Contest letterario gratuito di poesia e racconto breve “Conversazioni Poetiche ‒ Quarta Edizione”
“Il poeta è un fingitore./ Finge così completamente/ che arriva a fingere che è dolore/ il dolore che davvero sente.// […]” ‒ “Autopsicografia” di Fernando Pessoa

Regolamento Contest “Conversazioni Poetiche ‒ Quarta Edizione”:
1.La Quarta Edizione del Contest letterario gratuito di poesia e racconto breve “Conversazioni Poetiche” è promosso da Oubliette Magazine, dalle autrici e dagli autori dell’antologia e dalla casa editrice Tomarchio Editore. La partecipazione al contest letterario è riservata ai maggiori di 16 anni.
La partecipazione al Contest è gratuita.
Tema libero.
2. Articolato in due sezioni:
A. Poesia (limite 100 versi)
B. Racconto breve (limite 1000 parole)
3. Per la sezione A si partecipa inserendo la propria poesia sotto forma di commento sotto questo stesso bando (a fine pagina) indicando nome, cognome, dichiarazione di accettazione del regolamento. Si può partecipare con poesie edite ed inedite.
Le opere senza nome, cognome, e dichiarazione di accettazione del regolamento NON saranno pubblicate perché squalificate. Inoltre NON si partecipa via e-mail ma nel modo sopra indicato.
Importante: cliccare su Non sono un robot, è un sistema Captcha che ci protegge dallo spam. Per convalidare la partecipazione bisogna cliccare sulla casella.
Per la sezione B si partecipa inserendo il proprio racconto sotto forma di commento sotto questo stesso bando (a fine pagina) indicando nome, cognome, dichiarazione di accettazione del regolamento. Si può partecipare con racconti editi ed inediti.
Le opere senza nome, cognome, e dichiarazione di accettazione del regolamento NON saranno pubblicate perché squalificate. Inoltre NON si partecipa via e-mail ma nel modo sopra indicato.
Importante: cliccare su Non sono un robot, è un sistema Captcha che ci protegge dallo spam. Per convalidare la partecipazione bisogna cliccare sulla casella.
Ogni concorrente può partecipare ad entrambe le sezioni con una sola opera.
4. Premio:
N° 1 copia del libro “Conversazioni Poetiche Quarta Edizione” edito ad aprile 2026 da Tomarchio Editore e contenente le raccolte poetiche di Aldo Turnu; Annalisa Atzeni; Francesca Santucci; Franco Carta; Gabriella Mantovani; Giovanna Fracassi; Jonny Souto; Luisella Pisottu; Marica Dettori; Marisella Crisalfi; Mary Ibba; Oswaldo Codiga; Patrizia Basile e Stefano Gervasoni.
Saranno premiati i primi due classificati per entrambe le sezioni.
Attestato di merito per i finalisti ed i vincitori.
5. La scadenza per l’invio delle opere, come commento sotto questo stesso bando, è fissata per il 6 dicembre 2026 a mezzanotte.
6. Il giudizio della giuria è insindacabile ed inappellabile. La giuria è composta da:
Alessia Mocci (Editor in chief)
Franco Carta (Poeta e scrittore)
Giovanna Fracassi (Poetessa e scrittrice)
Carolina Colombi (Scrittrice e collaboratrice Oubliette)
Jonny Souto (Poeta)
Antonietta Fragnito (Poetessa e scrittrice)
Hester Siler (Poetessa e traduttrice)
7. Il contest non si assume alcuna responsabilità su eventuali plagi, dati non veritieri, violazione della privacy.
8. Si esortano i concorrenti per un invio sollecito senza attendere gli ultimi giorni utili, onde facilitare le operazioni di coordinamento. La collaborazione in tal senso sarà sentitamente apprezzata.
9. La segreteria è a disposizione per ogni informazione e delucidazione per e-mail: oubliettemagazine@hotmail.it indicando nell’oggetto “Info Contest” (NON si partecipa via e-mail ma direttamente sotto il bando), in alternativa all’email si può comunicare attraverso la pagina fan di Facebook.
10. È possibile seguire l’andamento del Contest ricevendo via e-mail tutte le notifiche con le nuove partecipanti al Contest Letterario; troverete nella sezione dei commenti la possibilità di farlo facilmente mettendo la spunta in “Avvertimi via e-mail in caso di risposte al mio commento”.
11. La partecipazione al Contest implica l’accettazione incondizionata del presente regolamento e l’autorizzazione al trattamento dei dati personali ai soli fini istituzionali (Gdpr 679/2016). Il mancato rispetto delle norme sopra descritte comporta l’esclusione dal concorso.
Buona partecipazione!

Se il mare potesse cantare
il dolore e gioia di coloro
che in lui vivono
e ne raccolgono le lacrime e i sospiri.
Il mare ama con un cuore diviso
tra amore e tempesta,
tuttavia non conosce gelosia
e in lui sole e luna trovano eguo riposo.
Tutta la forza, la potenza narrata da secoli in secoli
si lascia abbagliare dalle luce delle lampare e il dolce ritorno delle onde.
