabile: Inizio: Presentazione dell’ambizioso progetto di ricostruzione e spiegazione del legame d’infanzia con il borgo; Sviluppo: Il lavoro svolto, la vita quotidiana, la solitudine autunnale e il progressivo riaffiorare della depressione e del lutto mai superato e Finale: L’arrivo di Luciano al bussare della porta, il ricongiungimento emotivo/catartico e il congedo finale («Rivafredda ci osserva andarcene»).

      Gentile Scrittrice, La ringrazio per la Sua partecipazione al Contest Letterario Daltonico Esistenziale!
      Cordialmente, JONNY SOUTO ~poeta, scrittore autobiografo, linguista.
      12/10/2026

      1. Che regalo inaspettato e meraviglioso!

        La ringrazio profondamente per il tempo e l’attenzione riservati al mio racconto e alla mia poesia “Onda”, e per la cura con cui ha raccontato tutti i partecipanti al contest.

        Le parole che ha voluto dedicarmi mi hanno regalato un’emozione immensa. Le sono davvero grata per la profondità della Sua lettura, nella quale traspare la passione che La anima.

        Grazie di cuore per aver saputo entrare così a fondo nei miei testi e per avermi restituito una visione di me tanto ricca e sensibile.

  31. Che caldo … che freddo …

    È arrivato il caldo e ci lamentiamo …
    arriverà il freddo e ci lamenteremo …
    e si che è sempre stato cosi !
    L’estate è calda da sempre
    e l’inverno invece è freddo !
    C’è che una volta, negli anni addietro,
    eravamo più giovani
    e sicuramente sopportavamo di più !
    E poi non c’erano radio, televisioni e giornali
    che ogni giorno ci sparano addosso le temperature !
    non c’erano neppure le case piene zeppe di termometri
    come al giorno d’oggi !
    Nelle campagne e nei vigneti
    si lavorava al mattino presto
    e non sicuramente sotto il sole cocente …
    Sui cantieri invece si sopportava
    caldo, freddo, vento, neve, tempeste … e silenzio !
    Oggi la gente si lamenta
    mentre è li sotto il sole nelle piazze
    a farsi intervistare dalla televisione !
    Mettetevi all’ombra e vedrete che sarà meglio
    e forse più facile arrivare alla pensione !

    Accetto il regolamento, sez. a

    1. Motivazione sintetica: Il componimento si presenta come una poesia di costume e d’invenzione popolare, vicina alla forma del monologo satirico o della filastrocca in prosa. Pur non ricercando vertici di raffinatezza metrica o lirica, risalta per la sua assoluta fluidità, per l’ironia pragmatica e per un’autentica verve di buonsenso popolare che critica argutamente le fragilità e le esagerazioni della società mediatica contemporanea.
      1. Musicalità del verso= Prosastica, parlata e priva di una scansione metrica definita – Il testo si struttura come un soliloquio o un monologo in prosa spezzata. La ridondanza di punti esclamativi cerca di dare enfasi e ritmo vocale, ma la cadenza resta quella del parlato quotidiano o della conversazione informale, con scarsa presenza di rimandi sonori interni o di una ricerca ritmica tipica del verso lirico.
      2. Ricerca estetica della parola e del suono= Colloquiale, diretta e d’uso comune – Il lessico sceglie espressioni popolari e del linguaggio di tutti i giorni («sparano addosso», «piene zeppe», «mettetevi all’ombra»). Non c’è una ricerca di rarità, di sonorità particolari o di figure di suono elaborate; la parola serve l’efficacia immediata del messaggio morale e satirico.
      3. Fluidità del linguaggio= Spontanea, immediata e scorrevole – Il testo si legge con grande facilità. La sintassi è semplice e la lettura procede senza alcun ostacolo. Il tono colloquiale rende il discorso fluido e comprensibile al primo ascolto per qualsiasi tipo di lettore.
      4. Capacità evocativa delle immagini= Descrittiva e legata al quadro di costume – Le immagini rievocano contesti di vita quotidiana e di memoria collettiva (i lavori nei vigneti al mattino presto, la fatica nei cantieri, la gente in piazza intervistata dalla TV). Pur essendo concrete e condivisibili, si collocano su un piano prevalentemente illustrativo e bozzettistico, senza elevarsi a metafore o simboli di ampio respiro.
      5. Autenticità emozionale= Sincera, nostalgica e canzonatoria – Emerge chiaramente la voce dell’autore, animata da una genuina insofferenza verso il vittimismo moderno e da una bonaria nostalgia per la sobrietà e lo spirito d’adattamento del passato. L’atteggiamento è schietto, ironico e spontaneo.
      6. Originalità del tema e del messaggio= Tradizionale e radicata nel buonsenso popolare – La critica alle lamentele meteorologiche e al bombardamento mediatico delle notizie è un luogo comune molto diffuso nella riflessione di costume. La battuta finale («Mettetevi all’ombra e vedrete che sarà meglio / e forse più facile arrivare alla pensione!») aggiunge una stoccata di ironia pragmatica e divertita.

      Gentile Poeta, La ringrazio per la Sua partecipazione al Contest Letterario Daltonico Esistenziale!
      Cordialmente, JONNY SOUTO ~poeta, scrittore autobiografo, linguista.
      12/10/2026

  32. L’ eco del tempo spento

    Gli anni passano,
    la vita scorre come un fiume in piena
    portandosi via i ricordi,
    le emozioni,
    e lasciando solo
    una triste nostalgia
    per i tempi che furono.
    Vorrei afferrare la vita
    e tenerla stretta, stretta
    nella mia fragile mano.
    L’orologio non torna
    indietro.
    La malvagita’ della vita
    ha suonato
    la sua canzone.

    Beatrice Di Paola
    Accetto il regolamento. Sez. A

    1. Motivazione sintetica: “L’eco del tempo spento” è un componimento intimista e malinconico che affronta il tema universale del tempo che scorre. Grazie a una sintassi fluida, a una sincera partecipazione emotiva e a una struttura ritmica scandita in versi brevi, la poesia riesce a trasmettere con immediatezza il senso di fragilità dell’esistenza e il rimpianto per i tempi che furono.
      1. Musicalità del verso= Scandita, spezzata e piana – Il componimento adotta versi brevi e frammentati (molti quinari, ternari e monostici come «e le emozioni,» o «la sua canzone.»). La scansione ritmica è regolare e rallentata, atta a trasmettere il senso di malinconia, anche se la punteggiatura e i tagli di verso si affidano a una cadenza lineare e senza particolari giochi di rime o risonanze interne.
      2. Ricerca estetica della parola e del suono= Semplice, chiara e di immediata comprensione – Il lessico sceglie termini classici e di uso comune appartenenti alla sfera elegiaca («fiume in piena», «ricordi», «nostalgia», «fragile mano»). La ricerca sonora è improntata alla sobrietà, senza esasperazioni retoriche, puntando sulla leggibilità del verso.
      3. Fluidità del linguaggio= Scorrevole, naturale e trasparente – La sintassi è lineare e prive di inversioni o complicazioni. Il discorso poetico fluisce d’un fiato, guidando il lettore dal senso dello scorrere inesorabile del tempo fino alla rassegnata constatazione finale.
      4. Capacità evocativa delle immagini= Tradizionale, intima e visiva – Le metafore impiegate — la vita come fiume in piena, la volontà di afferrare il tempo nella «fragile mano», l’orologio privo di riavvolgimento e la «canzone» della vita — attingono all’immaginario classico della poesia sul tempus fugit. Pur essendo figure tradizionali, riescono a trasmettere efficacemente il senso di impotenza di fronte agli anni che passano.
      5. Autenticità emozionale= Sincera, intima e malinconica – L’emozione che muove il testo è assolutamente genuina. Traspare un vissuto reale, un senso di nostalgia profonda e il desiderio umano e universale di trattenere i momenti preziosi prima che svaniscano.
      6. Originalità del tema e del messaggio= Classica e universale – Il tema del tempo che fugge e della nostalgia per il passato è tra i più frequentati della storia della letteratura. La poesia lo affronta in chiave personale; la chiusura sull’idea della “malvagità della vita” che suona la sua canzone offre una sfumatura amara e disincantata sul destino umano.

      Gentile Poeta, La ringrazio per la Sua partecipazione al Contest Letterario Daltonico Esistenziale!
      Cordialmente, JONNY SOUTO ~poeta, scrittore autobiografo, linguista.
      12/10/2026

  33. accetto il regolamento, sez. a

    Sono io

    Sono tessera
    di un mosaico superiore,
    che completa il quadro della vita.
    Sono io,
    orgoglioso delle mie parole,
    – che non feriscono -.
    Delle emozioni suscitate,
    di quelle lacrime
    che bagnano gli occhi.
    Sono io
    che vivo.

    1. Motivazione sintetica: “Sono io” è una poesia manifesto di grande pulizia stilistica e nobiltà d’intenti. Attraverso una metrica scarna ed essenziale, il testo celebra con orgoglio e grazia il valore della sensibilità, delle parole responsabili e della piena consapevolezza di sé come parte armoniosa di un tutto più grande.
      1. Musicalità del verso= Scandita, essenziale e ben ritmata – Il componimento adotta una scansione a versi brevi, impostata sull’anafora e sul refrain del verso guida («Sono io»). Il ritmo si sviluppa con naturalezza e pause ben calibrate, conferendo al testo la solennità di una dichiarazione d’identità o di un piccolo sillogismo esistenziale.
      2. Ricerca estetica della parola e del suono= Sobria, limpida e pulita – Il lessico punta sulla chiarezza assoluta e sull’assenza di orpelli retorici. La ricerca sonora si affida alla ripetizione cadenzata e all’uso sapiente del trattino e della punteggiatura per creare brevi sospensioni emotive.
      3. Fluidità del linguaggio= Immediata, trasparente e lineare – La sintassi è essenziale e cristallina. Il discorso poetico scorre senza alcuna esitazione, accompagnando chi legge direttamente al nucleo della presa di coscienza dell’autore.
      4. Capacità evocativa delle immagini= Efficace, nitida e simbolica – La metafora iniziale della “tessera di un mosaico superiore” definisce con forza il senso di appartenenza al tutto, mentre l’immagine delle parole “che non feriscono” e delle lacrime che bagnano gli occhi evoca un’idea di profonda empatia e delicatezza etica.
      5. Autenticità emozionale = Pura, orgogliosa e pacificata – È uno dei punti di forza del testo. Traspare un’autentica dignità interiore, la fierezza di chi ha scelto la gentilezza e l’empatia come cifra della propria esistenza. La chiusura «Sono io / che vivo» risuona come un’affermazione solare di presenza nel mondo.
      6. Originalità del tema e del messaggio = Un messaggio etico e umanistico sempre valido – Il tema della ricerca e dell’affermazione di sé è classico, ma viene declinato in una prospettiva etica lodevole: la grandezza dell’individuo non sta nella sopraffazione, ma nel fare parte di un disegno collettivo e nell’offrire emozioni pulite e parole innocue.

      Gentile Poeta, La ringrazio per la Sua partecipazione al Contest Letterario Daltonico Esistenziale!
      Cordialmente, JONNY SOUTO ~poeta, scrittore autobiografo, linguista.
      12/10/2026

  34. SAN SILVESTRO SANTO MALDESTRO
    I miei globuli rossi con la loro proteica emoglobina ed attaccati a questi atomi di ossigeno, immersi insieme al resto della parte corpuscolare del mio sangue nel plasma, girano per tutto il mio corpo, insieme a loro, chilomicroni e lipoproteine sopratutto a bassa densità, quelle che causano gli asterischi peggiori delle vostre analisi del sangue e qualche lipoproteina ad alta densità, fanno il giro del mio corpo, pervadono ogni cellula, ogni vaso capillare per poi ritornare verso il cuore. Ritmicamente, sistolicamente e diastolicamente scandiscono l’invenzione umana chiamata tempo, determinando il flusso continuo dell’esistenza. Ma essendo la circolazione un esempio fluido-dinamico paragonabile ad un fiume, come direbbe Eraclito, non ci si immerge mai due volte nello stesso fiume, e i globuli rossi, questo lo sanno, determinando al grido di “panta rhei”, l’invecchiamento della forma materiale della nostra esistenza, il corpo.
    Dopo la decima ostrica, forma colesterolicamente cristallizzata e pura di gustoso mollusco, il mio occhio sinistro iniziò a battere, contraendosi anch’esso ritmicamente per un blefarospasmo. Il mio diaframma iniziava a contrarsi verso il basso, creandomi difficoltà nel respiro e compressione del grasso viscerale. Una sensazione di leggero stress fisico mi iniziò a pervadere, ma al tempo stesso la mia voce guida interiore continuava a dirmi in modo profondo e deciso “No, non ti puoi fermare, il rito deve essere portato a termine a tutti i costi!”.
    Il “POP!” Della bottiglia di champagne che esplodeva mentre venivano serviti gli scampi crudi marinati con un’emulsione di olio di oliva e succo d’arancia, del pepe rosa e un pizzico sparso di prezzemolo, sarebbe stato di lì a poche ore la principale causa del mio reflusso gastrico, il maalox era già sul comodino come una contraerea pronta all’attacco degli aerei nemici in un conflitto bellico.
    I crostacei crudi erano capitolati malamente, sostituiti dalle cicale di mare lesse. Tutto ciò che mi circondava mi ricordava quando raccontavo a mia madre di essere andato a mangiare pesce e lei chiestomi il menù, alla mia spiegazione “Cozze vongole e canoce”, essendo laureata in scienze naturali mi correggeva dicendomi “cozze e vongole sono lamellibranchi, le canoce sono artropodi e quindi crostacei, nulla di tutto questo é pesce”.
    “Mamma, mica si può ordinare lamellibranchi e artropodi al cameriere, questo come minimo si incazza” le rispondevo ridendo.
    La mia voce interiore al ripresentarsi di questo ricordo continuava il suo mantra dicendo “oggi non si fanno prigionieri”.
    Via via, vieni via di qui
    Niente più ti lega a questi luoghi
    Neanche questi fiori azzurri
    Via, via
    Neanche questo tempo grigio
    Sembra cantare il mio fegato grasso ad ogni boccone degli antipasti, danzando una musica allegro andante, di un piano forte-mente calorico.
    Le regole sono: 1) la bollicina sgrassa, 2) il cibo riempie i vuoti, 3) chiacchiere e felicità intervallano la pienezza del riempire, 4) il POP della bottiglia già ti dice se il vino é buono.
    Sugo voglio un miracolo stasera
    Un fiore in bocca ed un vestito di lino bianco,
    Un muro per appoggiarmi che sono stanco canta Luca Carboni mentre viene mantecato ai gnocchetti con le canoce del primo, la voce guida mi urla in posizione impettita, sul militar-attenti “Carboidrato non ti temo!” Nel delirio della festa. Il sangue-sugo scorre ridotto e rappreso in più punti annebbiandomi la lucidità.
    Il telefono squilla, riempiendosi di messaggi “A te e famiglia…” non tutti desiderati, non tutti sinceri.
    Il rito deve completarsi ipocrita allegro, frivolo o vero.
    Dieci nove otto siamo giunti in un attimo alla fine ed all’ inizio. Sette sei cinque, bicchieri in resta e sguardo nelle pupille, quattro tre due, i muscoli si stringono tirando sul tappo, uno, BUON ANNO! E il resto é un ricordo sfumato, per l’oblio di una sera d’auspicio che molto spesso sbaglia le previsioni .
    Happy new year mentre la guerra non dà pace, l’arroganza non capisce, il dolore non lenisce, il futuro si sbiadisce e noi attendiamo già l’anno che verrà.

    GRUPPO B accetto il regolamento

    1. Motivazione sintetica: “SAN SILVESTRO SANTO MALDESTRO” è un racconto brillante, arguto e dotato di uno stile spumeggiante. Capace di fondere satira di costume, cultura medico-scientifica e citazione pop, il testo trasforma la bulimia del Cenone di Capodanno in una potente allegoria dell’ansia moderna, dell’invecchiamento e del bisogno di stordimento sociale, chiudendosi con un tocco di amara e lucida poesia.
      1. Originalità del tema e del messaggio= Spiccata, ironica, acuta e brillantemente dissacrante – Il racconto reinterpreta il classico rito del Cenone di Capodanno da una prospettiva eminentemente biologica, medico-scientifica ed edonistica. L’originalità risiede nel contrasto stridente tra la grandeur celebrativa del “rito” e la descrizione spietata, quasi anatomo-patologica, della digestione, del grasso viscerale, del reflusso e del colesterolo. Il messaggio sotteso — un’amara riflessione sull’ipocrisia dei rituali sociali e sull’inesorabile scorrere del tempo (panta rhei) mentre il mondo fuori soffre la guerra — viene veicolato con estrema intelligenza e acume satirico.
      2. Stile personale e comprensibilità del testo= Personalissimo, colto, ironico e travolgente – La voce narrante si distingue per un registro colto-comico di rara efficacia: la terminologia medico-scientifica (blefarospasmo, lipoproteine a bassa densità, fluido-dinamico) viene sapientemente mescolata a citazioni cantautorali (Paolo Conte, Luca Carboni), aneddoti familiari di deliziosa quotidianità (il ricordo della madre laureata in scienze naturali) e figure retoriche efficaci (il Maalox come “contraerea”). La prosa, pur essendo densa ed esuberante, rimane assolutamente godibile e di facile fruizione.
      3. Abilità nel comunicare e nel suscitare interesse= Coinvolgente, ritmata ed emotivamente ricca – Il racconto cattura immediatamente il lettore e lo trascina nell’apnea del Cenone. Il ritmo accelera progressivamente, mimando il crescendo dell’ebbrezza e della fame fino al conto alla rovescia finale («Dieci nove otto…»). La capacità di passare in poche righe dal riso amaro sulla conversazione con il cameriere al disincanto sociale della chiosa finale («mentre la guerra non dà pace, l’arroganza non capisce…») dimostra una grande maestria narrativa.
      4. Coerenza, coesione ed equilibrio tra le parti= Solida architettura comico-drammatica – La struttura segue una progressione temporale e fisiologica impeccabile: Inizio: L’inquadramento biologico/filosofico sul sangue, sul tempo e su Eraclito, calato subito nel piatto di ostriche; Sviluppo: La portata dei primi, i ricordi d’infanzia, le “regole” della tavola e la voce interiore militaresca che spinge all’eccesso edonistico; e Finale: Il conto alla rovescia, l’esplosione del brindisi e la discesa nell’oblio post-festeggiamento, chiusa da un contrappunto riflessivo sul mondo contemporaneo.

      Gentile Scrittore, La ringrazio per la Sua partecipazione al Contest Letterario Daltonico Esistenziale!
      Cordialmente, JONNY SOUTO ~poeta, scrittore autobiografo, linguista.
      12/10/2026

      1. Grazie mille di questa bellissima recensione, è di avermi fatto capire che per lo meno, il racconto è stato meno pesante del cenone di San Silvestro. La ringrazio per le generose parole.

  35. SEZ. A
    ACCETTO IL REGOLAMENTO

    FORSE C’ERA ALTRO NELLA STRADA

    Forse una congiunzione, a quell’ora,
    di orbite complementari,
    allo zenit della città, pianeti e lune.
    O forse perfetta la temperatura della luce
    perché ognuno inspirasse dentro sé
    il miracolo del tardo pomeriggio.

    Ma forse c’era altro nella strada,
    perché luce desideri parole e voci
    erano dita trasparenti che sfioravano le corde
    di un’arpa senza suono,
    che vibrava nelle orecchie di chi c’era
    e ognuno, esistendo dentro il pomeriggio,
    ascoltava la pienezza del silenzio,
    pure parlando, pure ridendo,
    pure pensando alla bolletta da pagare.

    Il beneficio pioveva giù dai tetti delle case,
    o si irradiava da un punto inarrivabile del cielo,
    o saliva dalla terra – chi può dirlo –
    illuminando i volti dei passanti,
    sopra le lingue umide dei cani,
    sui sette ottavi del violinista bulgaro,
    sopra lo scintillio – un po’ volgare – della ragazza bella.

    E ognuno dentro sé
    augurava il bene a chi incontrava,
    ai vecchi che se ne andavano per mano,
    all’uomo che fumava tutto solo,
    sperando che la luce di quell’ora
    non lasciasse mai la strada.

    Intanto, a poche ore di distanza, o a pochi metri,
    le bombe squarciavano le porte dell’inferno,
    per inghiottire insieme colpevoli e innocenti,
    e non c’era amore che piovesse da quel cielo.
    Ma qui nessuno ci pensava, perché
    una congiunzione d’orbite
    guardava dallo zenit la città,
    e la temperatura della luce era perfetta.

    1. Motivazione sintetica: “FORSE C’ERA ALTRO NELLA STRADA” è una lirica di statura magistrale. Capace di intrecciare un’osservazione minuta e piena d’amore della vita cittadina con una drammatica meditazione civile e cosmica, la poesia si distingue per un equilibrio estetico perfetto, una prosa poetica di altissima scuola e un impatto emotivo di rara potenza. Un’opera compiuta e memorabile.
      1. Musicalità del verso= armoniosa, avvolgente e sapientemente ritmata – Il componimento adotta una metrica libera dall’ampio respiro, fondata su versi lunghi e distesi alternati a settenari ed endecasillabi di raffinata fattura. Le pause e le anastrofi sono calibrate con maestria («perfetta la temperatura della luce»), creando una cadenza sinfonica che rispecchia l’immagine centrale dell’«arpa senza suono».
      2. Ricerca estetica della parola e del suono= Altissima, nitida e ricca di contrappunti – Il lessico fonde con grazia ed eleganza elementi lirico-astronomici («zenit», «orbite complementari»), frammenti di viva quotidianità («sette ottavi del violinista bulgaro», «bolletta da pagare», «lingue umide dei cani») e accostamenti suggestivi («scintillio – un po’ volgare – della ragazza bella»). La scelta fonica e semantica è impeccabile, capace di creare bellezza anche dalla prosaicità dei dettagli.
      3. Fluidità del linguaggio= Naturale, immersiva e trasparente – La sintassi fluisce con la grazia di una grande narrazione in versi. Il lettore viene trasportato senza alcuna asperità lungo questo “tardo pomeriggio”, partecipando in modo immediato allo stato di grazia e sospensione che la poesia descrive.
      4. Capacità evocativa delle immagini= Folgorante, cinematografica e pittorica – Le immagini visive e tattili sono straordinariamente vivide: la luce che piove dai tetti, la musica dell’arpa invisibile, l’umanità composita dei passanti (i vecchi per mano, l’uomo che fuma solo) compongono un quadro d’insieme tridimensionale, denso di tepore e vita.
      5. Autenticità emozionale= Commovente, viscerale e complessa – La carica emotiva raggiunge il suo apice nell’apparente contrasto tra la grazia della strada e il violentissimo stacco della quinta strofa («le bombe squarciavano le porte dell’inferno»). Questa tensione tra la benedizione momentanea di chi è in pace e l’orrore distante e simultaneo della guerra suscita una stretta al cuore d’infinita verità e fragilità.
      6. Originalità del tema e del messaggio= Maturissima, civile e di profonda valenza filosofica – La poesia affronta la tragica concomitanza tra la bellezza e la sofferenza del mondo: il privilegio inconsapevole di vivere un attimo di grazia cosmica mentre altrove imperversa la distruzione. Il ritorno finale alla “temperatura della luce perfetta” chiude la lirica con un’amara, sfolgorante e indimenticabile ironia tragica sull’umana e cieca condizione di felicità.

      Gentile Poeta, La ringrazio per la Sua partecipazione al Contest Letterario Daltonico Esistenziale!
      Cordialmente, JONNY SOUTO ~poeta, scrittore autobiografo, linguista.
      12/10/2026

      1. Sono quasi imbarazzato da una recensione tanto generosa: grazie!

  36. TRA MEMORIA E COSCIENZA

    Nell’intimo dell’anima si cela
    una memoria antica che rimane,
    consapevole del tempo che scorre,
    tra pieghe di una luminosa esistenza.
    Brillano ricordi come astri nel cielo,
    che conducono in sentieri della coscienza,
    e ogni timido passo, nell’eco del passato,
    danno lieve respiro in un ode alla vita.
    La coscienza, fiume i n eterno mutare,
    naviga tra i ricordi con lealtà e grazia,
    serbando nel cuore infinita sapienza;
    sguardi sereni nell’immagine del domani.
    In questo cammino, tra memoria e coscienza,
    si tessono i fili di un fato condiviso,
    dove ogni istante è una gemma preziosa,
    ogni riflessione un universo da scoprire.

    f.m.

    SEZ. A

    ACCETTO IL REGOLAMENTO

    1. Motivazione sintetica: “TRA MEMORIA E COSCIENZA” è una lirica dal tono pacificato ed elevato. Sostenuto da una cadenza metrica regolare e da un’ispirazione sincera, il testo invita a una contemplazione serena dell’esistenza, offrendo una classica meditazione sul valore del ricordo come guida per la coscienza di domani.
      1. Musicalità del verso= Armonica, piana e cadenzata – Il componimento si articola in quattro quartine a verso libero con una scansione metrica piuttosto regolare (prevalenza di endecasillabi e decasillabi). Il ritmo è disteso e tranquillo, privo di asperità, adatto ad accompagnare una meditazione filosofica ed esistenziale.
      2. Ricerca estetica della parola e del suono= Limpida e classica, con qualche imprecisione formale – Il lessico sceglie termini tradizionali della lirica elegiaca («intimo dell’anima», «fiumi in eterno mutare», «gemma preziosa»). Nel secondo verso della seconda strofa si nota una lieve disarmonia sintattico-grammaticale («ogni timido passo […] danno lieve respiro»), che rallenta leggermente la resa formale complessiva.
      3. Fluidità del linguaggio= Scorrevole, trasparente e continua – La struttura sintattica è piana e lineare. Il discorso poetico fluisce con naturalezza da una strofa all’altra, guidando il lettore attraverso la trama di riflessioni sulla memoria e sul futuro senza creare ostacoli alla comprensione.
      4. Capacità evocativa delle immagini= Tradizionale, decorativa e luminosa – Il testo propone figure retoriche classiche dell’immaginario lirico: i ricordi come “astri nel cielo”, la coscienza come “fiume in eterno mutare” e la vita come una tela in cui si “tessono i fili di un fato condiviso”. Pur non cercando l’effetto di rottura, le immagini mantengono una discreta grazia visiva.
      5. Autenticità emozionale= Serena, partecipe e pacifica – Traspare una profonda serenità interiore e una rassicurante accettazione del tempo che passa. Il testo non nasce dal conflitto o dal dolore, ma da una contemplazione grata dell’esistenza («ogni riflessione un universo da scoprire»).
      6. Originalità del tema e del messaggio= Classica e umanistica – Il dualismo tra memoria e coscienza e la metafora della vita come viaggio tra passato e futuro sono motivi ampiamente percorsi nella tradizione poetica. Il componimento li reinterpreta offrendo un messaggio di fiducia e saggezza condivisa.

      Gentile Poeta, La ringrazio per la Sua partecipazione al Contest Letterario Daltonico Esistenziale!
      Cordialmente, JONNY SOUTO ~poeta, scrittore autobiografo, linguista.
      12/10/2026

  37. ACCETTO IL REGOLAMENTO
    SEZ. A

    In silenzio

    Non ero presente.
    Eppure decidesti di andartene.
    In silenzio.
    Senza pensieri.
    Senza lacrime.
    Ricomponesti il corpo magro
    e ti piacque essere rgida
    per presentarti a Dio
    che ti carezzò.
    Così ti pensai,
    ingenuo a credere
    che non ti accorgesti
    di nulla.
    Tu sapevi
    ch’era la miglior sorte
    quella di dormire per sempre,
    senza dolori e paure.
    Eppure
    sulla tua bocca
    in cerca d’aria
    scorsi le ultime parole
    tenute in serbo per me.
    Non eri ancora pronta,
    solo una camicia da notte,
    e i ricordi che si affollavano
    inquieti,
    indecisa se rivedere il giorno
    o salutare le ombre.
    Si accostavano a farti compagnia
    nel tuo viaggio.
    Non ci fu tempo
    nè ce ne sarà
    per ripetere la fine
    della tua vita.
    Sei vanitosa, lo so,
    nel tuo elegante abito blu.
    E attendi, un attimo,
    di farti bella
    ravviandoti i capelli.
    Per sempre.

    1. Motivazione sintetica: “In silenzio” è un’elegia di rara intensità e delicatezza. Attraverso versi essenziali e immagini scarnificate dal dolore, il poeta trasforma il senso di colpa e il rimpianto dell’assenza in un atto d’amore eterno, restituendo alla persona scomparsa tutta la sua umanità, la sua grazia e la sua incancellabile bellezza.
      1. Musicalità del verso= Scandita, intima e sapientemente spezzata – Il componimento adotta una versificazione a versi brevi e brevissimi (monostici, ternari, quinari e settenari) che mimano il respiro affannoso della perdita e del ricordo. Le frequenti pause metriche e gli a capo netti creano un ritmo lento, sommesso, quasi bisbigliato, di grande impatto emotivo.
      2. Ricerca estetica della parola e del suono= Sobria, dolorosa ed estremamente precisa – Il lessico evita la retorica del lutto per cercare una concretezza toccante. Particolari come «il corpo magro», la «camicia da notte», la «bocca in cerca d’aria» e l’«elegante abito blu» costruiscono un quadro di straordinaria verità visiva e domestica, dove l’amore si manifesta nella cura dei dettagli.
      3. Fluidità del linguaggio= Naturale, emotiva e coinvolgente – La sintassi è essenziale e diretta. Il discorso poetico parla al lettore con la forza di un dialogo unilaterale mai interrotto con la persona amata, facendo scorrere il sentimento senza barriere o artifici formali.
      4. Capacità evocativa delle immagini = Vivida, delicata e struggente – La lirica regala figure di rara delicatezza e drammaticità: l’immagine della donna che si fa «rigida / per presentarsi a Dio / che ti carezzò», il dubbio straziante tra il «rivedere il giorno / o salutare le ombre», fino al gesto finale della vanità («in tuo elegante abito blu […] ravviandoti i capelli») che restituisce dignità e bellezza alla morte.
      5. Autenticità emozionale= Viscerale, intimamente vera e commovente – È il vertice espressivo del componimento. Si avverte il dolore reale, il senso di colpa per non essere stato presente («Non ero presente. / Eppure decidesti di andartene»), il rimpianto per le parole non dette e la commovente illusione di voler credere che l’estinta non abbia sofferto. La carica emotiva è totale e senza filtri.
      6. Originalità del tema e del messaggio= Profonda, umana e poetica – Il tema del commiato e della perdita di un caro (probabilmente la madre o la compagna) viene affrontato con uno sguardo originale: non solo il dolore del distacco, ma il ritratto affettuoso delle abitudini, della vanità innocente e della compostezza con cui la persona amata ha attraversato la soglia finale.

      Gentile Poeta, La ringrazio per la Sua partecipazione al Contest Letterario Daltonico Esistenziale!
      Cordialmente, JONNY SOUTO ~poeta, scrittore autobiografo, linguista.
      12/10/2026

  38. Sezione B
    tania Pizzamiglio
    Accetto il regolamento
    Titolo: Daltonico Esistenziale

    A Cromia ogni cosa aveva un proprio colore; le persone quando nascevano ricevevano una tavolozza con cui imparare a orientarsi. Tranne Dalton che i colori li vedeva ma non come gli altri. Cosa c’era che non andava in lui? Così iniziò a imitare gli altri per vedere come loro. Un giorno incontrò una anziana pittrice che dipingeva una porta bianca e le chiese: Perché dipinge la porta bianca? Lei rispose: Non è bianca. Dalton: Lo è! Lei: è bianca per te. Gli chiese: che colore vedi? Dalton osservò la tela: Vedo una porta che aspetta qualcuno. E lei: Ecco. Dalton: Ecco cosa?
    Ecco il tuo colore! Non sei daltonico, ma lo sei per i colori che gli altri danno alle cose.
    Da quel momento Dalton cominciò a chiedersi che forma avesse ciò che sentiva? Dove lo portava? cosa comunicava?
    Scoprì che alcune emozioni non avevano un colore ma avevano una stagione, una distanza, un odore, una voce o un silenzio, che crescere significava avere il coraggio di guardare il mondo per scoprire come lo vedeva lui.

    1. Motivazione sintetica: “Daltonico Esistenziale” è una splendida micro-favola filosofica sull’importanza dell’autenticità e della percezione individuale. Attraverso una narrazione pulita, delicata ed essenziale, l’autore trasforma l’inadeguatezza sociale del protagonista in una risorsa sinestetica ed etica, ricordando con poesia che crescere significa avere il coraggio di guardare il mondo con i propri occhi.
      1. Originalità del tema e del messaggio= Poetica, evocativa e dal forte valore metaforico – Il racconto reinterpreta il daltonismo non come un deficit percettivo o biologico, ma come una forma di sensibilità profonda e sinestetica. L’idea di un mondo (“Cromia”) in cui la società fornisce una “tavolozza” predefinita per conformare lo sguardo dei singoli è una potente allegoria dell’omologazione sociale. Il ribaltamento per cui la percezione “diversa” di Dalton diventa capacità di cogliere la dimensione emotiva e temporale delle cose («Vedo una porta che aspetta qualcuno») regala al messaggio una statura fiabesca e filosofica di rara grazia.
      2. Stile personale e comprensibilità del testo= Limpido, essenziale, favolistico e immediato – Lo stile adotta la compostezza e la nitidezza tipiche delle favole sagge o dei racconti di formazione alla Gianni Rodari o Antoine de Saint-Exupéry. Il dialogo tra Dalton e la pittrice è serrato, naturale ed efficacissimo nella sua brevità. La prosa scorre con estrema facilità, risultando accessibile a lettori di ogni età senza perdere in profondità.
      3. Abilità nel comunicare e nel suscitare interesse= Coinvolgente, toccante e fonte di ispirazione – Il racconto aggancia subito la curiosità del lettore con la presentazione del problema di Dalton e si sviluppa con grande fluidità verso il punto di svolta (climax) dell’incontro con l’anziana pittrice. La chiusura, con l’apertura verso la dimensione sinestetica delle emozioni («alcune emozioni non avevano un colore ma avevano una stagione, una distanza, un odore…»), lascia una piacevole sensazione di calore e riflessione interiore.
      4. Coerenza, coesione ed equilibrio tra le parti del testo= Architettura narrativa impeccabile nella sua brevità – Inizio: Presentazione efficace del mondo di Cromia e del “limite” iniziale del protagonista; Sviluppo: L’incontro epifanico con la pittrice, che capovolge la prospettiva da difetto a dono; e Finale: La presa di coscienza di Dalton e la sua evoluzione interiore, che trasforma la favola in una lezione di crescita personale e coraggio.

      Gentile Scrittrice, La ringrazio per la Sua partecipazione al Contest Letterario Daltonico Esistenziale!
      Cordialmente, JONNY SOUTO ~poeta, scrittore autobiografo, linguista.
      12/10/2026

  39. Sezione A poesia
    tania Pizzamiglio
    accetto regolamento

    titolo: Daltonico esistenziale

    Daltonico esistenziale

    Insegnano i colori
    come si insegnano le colpe:
    ross tramonto,
    blu notte,
    Verde speranza.

    Il mondo pretende
    una pronuncia uguale
    anche dalle cose mute.

    E chiamavo cielo
    ciò che cadeva dall’alto,
    verde ogni promessa
    prima che marcisse,
    bianco il silenzio
    quando non sapevo più
    come difendermi.
    Del rosso ho sempre
    avuto un dubbio.

    Era sangue?
    Un tramonto
    rimasto troppo a lungo
    sulla soglia degli occhi?
    Forse il primo segnale di una verità
    che nessuno voleva attraversare?

    Divenni adulto
    confondendo le tinte
    con le intenzioni.
    Scambiai l’amore
    per la sua ombra ben educata,
    la felicità per quelle mattine
    in cui non accade nulla,
    la pace per quella forma discreta
    di stanchezza che non fa rumore.

    Io guardavo.
    Ma vedevo altro.
    Non meno. Altro.

    Questa forse è l’imperfezione:
    non sapere dove finisce il colore
    e comincia il nome.

    Diffido delle cose troppo definite.
    Del mare quando è soltanto blu.
    Del dolore quando ha un volto preciso.
    Di chi si dichiara felici
    con troppa luce addosso.
    Preferisco l’ora incerta
    prima che la notte decida,
    quel margine del giorno
    in cui ogni cosa perde il proprio alibi.
    Lì non devo riconoscere niente.
    Posso chiamare cenere una possibilità,
    luce una ferita,
    amore ciò che resta
    quando persino il desiderio
    ha smesso di chiedere.

    E forse allora
    non sono daltonico.
    Sono soltanto arrivato tardi
    alla tavolozza.
    Mentre gli altri imparavano
    a distinguere i colori,
    io imparavo le sfumature
    dell’assenza.

    Non so
    di che colore è la vita,
    so soltanto
    che qualche volta
    mi appare chiara
    da sembrare quasi invisibile.

    1. Motivazione sintetica: “Daltonico Esistenziale” nella sua veste poetica è un capolavoro di nitidezza, sensibilità ed equilibrio formale. Con versi di altissima fattura e immagini di prorompente bellezza filosofica, l’autore trasforma l’inadeguatezza percettiva in un privilegio conoscitivo, regalandoci una delle liriche più intense, mature e compiute sul valore dell’ombra, del dubbio e delle sfumature dell’anima.
      1. Musicalità del verso= Scandita, ritmata e magistralmente pausata – Il componimento si distingue per un’impostazione metrica svincolata ma rigorosa, costruita su una combinazione di versi brevi e distesi, con un sapiente uso degli enjambement («Insegnano i colori / come si insegnano le colpe», «Del rosso ho sempre / avuto un dubbio»). Il ritmo riproduce il movimento esitante, cauto ed esatto di chi cerca la verità oltre la forma convenzionale delle parole.
      2. Ricerca estetica della parola e del suono= Cesellata, densa e di straordinaria precisione semantica Ogni parola possiede un peso specifico e una risonanza filosofica impeccabile. Il lessico declina concetti astratti in figure tangibili: le «sfumature dell’assenza», l’«ombra ben educata» dell’amore, il «margine del giorno in cui ogni cosa perde il proprio alibi». La qualità della ricerca formale è altissima, priva di ridondanze o cedimenti stilistici.
      3. Fluidità del linguaggio= Trasparente, avvolgente e chiarissima – La sintassi procede con la limpidezza di un discorso filosofico in versi. Non vi è mai oscurità pretestuosa: il pensiero scorre trasparente da una strofa all’altra, conducendo il lettore con naturalezza all’interno dello sfasamento percettivo ed esistenziale del poeta.
      4. Capacità evocativa delle immagini = Potentissima, pittorica e sinestetica – Le immagini sono folgoranti e tridimensionali. Dal rosso trasfigurato in «un tramonto / rimasto troppo a lungo / sulla soglia degli occhi» alla ridefinizione concettuale delle cose («Posso chiamare cenere una possibilità, / luce una ferita»), il testo crea un universo visivo ed emotivo unico, capace di mostrare la realtà sotto una luce del tutto nuova.
      5. Autenticità emozionale= Profonda, intima e di straziante lucidità – La poesia comunica un senso di verità e di pudore emotivo di rara statura. La malinconia di non riuscire ad aderire alle definizioni prestabilite dagli altri si scioglie nella consapevolezza di una percezione più alta e pietosa del mondo («Io guardavo. / Ma vedevo altro. / Non meno. Altro.»). È la voce autentica di una solitudine che si fa saggezza.
      6. Originalità del tema e del messaggio= Maturissima, feconda e d’altissimo livello – Rispetto all’omonimo racconto in prosa, questa versione poetica eleva il tema del “daltonismo esistenziale” a una compiuta meditazione epistemologica sul rapporto tra i nomi e le cose («non sapere dove finisce il colore / e comincia il nome»). La critica alla pretesa sociale di omologare la percezione e il rifiuto delle “cose troppo definite” rappresentano un messaggio poetico e civile di straordinario valore.

      Gentile Poeta, La ringrazio per la Sua partecipazione al Contest Letterario Daltonico Esistenziale!
      Cordialmente, JONNY SOUTO ~poeta, scrittore autobiografo, linguista.
      12/10/2026

  40. Le mani piene

    La vigna aspettava. I tralci nudi tendevano le dita verso il cielo, come a chiedere qualcosa che nessuno sapeva più dare. La terra, sotto, era dura e fredda, una madre stanca che aveva già partorito troppo. Era il marzo del ’44 quando il vento portò l’odore dell’erba nuova, ma anche quello del fumo lontano. Mischiati, come se pace e guerra respirassero dalla stessa bocca.
    Toni se n’era andato con la leva, una parola breve che era caduta in casa nostra come una pietra. Mio marito non aveva alzato gli occhi dal tavolo: «La vigna chiede», aveva detto, «ma pure la patria chiede». Io non avevo risposto. Avevo continuato a rammendare la sua camicia, punto dopo punto, come se potessi cucire anche il tempo e impedire ai giorni di scivolare via verso il fronte.
    Poi era venuto l’inverno del silenzio. Mio marito se n’era andato senza fare rumore, consumato dal gelo e dall’attesa di un figlio che non tornava. Ero rimasta sola. Le mie mani, abituate al ferro per potare e alla zappa, erano diventate improvvisamente leggere. Troppo leggere. Erano mani vuote. Mi fermavo tra i filari e guardavo lontano, dove la linea dell’orizzonte sembrava una ferita cucita male. «Qui c’è tutto quello che avevamo», dicevo alla terra. «E tutto quello che non tornerà».
    La guerra era finita, dicevano. Ma la pace, quando arriva, non riporta indietro le braccia che ha tolto. Si limita a dire che adesso si può ricominciare. Ma non spiega come. Ero tornata a pulire i solchi, a legare i tralci con i giunchi, ma il cuore restava a digiuno. Era una fame strana, che non si curava con la polenta. Era la fame di chi ha accettato la storia senza mai poterle dare del tu.
    Poi, nel giugno del ’46, arrivò quel pezzo di carta.
    Arrivò a casa con un’autorità silenziosa e perentoria. La strinsi tra le dita, quelle dita screpolate dal lavoro e dal pianto. Non era la tessera del pane, quella che portavamo al forno con l’umiliazione di chi deve misurare la vita in grammi. Questa era diversa. Era liscia, pulita, eppure sembrava pesare quanto l’intera vigna.
    Anna, la giornalista alla radio, diceva che dovevamo accettarle come biglietti d’amore. Io la stringevo e sentivo il battito del sangue sotto i polpastrelli. Per la prima volta nella mia vita, non ero “la madre di”, “la moglie di”, “la contadina di”. Ero io. Ero una scheda. Ero un voto.
    Il giorno del seggio mi misi l’abito scuro, quello buono. Mi lavai le mani con cura, grattando via il nero della terra dai calli. Volevo che fossero pulite per toccare il futuro. In fila davanti alla scuola, eravamo tante. Molte portavano ancora lo scialle del lutto. Anche io. Ci guardavamo e nei nostri silenzi non c’era più solo il dolore, ma una strana, febbrile solennità. Eravamo ombre che stavano diventando corpi.
    Entrai nella cabina. Il legno sapeva di matita e di chiuso. Chiusi gli occhi per un istante e sentii l’odore della vigna di Toni, il rumore del rammendo, il freddo delle notti di guerra. Poi aprii la scheda. Era un rettangolo di dignità.
    Accettare quel destino non serviva a riempire la madia, ma saziava la fame dello spirito. Mangiare era importante per non morire, ma quel segno di matita serviva per iniziare a vivere. Uscii dalla cabina e le mie mani non mi sembrarono più vuote. Erano piene. Erano cariche di una responsabilità che profumava di pulito.
    Lasciai cadere la scheda nell’urna. Il rumore fu un fruscio, leggero come una foglia che si posa al suolo in autunno, ma per me fu un boato che cancellò il rombo dei cannoni.
    Tornai al campo che era quasi sera. La vigna era ancora lì, ostinata. Ma mentre legavo l’ultimo tralcio, non mi sentii più colei che accettava in silenzio il volere della terra o della patria. Il tempo aveva finalmente smesso di scorrermi addosso. Ora, quel tempo, lo stavo tenendo stretto io. Tra le mie mani che, per la prima volta, non avevano più paura di niente.

    sez. b – accetto il regolamento

    1. Motivazione sintetica: “Le mani piene” è un racconto di straordinaria maturità narrativa ed etica. Con una prosa asciutta ma densa di lirismo e di immagini indimenticabili, l’autore dona voce e corpo al riscatto della donna contadina italiana nel dopoguerra. Il passaggio dalla rassegnazione del lavoro agricolo e del lutto alla consapevolezza della propria dignità civile trasforma questa narrazione breve in una piccola gemma di letteratura storica e umana.
      1. Originalità del tema e del messaggio= Magistrale, profonda ed estremamente toccante – Il racconto intreccia il lutto personale e contadino con un momento epocale della storia italiana: il voto alle donne del 2 giugno 1946. La scelta di raccontare la transizione dalla condizione di “ombra” a quella di cittadina attiva attraverso il simbolo delle “mani” (dalle mani vuote dal dolore e dal lavoro alle mani “piene” di dignità e responsabilità) è una trovata allegorica di altissima scuola. Il messaggio non è solo politico, ma profondamente umano ed esistenziale: la democrazia e il voto come riscatto del dolore e fame dello spirito.
      2. Stile personale e comprensibilità del testo= Nobile, lirico, evocativo e perfettamente bilanciato – La prosa adotta un registro neorealista sobrio e intenso, ricco di figure retoriche e correlativi oggettivi folgoranti («una madre stanca che aveva già partorito troppo», «la linea dell’orizzonte sembrava una ferita cucita male», «eravamo ombre che stavano diventando corpi»). La lettura procede con una musicalità interna straordinaria, mantenendo al contempo una chiarezza narrativa impeccabile.
      3. Abilità nel comunicare e nel suscitare interesse= Sconvolgente, immersiva e di altissima resa drammatica – Il racconto afferra il lettore fin dalle prime righe e lo accompagna in un crescendo emotivo trattenuto e pudico. La scena della fila davanti al seggio e l’ingresso nella cabina elettorale che profuma di legno e matita raggiungono una solennità quasi sacrale. La capacità di trasmettere il peso fisico e morale di quella scheda elettorale tra le dita della protagonista rende la lettura un’esperienza commovente e memorabile.
      4. Coerenza, coesione ed equilibrio tra le parti = Architettura narrativa impeccabile e perfettamente chiusa – Inizio: La vigna, il marzo del ’44, la partenza del figlio Toni e la dolorosa quotidianità della guerra; Sviluppo: L’inverno del silenzio, la perdita del marito, l’arrivo della pace mutilata e la fame d’anima, fino al “pezzo di carta” del giugno 1946; e Finale: Il gesto del voto come boato che cancella i cannoni e il ritorno alla vigna con uno sguardo nuovo: la protagonista non subisce più la storia, ma ne diventa custode e parte attiva.