Accetto il regolamento, sezione a
Son forse poeta?
Ho parole
che mi gridano
ovunque:
nella mente,
sulle mani,
dentro al cuore.
Il foglio bianco
è la mia eco,
voce ai miei pensieri.
Son forse poeta?
© Daniela Giorgini – Sezione A – Accetto il regolamento
Chiaro di luna – Sezione A – Accetto il regolamento
Ludwig van Beethoven
scoprì una notte
che sulle note del suo spartito
si era posata pigramente
la luce della luna.
Si riunirono in un istante
tutte le anime grandi dell’universo,
contagiate da quell’incanto
verecondo.
Il pianoforte
era dolcemente sfiorato
dal vento ligure,
le rondini accarezzavano l’acqua
ed i terrazzamenti
sorvegliavano l’immenso
nel paradiso
delle Cinque Terre.
L’oscurità era sempre
più avvolgente.
Presso l’orizzonte
avvistammo un cigno bianco
come la notte bianca
di luna.
A Monterosso
lo spirito del giorno dormiva
e sognava accarezzato
dalle onde.
L’inchiostro nero del buio macchiava
le pagine di cristallo della notte.
Vedemmo
tutti quanti infreddoliti e perplessi
una macchia di sole
salire nel cielo timidamente
ma negli occhi
delle diafane fanciulle
di tenebra
che incendiavano
l’orizzonte
con guizzi di mistero
ancora si agitava malinconico
il sopraccielo
della splendida luna.
Dopo aver perso le ali – Sezione B – Accetto il regolamento
In quel cimitero
non c’era mai arrivato il sole,
eppure, pullulava di ricordi.
La bambina non aveva paura,
nonostante le ombre
e qualche braccio che sbucava dalla terra.
Lei pensava alla sua Alice,
quella che sognava tutte le notti,
e che di certo aveva qualche cicatrice in più,
rispetto all’altra Alice.
La seconda era pellegrina in un paese di meraviglie.
La prima, aveva un’anima creepy.
Agnès l’amava per questo.
Vincent, il padre di Agnès,
in un giorno afoso di tanto tempo fa,
aveva riservato a sua figlia delle attenzioni speciali.
Da quel giorno il sole si era spento.
Da quel giorno l’acqua del mare era diventata sporca.
Poi gli occhi di suo padre erano cambiati.
Ma si perdona senza dimenticare.
Perché scordare è più doloroso ancora di morire.
In quel cimitero
non c’era mai arrivato il sole,
il fuoco fatuo della sua anima non bastava a scaldarlo.
In quel luogo gli alberi non fiorivano mai.
La luce biancastra era quel che restava.
Chiamarla “luce” era doloroso come cambiare pelle.
Intanto, sullo sfondo della vita le solite voci e i rumori brusivano.
Nulla a che fare con la dolce nemesi che Agnès
aveva smesso di temere,
nella più buia delle notti d’inverno…
Poi, un dì, Vincent,
che da anni non si guardava le mani,
pianse senza quasi fermarsi mai,
sul piccolo seno ferito, vessato, ucciso, di Agnès.
Lei non l’avrebbe più odiato.
Non si sarebbe più vergognata di vedersi nuda allo specchio.
E forse un giorno si sarebbe persino innamorata.
Ma non del tutto.
Perché nel paese degli orrori si può anche sopravvivere,
ma non ci si salva mai…
LA MIGRAZIONE DELLA POESIA
Le poesie si spostano come stormi d’uccelli
in cerca di riparo,
sfuggendo da cieli oscuri
e nuvole minacciose.
Versi che sfiorano sentieri
avvolti dalla nebbia,
trascinati da una forza irresistibile
capace di placare il soffio rude
di un vento gelido che cala dal Polo Nord.
Parole coraggiose sfidano oceani in tempesta,
approdando su imbarcazioni cariche
di bandiere di terre lontane,
flagellate dalla guerra,
rese vittime sacrificali.
La poesia diviene conforto
per chi, sfinito dal cammino,
continua a sperare,
perché ogni anima possa infine
trovare rifugio su rive sicure e accoglienti.
accetto il regolamento, sez. a
La guerra su questa terra
E forse la guerra non finirà
mai; perché non c’è pace
nell’animo umano. È in conflitto
con il prossimo e con se stesso. Oltraggia
chi ama e lotta la gente
che è vicina a lui.
Non potrà cessare il dolore della
guerra su questa terra.
Sezione A Alessio Romanini Accetto il regolamento
L’aroma che unisce
La mattina presto, alle cinque e quarantacinque, durante la settimana lavorativa come un rito, suona la sveglia. Mi alzo sempre con difficoltà, ma quando vedo la mia piccola amica pelosetta, Meringa, che si desta dalla cuccia rosa per raggiungermi sulla soglia della camera, con la pallina rossa fra i denti e la coda simile a quella dello scoiattolo, mentre l’agita per la gioia di vedermi, l’inizio della giornata prende un’altra piega. Insieme raggiungiamo la silenziosa cucina quando tutti ancora dormono. Faccio colazione con un bianco bicchiere di latte freddo e una crostatina all’albicocca da condividere volentieri con lei, sempre molto golosa. Finito il breve spuntino, comincia un nuovo rituale che mi accompagna da tutta una vita: la preparazione della moka. Uno strumento per preparare il caffè inventato da Alfonso Bialetti nel 1933 e famoso in tutto il mondo. Per quanto l’era moderna tecnologica abbia introdotto nuove macchine per fare il caffè, con cialde e quant’altro, la moka rimane la caffettiera più ambita in ogni casa italiana e non. Mentre la svito sento già l’odore nero del fondo di caffè umido pressato nel filtro d’alluminio. Soffio dentro l’imbuto e faccio cadere la polvere bruciata nel bidone dell’organico. Sotto l’acqua corrente fresca lavo il filtro dai residui, riempio il bollitore d’acqua all’altezza della valvola di sicurezza, colmo il filtro a imbuto di nera polvere di caffè, e una volta serrato il bricco con forza, la metto a bollire sul gas piccolo. Dopo circa dieci minuti, nel mio piccolo appartamento, l’amaro aroma invade tutte le stanze e sveglia i dormiglioni con il suo squisito profumo.
È un effluvio che racchiude dentro di sé i ricordi e l’energia per cominciare un nuovo dì. È un odore denso che si propaga nell’animo e raggiunge tutte le emozioni, immergendomi nel dolceamaro delle cose che non potranno tornare. La mia mente corre veloce a quei momenti di fragilità, quando ero piccolo e vedevo mia nonna o le mie prozie ogni giorno preparare il caffè. Erano gli anni ottanta, e la mia era una famiglia contadina. C’era ancora l’idea patriarcale largamente diffusa che toccasse alle donne preparare la moka. Ricordo che mio padre e mio nonno non erano capaci di prepararla.
Oggi questo profumino che colora ogni giorno l’esistenza è diventato un tassello fondamentale del mosaico della mia vita. Tutti i momenti vissuti con gli amici o con la mia famiglia risiedono nell’armonia dell’essenza che si diffonde nei cuori. Ogni giorno è come ripetere un rito che si tramanda per non dimenticare ciò che unisce le famiglie e gli amici: un caffè.
L’aroma della scura bevanda non è solo un gusto fine a se stesso, ma diventa filosofia di uno stile, un modo di vivere e di percepire i ricordi legati al gusto amaro dell’espresso. Forse risulterò così sentimentale nel manoscritto, a causa della mia sensibilità poetica che mi contraddistingue da sempre, ma il profumo che ogni giorno respiro nella quotidianità (anche nel mondo del lavoro) possiede fra le sue note un retrogusto dolceamaro di cose passate, di cose già vissute che appartengono alla sfera emotiva. Il nero profumo riesce a risvegliare ogni emozione primordiale; è in grado di risvegliare i cinque sensi e forse anche il sesto senso, quello più importante: l’anima. Quindi la bevanda non è un semplice rito giornaliero o un capriccio per affrontare di buon auspicio la giornata, ma è una componente fondamentale di ciascuno di noi. Non so se sono in grado, con le mie semplici parole, di esprimere la grandezza del caffè. Non è solamente una miscela ricavata dai semi di alcune piante tropicali appartenenti al genere Coffea, è un mosaico di ricordi e sensazioni che compongono il nostro animo. Per questo motivo vorrei poter donare al lettore una chiave di lettura emotiva e filosofica: il caffè non è solamente una bevanda che va bevuta per mera abitudine; essa racchiude all’interno del suo aroma ogni ricordo vissuto, ogni sensazione, ogni nostalgia che appartiene al passato di ciascuno di noi. A volte può essere un momento gioioso, altre volte può portare al suo interno il ricordo di un dolore, ma tutto questo è l’essenza della nostra umanità. Del legame che unisce le persone. Un incontro tra anime che si sfiorano nella vita. È un peccato rinunciare a un caffè con una persona o con le persone a cui siamo legate affettivamente.
Io, personalmente, sono molto affezionato alla bevanda nera. Come ho già raccontato al lettore all’inizio del racconto, risveglia nel mio cuore i ricordi della giovane età, frammenti di vita quotidiana vissuta nella semplicità della vita contadina degli anni ’80, quando vivevo nella grande casa dei miei nonni. Eravamo in nove a vivere in quel grande edificio, e alla fine di ogni pasto, la moka che borbottava sul fornello a gas era un vero e proprio rito, poi ciascuno di loro gustava il caffè con la propria quantità di zucchero o semplicemente amaro.
Io il caffè lo amo amaro; voglio sentire tutta quanta la sua fragranza sulle papille gustative, per gustare al meglio la bevanda, ma anche per sentire il gusto amaro della vita!
Ero solamente un ragazzo quando udii questa frase da parte di un adulto. Non ricordo chi fu a proferirla o il luogo in cui la sentii; se all’interno di un Bar o da qualche parente (o mio padre che era solito esordire con certe esclamazioni). Fatto sta che questa frase la feci mia, per la forza espressiva che riusciva a trasmettere. Da adulto, queste parole le ho sentite proferire da altre persone. Forse negli anni è stata trasmessa oralmente, al punto di diventare un vero e proprio mantra per gli estimatori di caffè.