      Gentile Scrittore, La ringrazio per la Sua partecipazione al Contest Letterario Daltonico Esistenziale!
      Cordialmente, JONNY SOUTO ~poeta, scrittore autobiografo, linguista.
      12/10/2026

  41. Lag raha tha ki ghar mein tanha hoon!
    Main to lekin nagar mein tanha hoon!

    Saath mere hai kafila phir bhi!
    Hai ta-ajjub safar mein tanha hoon!

    Chahne wale hain hazaar magar!
    Har kisi ki nazar mein tanha hoon!

    Bujh chuka ik charag hoon goya!
    Kaun sa main asar mein tanha hoon!

    Mil hi jayega haan mukaam mujhe!
    Gar yakeenan hunar mein tanha hoon!

    (TRADUZIONE IN ITALIANO – TANHA / SOLO)

    Pensavo di essere solo a casa mia!
    E invece sono solo in tutta la città!

    Ho con me una carovana, eppure!
    Che sorpresa, sono solo nel viaggio!

    Mille persone mi amano, eppure!
    Agli occhi di tutti, sono solo!

    Sono come una lampada ormai spenta!
    Che effetto ho? Sono solo nell’effetto!

    Sì, troverò il mio destino!
    Se davvero sono solo nel talento!

    —
    Nome: Baljeet Singh ‘Benam’
    Sezione A – Poesia
    Accetto il regolamento Contest “Daltonico Esistenziale”

    1. Motivazione sintetica: Questo tanha è un’intensa meditazione sulla solitudine dell’anima e del talento. Grazie alla rigorosa struttura martellante del refrain e al sapiente uso dei paradossi (la carovana vuota, la moltitudine indifferente), il testo guida il lettore dalla sorpresa dello smarrimento fino alla fiera e consapevole accettazione della propria unicità esistenziale.
      1. Musicalità del verso= Cadenzata, incalzante e fortemente ritmata – Il testo si struttura secondo lo schema classico e rigoroso del tanha (o tanze/tanca della tradizione orientale), fondato sulla ripetizione del refrain «sono solo» alla fine di ogni distico. Questa anafora costante funziona come un martellante rintocco interno, creando un ritmo ipnotico e circolare che amplifica il senso di isolamento.
      2. Ricerca estetica della parola e del suono= Essenziale, esclamativa e paradossale – Il lessico sceglie parole piane e trasparenti, ma gioca con grande efficacia sui contrasti concettuali («carovana / solo», «mille persone / solo», «lampada spenta / effetto»). L’uso della punteggiatura esclamativa sottolinea lo sconcerto dell’anima di fronte alla scoperta della propria solitudine ontologica.
      3. Fluidità del linguaggio= Immediata, diretta e incisiva – La sintassi è ridotta all’essenziale. Ogni distico formulato vive di un contrasto fulmineo tra il primo verso (la condizione apparente) e il secondo (la realtà interiore), garantendo al lettore una fruizione immediata e di forte impatto.
      4. Capacità evocativa delle immagini= Simbolica, viva e paradossale – Le immagini sono essenziali ma potenti: la carovana deserta, la città vuota pur in presenza degli altri, la «lampada ormai spenta» che continua a produrre una scia o un effetto nell’ombra. Il quadro della solitudine non è descritto come isolamento fisico, ma come una condizione esistenziale inalienabile.
      5. Autenticità emozionale= Sincera, sgomenta e orgogliosa – l componimento trasmette una sensazione autentica di smarrimento che si trasforma progressivamente in fiera accettazione. Dallo sconcerto iniziale di scoprirsi solo anche in mezzo alla folla, si passa alla presa di coscienza finale: la solitudine è il prezzo e il segno distintivo dell’unicità del proprio talento e del proprio destino.
      6. Originalità del tema e del messaggio= Profonda, filosofica e ben calibrata – Il tema della solitudine dell’artista o dell’individuo consapevole viene sviscerato attraverso l’uso di una forma metrica orientale che ne esalta il carattere meditativo. Molto bella e originale la chiusura, dove la solitudine smette di essere una condanna e diventa la condizione necessaria per compiere il proprio «destino» e il proprio «talento».

      Gentile Poeta, La ringrazio per la Sua partecipazione al Contest Letterario Daltonico Esistenziale!
      Cordialmente, JONNY SOUTO ~poeta, scrittore autobiografo, linguista.
      12/10/2026

  42. Non vola
    Luminose scintille
    su braccia di foglie
    son bacche di gioia
    radici di eterno
    carezza di petali audaci.

    Fra stelle d’argilla
    che abbraccia
    e consola
    trattengono l’ombra
    che ancora non vola.

    Son diamanti
    di grandine austera,
    pittrice di rocce
    scolpite d’attesa,
    pazienti d’eterno.

    Immobile
    corro sui colli
    m’infrango
    fra dune
    spumose.

    Rotolando in
    radure avvolgenti
    che soffiano veli
    intrecciati dal sole
    su ricami di rose e di viole.

    Chiudo gli occhi.
    Quella glassa
    che scorre cerulea
    cambia forma,
    si nasconde e mi svela.

    Sono schegge di vento
    che scompigliano incaute
    il respiro e i pensieri.
    Forse è tardi,
    è già ieri.
    -BluesMarty (Martina Lorai Meli)

    seziona A
    accetto il regolamento

    1. Motivazione sintetica: “Non vola” è una lirica impressionista di raffinata fattura. Attraverso una ricerca lessicale accurata e un suggestivo intreccio di immagini sinestetiche tra terra, luce e vento, il poeta riesce a trasmettere la sensazione di una meditazione sospesa nel tempo, dove l’apparente immobilità del mondo si scioglie nella nostalgia del ricordo.
      1. Musicalità del verso= Sinuosa, fluttuante e ricca di assonanze – a lirica possiede un andamento musicale naturale e avvolgente. L’alternanza tra versi brevi e distesi crea un ritmo morbido che ben si adatta al libero fluire dei pensieri e degli elementi naturali. Notevole l’uso delle rime interne e delle assonanze (consola / vola, sole / viole, svela / pensieri / ieri), che donano coesione sonora alla composizione.
      2. Ricerca estetica della parola e del suono= Preziosa, cromatica e di grande raffinatezza – Il lessico adotta un registro lirico elevato e suggestivo. L’autore dimostra una spiccata sensibilità nell’accostare i vocaboli per via di contrasto e sfumatura: «diamanti di grandine austera», «glassa che scorre cerulea», «stelle d’argilla». Ogni parola è scelta per il suo valore sia figurativo sia timbrico.
      3. Fluidità del linguaggio= Evocativa, impressionistica e sognante – La sintassi procede per sovrapposizione di immagini sensoriali e pennellate di colore. Se da un lato questo stile rende il linguaggio fluido e suggestivo, dall’altro l’accumulo di immagini a tratti denso richiede una lettura attenta per cogliere il filo conduttore dell’opera.
      4. Capacità evocativa delle immagini= Ricca, pittorica e fortemente sinestetica – La forza del componimento risiede nel suo denso apparato figurativo. Immagini come «bacche di gioia», «stelle d’argilla» o il paradosso dinamico del verso «Immobile / corro sui colli» creano quadri naturali trasfigurati dal sogno e dall’emozione interiore.
      5. Autenticità emozionale= Sospesa, malinconica ed ermetica – Il sentimento emerge con delicatezza nel finale, dove l’incanto visivo della natura lascia il posto al tempo che svanisce («Forse è tardi, / è già ieri»). La carica emotiva è velata da un velo di pudore e introspezione ermetica che affascina, pur rimanendo volutamente impalpabile.
      6. Originalità del tema e del messaggio= Fantasiosa, filosofica e ben calibrata – Il tema del viaggio interiore attraverso la natura si sviluppa mediante una tensione tra l’immobilità del corpo e la corsa della mente/anima. Il contrasto tra ciò che «non vola» (la terra, l’ombra, l’argilla) e ciò che si muove nel vento dona al componimento una dimensione meditativa originale.

      Gentile Poeta, La ringrazio per la Sua partecipazione al Contest Letterario Daltonico Esistenziale!
      Cordialmente, JONNY SOUTO ~poeta, scrittore autobiografo, linguista.
      12/10/2026

  43. VIRUS
    Avevamo le nostre belle case, le nostre comodità, il nostro lavoro che ci occupava 3/4 di giornata. Avevamo i nostri figli ben pettinati, tatuati, con i loro vestiti firmati, le loro attività sportive e i loro cellulari, i tablet, la tv in camera e le loro PlayStation per giocare alla guerra. Avevamo le nostre belle macchine, il conto in banca, la casa al mare e la vacanza già organizzata. Ma non lo abbiamo saputo fermare.

    Sembrava tutto un gioco, all’inizio. Qualcosa di già visto e già accaduto, ma altrove. In un’altra dimensione. Quella dei libri, dei film, delle serie TV che ci rendevano tutto familiare e quasi adrenalinico. Cazzo! Stava succedendo davvero?

    O era solo l’ennesima bufala? Ma dai… ci prendevano per il culo, era evidente. Il virus. L’Ebola. Gli zombie… tutta la stessa merda. Fantasia pura. Cazzate. Roba per sfigati, per psicolabili, per boccaloni.

    No. Non poteva essere vero. Non dovevamo cascarci. Quella era una trappola per topi.

    Abbiamo continuato a fare finta di niente. Ad andare a lavoro. A fare la spesa. A fare jogging. Nulla ci avrebbe fermato.

    Poi ci hanno detto di stare a casa.

    Hanno iniziato a parlare di zona rossa. Hanno chiuso le scuole. Hanno fermato i negozi.

    Il cielo azzurro ghiaccio sembrava ridere di noi mentre il sole continuava a scaldarci ammaliandoci.

    Alcuni di noi erano terrorizzati, altri continuavano a vivere come se niente fosse, altri ancora avevano preso la chiusura della propria attività come una vacanza. Una pausa meritata.

    I figli a casa. Le serie TV infinite, le passeggiate all’aria aperta.

    Le case al mare si riempirono. Qualcuno faceva persino il bagno.

    Poi l’aria cominciò ad essere più densa.

    Per respirare serviva la mascherina. Le mani puzzavano di alcool e candeggina. Tutto sembrava sempre più irreale.

    Anche quella sera procedeva come le altre. La giornata era stata monotona, movimentata solo da quel suono: la voce della protezione civile che dal megafono diceva di «stare a casa» dal mattino all’imbrunire.

    Ormai si poteva fare la spesa solo online. I viveri scarseggiavano. I prezzi salivano alle stelle. I soldi stavano per finire.

    Dalle finestre solo il suono delle sirene. La gente cominciava ad impazzire. Chiusi in casa come topi ad ascoltare il bollettino di guerra dei morti.

    I cadaveri andavano verso l’inceneritore a decine.

    Sembrava di stare ad Auschwitz, mentre il papa dal suo bel balcone predicava preghiere e obbedienza.

    Dall’indomani avrebbero fermato gli ordini online e tutti i siti di e-commerce sarebbero stati chiusi.

    Era ufficialmente dichiarato il regime militare.

    Sarebbero passati di casa in casa a consegnare un kit per famiglia che ci avrebbe permesso, una volta alla settimana, di recarci al campo militare a ritirare le derrate alimentari assegnate.

    Vietato uscire.

    Quanto avremmo potuto sopravvivere così?
    – BluesMarty®

    sezione B accetto il regolamento

    1. Motivazione sintetica: “VIRUS” è un racconto distopico di forte impatto emotivo e sociale. Attraverso una scrittura rapida, affilata e priva di edulcorazioni, l’autore mette in scena la fragilità della società contemporanea, mostrando come l’illusione della sicurezza e del benessere materiale possa sgretolarsi in pochissimo tempo di fronte alla paura e all’instaurazione di uno stato d’emergenza totale.
      1. Originalità del tema e del messaggio= Incisiva, critica e distopica – Il racconto riprende l’esperienza traumatica della pandemia e del lockdown, deformandola progressivamente attraverso la lente di una distopia totalitaria ed estrema. L’originalità risiede nel contrasto iniziale: l’incipit descrive la bolla di benessere e superficialità della società consumistica occidentale (i figli con la Playstation, il benessere materiale, l’illusione d’invulnerabilità) per poi mostrare la rapida e brutale discesa verso la privazione, la militarizzazione e la perdita totale delle libertà individuali.
      2. Stile personale e comprensibilità del testo= Incalzante, viscerale, crudo e diretto – La voce narrante adotta uno stile sincopato, con frasi brevi e paratattiche che restituiscono il ritmo concitato dell’incredulità e del panico. L’uso di un registro colloquiale e talvolta aggressivo («Cazzo!», «Cazzate», «trappola per topi») ben rispecchia la rabbia e la reazione difensiva della popolazione. Alcune immagini sono deliberatamente forti e provocatorie (il cielo «azzurro ghiaccio» che sembra ridere, il paragone iperbolico e crudo con Auschwitz), volte a scuotere la sensibilità del lettore.
      3. Abilità nel comunicare e nel suscitare interesse= Coinvolgente, claustrofobica e ad alta tensione – Il testo costruisce con efficacia un’atmosfera di progressivo soffocamento («l’aria cominciò ad essere più densa»). Il crescendo narrativo — dalla rimozione psicologica iniziale alla percezione dell’irrealtà, fino al bollettino di guerra, all’annuncio del regime militare e al razionamento del cibo — mantiene alta l’attenzione e trasmette un forte senso di claustrofobia e angoscia esistenziale.
      4. Coerenza, coesione ed equilibrio tra le parti del testo= Progressione temporale e psicologica ben strutturata – Inizio: Il ritratto del benessere quotidiano e il rifiuto cosciente della minaccia (“fa notizia altrove / è una bufala”); Sviluppo: La presa di coscienza graduale, l’escalation delle restrizioni, la puzza di alcool e candeggina, le sirene e la dissoluzione della normalità; e Finale: Il passaggio definitivo alla legge marziale, al razionamento e la chiusura sospesa sull’interrogativo della sopravvivenza.

      Gentile Scrittrice, La ringrazio per la Sua partecipazione al Contest Letterario Daltonico Esistenziale!
      Cordialmente, JONNY SOUTO ~poeta, scrittore autobiografo, linguista.
      12/10/2026

  44. SU TESORO
    di Franco Maccioni

    Fut una die mala de abba e de monte. Tenia treigh’annos e mi piaghiat andare a girare peri sos logos chena pensare a sos perigulos. Caminaias in mesu de roccas e ispinas, cantande po mi dare coraggiu. Ad un certu puntu, mi soe sezzidu in unu crastu mannu affaca a una giaga de linna e app’intesu duos omines faeddande, ischedos e bistidos de istrazzos.
    – L’ischis tue chi sa cascia est cuada in d’un’ala de custu caminu? – naraiat unu.
    – Sì, l’isco, ma comente faghimos po acciappare su puntu giustu? – respondiat s’ateru.
    Iscultande custu contu de sa cascia, in sa conca mia già bidiari inari antigu e gioiellos. Ma, pro s’istracchidudine, mi che soe drommidu in supra de su crastu.
    A s’improvvisu appo intesu una boghe tchiccherriande: “Ehi giovanotto, sveglia, siamo arrivati a Serru!”. Fui sognande. Mi che soe agattadu in su milli e dughentos, omine mannu de trint’annos bistidu cun istimenta longa e cambales. In su sognu, frade meu viviat in d’una domo bella cun meda richesa e teniat una cascia totta tribagliada. “Sa richesa mia est accolta intro”, m’aia nadu. Ma sa die infattu sa cascia fut isparida e issu pranghiat a riu. Per fortuna, sa cascia fut torrada, ma cun calchi oreria de mancu.
    A cando, unu iscoppiu mannu mi che hat ischidado: fui semper sezzidu in su crastu cun sa conca a su muru. Sos omines funi galu nande de sa cascia. Caminande a denanti, passande vicinu a una rocca, unu piculu de linna in terra m’at fattu frimmare. Pensande chi fut su signale de su tesoro, l’appo lassadu incue e mi soe cuadu po no mi fagher biere dae issos.
    In domo, babbu e mama fun’arrenegados po s’ora e mi ant dadu calchi ciaffu e sa punizione de non bessire prus. Ma in sa conca mia e de frade meu su tesoro fut semper presente. Acabbada s’iscola e cominzadas sas vacanzias, faghimos su pranu de andare a recuperare sa cascia prena de monedas de oro. Frade meu d’ogni tantu ridiat, leandemi in giru ca po issu su sognu fut solu una brulla, ma m’at sighidu de gasi.
    Unu manzanu, partidos chito chito cando su sole fut galu a desegus de Monte Linas, semus arrivados a “Su saltu mannu” andande a cara a “Perda ‘e pibera”, cun sa bertula prena de pane, casu e fruta. Chirca chirca, a sa fine su piculu ‘e linna l’imis acciappadu, ma fut postu intr’e un’istampa in sa rocca!
    Sa fortuna nostra fut una fortuna sfortunada. Avantis de nos, in d’una grutta impruenada, b’aia sa cascia de linna.
    – Dai chi bi semus! – naraiat frade meu.
    – Dai chi como semus a caddu! – appo nadu deo.
    Ma faghio fuint a caddu de unu caddu pren’e brullas! Intr’e sa cascia b’fut solu unu paberi cun un’iscritta chi narait: “Unu bellu tesoro… monedas e gioiellos sun isparidos e a bisatros como a leggere custu iscrittu… cun tantos augurios de una vida longa e pius fortunada!”.
    A pensare oe, dopo annos e annos, cun frade meu nos leamos galu a riere ammentande cussa die chi semus arrivados a “Su saltu mannu”.

    (Traduzione)

    IL TESORO
    di Franco Maccioni
    Fu una brutta giornata di pioggia e di montagna. Avevo tredici anni e mi piaceva girare per quei luoghi senza pensare ai pericoli. Camminavo in mezzo a rocce e spine, cantando per darmi coraggio. Ad un certo punto, mi sedetti su un grande masso vicino a un cancello di legno e sentii parlare due uomini, trasandati e vestiti di stracci.
    – Lo sai tu che la cassa è nascosta da una parte di questo sentiero? – diceva uno.
    – Sì, lo so, ma come facciamo a trovare il punto giusto? – rispondeva l’altro.
    Ascoltando quel discorso sulla cassa, nella mia testa già vedevo monete antiche e gioielli. Ma, per la stanchezza, mi addormentai sopra il masso.
    All’improvviso sentii una voce gridare: “Ehi giovanotto, sveglia, siamo arrivati a Serru!”. Stavo sognando. Mi ritrovai nel milleduecento, uomo adulto di trent’anni vestito con una tunica lunga e gambali. Nel sogno, mio fratello viveva in una bella casa con molta ricchezza e possedeva una cassa tutta lavorata. “La mia ricchezza è custodita dentro”, mi aveva detto. Ma il giorno dopo la cassa era sparita e lui piangeva a dirotto. Per fortuna, la cassa ritornò, ma con qualche gioiello in meno.
    In quel momento, un grande scoppio mi svegliò: ero sempre seduto sul masso con la testa appoggiata alla roccia. Gli uomini stavano ancora parlando della cassa. Camminando in avanti, passando vicino a una roccia, un pezzetto di legno a terra mi fece fermare. Pensando che fosse il segnale del tesoro, lo lasciai lì e mi nascosi per non farmi vedere da loro.
    A casa, papà e mamma erano arrabbiati per l’orario e mi diedero qualche schiaffo e la punizione di non uscire più. Ma nella mia testa e in quella di mio fratello il tesoro era sempre presente. Finita la scuola e iniziate le vacanze, facemmo il piano di andare a recuperare la cassa piena di monete d’oro. Mio fratello ogni tanto rideva, prendendomi in giro perché per lui il sogno era solo uno scherzo, ma mi seguì lo stesso.
    Una mattina, partiti molto presto quando il sole era ancora dietro il Monte Linas, siamo arrivati a “Su saltu mannu” andando verso “Perda ‘e pibera”, con la bisaccia piena di pane, formaggio e frutta. Cerca e cerca, alla fine il pezzetto di legno lo avevamo trovato, ma era incastrato dentro una fessura nella roccia!
    La nostra fortuna fu una fortuna sfortunata. Davanti a noi, in una grotta impolverata, c’era la cassa di legno.
    – Dai che ci siamo! – diceva mio fratello.
    – Dai che adesso siamo a cavallo! – dissi io.
    Ma eravamo a cavallo di un cavallo pieno di scherzi! Dentro la cassa c’era solo un pezzo di carta con una scritta che diceva: “Un bel tesoro… monete e gioielli sono spariti, e a voi adesso tocca leggere questo scritto… con tanti auguri di una vita lunga e più fortunata!”.
    A pensarci oggi, dopo anni e anni, con mio fratello ci prendiamo ancora a rire ricordando quel giorno in cui siamo arrivati a “Su saltu mannu”.

    Sezione B – Accetto il regolamento

    1. Alé! Prima la poesia Indiana, adesso il racconto in sardo… Aspetto con ansia qualcosa in Denebiano.

      1. Aspettavo questo commento da Marco… infatti è arrivato! Non sarà un capolavoro, ma ho voluto trasmetterlo. Più avanti ci sarà anche qualche poesia. Buona poesia a tutti…

    2. Motivazione sintetica: Il racconto è una genuina e simpatica memoria d’infanzia ambientata tra le montagne sarde. Pur muovendosi all’interno di uno schema narrativo classico (la ricerca del tesoro scomparso), il testo risalta per l’autenticità del rapporto fraterno, l’uso suggestivo della toponomastica locale e un finale ironico che celebra il valore inestimabile dei ricordi giovanili.
      1. Originalità del tema e del messaggio= Tradizionale, nostalgica e ricca di sapore locale – Il tema della caccia al tesoro tra i boschi d’infanzia è un grande classico della narrativa d’avventura giovanile (da Mark Twain a R. L. Stevenson). Il racconto lo radica con efficacia nel territorio sardo, introducendo toponimi suggestivi (Monte Linas, Su saltu mannu, Perda ‘e pibera) e il fascino di un’incursione onirica nel Medioevo (il sogno del 1200 a Serru). La morale finale — la scoperta che il vero tesoro non era l’oro ma la complicità fraterna e il ricordo condiviso — chiude la vicenda con bonaria e calda saggezza.
      2. Stile personale e comprensibilità del testo= Diretta, memorabile, con qualche disarmonia formale – Lo stile adotta il registro del racconto orale, semplice e immediato. Risultano molto efficaci le espressioni popolari («siamo a cavallo! / Ma eravamo a cavallo di un cavallo pieno di scherzi!») e le pennellate di colore locale («prendiamo ancora a rire»). Si notano tuttavia alcune lievi imprecisioni tipografiche/sintattiche dovute alla trascrizione (come l’andata a capo spezzata in «trent’an / ni» e la cesura del sogno che si sovrappone in modo un po’ repentino al risveglio), che tolgono un pizzico di fluidità alla pagina.
      3. Abilità nel comunicare e nel suscitare interesse= Fresca, avventurosa e di sincera simpatia – La narrazione cattura l’attenzione del lettore facendo perno sull’ingenuità e sul candore dei tredici anni: la stanchezza sul masso, la paura dei briganti/uomini trasandati, la punizione dei genitori e la complicità con il fratello. La tensione verso il finale ironico della lettera beffa rende la lettura piacevole e d’intrattenimento.
      4. Coerenza, coesione ed equilibrio tra le parti del testo= Buona progressione narrativa e felice chiusura circolare – Inizio: La giornata di pioggia in montagna, l’ascolto dei due uomini e la visione/sogno del tesoro medievale; Sviluppo: Il ritorno a casa con la punizione, la preparazione estiva con il fratello e la spedizione a Su saltu mannu; e Finale: La scoperta della cassa, il messaggio canzonatorio e il ricordo affettuoso dell’età adulta che trasforma la delusione in risata.

      Gentile Scrittore, La ringrazio per la Sua partecipazione al Contest Letterario Daltonico Esistenziale!
      Cordialmente, JONNY SOUTO ~poeta, scrittore autobiografo, linguista.
      12/10/2026

      1. Ringrazio Jonny per la recensione della mia modesta opera.

  45. Fu il dieci di febbraio dell’anno in corso, in un mattino noiosamente simile ad ogni altro mattino precedente, che inzuppata una fetta di pane integrale per diabetici in una tazza di amarissimo caffè, mi accorsi che i ricordi della mia via vita cadevano a brandelli.
    Questi si spargevano per ogni dove. Una nevicata, piccoli fiocchi di incontri casuali, aveva imbiancato la mia felpa verde. I blocchi maggiori, qualcuno grosso come un pugno, rotolavano sul pavimento piastrellato. Quelli relativi ai miei racconti, ancora increduli della caduta, cercavano la via dello studio per rifugiarsi vicino al portatile.
    Sotto il tavolo del tinello su cui accumulavo le riviste non lette, litigavano emettendo sospiri e grugniti, due grumi compatti di ricordi. Fu intuizione immediata capire che quello pallido e sospiroso portava il nome di amore e l’altro brutale nella sua bruttezza ma affascinante proclamava di chiamarsi sesso. Entrambi però tentavano la fuga verso la camera da letto.
    Gli altri brandelli di ricordi, come scaglie di parmigiano pronte ad essere consumate, correvano disordinatamente per tutta la cucina. Tremavano, impallidendo sino a sparire a causa della luce filtrante dalla finestra
    Lo specchio, che ogni mattina rifletteva la mia inacidita e bolsa immagine di scrittore fallito, questa mattina mostrava uno scheletro. Un memento mori della vanità del ricordare. Intanto sul teschio ghignanti come in un quadro di Bosch, si erano radunate le memorie delle frasi di mia madre. .
    Poi, visto che non sapevo decidere quali brandelli di memoria salvare, cancellai tutta la memoria ed iniziai a costruirmi un nuovo passato da ricordare.
    Ovviamente, visto che assieme alla memoria non avevo cancellato la mia presunzione, decisi per una nascita epica. Scartai diversi modelli da quello biblico a quello medievale, da quello di culla in palazzi fatati a quello di mangiatoie mediorientali.
    Scelsi una frase semplice:
    “Nacqui nel tardo pomeriggio su un prato verde dei Monti Carpazi. Mia madre mi depose sulla nuda roccia del picco Drumbian. I raggi del sole morente ebbero notizia della mia venuta. Mi scaldarono e gioirono.
    “Bell’inizio!” esclamai soddisfatto e continuai a scrivere. Descrissi come volevo fosse la mia vita.
    Così oggi, settantacinquenne, ad anni di distanza della precedente sbriciolatura, ho una memoria splendida. Ben colma di eventi esaltanti, situazioni glorificanti e amori, tanti.
    Da questa memoria così perfetta, traggo l’ispirazione per i miei romanzi che questo anno hanno venduto complessivamente ottocentomila copie. Così sono entrati sul mio conto oltre un milione di euro per diritti.
    Dunque, ho una bella moglie, figlie splendide, una casa da sogno, un conto in banca pasciuto e una biblioteca strabordante di libri non letti.
    Dovrei essere felice. Anche la voce di mia madre si è zittita. Mi sento stimato e lodato dai critici letterari.
    Allora, perché al mattino, proprio mentre assaporo la mia colazione preferita fatta da pane nero spalmato di burro salato e caffè espresso, lo specchio ironico, continua a riflettere la mia inacidita e bolsa immagine di scrittore fallito?

    Sezione B accetto il regolamento

    1. Motivazione sintetica: “Fu il dieci di febbraio dell’anno in corso” è un piccolo capolavoro di prosa surrealista e meta-narrativa. Con un’ironia graffiante e una fantasia visiva sfolgorante, l’autore mette in scena la tentazione tutta umana (e dello scrittore in particolare) di reinventare il proprio passato per fuggire dalla mediocrità. La struttura circolare e l’amara, chiarissima chiusura dello “specchio ironico” ne fanno un racconto di straordinaria maturità e intelligenza letteraria.
      1. Originalità del tema e del messaggio= Folgorante, surreale, filosofica e meta-narrativa – Il racconto tratta il tema della memoria e del fallimento artistico con una trovata visionaria straordinaria: la smaterializzazione fisica dei ricordi, che “cadono a brandelli” e rotolano in cucina come scaglie di parmigiano o grumi litigiosi di “amore” e “sesso”. L’atto del protagonista di resettare la propria mente per riscrivere da zero un passato epico nei Monti Carpazi e garantirsi un successo milionario, fino al cortocircuito finale con lo specchio che continua a riflettere il vero sé, costituisce una potente allegoria della vanità della finzione narrativa e dell’impossibilità di sfuggire alla propria identità profonda.
      2. Stile personale e comprensibilità del testo= Colto, ironico, grottesco e di grande raffinatezza – La prosa adotta un registro surreale e satirico di altissimo livello, che richiama da vicino le atmosfere di Dino Buzzati, Italo Calvino o Michail Bulgakov. Le metafore visive sono memorabili («I blocchi maggiori, qualcuno grosso come un pugno», «ghignanti come in un quadro di Bosch»), sorrette da una sintassi elegante, caustica e perfettamente bilanciata tra il grottesco domestico e la dimensione favolistica.
      3. Abilità nel comunicare e nel suscitare interesse= Magnetica, spiazzante e brillantemente ritmata – Il racconto avvince il lettore fin dal contrasto iniziale tra la colazione da diabetico e la pioggia di ricordi che sfacciata invade la cucina. Il ritmo prosegue fluido e divertito nell’invenzione del nuovo passato epico, per poi virare con perfetto tempismo comico-amaro verso la battuta finale, lasciando una sensazione di sottile e deliziosa vertigine esistenziale.
      4. Coerenza, coesione ed equilibrio tra le parti del testo = Struttura circolare e simmetrica di assoluta maestria – Inizio: La sbriciolatura fisica della memoria in cucina e l’apparizione dello scheletro nello specchio; Sviluppo: Il “reset” cosciente, l’invenzione del mito di fondazione carpazico e la costruzione di un presente fittizio fatto di milioni di euro, successo editoriale e famiglia perfetta; e Finale: Il ritorno circolare alla colazione del mattino e allo “specchio ironico”, che dimostra come l’autoinganno e la fabulazione non possano cancellare la percezione interiore del proprio fallimento.

      Gentile Scrittore, La ringrazio per la Sua partecipazione al Contest Letterario Daltonico Esistenziale!
      Cordialmente, JONNY SOUTO ~poeta, scrittore autobiografo, linguista.
      12/10/2026

  46. LA COLLANA DI CONCHIGLIE

    Sto china a riva
    ad infilar conchiglie
    e ti aspetto.
    Lungo il cammino
    mi è stato amico il sole,
    mentre il vento ha rallegrato le gote,
    e ristorato il cuore,
    caldo d’amore.
    Volteggio insieme ai gabbiani,
    e, respirando
    avida
    il mare, con le conchiglie al collo,
    ti aspetto.
    Ho impresso orme
    per ogni passo
    perché tu possa raggiungermi,
    e liberato la voce
    perché ne riconosca il canto.
    Ho seminato
    ovunque,
    per allettarti,
    sguardi e sorrisi,
    e ho sparso petali
    profumati di noi.
    E ti ho aspettato.
    Danzando al ritmo dei miei ricordi con te
    fin quando il sole è svanito, ho aspettato.
    Poi ho ricamato di luccicanti lacrime
    la sabbia intorno
    perché potessi scorgermi al buio.
    E nella notte,
    con la collana tra le dita,
    invocando il cielo,
    ho aspettato.

    ACCETTO IL REGOLAMENTO, sez. a

    1. Motivazione sintetica: “La collana di conchiglie” è una poesia di intensa dolcezza e grazia figurativa. Con uno stile fluido e un ritmo costante scandito dal tema del ritorno, il testo riesce a trasformare un’immagine semplice — l’attesa sulla spiaggia — in un’accorata allegoria della speranza, della fedeltà e della dedizione amorosa di fronte al tempo che scorre.
      1. Musicalità del verso= Armoniosa, ritmata e delicatamente cadenzata – La lirica possiede una spiccata cadenza musicale, garantita dall’uso sapiente del refrain «ti aspetto / ho aspettato» che scandisce il passare del tempo (dalla luce del sole fino all’oscurità della notte). Il ritmo asseconda il movimento del mare e della danza citata nel testo, creando un’atmosfera avvolgente e cullante.
      2. Ricerca estetica della parola e del suono= Dolce, luminosa e di limpida sensibilità – Il lessico attinge a un immaginario classico e solare legato alla marina e all’attesa d’amore (gabbiani, petali, sguardi, sabbia, lacrime). Le scelte verbali sono nitide e immediate. Pur muovendosi su combinazioni sintagmatiche tradizionali, la resa fonica è molto gradevole e priva di stridori.
      3. Fluidità del linguaggio= Scorrevole, naturale e priva di ostacoli – Il testo si legge d’un fiato. La struttura sintattica è piana e lineare, perfetta per accompagnare il gesto lento e rituale dell’infilare le conchiglie e dell’attendere a riva. La transizione narrativa dal giorno alla notte avviene con estrema armonia visiva e concettuale.
      4. Capacità evocativa delle immagini= Pittoresca, gestuale e visivamente nitida – Il componimento costruisce quadri visivi di immediata suggestione: la figura china sulla battigia, le orme lasciate sulla sabbia come traccia d’amore, le «luccicanti lacrime» che cercano di illuminare il buio della notte. È una poesia che parla attraverso azioni semplici ma cariche di valore simbolico.
      5. Autenticità emozionale= Sincera, intima e toccante – La tensione emotiva cresce progressivamente: dall’entusiasmo luminoso e fiducioso dell’incipit (il sole, il vento, il volteggio con i gabbiani) si passa alla dolce malinconia del tramonto, fino alla struggente e fedele devozione della notte. Il sentimento dell’attesa è reso in modo autentico, partecipe e vulnerabile.
      6. Originalità del tema e del messaggio= Classica, romantica e ben interpretata – Il tema dell’attesa dell’amato sul bagnasciuga è un topos classico della poesia d’amore e marinaresca. L’originalità della lirica risiede nel legame fisico con l’oggetto-simbolo (la “collana di conchiglie”), che da passatempo iniziale diventa rosario di ricordi da stringere tra le dita durante la notte.

      Gentile Poeta, La ringrazio per la Sua partecipazione al Contest Letterario Daltonico Esistenziale!
      Cordialmente, JONNY SOUTO ~poeta, scrittore autobiografo, linguista.
      12/10/2026

  47. QUARTIERE FIRENZE

    Su rampe precipiti,
    perso ad accostare le cifre degli spazi abbandonati
    e delle rovine che paiono tane.
    Dimora che resta a terra,
    vangarla con passi strascicati sino alla cassa assolata dei ricordi.
    Casa memoria – rifugio casa.
    Allora, di prepotenza,
    scegliere di farsi parola che non pesa,
    bisbiglio accumulato.
    Il letto come arso di un fiume,
    forma armonica spezzata,
    porta leggiadra,
    scardinata,
    vuoto che accoglie ogni profondo.
    Smarrirsi solo poi,
    nei balzi cerimoniosi dei ricordi dimenticati,
    sospesi e protesi verso gli sguardi ultimi,
    ma ancora così goffi e inesatti da non essere nessuno.

    Accetto il regolamento, sezione A.

    1. Motivazione sintetica: “QUARTIERE FIRENZE” è un componimento poetico di alta tenuta stilistica e notevole profondità filosofica. Attraverso un linguaggio essenziale di matrice ermetica e immagini d’intensa carica simbolica, l’autore trasforma la geografia urbana e domestica in una potente meditazione sulla memoria, sul vuoto e sull’impalpabilità della condizione umana.
      1. Musicalità del verso= Sinuosa, sincopata e di grande controllo ritmico – La lirica costruisce una tessitura sonora di notevole suggestione, muovendosi con versi liberi cadenzati da frequenti enjambement («spazi abbandonati / e delle rovine», «cassa assolata dei / ricordi», «porta leggiadra, / scardinata»). La ritmica e le pause interne riflettono in modo efficace il movimento del “passo strascicato” e la discesa lungo le rampe urbane ed esistenziali.
      2. Ricerca estetica della parola e del suono= Maturazione ermetica, colta ed essenziale – Il lessico è selezionato con cura quasi scultorea. Si avverte un’impronta vicina alla grande lezione dell’Ermetismo e di Eugenio Montale (il “fiume arso”, la “porta scardinata”, il “vangarla con passi”). Termini come «tane», «arso», «bisbiglio» e «inesatti» creano un’atmosfera sospesa, severa e priva di fronzoli decorativi.
      3. Fluidità del linguaggio= Frammentata, condensata e volutamente densa – La sintassi non cerca una scorrevolezza piana o narrativa, bensì procede per associazioni analogiche e sbalzi concettuali («Casa memoria – rifugio casa», «farsi parola che non pesa»). Questa scelta, pur richiedendo al lettore un supplemento d’attenzione, è perfettamente coerente con la poetica dello smarrimento e della rovina.
      4. Capacità evocativa delle immagini= Folgorante, plastica e di rara forza simbolica – Le immagini hanno una forza visiva e concettuale straordinaria: le rovine che diventano tane, il letto paragonato all’alveo prosciugato di un fiume (“arso di un fiume”), la cassa assolata dei ricordi e, soprattutto, la chiusura folgorante sui ricordi dimenticati, definiti «ancora così goffi e inesatti da non essere nessuno».
      5. Autenticità emozionale= Pudica, malinconica ed esistenzialmente sofferta – L’emozione non è esibita, ma scava in profondità attraverso il contrasto tra l’architettura concreta del quartiere/casa e la fragilità della memoria. Vi è una sottile angoscia per l’anonimato e per la perdita d’identità, sublimata nella decisione di “farsi parola che non pesa”.
      6. Originalità del tema e del messaggio= Profonda, filosofica e personale – La lirica supera la classica descrizione paesaggistica o nostalgica del luogo fisico: il “Quartiere Firenze” diventa uno spazio mentale, una topografia dell’anima e del ricordo in disfacimento. L’idea della parola poetica come “bisbiglio accumulato” che accoglie il vuoto offre un punto di vista lirico e concettuale di notevole spessore.

      Gentile Poeta, La ringrazio per la Sua partecipazione al Contest Letterario Daltonico Esistenziale!
      Cordialmente, JONNY SOUTO ~poeta, scrittore autobiografo, linguista.
      12/10/2026

  48. Il volo di un gabbiano
    Il sole è tornato timidamente ad illuminare
    il mio cuore -freddo e buio da sempre-
    forse perché era stato solo abbagliato
    da false luci, da false immagini,
    che non hanno mai condotto al vero colore.
    Ora era in me l’aria salata
    che spira sul mare,
    erano in me i colori del tramonto
    era su di me il sapore di salsedine,
    ero come un gabbiano che vola libero
    verso l’alto del cielo e vede il tutto
    così piccolo da lassù che nulla più gli fa paura.
    Un giorno forse lontano -forse vicino-
    mi ritroverò le ali intrappolate fra quei raggi
    che ora mi riempiono di calore.
    Forse non sarà affatto un bel giorno.
    Ma il mio corpo sarà ancora così caldo
    i miei occhi ancora così luminosi
    che tutt’intorno brillerà della loro luce.
    E senza più timori non smetterò di volare
    e le mie ali sbatteranno indomite
    nel mentre calde lacrime scivoleranno
    sul mio viso fino a soffermarsi -indecise-
    sul solco labiale prima di morire a terra.