Lavoro come cameriere presso un noto locale della mia città e mi capita spesso, quando servo i clienti, dopo che hanno gustato il dessert, di domandare se gradiscono il caffè. È incredibile come ogni commensale abbia la propria idea riguardo la bevanda: macchiato, normale, lungo, corto… ciascuno di loro ha un personale gusto. Nasce dalle emozioni che egli vive.
Sezione B Alessio Romanini Accetto il regolamento
MIA PRIVATA NOTTE
Mi lecco le labbra guardandoti, mentre aspetto che, come sempre, il destino si compia.
E infatti eccoli, ora, i tuoi pensieri, i tuoi ricordi, dentro di me…
…Quando tremando ti eri nascosto tra gli alti papaveri pallidi, conficcati nel campo di tuo padre come denti nel collo, mentre intorno correvano i diavoli venuti da oltre i monti e c’erano urla e belati, pianti e muggiti, polvere e pale d’elicottero sulla testa…
…E ancora, nella madrassa, le nerbate del maestro sulla tua schiena, quando non ricordavi le Parole del Libro, il bruciore sulla pelle e il dolore nelle ossa, e quello della vergogna nel tuo cuore.
E mentre di te mi nutro, di me ti faccio dono, figlio d’uomo. Dei miei pensieri, desideri, ricordi…
… ricordi amari, perché così era la tua faticosa vita immortale: amara come il sangue notturno.
Perché chi si incontra, quando il sole finalmente si nasconde?
Pochi e quei pochi: assassini, ubriaconi, drogati, papponi. Prostitute e i loro clienti. Amanti vogliosi, poi soddisfatti e svuotati. O insoddisfatti e rancorosi… Amaro era il loro sangue, amaro e scarso. Te lo facevi bastare…
…Poi, i figli degli uomini impararono a costruire macchine volanti e luoghi da dove partissero, dove arrivassero. Aeroporti li chiamarono, e anche lì a Kabul, città di sassi e vento che mai seppe l’odore del mare, ne sorse uno.
Là, nascosta, aspettavo paziente che il sole tramontasse, che i voli notturni vomitassero le mie prede.
Poche persone, ma venivano da lontano, cariche di novità. Mi bastavano per godere un po’, dopo millenni di sangue sempre uguale, sangue di pastori e contadini. Di anime chiuse, montanare…
… Poi anche là arrivarono i diavoli con le loro bombe. Altri diavoli, venuti da oltre il grande mare lontano. Colpirono l’aeroporto, fecero a pezzi uno dei tanti edifici sorti al suo interno; e le macerie bloccarono il passaggio verso il tuo rifugio…
Le stelle stavano sfocando, ormai, quando arrivarono le bombe. E già albeggiava, mentre cercavo a mani nude di spostare le macerie, ma nulla. Più debole di una femmina umana, stavo diventando…Poi, mentre il maledetto sfrigolava sulla mia pelle, solo pochi minuti prima liscia seta senza macchia, ecco la salvezza.
Una donna, sola.
Avvolta nel burqa, sapeva di latte acido e stallatico, di aglio e sudore.
Una donna forte, una contadina. Con mani due volte le mie, con mani quasi d’uomo spostava le pietre e piangeva e piangendo chiamava: Ashraf! Ashraf!
Il suo sposo? O chi?
Dopo pochi attimi, non importò più.
Perché silenziosa scivolai alle sue spalle, alzai una pietra.
Non pesante, ma aguzza.
Colpii.
La polizia si scervellò per alcuni giorni cercando di capire perché qualcuno avesse ucciso una poveraccia, unicamente per rubarle il vestito.
Fu solo per la calda oscurità di quella veste pregna di odori, che sopravvissi…
… E anch’io lo feci, quel freddo autunno del 2001. Allah me lo concesse, nella sua infinita misericordia, perché diventassi un suo soldato.
E finalmente, dopo più di vent’anni, ero pronto. Vestivo il bianco dei martiri e pregavo prima di immolarmi, qui, nel silenzio della moschea di Seh Dokan , nel cuore di Mazar i Sharif, quando ti vidi.
Era un incedere nero e ammaliante, il tuo, sopra il blu delle maioliche intarsiate e i tappeti decorati, anticipo di paradiso.
Troppo tardi ricordai che alle donne era vietato l’accesso, nella moschea dei miscredenti…
…che tentarono di fermarmi, all’ingresso. Due guardie inutili, bastarono il mio sguardo e la mia voce a sedurli, e mentre varcavo la soglia riandavo con la mente a Kabul, la Kabul che da tre mesi avevo lasciato alle spalle.
Perché la gente cominciava a farsi domande per me scomode, su certe morti strane, su cadaveri pallidi come la luna con due segni sul collo.