    Accetto il regolamento Sezione A

    1. Motivazione sintetica: “Il volo di un gabbiano” è una lirica dal respiro profondo e dalla spiccata sensibilità interiore. Focata sulla dialettica tra la luce ritrovata e la ferita futura, la poesia si distingue per un’autenticità emotiva vibrante che trasforma la figura del gabbiano nell’allegoria di una forza vitale capace di resistere, splendere e volare anche attraverso le lacrime.
      1. Musicalità del verso= Morbida, piana e a tratti liricamente distesa – Il componimento adotta una versificazione libera che segue l’andamento del respiro e del pensiero. L’uso dei trattini come pause d’isolamento emotivo (-freddo e buio da sempre-, -forse vicino-, -indecise-) crea un ritmo introspettivo, un’esitazione calcolata che ben rispecchia il battito d’ali e la cautela di chi ritrova la luce dopo l’ombra.
      2. Ricerca estetica della parola e del suono= Sincera, sensoriale e dal lessico limpido – La ricerca formale si muove con eleganza tra suggestioni tattili, visive e gustative («aria salata», «sapore di salsedine», «colori del tramonto»). Il lessico sceglie una chiarezza espositiva che non cerca l’artificio verbale, ma la purezza del sentimento, culminando nella precisione anatomico-poetica del «solco labiale» nella strofa finale.
      3. Fluidità del linguaggio= Naturale, immersiva e senza cesure – La sintassi fluisce con grande continuità. La transizione tra la riscoperta della luce presente e la premonizione della sofferenza futura avviene in modo spontaneo, trascinando il lettore all’interno dell’evoluzione psicologica della voce narrante.
      4. Capacità evocativa delle immagini= Nitida, panoramica e viscerale – L’immagine centrale del gabbiano che guarda il mondo dall’alto fino a vederlo «così piccolo da lassù che nulla più gli fa paura» regala un forte senso di liberazione e respiro cosmico. Toccante anche il contrasto finale tra la caduta («ali intrappolate») e la persistenza della luce negli occhi e nel corpo caldo.
      5. Autenticità emozionale= Intensa, matura e profondamente umana – È uno dei punti di forza del componimento. C’è una straordinaria lucidità nel riconoscere che la gioia ritrovata non è un’esenzione dal dolore futuro, ma una forza per affrontarlo. La consapevolezza che un giorno le ali potranno tornare a essere intrappolate, unita alla determinazione di continuare a volare con «calde lacrime», comunica una stoica ed emozionante bellezza.
      6. Originalità del tema e del messaggio= Incoraggiante, filosofica e ben strutturata – Sebbene il volo del gabbiano sia un topos classico della letteratura e della poesia (da Baudelaire a Bach), il testo lo reinterpreta evitando il facile trionfalismo. Il messaggio non è la libertà assoluta e priva di ferite, ma il coraggio della luce: la capacità di volare indomiti anche quando il futuro riserva il rischio di un nuovo dolore.

      Gentile Poeta, La ringrazio per la Sua partecipazione al Contest Letterario Daltonico Esistenziale!
      Cordialmente, JONNY SOUTO ~poeta, scrittore autobiografo, linguista.
      12/10/2026

  49. Cavallo di croce fiorito
    dedica a Francesco Sanvitale

    Traduzione dal russo di Stefania Sini

    Al di là del mare Ragusa tranquilla
    nell’invidia di tutti fa affari.
    Mentre noi dobbiamo salutare
    il francese di stirpe Valois,
    battendo moneta in suo onore…
    Su di essa tre gigli e una croce.
    La croce non la disapproviamo.
    È più leggera del dito sovrano
    di chi ha armate possen
    ti e tremende
    e i nemici può ridurre in polvere …
    Che non si polverizzi il nostro bronzo,
    che non deva ossidarsi il nostro rame…
    Di anno in anno diventando piu’ duri,
    oltrepassammo tutti.
    Mentre in chiesa da apprendisti
    andammo a espiare il nostro peccato,
    coniammo moneta da soli,
    per non finire in un carcere,
    sognando i settimi cieli
    che Carlo Ottavo non onora.
    Dio è misericordioso, sopra di noi il sole…
    Il palazzo della zecca non è una casamatta.
    Un giorno tutto si sistemerà,
    e il numismatico il nostro peccato perdonerà.

    Testo originale in russo

    Cavallo di croce fiorito
    Франческо Санвитале

    Спокойно за морем Рагуза
    на зависть всем ведёт дела.
    А мы приветствовать француза
    должны из рода Валуа,
    чеканя в честь него монету…
    На ней три лилии и крест.
    С крестом у нас разлада нету.
    Он легче, чем державный перст
    того, чья рать сильна и грозна,
    кто в пыль горазд врагов стереть…
    Лишь не сотрётся наша бронза,
    и не закиснет наша медь…
    Мы год от года матерея,
    за пояс затыкали всех.
    Покуда в церковь подмастерья
    ушли замаливать наш грех,
    монеты мы чеканим сами,
    дабы не встретиться с тюрьмой,
    седьмыми грезя небесами,
    не чтит которых Карл Восьмой.
    Бог милосерд, над нами солнце…
    Монетный двор не каземат.
    Когда-нибудь всё утрясётся,
    и грех простит нам нумизмат…

    1. Motivazione sintetica: “Cavallo di croce fiorito” è una gemma di poesia storico-narrativa. Unendo un’accurata contestualizzazione sulla coniazione monetaria al tempo dell’invasione di Carlo VIII di Valois a un’ironia sottile e amara, l’autore crea un monologo collettivo indimenticabile, capace di riscattare la fragilità dell’uomo di fronte alle grandi armate della Storia attraverso l’arte del metallo e della parola.
      1. Originalità del tema e del messaggio= Straordinaria, erudita, storica e vivissima – Il tema è di eccezionale originalità: la narrazione in prima persona (un “noi” collettivo) da parte di falsari o zecchieri dell’era rinascimentale, impegnati nella coniazione del Cavallo (celebre moneta di bronzo introdotta da Ferdinando I d’Aragona e poi battuta anche durante l’invasione di Carlo VIII di Valois nel 1495). Il confronto con la rivale “Ragusa” (la Repubblica mercantile adriatica) e la riflessione numismatica sulla natura del potere, del metallo e del tempo offrono uno spessore concettuale e storico rarissimo.
      2. Ricerca estetica della parola e del suono= Colta, d’antiquariato intellettuale, materica e affascinante – Il lessico fonde con maestria riferimenti numismatici, metallurgici e storici («tre gigli e una croce», «il nostro bronzo», «ossidarsi il nostro rame», «il palazzo della zecca non è una casamatta»). Le parole hanno un peso fisico e metallico che evoca il laboratorio, il conio e l’incudine, mantenendo un registro poetico nobile e disincantato.
      3. Musicalità del verso= Cadenzata, ironica, con una vivace andatura narrativa – La versificazione è libera ma sorretta da rime baciate e assonanze strategiche che compaiono con grazia sul finale («solo/solo», «tramonto/conto», «peccato/perdonerà»). L’andamento ricalca il ritmo operoso e clandestino di una bottega d’altri tempi, alternando la gravità della storia alla leggerezza del sarcasmo.
      4. Fluidità del linguaggio= Scorrevole, ironicamente piana e ben articolata – La sintassi guida con naturalezza il lettore attraverso riferimenti storici complessi senza mai appesantire la lettura. Piccole cesure tipografiche legate alla trascrizione («possen / ti») non scalfiscono la continuità della voce narrante.
      5. Capacità evocativa delle immagini= Cinematografica, tattile e storicamente tridimensionale – Le immagini sono viscerali e dettagliate: il profilo della moneta con i tre gigli dei Valois, la paura della polverizzazione del bronzo, l’ossidazione del rame, il contrasto tra la grandiosità dell’esercito di Carlo VIII e la segreta laboriosità della zecca clandestina. Splendido il salto temporale finale che proietta l’atto dal Rinascimento direttamente allo sguardo del “numismatico” futuro.
      6. Autenticità emozionale= Profondamente umana, fiera e velata di sottile ironia – Il testo cattura in modo eccellente la psicologia della gente comune schiacciata dai grandi rivolgimenti della Storia: la necessità di sopravvivere, l’orgoglio del proprio mestiere artigianale (anche se illecito) e la speranza nella misericordia divina e nell’assoluzione finale della posterità.

      Gentile Poeta, La ringrazio per la Sua partecipazione al Contest Letterario Daltonico Esistenziale!
      Cordialmente, JONNY SOUTO ~poeta, scrittore autobiografo, linguista.
      12/10/2026

  50. Che bello! Sempre più internazionali!!
    Tra l’altro la poesia ha un sapore diverso dal solito.

  51. Anima Tormentata

    Sono lontana,
    anche quando resto ferma.
    Guardo le cose come da un vetro appannato,
    le sento tutte,
    troppo intense,
    come se avessero un colore che gli altri non vedono.

    Ho un’anima tormentata,
    non perché soffra di più,
    ma perché non sa abbassare il volume.
    Vede il rosso dove dicono sia calmo,
    vede il buio dove giurano sia luce.

    Ho imparato l’alfabeto del buio,
    a leggere gli spigoli con le mani.
    Non chiedo più di vedere uguale.
    Chiedo solo un angolo
    dove la mia tavolozza sbagliata
    sia finalmente giusta.

    sez. a
    Dichiaro di aver letto e di accettare integralmente il regolamento del Contest letterario gratuito “Daltonico Esistenziale” e autorizzo il trattamento dei dati personali ai soli fini istituzionali ai sensi del GDPR 679/2016.

    1. Motivazione sintetica: “Anima Tormentata” è una lirica di rara bellezza, essenzialità ed equilibrio. Attraverso una versificazione scarnificata e immagini di folgorante nitidezza sinestetica (il vetro appannato, il volume della percezione, l’alfabeto del buio), il poema dà voce al dramma dell’ipersensibilità con una dignità e un pudore espressivo che commuovono. Un’opera matura che sintetizza con grazia il tema della percezione “diversa” come dono e condanna.
      1. Musicalità del verso= Scandita, trattenuta e intimamente pausata – La versificazione a versi brevi crea una cadenza spezzata e sommessa, perfettamente modulata sul ritmo di un respiro affannato o di un pensiero detto a mezza voce. Il ritmo non ostenta virtuosismi, ma lavora per accumulo e trattenimento, enfatizzando le cesure che isolano versi chiave come «troppo intense» o «sia finalmente giusta».
      2. Ricerca estetica della parola e del suono= Cesellata, essenziale e di estrema precisione metaforica – Il lessico sceglie termini d’uso comune ma li combina con una nitidezza concettuale folgorante. Metafore come «non sa abbassare il volume» o l’invenzione figurativa dell’«alfabeto del buio» mostrano una cura minuziosa nella scelta delle parole, prive di qualsiasi ridondanza decorativa.
      3. Fluidità del linguaggio= Trasparente, diretta e priva di attriti – a sintassi è di una limpidezza esemplare. La poesia parla al lettore con una naturalezza disarmante, facendo scorrere la riflessione interiore con una grazia che non smette mai di risultare incisiva e leggibile al primo sguardo.
      4. Capacità evocativa delle immagini= Nitida, tattile e sinestetica – e figure retoriche possiedono una forza visiva e sensoriale straordinaria: la distanza fisica del restare fermi dietro a un «vetro appannato», l’iperestesia visiva del volume e del colore sfasato, e soprattutto la gestualità tattile del «leggere gli spigoli con le mani» nel buio. Immagini che rimangono impresse per la loro verità corporea.
      5. Autenticità emozionale= Viscerale, vulnerabile e spoglia di pose. È il cuore pulsante dell’opera. Non c’è vittimismo né compiacimento nel dolore; c’è la confessione pudica e dignitosa di una ipersensibilità che non sa difendersi dal mondo. Il desiderio finale non è la guarigione o la conformità agli altri, ma la semplice accettazione della propria natura.
      6. Originalità del tema e del messaggio= Maturissima, coerente e di profondo spessore – Il testo si inserisce meravigliosamente nel filone della tua ricerca poetica sulla pervasività della percezione (richiamando da vicino la sensibilità del “Daltonico Esistenziale”). L’idea di una “tavolozza sbagliata” che chiede soltanto un luogo dove poter essere “finalmente giusta” eleva il tormento individuale a una richiesta universale di asilo per l’inadeguatezza dell’anima.

      Gentile Poeta, La ringrazio per la Sua partecipazione al Contest Letterario Daltonico Esistenziale!
      Cordialmente, JONNY SOUTO ~poeta, scrittore autobiografo, linguista.
      12/10/2026

  52. Un bagliore improvviso

    Un bagliore improvviso dissolse le immagini in un unico abbraccio di bianco. Sembrava un lampo ma non seguì alcun tuono. Accecato egli chiuse gli occhi aspettandosi che accadesse qualcosa d’irreparabile. Aveva in quell’attimo pensato al peggio, un fulmine, il crollo della parete, un’improvvisa folgorazione. Non accadde nulla di tutto ciò. Riaprì gli occhi lentamente aspettandosi di ritrovare un ambiente distrutto da quel lampo. Ogni cosa era come prima, tutto meno un particolare. Lì, nel castello sovrastante, si era aperto un varco. Una porta, prima inesistente, si era materializzata ed era spalancata, quasi che gli si fosse offerta ospitalità.
    No! Non poteva essere vero! Perché mai avrebbero dovuto? Non lo conoscevano né egli aveva sentito nominare il castello, figuriamoci gli abitanti. Chi mai poteva essere? Pensò agli ultimi giorni trascorsi in quel posto e tentò di ricordare tutte le persone che aveva incontrato. Sì, n’aveva conosciuto parecchie, ma mai nessuna aveva nominato il castello né gli si era presentato come abitante di quel posto. Eppure qualcosa lo attirava ad entrare. La curiosità lo spronava. Il timore dell’imprevisto lo tratteneva. Una decisione bisognava prenderla. Non poteva stare lì ammutolito a pensare cosa fosse accaduto. S’incamminò verso l’entrata. Arrivato al portone d’ingresso notò l’effige che riluceva su di un’anta dell’uscio: “Un falcone che artigliava una preda”. Ciò accrebbe il suo timore ad entrare. Immaginò di essere la preda. Scavalcò, con circospezione l’uscio col piede destro agganciandosi ben fermo con la mano destra allo stipite dello stesso nell’intenzione di sfuggire ad un improvviso attacco di chicchessia. L’interno del castello, diversamente da come lo aveva immaginato, era ampiamente illuminato ed un’enorme e maestosa scala troneggiava al centro di un immenso salone portando ad un loggione ove s’intravedevano diversi altri locali. Una musica veniva da uno di questi. Una sinfonia che doveva avere già sentito in passato. Il passato, ridestato dalla melodia, iniziava a proporsi alla sua vista come fosse in un sogno. Ma forse era un sogno! Non n’era sicuro, credeva d’essere vigile e sveglio ma i colori che lo circondavano e la musica incessante sembravano essere irreali. Una figura si affacciò dal loggione indicandogli di salire. Gli parve una donna, non riuscì a ricordarne le sembianze. Vestiva abiti che non gli erano familiari. Poteva essere situata in altri tempi. Il pallore del viso, la mancanza di make-up, la veste cadente e di lunghezza sproporzionata per l’epoca la ponevano in un’aura di mistero che lo intrigavano e, superato il timore accettò di seguire le sue indicazioni e prese la strada per l’enorme scala, Notò, nel salire che i gradini sembravano irreali, nel senso che egli non faceva alcuna fatica a salire. Aveva quasi raggiunto il loggione quando, guardando indietro, per caso, o per rendersi conto dell’altezza raggiunta, s’accorse di non vedere più il pavimento del salone. Un brivido lo percorse. Dove diavolo si era cacciato! Era ormai arrivato alla meta ed attese che la donna gli indicasse la strada. Quest’ultima entrò in una delle stanze e lui la segui. La musica veniva proprio dalla stanza. Immaginò un attimo prima di entrarvi, a giudicare dal suono, di trovarvi un quartetto d’archi ed una spinetta. La spinetta realmente c’era ma degli archi, sebbene se ne udissero le note, nessuna presenza. Lo strano era che la donna entrata prima di lui era seduta alla tastiera e sembrava fosse lei a suonare. Qualcosa gli ricordò un detto che molto tempo prima, durante i suoi studi, fu oggetto d’intense riflessioni. Era un detto di Einstein : “All time exsist all the time” . Gli rivenne in mente preponderante e pensò allora di stare rivivendo un tempo che non fosse al presente. Poteva essere il passato o il futuro. Ma egli non aveva mai conosciuto quella donna, quindi non poteva essere il presente e del passato non ricordava d’averla mai incontrata. Non gli restava che il futuro. Una donna che avrebbe conosciuto in futuro? Ma perché il castello ed anche la spinetta? Quest’ultimi rappresentavano il passato. Un emblema troneggiava sulla parete illuminata, lo stesso che aveva notato sull’uscio. Diverso dal precedente per un particolare. In testa ad esso, in caratteri gotici era scritto il nome del casato. Lo lesse e sbiancò in viso. Aveva letto il suo cognome!
    Improvvisamente i suoni intorno a lui mutarono. Un trillo continuo ed ossessivo lo costrinse a compiere un’azione automatica che faceva tutte le mattine. Una manata alla sveglia lo fece cessare.

    Accetto il regolamento Sezione B

    1. Motivazione sintetica: “Un bagliore improvviso” è un racconto breve d’atmosfera efficace e ben strutturato. Capace di evocare una dimensione onirica e sospesa sul confine tra passato e futuro, il testo sfrutta bene i simboli (il falcone, lo stemma di famiglia, la musica invisibile) per guidare il lettore in un enigma identitario che si risolve con un frizzante e classico finale ad effetto.
      1. Originalità del tema e del messaggio= Suggestiva, misteriosa e ben congegnata – Il tema del viaggio nel tempo interiore, della porta dimensionale che si materializza e del “loop” temporale risolto con la citazione Einsteiniana («All time exists all the time») offre uno spunto narrativo di notevole fascino. L’idea che il passato e il futuro coincidano nel cognome del casato attribuisce al racconto una riuscita venatura tra il fantastico classico (alla Buzzati) e la fantascienza psicologica.
      2. Ricerca estetica della parola e del suono= Decorosa, descrittiva e di sapore classico – Il lessico sceglie una veste formale corretta e piana («effige che riluceva», «aura di mistero», «imponenza della scala»). Non vi sono particolari sperimentazioni linguistiche o audacie stilistiche, ma la parola è usata con ordine per costruire l’atmosfera sospesa e sognante richiesta dal genere.
      3. Musicalità del verso / Ritmo della prosa= Scandita, avvolgente e ben calibrata – Adattando il parametro al ritmo della narrazione, la prosa possiede un’andatura fluida che sa accelerare nei momenti di dubbio ed esitazione del protagonista (la diffidenza sull’uscio) e rallentare durante l’esplorazione del salone e l’ascolto della spinetta. Il finale con l’interruzione brutale della sveglia interrompe l’incantesimo con un ottimo tempismo ritmico.
      4. Fluidità del linguaggio= Scorrevole, piana e d’immediata fruizione – La lettura procede senza inceppi. La costruzione dei periodi è chiara ed essenziale. Unico piccolo appunto formale riguarda l’uso di alcune forme verbali o pronominali un po’ datate o ripetute («Non n’era sicuro», «notò l’effige che riluceva»), che tuttavia non compromettono la scorrevolezza complessiva del testo.
      5. Capacità evocativa delle immagini= Cinematografica, onirica e visivamente efficace – Le immagini sono vive e ben definite: il lampo bianco senza tuono, l’effige del falcone che artiglia la preda (un eccellente presagio simbolico), la scala senza fine il cui pavimento scompare sotto i piedi e la figura enigmatica della donna alla spinetta senza gli archi. Dettagli visivi che trasmettono perfettamente il senso di spaesamento.
      6. Autenticità emozionale / Efficacia narrativa= Coinvolgente, tesa e ben risolta – L’ansia, la curiosità e la circospezione del protagonista sono rese con verosimiglianza psicologica. La transizione tra la paura iniziale di “essere la preda” e l’attrazione ipnotica verso l’interno funziona bene. Sebbene il finale del “risveglio dal sogno” sia un espediente narrativo molto tradizionale, la scoperta del proprio cognome sullo stemma conferisce un picco di suspense efficace prima del risveglio.

      Gentile Scrittore, La ringrazio per la Sua partecipazione al Contest Letterario Daltonico Esistenziale!
      Cordialmente, JONNY SOUTO ~poeta, scrittore autobiografo, linguista.
      12/10/2026

  53. Che confusione

    Io, un piccolo quanto d’energia di questo universo.
    Parole!…nient’altro per evocare le emozioni vissute.
    La mente le richiama e rivivi le immagini.
    Si susseguono piacevoli o spiacevoli, buie o colorate.
    I sapori, gli odori, i sorrisi e poi…un bacio…,
    quello che è lì a fermare il tempo
    all’istante del primo o unico amore.
    Cos’altro desiderare poi dall’esistenza.
    E’ tanto! se consideri che nulla di ciò che conosci è reale
    L’elettrone è una particella, vero, ma è anche un’onda di energia.
    Il tempo si misura ma non esiste.
    La gravità si misura anch’essa, ma non si conosce.
    La Teoria delle Stringhe dice che esistono dieci dimensioni più il tempo.
    Persino ciò che vedi non è reale ma solo una informazione elettromagnetica
    che il tuo cervello organizza in immagine.
    L’universo è formato da miliardi di galassie,
    ognuna con miliardi di soli ed ognuno coi propri pianeti.
    La materia oscura costituisce il 70% della massa e dell’energia
    dell’universo e non si conosce, ma invece di attrarre respinge.
    L’universo si espande ad una velocità maggiore di quella della luce.
    La fisica quantistica parla dell’Entaglement
    dice che ciascuna particella è legata all’altra e la variazione
    dell’una induce variazione nell’altra anche se a distanza di anni luce.
    Dio esiste, Dio non esiste, e se esistesse
    ha assistito alla nascita dell’universo 14,5 miliardi di anni fa?
    L’amore esiste o non esiste!
    E’ l’amore il piacere o è il piacere l’amore?
    Oppure l’esistenza è piacere ed amore?
    Il piacere è il sesso o il sesso da il piacere?
    La poesia… un’emozione vissuta o sperata, o non vissuta?
    Unica realtà l’esistenza!
    L’incertezza ! è l’esistenza,
    i ricordi le uniche realtà vere, vissute, reali.
    Che confusione!!!!!

    Accetto il regolamento Sezione A

    1. Motivazione sintetica: “Che confusione” è una lirica dal fascino singolare che fa della fisica quantistica e della cosmologia lo specchio dell’inquietudine emotiva. Con uno stile diretto e un’originale contaminazione tra rigore scientifico e lirismo amoroso, l’autore trasforma il disorientamento cosmico in un inno all’incertezza e alla memoria come soli e autentici baluardi dell’umana esistenza.
      1. Musicalità del verso= Discontinua, sincopata e scientificamente ritmata – Il testo si articola in una versificazione libera che passa dal tono intimo dell’incipit (i ricordi, il bacio) a un’enunciazione ritmata e quasi enciclopedica di leggi fisiche. Le pause forti create dalla punteggiatura (i puntini di sospensione, i punti esclamativi) restituiscono efficacemente il cortocircuito del pensiero, mimetizzando sul piano ritmico lo stato di disorientamento (“confusione”) dichiarato nel titolo.
      2. Ricerca estetica della parola e del suono= Audace, divulgativa e sinestetica – La ricerca formale risiede nella giustapposizione tra il lessico della lirica amorosa (sapori, odori, sorrisi, bacio) e la nomenclatura rigorosa della fisica moderna e quantistica (quanto d’energia, elettrone, Teoria delle Stringhe, Entanglement, materia oscura). L’accostamento di registri apparentemente inconciliabili crea un cortocircuito espressivo d’impatto e di grande fascino intellettuale.
      3. Fluidità del linguaggio= Discorsiva, argomentativa e priva di filtri – La sintassi procede per accumulo e interrogazione aperta. Sebbene l’elenco dei dati scientifici rischi a tratti di appesantire il verso con un tono didascalico, la prosa poetica mantiene un andamento scorrevole che guida chiaramente il lettore lungo la spirale del dubbio filosofico dell’autore.
      4. Capacità evocativa delle immagini= Siderale, scientifica e prospetticamente vertiginosa – Il componimento gioca con grande perizia sulle scale di grandezza: dalla dimensione microscopica dell’uomo (“piccolo quanto d’energia”) e dell’elettrone, fino all’immensità cosmica delle galassie, dell’espansione dell’universo e dei 14,5 miliardi di anni. Particolarmente riuscita l’immagine dell’informazione elettromagnetica organizzata dal cervello come specchio dell’illusorietà del reale.
      5. Autenticità emozionale= Spiazzata, sincera e filosoficamente onesta – Il testo comunica una profonda ed autentica vertigine di fronte all’inconoscibile. La reazione del poeta di fronte alla complessità dell’universo non è l’asettico distacco del tecnologo, ma lo sconcerto umano di chi, perso tra stringhe ed entanglement, cerca ancora un punto d’ancoraggio nel “primo o unico amore” e nell’incertezza vissuta come unica vera realtà.
      6. Originalità del tema e del messaggio= Umanistica, cosmologica e profondamente moderna –
      Il ponte lanciato tra la fisica quantistica e la dimensione affettiva dell’esistenza rappresenta un’intuizione poetica di assoluto rilievo. Il messaggio finale ribalta il paradosso: di fronte a un universo illusorio, misurabile ma sconosciuto, le uniche certezze paradossalmente “reali” diventano l’incertezza stessa e i ricordi vissuti sulla propria pelle

      Gentile Poeta, La ringrazio per la Sua partecipazione al Contest Letterario Daltonico Esistenziale!
      Cordialmente, JONNY SOUTO ~poeta, scrittore autobiografo, linguista.
      12/10/2026

  54. Accetto il regolamento sezione A
    Sono….
    Sono il vento che trascina
    e la calma che arriva
    Sono l’onda che travolge
    e la marea che lambisce
    Di tutti sono la madre,
    di mio padre e di mia madre

    Figlia dei miei figli
    Forza e debolezza
    Respiro infinito
    Rantolo finale
    La vita di una donna

    1. Motivazione sintetica: “Sono… / La vita di una donna” è una lirica essenziale e di eccezionale forza viscerale. Attraverso una struttura anaforica che richiama gli inni primordiali e una catena di folgoranti antitesi, il componimento riesce a racchiudere il mistero della femminilità, della cura e del tempo circolare. Un testo spoglio di orpelli ma denso di verità ancestrale.
      1. Musicalità del verso= Incalzante, rituale e ben ritmata – L’andamento è scandito da un’articolazione solenne e quasi da mantra, sorretta dalla struttura anaforica del pronome («Sono… / Sono… / Sono…»). L’alternanza di versi brevi e la disposizione simmetrica delle opposizioni binarie donano al testo un ritmo naturale e cerimoniale, simile a un canto arcaico o a un inno primordiale.
      2. Ricerca estetica della parola e del suono= Essenziale, pura e dalla spiccata forza archetipica – La poesia rifiuta l’artificio barocco o il vocabolo ricercato per affidarsi a termini elementari e primordiali (vento, calma, onda, marea, madre, respiro, rantolo). Il valore estetico risiede nella nitidezza del contrasto sonoro e concettuale, dove ogni parola assume la durezza e la precisione di un elemento naturale.
      3. Fluidità del linguaggio= Immediatezza assoluta, limpida – La sintassi è ridotta all’essenziale: eliminati i connettivi complessi, il componimento procede per pura sovrapposizione e giustapposizione d’immagini. La lettura scorre senza alcuna frizione, trascinando chi legge all’interno di una spirale definitoria priva di esitazioni.
      4. Capacità evocativa delle immagini= Cosmica, viscerale e fortemente simbolica – Le coppie antitetiche costruiscono un quadro d’insieme di grande potenza visiva: la bufera e la bonaccia («vento» / «calma»), l’impeto e la delicatezza («onda che travolge» / «marea che lambisce»), e la vertigine esistenziale del ciclo della vita («Respiro infinito» / «Rantolo finale»). L’immagine del paradosso temporale e generazionale («Di tutti sono la madre, / di mio padre e di mia madre / Figlia dei miei figli») possiede una vertiginosa forza evocativa.
      5. Autenticità emozionale= Piena, ancestrale e di vibrante verità – È il vertice del componimento. Non vi è posa né intellettualismo: emerge la voce diretta, universale e senza filtri del sacro femminile. Il testo rivendica l’accettazione integrale di tutte le proprie contraddizioni (forza e debolezza, inizio e fine) con una dignità e un orgoglio privi di vittimismo o retorica.
      6. Originalità del tema e del messaggio= Classica nel topos, originale e profonda nella sintesi – Sebbene l’identificazione della figura femminile con la natura e il ciclo della vita sia un topos classico (da Walt Whitman all’inno gnostico alla Grande Madre), la poesia lo reinterpreta con una straordinaria capacità di sintesi. In soli tredici versi scarni, l’autore riesce a concentrare l’intero arco dell’esistenza umana e il paradosso del tempo circolare.

      Gentile Poeta, La ringrazio per la Sua partecipazione al Contest Letterario Daltonico Esistenziale!
      Cordialmente, JONNY SOUTO ~poeta, scrittore autobiografo, linguista.
      12/10/2026

  55. Ines Zanotti – 19/9/2026
    Accetto il Regolamento
    Sezione A – Poesia

    PAGINE INGIALLITE
    Raccontano i fogli ingialliti
    di un quaderno d’annata che fu,
    quando allor s’intingeva il pennino
    nel calamaio e la scrittura di blu.
    Dalla matita del bambino
    si rincorrono linee e puntini,
    lettere d’alfabeto e greche
    talora stenografiche o certosine.
    “Bene” è la valutazione
    che attraversa il manoscritto,
    il maestro del compito è appagato,
    incoraggia contento altresì, lo scolaro.
    Ecco le prime sillabe
    che unite forman lemmi,
    disegni sobri ma aggraziati
    spiccano puerili e colorati.
    Una copertina di giornale
    chiude i pochi pezzi di carta
    che ingiallita di ingenuità
    fa ancora emozionare la …civiltà!

    1. Fino ad ora, se ho contato bene, 37 poesie e 18 racconti. Mi sembra un dato intetessante

    2. Motivazione sintetica: “Pagine Ingiallite” è una lirica delicata e ricca di memoria. Attraverso una lingua dal gusto classico e un ritmo misurato, l’opera ricostruisce la ritualità della scrittura d’un tempo (il pennino, il calamaio, la fodera di giornale) elevando la semplicità dell’infanzia a pilastro e fondamento morale dell’intera civiltà.
      1. Musicalità del verso= Scandita, nostalgica e piacevolmente ritmata – La versificazione richiama la cadenza classica della filastrocca d’autore e del canto scolastico di un tempo. Le rime baciate e alternate e le assonanze (fu/blu, bambino/pennino/puntini/certosine) donano al testo un andamento musicale fluido e ritmico, capace di rievocare il tempo lento della scrittura a mano.
      2. Ricerca estetica della parola e del suono= Formale, d’epoca – Il lessico utilizza termini volutamente legati a una lingua d’altri tempi (allor, calamaio, greche, manoscritto, altresì, lemmi, puerili), creando una patina linguistica in perfetta sintonia con il tema del quaderno ingiallito. La parola si fa oggetto fisico: l’inchiostro blu, il metallo del pennino, la ruvidità della carta.
      3. Fluidità del linguaggio= Scorrevole, piana e ben articolata – La lettura procede con naturalezza. La sintassi è chiara e accompagna il lettore con grazia all’interno dell’aula di un tempo. L’isolamento del termine «lemmi» a capo crea un’efficace sospensione visiva e ritmica che sottolinea lo sforzo del bambino nell’apprendimento della scrittura.
      4. Capacità evocativa delle immagini= Nitida, calda e di forte impatto visivo – Il testo costruisce un quadro di grande immediatezza sensoriale: l’atto di intingere il pennino, la valutazione “Bene” scritta a rosso dal maestro, i disegni puerili, fino alla caratteristica e toccante usanza d’epoca di foderare i quaderni con le pagine dei giornali («Una copertina di giornale / chiude i pochi pezzi di carta»).
      5. Autenticità emozionale= Sincera, commossa e colma di affettuosa nostalgia – La poesia trasmette un genuino sentimento di tenerezza per la semplicità e l’ingenuità del mondo scolastico di un tempo. Non vi è artificio, ma il sincero stupore di chi riapre una memoria dimenticata e ne riscopre la forza affettiva.
      6. Originalità del tema e del messaggio= Umanistica, etica e di profondo valore civile – Pur partendo da un topos nostalgico classico (il ricordo della scuola d’infanzia), la poesia si eleva nel verso finale con una folgorante intuizione: l’ingenuità di quel quaderno non fa emozionare solo il singolo individuo, ma la «…civiltà!». Il messaggio ribadisce che la cultura, la democrazia e la civiltà stessa nascono da quei primi, umili tentativi di tracciare lettere e parole su un foglio di carta.

      Gentile Poeta, La ringrazio per la Sua partecipazione al Contest Letterario Daltonico Esistenziale!
      Cordialmente, JONNY SOUTO ~poeta, scrittore autobiografo, linguista.
      12/10/2026

      1. Gent.mo Poeta Jonny Souto,
        La ringrazio sentitamente per la motivazione sulla mia poesia ” Pagine ingiallite”.
        Mi sono commossa lagrimando con gioia.
        Sono emotivamente onorata di aver ricevuto il Suo commento linguistico ed emozionale.
        La saluto con stima.
        INES ZANOTTI

  56. Quel lago così inquietante e cupo che si estendeva silenzioso e solenne nel cuore del bosco…chi lo percorreva narrava di voci e demoniache risate, di rumori improvvisi, di pianti e risate isteriche, di pazzesche urla ed ululati…
    Esseri umani o animali in pericolo?
    Pian piano il lago era stato abbandonato, i vacanzieri non si accampavano più sulle sue rive ed i nativi raccontavano di storie inquietanti e di sparizioni improvvise, forme di creature appena accennate come fantasmi, dai lineamenti grotteschi ed angoscianti.
    I paesani vivevano come in un incubo queste storie, credendo e non credendo, Lisa era curiosa, morbosamente curiosa delle tracce che trovava quasi ogni giorno passeggiando nei sentieri, sempre diverse e spesso sanguinanti.
    Era come se qualcuno lasciasse scie su percorsi da seguire, che gridasse aiuto e lo cercasse disperatamente.
    Ne aveva parlato con sua madre che l’aveva rimproverata:-
    Non badare alle chiacchiere figlia, stai lontano dal lago e non inoltrarti nel bosco. Ricorda che gli animali selvatici non sono proprio creature benevole e dimmi sempre dove vai, non farmi stare in pena, ogni tanto fatti vedere, alla sera il buio viene presto ora che siamo a settembre.
    Ma Lisa, spesso spalleggiata da Romeo, amico suo da sempre, quindicenne…due anni più di lei che era del luogo e quindi non un villeggiante, faceva spallucce e continuava con Lisa le spedizioni nel bosco.
    Lui era nato lì nel piccolo paese ma svernava nella città più vicina dove frequentava le superiori. Conosceva Lisa da anni e ne era attratto, lei era una graziosa biondina dal carattere permaloso, molto curioso e peperino…e lui…lui era il devoto cavalier servente che la proteggeva sapendo la sventatezza della ragazzina.
    Durante una delle loro solite escursioni, avevano sentito lamenti provenire dal cavo profondo di un albero secolare, come un eco distante e singhiozzi e rumori indistinti che fuoriuscivano dalle viscere della terra.
    Avevano preso l’abitudine di ritornare nel luogo proibito e con loro andava spesso il cane bassotto Rudi, petulante quasi come la sua umana.
    Ma era importante per Romeo e Lisa avere con loro Rudi, la cui peculiarità era quella di incunearsi in ogni tana che trovava per ritornare magari con qualche preda che prontamente i due ragazzi liberavano.
    Ma mai si era avvicinato alla paurosa e grande cavità da cui provenivano quelle voci, quei singhiozzi tanto struggenti, forse anche lui ne temeva la causa, forse erano le anime di coloro che erano annegati nel lago nell’arco di lunghi anni prima che l’acqua ricoprisse ogni cosa.
    Giorno dopo giorno, Rudi, Romeo e Lisa, cercavano qualche traccia che potesse ricondurli alla provenienza delle voci ma fu proprio Rudi che un giorno si inoltrò nella cavità e sparì.
    Fu un dramma, Lisa gridando si catapultò anche lei dentro all’albero seguita da Romeo ed in un attimo furono risucchiati da un vortice di voci lamentose, da mani che li toccavano, che strappavano loro gli abiti e si aggrappavano convulsamente a loro. Odore di morte e di sangue, odore di cimitero.
    E poi così come era iniziato, il risucchio finì ed i due si ritrovarono in un villaggio fantasma, un pauroso insieme di mura sfatte, pietraie, un deserto di nulla e completamente privo di vita, almeno così sembrava
    Poche case diroccate, melma, lische di pesci ovunque, desolante e grigio luogo che non vedeva il cielo da mai.
    Erano sotto al lago, in una bolla d’aria che si era formata chissà da quanto tempo.
    Esseri magri,cadaverici, dai volti emaciati si aggiravano barcollando in un insieme di frammenti e residui di vite mai spente, sopravvissute all’impeto dell’acqua quando impetuosa aveva invaso e poi sommerso il vecchio antico paese senza peraltro distruggerne l’esistenza del tutto.
    Lisa e Romeo si aggiravano desolati fra quegli scheletri viventi, che singhiozzanti parlavano fra loro in un vecchio dialetto che avrebbe dovuto essere estinto, ma che loro capivano benissimo.
    Creature che si sfamavano prendendo manciate di fango ed ingurgitandolo voracemente.
    Lisa aveva portato con se due cestini di more e mirtilli e la merenda a base di pane e marmellata e fu subito un delirio di mani che li afferravano con avidità. Pena infinita…
    Rudi intanto li tallonava ed abbaiava spaventando i poveretti, Lisa lo chiamò a se:-
    Nanetto mio cosa mai sei riuscito a scovare!
    Non fu semplice ritornare sui loro passi, artigli li ghermivano, impedendo loro di rientrare nel cavo dell’albero ma fu Rudi come sempre che trovò la strada del ritorno, in un vortice d’acqua che lo prese e lo riportò in superficie, riemergendo assieme a Lisa e Romeo.
    Fu difficile parlarne e quindi far credere ad altri quanto vissuto e raccontando la loro avventura.
    Non furono increduli tanto i paesani quanto la polizia locale nella persona del brigadiere Gianni Pisano. Fu necessario convincere e portare prove.
    Il lago venne quindi lentamente svuotato, tutt’intorno curiosi e un previdente fotografo e scribacchino che immortalò la scena quando finalmente riemersero i resti del vecchio paese.
    Oltre alle lische di pesce, ora anche ossa che furono poi identificate come umane, i brandelli di carne che li rivestivano erano stati presumibilmente divorati dai pesci.
    Solo un fiore giaceva sul fondo del lago ed era incredibilmente profumato e vivo.
    Lisa e Romeo capirono di non aver sognato: fra i rifiuti trovarono il cestino della merenda e le foglie di castagno intatte ed ancora vivacemente verdi.
    Tutto questo era il ricordo di un’esperienza vera ed il fiore era il dono di ringraziamento di quelle povere creature che finalmente avevano trovato la pace dopo aver vagato centinaia di anni in un limbo di infelicità.

    accetto il regolamento, sez. b

    1. Motivazione sintetica: Il racconto è una fiaba scura di notevole fascino visivo ed emotivo. Sfruttando con perizia i topoi del mistero rurale (il lago cupo, il cavo dell’albero, la civiltà sommersa), l’autore crea una storia toccante sul valore della memoria e della compassione. Con una piccola revisione stilistica e una distensione del finale, il testo acquisterebbe il respiro di una grande parabola narrativa.
      1. Originalità del tema e del messaggio= Suggestiva, folclorica e visivamente d’impatto – L’idea del paese sommerso dal lago che conserva una bolla di tempo sospeso — un limbo abitato da “scheletri viventi” prigionieri del proprio passato — è una splendida rielaborazione di leggende popolari (come il mito del paese di Curon o delle Atlantidi locali). L’elemento della liberazione attraverso la merenda e il fiore rimasto vivo crea un finale di grande dolcezza e risoluzione morale.
      2. Ricerca estetica della parola e del suono= Descrittiva, atmosferica ma con qualche caduta di registro – Il racconto alterna immagini gotiche ed evocative («vortice di voci lamentose», «odore di cimitero», «frammenti e residui di vite mai spente») a passaggi d’ispirazione più quotidiana o informale («graziosa biondina dal carattere… peperino», «scribacchino», «Nanetto mio»). L’armonia estetica guadagnerebbe da una maggiore uniformità nel registro tragico-misterioso.
      3. Ritmo e musicalità della prosa= Incalzante nella seconda parte, un po’ contratta nel finale – La narrazione parte bene, accumulando tensione fino al “risucchio” nell’albero (la scena migliore del racconto). Nella parte conclusiva, tuttavia, gli eventi subiscono un’accelerazione improvvisa: lo svuotamento del lago, l’intervento del brigadiere e la risoluzione del mistero avvengono in poche righe, contraendo un ritmo che avrebbe meritato più respiro e spazio narrativo.
      4. Fluidità del linguaggio= Scorrevole, ma bisogno di una revisione sintattica – Il testo si legge con facilità, ma presenta alcune imperfezioni formali da affinare: l’uso eccessivo dei puntini di sospensione, la concordanza dei tempi verbali che passa a volte dal passato al presente («non furono increduli… quanto la polizia» / «capirono di non aver sognato»), e alcune frasi sintatticamente un po’ aggrovigliate nella prima parte.
      5. Capacità evocativa delle immagini= Cinematografica, cupa e sensorialmente ricca – Le immagini visive e olfattive sono il punto di forza della narrazione: la melma e le lische di pesce sotto il lago, il tronco dell’albero come porta dimensionale, i dannati che mangiano il fango a manciate e l’immagine poetica del fiore profumato che sopravvive sul fondo arido.
      6. Autenticità emozionale ed efficacia narrativa= Coinvolgente, empatica e ben risolta nel messaggio- Funziona molto bene il contrasto tra l’audacia ingenua dei giovani protagonisti (affiancati dal cagnolino Rudi) e il dramma delle anime prigioniere. Il passaggio dalla paura iniziale al sentimento di “pena infinita” fino all’atto di compassione riscalda la storia e le dona un solido centro emotivo.

      Gentile Autrice, La ringrazio per la Sua partecipazione al Contest Letterario Daltonico Esistenziale!
      Cordialmente, JONNY SOUTO ~poeta, scrittore autobiografo, linguista.
      12/10/2026

  57. Accetto il regolamento-Sezione A- Poesia.

    E la nebbia s’insinua e si appiccica agli abiti lasciando addosso quella sensazione di freddo e solitudine.
    E’ un’atmosfera molto inglese che sale lenta come un fantasma, ombra e gelo sulle rose sfocate e lungo i vicoli solitari e stretti che portano al mare.
    Sulla collina si intravvedono imbronciati castagni ed ulivi…tra le siepi e gli arbusti regna il mistero, fruscii e profumo di terra bagnata.
    Distante lampeggia quel piccolo faro per dar luce al mare ormai in tempesta dove si inseguono instancabili e minacciose le onde e la furia del tempo.
    Ho camminato a lungo quella notte, ho camminato per i campi incolti dietro casa, fra l’erba umida ed il vigneto in crescita con il gelo nelle ossa ed il cielo buio negli occhi.
    Ho camminato fra ingannevoli ed agonizzanti luci di un vecchio lampione che emanava strani bagliori e che nulla sembrava riuscisse a rinvigorire.
    Ho camminato invano alla ricerca di un domani migliore nell’ attesa di frantumare sogni e parole inutili scrivendo in silenzio mezza poesia, solo mezza o forse meno, perché anche i pensieri fanno rumore.

    1. Motivazione sintetica: Questa poesia è un piccolo gioiello d’atmosfera e introspezione. Capace di fondere paesaggio fisico (il mare, la nebbia, il faro) e paesaggio dell’anima con grande sensibilità figurativa, l’opera culmina in un finale di rara grazia sulla delicatezza del pensiero e sull’incompiutezza della poesia di fronte alla vita.
      1. Musicalità del verso= Ipnotica, cadenzata e intimamente malinconica – Il testo, strutturato in versi liberi e ampi quasi simili a una prosa poetica, possiede una forte musicalità interna. L’uso reiterato dell’anafora («E la nebbia… / E’ un’atmosfera…» e l’incalzante «Ho camminato… / Ho camminato… / Ho camminato…») conferisce al componimento un ritmo lento e meditativo, perfettamente coerente con l’idea della camminata solitaria nella notte.
      2. Ricerca estetica della parola e del suono= Raffinata, atmosferica e sinestetica – La scelta lessicale crea un’atmosfera densa d’umidità e suggestione («s’insinua», «si appiccica», «rose sfocate», «imbronciati castagni», «ingannevoli ed agonizzanti luci»). L’accostamento tra percezioni tattili (il freddo), visive (la nebbia, il faro, l’ombra) e olfattive (il profumo di terra bagnata) dà vita a una riuscita trama sinestetica.
      3. Fluidità del linguaggio= Avvolgente, naturale e priva di ostacoli – La sintassi scorre in modo estremamente fluido e armonioso. Il passaggio dal paesaggio esterno (la nebbia, la collina, il mare in tempesta) alla dimensione interiore dell’autore (la camminata tra i campi, la solitudine, la ricerca del domani) avviene con estrema naturalezza e grazia espositiva.
      4. Capacità evocativa delle immagini= Pittorica, romantica e fortemente cinematografica – Le immagini sono vive, nitide e suggestive: la nebbia “molto inglese” che sale come un fantasma, il faro intermittente sul mare in tempesta, il vecchio lampione che agonizza con strani bagliori. La natura partecipa allo stato d’animo del poeta, facendosi specchio d’un’inquietudine profonda.
      5. Autenticità emozionale= Profonda, intima e di struggente verità – Il sentimento di solitudine e disillusione è reso con grande delicatezza. Non vi è enfasi né drammatizzazione artificiale, ma il sincero resoconto di una ricerca interiore condotta “con il gelo nelle ossa ed il cielo buio negli occhi”.
      6. Originalità del tema e del messaggio= Intensa, poetica e folgorante nella chiusa – Sebbene il tema della camminata notturna nella nebbia sia un topos classico del Romanticismo, la lirica trova una straordinaria nota d’originalità negli ultimi due versi. L’atto di scrivere “mezza poesia, solo mezza o forse meno, perché anche i pensieri fanno rumore” è un metatesto folgorante sul limite della parola di fronte all’ingombro del silenzio e del dolore interiore

      Gentile Poeta, La ringrazio per la Sua partecipazione al Contest Letterario Daltonico Esistenziale!
      Cordialmente, JONNY SOUTO ~poeta, scrittore autobiografo, linguista.
      12/10/2026

  58. La poesia ha lo stesso tono del racconto, di cui mi ha convinto lo stare in equilibrio tra realismo e fantasia. Solo non ho capito perché hai scritto la poesia in risposta a una mia osservazione sulla netta prevalenza delle poesie rispetto ai racconti. Buona domenica!

  59. Sono molto maldestra quando devo inviare qualcosa di mio, mi confondo con gli spazi dedicati alle poesie e/o ai racconti, perdonami, la poesia non voleva essere risposta ad una tua osservazione ma semplicemente l’inserimento nella sezione A dedicata alle poesie.
    Ma potrei anche non aver capito niente per cui mi scuso.

  60. Partecipo al Contest Letterario Gratuito “Daltonico Esistenziale” – Sezione Poesia

    Titolo: FIORI
    Autore: Paola Tozzi – Agropoli (SA)

    Fiori a rincorrer dorati raggi
    Con le indecise corolle
    Petali gialli ed arbusti forti a reggersi i girasoli

    Fiori ad affondar radici
    In briciole di sabbia
    Cullati dalle onde e dai canti marini i bianchi gigli

    Fiori nati dal soffio del vento
    Persi ondeggiano sull’altalena del mare cantando alla luna
    Fiori senza nome

    Fiori nati dal nero letame
    Ignari affondano le radici affamate
    Nessun blasone i fiori senza nome
    Fiori nati dai sassi
    Vivono soli i fiori senza nome

    Fiori rossi come gocce di sangue colorano i campi di grano
    Fiori, fiori
    Papaveri
    Fiori noi i fiori
    Figli di madre terra

    Paola Tozzi
    -Fragili respiri –
    Accetto il regolamento

    1. Motivazione sintetica: “Fiori, Fiori” è un inno lirico di straordinaria forza visiva e simbolica. Attraverso un’esplosione di colori, contrasti materici e ritmi sinuosi, l’autore trasforma una delicatezza botanica in un’accorata allegoria della condizione umana. Un testo di grande maturità poeti-figurativa che sa celebrare la bellezza e la dignità degli “umili senza nome” con la forza dei grandi classici.
      1. Musicalità del verso= Armoniosa, fluttuante e finemente cadenzata – Il componimento presenta un ritmo sinuoso e naturale, quasi musicale, che asseconda il movimento del vento e delle onde citati nel testo. L’uso ripetuto dell’anadiplosi e dell’anafora («Fiori Fiori», «Fiori ad affondar», «Fiori nati») conferisce alla lirica la cadenza avvolgente di una nenia o di un inno corale dedicato alla natura.
      2. Ricerca estetica della parola e del suono= Cromatica, organica e ricca di contrasti sonori – l lessico compone una tavolozza di rara ricchezza sensoriale. La poetica del colore («dorati raggi», «petali gialli», «bianchi gigli», «rossi come gocce di sangue») si intreccia con sonorità materiche e viscerali («nero letame», «radici affamate», «sassi»). Notevole l’uso dell’allitterazione e della sinestesia nei versi dedicati ai gigli di mare («cullati dalle onde e dai canti marini»).
      3. Fluidità del linguaggio= Spontanea, avvolgente e priva di sovrastrutture – La sintassi è piana, nominale ed essenziale. Il discorso poetico procede per pennellate successive senza mai incepparsi in costruzioni concettuali complesse. La lettura scorre come un respiro aperto, trasportando il lettore con grazia da un paesaggio all’altro (il campo di girasoli, la spiaggia, il campo di grano).
      4. Capacità evocativa delle immagini= Fulvida, pittorica e fortemente simbolica – Le immagini sono vive, potenti e di memorabile impatto visivo: dai girasoli sostenuti da arbusti forti ai gigli marini nati tra le briciole di sabbia, fino alla cruda e pascoliana bellezza dei fiori nati dal «nero letame» o spuntati tra i sassi. Il contrasto cromatico dei papaveri “rossi come gocce di sangue” tra il biondo del grano chiude il catalogo botanico con un picco di vibrante intensità.
      5. Autenticità emozionale= Commossa, partecipe e priva di retorica – il sentimento che pervade la poesia è un senso di profonda empatia nei confronti degli umili, degli ignorati e dei dimenticati. Non vi è posa intellettuale: l’affetto del poeta verso i “fiori senza nome” (senza blasone) traspare in modo limpido, fino ad abbracciare la fragile dignità dell’essere umano.
      6. Originalità del tema e del messaggio= Umanistica, allegorica e di profondo respiro universale – La poesia parte da una celebrazione floristica e botanica per rivelare, negli ultimi tre versi, la sua natura di allegoria esistenziale. Il passaggio dal mondo vegetale all’umanità («Fiori noi i fiori / Figli di madre terra») è un colpo di scena lirico folgorante: gli uomini, come i fiori selvatici, nascono tra le difficoltà, spuntano dai sassi o dal fango senza blasoni né titoli, ma condividono la medesima, sacra appartenenza alla terra.

      Gentile Poeta, La ringrazio per la Sua partecipazione al Contest Letterario Daltonico Esistenziale!
      Cordialmente, JONNY SOUTO ~poeta, scrittore autobiografo, linguista.
      12/10/2026

  61. AMORE DI UNA NOTTE
    Era già scuro, nonostante il sole fosse tramontato relativamente presto e, a distanza di quasi 5 anni, la mia pelle ricorda ancora il freddo di quella sera, un freddo così rigido che mi gelò le vene e la storia che sto per scrivere qui, in queste onde di carta, farà lo stesso effetto al vostro cuore. Lo stesso ghiaccio che io riuscii a sentire nel mio.
    Era una di quelle giornate che non vedi l’ora arrivino e non aspetti altro che la loro ripartenza. Io camminavo su piccole mattonelle bronzate e consumate che formavano una stradina isolata, una di quelle che riesci solo a immaginare, colpita soltanto dalla luce di un misero lampione. Questa viuzza la rivedo ancora, siccome affonda le radici a Trebisacce, il mio paesino natale che, ai miei occhi, sembrava un museo d’arte: aveva un mare così limpido da mischiarsi con l’azzurro del cielo, delle persone così tenere da un primo sorriso e un centro storico pieno di memoria, come una di quelle stradine di cui parlavo prima. Tutti questi dettagli che vi ho menzionato, li ho ritrovati tutti quella sera, su una panchina distrutta vicino quel lampione isolato, tutti raccolti in uno sguardo femminile: una ragazza giovane con degli occhioni blu che contrastavano la notte buia, simili al mio mare. Un visetto con lineamenti teneri come i sorrisi dei miei compaesani e dei riccioli scuri, lunghi poco sotto le spalle, tutti scombinati. Sembravano avere dietro di essi tanti ricordi, esattamente come li trasmetteva il mio bastione.
    Appena la vidi lì, seduta tra quel legno della panchina, la sua parvenza mi rimase impressa come dell’inchiostro indelebile. Ci avranno divisi pochi anni. Indossava colori sgargianti che coprivano il suo corpo minuto ed esile. Quei colori fecero risaltare, però, delle lacrime forti come cascate che cadevano su guance rosate come due petali e, mentre lei piangeva, le mie mani sudavano dall’emozione o, forse meglio dire, dall’ansia. Non sapevo che fare. Avevo davanti il mio busto rigido simile a stalattite, una bellezza che descriverla a parole sarebbe riduttiva. Non ci volevo provare. Volevo parlare. Cercai di fare qualche passo in più, provando a essere il meno evidente e invadente possibile. Lei era impegnata a ricordare il dolore, almeno ho pensato io, che le portava tanta disperazione. Riuscii a sedermi all’estremità della seduta, lei mi degna un cenno con la testa. “Sono d’intralcio?” chiesi io, con voce mozzata. Non ebbi modo di finire le parole che lei mi guarda, intensamente, con due occhi così lucidi e così profondi che han parlato per lei, come a dire: “Avvicinatevi, anima sola, penso che abbiamo qualcosa in comune noi due”.
    Non passo molto tempo che la fanciulla si sedette poco distante da me e, con qualche singhiozzo, mi racconto, in un sussurro appena udibile, il motivo del suo malumore: ha litigato con il suo ragazzo, il più conosciuto in paese, uno di quelli che le vecchiette sugli usci delle porte invitano a prendere il caffè. Uno bravo, insomma, intelligente (forse), sempre ben vestito con una grande famiglia importante alle spalle ma solo lei conosceva ogni sua sfumatura, le più nascoste e spinose, come la sua poca pazienza e la sua rabbia incontenibile che sfogava sulla poverina che in quel momento nascondeva con le mani i lividi più violacei. Lasciarlo, però, è irrealizzabile. “Si
    sposeranno, si sposeranno” pensavano tutti in paese, prendere una brutta nominata per aver reciso ogni legame con lui, non era il caso. Parlando, io capii cosa avevamo di affine, come la giovane diceva inizialmente. Anch’io, come lei, mi sentivo in gabbia. Come ho detto inizialmente, sono ben cinque anni che non rivedo la mia terra, il mio paese. Ho dovuto dirgli addio per trovare una nuova vita, soprattutto lavorativa, senza capire che la mia vera vita, la mia esistenza tutta intera era solo lì, tra quelle vie e il lungomare che stava poco più sotto il bastione. Il destino, purtroppo, aveva scelto altro per me.
    Comunque, parlammo per tanto, ignorando tutto, persino i telefoni che squillavano a rotta di collo e, specialmente, il tempo che scorreva, veloce come non mai. Ci guardavamo fissi e credo che per un attimo lei addirittura sorrise, con due fossette dove vorrei affogarci.
    Non ci accorgemmo dell’arrivo del sole, con i suoi colori caldi. Intravedevo il lungomare che iniziava a riempirsi dei primi pescatori e le luci che, a poco a poco, fiorivano. L’alba a me non interessava, il quadro più bello era al mio fianco.
    A un tratto, quella piccola (per me già grande) donna, scatta in piedi, tendendomi la mano e dalle sue labbra riesco a capire un debole, ancora segnato dalle lacrime della notte: “Andiamo”. Inutile dire che mi alzai di colpo, con un sorriso nuovo per il mio viso. Stavo fluttuando almeno tre metri dal suolo per l’entusiasmo, finché lei si bloccò, osservando i primi bar che aprivano, le case usurate tutte attaccate fra di loro. Da qui, i suoi occhi si inchiodarono, acqua ferma senza più riflessi, era già altrove con i pensieri. Io me ne accorsi subito e le nostre mani si sciolsero come burro. Fa male ricordare, il mio cuore ha contato ogni battito accelerato quando i miei recettori gli hanno riportato testuale discorso che lei risolve a me: “Se scappi con te, domani mi odierai. Io scappo da lui, non sto scegliendo te. Tu scappi dalla tua mente imprigionata, non stai scegliendo me. Mi spiace”. Ora è tutto più chiaro. Non era amore. Semplicemente, entrambi volevamo salvarci. Da lì, ricordo solo il cielo che non era come prima, non aveva più, per me, il colore del suo sguardo. Ammetto che persi una lacrime che cadde sulla mia giacca ancora impregnata del suo vellutato profumo. Ci abbracciamo, forte. Poi ognuno da una parte, sempre più lontani, senza promesse. Alla fine di nuovo soli, con l’amarezza in bocca nel sapere di esserlo. Non so se durante la lettura balza all’occhio che i nostri nomi non ci sono mai stati. Forse prima avrebbero fatto più rumore. Ora no. Ora non ne farebbero più, è troppo tardi per scriverli. A dirla tutta, il tempo passato insieme è stato così poco. Così poco rispetto a quello che mi è rimasto dentro. Io non lo neanche il suo vero nome e forse è giusto così.

    sez. b, accetto il regolamento

    1. Motivazione sintetica: “Amore di una notte” è un racconto di notevole sensibilità narrativa. Sfruttando con perizia l’ambientazione suggestiva di Trebisacce e il contrasto tra freddo reale ed emotivo, l’opera riesce a ritrarre il paradosso di un incontro notturno nato non dal sentimento, ma dall’urgente bisogno di salvezza di due anime in gabbia. Una piccola gemma di malinconia che, con un’attenta revisione di bozza, raggiungerà un livello formale eccellente.
      1. Originalità del tema e del messaggio= Misteriosa, amara e psicologicamente acuta – L’idea di due solitudini che si incontrano di notte per puro bisogno di salvezza e non per un’illusione amorosa costituisce un colpo di scena psicologico di rara maturità. La frase clou pronunziata dalla ragazza («Io scappo da lui, non sto scegliendo te. Tu scappi dalla tua mente imprigionata, non stai scegliendo me») ribalta il cliché del romanzo rosa, trasformando il racconto in una riflessione dolorosa ma autentica sui limiti dell’egoismo romantico e del bisogno di fuga.
      2. Ricerca estetica della parola e del suono= Sensoriale, paesaggistica e ricca di contrasti – Il lessico costruisce un riuscito parallelismo tra il paesaggio natio di Trebisacce e i tratti fisici della ragazza: il mare nei suoi occhi blu, i sorrisi dei compaesani nella delicatezza del volto, il bastione antico nei suoi riccioli scuri. Il contrasto tra i toni sgargianti degli abiti, i lividi nascosti e il freddo rigido della notte crea una trama visiva e tattile molto viva.
      3. Ritmo e musicalità della prosa= Fluida e coinvolgente, con qualche piccola frenata sintattica – La narrazione possiede un andamento confidenziale, quasi come una lettera o un confessionale, che trascina con facilità il lettore. L’andamento ritmico accelera piacevolmente nel momento dell’illusoria fuga all’alba e rallenta nell’amaro distacco finale.
      4. Fluidità del linguaggio= Scorrevole, ma necessita di una revisione di bozza – La prosa si legge con partecipazione ed emana un calore sincero. Tuttavia, si riscontrano alcune sviste o imprecisioni sintattico-ortografiche da correggere per elevare il testo («Se scappi con te» invece di «Se scappo con te», «persi una lacrime», «Io non lo neanche» anziché «non so neanche»).
      5. Capacità evocativa delle immagini= Cinematografica, nostalgica e ricca di atmosfera – Le immagini visive e simboliche sono di forte impatto: la panchina di legno consumata sotto l’unico lampione, il profilo di Trebisacce che sfuma nell’alba, la stretta di mani che “si scioglie come burro” di fronte alla realtà del mattino, e la giacca rimasta impregnata del profumo di lei come unico residuo d’un incontro fantasma.
      6. Autenticità emozionale ed efficacia narrativa= Intensa, viscerale e priva di melensa retorica – L’emozione traspare senza filtri. La malinconia dello sradicamento dalla propria terra d’origine si fonde perfettamente con il senso di prigionia della protagonista femminile. La scelta finale di non rivelare i nomi dei due personaggi chiude la storia con un tocco di grande poesia e pudore narrativo.

      Gentile Autrice, La ringrazio per la Sua partecipazione al Contest Letterario Daltonico Esistenziale!
      Cordialmente, JONNY SOUTO ~poeta, scrittore autobiografo, linguista.
      12/10/2026

  62. LA TERRA DI GEA
    di Gea Minerva Massimi

    Sono daltonica, non cieca. Mi dicono: è rosso. Io sento: brucia. È verde. Sento: riposa. È blu. Sento: affoga. Ho smesso di discutere sui nomi, ho iniziato ad ascoltare le temperature.

    Vengo da parenti bizzarri, dicono, abbastanza forti da proteggere almeno lo spirito guerriero. Bisnonni della nobiltà austro-ungarica, bisnonna Maria veneta che a cinque anni già lavorava come se la vita fosse finita prima di cominciare. Poi l’onorevole Maiolo passò per Belluno. Le storie non sono mai casuali. La portarono a Roma. A Roma tutto ricominciò sempre. Mio nonno Alfonso di Vico Equense venne per lavorare con Giuseppe Di Vittorio, Don Giovanni rimasto fino alla fine. Mio nonno Vincenzo lasciò tutto per una calabrese di Soverato. Io sono il risultato di una scelta e di una sottrazione. Sono di mio padre: testa, dialetto, penna e veleno. Nove generazioni a Roma non sono un numero, sono un modo di stare al mondo. La mia poesia nasce come un cane randagio: libera, sporca, urgente. Scrive per restare viva.

    La mia vita da scugnizza è stata montagne russe, luce e tempesta, ma la bellezza resta anche quando tutto vacilla. Adolescenza incendio: ridevo forte, parlavo veloce, amavo senza misura. Quaderni pieni, fiume in piena. Poi Ripetta: sogno alla Baudelaire, sfida bukowskiana, muro di Pollock. Lì l’arte e la strada senza confini. Lì la libertà diventa rischio, il rischio materia poetica, poi dipendenza. All’inizio curiosità per sentirmi più viva. Era accelerazione, non libertà. Notti insonni elettriche. Nessuno chiamava col suo nome.

    A diciotto anni il tempo si spezza. Risate, musica, immortalità finta, un amico alla guida che ha bevuto. Strada, buio, velocità. Macchina capovolta due volte. Metallo, vetro, silenzio dopo. Ricordo un odore, un suono, il silenzio. Niente più come prima. A diciannove anni il coma: pausa premuta sull’esistenza. Quando torno non è un ritorno, è un’altra versione di me, più fragile, più esposta. Frattura metafisica. Il corpo ha un limite, il dolore un confine, e da quel confine a volte si torna.

    Dopo è mosaico che non combacia. Comunità scelta obbligata e rifugio. Regole rigide per non cadere. Non mi fido, mi sento animale in gabbia, poi protetta. Resto. Arriva il nome: disturbo bipolare di tipo 1. Non condanna, non liberazione. Nome. Mi spiegano fasi, cicli, stabilizzatori. Non colpa, non scelta. Nessuno spiega svegliarsi alle quattro con luce accesa e cuore che corre, tre giorni al buio, una figlia che bussa piano. Diagnosi è un nome. Vita è tutto il resto.

    I ricoveri sono geografia: urlo, resa, metamorfosi, ritorno, confine. Non guarigione, compensazione. Compensata. Stabilizzata. In equilibrio. Forma di pace. Rinascita non è evento, è piccoli gesti: alzarsi dal letto, prendere un farmaco, fare colazione, rispondere a un messaggio, uscire di casa, tornare al lavoro, scrivere una poesia, dire sto meglio, oggi no, ci provo. Ogni giorno. Da anni.

    L’amore non è scelta binaria, è movimento, onda. Amo uomini e donne con stessa intensità, non problema ma verità. Primo amore platonico Nike, musa luminosa, nasce La Pasqua di Nike tra Roma e Venezia. Bisessualità non bandiera ma modo di sentire. Amo dove trovo specchi, non muri.

    A 43 anni, maggio 2025, su Facebook inciampo in Lidia. Statuine di legno, dipinti che respirano, occhi verde smeraldo che io non vedo verde come voi, vedo casa. 16 giugno 2025, capolinea 92 Termini, colpo di fulmine. Prima di via Cavour le prendo la mano, camminiamo come sempre fatto, fino al Colosseo, bellezza sospesa, bacio che contiene tutto. 19 giugno ufficializziamo. Polistena e Roma, distanza che non divide. L’amore non si misura nel tempo ma nell’intensità. Lidia braccio destro, mi tiene in piedi quando vacillo.

    Il corpo è stato campo di battaglia e luogo di piacere. Ha rischiato, ceduto, resistito, ma ha amato e dato vita. A Cristo Re, ore 19, 22 dicembre 2011, dodici ore di travaglio, nasce Talia Massimi. Dico: la mia vita inizia adesso. Non retorica. Verità. Talia sensibile, intelligente, è luce, misura, direzione. Siamo tre femmine: Gea, Talia, Franca. Quattro con Lamù. Tribù, costellazione, casa. Madre con bipolare non è perfetta, è vera. Scelgo verità, convivenza, mostro a mia figlia che fragilità è coraggio. Non voglio essere muro, voglio essere porto. Fiducia prima di controllo: occhi lucidi, non interrogatorio, tisana sul bordo del letto, aspetto.

    Dal 2002 CGIL, seconda casa, al centro di Roma, città che mi ha cresciuta, ferita, salvata. Poesia modo di respirare. Scrivo per dare forma al caos, per guardare le ferite senza esserne inghiottita. Callas stabilizza notti insonni. Scrittura corda, luce, casa. Roma Pride 2026, non apparire ma testimoniare libertà conquistata con fatica.

    Oggi ho attraversato il fuoco e non ne ho paura. Vivo compensata. Quotidiano che tiene: svegliarsi senza correre, farmaci con disciplina, lavorare, scrivere quando la mente chiama, ascoltare il corpo, amare senza paura, madre con presenza, figlia con gratitudine, donna con verità. Non chiedo scusa per l’intensità. Dico sto bene, sto male, ho bisogno, oggi no, oggi sì. Amore oggi non incendio ma presenza, luogo abitabile che scalda. Sono donna non definita da diagnosi. Vivo, amo, scrivo, lavoro, resisto, resto. Dire sono qui è già rivoluzione.

    La Terra di Gea non ha i colori giusti. Ha i colori veri.
    Accetto il regolamento sez. B

    1. Motivazione sintetica: “La Terra di Gea” è un’opera autobiografica di valore straordinario. Attraverso una prosa asciutta, poetica e priva di filtri, l’autrice trasforma la cicatrice di una vita complessa in una cattedrale di verità. È una testimonianza di resistenza, amore e dignità espressiva che merita la massima considerazione critica.
      1. Originalità del tema e del messaggio= Potente, viscerale e straordinariamente autentica – Il testo si distingue per un’onestà intellettuale ed emotiva disarmante. La sovrapposizione tra daltonismo sensoriale («ascoltare le temperature»), diagnosi psichiatrica (disturbo bipolare di tipo 1), trauma fisico e rinascita affettiva costruisce una mitologia personale unica. Il messaggio non è la guarigione utopica, ma la “compensazione” come atto quotidiano di resistenza e rivoluzione personale.
      2. Ricerca estetica della parola e del suono= Scultorea, ritmica e fortemente poetica – La prosa procede per aforismi e frammenti ad altissima densità espressiva («Sono il risultato di una scelta e di una sottrazione», «Nove generazioni a Roma non sono un numero, sono un modo di stare al mondo», «La mia poesia nasce come un cane randagio»). Il linguaggio è affilato, scarno e privo di qualsiasi compiacimento retorico.
      3. Ritmo e musicalità della prosa= Incalzante, sincopato e modulato sulle fasi del testo – Il ritmo della scrittura riflette mirabilmente la materia trattata: la sintassi procede per frasi brevi, scatti, strappi e pause improvvise che ricordano l’andamento del respiro o del battito cardiaco. Questa struttura paratattica crea un’urgenza espressiva che trascina il lettore dall’inizio alla fine.
      4. Fluidità del linguaggio= Diretta, naturale e aderenza perfetta al flusso di coscienza- La lettura scorre con naturalezza implacabile. L’accumulo di memorie, luoghi (Ripetta, il capolinea 92 a Termini, Soverato, Polistena) e date storiche della propria vita si snoda come un memoir contemporaneo di straordinaria immediatezza.
      5. Capacità evocativa delle immagini= Cinematografica, tattile e cromaticamente unica – Le immagini sono di nitidezza folgorante: il lampo dell’incidente stradale, l’assenza di luce vista dal daltonismo, le tre generazioni di donne con la gatta Lamù, fino al bacio vissuto camminando verso il Colosseo. Il testo riesce a rendere visibile e tangibile persino l’invisibile (la depressione, la mania, il risveglio dal coma).
      6. Autenticità emozionale ed efficacia narrativa=Devastante nella sua verità, luminosa nel suo approdo – L’efficacia emotiva è totale. La maternità vissuta con la consapevolezza della propria fragilità («Madre con bipolare non è perfetta, è vera… Non voglio essere muro, voglio essere porto») rappresenta uno dei punti più alti del testo. L’assenza di vittimismo rende questa testimonianza un manifesto di pura forza vitale.

      Gentile Autrice, La ringrazio per la Sua partecipazione al Contest Letterario Daltonico Esistenziale!
      Cordialmente, JONNY SOUTO ~poeta, scrittore autobiografo, linguista.
      12/10/2026

  63. Urca! Un flusso di coscienza che ha lasciato senza fiato (letteralmente: ho ripreso a respirare solo alla fine)

  64. Paolo Lombardo
    SOLA
    Mi sento sola… guardo una foto, vedo una famiglia
    mi vedo… ma dove sono… perché mi sento sola…
    mi danno dei farmaci per calmarmi… ma io guardo sempre quella foto…
    e mi sento sempre più sola…
    prima insegnavo, ora non più
    dicono che sono pazza, ma io non sono pazza…
    mi sento solo sola.
    Nessuno mi capisce, però mi danno dei farmaci…
    dicono che sono pazza… ma cosa è la pazzia se non solitudine…
    io mi sento sola e guardò quella foto… eravamo felici… ma dove siete?
    Mi avete lasciato sola… e mi danno farmaci senza più poter insegnare…
    allora fumo… penso… guardo la foto… non mangio…
    fumo e cammino… poi guardo quella corda…
    mi sento sola e se guardo la foto…
    mi sento ancora più sola, però mi danno farmaci…
    si fumo…
    cammino…
    cammino…
    e penso…
    penso…
    riguardo la corda…
    adesso basta…
    fumo l’ultima sigaretta,
    riguardo per l’ultima volta la foto…
    guardo la corda…
    e penso… BASTA!

    Dichiaro di accettare integralmente il regolamento del Contest letterario “Daltonico Esistenziale”.
    sez. a

    1. Sola è una lirica che parla del bisogno di essere visti, ascoltati e riconosciuti come persone, al di là delle etichette e dei giudizi. La fotografia è il suo centro emotivo; la ripetizione è il suo ritmo interiore; la corda introduce il rischio tragico; «BASTA!» ne costituisce l’esplosione finale.

      La sua qualità più importante è ricordarci che una persona non coincide con la diagnosi che le viene attribuita e che la cura non dovrebbe mai far dimenticare l’ascolto, la dignità e la relazione umana.

      La conclusione, però, non va romanticizzata: la sofferenza estrema non rende inevitabile né poetico un gesto autolesivo. La forza del testo sta piuttosto nel mostrare quanto possa essere urgente riconoscere il dolore prima che la persona si senta completamente abbandonata.

      Il nucleo centrale della lirica è espresso dalla ripetizione del verso «mi sento sola», che assume un valore quasi ossessivo. Non si tratta semplicemente di essere fisicamente soli, ma di vivere una condizione di abbandono interiore, nella quale anche la propria identità sembra diventare irriconoscibile.

      La domanda «mi vedo… ma dove sono… perché mi sento sola…» è particolarmente significativa: la protagonista guarda una fotografia in cui riconosce se stessa e una famiglia, ma non riesce più a ritrovare nel presente la felicità rappresentata da quell’immagine. La fotografia diventa così il simbolo di un passato perduto, ma anche il tentativo di mantenere vivo un legame affettivo.

      Un altro elemento importante è la perdita del lavoro:

      «prima insegnavo, ora non più»

      Queste poche parole racchiudono un cambiamento profondo. L’insegnamento non rappresenta soltanto una professione, ma può essere interpretato come una parte essenziale dell’identità della protagonista, una fonte di significato, relazione e riconoscimento sociale.

      La frase «dicono che sono pazza, ma io non sono pazza» introduce poi un conflitto tra la percezione che la donna ha di sé e il giudizio degli altri. La protagonista sente di non essere ascoltata nella propria sofferenza: riceve farmaci, ma non trova la comprensione di cui avrebbe bisogno.

      È importante precisare che la lirica esprime la sua esperienza soggettiva. Non permette, da sola, di stabilire se le cure siano appropriate o meno; mette invece in evidenza il vissuto di chi si sente ridotto alla propria sofferenza, anziché riconosciuto nella propria interezza.

      Dal punto di vista stilistico, il testo si avvicina alla poesia contemporanea in versi liberi e al monologo interiore.

      I principali elementi espressivi sono:

      La ripetizione: «mi sento sola», «fumo», «cammino», «penso». Le parole ritornano come pensieri dai quali la protagonista non riesce a liberarsi.

      I puntini di sospensione: suggeriscono esitazione, frammentazione del pensiero, difficoltà a trovare parole sufficienti per esprimere il dolore.

      Le domande: «ma dove sono?» e «ma dove siete?» comunicano smarrimento e un bisogno di risposte che rimane insoddisfatto.

      Il contrasto temporale: «prima insegnavo, ora non più» oppone un passato nel quale la donna aveva un ruolo definito a un presente segnato dalla perdita.

      Il linguaggio diretto: l’assenza di metafore elaborate rende il testo immediato e quasi confessionale.

      La forza della lirica non risiede tanto nella ricerca formale quanto nella sensazione di assistere a un pensiero pronunciato senza filtri. La ripetizione, che in altri contesti potrebbe apparire ridondante, qui contribuisce a rappresentare l’ossessione e il progressivo restringersi dell’orizzonte mentale della protagonista.

      La fotografia

      È il simbolo centrale della lirica. Rappresenta la memoria, gli affetti e una felicità che sembra appartenere ormai a un’altra vita. Guardarla significa cercare di recuperare ciò che è stato, ma anche confrontarsi dolorosamente con la sua assenza.

      La sigaretta

      Il fumo accompagna il pensiero e il camminare. Può essere interpretato come un gesto ripetitivo con cui la protagonista tenta di attraversare il tempo, placare l’inquietudine o riempire un vuoto che rimane irrisolto.

      Il camminare

      «Fumo e cammino» introduce un movimento fisico che contrasta con la sensazione di immobilità interiore. La donna si muove nello spazio, ma sembra restare intrappolata nello stesso circuito di ricordi e pensieri.

      La corda

      È il simbolo più inquietante del testo, perché introduce concretamente la possibilità del suicidio. La sua ricorrenza trasforma il monologo in una situazione di crescente pericolo. Non è un semplice oggetto: rappresenta il punto in cui la sofferenza narrata rischia di diventare un gesto irreversibile.

      La lirica è costruita attraverso una progressione riconoscibile.

      La presa di coscienza della solitudine

      La protagonista guarda la fotografia e non comprende perché si senta sola, nonostante il ricordo di una famiglia.

      Il conflitto con il mondo esterno

      Compaiono i farmaci, il giudizio di essere «pazza» e la perdita dell’insegnamento. La sofferenza individuale si intreccia con la sensazione di non essere riconosciuta dagli altri.

      La ripetizione dei gesti

      Fumare, camminare, pensare e guardare la fotografia diventano azioni cicliche. La ripetizione verbale riproduce il carattere circolare dei pensieri.

      L’avvicinamento alla corda

      La corda entra ripetutamente nel campo visivo della protagonista. Il testo acquista una tensione sempre più cupa e il lettore percepisce il rischio di un esito tragico.

      La conclusione: «BASTA!»

      L’ultima parola, scritta in maiuscolo, interrompe il ritmo precedente. È un grido che concentra tutta la tensione accumulata e lascia il lettore davanti a un finale aperto, ma fortemente allarmante.

      Il finale è efficace soprattutto perché non spiega ulteriormente ciò che la protagonista prova: interrompe il discorso nel momento di massima tensione. Tuttavia, proprio questa scelta lascia un’ambiguità importante. «BASTA!» potrebbe indicare una decisione irreversibile, ma potrebbe anche essere letto come un grido contro la sofferenza stessa. Il testo non chiarisce quale significato debba prevalere.

      A mio giudizio, uno dei passaggi più importanti è:

      «ma cosa è la pazzia se non solitudine…»

      Questa domanda contiene il nucleo filosofico della lirica. La protagonista tenta di ridefinire la propria condizione sottraendola al giudizio degli altri: ciò che viene chiamato follia potrebbe essere, nella sua percezione, un dolore profondo che nessuno riesce a comprendere.

      La domanda è efficace perché sposta l’attenzione dall’etichetta alla persona. Non offre una definizione clinica della sofferenza, ma chiede al lettore di interrogarsi sul rapporto tra isolamento, incomprensione e bisogno di ascolto.

      Il verso potrebbe essere ulteriormente valorizzato lasciandolo isolato sulla pagina, come momento centrale della composizione.

      La principale qualità del testo è la sua autenticità emotiva. La protagonista non descrive la solitudine dall’esterno: sembra parlarci dall’interno di essa. Questo coinvolge il lettore e rende credibile il monologo.

      1. Gentile Poeta, La ringrazio per la Sua partecipazione al Contest Letterario Daltonico Esistenziale!
        Cordialmente, JONNY SOUTO ~poeta, scrittore autobiografo, linguista.
        14/10/2026

        “Mi scuso, perché era saltata la colonna delle Liriche, di cui ne avevo recensito il corpo del testo”. Le auguro una buona giornata.

  65. INIZIO D’INVERNO

    Non v’è ragione né dubbio
    negli occhi che pensano scabri
    l’inverno dentro alle pupille
    di là da me e il mio olfatto
    Sotto il tetto delle aspettative
    gronda l’affoghìo di coscienze
    insieme a tutti la mia ombra
    resta tale e inattesa l’anima.

    – –
    Sezione A – Angelo Bonanno – Si accetta il regolamento

    1. Motivazione sintetica: “Inizio d’inverno” è una lirica di grande rigore formale e concentrazione espressiva. Richiamando le sonorità e le atmosfere dell’Ermetismo novecentesco, il testo trasforma la stagione invernale in uno specchio della coscienza e dell’anima. Un componimento essenziale, maturo e di notevole spessore stilistico.
      1. Musicalità del verso= Sincopata, ermetica e fortemente cadenzata – Il componimento si fonda su un ritmo scarno e moderno, basato su versi brevi ed elisioni. L’assenza di punteggiatura crea una continuità metrica fluida ma al contempo frammentata, che riflette l’aridità e la rigidità dell’inverno evocato nel titolo. Il suono delle parole è intenzionalmente duro («scabri», «gronda», «pupille»), donando al verso una cadenza secca e incisiva.
      2. Ricerca estetica della parola e del suono= Scultorea, colta ed essenziale – La selezione lessicale è di alto profilo e di chiara impronta ermetica. Termini come «scabri» (di ascendenza montaliana) e neologismi o scelte sostantivate di forte impatto come «l’affoghìo» dimostrano una ricerca stilistica rigorosa. La parola non serve a decorare, ma a scolpire l’immagine con precisione quasi minerale.
      3. Fluidità del linguaggio= Sintetica e densa, richiede una lettura meditata – La sintassi è volutamente contratta, priva di connettivi tradizionali o punteggiatura rassicurante. Questo rende il discorso poetico denso e privo di sovrastrutture: la lettura non è piana o “cantabile”, ma procede per urti e illuminazioni successive, in perfetta coerenza con la forma dell’Ermetismo.
      4. Capacità evocativa delle immagini= Cupa, interiore e fortemente simbolica – Le immagini non descrivono un paesaggio naturale esterno, ma una condizione interiore: l’inverno non è sulla terra, ma «dentro alle pupille», gli occhi che «pensano scabri», e il peso delle aspettative che si trasforma in un «affoghìo di coscienze». L’immagine dell’ombra che resta tale accanto all’anima inattesa chiude il quadro con una potente nota esistenziale.
      5. Autenticità emozionale= Disincantata, austera e priva di sentimentalismi – La poesia esprime una lucidità quasi filosofica di fronte al freddo dell’esistenza. L’emozione non viene gridata ma trattenuta in un’atmosfera di rigore e compostezza, dove la presa di coscienza della propria ombra diviene un atto di stoica verità interiore.
      6. Originalità del tema e del messaggio= Intensa reinterpretazione dell’Ermetismo classico – Il tema della stagione fredda come metafora dello stato dell’anima viene affrontato evitando ogni cliché stagionale o descrittivo. Il messaggio risiede nella constatazione dell’ineluttabile («non v’è ragione né dubbio»): l’inverno è una condizione cognitiva e spirituale attraverso cui lo sguardo osserva la realtà e sé stesso.

      Gentile Poeta, La ringrazio per la Sua partecipazione al Contest Letterario Daltonico Esistenziale!
      Cordialmente, JONNY SOUTO ~poeta, scrittore autobiografo, linguista.
      12/10/2026

  66. L’ACCHIAPPAPENSIERI
    L’idea gli venne davanti ad un foglio bianco, una sera che finalmente gli era riuscito di metterselo davanti, ritagliando dai numerosi impegni un piccolo spazio temporale da dedicare al suo hobby preferito, alla sua ambizione più recondita: sviluppare i suoi pensieri e trasformarli in una forma letteraria da trasmettere agli altri, fossero anche soltanto delle semplici memorie autobiografiche per i suoi discendenti diretti.
    Ma per quanto si sforzasse, non gli riusciva di richiamare dal limbo fluttuante dell’immane congerie del deja-vû (o meglio, del deja pensé), neanche una delle mirabili intuizioni letterarie che nell’ultimo mese avevano attraversato come lampi lo spettro del suo raziocinio. E il foglio continuava a restare desolatamente bianco.
    Fu così che gli venne l’idea di costruire un acchiappa pensieri.
    Non doveva poi essere così difficile, per un ingegnere specializzato in elettronica molecolare di base, primo classificato nella sessione di laurea 2042-2043 al Massachussetts Institut of Technology di Cambridge.
    Quando si rese conto che quel piccolo apparecchio computerizzato, ottenuto sostituendo i microprocessori al silicio di un normale computer con dei chips organici, il cui principio attivo non era altro che la ripetizione del processo fissativo della memoria cerebrale, assolveva in pieno la funzione per cui era stato concepito e creato, il brillante ingegnere ed aspirante scrittore, non pensò nell’immediato, di avere dato un significativo, ulteriore contributo al progresso scientifico e tecnologico dello scibile umano.
    Non gioì, come sarebbe stato normale, per il fatto che la sua invenzione costituiva un altro importante tassello di quel maestoso mosaico che l’uomo aveva iniziato a comporre migliaia di anni avanti con i primi rudimentali disegni sulla roccia, con l’alfabeto, la registrazione, quella visiva, olfattiva e via, via, elencando. Neppure realizzò sul momento gli importanti profitti che gli avrebbe fruttato la mirabile invenzione.
    Ciò che maggiormente lo fece contento fu invece la possibilità di racchiudere in quella scatoletta i suoi pensieri.

    Sezione B- Accetto il Regolamento

    1. Motivazione sintetica: “L’ACCHIAPPAPENSIERI” è un racconto breve brillante e di grande intelligenza metanarrativa. Capace di unire con garbo i topoi della fantascienza (l’elettronica molecolare, il MIT) e la fragilità della creazione artistica (il blocco dello scrittore), il testo si distingue per la sua ironia sottile e per un finale umano che mette in luce la vera natura del progresso: servire al bisogno profondo dell’uomo di comunicare la propria memoria.
      1. Originalità= Frizzante, metanarrativa ed eccellente nella premessa – L’idea dell’invenzione tecnologica usata non per scopi industriali o economici, ma per risolvere il classico “blocco del foglio bianco” dell’aspirante scrittore, è un’intuizione di rara grazia e ironia. Creare un cortocircuito tra la fantascienza dura (biocomputer, chips organici, ingegneria al MIT) e l’umile desiderio di catturare idee fluttuanti per lasciarle ai propri eredi dona al testo una freschezza concettuale notevole.
      2. Stile / Chiarezza= Elegante, colta e di sapore classico-scientifico; La sintassi è ben costruita, con periodi ampi e strutturati in modo formale («limbo fluttuante dell’immane congerie», «ripetizione del processo fissativo della memoria cerebrale»). La chiarezza espositiva è ottima. Unico appunto formale risiede nella tendenza a costruire periodi leggermente carichi nel paragrafo centrale, che una minima sfrondatura di subordinate renderebbe ancora più incisivo e dinamico.
      3. Ingaggio= Coinvolgente, ironica ed empaticamente efficace; Il racconto cattura subito la simpatia del lettore: chiunque si sia trovato davanti a una pagina bianca sperando di “acchiappare” un’idea sfuggente si identifica immediatamente con il protagonista. L’andamento della trama, pur essenziale, tiene viva l’attenzione attraverso il contrasto tra l’imponenza scientifica della scoperta e la genuina, quasi infantile soddisfazione finale del protagonista.
      4. Coerenza= Il testo mantiene una perfetta tenuta logica dall’inizio alla fine. Il passaggio dal problema espressivo (il foglio bianco) alla soluzione tecnologica (l’acchiappapensieri) e infine all’appagamento personale della chiusa segue un arco narrativo speculare, senza sbavature o deviazioni superflue.

      Gentile Autore, La ringrazio per la Sua partecipazione al Contest Letterario Daltonico Esistenziale!
      Cordialmente, JONNY SOUTO ~poeta, scrittore autobiografo, linguista.
      12/10/2026

  67. Bimbi di oggi e vecchi di ieri

    Ho viaggiato per oceani e mari di sabbia
    Ho attraversato città
    Fantastiche, terribili, giocose, false, ingannevoli, replicanti, doppie, uniche, molteplici
    Come la vita, come la nostra anima, come i nostri occhi, come il desiderio
    Di essere ora soli, ora in compagnia,
    e di capire l’uomo, le ragioni per cui crea
    a propria immagine e somiglianza
    e poi rinnega sé stesso, i suoi simili, le sue radici.
    Ho vissuto nel tempo, nello spazio
    E ho visto le città curvarsi,
    scomparire e riapparire,
    deformarsi, sfasciarsi, ricomporsi, destrutturarsi
    e prendere nuove forme ancora,

    mentre fili invisibili legavano gli uomini ad altri uomini
    e donne solitarie, sugli usci socchiusi,
    intonavano canti di libertà.
    E i bambini di oggi erano i vecchi di ieri.