E a te pensavo, Ashraf, che da anni cercavo. E, finalmente, eccoti, laggiù nella penombra. Nel silenzio ancora vuoto della moschea, il tuo cuore rimbombava al ritmo dei miei passi…
… che si fermarono, a un niente da me. Come erano immensi i tuoi occhi, o incarnata goula, che mi fissavano neri come la stoffa attorno. E come forti quelle fredde e pallide mani, quando le mie tremanti strinsero e lentamente guidarono al tuo petto, mentre labbra morbide e bollenti mi appoggiavi al collo.
Poi furono aguzzi carboni ardenti, i denti tuoi…
…Avesti un brivido, quando li affondai nella tua debole carne umana, poi sentii le tue mani sul mio seno allargarsi e stringere, stringere e allargarsi, al ritmo del mio suggere, mentre il tuo latte d’uomo colava sui miei piedi nudi.
E ora sei mio e in questi brevi tuoi ultimi istanti anche io sono tua, mentre il tuo viso si fa bianco come la veste che indossi e si ferma il rivolo di sangue che dal collo ti scende alla clavicola destra.
Ti guardo per l’ultima volta, Ashraf, poi lascio che il tuo corpo inerte scivoli ai miei piedi e esco da quel luogo.
Alla porta, le due guardie stanno tremando nell’attesa di me, le accontento, mi fanno pena.
Un piccolo morso sulle labbra di entrambe, un minuscolo frammento di me in loro e godono come mai con le loro donne, mentre ordino: “Dimentica!”
Arrivo nella piazza mentre il muezzin cantilena la preghiera del mezzodì e sto male, al pensiero di ciò che farò tra poco, ma devo
Stavi fumando appoggiato al muro, quella notte a Kabul di vent’anni fa, Ashraf.
Eri bello, caldo e giovane in te correva il sangue e ancora più gustoso lo rendeva il rischio, perché a oriente già il cielo di blu si colorava.
Ti presi alle spalle, arrovesciai il tuo collo contro la mia bocca, era morbida la tua giovane carne sotto i miei denti, prima che l’esplosione ci separasse, prima che le macerie ti seppellissero.
Da vent’anni ti cercavo, mia dolcezza, per concludere ciò che quella notte era tra noi iniziato.
E dopo tutte quelle lune, con quell’accenno del tuo sapore perennemente in me, come potevo contenermi, poco fa, nella moschea?
Così, troppa anima ti presi e troppa te ne donai, perché la tua morte faccia morire la mia brama di te, la tua di me.
Se non agisco ora, quando spunterà la luna ti chiamerei e tu da me verresti, non vivo, non morto. Ci ameremmo, mi daresti un figlio.
Un figlio, una stirpe, mia.
No, non qui.
Non così lontano da casa.
Ho umane lacrime agli occhi mentre ricordo i miei giochi di un tempo lontano.
… I tuffi nei laghi di Titano. Guardare Saturno seduta sugli anelli. Farsi stirare le membra dal buco nero galattico, cavalcare una cometa…
Scaccio quei pensieri inutili e, quando la folla variopinta ha finalmente affollato la moschea per la jumi’a, muovo i fili sottili ma tenaci che legano la mia anima alla tua, il tuo corpo ancora caldo al mio.
Lontano, il tuo braccio destro si alza, la mano preme il detonatore, ed è il volo nero di centinaia d’uccelli ad accompagnare in cielo il boato.
Quando il frullio delle loro ali scompare e rimane silenzio, rovina polverosa e scricchiolio di vetri, mi incammino. Così, appena lo sconcerto farà posto alle grida, ai lamenti e all’ ululare delle sirene io, protetta dal burqa, mia privata notte, sarò là.
China sui corpi da te, mio Ashraf, dilaniati: perché mai l’anima è tanto succulenta, lo so, come quando la vita d’improvviso si schianta.
Note:
Il padre di Ashraf coltivavava papaveri da oppio, i diavoli venuti da oltre i monti sono i sovietici, quelli da oltre il mare gli americani, che nel novembre 2001 bombardarono l’aeroporto di Kabul
La moschea di Seh Dokan, sciita per cui di miscredenti per i sunniti fu distrutta da un attentato nell’aprile 2022 attribuito all’ Isis.
Goula o ghoula è uno spirito che nelle leggende medio orientali si nutre di sangue e/o anime a seconda delle tradizioni.
La joum’ia è la preghiera che si recita in moschea il venerdì dopo mezzogiorno
PS1: purtroppo vedo che le parti in corsivo non sono riprodotto come tali, è possibile rimediare?
PS: sarebbe molto gradita una recensione del poeta johnn Souto!
(Sezione b, accetto il regolamento)
Accetto il regolamento
Sez A
La mia parola, la mia poesia
Il fremito percuote le mie membra stanche
seggo davanti a una notte stellata
su ginocchi chiusi.
Il mio foglio intonso annaspa.
Le parole svuotano l’otre giunto alla misura
debordante, sì che la penna inizi
a rilasciare endorfine
che purifichino i tumulti dentro.
Come una clochard affamata rovisto
negli avanzi del giorno
e poi semino come un contadino
pago d’attender germogliare
questo arido andare.
È nata una poesia alle luci dell’alba
sono sfiancata, i reni fan male
ma ho la gioia negli occhi… nelle vene.