    Sezione A- Accetto il Regolamento

    1. Motivazione sintetica: “Bimbi di oggi e vecchi di ieri” è una lirica di grande spessore esistenziale e visionario. Attraverso un ritmo solenne e immagini che uniscono l’urbanistica fantastica alla solitudine quotidiana, l’autore firma un inno senza tempo alla natura circolare della vita e alla complessa bellezza dell’essere umano. Un’opera poetica matura, compiuta e di altissimo valore simbolico.
      1. Musicalità del verso= Solenne, fluttuante e ad ampio respiro – il componimento adotta un verso libero ampio, dal ritmo quasi salmodico e oratorio. L’uso sapiente dell’accumulazione e delle anafore («Come la vita, come la nostra anima…», «ora soli, ora in compagnia») dona alla lettura la cadenza cadenzata di un diario di viaggio filosofico o di un inno mitologico, trascinando il lettore attraverso lo spazio e il tempo.
      2. Ricerca estetica della parola e del suono= Colta, filosofica ed evocativa; Il lessico spazia tra registri descrittivi, lirici e speculativi. La sequenza di aggettivi riferiti alle città («Fantastiche, terribili, giocose, false, ingannevoli, replicanti, doppie, uniche, molteplici») e i verbi di trasformazione urbana («deformarsi, sfasciarsi, ricomporsi, destrutturarsi») creano una sinfonia verbale ad altissimo impatto visivo e concettuale.
      3. Fluidità del linguaggio= Naturale, maestosa e impeccabile nello snodo sintattico – La sintassi scorre con straordinaria armonia. Nonostante l’ampiezza delle frasi e la densità delle riflessioni, il discorso poetico si dipana senza mai incepparsi, conducendo con grazia lo sguardo dal macrocosmo dei viaggi e dell’architettura al microcosmo intimo dell’anima e della solitudine umana.
      4. Capacità evocativa delle immagini= Visionaria, pittorica e di respiro epico – Le immagini sono vive e memorabili: dagli oceani e i mari di sabbia alle città che si curvano e sfasciano come materia viva, fino all’intensa istantanea finale delle «donne solitarie, sugli usci socchiusi» che intonano canti di libertà e i «fili invisibili» che legano gli uomini tra loro.
      5. Autenticità emozionale= Umanistica, partecipe e intrisa di profonda saggezza – L’emozione che pervasa il testo è una pietas matura verso la condizione umana, verso l’atto stesso della creazione e della successiva rinnegazione delle proprie radici. Non vi è giudizio spietato, ma la serena e commossa accettazione della fragilità e dell’eterno mutamento.
      6. Originalità del tema e del messaggio= Universalistica, circolare e folgorante nel verso di chiusura; La poesia affronta il tema del viaggio e del tempo trascendendo la dimensione individuale. Il finale («E i bambini di oggi erano i vecchi di ieri») offre un cortocircuito temporale di straordinaria potenza poetica e filosofica: il tempo non è una linea retta, ma un cerchio in cui l’infanzia e la vecchiaia, il futuro e la memoria, si riflettono e si scambiano continuamente il testimone.

      Gentile Poeta, La ringrazio per la Sua partecipazione al Contest Letterario Daltonico Esistenziale!
      Cordialmente, JONNY SOUTO ~poeta, scrittore autobiografo, linguista.
      12/10/2026

  68. Sinapsi

    Sinapsi continuate a generarvi,
    non dico di moltiplicarvi
    ma non sottraetevi,

    non fatemi mancare
    i ricordi di una vita
    i volti a me cari
    gli amori vissuti e riposti nel cuore

    come gemme che sorridono alla primavera.

    Sinapsi! Vi prego,

    continuate ad alimentare
    la memoria che si sfolla,

    non smarritevi nella nebbia.

    Siete le benvenute,
    siete sempre invitate a festa,

    fate baldoria nella mia testa.

    Sinapsi! Vi prego
    affollate la mia mente.

    sezione A – accetto il regolamento
    Michele Bruno

    1. Motivazione sintetica: “Sinapsi” è un componimento di rara delicatezza ed efficacia espressiva. Riuscendo a fondere il linguaggio delle neuroscienze con l’ansia esistenziale della conservazione dei ricordi, l’autore firma un’accorata preghiera alla vita e alla mente. Un testo autentico, moderno e toccante che affronta la paura dell’oblio con la forza della poesia e il desiderio di far “baldoria” contro la nebbia del tempo.
      1. Musicalità del verso= Cadenzata, implorante e vivace; Il testo si struttura come una preghiera laica e biologica. L’andamento alterna momenti di sospesa gravità («non smarritevi nella nebbia») a picchi di inaspettata levità ritmica e rima baciata («siete sempre invitate a festa, / fate baldoria nella mia testa»). Questa variazione ritmica restituisce l’effetto di un impulso elettrico, una scintilla che si accende nel buio della mente.
      2. Ricerca estetica della parola e del suono= Sincretica, scientifico-lirica e nitida; La riuscita estetica del componimento risiede nel felice connubio tra la terminologia neuroscientifica («sinapsi», «sottraetevi», «moltiplicarvi») e il registro intimo della lirica della memoria («gemme che sorridono alla primavera», «nebbia»). L’uso di verbi matematici e biologici calati in un contesto affettivo crea un contrasto formale di grande impatto.
      3. Fluidità del linguaggio= Incalzante, diretta e priva di ostacoli; La sintassi è piana, colloquiale e priva di orpelli retorici. La scelta di parlare direttamente alle proprie strutture cerebrali con la forma dell’apostrofe («Sinapsi! Vi prego») rende il discorso poetico immediato e confidenziale, permettendo al lettore di seguire il flusso del pensiero senza alcuna cesura.
      4. Capacità evocativa delle immagini= Perspicua, delicata e a tratti toccante; Le immagini costruiscono una mappa sensoriale precisa: la “nebbia” come metafora dell’oblio e del decadimento cognitivo, i ricordi riposti nel cuore che assimilati a “gemme che sorridono alla primavera”, e infine l’immagine festosa della “baldoria” cerebrale che contrappone la vitalità della festa al silenzio del vuoto di memoria.
      5. Autenticità emozionale= Viscerale, vulnerabile e profondamente umana; È il punto di forza della poesia. Il timore della perdita della memoria, della dissoluzione dei volti cari e della propria identità viene espresso con una disarmante e dignitosa fragilità. Non vi è disperazione sterile, ma un’accorata e vitale richiesta di restare vigili, consapevoli e ancorati ai propri amori.
      6. Originalità del tema e del messaggio= Moderna, neuro-poetica ed esistenzialmente acuta; L’idea di personificare le sinapsi trasformandole nelle destinatarie di un’invocazione poetica rappresenta un’intuizione di notevole originalità. Il messaggio unisce la consapevolezza scientifica della fragilità biologica al desiderio ancestrale dell’uomo di preservare la propria storia emotiva di fronte all’avanzare del tempo.

      Gentile Poeta, La ringrazio per la Sua partecipazione al Contest Letterario Daltonico Esistenziale!
      Cordialmente, JONNY SOUTO ~poeta, scrittore autobiografo, linguista.
      12/10/2026

      1. Grazie Sig. Jonny per l’analisi di dettaglio, estremamente approfondita, e di elevata professionalità.
        Cordialmente.
        Michele Bruno

    2. Grazie Sig. Jonny per l’analisi di dettaglio, estremamente approfondita, e di elevata professionalità.
      Cordialmente.
      Michele Bruno

  69. I COLORI DEL MONDO
    Calpestiamo tutti la stessa terra,
    guardiamo tutti lo stesso cielo,
    brilliamo tutti dello stesso sole,
    respiriamo tutti la stessa aria,
    anche tu a volte cambi umore,
    e non importa
    se non hai lo stesso colore
    quando sorridi o piangi,
    non importa
    se non hai lo stesso idioma
    quando scavalchi un confine,
    non importa
    se credi a un Dio non condiviso
    quando ti affacci a una cattedrale,
    ci bagna tutti la stessa pioggia,
    ci scuote tutti lo stesso vento,
    nasciamo tutti dalla stessa madre,
    moriamo tutti della stessa morte,
    abbiamo entrambi un’anima per soffrire,
    abbiamo entrambi un cuore per amare,
    e non importa
    se non hai ricchezze da offrire
    quando bussi e vuoi restare,
    non importa
    se puoi dare poco o niente
    perché il niente non ha valore
    quando offri te stesso con la mano nel cuore,
    non importa
    la distanza dai miei occhi ai tuoi
    quando basta afferrare il senso
    del pianto e del riso di un bambino
    nel volo di un arcobaleno
    per ritrovarci abbracciati
    e ripudiare ogni odio e guerra.
    Calpestiamo tutti la stessa terra,
    nata senza latte e senza pane,
    guardiamo tutti lo stesso cielo,
    che tutti accoglie senza distinzione,
    parliamo tutti la stessa lingua,
    se parla solamente il cuore.
    Splende la luna e ammiccano le stelle,
    qui, là, e ovunque non c’è
    che dell’altre siano più belle.

    Marica Dettori
    sez A – accetto il regolamento

    1. Motivazione sintetica: “I COLORI DEL MONDO” è un inno toccante ed eticamente potente alla fratellanza e all’abbattimento di ogni confine. Attraverso l’uso sapiente dell’anafora e un linguaggio di grande purezza e immediatezza, il componimento riesce a trasformare elementi naturali universali in una solenne affermazione di pace, ricordandoci che, al di là di razze, lingue e credi, l’unica lingua davvero universale resta quella dell’empatia e del cuore.
      1. Musicalità del verso= Avvolgente, litanica e finemente ritmata; Il componimento fa un uso sapiente ed efficace della struttura anaforica («Calpestiamo tutti… / guardiamo tutti… / brilliamo tutti…» e il ricorrere scandito del «non importa»). Questa cadenza litanica crea un respiro corale e solenne che guida la lettura con una spinta musicale costante, simile a un inno pacificatore o a una preghiera laica.
      2. Ricerca estetica della parola e del suono= Limpida, universale e di sapore classico; Il lessico sceglie deliberatamente la semplicità e la nitidezza dei grandi simboli della natura e dell’esperienza umana (terra, cielo, sole, aria, pioggia, vento, cuore, anima). Non cerca l’artificio linguistico raro, ma scommette sulla purezza del suono e della parola piana per parlare a chiunque, senza barriere o filtri elitari.
      3. Fluidità del linguaggio= Impeccabile, immediata e senza cesure; La sintassi scorre in modo estremamente naturale e privo di ostacoli. I versi si incastrano con perfetta continuità logica e ritmica, permettendo al lettore di essere trasportato dall’inizio alla fine in un unico, fluido movimento di apertura verso l’altro.
      4. Capacità evocativa delle immagini= Puntuale, umanistica e visivamente efficace; Il componimento costruisce una catena di istantanee di forte valore simbolico: il gesto di bussare alla porta offrendo sé stessi “con la mano nel cuore”, il varco di un confine dove cambia l’idioma, il “volo di un arcobaleno” che racchiude il riso e il pianto di un bambino, e infine l’immagine cosmica della luna e delle stelle che brillano con la stessa bellezza su ogni angolo del pianeta.
      5. Autenticità emozionale= Sincera, accorata e d’intensa fraternità; L’emozione che pervade il testo è pura, priva di retorica di maniera o di posa ideologica. Traspare una genuina urgenza di riaffermare l’uguaglianza sostanziale della condizione umana (la nascita, la morte, il dolore, l’amore) di fronte al dramma dell’odio, delle barriere e della guerra.
      6. Originalità del tema e del messaggio= Etica, civile e di profondo valore universale; Pur affrontando un topos classico della poesia civile e pacifista (la fratellanza universale), il testo lo rinfresca ponendo l’accento sul valore dell’offerta personale («il niente non ha valore / quando offri te stesso con la mano nel cuore») e sulla terra descritta suggestivamente come «nata senza latte e senza pane», ovvero nuda di sovrastrutture, che spetta agli uomini riempire di senso attraverso la lingua del cuore.

      Gentile Poeta, La ringrazio per la Sua partecipazione al Contest Letterario Daltonico Esistenziale!
      Cordialmente, JONNY SOUTO ~poeta, scrittore autobiografo, linguista.
      12/10/2026

      1. Grazie per la stupenda recensione che coglie perfettamente il messaggio che ho inteso inviare.

  70. sez B accetto regolamento:
    Presagio di robot

    1. Allegri, non era un gran che è stato un fulmine ma non l’ha preso di soppiatto scherza sempre un buffone di mestiere! La ragazza con le buste dei regali salutò la madre che si allontanava ridendo e lei rimase ferma con le sue lacrime. Perché il buffone le sorrise non si sa ma oramai non aveva importanza.
    Il fulmine aveva fatto il suo mestiere: anche se poco prima lei di soppiatto lo guardava e si chiedeva cosa avesse capito delle sue lacrime e perché quel buffone le sorrideva.
    Una convivenza ai primi albori e lontana da casa materna? o forse una separazione dei genitori? L’età indecifrabile non faceva scegliere fra le ipotesi… comunque giovane, accidenti, meglio sorridere.
    Tanto il fulmine avrà il suo piacere. O lo ebbe? È già accaduto o no? È un deja vue?
    La ragazza si costruì una sigaretta e quello invece fumò la seconda aveva la bocca come un necrologio ma poco importava mica doveva baciare….
    Strana costruzione un susseguirsi di occhiate di sottecchi forse voleva che il buffone dicesse qualcosa ma quello sapeva solo sorridere: ecco un’idea geniale prende il cellulare e scrivere questa cosa, lei nel frattempo se ne va voltandosi indietro; poi il fulmine che comunque non lo prese di soppiatto, ma dannazione non può finire così!

    2. Un rombo di tuono come palle nella cassa d’un subwoofer, a ciel sereno poi il fulmine. La curiosità è il segno distintivo degli animali: io sono un animale, mi alzo e sento già il subwoofer raccolgo le mie cose sulla panchina, io a mostrare in libertà e svuoto sempre le tasche, per esempio oggi che la sapevo sarebbe stata complicata: ho portato una borsa di vera plastica con delle macchine antiche stampate ed ho messo il borsello e tutte le cose che stavano in tasca così ad un certo punto ho potuto rannicchiarmi senza che sulle gambe spuntassero monti dai pantaloni, e poi è più facile vuoi soldi ecco li prendi vuoi le chiavi eccole le sigarette? Idem, peggio l’accendino quello me lo metto nel taschino se no si perde. Lei prima di alzarsi avrà pensato un maniaco dell’ordine! Un tipo strano e poi perché sorride qui ho solo da piangere! Ma mi guardava quindi un qualche interesse lo mostrava.
    Mi alzo anch’io: vuoi una mano? Hai svaligiato sette o otto negozi vedo! AhAhAh no non io mia madre non sapeva che altro comprarmi| Le ho detto che non ho bisogno di niente che mi possa comprare e Lei ad insistere.

    “Subito dentro, buffone ti ha calato subito dentro le sue lacrime: e questo cazzo di accendino dislessico in cui i tempi della scintilla si guardano bene da essere sincroni con l’emissione dei gas, ma perché non lo butto e me lo trovo sempre davanti e Lei “problemi con il fuoco? Le avrei voluto dire che ho sempre paura di scottarmi cogli accendini di qualsiasi tipo che sono coriaceo e non mi accendo più che in fondo si tratta di una reazione chimica e che l’ossigeno è indispensabile; le dissi solo je manca l’ossigeno nun respira ce l’hai tu?”
    Al volo “quanto ne vuoi!. A questo punto direte è fatta je da l’ossigeno e se ritrovano a letto ed invece no il buffone si trae indietro “vabbè damme l’accendino per favore” ed io perché piangi? Un attimo di titubanza poi “ storie familiari” Mi fermai non c’era uno straccio di ragione perché dovessi continuare troppo piccola occhi belli ed una camicetta di quelle a strapiombo dai seni alla cintola in mezzo una mano per cingerla giusto per vedere se c’era la vita. Non la trovai subito la vita ed in compenso i seni premevano come obelischi al cielo ed alla terra inconsci d’esser una stele di ricezione dell’universo. Ma sti uomini come son fatti e come cazzo vivono se basta un tocco per portarli in altra dimensione, insomma si parlava di lacrime dannazione, e pure Lei ci si metteva a far comunella con quell’universo depravato contro la ragione. IO in fondo sono una macchina che finge d’esser uomo, ho una missione mica me devo lassà coinvolge.

    3. Niente st’accendino alla 5^ si accende mo ho provato a tirar indietro due volte la rotella ma niente da fare il sincronismo lo raggiunge quando je pare. Poi sto rombo mi prende subdolo presuppone la morte sicuro è così poco razionale! E se il fulmine mi colpisse senza darmi alcuna possibilità di contrasto, se poi possa esserci. Ma è già successo quante vite ho fatte e son finite così e poi ricorderò tutto? Non posso dirglielo ha già i suoi problemi e poi mica siamo così intimi. Si vede che Lei sta già costruendo cosa, non sa ma lo fa, le donne non sono umane. Le domande le pendono dalle labbra mi dirà tutto di Lei ma non son sicuro di volerlo sapere in fondo è umano che uno si avvicini vedendo piangere una bella ragazza e poi come farò a dirle che non sono umano? Lo so non ci crederà fino a quando non le importerà quante volte mi è successo? Mai almeno non ricordo che questa forse il reset prevede un fulmine che cortocircuita tutto.

    1. Motivazione sintetica: “Presagio di robot” è un racconto breve di notevole forza espressiva e sperimentale. Capace di calare una riflessione fantascientifica ed esistenziale (l’alienazione, la memoria, la natura della coscienza) entro una cornice urbana viva e sanguigna, il testo brilla per intuizioni visive e voce narrante. Una pulizia formale e una punteggiatura leggermente più ritmata nei passaggi di dialogo ne farebbero un’opera di livello ancora superiore.
      1. Originalità= Dirompente, visionaria e ricca di cortocircuiti concettuali; Il racconto fonde con grande originalità il flusso di coscienza romano/urbano, la commedia quotidiana e la fantascienza esistenziale. L’idea di un narratore che si scopre o si percepisce come un’intelligenza artificiale/macchina («IO in fondo sono una macchina che finge d’esser uomo», «il reset prevede un fulmine che cortocircuita tutto») mentre interagisce con una ragazza vulnerabile in una Roma concreta genera una tensione surreale di notevole fascino.
      2. Stile / Chiarezza= Sperimentale, polifonica e deliberatamente frammentata; Lo stile adotta la tecnica del flusso di coscienza paratattico, mescolando parlato dialettale («je manca l’ossigeno nun respira», «ce l’hai tu?»), metafore folgoranti («ebbe la bocca come un necrologio», «seni premevano come obelischi») e frammenti di sintassi interrotta. Sebbene questa scelta espressiva dia vita a un ritmo vivo e autentico, in alcuni punti la mancanza di punteggiatura standard e il passaggio rapido tra focalizzazioni diverse richiedono al lettore una rilettura per cogliere appieno la scansione degli eventi.
      3. Ingaggio= Incalzante, ipnotica ed emotivamente straniante; L’aggancio narrativo funziona molto bene grazie alla voce del protagonista: un “buffone di mestiere” ruvido ma iper-ricettivo, le cui manie d’ordine (la borsa di plastica con le macchine antiche, la lotta con l’accendino “dislessico”) rendono il personaggio immediatamente tridimensionale. Il lettore viene trascinato nella sua mente eccentrica, in bilico tra la tentazione dell’empatia umana e la freddezza della sua “missione” meccanica.
      4. Coerenza= Architettura tripartita ben tenuta nella sua apparente anarchia; La divisione nei tre blocchi numerati costruisce un preciso percorso progressivo: dalla percezione esterna ed enigmatica della scena (sezione 1), all’immersione nel dialogo e nel contatto fisico (sezione 2), fino alla resa dei conti metafisica e al cortocircuito finale (sezione 3). La figura del fulmine e il dilemma dell’accendino funzionano da perfetti perni simbolici che legano l’intero racconto.

      Gentile Autore, La ringrazio per la Sua partecipazione al Contest Letterario Daltonico Esistenziale!
      Cordialmente, JONNY SOUTO ~poeta, scrittore autobiografo, linguista.
      12/10/2026

  71. Da:” Giardini di pace” Diego Civita

    C’ era un tratto di luna
    sul rigagnolo dei cuori
    e breccie aperte sorrisero attente
    alla salute del silenzio
    come fiori incantati
    a contare le stelle
    per sbocciare freschi
    davanti al canto dell’ infinito.

    Sez A( accetto il regolamento)

    1. Motivazione sintetica: “Giardini di pace” è una piccola gemma di lirismo idilliaco ed essenziale. Attraverso immagini limpide e un ritmo fluttuante di estrema grazia, l’autore crea un’atmosfera contemplativa capace di proteggere la “salute del silenzio” e di far sbocciare lo sguardo del lettore verso l’infinito. Un testo di notevole eleganza stilistica e serenità espressiva.
      1. Musicalità del verso= Delicata, fluttuante ed eufonica; Il componimento possiede un andamento ritmico dolcissimo e ben scandito, basato su versi brevi ed enjambement naturali («rigagnolo dei cuori / e breccie», «fiori incantati / a contare le stelle»). La successione di consonanti dolci e vocali aperte regala al componimento un suono sommesso e armonioso, perfetto per evocare la dimensione del silenzio e dell’infinito.
      2. Ricerca estetica della parola e del suono= Lirica, essenziale e di candida eleganza; Il lessico sceglie parole pure e cariche di suggestione («tratto di luna», «rigagnolo», «salute del silenzio», «sbocciare freschi»). Il testo evita qualsiasi artificio retorico pesante, lavorando su abbinamenti inusuali che trasformano concetti astratti in elementi visivi e sensoriali. Notevole l’uso della forma arcaica/espressiva «breccie», che aggiunge una nota di ruvidezza materica.
      3. Fluidità del linguaggio= Impeccabile, cristallina e priva di attriti; La lirica scorre con la naturalezza di un piccolo ruscello o del respiro stesso della natura. L’assenza di punteggiatura non crea alcuna confusione sintattica, ma permette al discorso poetico di fluire unito in un’unica, limpida illuminazione dal primo all’ultimo verso.
      4. Capacità evocativa delle immagini= Fiabesca, pittorica e sinestetica; e immagini sono dotate di una grazia pittorica quasi favolistica: il «tratto di luna» sul «rigagnolo dei cuori», le «brecce aperte» che sorridono per proteggere la «salute del silenzio», fino alla delicata personificazione dei fiori che contano le stelle per poter sbocciare al mattino di fronte al «canto dell’infinito».
      5. Autenticità emozionale= Riflessiva, contemplativa e di profonda serenità; L’emozione trasmessa è un senso di pacificazione cosmica e di ascolto interiore. Non c’è dramma né urgenza gridata, ma la riconciliazione dell’anima con la bellezza e il mistero del creato. Il testo dona un’immediata sensazione di sollievo e quiete a chi legge.
      6. Originalità del tema e del messaggio= Poetica della natura come cura dello spirito; Pur riprendendo un tema classico della poesia ermetica e romantica (la contemplazione notturna e il rapporto con l’infinito), il componimento lo rinfresca con l’originale concetto della “salute del silenzio” custodia dalle brecce, offrendo una visione del silenzio non come vuoto o assenza, ma come uno spazio vivo di rinascita e fioritura interiore.

      Gentile Poeta, La ringrazio per la Sua partecipazione al Contest Letterario Daltonico Esistenziale!
      Cordialmente, JONNY SOUTO ~poeta, scrittore autobiografo, linguista.
      12/10/2026

  72. Accetto il regolamento, sez. a
    Diego Bello

    Quando ti avrò completamente persa

    Quando ti avrò completamente persa
    mi resterà il ricordo di quest’anno
    e dei giorni vissuti ad uno ad uno
    con la speranza di non lasciarti mai.
    Adoro ogni tua parte infinitesima
    e in ogni attimo di vita
    tu ci sei sempre almeno per metà.
    Forse non é amore e allora
    non so che cosa sia
    so solo che mi prende
    appena sveglio la mattina,
    è in quel raggio di sole
    che mi esplode negli occhi
    e poi non va più via,
    svolazza sui miei libri
    contornia i mie pensieri
    carezza i miei respiri
    e spinge al sonno le mie palpebre
    che vorrebbero resistere
    solo a quell’idea.

    1. Motivazione sintetica: “Quando ti avrò completamente persa” è una lirica d’amore di straordinaria grazia e sincerità. Attraverso una scrittura fluida, intima e priva di sovrastrutture retoriche, l’autore riesce a descrivere la presenza pervasiva dell’amato nella vita quotidiana con un tono pudico e commovente. Un componimento maturo, luminoso e di notevole delicatezza espressiva.
      1. Musicalità del verso= Morbida, confidenziale ed eufonica; Il componimento adotta un verso libero caratterizzato da un andamento piano e melodico. L’uso sapiente degli enjambement («svolazza sui miei libri / contornia / i miei pensieri») e la prevalenza di vocali aperte regalano alla lettura un ritmo sommesso, simile a un sussurro notturno o a una confessione intima.
      2. Ricerca estetica della parola e del suono= Elegante, misurata e priva di artifici; Il lessico è semplice ma accurato («parte infinitesima», «raggio di sole che mi esplode negli occhi», «carezza i miei respiri»). La poesia sceglie la via della purezza espressiva: evita terminologie astruse per concentrarsi sulla forza di poche e ben calibrate immagini sensoriali legate alla quotidianità dell’innamorato.
      3. Fluidità del linguaggio= Cristallina, naturale e perfettamente armonica; La sintassi scorre in modo del tutto spontaneo e privo di attriti. Dalla prima terzina fino alla delicata chiusa sul sonno, il discorso poetico si sviluppa come un unico, ininterrotto flusso di pensiero che guida chi legge dentro l’interiorità del poeta.
      4. Capacità evocativa delle immagini= Luminosa, tattile ed emotivamente pervasiva; Le immagini sono vive e nitide: la presenza dell’amata che occupa “almeno per metà” ogni attimo, la luce del mattino che esplode negli occhi per poi posarsi sui libri e contornare i pensieri, e infine la stanchezza dolce delle palpebre che lottano per non chiudersi e non abbandonare l’idea dell’amata.
      5. Autenticità emozionale= Incondizionata, sincera e di commovente dolcezza; È il punto di forza della lirica. La presa di coscienza della possibile perdita non genera rabbia o disperazione, ma un’accettazione grata di ciò che è stato ed è tuttora. L’incertezza sulla definizione del sentimento («Forse non è amore e allora / non so che cosa sia») dona al componimento una verità emotiva disarmante e profonda.
      6. Originalità del tema e del messaggio= Delicata e originale declinazione del sentimento d’amore; Pur affrontando uno dei temi più classici della storia della poesia (l’amore e il timore della perdita), il testo lo rinfresca descrivendo il sentimento non come una passione travolgente o distruttiva, ma come un’essenza pervasiva e costante che accompagna l’intera giornata, dal primo raggio di sole al momento di addormentarsi.

      Gentile Poeta, La ringrazio per la Sua partecipazione al Contest Letterario Daltonico Esistenziale!
      Cordialmente, JONNY SOUTO ~poeta, scrittore autobiografo, linguista.
      12/10/2026

      1. La curiosità aumenta: Lei Yonni si è imbarcato in una precisa e preziosa disanima delle poesie e dei racconti in concorso, mi piacerebbe sapere la motivazione di questa fatica!

  73. Sezione A
    Accetto il regolamento
    Claudio Alciator

    MENO MALE CHE CI SEI

    Attimi sconosciuti
    Vite mal vissute
    Attese che riempiono vuoti
    Incertezze derubricate
    A piccoli difetti
    Dubbi senza consistenza

    Ma su tutto
    La speranza
    Che una mano amica
    Trasformi
    Tutto ciò che è nero
    In un colore
    Verde splendente

    1. Motivazione sintetica: “MENO MALE CHE CI SEI” è un piccolo ed efficace inno alla presenza salvifica dell’altro. Con una struttura poetica essenziale e asciutta, l’autore raccoglie le macerie dell’incertezza e delle attese per illuminarle, nel finale, con la forza cromatica del verde e della speranza. Un testo sincero, pulito e di immediata presa emotiva.
      1. Musicalità del verso= Essenziale, cadenzata e ad andamento ascendente; La lirica si sviluppa attraverso versi brevi e verticali, quasi uno staccato musicale che accumula frammenti di incertezza nella prima parte per poi distendersi nella strofa finale. Il ritmo asseconda il passaggio dal peso dei dubbi alla leggerezza della speranza, creando una dinamica sonora efficace nella sua semplicità.
      2. Ricerca estetica della parola e del suono= Asciutta, rigorosa e cromaticamente mirata- Il lessico sceglie la via del rigore e dell’astrazione («derubricate», «consistenza», «incertezza») per poi accendersi d’improvviso nella terzina conclusiva. L’uso di un termine quasi burocratico-amministrativo come «derubricate» calato in un testo intimo rappresenta una scelta stilistica interessante che attenua la drammaticità dei “piccoli difetti”.
      3. Fluidità del linguaggio= Diretta, lineare e priva di ostacoli; La sintassi si sviluppa con estrema naturalezza e immediatezza. L’assenza di punteggiatura rassicurante e la struttura a brevi coordinate permettono una lettura scorrevole e immediata, guidando lo sguardo direttamente verso il perno etico ed emotivo della poesia.
      4. Capacità evocativa delle immagini= Sintetica, simbolica e ricca di contrasto; Nella prima parte le immagini sono concettuali (gli attimi sconosciuti, i vuoti riempiti dall’attesa); la seconda parte, al contrario, si accende di un contrasto cromatico nitido ed efficace: il “nero” dell’incertezza e dell’isolamento che si trasforma nel “verde splendente” della speranza e della rinascita grazie al contatto con una mano amica.
      5. Autenticità emozionale= Pudica, grata e intimamente vera; L’emozione che pervade il componimento è un senso di profondo sollievo e gratitudine. Senza cedere ad accenti enfatici o melensi, la poesia riesce a trasmettere la sensazione della salvezza quotidiana che deriva dalla presenza dell’altro, un’ancora di salvezza sobria ma fondamentale.
      6. Originalità del tema e del messaggio= Umanistica, salvifica ed essenziale; Pur affrontando un tema classico come la gratitudine per l’amicizia/amore di fronte all’inquietudine dell’esistenza, il testo lo rinfresca con una struttura essenziale, puntando tutto sul valore metamorfico della relazione umana: la mano amica non cancella il passato, ma ne trasforma il colore e la percezione.

      Gentile Poeta, La ringrazio per la Sua partecipazione al Contest Letterario Daltonico Esistenziale!
      Cordialmente, JONNY SOUTO ~poeta, scrittore autobiografo, linguista.
      12/10/2026

  74. Accetto il regolamento di contest daltonico esistenziale, sez. a
    Poesia angela macchitella
    Poesia inedita di mia creazione

    Piove
    Guardo la pioggia
    Che copre l asfalto
    Che bagna i fiori
    Che nutre gli alberi
    Che Riga i visi
    di chi un ombrello non ha
    Piove anche qui,a casa
    Dove sarebbe dovuto esserci un riparo.
    Scendono le lacrime che si confondono con la pioggia
    E insieme
    Guardiamo il sole
    Dopo la tempesta

    1. Motivazione sintetica: “Piove” è una lirica di scarna e commovente verità interiore. Attraverso un ritmo martellante che simula la caduta della pioggia, l’autore guida chi legge dal paesaggio urbano alle crepe dell’anima e della casa, fino alla liberatoria apparizione del sole dopo la tempesta. Un componimento autentico, pulito e di vibrante tenuta emotiva.
      1. Musicalità del verso= Cadenzata, verticale e dal ritmo pluviale; Il componimento adotta una metrica frastagliata e verticale, composta da versi brevi e brevissimi. L’uso ripetuto e scandito dell’anafora («Che copre… / Che bagna… / Che nutre… / Che riga…») riproduce fedelmente il picchiettare costante delle gocce d’acqua sull’asfalto, creando un’ipnotica cadenza percussiva che accompagna il lettore dall’esterno verso l’interno della casa.
      2. Ricerca estetica della parola e del suono= Essenziale, scarna e di immediata leggibilità; l lessico sceglie la via della massima semplicità e concretezza. Non vi sono orpelli né virtuosismi verbali: parole come pioggia, asfalto, fiori, alberi, ombrello, lacrime appartengono a un registro quotidiano e universale, che fa della nitidezza espositiva la propria forza espressiva.
      3. Fluidità del linguaggio= Naturale, ininterrotta e spontanea; La sintassi scorre come acqua. L’assenza di punteggiatura rigida permette ai versi di legarsi l’uno all’altro in un unico movimento che scivola dall’elemento atmosferico esterno al dramma intimo della casa e degli occhi, per poi aprirsi alla luce del finale.
      4. Capacità evocativa delle immagini= Sinestetica, simbolica e cinematografica; Le immagini costruiscono una precisa traiettoria visiva ed emotiva: si parte dall’acqua che nutre la natura e bagna gli esclusi (chi non ha l’ombrello), si entra nel rifugio mancato della casa («Piove anche qui… Dove sarebbe dovuto esserci un riparo»), per poi giungere alla classica e sempre potente fusione tra lacrime e pioggia. Notevole la svolta luminosa del finale, con lo sguardo condiviso rivolto al sole. USO IMPROMPRIO DEL VERBO ESSERE AL POSTO DI AVERE.
      5. Autenticità emozionale= Vulnerabile, intensa e priva di filtri; È il cuore pulsante del componimento. Il senso di tradimento o di mancata protezione tra le mura domestiche — il luogo che per definizione dovrebbe riparare dalle intemperie del mondo — viene espresso con disarmante sincerità. L’emozione non è disperazione sterile, ma una consapevolezza dolente che sa ritrovare la speranza nell’atto di guardare insieme la luce.
      6. Originalità del tema e del messaggio= Riflessiva, universale e catartica; Pur riprendendo un grande topos della lirica d’ogni tempo (il parallelismo tra pioggia, pianto e rinascita), il testo rinfresca il tema ribaltando la funzione del rifugio: la pioggia non è solo fuori, ma penetra laddove si credeva di essere al sicuro. Il messaggio conclusivo non si ferma alla tempesta, ma celebra la catarsi e la resistenza condivisa.

      Gentile Poeta, La ringrazio per la Sua partecipazione al Contest Letterario Daltonico Esistenziale!
      Cordialmente, JONNY SOUTO ~poeta, scrittore autobiografo, linguista.
      12/10/2026

  75. La macchina

    La macchina rimaneva sotto il telo, la notte, anche in garage.
    Mai lasciata fuori, negli spazi assegnati al condominio, neppure di giorno.
    La usava solo in piena luce, al rientro la riponeva in garage, libera dal telo fino a sera, poi veniva richiusa come in un sacchetto con un elastico lungo il bordo.

    Ogni sera, prima di avvolgerla, controllava la carrozzeria, parti esposte e nascoste, eventuali punti di ruggine da ritoccare, controllava le ruote che non apparissero afflosciate; nel caso provvedeva, si era dotato di compressore.
    La macchina segnalava le perdite di pressione degli pneumatici con una spia, ma lui non si fidava, anche il sistema può sbagliarsi, subire malfunzionamenti, spie accese per segnalare tutt’altro.
    Anche le tacche del carburante osservate: appena una, massimo due, svanivano, le faceva ricomparire ripristinando il livello nel serbatoio.
    Ogni graffio, sibilo, respiro della macchina veniva captato e analizzato.

    Prima si accertava di ciò che aveva udito, apriva e richiudeva i vani, azionava leve, luci, pulsanti e pedali, tastava ogni parte per capire la provenienza del tremolio; infine apriva il cofano, a motore acceso, per interrogarlo, ma non era esperto e non intuiva di cosa potesse trattarsi, ammesso ci fosse stato qualcosa.
    L’officina di fiducia, le ultime volte, aveva sostituito piccole parti senza necessità.
    Una volta a settimana lavava la macchina: esterno, comprese le ruote, e gl’interni; poi l’asciugava e lucidava con prodotti appositi per riporla in garage, immediatamente dopo, al riparo da luce e polvere o, d’inverno, dal troppo freddo per motore, lamiera, parti di gomma.

    La cosa meno tollerata in assoluto: impronte e peli del gatto dei vicini.
    Era entrato in garage, il gatto, con un balzo era arrivato sul tetto della macchina.
    Poi era uscito.
    Non vivo.

    Controlli e cure erano totali.
    Se la macchina avesse potuto esprimersi, forse avrebbe apprezzato.
    Ma non era prevista la spia di rimando che accendesse un: “Grazie-continua-così”.
    Solo simboli di allerta e anomalie.
    Se solo ne avesse avuto modo, poiché, scongiurando guasti improvvisi e imprevedibili, lui lavorava estremamente sulla prevenzione.
    Forse la macchina aveva dimenticato quei simboli di allarme che l’avevano istruita, di cui, con apprensione, appena compaiono, si va a cercare il significato nel manuale, sperando si tratti di una cosuccia da niente e non di una scocciatura seria e costosa.

    Lui (e la macchina) conoscevano ogni segnale, divieto e limite del codice stradale, nei tragitti tra casa, lavoro, commissioni.
    Conosceva i tempi di arresto imposti dai semafori con luce rossa o gialla.
    E conosceva gli orari di partenza del treno regionale, il cui tratto di ferrovia intersecava quel punto molto trafficato, al mattino, dove anche lui era costretto in fila con altre macchine, in attesa che il passaggio a livello fosse di nuovo accessibile.
    Scorgeva le barriere da lontano, ritte e immobili, ma rallentava nel caso iniziassero ad abbassarsi, pur sapendo che si sarebbe accesa la luce rossa, prima.
    Rallentava e veniva superato in malo modo dalle altre auto che, in aggiunta, azionavano il clacson scocciate; a volte, abbassato il finestrino, gli sputavano insulti.
    In questi casi prendeva nota della targa e risaliva al proprietario, la cui macchina, a tempo debito, veniva raggiunta e i quattro pneumatici, con discrezione, privati dell’aria che fluiva via attraverso un taglio preciso.

    Erano passati anni dall’acquisto della macchina.
    Ancora sembrava appena uscita dalla concessionaria.
    Una bella donna per la quale il tempo sembrava non essere passato.

    Una sera di pioggia fitta, proseguita lungo la notte, un filo d’acqua era penetrato sul pavimento del garage e aveva proseguito fino ad una ruota.
    Subito appresso altri fili sottili erano entrati, spinti a rigare tutta la superficie, e a lambire tutte le ruote.
    La macchina se ne era accorta.
    Aveva percepito un brivido nitido e aveva avvertito i fragori impetuosi del temporale in atto che la scuotevano.
    Tutte le sue parti luminose si erano accese e spente.
    Aveva acceso tutte le spie sul cruscotto gioendo dei colori apparsi.
    Era come risvegliata, viva e consapevole.
    Poteva osservarsi e riconoscere le sue parti complesse, gli apparati, tutti i fluidi, i metalli, gli inneschi, i meccanismi, i rivestimenti, i sedili.
    In un lampo rivide la sua storia, i suoi utilizzi, percorsi e segnaletiche, le altre auto, e si sentì in grado di agire e di decidere.

    Capiva di essere stata bloccata dentro a un gesso, lavata e profumata inutilmente, esplorata nelle parti vitali senza motivo.
    Sentiva la pioggia, fuori, rovesciarsi sulla terra che la assorbiva per restituire un elemento nuovo e piacevole: fango.
    L’avrebbe impresso con le ruote, l’avrebbe schizzato, avrebbe sentito la pioggia scorrerle addosso, anche neve e il sole cocente.
    Sarebbe stata liberata dal telo di lì a poco.
    L’orologio sul quadro strumenti doveva arrivare al 7.

    Alle 7:00 la porta che dall’abitazione immetteva al garage veniva aperta e lui si apprestava alle azioni di ogni giorno.
    Alla macchina bastava venire accesa.
    Il telo fu tolto e ripiegato per la sera.
    Dal portone scorrevole aperto si erano riversate luce e aria ancora umida.
    Una volta al posto di guida lui aveva girato la chiave nel cilindro di accensione.
    In moto.
    Si era assicurato con l’apposita cintura, era uscito dal garage, poi si era immesso a destra.
    Le ruote aderivano alla strada ancora bagnata, la macchina riceveva la luce e i colori del cielo sereno, potevano giungerle rumori e suoni della cittadina al mattino.
    Aveva un piano.

    Mancava poco alla ferrovia, dopo la curva.
    La luce rossa in corrispondenza della barriera stava lampeggiando, il dispositivo di segnalazione acustica si era attivato.
    La macchina, allora, aveva superato le auto che la precedevano schizzando veloce avanti, mentre aveva sganciato la cintura di sicurezza e aperto lo sportello di lui; aveva quindi inviato calore sul volante fino a farlo scottare, sul quadro si leggeva “muori” e aveva azionato il freno a mano che l’aveva fatta girare su se stessa fino a bloccarsi sopra i binari sui quali aveva vomitato il conducente.
    Poi era sgusciata dalla barriera ormai in posizione orizzontale.
    Aveva chiuso tutte le porte e si era immessa in una strada sterrata.
    Di fango.
    —-

    Francesca Negrizzolo Sezione B
    Accetto il regolamento.

    1. Motivazione sintetica: “La macchina” è un racconto di notevole forza narrativa e tensione psicologica. Capace di trasformare una descrizione quotidiana di mania d’ordine in un dramma sulla libertà e sul controllo, il testo brilla per la progressione ritmica e per il ribaltamento prospettico tra uomo e macchina. Un pezzo di narrativa contemporanea ben costruito, inquietante e visivamente appagante.
      1. Originalità= Inquietante, brillante rivisitazione del mito della macchina viva; Il racconto parte come il ritratto sociologico e psicologico di una nevrosi quotidiana (un uomo dall’ossessione maniacale per la propria auto) per poi deviare gradualmente verso una forma di thriller tecnologico-esistenziale. L’intuizione visiva del gatto ucciso con freddezza segna il confine dell’ossessione, mentre la resa di coscienza del veicolo — provocata dall’acqua del temporale che risveglia l’elettronica e l’anima del metallo — regala un ribaltamento di ruoli e prospettive estremamente efficace.
      2. Stile / Chiarezza= Clinico, misurato e progressivamente incalzante; La prosa adotta uno stile asciutto, quasi analitico, perfettamente speculare alla mente maniacale del protagonista. Le frasi sono brevi, accurate nei dettagli tecnici (l’accenditore, la pressione delle gomme, il bilanciamento del serbatoio). Il passaggio dalla prospettiva del guidatore a quella della macchina è gestito con fluidità, anche se nella scena d’azione finale la coordinazione fisica delle azioni meccaniche e umane richiede una sospensione dell’incredulità lievemente più marcata.
      3. Ingaggio= Ipnotico, claustrofobico e catartico nel finale; Il testo cattura fin dalle prime righe grazie all’atmosfera soffocante e maniacale. La cura microscopica per il dettaglio costruisce una tensione sotterranea e morbosa. La svolta nella notte di pioggia e l’atto di ribellione finale alla barriera del treno offrono un climax catartico e liberatorio di notevole impatto visivo.
      4. Coerenza= Architettura narrativa solida e ben calibrata; La struttura narrativa è rigorosa: la prima metà imposta la “prigione” (le regole ossessive, il telo-sacco, la pulizia inutile, le vendette discrete sulle ruote altrui), mentre la seconda metà inscena la “fuga” della macchina verso il fango e la libertà. Elementi sparsi nella prima parte (il passaggio a livello, i tempi del semaforo, il fango) ritornano puntualmente nel finale a chiudere il cerchio narrativo.

      Gentile Autrice, La ringrazio per la Sua partecipazione al Contest Letterario Daltonico Esistenziale!
      Cordialmente, JONNY SOUTO ~poeta, scrittore autobiografo, linguista.
      12/10/2026

  76. Sera-i gatti fuggono ratti
    un passante frettoloso e scostante.
    Cala l’oscuro manto
    del distacco etereo.
    Luci ed occhi del prima
    colmano il divario antico.

    Alida Fonnesu
    Accetto il regolamento di contest daltonico esistenziale, sez. a.

    1. Motivazione sintetica: La poesia è un bozzetto crepuscolare breve e incisivo. Attraverso un contrasto ben gestito tra la concretezza svelta della vita di strada e la dimensione rarefatta della notte, l’autore riesce a condensare in pochissimi versi un’atmosfera di attesa e di memoria antica. Un componimento essenziale e suggestivo.
      1. Musicalità del verso= Scandita, ritmica e ricca di rime interne; Il componimento adotta un verso molto breve che punta sull’effetto sonoro immediato. La prima strofa fa perno su due rime interne/baciate (gatti/ratti, frettoloso/scostante, passante/scostante), dando un andamento rapido e quasi scattante. Nella seconda parte il ritmo rallenta e si fa più solenne per assecondare la virata metafisica.
      2. Ricerca estetica della parola e del suono= Contrastata e cromaticamente duale; Il testo vive di un forte scarto lessicale: passa dal registro urbano e dimesso del primo distico (gatti, ratti, passante) a un lessico lirico, elevato e di ascendenza classica/ermetica nella seconda parte («oscuro manto», «distacco etereo», «divario antico»).
      3. Fluidità del linguaggio= Essenziale, sintetica e priva di attriti; La lirica è costruita come un lampo visivo. L’assenza di punteggiatura e la brevità dei versi permettono una lettura immediata e priva di ostacoli, legando la scena di strada iniziale al momento di contemplazione finale.
      4. Capacità evocativa delle immagini= Nitida nella transizione dal concreto all’astratto; Le immagini costruiscono un passaggio efficace: si parte dal movimento felino e furtivo della strada al calare della sera per arrivare al “manto” della notte che separa e, al tempo stesso, ricongiunge. Molto suggestiva la chiusa in cui le “luci” e gli “occhi del prima” colmano una distanza ancestrale.
      5. Autenticità emozionale= Misteriosa, sospesa e contemplativa; L’emozione trasmessa è quel senso di estraniamento e solitudine tipico delle prime ore della sera in città. C’è un pudore espressivo che non svela troppo, lasciando al lettore lo spazio per percepire il senso di nostalgia e di ricongiungimento evocato negli ultimi due versi.
      6. Originalità del tema e del messaggio= Sintesi poetica tra dimensione urbana e ricerca metafisica; Il tema del crepuscolo cittadino viene rielaborato in chiave sintetica ed ermetica. L’idea che il “distacco” della notte non sia solo chiusura, ma un modo per ricucire un “divario antico” attraverso lo sguardo e la memoria, offre uno spunto di riflessione non banale.

      Gentile Poeta, La ringrazio per la Sua partecipazione al Contest Letterario Daltonico Esistenziale!
      Cordialmente, JONNY SOUTO ~poeta, scrittore autobiografo, linguista.
      12/10/2026

  77. Accetto il regolamento di contest daltonico esistenziale, sez. A
    Poesia di Gianni Romaniello
    Poesia inedita di mia creazione

    Finché l’alba fagocita l’ombra

    Nel profondo della notte
    s’apre nel ricordo una ferita
    s’infiltra un sobbalzo di carne
    s’affievolisce il debole respiro
    s’incaglia la parola in gola.

    Procedo nel lento risveglio
    mentre duole, s’agita e vive
    nel cuore un’incrollabile
    certezza che arde e vibra
    nel fondo segreto dell’essere
    finché l’alba fagocita l’ombra.

    1. Motivazione sintetica: “Finché l’alba fagocita l’ombra” è una lirica di grande maturità espressiva e forza catartica. Costruita su una prima parte drammatica e somatica e su un finale luminoso e trionfante, la poesia si distingue per la scelta delle parole e per un ritmo impeccabile. Un componimento intenso, vitale e di grande impatto emotivo.
      1. Musicalità del verso= Incalzante, drammatica e magnificamente ritmata; La prima strofa sfrutta una potente anafora quadrupla del pronome riflessivo («s’apre… s’infiltra… s’affievolisce… s’incaglia») che scandisce il ritmo come il battito cardiaco accelerato di un incubo o di un risveglio doloroso. La seconda strofa allunga l’andamento del verso, accompagnando fluidamente la transizione verso la luce e la liberazione finale.
      2. Ricerca estetica della parola e del suono= Vibrante, incisiva e dal lessico plastico; La selezione lessicale è accurata e ricca di tensione somatica («sobbalzo di carne», «s’incaglia la parola», «duole, s’agita e vive»). L’uso del verbo «fagocita» nel verso di chiusura rappresenta una scelta felice e d’impatto: un termine forte, quasi biologico, che rende la vittoria della luce sull’oscurità un atto totale e viscerale.
      3. Fluidità del linguaggio= Cristallina, organica e perfettamente consequenziale; La struttura sintattica scivola senza la minima esitazione. Il passaggio dal dolore notturno (prima strofa) alla certezza interiore del risveglio (seconda strofa) avviene con un dinamismo impeccabile, dove ogni verso si aggancia al successivo con naturalezza drammatica.
      4. Capacità evocativa delle immagini= Fisica, interiore e cromaticamente potente; Le immagini traducono il dolore psicologico in sensazioni fisiche e tangibili: la ferita che si apre nel ricordo, il respiro debole, la parola bloccata in gola. A questo blocco corporale si contrappone l’immagine finale dell’alba che fagocita l’ombra, trasformando l’oscurità in luce e liberazione.
      5. Autenticità emozionale= Profonda, partecipe e catartica; La poesia trasmette una verità emotiva intensa e condivisa: la resa dei conti con i propri fantasmi durante le ore buie della notte, e la fede incrollabile nella rinascita del mattino. Non vi è compiacimento nel dolore, ma una spinta vitale verso la luce.
      6. Originalità del tema e del messaggio= Esistenziale, simbolica e di forte tenuta; Pur muovendosi sul classico binomio Notte/Giorno e Ombra/Luce, il componimento evita le banalità grazie all’intreccio tra dimensione corporea («sobbalzo di carne») e dimensione spirituale («certezza che arde e vibra»). Il messaggio non è di passiva attesa dell’alba, ma di una forza interiore che resiste finché la luce non divora il buio.

      Gentile Poeta, La ringrazio per la Sua partecipazione al Contest Letterario Daltonico Esistenziale!
      Cordialmente, JONNY SOUTO ~poeta, scrittore autobiografo, linguista.
      12/10/2026

  78. Irenico

    Quant’è bella questa parola
    L’ho scovata per caso
    Mi sono innamorato
    Sa di pace
    D’amore, d’unione.
    Sii irenico
    È l’invito che dobbiamo farci
    Sei un irenico
    Il complimento più gradito.
    Portatore di pace
    È Il suo messaggio
    In questo mondo
    Talvolta corrotto dall’invidia
    E dall’ipocrisia
    Ove quell’odio a volte
    Irrazionalmente ci assale
    Sia l’amore a prevalere
    E quella pace ci domini
    Nel nostro quotidiano
    E trasformi quel fosso che è il rancore
    In una montagna d’amore.

    Accetto il regolamento – sezione A poesia
    Alessio Asuni

    1. Motivazione sintetica: “Irenico” è un componimento garbato, sincero e di notevole freschezza concettuale. Partendo dallo stupore per la riscoperta di una singola parola antica e preziosa, l’autore la trasforma in un manifesto etico di resistenza gentile contro l’ipocrisia e il rancore quotidiano. Una lirica pulita, luminosa e ricca di genuina umanità.
      1. Musicalità del verso= Fresca, colloquiale ed eufonica; Il componimento adotta un verso libero breve e piano, dall’andamento quasi discorsivo. La poesia procede con un ritmo leggero e confidenziale, privo di artifici metrici complessi, che accompagna il lettore in modo spontaneo dall’entusiasmo della scoperta linguistica iniziale fino alla distensione dell’auspicio finale.
      2. Ricerca estetica della parola e del suono= Meta-linguistica, pulita e imperniata su una gemma lessicale; La forza estetica del testo risiede nella valorizzazione del termine guida: irenico (dal greco eirēnē, pace). Costruire una lirica attorno alla meraviglia per il suono e il significato di una parola non comune rappresenta una scelta felice. Il resto del lessico si mantiene deliberatamente nitido e accessibile (pace, amore, unione, invidia, ipocrisia) per far risaltare il contrasto tra l’armonia della parola riscoperta e la ruvidezza del mondo.
      3. Fluidità del linguaggio= Limpida, immediata e senza strappi; La sintassi scorre in modo estremamente diretto. La poesia si legge d’un fiato, guidata dall’entusiasmo per la scoperta e dalla chiarezza dell’intento comunicativo. La mancanza di strutture contorte rende il messaggio immediato e fruibile ad ogni livello.
      4. Capacità evocativa delle immagini= Concettuale e lineare, con un felice contrasto spaziale in chiusa; Le immagini sono in prevalenza astratte ed etico-filosofiche nelle prime tre quartine. Il componimento trova tuttavia un’efficace concretizzazione visiva nel distico finale, dove la dinamica topografica ribalta la prospettiva: il “fosso” cupo e profondo del rancore si trasforma nell’elevazione solare di una “montagna d’amore”.
      5. Autenticità emozionale= Genuina, entusiastica e di candida urgenza civile; Si percepisce la sincerità dello stupore iniziale — quel momento quasi infantile e meravigliato in cui ci si imbatte in una parola nuova e se ne riconosce la bellezza. L’appello alla pacificazione e alla gentilezza non suona come una lezione polverosa, ma come una scoperta personale che si desidera condividere.
      6. Originalità del tema e del messaggio= Originale nella premessa meta-linguistica, etica nel messaggio; Se il tema della pace e del superamento dell’odio è un topos classico della poesia di ogni tempo, l’inquadratura iniziale (la filologia degli affetti, l’innamoramento per un vocabolo dimenticato trasformato nell’elogio più alto) dona al componimento una freschezza e una grazia non comuni.

      Gentile Poeta, La ringrazio per la Sua partecipazione al Contest Letterario Daltonico Esistenziale!
      Cordialmente, JONNY SOUTO ~poeta, scrittore autobiografo, linguista.
      12/10/2026

  79. Poesia
    PARLANDO D’AMORE
    Se ci fossimo amati noi due
    saremmo andati lontano
    dove le acque sono immense ed il cielo è
    stellato.
    Ma gli esiti dell’amore sulle sue viscere,
    delle volte è come un mago
    che da mani vuote lascia volare una colomba
    o un coniglio impaurito disappare,
    sotto un fazzoletto bianco.
    E allora quale tragedia ci aspetta a fronte di un altare…
    L’infelicità eterna?
    La temperanza?
    L’abbandono alle rabbie quotidiane?
    Il perdersi del tempo ?
    Ah, se solo penso ai ragazzi innamorati
    che altro non hanno amato, che la sola
    fanciulla vergine,
    hanno raggiunto quel mare… ?
    quel cielo di stelle ?

    Se non ci fossimo amati noi due
    saremmo rimasti qui.
    Vicino.
    Rimasti amici.

    Regina loredana Pozzo
    Accetto il regolamento, sez. a

    1. Motivazione sintetica: “PARLANDO D’AMORE” è un componimento di straordinaria lucidità e sensibilità lirica. Attraverso una scrittura fluida e l’uso di metafore originali (l’illusionismo del mago, l’altare come possibile culla di rabbie quotidiane), l’autore mette in scena la dialettica tra passione distruttiva e stabilità affettiva. Il finale, con il suo ritornare alla vicinanza dell’amicizia, suggella un’opera matura, profonda e di notevole valore poetico.
      1. Musicalità del verso= Morbida, confidenziale, a tratti sospesa e malinconica; Il componimento adotta un verso libero dal ritmo piano e colloquiale, quasi da conversazione intima o soliloquio interiore. L’alternanza tra versi distesi («dove le acque sono immense ed il cielo è stellato») e interrogativi brevi crea un andamento ritmico che simula l’esitazione del pensiero, per poi chiudersi in una terzina finale di secca, posata rassegnazione.
      2. Ricerca estetica della parola e del suono= Sincretica, elegante e raffinatamente quotidiana; Il lessico fonde con grazia registri diversi: dalle visioni romantiche e cosmiche («acque immense», «cielo stellato») a metafore quasi surreali e teatrali («il mago», «la colomba», «il coniglio impaurito», «fazzoletto bianco»), fino a termini dal sapore classico e morale («viscere», «temperanza»). Un’eccellente misura verbale che evita il melenso attraverso l’ironia amara della finzione e della magia.
      3. Fluidità del linguaggio= Cristallina, impeccabile e senza inciampi; La sintassi scorre in modo estremamente naturale. Le ipotetiche del periodo («Se ci fossimo amati…» / «Se non ci fossimo amati…») incorniciano il componimento garantendo una tenuta logico-espressiva perfetta, conducendo il lettore con naturalezza attraverso i dubbi e le domande del poeta.
      4. Capacità evocativa delle immagini= Misteriosa, visiva e teatralmente malinconica; Le immagini sono potenti e non banali: l’amore descritto non come sentimento puro, ma nei suoi “esiti sulle viscere”, assimilato ai giochi di prestigio di un mago la cui magia produce esiti imprevedibili (la grazia di una colomba o la paura di un coniglio che scompare). Toccante anche l’evocazione dei “ragazzi innamorati” di cui ci si chiede se abbiano mai raggiunto quel mare promesso.
      5. Autenticità emozionale= Disincantata, matura e intimamente sofferta; È il punto di forza del componimento. C’è una lucida consapevolezza dei rischi del sentimento e del matrimonio («L’infelicità eterna? / La temperanza? / L’abbandono alle rabbie quotidiane?»). L’emozione non è il furore giovanile, ma la rinuncia consapevole alla passione travolgente pur di preservare la vicinanza e l’amicizia.
      6. Originalità del tema e del messaggio= Acuta, contro-narrativa e dal ribaltamento folgorante; Il tema dell’amore ipotetico viene trattato capovolgendo il cliché romantico: l’unione ideale avrebbe forse distrutto il rapporto nella routine o nella tragedia; l’assenza di quell’amore consumato, invece, consente la permanenza, la vicinanza, il restare “amici”. Un messaggio di rara maturità esistenziale, che preferisce la continuità della presenza all’illusione del mito amoroso.

      Gentile Poeta, La ringrazio per la Sua partecipazione al Contest Letterario Daltonico Esistenziale!
      Cordialmente, JONNY SOUTO ~poeta, scrittore autobiografo, linguista.
      12/10/2026

  80. ECCOME
    Questa notte
    ho fatto il sogno
    in cui mi ami
    anche tu.
    Lo so: è del
    tutto inutile
    ch’io ci ricami su.
    Alla realtà
    esporrei i miei
    reclami
    perché in questa
    non mi vuoi
    non mi cerchi
    non mi chiami.
    Eppure mi dicesti:
    “Le somigli!”
    dunque perchè
    non mi pigli?
    Perchè non
    trombiamo
    come conigli?
    Che poi ti
    confesso
    per me non é
    mica questione
    di sesso.
    Secondo me
    siamo anime affini
    due eterni bambini
    intrecciamo
    i nostri destini
    dammi una mano
    a capire se
    davvero ti amo.
    Io so solo
    che ti sogno
    ti agogno
    e non mi
    vergogno
    di ammettere
    che ho bisogno
    di capire
    se ha senso
    il sentimento
    intenso
    cui non so
    dare nome
    ma che sento
    eccome.

    accetto il regolamento, sez. a

    1. Motivazione sintetica: “ECCOME” è un componimento fresco, ritmico e di sfrontata verità emotiva. Capace di unire l’autoironia del parlato quotidiano alla fame intima di connessione e tenerezza, il testo brilla per la sua metrica percussiva e per un’autenticità disarmante che rifiuta ogni orpello retorico per mostrare la natura spregiudicata, buffa e profonda dell’amore.
      1. Musicalità del verso= Incalzante, giocosa, percussiva e pop; Il componimento adotta versi brevissimi (fino a una sola parola) con un ritmo martellante da filastrocca o brano rap. L’uso sistematico e fitto delle rime baciate e alternate (reclami / ami / chiami, somigli / pigli / conigli, sesso / confesso, affini / bambini / destini, sogno / agogno / vergogno / bisogno, intenso / sento / nome / eccome) dona una spinta sonica travolgente, autoironica e vivacissima.
      2. Ricerca estetica della parola e del suono= Espressionista, dissacrante e volutamente stridente; La forza del testo risiede nello scontro frontale tra due registri opposti: da un lato il registro lirico-romantico («anime affini», «eterni bambini», «intrecciamo i nostri destini»), dall’altro la brutalità colloquiale e pop del parlato diretto («perché non trombiamo / come conigli?»). Questa scelta, pur rischiosa, definisce il carattere unico e anti-retorico della composizione.
      3. Fluidità del linguaggio= Ininterrotta, sciolta e di grande naturalezza; La sintassi scorre in un unico, travolgente fiato. Nonostante la frammentazione estrema dei versi, il lettore viene trascinato senza alcuna esitazione dal desiderio iniziale fino alla confessione d’amore finale, a dimostrazione di una notevole padronanza del ritmo e del parlato.
      4. Capacità evocativa delle immagini= Immediata, fotografica e senza filtri; Le immagini traducono con immediatezza lo stato mentale di un’ossessione amorosa contemporanea: il sogno notturno, il reclamo contro la realtà, il dubbio sulla natura del proprio sentimento e il bisogno infantile di stringere una mano per trovare senso al caos emotivo.
      5. Autenticità emozionale= Disarmante, vulnerabile e sfacciatamente sincera; È il punto d’forza del testo. La poesia abbatte ogni posa intellettualistica o pudore di maniera, mettendo a nudo la contraddizione tipica dell’innamoramento: il desiderio fisico impaziente che convive con una tenera ed eterna fragilità infantile («per me non è mica questione di sesso. / Secondo me siamo anime affini / due eterni bambini»).
      6. Originalità del tema e del messaggio= Ironica, moderna e contro-narrativa; Trattare il tema dell’amore unilaterale e del dubbio emotivo attraverso la forma del verso ultra-breve con rime serrate e picchi di volgarità deliberata/giocosa rinfresca la tradizione del testo d’amore, trasformandolo in un monologo interiore nevrotico, divertente e profondamente umano.

      Gentile Poeta, La ringrazio per la Sua partecipazione al Contest Letterario Daltonico Esistenziale!
      Cordialmente, JONNY SOUTO ~poeta, scrittore autobiografo, linguista.
      12/10/2026

  81. Il vecchio cimitero
    ***
    Un giorno mentre stavo giocando con alcuni miei amici vicino a un portone di una cascina, udii alcune donne parlare di un vecchio cimitero che cera un tempo nel mio paese.
    Incuriosito da quelle loro affermazioni chiesi a una di quelle donne dove trovare questo vecchio cimitero.
    Lei dopo avermi guardato mi chiese:
    “Ma tu piccolo non sei forse il nipote di Laura la moglie di Francesco?”
    “Si signora io sono il nipote e Francesca e la mia nonna.
    “Ecco allora vai ha casa e chiedi a tua nonna di quel vecchio cimitero, io adesso devo andare a dare da mangiare alle galline e non ho tempo di raccontarti del vecchio cimitero.
    Io non avevo nessuna intenzione di andare dalla mia nonna a chiederle del vecchio cimitero, in quel momento mi divertivo troppo a giocare con i miei amici.
    Ma la sera stessa dopo avere cenato insieme a mamma e papà, ho chiesto alla mamma se potevo andare a trovare la nonna, volevo chiederle una cosa inerente al paese.
    La mamma dopo avermi consigliato di non andare a disturbare per qualche stupidaggine la nonna che magari potrebbe essere già a letto.
    “Mamma se la nonna e già a letto io torno subito a casa.” Per mia fortuna la nonna era ancora in casa e stava sistemando alcuni calzini che avevano la punta rotta. Come mi vide entrare in casa subito mi chiese come mai quella mia visita.
    Subito le spiegai il motivo e quello che avevo udito quel giorno sulla storia del vecchio cimitero.
    La nonna rimase per qualche secondo in silenzio, poi mi disse:
    “Sai Bepe quanti bei ricordi io ho di quel vecchio cimitero.
    “Ma allora avevamo veramente un vecchio cimitero nel nostro paese, dai nonna dimmi dove si trovava e come mai adesso non c’è più.”
    Bepe dove una volta avevamo il vecchio cimitero adesso hanno costruito una discarica. “
    Ma tu nonna sei andata a vederlo il vecchio cimitero, quando non era una discarica?”
    “Certo! Mi ricordo ancora quando insieme alle mie amiche andavamo a giocare al vecchio cimitero, era posizionato in un angolo di terreno confinante con una strada. Quando andavamo noi a giocare non cerano più le tombe ma il campo aveva ancora le buche dove avevano in precedenza prelevato le povere salme per portarle al nuovo cimitero. “Nonna chissà come era grande quel posto?”
    “Non era molto grande, anche se non aveva più le tombe di chi era stato sepolto in quel posto, aveva ancora una piccola cappella con figure di santi al suo interno. Era circondato da una fitta siepe di biancospino, quando in primavera questo fioriva, le donne del paese andavano a prelevare alcuni rami da portare sul tavolo della cucina, e per diversi giorni questo biancospino emanava un delicato profumo di fresco in tutta la casa.
    Avrei desiderato continuare a fare domande sul vecchio cimitero alla nonna, ma avendo visto che sempre più spesso la nonna si toglieva gli occhiali, con la scusa di pulirli dalla polvere, anche se di polvere non ce nera nemmeno l’ombra. Ma erano le sue lacrime che scendevano dal viso e inumidivano i suoi occhiali.
    Cosi con la scusa che si era fatto tardi e la mamma mi aspettava a casa la salutai e la lasciai hai suoi ricordi di quando era bambina e insieme alle sue amiche andava a giocare al vecchio cimitero.
    ***

    sez. b, accetto il regolamento

    1. Motivazione sintetica: “Il vecchio cimitero” è un racconto delicato, intriso di nostalgia e di rispetto intergenerazionale. La forza della storia risiede nella sensibilità del giovane protagonista e nel contrasto poetico tra la bellezza passata della siepe di biancospino e il degrado del presente (la discarica). Con un’accurata correzione dei refusi e della sintassi, il testo acquisterebbe un valore espressivo ancora maggiore.
      1. Originalità= Tradizionale, nostalgica e legata alla memoria contadina; Il tema della riscoperta del passato e dei ricordi d’infanzia attraverso le parole dei nonni appartiene alla grande tradizione del racconto di memoria e del folklore locale. L’elemento distintivo e di forte contrasto risiede nella trasformazione del vecchio cimitero in una discarica: una pennellata di crudo realismo che mostra l’impatto della modernità sul passato e sul sacro.
      2. Stile / Chiarezza= Semplice e scorrevole, ma con diverse imprecisioni grammaticali e ortografiche; La voce narrante ha la genuinità del racconto orale e del diario di paese. La trama e il filo dei pensieri risultano sempre chiari e comprensibili. Tuttavia, la resa stilistica è penalizzata da numerosi errori di punteggiatura e di ortografia che richiedono un’attenta revisione (es. “cera” invece di c’era, “vai ha casa” invece di vai a casa, “hai suoi ricordi” invece di ai suoi ricordi, “ce nera” invece di ce n’era, incongruenza sul nome della nonna “Laura/Francesca”).
      3. Ingaggio= Tenero, intimo e commovente nel finale; Il racconto cattura grazie alla curiosità genuina del protagonista (il piccolo Bepe) e alla dolcezza della figura della nonna. Il momento finale in cui il bambino nota le lacrime della nonna sui vetri degli occhiali — e con grande sensibilità decide di non farle altre domande per lasciarla ai suoi ricordi — regala una chiusa di notevole delicatezza emotiva.
      4. Coerenza= Struttura lineare e ben costruita; Lo sviluppo narrativo segue una linea temporale pulita: l’ascolto casuale del pettegolezzo tra le donne del paese, la decisione di rimandare la domanda dopo il gioco con gli amici, il permesso dei genitori e infine il dialogo intimo con la nonna. Tutti gli elementi introdotti trovano il loro posto naturale nella scena finale.

      Gentile Autore, La ringrazio per la Sua partecipazione al Contest Letterario Daltonico Esistenziale!
      Cordialmente, JONNY SOUTO ~poeta, scrittore autobiografo, linguista.
      12/10/2026

  82. Daltonico esistenziale

    Conosco tutti i colori.
    È distinguerli che non mi riesce.
    Ogni mattina controllo la temperatura
    della giornata che mi aspetta.
    Non ho bisogno di numeri:
    la mia febbre ha cinque colori.
    Rosso, la rabbia
    quando qualcosa brucia.
    Arancione, l’allerta
    quando devo stare attenta.
    Giallo, l’incertezza
    quando cammino in equilibrio
    tra il “va tutto bene”
    e il “non ne sono più sicura”.
    Verde, il sollievo
    quando finalmente riesco a respirare.
    Nero, la sopravvivenza
    quando anche alzarmi dal letto è troppo.
    Ho imparato a misurare tutto:
    una parola, uno sguardo,
    la distanza tra due silenzi.
    Ogni sera stabilisco un colore.
    Al mattino ne arriva un altro
    oppure soltanto una sua sfumatura.
    E io ricomincio a misurare.
    Poi ho capito che il problema non erano i colori.
    Ero io che avevo imparato
    a chiamarli con il nome sbagliato.
    Ho chiamato amore certe paure,
    pazienza certe attese,
    casa luoghi dai quali avrei dovuto scappare,
    speranza ciò che continuava a farmi male.
    E quando arrivava il nero
    smettevo di misurare.
    Mi lasciavo attraversare.
    Poi ricominciavo.
    Un altro mattino, un altro colore,
    un’altra giornata da tenere sotto controllo.
    Finché un giorno ho capito,
    misuravo tutto ciò che avevo intorno
    tranne me.
    Allora ho lasciato cadere il termometro.
    Non ho smesso di vedere i colori.
    Ho smesso di aver paura di chiamarli per nome.
    Il rosso può essere amore
    e può essere ferita.
    Il giallo può essere luce
    e può essere un avvertimento.
    Il verde può essere speranza
    e coraggio di ricominciare.
    E il nero può essere soltanto una notte,
    non necessariamente la fine.
    Da allora le mie giornate
    hanno temperature diverse.
    Io non provo più a cambiarne il colore.
    Le guardo.
    Le ascolto.
    E quando arriva il nero
    non mi chiedo più quanto durerà.
    Mi chiedo di cosa ho bisogno
    per tornare a stare meglio.
    Ho ancora il mio termometro.
    Ma adesso so
    che non misura me.
    Misura soltanto
    il giorno che sto attraversando.

    ROSSI SARA, SEZ. A – ACCETTO IL REGOLAMENTO

    1. Motivazione sintetica: “Daltonico esistenziale” è un’opera di straordinaria maturità poetica e psicologica. Con una scrittura nitida, limpida e del tutto priva di ritocchi retorici, il testo mette in scena il passaggio cruciale dall’ossessione del controllo emotivo alla consapevolezza di sé. L’intuizione della ridefinizione del nome dei colori e il gesto di lasciare cadere il termometro conferiscono alla lirica una carica catartica e simbolica di primissimo ordine.
      1. Musicalità del verso= Incalzante, misurata, dall’andamento narrativo e confessionale; Il componimento adotta un verso libero di straordinaria fluidità ritmica. L’andamento alterna sapientemente la scansione analitica dei colori (quasi una filastrocca diagnostica) a momenti di introspezione più distesi. L’assenza di orpelli metrici pesanti e la struttura dei versi brevi conferiscono alla lirica un respiro naturale, simile a un monologo interiore che accompagna il lettore dalla costrizione del controllo alla liberazione finale.
      2. Ricerca estetica della parola e del suono= Nettissima, cromaticamente simbolica e di precisione millimetrica; Il lessico lavora su una duplice polarità: da una parte il linguaggio quantitativo e difensivo («misurare», «temperanza», «termometro», «controllo»), dall’altra la riassegnazione semantica dei sentimenti («amore», «pazienza», «casa», «speranza»). L’uso dei colori non è decorativo, ma diventa un vero e proprio sistema di codifica psicologica che evolve nel corso della poesia, passando da gabbia tassonomica a spettro di consapevolezza.
      3. Fluidità del linguaggio= Cristallina, organica e dalla tenuta sintattica impeccabile; La lirica scivola con una naturalezza disarmante. La transizione tra la fase dell’iper-controllo, la presa di coscienza dell’errore nominale («Ero io che avevo imparato / a chiamarli con il nome sbagliato») e la resa catartica del finale avviene in modo del tutto spontaneo, senza la minima sbavatura o attrito formale.
      4. Capacità evocativa delle immagini= Fisica, sinestetica e visceralmente condivisibile; Le immagini sono vive, precise e cariche di tensione psicologica: la “febbre a cinque colori”, la distanza misurata tra “due silenzi”, il gesto liberatorio di “lasciar cadere il termometro” e la ridefinizione del nero (“soltanto una notte, / non necessariamente la fine”). L’autore riesce a rendere visibile e palpabile la nevrosi del controllo emotivo e la conseguente guarigione.
      5. Autenticità emozionale= Vulnerabile, matura e di profonda forza catartica; È uno dei vertici emotivi della tua produzione. La poesia trasmette una verità psiche-emotiva viscerale: la fatica quotidiana della sopravvivenza attraverso la misurazione dell’ansia, la dolorosa ammissione di aver scambiato il trauma per “casa” e la paura per “amore”, fino al compimento di un atto di autocompassione pura. Non c’è posa, ma una diagnosi dell’anima scritta con coraggio e lucidità.
      6. Originalità del tema e del messaggio= Acuta, neuro-poetica e terapeutica; Il concetto di “daltonismo esistenziale” inteso non come assenza di percezione, ma come errata attribuzione di significato ai propri stati interni (un vero e proprio cortocircuito tra neurobiologia del trauma e semantica delle emozioni), offre uno spunto d’altissimo valore. Il messaggio finale ribalta il mito del dover “guarire” le proprie emozioni: il giorno può anche essere nero o febbrile, ma la misura non definisce il valore dell’individuo, definisce soltanto il meteo del momento.

      Gentile Poeta, La ringrazio per la Sua partecipazione al Contest Letterario Daltonico Esistenziale!
      Cordialmente, JONNY SOUTO ~poeta, scrittore autobiografo, linguista.
      12/10/2026

  83. Come nasce un elefante

    Il messaggio arrivò alle 9:17.
    Appena posso, ti chiamo!
    Tre parole. Le lessi una volta. Poi una seconda. Alla terza avevano già cambiato peso.
    Appoggiai il telefono sul tavolo e continuai a fare quello che stavo facendo. O almeno ci provai.
    Appena posso, ti chiamo!
    Niente spiegazione. Solo tre parole.
    All’inizio fu una formica. Piccola, quasi invisibile.
    Pensai che forse voleva raccontarmi qualcosa. Una cosa qualunque: un problema al lavoro, una commissione, un favore.
    Ripresi il telefono. Nessun altro messaggio.
    La formica diventò un ragno. Forse era successo qualcosa.
    Rimisi il telefono sul tavolo. Dopo tre minuti lo ripresi. Ancora niente.
    Un ragno fa paura, ma almeno sai dove guardare.
    Poi arrivò il pensiero che avevo combinato qualcosa. Non sapevo cosa, ma ero certa di aver fatto qualcosa.
    Ripercorsi mentalmente le ultime ore, poi il giorno prima, poi la settimana.
    Una parola detta male. Una risposta troppo veloce. Un silenzio. Un messaggio a cui avevo risposto con un semplice “ok”.
    Rilessi quella conversazione. L’“ok” era ancora lì. Improvvisamente sembrava una parola terribile.
    Eccolo.
    Il ragno diventò un lupo.
    Alle 10:04 ero già convinta che quella telefonata avrebbe cambiato qualcosa. Alle 10:37 avevo costruito tre possibili conversazioni.
    In una mi chiedeva spiegazioni. Nella seconda era arrabbiato. Nella terza, la peggiore, non c’era nemmeno bisogno di arrabbiarsi.
    Certe cose finiscono senza fare rumore.
    Guardai il telefono. Niente.
    Lo appoggiai. Lo ripresi. Niente.
    Alle 11:12 avevo smesso di fare colazione. Il caffè si era raffreddato davanti a me.
    Alle 11:46 avevo controllato il telefono diciotto volte.
    Diciotto.
    Non so perché le avessi contate. Forse perché contare era più semplice che pensare.
    Alle 12:03 mi arrivò un altro messaggio.
    Alle 12:30 vado in pausa pranzo, ti chiamo a quell’ora!
    Il lupo diventò un elefante.
    A quel punto non sapevo più cosa avrebbe detto, ma sapevo che sarebbe stato importante. Molto importante.
    Mi preparai come ci si prepara prima di una tempesta.
    Ripassai mentalmente ogni frase possibile.
    Cosa avrei detto? Cosa avrei risposto? Avrei dovuto spiegare o aspettare?
    Mi promisi che non avrei pianto. Che avrei ascoltato. Che non avrei reagito d’impulso. Che, qualunque cosa fosse successa, sarei rimasta calma.
    Alle 12:31 arrivò la chiamata. Il telefono vibrò sul tavolo.
    Lo guardai.
    Per qualche secondo pensai di non rispondere.
    Lasciai squillare.
    Uno squillo. Due. Tre.
    Poi lo presi.
    «Pronto?»
    Dall’altra parte ci fu una pausa. Una pausa di quelle che, nella mia testa, sapevano già di catastrofe.
    Poi disse:
    «Volevo chiederti una cosa.»
    Aspettai. E aspettai ancora.
    In quel momento ero pronta a tutto. A una spiegazione. A un rimprovero. A una frase che avrebbe richiesto una risposta perfetta.
    Invece disse:
    «Quando esco da lavoro ti va un caffè?»
    Silenzio.
    Per qualche secondo non seppi nemmeno cosa rispondere.
    Guardai il tavolo. Guardai il telefono. Guardai il nulla davanti a me.
    Tutto quel peso, tutte quelle ipotesi, tutte quelle conversazioni che avevo preparato nella mia testa…
    Per un caffè.
    «Tutto qui?»
    «Sì. Perché?»
    Avrei voluto raccontargli della formica, del ragno, del lupo e dell’elefante.
    Avrei voluto spiegargli che in quelle tre ore avevo attraversato una guerra che non era mai iniziata.
    Invece dissi soltanto:
    «Niente. Pensavo fosse qualcosa di importante.»
    «Per me il caffè con te è importante, ma sai che lo voglio con ghiaccio.»
    Risi anch’io.
    Dopo aver chiuso la chiamata rimasi qualche secondo con il telefono in mano.
    La stanza era esattamente quella di prima. Il tavolo era ancora lì. La tazza del caffè era ancora mezza piena.
    Niente era cambiato.
    Tranne me.
    Mi accorsi allora che non era la prima volta.
    Lo facevo con le parole, con i silenzi, con gli sguardi.
    Prendevo una formica e le davo da mangiare fino a farla diventare un elefante.
    Non perché volessi soffrire.
    Forse perché avevo imparato a prepararmi al peggio prima ancora di sapere se esistesse.
    Guardai di nuovo il messaggio.
    Appena posso, ti chiamo!
    Tre parole.
    Le lessi ancora.
    Questa volta non cercai cosa ci fosse dietro. Non aggiunsi niente. Non anticipai niente.
    Erano soltanto tre parole.
    Le lasciai lì.
    La formica era ancora una formica.
    E l’elefante ero stata io.

    ROSSI SARA, SEZ. B – ACCETTO IL REGOLAMENTO

    1. Motivazione sintetica: “Come nasce un elefante” è un racconto breve di straordinaria maturità espressiva e introspezione psicologica. Attraverso una scansione ritmica impeccabile e la splendida allegoria della trasformazione della formica in elefante, il testo mette a nudo con grazia, ironia e delicatezza uno dei meccanismi più umani e diffusi: la costruzione di cattedrali di ansia sul nulla. Una prova narrativa matura, compiuta e di altissimo livello.
      1. Originalità= Acuta, metaforica e profondamente contemporanea; Sebbene l’eccesso di rimuginare e l’ansia da notifica siano temi noti nell’era digitale, l’escamotage narrativo dell’evoluzione zoologica del pensiero — dalla formica al ragno, dal lupo all’elefante — dona alla narrazione un’originalità figurativa brillante. Trasformare un’ossessione mentale in una progressione tangibile di “bestie” emotive è un’intuizione di grande efficacia narrativa.
      2. Stile / Chiarezza= Serrato, ritmico, moderno e impeccabile; La prosa è magistrale nella sua apparente semplicità. L’uso sistematico di frasi brevi, della scansione temporale precisa (ore 9:17, 10:04, 10:37, 11:12, 12:03, 12:31) e dei dettagli quotidiani (il caffè raffreddato, le 18 verifiche al telefono) ricrea esattamente la contrazione del tempo e dello spazio tipica dell’ansia. Nessuna sbavatura, punteggiatura perfetta e un dosaggio del ritmo incalzante.
      3. Ingaggio= Immersivo, speculare e di immediata immedesimazione; Il racconto cattura il lettore fin dalla prima riga. Chiunque abbia mai sperimentato l’attesa di un messaggio ambiguo si riconosce istantaneamente nei processi mentali della protagonista. La costruzione della tensione (il “climax” drammatico delle tre conversazioni ipotetiche) e il repentino sgonfiarsi dell’aspettativa al momento della chiamata reale generano un perfetto arco emotivo.
      4. Coerenza= struttura perfetta, chiusura circolare ed epifania bilanciata; Il racconto si sviluppa con coerenza logica e psicologica assoluta. La risoluzione della telefonata non è una mera battuta comica, ma l’innesco per una presa di coscienza esistenziale. Il finale chiude il cerchio in maniera sublime: lo smontaggio della sovrastruttura mentale riporta la formica alla sua dimensione reale e riconosce la vera natura dell’elefante («E l’elefante ero stata io»).

      Gentile Autrice, La ringrazio per la Sua partecipazione al Contest Letterario Daltonico Esistenziale!
      Cordialmente, JONNY SOUTO ~poeta, scrittore autobiografo, linguista.
      12/10/2026

  84. INTERNO DI UN GIORNO NUOVO

    Interno di una camera
    con i libri su un muro bianco
    riflessi nella cappelliera
    con una Madonna che guarda
    la luce pallida di un mattino
    di una notte volata via
    nel quadrante delle ore,
    sorpresa dal sonno
    che si trascina
    e si interrompe.

    L’incrinatura della campana
    nel vetro si illumina
    la donna bianca
    tradita dalla belle époque
    con i suoi riccioli
    splendenti e sciolti
    dal suo viso
    fermati al tempo
    delle melagrane
    e dalle piccole mele
    colte al ramo.

    Questa luce tutta nuova
    sconosciuta
    che dal sogno si risveglia
    smarrito avvolgente incontro
    dona l’anima e la veglia
    muove al vento
    la trasparente tenda bianca
    il calendario sulla tavola
    e lentamente
    gira quella pagina.

    Rocco Luigi Carlo
    accetto il regolamento sez. A

    1. Motivazione sintetica: “INTERNO DI UN GIORNO NUOVO” è una lirica di straordinaria eleganza pittorica ed equilibrio formale. Attraverso una tessitura verbale colta e immagini nitidissime, l’autore trasforma la semplice descrizione di una stanza al mattino in un’esperienza contemplativa sul tempo, sulla memoria e sulla possibilità di voltare pagina di fronte a una luce nuova. Un’opera poetica raffinata, matura e ricca di grazia.
      1. Musicalità del verso= Sospesa, pittorica, avvolgente e impressionistica; Il componimento adotta un verso libero di passo prevalentemente breve e medio, caratterizzato da un ritmo felpato che riproduce perfettamente l’atmosfera del risveglio e il passaggio dalla dimensione del sogno alla veglia. L’intreccio discreto di assonanze, consonanze e rime interne («luce pallida» / «notte volata», «sveglia / veglia», «bianca / tenda») conferisce alla lettura una cadenza musicale morbida e fluttuante.
      2. Ricerca estetica della parola e del suono= Colta, visiva, finemente cesellata e dal sapore antiquario; Il lessico si distingue per un’eleganza figurativa d’altri tempi. Parole come «cappelliera», «belle époque», «incrinatura», «melagrane» creano un’atmosfera sospesa tra il dipinto fiammingo e la natura morta crepuscolare. La scelta dei termini cromatici e luministici («muro bianco», «luce pallida», «donna bianca», «riccioli splendenti», «luce tutta nuova») costruisce un vero e proprio quadro di luce e ombra.
      3. Fluidità del linguaggio= Limpida, organica e senza interruzioni; Il poema scorre come un’unica grande inquadratura cinematografica che si muove lentamente nella stanza. Dalla parete con i libri alla cappelliera, dalla stampa della Madonna/donna alla luce che entra dalla finestra, fino al movimento del vento sulla tenda e al gesto simbolico del calendario: la transizione sintattica e visiva è del tutto naturale e priva di attriti.
      4. Capacità evocativa delle immagini= Cinematografica, simbolica e ricca di grazia; Le immagini sono di rara potenza suggestiva e visiva: il tempo scandito dal “quadrante delle ore”, l’icona della donna rimasta ferma al “tempo delle melagrane”, il soffio di vento che muove la tenda trasparente e il voltare pagina del calendario. Ogni dettaglio materiale si carica di un significato interiore legate al passaggio del tempo e alla rinascita del mattino.
      5. Autenticità emozionale= Intima, contemplativa e di delicata speranza; La poesia non urla la propria emozione, ma la lascia trapelare con grande pudore e sensibilità. C’è il senso di uno smarrimento dolce al risveglio, la malinconia per il tempo trascorso (la Belle Époque, le stagioni passate) e al contempo l’apertura fiduciosa verso la “luce tutta nuova” del giorno che comincia.
      6. Originalità del tema e del messaggio= Novecentesca, classica e raffinata; Il tema dell’interno domestico e del risveglio è un grande classico della lirica (da Gozzano a Caproni, fino al sapore dei quadri di Vermeer o Hammershøi). L’originalità del componimento sta nella capacità di fondere l’arte visiva (il ritratto/Madonna della Belle Époque) con la dimensione temporale (il quadrante, il calendario), trasformando la stanza in un luogo dell’anima dove il tempo si ferma per poi ricominciare a scorrere.

      Gentile Poeta, La ringrazio per la Sua partecipazione al Contest Letterario Daltonico Esistenziale!
      Cordialmente, JONNY SOUTO ~poeta, scrittore autobiografo, linguista.
      12/10/2026

      1. Ci sono riconoscimenti che vanno oltre le parole scritte su un foglio. Arrivano in un punto preciso, quello in cui una parte di te che hai provato a trasformare in parole viene finalmente vista e compresa. ❤️

        Leggere le tue critiche a Daltonico esistenziale e Come nasce un elefante mi ha emozionata profondamente, perché non ti sei limitato a leggere i miei testi: hai colto i meccanismi, le sfumature e il significato che si nasconde dietro le immagini e le metafore.

        Nel Daltonico esistenziale hai riconosciuto il bisogno di imparare a dare il nome giusto alle emozioni, senza lasciare che siano la paura o il dolore a definirle.

        In Come nasce un elefante hai saputo leggere quel percorso silenzioso attraverso cui un pensiero cresce, si trasforma e finisce per diventare una montagna, ancora prima di sapere se ci fosse davvero qualcosa da temere.

        Per chi scrive, essere letti con questa attenzione è qualcosa di prezioso. Perché a volte mettiamo sulla carta parole che racchiudono molto più di quanto riusciamo a spiegare a voce, e trovare qualcuno capace di coglierne il senso è una sensazione difficile da descrivere.

        Ti ringrazio per il tempo, la sensibilità e la cura che hai dedicato ai miei lavori, ma soprattutto per aver saputo guardare oltre le parole, arrivando fino a ciò che cercavano di raccontare.

        Porterò con me queste tue osservazioni, non soltanto come riconoscimento del mio lavoro, ma anche come incoraggiamento a continuare a scrivere con sincerità, senza avere paura di mettere sulla pagina le parti più vere di me.