Nel mio porto sicuro
chiuso a chiave, un feto scalpitante
vede la luce.
E domani tornerò ancora al richiamo
d’un dannato amore.
La mia parola, la mia poesia
resta su quelle ginocchia ch’ancor tremano.
PANUCCIO CINZIA
ACCETTO IL REGOLAMENTO
SEZIONE A
LA LUNA D’ARGENTO
Ti guardo e vedo l’immenso,
sopra di me le stelle e il firmamento,
allungo la mano per poterti sfiorare
vorrei portarti con me dentro il mio cuore e poterti rubare.
Ma non si rubano le meraviglie, si osservano,
e sono io a lasciarmi rapire
da questo nastro d’argento che brilla nel cielo.
accetto regolamento sezione B
Essere stanchi per poter resistere
– questo mondo e qualunque mondo di questo mondo non mi piace –
Nulla si sottrae alla forza divorante della stanchezza… antiche parole di nobile utopia e sana idealità si rivelano, sotto il segno della stanchezza, sconfitte ed uccise
“Venite a me voi tutti che siete affaticati e stanchi ed io vi consolerò “… la stanchezza per separarsi da ogni figura di questo mondo. L’immanenza di questo mondo nel mondo è già condannata.”
Gli stanchi restano nel non-ancora. Gli stanchi invocano ma sono già divorati dall’Attesa. Non si possono servire due padroni.
Gli stanchi non chiedono al mondo un cantuccio per agonizzare. Al contrario. Annunciano al mondo la sua agonia. Ma nel silenzio del deserto.
Non vergognarsi mai della propria stanchezza, mai censurarla, mai metterla in catene. Lasciarla libera nella vaste praterie del deserto.
La stanchezza non vive di dialettica né si esprime per teoretica. La stanchezza narra, affabula, trascrive.
*****
La stanchezza non giustifica mai le sue contraddizioni e i suoi errori. È sempre nuda nella sua semplicità.
La stanchezza cerca altre stanchezze e le cerca e le ama dovunque… eros ed agape… “Essi Padre sono nel mondo ma non sono del mondo.”
E la stanchezza è anche solitudine… tonalità, dono e condanna, trasgressione mai compiuta ma più numinosa della banalità del compimento. E torna in monastero.
Il monastero… luogo e tempo dove con competenza e con professionalità si impara a detestare ciò che è superfluo. Si impara a detestare tutto… anche quel luogo e quel tempo.
La stanchezza degli stanchi non vuole essere santificata come profezia e come caparra. La stanchezza degli stanchi non frequenta né Nestorio né Pelagio. Legge ogni giorno i cinque “sola” della Riforma. Ovviamente i “sola”.
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Il tempo è stato sconvolto, questo nostro tempo, è stato fratturato, frantumato e lacerato. La Gloria rende inutile l’esistenza del tempo, di ogni tempo, del nostro tempo. Ci dicevano che dovevamo vivere tesi tra il già e il non-ancora… Ed era anche annuncio di speranza e di attesa. Ma non basta. È solo la prima puntata, probabilmente la penultima. Ma la santità dell’ultima sta nella disperazione del mai. E solo sapendo del mai noi possiamo continuare ad Invocare e ad Attendere. Siamo stanchi. Gloria alla Gloria. Amen
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Alla stanchezza degli stanchi si lancia l’accusa “Tu non sei al di sopra di ogni sospetto”. E dove è mai la novità? La stanchezza non media né contamina bene e male, speranza ed angoscia, luce e tenebra… La stanchezza sa che la legge è sempre un pedagogo… obbedire ad essa è inutile, disobbedire è stupido. La stanchezza non deciderà mai cosa far da grande.
Non giudicate… Tacete… restate in silenzio… State zitti… Non affermate nulla… La stanchezza dono di Dio ai monaci del Silenzio. Ma non è del tutto detto e non è del tutto sicuro.
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Da stanco di stanchezza sono sempre affascinato da Fata Morgana. Ha Cattiveria Ma non lo nasconde… Ginevra, invece, al Mattutino con volto pietoso e compunto recita i salmi e di notte tradisce Artù.
Tradisce la sacralità del Re.
Ginevra non merita il Graal. Morgana ne sia custode.
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La stanchezza e il silenzio non tralasciano e non evitano ma non costruiscono. Sono libere dagli affanni e dall’ossessione dell’impegno. Sanno di essere inutili e vogliono scandire inutilità. Celestino V e Benedetto XVI. Inutilità ed inessenzialità. Assenza e Dimissioni. Parole troppo serie, del tutto eccedenti la banalità di questo mondo e di ogni mondo di questo mondo. Questo mondo ed ogni modo di questo mondo non possiedono la santità e la sacralità del mito ma solo il mordi e fuggi della pubblicità e l’orgasmo plebeo della tecnologia. Non hanno memoria, non hanno anamnesi e non hanno Tradizione. I padri e i maestri allora hanno dato le dimissioni. La volgarità li ha indignati. Questo mondo e ogni mondo di questo mondo non hanno capacità epicletica.