        Grazie, Jonny, per aver letto le mie parole e per aver saputo ascoltare anche ciò che non dicevano esplicitamente. ✍️

  85. Anselmi Fabio, Sez.B, accetto il regolamento.
    – Giovedì –
    Entrò con il cappotto bagnato, chiudendo l’ombrello e lasciandolo sgocciolare. I suoi compagni erano seduti al tavolo con la solita bottiglia di amaro e una sedia ancora libera.
    “Credevo fossi bloccato là”, disse Marco.
    “Sono riuscito a liberarmi prima del previsto, non potevo mancare al nostro appuntamento del giovedì”.
    Spostò la sedia indietro, facendola stridere sul pavimento, sistemò l’ombrello sotto il tavolo e si sedette lasciandosi cadere.
    Era stato tutto il pomeriggio nell’ufficio del piano di sopra, quello con i vasi di cactus finti e la macchinetta del caffè a cialde. I muri erano ricoperti di citazioni incorniciate, sembrava che chi le aveva appese non le avesse lette o non le avesse capite, perché non si possono mettere Orwell e Churchill sulla stessa parete.
    Gli avevano detto di aspettare lì dentro.
    Aveva aspettato ventuno minuti rimbalzando continuamente la sua attenzione dal telefono alla finestra, prima di udire dietro di sé il rumore della maniglia abbassarsi. Era il direttore, impregnato del suo orribile profumo e con la cartellina in mano, la solita con cui andava in giro, non l’aveva nemmeno aperta e si diceva che nessuno lo avesse mai visto aprirla.
    “Scusa per l’attesa, sarò breve e diretto. Dopo una riunione con la proprietà, abbiamo deciso di confermare Alberto. Lo sai, è qui da dieci anni. Riteniamo giusto che rimanga lui per una questione di anzianità”.
    Non aveva detto niente, ci fu una pausa, come se tutti e due aspettassero qualcosa dall’altro. Alberto era bravo, bravo a dire sì a tutto, a non dare contro a nessuno ma per lo più era amico di molte persone. Lui invece aveva fatto crescere l’azienda, aveva risolto problematiche che erano state ignorate, sopportato turni massacranti e garantito una disponibilità fuori da ogni buon senso, ma che importanza aveva? Non era comunque Alberto.
    “Ma io sono più qualificato” era riuscito a dire alla fine. La sua voce tremava, bassa, non sembrava neppure più sicuro di ciò che in realtà doveva essere ovvio.
    Il direttore lo aveva squadrato come se stesse diventando un problema e non più una risorsa.
    “Lo so che lo sei. Ma anche Alberto, è la scelta più giusta”.
    Ecco. No, non era giusto, non era giusto nemmeno per l’azienda ma non poteva essere altrimenti.
    “Com’è andata?” chiese Andrea.
    “Il direttore è un imbecille e Alberto si tiene il posto…” lo disse più a se stesso che agli altri al tavolo.
    “…Dovevo essere io a ricoprire quel ruolo e invece si è rivelato che le qualifiche non contano, appena l’ho capito me ne sono andato”.
    Gli amici annuirono, tutti odiavano quel direttore, era un altro di cui non sapevano perché fosse lì.
    “Senti, alla fine è meglio così. Meno responsabilità. E poi se tu prendessi il suo posto, dove andrebbe? Che ne sarebbe di lui?” disse Andrea, cercando di essere gentile.
    La sua espressione cambiò. Era furioso. Non si era fatto a piedi tutto il viale del centro sotto la pioggia per provare compassione verso chi occupava il suo posto, il posto che meritava.
    “Quel ruolo è il mio! Sono fatto per questo! Io sono la persona di cui si potevano fidare, solo che ormai sono abituati così, non capirò mai… L’unica cosa che mi resta è aspettare che vada in pensione… cosa che accadrà all’incirca quando ci andrò anch’io”.
    “Bevi su”, Marco gli porse un bicchierino di amaro. “Tanto lo sai come funziona. È sempre stato così”.
    Prese il bicchiere e inspirò a fondo.
    “Quando sono arrivato il posto disponibile era questo e mi hanno dato questo” mandò giù il bicchiere in un sorso solo. L’amaro gli bruciò la gola. “Sei anni che ho questa sedia, ora mi sta facendo male”.
    “Mettici un cuscino”, disse Marco.
    “Non c’è molto da ridere, l’azienda si sta facendo un torto da sola” disse, e la sua espressione divenne triste all’improvviso, come se la rabbia lo avesse sfinito. Abbassò lo sguardo verso il tavolo tutto rovinato e vecchio, poi guardò le loro facce. Erano stanchi pure loro, rassegnati al loro posto.
    Bevvero fino a tardi, fino a quando le lamentele persero di significato. Fuori la pioggia aveva smesso, mentre dentro si sentiva ancora chiacchiericcio di sottofondo, tintinnio di bicchieri e musica sommessa. Era tardi, era tempo di andarsene. Dopo almeno due tentativi, rischiando di scivolare, riuscì ad alzarsi dalla sedia senza proferire parola, gli altri lo guardavano in silenzio.
    Barcollò fino alla porta e uscì senza salutare, lasciando l’ombrello chiuso accanto alla sedia in una pozza d’acqua.
    La porta non si chiuse, una mano la tenne aperta ed entrò. Il proprietario di quella mano fece tre passi, si fermò un istante, poi si avvicinò al tavolo. Spostò l’ombrello di lato con la punta della scarpa, indicò la sedia e disse:
    “Questa è libera?”

    1. Motivazione sintetica: “– Giovedì –” è un racconto breve di ammirevole solidità espressiva e drammaturgica. Capace di unire il realismo della routine lavorativa a un raffinato uso del simbolismo (la sedia, le citazioni a muro, l’ombrello abbandonato), il testo offre un ritratto amaro ed efficacissimo sulla frustrazione, sulla meritocrazia mancata e sul senso di rassegnazione che caratterizza la vita moderna. Il finale circolare è una vera e propria gemma di sintesi narrativa.
      1. Originalità= Acuta, metaforica e dal finale circolare d’effetto; Sebbene il tema della frustrazione lavorativa e del sopruso aziendale sia diffuso, il racconto lo tratta con spiccata maturità simbolica. L’intreccio tra l’oggetto concreto (la sedia scomoda che “fa male” dopo sei anni) e la posizione lavorativa mancata è gestito con grande abilità. La chiusa finale — con un nuovo avventore che chiede se quella sedia sia libera — trasforma l’esperienza del protagonista in una potente parabola sulla rassegnazione, sulla precarietà e sulla fungibilità dei ruoli sociali.
      2. Stile / Chiarezza= Scorrevole, visivo, ben dosato e privo di sbavature; La scrittura è estremamente nitida e pulita. I dettagli dell’ambiente (il bar con il tavolo rovinato, l’ufficio con i cactus finti e le citazioni stonate di Orwell e Churchill sulla stessa parete, l’ombrello lasciata a sgocciolare) sono scelti con occhio cinematografico e contribuiscono a creare un’atmosfera grigia e oppressiva. Il dialogo tra gli amici al bar è naturale, credibile e ben scandito.
      3. Ingaggio= Intenso, empatico e di grande tensione psicologia; Il racconto cattura immediatamente il lettore facendo avvertire sulla pelle il senso di ingiustizia, la pioggia, il freddo e il bruciore dell’amaro in gola. L’alternanza tra il flashback dell’incontro con il direttore e la reazione rabbioso-rassegnata al tavolo con i compagni mantiene alta la tensione emotiva, portando il lettore a immedesimarsi totalmente nella furia e nella stanchezza del protagonista.
      4. Coerenza= Struttura impeccabile, archi narrativi chiusi e perfetta gestione dei simboli; Il testo si sviluppa con coerenza logica e drammaturgica rigorosa. L’ombrello dimenticato in una pozza d’acqua sotto la sedia non è solo un dettaglio realistico, ma la traccia materiale dell’uscita di scena del protagonista, ponendo le basi perfette per il colpo di scena finale. Tutti gli elementi introdotti trovano il loro preciso compimento.

      Gentile Autore, La ringrazio per la Sua partecipazione al Contest Letterario Daltonico Esistenziale!
      Cordialmente, JONNY SOUTO ~poeta, scrittore autobiografo, linguista.
      12/10/2026

  86. SEZ. A – ACCETTO IL REGOLAMENTO

    SENZA TITOLO

    Fu una sera di quell’estate
    remota,
    che tu mi porgesti, allora fanciullo,
    la tua grinzosa mano
    per condurmi a vedere
    il pianto delle stelle.

    Seguivo fedele i tuoi passi,
    ma tremavo incerto nella rugiada,
    allora mi accolsero le tue anziane braccia
    mentre ci investiva, sommesso,
    il sibilo della brezza di mare,
    fresca di eriche e pinastri.

    E, nel silenzio, si aprì a noi la valle
    inondata dall’intermittente luccichio
    di minuscole lacrime d’oro:
    volteggiavano lievi nella volta buia
    per poi incastonarsi stanche,
    tra i teneri steli d’erba.

    Con gli occhi ancora rapiti
    da quel bagliore celeste,

    mi strinsi a te ancora più forte,
    rintanando il viso
    nel tuo scarno collo
    odoroso di terra, sole e fatica.

    Nulla valse poi, smaliziarmi a scoprire
    che quel portento fosse il vorticare danzante
    di lucciole in cerca d’amore.
    Quell’abbraccio,
    ancora sì vivido tra le pieghe del cuore,
    fu di te il mio ricordo più caro.

    1. È un componimento molto delicato, ben strutturato e maturo. Riesce a evocare con misura e nitidezza un momento d’intimità senza cadere nel patetico.

      1) Il tema della memoria d’infanzia, della figura dell’anziano (nonno/figura guida) e del disincanto rispetto alle lucciole è un topos classico della poesia lirica. Tuttavia, l’originalità risiede nel messaggio finale: la verità razionale (il fenomeno biologico delle lucciole) viene ridimensionata rispetto al valore emotivo dell’esperienza vissuta e del contatto umano (“Quell’abbraccio […] fu di te il mio ricordo più caro”).
      2) Il testo è estremamente chiaro, fluido e accessibile, mantenendo al contempo un registro lirico elevato e misurato. Lo stile non si perde in ermetismi oscuri: la poesia si fa capire subito ed entra in diretta sintonia con chi legge, creando un’atmosfera intima e suggestiva.
      3) Eccellente l’uso delle tecniche sensoriali e della costruzione visiva:
      – Dimensione visiva e sinestetica: “pianto delle stelle”, “lacrime d’oro”, “volteggiavano lievi”.
      – Dimensione olfattiva e tattile: “grinzosa mano”, “scarno collo odoroso di terra, sole e fatica”.
      – Tecnica narrativa: Il passaggio dal mistero (“il pianto delle stelle”) al disincanto scientifico fino al riscatto affettivo mostra grande padronanza del racconto in versi.
      4) La poesia riesce immediatamente a ingaggiare il lettore. L’incipit genera curiosità (“per condurmi a vedere / il pianto delle stelle”), la parte centrale crea incanto e atmosfera, mentre la chiusura emoziona attraverso l’immedesimazione nel ricordo dell’abbraccio.
      5) La struttura architetturale è ben bilanciata:
      – Inizio (Stanza 1-2): Introduzione dei due personaggi, del contesto (estate remota) e del cammino;
      – Centro (Stanza 3-4): Rivelazione visiva della valle illuminata e reazione del bambino;
      – Finale (Stanza 5-6): Riflessione dell’adulto e chiusura sul significato profondo del ricordo.

      Nota: La strofa di due versi (“Con gli occhi ancora rapiti…”) funge da ponte efficace tra la visione e il gesto fisico dell’abbraccio.

      6) La reazione psicologica del bambino è del tutto verosimile: esitazione nella rugiada, rifugio nell’abbraccio, stupore per le “stelle cadute”. Altrettanto credibile è la maturazione dell’adulto che, pur scoprendo la spiegazione scientifica (le lucciole in cerca d’amore), riconosce che il vero valore della memoria sta nell’affetto e nella protezione ricevuta.
      7) La gestione spazio-temporale è rigorosa e suggestiva:
      – Tempo: Una sera d’estate del passato (tempo del ricordo) vs il presente dell’adulto che riflette (“Nulla valse poi…”).
      – Spazio: Il cammino d’avvicinamento, l’apertura verso la valle buia, il terreno con l’erba e l’intimità dell’abbraccio.
      8) La sintassi è piana, corretta ed elegante; L’uso delle virgole gestisce bene il ritmo della lettura e i respiri del verso; La scelta del lessico è accurata (“grinzosa”, “eriche”, “pinastri”, “smaliziarmi”), dimostrando padronanza linguistica e proprietà di linguaggio.

      Gentile Poeta, La ringrazio per la Sua partecipazione al Contest Letterario Daltonico Esistenziale!
      Cordialmente, JONNY SOUTO ~poeta, scrittore autobiografo, linguista.
      12/10/2026

  87. AL CIMITERO

    Ogni settimana vado al cimitero.
    Entro nella cappella
    e scherzo con mio padre,
    come non mi sono mai permesso
    quando era vivo.
    Lo prendo da parte:
    «Ehi, Umberto! – gli dico –
    Ci facciamo un bicchiere di vino?
    Ci facciamo una partita a carte?
    Non ti preoccupare, ti faccio vincere,
    gioco per perdere,
    sennò mi prendi a schiaffi:
    ho rispetto di un padre»
    E lui si mette a ridere
    sotto i baffi.

    Poi sfotto la mamma:
    «Ehi, Antonia! – le dico –
    Il tuo naso mangia ancora?»
    «Quanto sei scemo! – mi risponde –
    Volevo vedere se il naso
    comunicava con la bocca
    e mi infilai un cecio arrostito.
    Ma non avevo neanche un anno,
    capisci? Asino rimbambito!»
    E anche a lei scappa il riso.

    Poi passo a parlare
    con mio fratello Rolando
    e con mio fratello Pippi.
    Adesso se ne stanno tranquilli,
    fanno le statuine, ma a quei tempi
    uno mi portava in campagna
    a raccogliere olive
    che poi vendeva per fatti suoi,
    l’altro mi portava a pesca di cardilli
    alla conca, nascosti nel pagliaio.

    E alla fine finisco con la nonna Peppa:
    «Nonna, ti mastico due fave? – le dico.
    Non aspetta neanche che io finisca:
    «Sì – rispondono le ossa –
    Sceglimele belle grosse!»

    E non vi dico quanti gusti
    mi prenderò adesso che muore
    Alfredo, il mio gemello:
    al cimitero ci andrò ogni giorno,
    anche con l’ombrello quando piove,
    e ogni mattina lo sveglierò
    per sentirlo borbottare
    finché non tramonta il sole.

    accetto il regolamento, sez. a

    1. Profonda, e leggera. Geniale nella sua semplicità e diversità. Mi piace molto. Lascia una buona sensazione.

    2. Un’opera straordinaria per vitalità, ironia e sensibilità. Riesce nell’impresa difficilissima di parlare di morte e cimitero senza alcun compiacimento macabro né retorica lacrimevole, trasformando il lutto in un atto di amore continuo, quotidiano e persino divertito. La chiusura sul gemello Alfredo è un colpo di genio poetico che unisce umorismo e una malinconia infinita.

      1) Il tema del cimitero e del dialogo con i defunti è storicamente legato al dolore, alla nostalgia o al sacro (da Foscolo a Pascoli). In questo testo c’è una straordinaria ribalta prospettica: la morte viene spogliata di ogni solennità triste e rivestita di ironia, affetto quotidiano e vivacità teatrale. L’idea di un cimitero vissuto come luogo di ritrovo goliardico e affettuoso è d’un’originalità spiccata.
      2) Lo stile è popolaresco, colloquiale, diretto ed estremamente espressivo. La comprensibilità è immediata, ma senza mai cadere nella banalità: la scelta di dar voce ai defunti tramite battute e ricordi vividi crea un’impronta stilistica forte e inconfondibile.
      3) Eccellente uso del dialogo drammatico all’interno della poesia. Piccoli dettagli concreti evocano interi contesti storici e familiari: il “cecio arrostito”, il naso che mangia, la pesca dei “cardilli alla conca”, le “fave masticate” per la nonna senza denti, la risposta macabra ma comica delle ossa («Sì – rispondono le ossa – Sceglimele belle grosse!»).
      4) Il testo cattura dal primo verso e non perde mai colpi. Fa sorridere e al tempo stesso commuove, perché dietro la battuta emerge un profondo senso di appartenenza familiare e un modo dolcissimo di esorcizzare la perdita e la paura della morte.
      5) La struttura ha una progressione ritmica impeccabile:
      – Apertura: Il padre (autorità ribaltata col gioco).
      – Sviluppo: La madre (comicità infantile) e i fratelli (aneddoti di vita e monellerie).
      – Culmine comico/grottesco: La nonna Peppa.
      – Chiusura (il gemello): Ribalta la prospettiva temporale proiettandosi nel futuro con una punta di amarissima ma tenera ironia.
      6) La psicologia del protagonista è meravigliosamente coerente: è l’uomo di famiglia che affronta il lutto continuando a vivere con i propri cari come se fossero ancora nella stanza accanto. Il rapporto col padre, con la madre e con il gemello rispecchia dinamiche familiari reali e profonde.
      7) Il passaggio dal tempo presente (la visita settimanale), ai ricordi del passato (l’infanzia, le olive, il cecio nel naso) e al futuro proiettato (la morte del gemello Alfredo) è gestito con naturalezza ed efficacia narrativa.
      8) La sintassi ricalca l’orale con grande efficacia. La punteggiatura e i trattini dei dialoghi scandiscono perfettamente i tempi comici e teatrali della recitazione interiore.

      Gentile Poeta, La ringrazio per la Sua partecipazione al Contest Letterario Daltonico Esistenziale!
      Cordialmente, JONNY SOUTO ~poeta, scrittore autobiografo, linguista.
      12/10/2026

  88. Depressioni di settembre (con citazione “ornelliana”)

    Sono gli acini, maturi più di me
    disciolto qui in fermento esistenziale
    tra versi impolveranti e fogli stinti
    cuor ostinato, seppure in controtempo.

    Non sono, io, uno scatto in bianco e nero
    neanche un saggio che vive di memorie
    io sono il chicco maturo al giusto punto
    che poi nel vino ritrova il suo bel canto.

    Che poi l’amore è solo un incidente
    – spero m’investa, mi sdrai lì sulla strada –
    son sempre pronto, aperto alla finestra
    ma tu, “amore fa’ presto, io non resisto”.

    accetto il regolamento, sez. a

    1. Una poesia fresca, ritmata e garbata. Funziona molto bene l’espediente stilistico dell’isolamento della prima parola di ogni verso, che crea un andamento “in controtempo” perfettamente intonato al contenuto. La chiusura con la metafora dell’incidente e la citazione di Ornella Vanoni dona al componimento un tocco di leggerezza e vitalità che riscatta la “depressione” annunciata nel titolo.

      1) La malinconia autunnale e la ricerca dell’amore sono temi tradizionali della lirica. Tuttavia, l’originalità emerge dall’intreccio tra l’immaginario della vendemmia/fermentazione e la metafora forte e spiazzante dell’amore come un “incidente” da cui farsi travolgere, arricchita dall’omaggio colto e pop alla citazione “ornelliana” (L’appuntamento di Ornella Vanoni);
      2) Il testo è di immediata fruizione e non cade nell’oscurità ermetica. Lo stile si caratterizza per una scelta grafica e metrica molto marcata: l’enjambement sistematico che isola la prima parola di ogni verso (Sono, disciolto, tra, cuor, Non, neanche, io, che, Che, –, son, ma). Questo artificio dona un ritmo sincopato e balbettato, perfettamente coerente con il concetto del “cuor ostinato, seppure in controtempo”.
      3) Ottima padronanza delle immagini metaforiche: La correlazione tra la maturazione della vite (“acini”, “fermento”, “chicco maturo”, “vino”) e lo stato emotivo dell’autore; La transizione dalla dimensione statica del ricordo (“versi impolveranti”, “scatto in bianco e nero”) a quella dinamica e vitale della speranza amorosa;
      4) La poesia cattura l’attenzione fin dal titolo ironico ed esplicito. Il tono oscilla efficacemente tra malinconia e autoironia: il poeta rifiuta di considerarsi passato o nostalgico (“Non sono, io, uno scatto in bianco e nero”) e comunica un’irresistibile voglia di vita e di passione.
      5) La struttura in tre strofe ha una progressione logica nitida:
      – Strofa 1: L’ambiente interiore (il fermento di settembre, la poesia, il cuore in controtempo).
      – Strofa 2: La rivendicazione della propria maturità vitale (non memoria, ma vino che canta).
      – Strofa 3: La proiezione verso l’esterno, l’attesa dell’amore tra desiderio di impatto e la citazione canora.

      6) La resa psicologica è autentica e ben delineata. C’è il ritratto credibile di una persona matura che affronta il mese della malinconia per eccellenza (settembre) non rassegnandosi al declino, ma rivendicando la propria pienezza emotiva e una fame d’amore quasi giovanile.
      7) Il tempo è fortemente connotato (settembre, il tempo della vendemmia e del bilancio) e lo spazio trascolora dall’intimità della stanza da scrittoio (“fogli stinti”, “finestra”) alla strada ipotetica dell’impatto amoroso.
      8) La sintassi gioca volutamente con lo spezzamento dei versi. La scelta di posizionare la parola d’attacco isolata all’inizio di ogni rigo crea un’esitazione ritmica intenzionale. La punteggiatura supporta bene l’espressività, specialmente nell’uso dei trattini per l’inciso e delle virgolette per il verso vanoniano.

      Gentile Poeta, La ringrazio per la Sua partecipazione al Contest Letterario Daltonico Esistenziale!
      Cordialmente, JONNY SOUTO ~poeta, scrittore autobiografo, linguista.
      12/10/2026

  89. Se davvero mi amassi,
    quanto so amarti io
    ( senza tanti alti e bassi
    e minacce d’addio)
    Ti direi se mi amassi
    senza alcun balbettio:
    “Quanto il mar dei Sargassi
    è profondo l’amor mio…”

    accetto il regolamento, sez. a

    1. Una poesia agile, musicale e molto “cantabile”. Rispetto ad altri testi più complessi o densi di immagini, questo componimento punta sulla semplicità e sulla leggerezza, ricordando da vicino la forma della canzone o della poesia per musica. La scelta del Mar dei Sargassi riscatta la semplicità delle rime, regalando un finale suggestivo.
      1) Il tema del reclamo amoroso, dell’incomunicabilità o del confronto tra due modi diversi di amare (“io amo più di te”) è un grande classico della poesia sentimentale e lirica. L’originalità risiede principalmente nell’uso iperbolico del “mar dei Sargassi” come misura della profondità del sentimento e nella struttura leggera, quasi da filastrocca o canzone pop.
      2) La comprensibilità è immediata e totale. Lo stile si distingue per una scelta formale ben precisa: come nel testo precedente, c’è un uso sistematico dell’isolamento della prima parola del verso (Se, quanto, senza, e, Ti, senza, “Quanto, è). Questo crea un effetto ritmico sincopato, quasi un battito cardiaco o un’esitazione ritmata che contrasta efficacemente con il “senza alcun balbettio” citato nel testo.
      3) La poesia gioca su rime baciate e alternate molto semplici ed efficaci (amassi / bassi / amassi / Sargassi e io / d’addio / mio). Pur essendo una struttura metrica lineare, l’immagine geografica del “mar dei Sargassi” dona un tocco esotico e una concretezza spaziale visiva a un concetto altrimenti astratto.
      4) Il testo comunica in modo diretto, fresco ed empatico. Riconoscibile da chiunque abbia vissuto le incertezze o le altalene di una relazione amorosa (“senza tanti alti e bassi / e minacce d’addio”). Risulta una lettura piacevole, garbata e orecchiabile.
      5) La composizione è breve, estremamente compatta e coerente. La prima parte esprime la premessa/mancanza (“Se davvero mi amassi…”), la parte centrale delinea cosa manca nella coppia (la stabilità), mentre la chiusura offre la dichiarazione d’amore ideale che il poeta vorrebbe sentire o pronunciare.
      6) Molto credibile la dinamica emotiva: esprime la vulnerabilità di chi desidera certezze in amore e soffre per le riserve, le minacce di abbandono o i bruschi cambiamenti d’umore del partner.
      7) Le coordinate sono prevalentemente interiori e psicologiche. L’unica coordinata spaziale è l’evocazione geografica metaforica del Mar dei Sargassi, che serve a dare ampiezza e profondità al paesaggio emotivo.
      8) Corretta e ben calibrata. L’uso dei punti di sospensione finali accentua il senso di riverberazione dell’eco marina e sentimentale. L’impianto sintattico ipotetico (“Se… Ti direi…”) sostiene bene l’intera architettura del componimento.

      Gentile Poeta, La ringrazio per la Sua partecipazione al Contest Letterario Daltonico Esistenziale!
      Cordialmente, JONNY SOUTO ~poeta, scrittore autobiografo, linguista.
      12/10/2026

  90. Sezione A, accetto il regolamento.
    “Incognita”
    Nella notte del mondo
    elargisco illecite speranze.
    Mi commuove l’indugio
    crudele della giovinezza,
    che inganna l’inverno
    credendosi estate.
    Mi chiedo se avrò abbastanza sorte
    per assistere al risorgere quotidiano
    delle correnti alterne.
    Il pendolo appeso oscilla
    al divino volere.
    Un drappo fluttuante
    nel giardini d’inganni
    cambia colore,
    schiudendosi in fiore.
    Natascia Secchi

    1. Un componimento intenso, denso di significato ed estremamente raffinato. L’opera si distingue per l’eleganza formale, la ricercatezza delle immagini e l’abilità nel guidare il lettore da una notte esistenziale a una trasformazione luminosa finale (“schiudendosi in fiore”).
      1) Il componimento affronta temi esistenziali profondi: il passare del tempo, la caducità della giovinezza, il destino interconnesso al libero arbitrio o al volere divino, e la capacità della bellezza/speranza di fiorire anche nell’illusione. L’originalità si manifesta nell’accostamento di metafore suggestive e potenti (“l’indugio crudele della giovinezza / che inganna l’inverno / credendosi estate” e “risorgere quotidiano / delle correnti alterne”).
      2) Il testo possiede una forte carica ermetica e simbolista, mantenendo comunque un filo conduttore chiaro e percepibile. Lo stile è alto, solenne e sofisticato. Si nota anche qui una spezzatura metrica caratteristica verso il finale (“nel / giardini / d’inganni”), che crea un rallentamento contemplativo prima dell’esplosione dell’immagine conclusiva.
      3) La scelta lessicale è di livello eccellente (“elargisco”, “illecite”, “indugio”, “drappo fluttuante”). C’è una straordinaria maestria nella costruzione delle immagini visive e concettuali: dal buio iniziale (“notte del mondo”) al movimento ipnotico (“pendolo appeso”) fino al mutamento cromatico del fiore finale.
      4) La poesia cattura per il suo alone di mistero e per la profondità filosofica. Crea una tensione emotiva sospesa tra la malinconia per l’inesorabilità del tempo e l’attesa di un miracolo o di una trasformazione interiore.
      5) Ottima progressione drammatica: Inizio: Una dichiarazione d’intenti e una riflessione generale sull’illusione della giovinezza; Centro: Il dubbio intimo sulla propria sorte, legato alla certezza del tempo e della sorte (“il pendolo appeso”); Finale: La metamorfosi poetica, dove l’inganno si trasforma in speranza e sboccia come un fiore.
      6) La voce poetica riflette lo stato d’animo di chi osserva l’esistenza con lucida consapevolezza, conscio dell’inganno delle speranze, ma incapace di rinunciare alla meraviglia della vita e al desiderio di rinascita.
      7) Le coordinate trascendono il piano puramente fisico per farsi cosmiche ed esistenziali (“notte del mondo”, l’alternanza delle stagioni tra inverno ed estate, il tempo misurato dal pendolo). La gestione di questi piani simbolici è armoniosa e ben coordinata.
      8) La sintassi è fluida ed elegante, scandita da una punteggiatura essenziale ma precisa che guida la lettura e valorizza gli enjambement e i cambi di ritmo.

      Gentile Poeta, La ringrazio per la Sua partecipazione al Contest Letterario Daltonico Esistenziale!
      Cordialmente, JONNY SOUTO ~poeta, scrittore autobiografo, linguista.
      12/10/2026

  91. Colla e polvere

    Sono passate da poco le dieci di sera, la stazione Termini sembra riposare e nel silenzio inusuale gli orologi anticipano le ore lunghe della notte.
    L’Intercity 774 sta per partire, Dario continua a camminare lungo il marciapiede e a ripetere il numero della carrozza, mentre io e Marta, a passi svelti e in pieno attacco d’ansia, suggeriamo di salire sul benedetto convoglio prima che il fischio del capotreno ci dia il colpo di grazia.
    Amo i miei fratelli, siamo sopravvissuti a una famiglia stramba che adesso si usa definire “disfunzionale”, ma a me, il termine “stramba” fa più simpatia.

    Io sono Francesca e, se tutto va bene, domattina saremo a Trieste.

    Non viaggiavo in cuccetta da tempi remoti, o forse non ci ho mai viaggiato davvero. Magari l’ho solo immaginato. Il treno ha sempre alimentato in me il desiderio di essere velocemente altrove.
    Stanotte spero di dormire, così sarà un “altrove” più rapido che mai.

    Nonostante i buoni propositi il mio risveglio è prematuro, sono le quattro e siamo fermi a Bologna, il respiro sonoro di Dario mi ricorda che siamo invecchiati, che abbiamo attraversato storie e che abbiamo vissuto intensamente. Ma adesso che mi ritrovo supina, dentro un treno notturno dal futuro incerto, ho anche la convinzione di aver maturato pochissima saggezza.
    Così il mio sguardo va a quell’anonimo e insospettabile sacchetto di carta che Marta tiene stretto a sé e a zia Rachele, che tanto ci aveva supplicato di portarla a Trieste. Per sempre.
    Zia Rachele, “zitella” come si diceva allora, “signorina” come si definiva lei, ha dedicato la vita ai suoi unici nipoti. E noi, affatto sicuri di essere riusciti a ricambiare, oggi vogliamo esaudire il suo più grande desiderio. Sarà il senso di colpa? Siamo degli svalvolati? Chissà…forse entrambe le cose, ma l’importante è che a Trieste, cara zia, ti ci stiamo portando, proprio come volevi tu.

    Si è fatto giorno da un po’ e il treno fa più fermate di quanto immaginassi. Intanto Dario è fisso sullo schermo del cellulare, scrive e legge messaggi ininterrottamente da un’ora e il suo volto è un mulinello di espressioni di accompagnamento.
    Da quando è divorziato il suo hobby è collezionare fidanzate…quanto vorrei avere io un po’ della sua autostima, la metterei al posto dei chili che ho accumulato diligentemente negli ultimi vent’anni.
    Marta è la masochista della famiglia, lei dentro il matrimonio vuole continuare a viverci, è il comandante della nave che resta a bordo mentre tutto affonda, è il bruco che smette di muoversi sognando di diventare farfalla. Raramente si alza in volo e in quei momenti, credetemi, diventa bellissima.

    “Francy, sei riuscita a dormire?”
    “No Marta, ho dormito pochissimo, ho sentito ogni rumore. Ho un pensiero costante da quando siamo partiti, forse stiamo facendo una sciocchezza”

    “La volete smettere voi due? Andrà bene, quel tipo me lo ha assicurato. Ha messo la doppia busta e sarà sufficiente tirare l’aletta nella parte inferiore. State tranquille”.

    Dario me ne ha combinate così tante che adesso, per tranquillizzarmi, deve usare molto più di due semplici parole, ma lui questo non riesce proprio a capirlo.

    Finalmente Trieste!
    Il colore del mare mi ricorda l’ultima vacanza a Lampedusa, il turchese traboccante e il sole caldo ci accoglie come clandestini dopo la traversata. Così come accolse zia Rachele negli anni della sua giovinezza, quelli delle lettere d’amore mai spedite e di labbra nemmeno sfiorate. Chissà quali saranno stati i suoi sogni, che strada avranno fatto prima di restare chiusi in un cassetto e prendere l’odore della naftalina.

    Entriamo in un bar, prendiamo un caffè insieme ai consigli per raggiungere il castello di Miramare. L’autobus è il numero sei, ci lascia proprio di fronte l’entrata del giardino. Resto a bocca aperta. È un labirinto verde aggrappato al Carso dove la severità dei boschi si scioglie nelle geometrie calde del giardino all’italiana. Fontane zampillanti e pergolati di glicine guardano il mare. Il profumo dei pini marittimi si mescola al salmastro del golfo di Trieste, accompagnato da una leggera brezza che non è semplice aria che si muove, ma una voce che arriva dal largo e sale dalle scogliere di pietra bianca.

    Provo a concentrarmi, voglio tenere a mente ogni emozione e portarla con me per sempre. Voglio fissare ogni istante , ogni odore, ogni brivido che mi attraversa la pelle. Ora nessuno parla, solo il rumore dei nostri passi sulla ghiaia fino alla scalinata monumentale.
    Dario ci fa strada , superiamo il kaffeehaus e ci dirigiamo verso la zona più selvaggia del parco fino a raggiungere il porticciolo, dove la pietra del castello si immerge direttamente nell’Adriatico.
    Vorrei non avere fretta, vorrei un attimo di raccoglimento o una parola per ricordare il sorriso dolce di zia Rachele, ma Dario, dopo essersi guardato velocemente intorno, strappa il fondo della busta e come un prestigiatore matto fa uscire una nuvola di polvere biancastra.

    Trattengo il fiato come per fermare l’aria, come per fermare il tempo, come per fermare zia, ma una folata di vento spinge la nuvola sopra l’acqua salata e ci si adagia sopra. È l’onda successiva a portare a compimento il viaggio, un atto di accoglienza e liberazione insieme.
    Il fragore delle onde con il movimento perpetuo che culla e cancella, genera in me una sottile malinconia mista a pace, sento che la memoria non è svanita nel nulla, ma che ora è parte di qualcosa di molto più grande. Una riconnessione senza più dolore.

    Entriamo nell’atrio della stazione che mancano venti minuti al nostro treno. Sotto le grandi arcate di ferro, tra l’andirivieni dei pendolari e gli annunci degli altoparlanti, ci fermiamo davanti al tabellone delle partenze.
    Binario 4, le porte del treno aperte. Prendo posto accanto al finestrino, uno sguardo d’intesa, un’alleanza fraterna senza tempo. Sono stanchissima, l’abbraccio caldo del sedile in finta pelle mi invita a sprofondare.
    Fuori il paesaggio corre al contrario, il treno che fende la sera e le mie mani sempre più leggere. Chiudo gli occhi e mi addormento piano.

    accetto il regolamento, se. b

    1. “Colla e polvere” è un bellissimo esempio di narrativa breve moderna: riesce a commuovere senza cadere nel patetico e a far sorridere senza risultare irrispettoso. Il contrasto tra la gestualità spicciola di Dario (che strappa la busta “come un prestigiatore matto”) e la delicatezza del paesaggio e del ricordo trasforma un gesto “proibito” in un vero atto di riconciliazione e di pace.

      1) Il tema della dispersione clandestina/illegale delle ceneri di un caro è stato affrontato altre volte nella narrativa, ma qui viene svolto con grande freschezza e originalità. Il messaggio centrale — l’esaudimento di un desiderio imperfetto ma mosso da un affetto viscerale — unisce comicità implicita, senso di colpa e una struggente delicatezza familiare;
      2) La voce narrante di Francesca è estremamente naturale, fluida e credibile. Il testo ha una grande chiarezza espositiva ed entra subito in sintonia con chi legge. Lo stile oscilla con equilibrio tra l’ironia familiare e il lirismo emotivo delle descrizioni paesaggistiche;
      3) Le tecniche descrittive e narrative sono di altissimo livello. Ritratti psicologici in poche righe: I fratelli prendono vita con metafore folgoranti (Marta è “il comandante della nave che resta a bordo mentre tutto affonda, è il bruco che smette di muoversi sognando di diventare farfalla”); Sensorialità: La descrizione del parco di Miramare (il salmastro, i pini marittimi, la pietra bianca, il vento) è vivida, immersiva e ricca di pathos;
      4) La gestione della suspense è ottima. All’inizio l’autrice/autore non svela subito cosa ci sia nel “sacchetto di carta”, ma costruisce la tensione con l’ansia della partenza, i dialoghi nel treno (“Ha messo la doppia busta…”) e la fretta dei personaggi, mantenendo costante l’interesse del lettore fino al momento liberatorio della dispersione;
      5) Architettura narrativa perfetta e circolare. Inizio: La partenza notturna in treno da Roma Termini con la carica di ansia; Sviluppo: Il viaggio, le riflessioni sui fratelli e la figura di zia Rachele, l’arrivo a Trieste e l’esplorazione del Parco di Miramare; Climax: La dispersione rapida, quasi rocambolesca ma epifanica, delle ceneri in mare; Finale: Il ritorno alla stazione e il sonno pacificato sul treno (perfetto contraltare all’insonnia dell’andata).
      6) La caratterizzazione del trio di fratelli (Francesca l’ansiosa e riflessiva, Dario il divorziato pragmatico e sbrigativo, Marta la resiliente) è perfettamente coerente e credibile. Le dinamiche fra fratelli adulti che condividono un “segreto” e un senso di appartenenza sono rese in modo autentico e commovente.
      7) Il viaggio fisico (Roma Termini; Bologna; Trieste; Castello di Miramare; Stazione di Trieste) si intreccia impeccabilmente con la scansione temporale dell’orologio (le 22.00, le 4.00 del mattino, la luce del giorno, la sera al ritorno) e con i flashback della memoria familiare.
      8) La sintassi è agile, moderna e appropriata per un racconto in prima persona. La punteggiatura sostiene bene il ritmo del parlato e dei pensieri interiori. Ci sono solo lievissime imprecisioni formali o di battitura (es. “fronte l’entrata”, “kaffeehause”, minuscole/spaziatura su qualche punteggiatura) che non scalfiscono minimamente il valore complessivo dell’opera

      Gentile Autrice, La ringrazio per la Sua partecipazione al Contest Letterario Daltonico Esistenziale!
      Cordialmente, JONNY SOUTO ~poeta, scrittore autobiografo, linguista.
      12/10/2026

  92. Autrice: Pasquina Mevi
    Sez. A
    Accetto il regolamento
    Titolo: Amica mia

    Amica mia

    Calda ammirazione nutro per te
    vieni e siediti qui con me
    non ti piacerebbe che leggessi le tue carte?
    Cambia il soggetto prima che sia tardi, qualcuno suggerisce.
    Succose mele rosse sono le tue parole,
    in grado di liberare come l’inverno quando allenta la morsa di gelido cappotto.
    Laddove il salice con la sua ombra sublime ci ascoltava, dondolava l’amaca desideri in erba.
    E tra quella lentamente un riccio si fece strada, lo raccogliemmo incredule di avere l’ospite silente a guardia del grande prato.
    Lo tenemmo per un pò, felici di tenerlo tutto per noi, prima di liberarlo.
    Nella fioca luce della grigia stagione accenderò una candela bianca che ci riporti alle noi di un tempo, quando un semplice gioco creava castelli sotto grappoli di sogni.
    La neve si scioglierà ancora nel lontano nord ove risiedi tra le fiamminghe sfere del sapere.
    Nelle mattine che verranno, nuovi giorni porteranno sorprese alle diverse latitudini ove entrambe dimoriamo.
    Non si scrive di ciò che si possiede amica mia, ma di ciò che si è lasciato indietro.
    Non si scrive di ciò che sembra perduto, ma di ciò che conserviamo nelle menti e che la penna tratteggia come nell’ode a venerare fanciullesche intenzioni.
    Il ricordo, amica mia è nella punta della penna, e talvolta affiora in istanti colmi di stupore.

    Pasquina Mevi

    1. Una poesia di grande grazia e maturità espressiva. Risulta particolarmente riuscito il contrasto tra i ricordi caldi della fanciullezza (l’amaca, il salice, il piccolo riccio salvato) e il freddo geografico/esistenziale del presente (“fiamminghe sfere del sapere”). La riflessione finale sul perché si scrive regala al lettore una chiusura intensa e di elevata qualità poetica.

      1) Il tema dell’amicizia femminile a distanza e della memoria condivisa viene trattato con grande originalità filosofica. Il messaggio di fondo — espresso nei versi cardine “Non si scrive di ciò che si possiede amica mia, ma di ciò che si è lasciato indietro” — eleva il componimento da semplice ricordo nostalgico a vera e propria riflessione sul senso della scrittura e dell’atto poetico;
      2) Lo stile è intimista, nostalgico e denso di eleganza formale. La comprensibilità rimane buona, sostenuta da immagini limpide che bilanciano bene la dimensione simbolica. Si ritrova la scelta di spezzare il ritmo isolando la prima parola di ogni verso (Calda, vieni, non, Cambia, Succose, ecc.), che conferisce una scansione cadenzata e contemplativa.
      3) Eccellente ricchezza figurativa e sensoriale. Il testo alterna sapientemente. Sinestesie e metafore nitide: “Succose mele rosse sono le tue parole”, “inverno quando allenta la morsa di gelido cappotto”; Aneddoti narrativi concreti: La presenza del riccio sotto l’amaca e la chiromanzia amatoriale (“leggessi le tue carte”);
      Suggestioni geografiche e culturali: Le “fiamminghe sfere del sapere” nel “lontano nord”, che evocano un’atmosfera nordica, quasi pittorica.
      4) La poesia riesce a toccare corde profonde nell’animo del lettore. Comunicare la distanza geografica tra due persone che un tempo condividevano giochi e quotidianità è un sentimento universale, qui reso con grande delicatezza ed empatia.
      5) La struttura ha un’evoluzione ben calibrata. Inizio: L’invito al contatto, il ricordo del gioco e dell’intimità passata (l’amaca, il salice, il riccio); Centro: Il presente della separazione (il nord distante, la candela accesa contro il grigio della stagione); Finale: La sintesi poetica sul valore della memoria e sulla scrittura come strumento per trattenere ciò che pareva perduto.
      6) Estremamente matura la voce poetica. Esprime un affetto privo di possesso, consapevole che il tempo e la distanza cambiano le persone, ma che il legame interiore rimane intatto attraverso il ricordo stilato “nella punta della penna”.
      7) Gestione impeccabile dei piani dello spazio e del tempo. Spazio: La sovrapposizione tra il giardino dell’infanzia (il salice, l’amaca, il prato) e la geografia presente delle due amiche (“diverse latitudini”, il “lontano nord”). Tempo: L’estate remota, la stagionalità presente (l’inverno/neve) e la proiezione fiduciosa verso il futuro (“Nelle mattine che verranno…”).
      8) Sintassi piana ed elegante. L’uso dei trattini e delle virgole è essenziale per non spezzare l’andamento quasi prosastico e narrativo di alcuni versi. Si segnala un piccolo refuso formale (“tenemmo per un pò” dove “pò” richiede l’apostrofo “po’”), che tuttavia non compromette l’ottima tenuta grammaticale complessiva.