La stanchezza degli stanchi non tralascia e non evita. “Noi si continua a cantare l’Anafora.”
È giunta l’ora ed è questa che si chiuda a chiave – e la chiave si getti a mare – il discorso teologico. Si resti fermi nel ministero della consolazione del cuore degli uomini e delle donne. Confessione di fede e misericordia.
La stanchezza degli stanchi guarda con altrettanta stanchezza le affollate e collettive riunioni di quanti e di quante promettono e promettono e continuano a promettere… Ma non hanno voglia di diventare stanchi… Ne hanno paura e fuggono. Hanno paura e terrore della riabilitazione.
La stanchezza degli stanchi non vuole comprendere… ma neppure troncare e per nulla sopire… E non vuole neppure usare dialettica e teoretica… La stanchezza degli stanchi sa di essere l’unica tutta quanta riunita in silenzio in un rifugio sotterraneo mentre fuori il tritolo delle inutilità distrugge ogni speranza di recupero. Quel tritolo è l’anticristo… il Silenzio è epiclesi della Parousia.
La stanchezza degli stanchi non vuole conciliare e non desidera neppure trovare la soluzione/una soluzione. Monofisismo e Nestorianesimo sono pigrizia e quietismo e non abitano nelle corde degli stanchi.
La stanchezza degli stanchi ama restar a bocca aperta, basita e stupita. Gli stanchi sono lieti quando vengono sconvolti/coinvolti dal paradosso degli eventi. Dio non si fa arruolare nei nostri eserciti e gli stanchi non si lasciano arruolare neppure nell’eventuale nobiltà del resto santo di Israele.
La stanchezza degli stanchi invoca, nonostante tutto e forse in collera e disperazione che Egli torni. L’invocazione assurda come unica terapia di fronte al tavolo di gioco del mondano tutto: a quel tavolo si sono già seduti i bari prima che il gioco abbia inizio. Lo Spirito e la Sposa dicono Vieni presto Signore Gesù. Ma verrà? Angoscia, tormento, tragedia ed intransigenza nel continuare ad invocare. Non si sa mai: Dio esiste solo e quando viene posto nella professione di fede e solo allora posto Egli si pone. Dio è stanco. E gli stanchi sanno che forse sono partiti ma non se e quando arriveranno.
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La solitudine è il luogo normale della fede e la fede o è stanca o non è. Resta una ferita, una frattura e financo un’eresia.
Neppure la sinassi liturgica trova il Fondamento della fede e della ferita e della frattura. Il Fondamento resta al di là ma anche al di qua. La sinassi liturgica si deve accontentare del Cominciamento. Tacere e mai questionare.
Gli stanchi irridono, con fraterna simpatia, all’XI tesi di Marx su Feuerbach. Il mondo è già stato interpretato ed è già stato cambiato. Nulla più gli è dovuto. Gli stanchi sono lieti dell’autonomia del mondano. Solo così alla Parousia il Cristo dovrà ben faticare e ben lavorare. Anch’egli alla catena di montaggio. In pienezza di plusvalore.
Ma la schizofrenia degli stanchi: la loro integrazione affettiva con il mondo e la speranza che esso non si converta. Se si convertisse, le integrazioni affettive non sarebbero più tali… Non più eros, non più schizofrenia ma solo l’ovvietà di fratelli e sorelle di Chiesa. Le integrazioni affettive, Signore caro, per favore non si convertano e restino quel che sono senza pentimenti, senza dissociazioni, senza mediazioni.
Se le integrazioni affettive abdicano a se stesse costringono i cristiani ad intervenire nel mondano e nel politico, costringono i cristiani a tradire se stessi e a suicidarsi, insozzati di clericalismo… un destino crudele… quasi/senza quasi nel loro DNA.
Alle integrazioni affettive che desiderano riconoscere che al mondo nulla è più dovuto resterebbe solo la logica del silenzio, un particolare laico voto del silenzio, entrare in monastero così senza neppure la necessità della professione di fede. Riconoscersi monaci tra monaci e monache tra monache. Eliminati, separati, scomparsi. Per rigore di coscienza e di serietà.
La stanchezza sa che se tenta di parlare, si ritrova sempre coniugata al passato, all’avvenuto, al superato, al trascorso e al già mangiato. Ma la stanchezza spesso è incline al tradimento di se stessa e parla e scrive e non invoca più. Nega il futuro.
Il sacerdozio uxorato in tutte le sue modalità nelle chiese cristiane aveva ed ha orizzonte di senso solo dentro l’ecclesiologia neotestamentaria della “chiesa in casa”. Ma, tuttavia ed ancora c’è, esiste e resiste. Può allora essere vissuto, nella liquidità caotica del mondo e di qualunque mondo di questo mondo, solo come strazio e conflitto. Insomma può essere vissuto dalla coppia solo secondo il Vangelo e non secondo i canoni.
Un pericolo da segnalare subito subito: il Silenzio dei Monaci del Silenzio non venga mai mistificato e non venga mai contrabbandato come uno speciale servizio al mondo e neppure come alternativa al mondo. Estote parati, mundus non est.