      Gentile Autrice, La ringrazio per la Sua partecipazione al Contest Letterario Daltonico Esistenziale!
      Cordialmente, JONNY SOUTO ~poeta, scrittore autobiografo, linguista.
      12/10/2026

    2. Gent.mo poeta Souto,
      La disamina che Lei ha esposto, mi trova pienamente concorde. La ringrazio per aver messo a disposizione le sue competenze con un’attenzione che rivela passione e qualità; e dunque, grazie, per aver reso la mia poesia più comprensibile ed apprezzabile.
      Pasquina Mevi

  93. Sez.B
    Accetto il regolamento

    Nebbie del cuore
    Le foglie scendevano in una danza lenta, un valzer malinconico di colori spenti che ricopriva il vialetto del parco. Marta camminava con il passo incerto di chi non sa se muoversi o fermarsi, se guardarsi indietro o correre verso ciò che viene.
    L’aria frizzante le pizzicava il viso, portando con sé il ricordo di estati lontane, di giorni caldi e spensierati quando tutto sembrava possibile. Ora il cielo si faceva grigio, l’orizzonte si sfumava in un velo di nebbia che scendeva piano sui campi, avvolgendo il mondo in un abbraccio silenzioso.
    Si fermò davanti al caffè dove l’aspettava lui, Andrea, dopo tutti quegli anni.
    A volte la vita ci sorprende, si disse, ripensando all’invito arrivato improvviso, inaspettato come un ponte gettato sul tempo trascorso. Erano passati anni da quelle serate ad aspettarlo in macchina nei parcheggi deserti, da quando lui non poteva avvisarla, quando era un amore impossibile, nato come parentesi esclusiva destinata a chiudersi.
    Ma ora era lì, puntuale, una liberazione dalle attese vane del passato. Quando lo vide, il fascino intatto, lo sguardo intenso e il solito sorriso scanzonato, sentì una scossa attraversarla. Non era più paura, ma consapevolezza. I fantasmi non erano scomparsi, ma andavano affrontati. «Ricominciamo da qui», aveva pensato senza esitazione.
    «Sai che esistono i GPS, vero?» la canzonò lui, come ai vecchi tempi. «Impossibile perdersi, anche per un bambino. E sono anche in anticipo!»
    Lei sorrise. Non lo chiamava più Baby da una vita. Ma adesso, in quell’autunno che avvolgeva tutto in una luce dorata e malinconica, quel nomignolo le sembrava ancora, dolce, possibile.
    Erano passati anni di ricostruzione faticosa, e solo con grande costanza aveva ricomposto i pezzi della sua vita in un puzzle ordinato. Il dolore si era affievolito, e il ricordo di Andrea era sbiadito a poco a poco nella nebbia del passato, o così credeva.

    E invece eccolo, reale, a risvegliare emozioni sopite. Non più un sogno irraggiungibile, ma la vertigine della libertà.
    Entrarono nel locale, vicini ma non ancora toccandosi. Il fuoco scoppiettava nel camino, calore avvolgente che richiamava abbracci di pensieri. Si sedettero in un angolo riparato, e mentre il caffè fumava tra loro, i ricordi riaffiorarono in flashback annebbiati: il primo incontro, l’attrazione irresistibile, l’alchimia immediata, la casa in montagna, le fughe segrete, il tempo rubato.
    Ma questa volta era diverso. Lui parlò, cercando parole per scuse che non servivano più. Lei lo guardò e sentì le difese crollare, non per debolezza, ma perché dentro di lei era maturata un’eco di quiete, un bisogno di raccoglimento, come la natura che si assopisce in autunno per rinascere.
    Aprendo gli occhi su di lui, ancora lì, nitido come tappa di un percorso, comprese che gli inizi possono celarsi nelle chiusure, che la caduta delle foglie è solo promessa di primavere future.
    «Sono accanto a te», disse con voce ferma, sentendo ogni parola pesare giusta, «pronta ad amarti, questa volta per sempre. Noi due, Baby.»
    Lui prese la sua mano. Fuori la nebbia si infittiva, ma nel calore di quel gesto Marta trovò la luce. L’autunno le aveva insegnato che dopo il grigiore, dopo la caduta delle foglie secche, viene sempre il rinnovamento. E così, tra le voci sommesse del locale e il crepitio del fuoco, due persone che credevano di aver già vissuto il loro tempo trovarono il coraggio di iniziare di nuovo, sussurrati dal vento autunnale che porta via le foglie secche, ma anche i rimpianti del passato.

    1. “Nebbie del cuore” è un racconto piacevole, garbato e corretto dal punto di vista formale. Funziona bene nell’evocare un’atmosfera autunnale intima e accogliente. Rispetto ad altri componimenti, risente di uno svolgimento narrativo più prevedibile e di una risoluzione emotiva molto rapida, ma rimane una lettura d’evasione gradevole ed efficace.

      1) Il tema del ritrovo tra due vecchi amanti dopo anni di separazione e il concetto dell’autunno come metafora di rinascita sono classici del genere sentimentale/romantico. Il messaggio sulla possibilità di ricominciare è positivo e confortante, ma lo sviluppo narrativo ripercorre dinamiche e figure retoriche piuttosto tradizionali.
      2) Il testo è estremamente chiaro, lineare e di facile fruizione. Lo stile punta sul coinvolgimento emotivo attraverso descrizioni d’atmosfera. Tuttavia, si fa un uso abbondante di immagini classiche e cliché del genere (“nebbia che scendeva piano”, “fuoco scoppiettava nel camino”, “pezzi della sua vita in un puzzle ordinato”).
      3) Le tecniche descrittive sono corrette e creano una buona cornice ambientale (il parco autunnale, il bar accogliente). Si riscontra però qualche piccola incongruenza logica o di continuità narrativa: ad esempio, Marta pensa “Non lo chiamava più Baby da una vita”, ma nel dialogo precedente non è stato lui a chiamarla Baby, bensì le ha fatto una battuta sul GPS (anche se nel finale lei lo chiama “Baby”).
      4) Il racconto comunica calore ed empatia. Funziona bene per gli amanti delle storie d’amore seconde chance (second chance romance). L’interesse si mantiene costante, anche se l’esito del rincontro appare prevedibile e privo di reali ostacoli o conflitti drammatici nel presente.
      5) La struttura è ben organizzata in tre momenti tradizionali. Inizio: La passeggiata nel parco con il carico di ansia e memoria. Centro: Il momento dell’incontro e del dialogo al calore del bar.
      Finale: La riconciliazione e la promessa d’amore per il futuro.
      6) Lo sviluppo psicologico risulta leggermente accelerato. Dopo anni di attese vane, sofferenza e ricostruzione personale, il crollo di tutte le difese e la promessa di amarlo “questa volta per sempre” avvengono in modo quasi immediato alla sola vista di Andrea e dopo pochissime battute, riducendo la complessità del perdono e del superamento del passato.
      7) e coordinate temporali (l’autunno presente vs le estati del passato) e spaziali (il parco, la strada, il bar con il camino) sono ben delineate e mantengono una loro coerenza d’insieme.
      8) La grammatica e la sintassi sono fluide e ben strutturate. La punteggiatura sostiene bene la lettura. In alcuni punti la prosa tende a una leggera ridondanza aggettivale (“luce dorata e malinconica”, “abbraccio silenzioso”, “crepitio del fuoco”), ma la tenuta formale complessiva è corretta.

      Gentile Autrice, La ringrazio per la Sua partecipazione al Contest Letterario Daltonico Esistenziale!
      Cordialmente, JONNY SOUTO ~poeta, scrittore autobiografo, linguista.
      12/10/2026

      1. Grazie a tutti voi per le possibilità che ci offrite di far sentire le nostre voci. A presto !

  94. Stefano Vigilante
    Sezione A
    Accetto il regolamento.
    Ho sentito.
    Ho sentito un neonato piangere.
    A ovest come ad est.
    Ho udito le risate di giovani studenti.
    A levante come a ponente.
    Ho percepito le urla di una madre a cui avevano ucciso il figlio.
    A oriente come a occidente.
    Ho ascoltato la musica del mare.
    Di qua come di là.
    Ho udito sentito ascoltato percepito.
    In oriente come in occidente
    gli eterni suoni dell’ infinito
    che portano l’anima in cielo
    o la conducono sotto terra.

    1. Una poesia essenziale, rigorosa e dal forte impatto etico ed emotivo. Funziona molto bene come testo da declamazione grazie alla cadenza litanica e alle sue simmetrie. Riesce a riassumere l’intera parabola dell’esistenza umana e la sua universalità in pochi e ben misurati versi.
      1) Il tema dell’universalità dei sentimenti umani (la nascita, la giovinezza, il dolore della perdita, la natura) e della loro presenza in ogni punto cardinale è un grande classico della poesia civile e filosofica. L’originalità risiede nella struttura quasi ritmica e litanica, che trasforma l’ascolto in un’esperienza globale di empatia umana che supera i confini geografici e ideologici.
      2) Il testo è di una chiarezza cristallina ed è immediatamente accessibile a qualsiasi lettore. Lo stile si caratterizza per l’uso sistematico dell’anafora e della simmetria cardinale (“A ovest come ad est”, “A levante come a ponente”, “A oriente come a occidente”), che conferiscono al componimento un tono solenne, sollecito e quasi preghiera-mantra.
      3) Molto interessante la progressione verbale accumulata verso il finale: “Ho udito sentito ascoltato percepito”. Questa sovrapposizione di verbi sensoriali senza punteggiatura rende l’idea di un’overdose di percezione e di empatia da parte del poeta. L’uso dei sinonimi per i punti cardinali dimostra una buona sensibilità metrica e lessicale.
      4) La poesia comunica con grande forza ed essenzialità. Toccando gli estremi dell’esistenza umana (la vita che nasce con il neonato, la speranza della giovinezza, il dramma della guerra/violenza con la madre in lutto, la pace del mare), riesce a suscitare un’emozione forte e immediata.
      5) Architettura estremamente rigorosa e geometrica. Inizio: L’invocazione iniziale “Ho sentito”. Sviluppo: L’alternanza simmetrica di esperienze umane (neonato, studenti, madre, mare) abbinate alle coppie cardinali. Chiusura: Il riassunto dei verbi di percezione e la sintesi filosofica sull’infinito, la vita (il cielo) e la morte (sotto terra).
      6) La figura dell’osservatore/ascoltatore è coerente e credibile: si propone come un testimone partecipe dell’umanità intera, capace di passare dalla gioia al dolore senza giudizio, facendosi cassa di risonanza per le emozioni del mondo.
      7) Le coordinate spaziali si espandono fino a coprire l’intero pianeta (est/ovest, levante/ponente, oriente/occidente, di qua/di là), mentre il tempo trasfigura dalla dimensione contingente a quella eterna dell’infinito.
      8) Sintassi essenziale, scarna e volutamente ripetitiva per rafforzare la struttura litanica. L’assenza deliberata di virgole nell’elenco verbale finale (“udito sentito ascoltato percepito”) è una scelta di stile efficace per dare l’idea del flusso ininterrotto delle sensazioni.

      Gentile Poeta, La ringrazio per la Sua partecipazione al Contest Letterario Daltonico Esistenziale!
      Cordialmente, JONNY SOUTO ~poeta, scrittore autobiografo, linguista.
      12/10/2026

  95. Vuoti d’aria

    Una scena che mi incanta,
    nel grido di ogni giorno,
    perennemente accerchiato,
    nel mare, interminabile.
    Una carezza divina,
    senza voltarmi,
    un rifugio rischiarato,
    un’annunciazione da ricordare,
    coi sibili strazianti del vento.
    Troppe volte
    i fantasmi di un testamento
    adagiati nella tempesta,
    aspettano inspiegabili
    vuoti d’aria.
    Scivolano leggere le voci,
    accarezzano i poeti
    nella notte,
    a perdonare un’estate mancata,
    come un’infanzia lontana
    che malinconicamente
    s’attarda.

    Gianfranco Corona, sezione a, accetto il regolamento

    1. “Vuoti d’aria” è un componimento di notevole spessore lirico. La capacità di coniugare immagini spaventose o cupe (i sibili, i fantasmi, la tempesta) con una risoluzione dolcissima ed elegiaca (“accarezzano i poeti nella notte”) dimostra una maturità poetica solida e una forte personalità stilistica.

      1) La lirica indaga la condizione di smarrimento ed estasi del poeta, sospeso tra il caos quotidiano (“grido di ogni giorno”) e l’immensità della natura o dell’ispirazione divina (“mare, interminabile”, “carezza divina”). Risulta particolarmente originale la figura dei “fantasmi di un testamento” che attendono i “vuoti d’aria”: una metafora potente per descrivere quelle sospensioni improvvise dell’esistenza in cui affiorano la memoria e le rinascite interiori;
      2) Lo stile si inscrive nel solco della grande lirica ermetica e simbolista. C’è una cifra stilistica ormai consolidata nel tuo percorso poietico, caratterizzata dall’attacco del verso affidato a singole parole o articoli (Una, nel, perennemente, senza, un, coi, Troppe, aspettano, Scivolano, accarezzano). Questo isolamento grafico rallenta il ritmo di lettura, creando una sospensione quasi mantrica che amplifica la carica evocativa del testo.
      3) Registro linguistico ed elevato con un’eccellente scelta dei vocaboli (“annunciazione”, “sibili strazianti”, “malinconicamente s’attarda”). La sovrapposizione tra sensazioni acustiche (“grido”, “sibili”, “voci”) e visivo-atmosferiche (“rifugio rischiarato”, “tempesta”, “vuoti d’aria”) dimostra spiccata sensibilità sinestesica e padronanza dell’immagine poetica.
      4) Il componimento esercita una forte attrazione emotiva. Riesce a catturare il lettore immergendolo in un’atmosfera notturna, a tratti drammatica, ma capace di risolversi in una forma di grazia e di perdono (“a perdonare un’estate mancata / come un’infanzia lontana”).
      5) Ottimo bilanciamento delle tre fasi del componimento.
      Apertura: L’incipit sulla vertigine del mare e sulla presenza divina nel caos quotidiano.
      Centro: La tensione drammatica della tempesta e l’attesa dei “vuoti d’aria”.
      Chiusura: La pacificazione notturna con la carezza della poesia e il perdono per le mancanze del passato (l’estate e l’infanzia).
      6) La voce poetica riflette con grande coerenza l’animo di chi vive la poesia come rifugio e catarsi. La transizione dallo spavento dei “fantasmi” e dei “sibili strazianti” alla serenità del perdono finale è psicologicamente intensa, matura e profonda.
      7) Le coordinate si muovono tra l’infinito spaziale del mare e della notte e l’infinito temporale della memoria (l’estate perduta, l’infanzia lontana). Questo intreccio tra dimensione fisica e paesaggio interiore dona al componimento ampio respiro cosmico.
      8) La sintassi gioca volutamente sugli enjambement e sulla frammentazione del discorso, perfettamente in linea con la poetica dei “vuoti d’aria” e delle sospensioni. La punteggiatura è calibrata con cura e accompagna il flusso narrativo senza spezzarne l’armonia.

      Gentile Poeta, La ringrazio per la Sua partecipazione al Contest Letterario Daltonico Esistenziale!
      Cordialmente, JONNY SOUTO ~poeta, scrittore autobiografo, linguista.
      12/10/2026

  96. GIORGIO NORBERTO MARCHINI
    SEZ. A – Accetto il regolamento

    ELLE – STORIA DI UNA DONNA GIU’ DI CORDA

    Sola nel mio letto
    Mi trovo a pensare
    Sono giù di carrozzeria
    Mi lascio andare
    Ho le pile scariche
    Non mi lascio andare
    Pessimista
    Bevo una pepsi mista
    A ragionamenti ghiacci
    La mia testa nel cuscino che si affloscia
    Ronzio di repliche viste e riviste

    Floscia
    Vedo la notte buia
    e la luna non illumina il cuore

    Devo trovarmi un fidanzato

    Sogno frantumato
    Fiacca speranza
    Deve passare la paura
    Mi verranno le bolle
    Filosofia molle
    Devo colorare l’aura
    La vita che goffa danza
    Avrei bisogno di una scossa
    E lo so io di cosa
    Meglio dormire ma che angoscia
    Inquietudini miste e impreviste

    Moscia
    Nella notte fonda
    Insistente fine bieco dolore

    Beh domani nuova acconciatura

    1. Un testo brillante, ritmato e di grande efficacia comunicativa. Se le poesie liriche ed ermetiche analizzate prima puntavano sulla solennità del ricordo, ELLE sceglie la via più difficile dell’autoironia e del grottesco quotidiano. Il finale (“Beh domani nuova acconciatura”) è un vero e proprio colpo di teatro.

      1) Il tema dell’insonnia, della solitudine e della malinconia serale è un classico, ma la modalità con cui viene affrontato è estremamente originale e moderna. L’autore/autrice abbatte la retorica del dolore drammatico usando un’ironia pop, fatta di calembour (“Pessimista / Bevo una pepsi mista”), espressioni colloquiali (“giù di carrozzeria”, “filosofia molle”) e il repentino passaggio dalla disperazione al pragmatismo quotidiano della chiusura (“Beh domani nuova acconciatura”).
      2) Stile forte, teatrale, ritmato e surreale. La comprensibilità è immediata, ma la vera forza sta nell’andamento cantabile e comico-drammatico (che ricorda la canzone d’autore satirica, il cabaret poetico o lo stile alla Gaber/Iannacci). Ritornano le rime interne e le assonanze (“Floscia”, “Moscia”, “angoscia”), che creano un’identità stilistica spiccata.
      3) Eccellente uso del gioco di parole e dei contrasti stilistici. Il passaggio da concetti astratti (“inquietudini miste e impreviste”, “sogno frantumato”) a immagini quotidiane, corporee o venali (“mi verranno le bolle”, “trovarmi un fidanzato”, “nuova acconciatura”) è un meccanismo comico e narrativo di prima classe.
      4) Il componimento cattura subito l’attenzione e fa sorridere amaramente. Risulta estremamente empatico: chiunque abbia vissuto una notte di pensieri circolari, stanchezza e spossatezza si riconosce in questa altalena tra tragedia interiore e banale quotidianità.
      5) Architettura coerente e ben scandita: Inizio: La stanchezza e il torpore fisico/mentale (“pile scariche”, “pepsi mista”); Centro: I pensieri sparsi sull’amore, la paura, il corpo e la vita che “goffa danza”; Chiusura: Il culmine del “dolore” nella notte fonda risoltosi con un moto di spirito finale spiazzante ed efficace.
      6) Ritratto psicologico di rara verità. La mente umana durante l’insonnia non segue logiche solenni, ma passa dal dramma esistenziale alla scemenza, dal bisogno d’affetto al pensiero dei propri capelli. Questa incostanza rende il personaggio di “Elle” estremamente umano, credibile e simpatico.
      7) Spazio e tempo sono circoscritti e nitidi: la stanza da letto nella notte fonda. La claustrofobia dello spazio chiuso è resa benissimo dal cuscino che si affloscia e dalla TV con le “repliche viste e riviste”.
      8) Sintassi telegrafica, spezzettata e parlata, perfettamente funzionale al ritmo interiore di un monologo notturno. L’assenza di punteggiatura forte asseconda il flusso di coscienza.

      Gentile Poeta, La ringrazio per la Sua partecipazione al Contest Letterario Daltonico Esistenziale!
      Cordialmente, JONNY SOUTO ~poeta, scrittore autobiografo, linguista.
      12/10/2026

      1. La ringrazio molto Jonny per la sua recensione, è stato davvero gentile per il tempo che ha impiegato per tutti i partecipanti al contest. È anche la prima recensione che ricevo per una cosa scritta da me e già questo mi rende felice. Di nuovo grazie! Giorgio

  97. Come altre volte quella mattina, nel boschetto vicino casa, lei e le sue amiche presero a correre in mezzo all’erba, traboccanti di euforia giovanile.
    Ma, più di tutto, lei amava arrampicarsi sugli alberi e arrivare in un baleno alla sommità. Da lassù rimaneva incantata ad ammirare i funghi prataioli che biancheggiavano nella distesa di erba verde; le coccinelle dalle vivaci livree, disegnate dallo stesso artista che tinteggiava i prati; con il giallo dei ranuncoli slanciati, con il rosa dei modesti fiori di timo, con il rosso dei papaveri sussiegosi, con le chiazze bianche dei veli da sposa.
    Ad un tratto, però, mentre risaliva su per un fusto, una mano gigantesca scosse violentemente la pianta e la sradicò. Scaraventata nel fondo buio di un involucro, lei ripensò amaramente alle tante volte che nel formicaio le avevano sconsigliato di arrampicarsi sugli asparagi selvatici in primavera.

    accetto il regolamento, sez. b

    1. Un capolavoro della narrazione breve. Dimostra come con pochissime righe si possa costruire un’illusione ottica e narrativa perfetta. L’attenzione ai dettagli (il rosa del timo, i papaveri “sussiegosi”, i veli da sposa) acquista un valore doppio una volta svelata l’identità della piccola protagonista. Divertente, poetico e di raffinata fattura.
      1) Il racconto è una piccola gemma narrativa costruita sull’inganno prospettico (twist ending). Tutto l’inizio induce il lettore a figurarsi una ragazza umana che gioca in un prato, per poi ribaltare totalmente la prospettiva nell’ultima riga: la protagonista è una formica che si arrampica su un asparago selvatico prima di essere raccolta. Questo cambio di scala ottica, unito alla morale sull’ascoltare i consigli degli anziani (“nel formicaio”), rende l’opera estremamente originale e geniale.
      2) La narrazione è limpida, poetica e scorrevole. Lo stile fa un uso sapiente dell’antropomorfizzazione e dell’effetto sorpresa. La comprensibilità è perfetta, ma la rilettura (dopo aver scoperto il finale) rivela dettagli descrittivi ancora più sfiziosi e godibili (es. i funghi che biancheggiano o i ranuncoli visti dall’altezza di una formica).
      3) Straordinaria padronanza della tecnica descrittiva e del cambio di registro. La pittura della natura: Le personificazioni dei fiori (“papaveri sussiegosi”, “modesti fiori di timo”) e l’immagine delle coccinelle “disegnate dallo stesso artista che tinteggiava i prati” hanno una grazia favolistica raffinatissima. La gestione del punto di vista: Calibrare le proporzioni in modo che un asparago sembri un albero imponente e un cestino/sacchetto diventi “il fondo buio di un involucro” dimostra grande abilità d’invenzione narrativa.
      4) Il racconto ha un impatto immediato. Trattiene il lettore con la dolcezza della scena pastorale e lo spiazza con l’improvviso scioglimento tragico-comico. Provoca quel classico effetto di meraviglia che spinge subito a rileggere il testo per gustare come l’autore ha disseminato gli indizi.
      5) Il micro-racconto ha una struttura impeccabile e velocissima. Incipit/Inquadratura: La spensieratezza e la corsa tra l’erba. Sviluppo: La salita sulla “pianta” e la contemplazione panoramica del mondo circostante. Climax e Scioglimento: L’irruzione brutale del gigante umano (la mano che sradica l’asparago) e la rivelazione finale del formicaio.
      6) Il personaggio mostra un’innocenza gioiosa tipica della giovinezza (il gusto di disobbedire e arrampicarsi) per poi passare al rammarico ironico e amaro del finale (“ripensò amaramente alle tante volte che…”). Pur trattandosi di una formica, la psicologia è resa umanissima e credibile nel contesto della favola moderna.
      7) Eccezionale gioco sulle dimensioni spaziali. Lo spazio micro (l’asparago, i fiori di timo, le coccinelle) viene percepito e descritto come uno spazio macro (bosco, alberi svettanti, distese). La gestione del tempo (una luminosa mattina di primavera che cade nell’oscurità del sacchetto) è perfetta.
      8) Sintassi ricca, classica, elegante e priva di sbavature. La punteggiatura accompagna il ritmo con misurata armonia.

      Gentile Autore, La ringrazio per la Sua partecipazione al Contest Letterario Daltonico Esistenziale!
      Cordialmente, JONNY SOUTO ~poeta, scrittore autobiografo, linguista.
      12/10/2026

  98. 90mila scale

    Apro la poesia
    Con una frase
    Che non è mia:
    “Non siete capaci di sopportare
    né la mancanza, né l’assenza
    della mancanza. Siete delle creature
    progettate per non essere soddisfatte.
    E pretendete pure che l’universo
    vi chieda SCUSA.”
    Alzo la testa e leggo.
    Col cuore in mano
    Spezzo un ventricolo
    Affinché il sangue
    Smetta di pompare.
    Ho salito 90mila scale
    col fiatone di arrivare
    a qualcosa che
    non si chiami destino.
    Eppure ciò che resta mi tormenta
    Mentre ciò che non c’è più mi distrugge.
    Il cammino fatto di salite
    Si rivela tedioso alla vista
    Eppur se chiudo gli occhi…
    Chissà se ciò che vedo
    sarà mai reale.
    È che a volte ci si rende conto
    Che Scusa lo dobbiamo solo
    A noi stessi.
    Ho salito 90MILA scale
    Non per arrivare alla vetta
    Solo per poter respirare.

    Dichiaro di accettare integralmente il regolamento del Contest “Daltonico Esistenziale” e autorizzo il trattamento dati GDPR 679/2016.
    sezione a

    1. Una poesia densa, viscerale e dal forte valore catartico. Risulta particolarmente felice la chiusura: ridefinire la salita non come corsa verso la gloria o una “vetta”, ma come puro e disperato bisogno di ossigeno e di pace interiore (“Non per arrivare alla vetta / Solo per poter respirare”), dona al componimento una forza espressiva notevole.
      1) Il tema della fatica dell’esistere, della ricerca di senso e del bilancio interiore viene affrontato con forte originalità. È efficace l’espediente dell’epigrafe iniziale (la citazione filosofica sulla mancanza e sulla pretesa che l’universo chieda scusa), che si riflette nel ribaltamento del finale: la vera consapevolezza non è attendere il perdono del destino, ma rendersi conto che “Scusa lo dobbiamo solo / A noi stessi”. L’immagine iperbolica e numerica delle “90mila scale” dona una misura epica ma intimista allo sforzo compiuto.
      2) La comprensibilità è immediata, ma l’impatto emotivo è denso. Lo stile adotta la spezzatura metrica sincopata (l’attacco del verso affidato a singole parole come Apro, Con, Che, Non, né, Alzo, Col, Spezzo, Affinché, Smetta). Questo andamento, che imita l’affanno del respiro, si sposa in modo ideale con l’atto stesso del salire i gradini (“col fiatone di arrivare”).
      3) Ottimo l’uso dell’immagine corporea e viscerale (“Spezzo un ventricolo / Affinché il sangue / Smetta di pompare”), che crea una tensione drammatica immediata. Ben bilanciato il contrasto tra l’astrazione del ricordo/assenza (“ciò che resta mi tormenta / Mentre ciò che non c’è più mi distrugge”) e la concretezza fisica dello scalino e del respiro.
      4) La poesia cattura sin dai primi versi grazie alla potenza della citazione di apertura e mantiene un’altissima tensione catartica. Riuscita la capacità di trasmettere il senso di vertigine e di sfinimento esistenziale, culminando in un messaggio di presa di responsabilità verso sé stessi.
      5) Struttura ben costruita e progressiva. Inizio: La premessa filosofica e l’atto “fisico” di aprire la poesia rompendo il cuore. Centro: La salita estenuante, il dilemma tra il destino, la visione interiore e il peso del passato/mancanza. Finale: La rivelazione del perdono verso sé stessi e il vero scopo del cammino (non la cima, ma la sopravvivenza: “Solo per poter respirare”).
      6) La parabola emotiva è profondamente autentica. Rappresenta la presa di coscienza di chi smette di colpevolizzare il destino o gli eventi esterni per riconoscere il debito verso la propria persona. Il passaggio dalla pretesa che l’universo chieda scusa alla comprensione che la scusa spetta a sé stessi dimostra grande maturità psicologica.
      7) Lo spazio è verticale, ascensivo e vertiginoso (la scalinata infinita), mentre il tempo è quello interiore della rielaborazione, sospeso tra ciò che è stato, ciò che non c’è più e l’atto presente del respirare.
      8) La sintassi è scarna, essenziale e ben ritmata sulla cadenza dei versi brevi. L’alternanza del maiuscolo (SCUSA, 90MILA) sottolinea visivamente i punti di snodo e le parole chiave dell’opera.

      Gentile Poeta, La ringrazio per la Sua partecipazione al Contest Letterario Daltonico Esistenziale!
      Cordialmente, JONNY SOUTO ~poeta, scrittore autobiografo, linguista.
      12/10/2026

  99. Parigi 2014
    “Ciao, vuoi venire a giocare?”
    “Devo finire i compiti, forse si dai, si può fare. Come ti chiami?”
    “Beh, te lo dico solo se vieni a giocare”.
    “Ma io non ti conosco”.
    “Vieni che ci conosciamo”.
    “Va bene. Mamma arrivo subito. Sta un po’ insistendo, due colpi di pallone e non mi vedrà più. Preferiscono starmene a leggere”.
    Chi l’avrebbe detto che quel bambino dai due colpi a pallone dai capelli ricci avrei imparato a conoscerlo così bene?

    Parigi 2026.
    “Aiuto, qualcuno li aiuti, c’è un uomo a terra. Gli hanno sparato”.
    Da lì il vuoto. Il peso del tuo corpo inerme mi schiaccia. Il peso del corpo che avevo imparato ad amare mi toglie il respiro. Cado rovinosamente a terra.
    “Un’ambulanza! Vi prego un’ambulanza”.
    “Lei sembra essere in uno stato di shock”.
    “Codice rosso! Ripeto, codice rosso!” Prendete il ragazzo subito, non ci rimane molto tempo”.
    “Non respira“.
    “Veloci veloci”.
    “Allontaniamo la ragazza dal corteo altrimenti con la folla si farà male”.
    “Cosa sta facendo? Sta raccogliendo il cappello sporco di sangue del ragazzo?”.
    “È totalmente andata. Non vuole collaborare. Prendiamola con la forza altrimenti si farà male. È meglio per lei.”

    Due settimane dopo
    Causa del decesso: colpo di pistola. Movente ignoto. Autore del delitto sconosciuto.
    Un sole. Una vita in più spezzata. Un puzzo di cadavere sopra i petali di un fiore anestetizzato dal dolore. L’innocenza di quella goccia di sangue che scendeva dai tuoi occhi mentre il tuo ventre, freddo, moriva di stenti. Un riso così contagioso, che nessuno poteva mai aspettarsi una cosa simile.
    “Era un così bravo ragazzo, non avrebbe fatto male ad una mosca, forse è stata questa la sua debolezza: trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. Chissà chi ce l’ha portato”.
    Odio queste persone che mi circondano vicino alla tua bara, che non sanno niente di te e di ciò che è successo. Il rumore delle campane mi infuoca i timpani. Gira tutto, così come quando da bambini giocavamo al girotondo e dicevi “ho vinto io, ho vinto io” perché resistevi di più e ora questo pover’uomo ansima sulle tue membra e sospira l’odore acre dell’aria fredda delle notti d’inverno misto ai tuoi sospiri spezzati. Il mondo è una guerra, ma non la tua guerra, o tu la guerra.
    Vedere la tua città così, la città dove correvi beato tra gli alberi colmi di neve, e che ora la stessa neve ricopre la tua bara luccicante. Un abbraccio che mi scioglie. Ne ho avuto abbastanza.

    Una settimana dopo
    “Aiuto! Aiuto! Mia figlia è svenuta”.
    Mi risveglio in ospedale. Sono arrivata proprio al limite. Giro lo sguardo e qui c’è ancora il cappello che tanto di piaceva.
    “Tesoro, devi fartene una ragione, so che è difficile, ma chérie, ma devi andare avanti”.
    “Ti prego mamma, non chiamarmi così. Lui mi chiamava così”
    “Lo vedi in tutte le cose, non è vero?”
    “Ogni volta che apro gli occhi e non vedo un paio di treccine vicino a me”.
    “Passerà tesoro, abbi fiducia”.

    È passato un anno da quando non ci sei più. Mi sono laureata, ma tu non eri alla cerimonia a farmi ridere ed io ad implorarti di smettere. Ora so quanto avrei voluto quella sensazione di guance calde e doloranti per il troppo ridere. Mi dicevo: cambierò, lo dimenticherò in men che non si dica. Però così non è stato. Quando ti dicevo “vivi attraverso questo con me e ti giuro che morirò per te”, non intendevo per davvero. Una parte di me mi ha lasciato. Non c’è più nessuno a scaldare la tua parte del letto e ti imploravo di farlo, avendo da sempre i piedi gelati.
    Mi accendo una sigaretta e mi ripeto “starò bene, starò bene, starò sempre meglio”. Nel frattempo l’alba in questo posto di morti viventi vive nel solco nelle montagne, così simile al solco delle tue labbra. Respiro la brezza e torno a vivere, ricordando quelle tue labbra che tanto ho imparato a conoscere, sapendo che tu sarai sempre qui con me, o senza di me.
    Sezione B
    Camilla Roberta Fusar Poli
    Accetto il regolamento

    1. Un racconto intenso, dal ritmo serrato e carico di pathos. Riuscita la contrapposizione tra il ricordo infantile e la tragedia adulta. Con una piccola revisione formale e sintattica (per correggere un paio di refusi), l’opera guadagnerà ulteriore precisione e forza espressiva.
      1) La vicenda (il trauma per l’assassinio improvviso del compagno durante un corteo e la faticosa elaborazione del lutto) affronta un tema classico del dramma romantico e civile. Risulta originale l’impianto temporale che collega l’innocenza dell’incontro infantile nel 2014 al tragico evento del 2026, mostrando come la perdita irrimediabile spezzi non solo una vita, ma anche il futuro della persona che resta.
      2) Il testo si legge d’un fiato ed è emotivamente coinvolgente. Ha uno stile fortemente cinestetico e frammentato, che ben si adatta allo stato di shock della protagonista. La comprensibilità è chiara, anche se in alcuni punti la narrazione oscilla tra la terza persona del dialogo registrato (“Cosa sta facendo?”) e il soliloquio lirico interiore.
      3) l testo fa uso di efficaci contrasti sensoriali: il peso fisico del corpo a terra, l’odore acre dell’aria invernale, il puzzo del cadavere contrapposto alla neve luccicante. Particolarmente d’impatto il dettaglio del cappello sporco di sangue tenuto stretto come un feticcio di memoria e il ricordo della frase “vivi attraverso questo con me e ti giuro che morirò per te”.
      4) Grande carica drammatica ed empatica. Il lettore viene catapultato dalla spensieratezza del gioco del pallone alla violenza dell’attentato/sparo e all’angoscia del funerale. L’insofferenza della protagonista verso la gente che “non sa niente di te” durante le esequie è un passaggio molto forte e veritiero.
      5) La scansione cronologica è ben definita (Parigi 2014; Parigi 2026; Due settimane dopo Una settimana dopo Un anno dopo). La narrazione procede per ellissi rapide e quadri emotivi scattanti, anche se il passaggio tra lo shock in ospedale e la laurea a un anno di distanza potrebbe beneficiare di qualche riga in più per fluidificare la transizione emotiva.
      6) Molto credibile la reazione al trauma: lo stato di diniego, l’attaccamento agli oggetti del defunto (il cappello), il rifiuto delle frasi di circostanza dei conoscenti o della madre (“chérie”), fino alla lenta e sofferta accettazione finale (“starò bene”) che non cancella il ricordo ma lo integra nella vita.
      7) L’ambientazione parigina e l’arco temporale dodicennale (dal gioco nel 2014 all’età adulta tragica nel 2026) incorniciano bene la crescita dei personaggi. Il contrasto tra la neve parigina e la solitudine della protagonista crea un’atmosfera coerente.
      8) a sintassi ricalca l’urgenza e il flusso di coscienza. Ci sono alcune piccole sbavature di battitura o d’accordo formale che richiederebbero una leggera revisione (es. “Preferiscono starmene a leggere” al posto di “Preferisco”, e “un paio di treccine” riferito al ragazzo riccio del 2014). La gestione del discorso diretto e dell’inciso mantiene comunque una discreta fluidità.

      Gentile Autrice, La ringrazio per la Sua partecipazione al Contest Letterario Daltonico Esistenziale!
      Cordialmente, JONNY SOUTO ~poeta, scrittore autobiografo, linguista.
      12/10/2026

  100. Sezione B – accetto il regolamento

    L’ultimo autunno

    Il mattino nasceva avvolto in una nebbia morbida come seta, capace di inghiottire i contorni del porto e di restituire al mondo solo ombre sfocate. Infilai le mani nelle tasche del soprabito e spinsi la porta di quel locale elegante, guidato solo dal rumore dei vetri che tremavano per il vento esterno.
    Lassù, seduta con una grazia che sembrava appartenere a un’altra epoca, c’era lei.
    Sorseggiava un caffè nero, gli occhi persi oltre la vetrata appannata. In quel momento avrei giurato di essere entrato nel Rick’s Cafè, ma non c’era il fantasma di Humphrey Bogart e nemmeno quello di James Cagney; magari se ne stavano nascosti e sorridenti in un angolo, usciti dalle pieghe di un tempo perduto.
    Ordinai anch’io un caffè e lo sorseggiai con estrema lentezza, volevo rimanere il più a lungo possibile ad osservarla, sperando di incrociare il suo sguardo di tanto in tanto.
    Andarmene fu doloroso, ma non potevo rimandare l’appuntamento.
    Appena uscito, lo smarrimento emerse come una falda sotterranea che trova la via per scaturire.
    La mia vita era cambiata, marchiata a fuoco.
    Niente mappe, né sentieri da seguire.
    Dovevo affidarmi all’istinto, forse improvvisare.
    Camminai tra le bancarelle del mercato coperto, tra il passo ovattato della gente e l’aria che profumava di un quieto aroma speziato d’oriente.
    La voce inflessibile ed il viso austero del medico non mi fecero effetto.
    Le ore trascorsero veloci e tornai al locale, attirato dalla sua luce soffusa come una falena disorientata e la ritrovai, mentre il giorno si svestiva rapidamente per fare spazio all’oscurità.
    Si era cambiata d’abito ed era seduta allo stesso posto, davanti ad un pacato cockatil di quelli che non fanno scherzi.
    Non disse una parola. Fece un passo verso di me e mi prese la mano.
    In quell’ istante, ebbi la percezione di qualcosa che cedeva dentro la tasca stretta della giacca: il biglietto nudo per il mondo di prima, la mia vita precedente, si era sbriciolato, ridotto a cenere sottile.
    Ora sono nella mia stanza ed il soffitto sembra essersi dissolto per diventare un cielo di stelle. Il battito rallentato del cuore è un mistero che non riesco a spiegare e la notte astuta mi inumidisce la pelle.
    Lo specchio sulla parete è vuoto, il domani è sparito, cancellato dal presente.
    Inutile pensare a dove conduce questa strada silenziosa, vano cercare una via di ritorno o un riscatto.
    L’ho persa per sempre nel flusso senza fine del tempo e sono qui, prigioniero di questa luce dorata per l’autunno senza fine che mi rimane da vivere.

    1. Un’opera di grande atmosfera e sensibilità lirica. Riesce a raccontare un passaggio drammatico della vita senza ricorrere al patetismo, trasfigurando il dolore in una cornice estetica affascinante e cinematografica. L’immagine finale dello specchio vuoto e dell’autunno senza fine regala una chiusura suggestiva e memorabile.
      1) Il testo affronta il tema dell’accettazione della propria fine (una diagnosi infausta suggerita dalla “voce inflessibile e dal viso austero del medico”) intrecciandolo con un’atmosfera da film noir d’altri tempi. È di grande impatto ed eleganza l’idea che l’inevitabilità della malattia trasformi il tempo residuo in una sospensione poetica (“l’autunno senza fine che mi rimane da vivere”), dove la figura femminile diventa un’apparizione salvifica e simbolica.
      2) Lo stile è raffinato, denso, nostalgico e fortemente cinematografico. La comprensibilità è chiara, ma la narrazione vive di una bellissima ambiguità tra il piano reale (il porto, il mercato, la visita medica) e quello interiore/metafisico (lo specchio vuoto, il biglietto che si sbriciola, la presenza quasi spettrale della donna).
      3) Eccellenti le tecniche descrittive e la costruzione d’atmosfera. Immagini visive e citazioni: Il richiamo a Casablanca (“Rick’s Cafè”, Humphrey Bogart), la nebbia come seta, la luce soffusa. Sensorialità nitida: Il rumore dei vetri che tremano, l’aroma speziato d’oriente al mercato coperto, la sensazione tattile del biglietto che si sbriciola nella tasca.
      4) Il racconto crea fin dal principio un forte senso di attesa e di fatalismo affascinante. Mantiene il lettore avvinto al destino del protagonista, muovendosi tra la bellezza estetica della scena nel locale e l’ombra sotterranea del verdetto medico.
      5) Architettura narrativa armonica e ben distribuita. Inizio: La nebbia del porto, l’entrata nel locale e la visione della donna; Centro: L’uscita, la diagnosi del medico e il ritorno al bar come rifugio dal verdetto; Finale: L’incontro silenzioso, la dissoluzione della vita passata e l’accettazione notturna nella stanza.
      6) La gestione spazio-temporale è suggestiva: il tempo cronologico di una giornata (dal mattino avvolto nella nebbia alla sera nel bar, fino alla notte nella stanza) si dilata e trasfigura in una dimensione atemporale, dove il passato si sgretola e il domani scompare davanti all’eternità dell’ultimo autunno.
      7) Sintassi piana, elegante, ben ritmata e di registro elevato. Si riscontrano solo un paio di minimi refusi di battitura (es. “cockatil” al posto di “cocktail”, ed “in quell’ istante” con uno spazio di troppo), facilmente correggibili ma che non alterano la bellezza complessiva della prosa.
      8) Molto credibile ed evoluto lo stato d’animo del protagonista: di fronte a una svolta drammatica e irreversibile, non c’è disperazione o rabbia urlata, ma una forma di estasi malinconica, di resa elegante e di rifugio nella bellezza del momento presente

      Gentile Autore, La ringrazio per la Sua partecipazione al Contest Letterario Daltonico Esistenziale!
      Cordialmente, JONNY SOUTO ~poeta, scrittore autobiografo, linguista.
      12/10/2026

  101. *** CONTEST SCADUTO ***
    I finalisti saranno contattati via e-mail.

    *** RINGRAZIAMENTO SPECIALE ***
    Ringraziamo di cuore il giurato Jonny Souto per le valutazioni critiche alle opere partecipanti!

  102. *** FINALISTI ***

    SEZIONE A

    “Ci sono creature che abitano il buio” di Michela Fanni
    “L’inchiostro dei sogni” di Giovanni Battista Tessitore
    “La collana di conchiglie” di Marina Pieranunzi
    “Forse c’era altro nella strada” di Emanuele Quindici
    “Sibilo” di Daniela Sannipoli
    “Una e nessuna” di Francesca Patitucci
    “Ho sentito” di Stefano Vigilante

    SEZIONE B
    “Rivafredda” di Cinzia Scolari
    “Mi sono raggomitolata nella tua vita” di Carmela Laratta
    “Nebbie del cuore” di Susanna Andreone
    “Le mani piene” di Lorenzo Iannelli
    “La terra di Gea” di Gea Minerva Massini
    “Come altre volte quella mattina” di Ernesto Seritti
    “Giovedì” di Fabio Anselmi

    *** I vincitori saranno avvertiti via e-mail ***

    *** INVITO ***
    Si invitano gli autori e le autrici alla partecipazione gratuita del nuovo contest online: “CONVERSAZIONI POETICHE – QUARTA EDIZIONE”
    LINK:
    https://oubliettemagazine.com/2026/10/17/contest-letterario-gratuito-di-poesia-e-racconto-breve-conversazioni-poetiche-quarta-edizione/

  103. *** VINCITORI E FINALISTI ***

    Congratulazioni a tutti!

    LINK: https://oubliettemagazine.com/2026/10/24/vincitori-e-finalisti-del-contest-letterario-daltonico-esistenziale/

    I vincitori saranno contattati via e-mail per la spedizione del Premio!

    Invitiamo alla partecipazione al nostro nuovo Contest letterario “Conversazioni poetiche”:
    https://oubliettemagazine.com/2026/10/17/contest-letterario-gratuito-di-poesia-e-racconto-breve-conversazioni-poetiche-quarta-edizione/

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