Il Monaco del Silenzio non è Atlante che sulle sue spalle ha il mondo, è non è neppure il Cristo che ha preso su di sé per intero il mondo. Il Monaco del Silenzio prega giorno per giorno: “… la tentazione messianica della terra promessa, il fascino del resto santo, il desiderio dello Spirito Assoluto, il mito della Tavola Rotonda e di Excalibur la santa, possano, Sovrano, passare via da me. Toglimi questo calice di morte.”
I Monaci del Silenzio non prendono se stessi sul serio. I Monaci del silenzio sono chiamati a commettere il parricidio: uccidere, in un solo colpo, Parmenide e Platone.
Galaverna
Come un pizzo delicato,
il cristallo aggrada
le esili linee
di arborei scheletri
stanchi.
Incanto materico
di solidificata eterna
foschia,
avviluppata
alle nostre terre.
Figlia dello sferzante
inverno, carezza
il riposo del campo
sussurrando trasparenti
incanti di rinascita.
Come divina scultrice
cesella l’anima
nell’oscuro e raccolto
solstizio.
Boccioli auliscono
ben prima s’affacci
Primavera.
Accetto il regolamento
Sezione A
NØKKEN
Monica si sentiva sparpagliata, ridotta in piccole briciole e lanciata nel vento. Il suo cuore era come un puzzle da ricostruire. Qualche pezzo doveva essersi perso in dimenticati cassetti; c’era sempre un buco che non riusciva a riempire, una malinconia che non si placava e che le rendeva sdrucciola la vita. Le piaceva starsene al freddo ad osservare il piombo distaccato del lago fondere i suoi confini col cielo. Tutto quel grigiore in parte l’anestetizzava, in parte la faceva sentire protetta. La panchina, intrisa di umidore e tristezza, era uno scheletro rigido; la sua schiena iniziava a dolere come se a quel legno logoro fosse inchiodata la sua esistenza.
Un piccione le si avvicinò tubando. Le zampette si muovevano nervose, in costante allerta; gli occhi la squadravano, cercando segnali della sua volontà di nutrirlo o scacciarlo. Portava sempre un sacchettino pieno di rimasugli di pane e sparuti semi. Romanticamente nei suoi pensieri rassomigliava alla dolce clochard di “Mamma ho perso l’aereo – Mi sono smarrito a New York”. Appoggiò con attenzione un mucchietto di cibo sulle assi scrostate a pochi centimetri da lei. Si sorprendeva sempre di come la fame superasse la paura. Forse era semplicemente un calcolo delle probabilità: finora ne era sempre uscito indenne. Lo stava addomesticando ed era a un passo dal riuscire ad accarezzarlo.
Si strinse nel cappotto e salutò con un laconico, dolcissimo sorriso la creaturina e il suo amato lago. Mentre s’incamminava, udì un impercettibile sussurro. Un alito rorido carezzava il suo orecchio, quasi una risposta al suo accomiatarsi. La stessa solitudine, lo stesso profondo legame. Tra le vie abbandonate, svuotate dei turisti chiassosi, i suoi passi puntavano automatici verso casa e lei lasciava la testa libera d’indagare i suoi più inaccessibili recessi. Gli occhi non osservavano davvero, erano rovesciati: concentrati in una dimensione intima e vera più del vero.
Casa era un piccolo monolocale di circa 30 m². Ma a lei piaceva sentirsi raccolta e abbracciata, come fosse un nido. Stava all’ultimo piano e le tapparelle non s’alzavano mai. Solo al tramonto schiudeva la porta-finestra del balcone e restava in contemplazione appoggiata alla ringhiera. Mirava il sole che andava a dormire sul fondale lacustre. Fagocitato dalle sue profondità. La transizione verso la notte era un sacrificio d’amore sfociante nell’anelato quietare dei sensi. Era la rivincita dell’essere sulle pretese del mondo.
Il giorno seguente Monica notò, avvicinandosi alla solita seduta, un grazioso pacchetto finemente agghindato. Pensava dovesse essere il risultato della dimenticanza di qualche sconosciuto. Lesse il biglietto per pura curiosità.
“Per te…
Sì, proprio per te.
Tu che abiti solinga
il legno morto
di questa decadente
panca.
Tu che inabissi
fin nel fondale buio
di questo lago.
Fin dove vivo io,
nel mio umido
eterno palpitare”.
Quelle poche righe la colpirono come un’onda che non ti aspetti: ti sorprende, ti trascina, t’inabissa e ti ritorna tutta scompigliata e senza fiato. Rimase a fissare il dono, imbambolata, non decidendosi sul da farsi. Alla fine la curiosità vinse e le sue dita aggraziate disfecero i nastri. Trattenne il respiro durante il sollevamento del coperchio. Rallentò per gustarsi ancora qualche secondo quella sensazione sospesa d’incertezza e possibilità. La sua purezza profumava dello stesso candore dei bambini.
Una gemma cangiante, di un luminescente verde acqua. Pareva espandere e contrarsi ad un ritmo costante, quasi come respirasse. Era incastonata finemente e infilata in un’impalpabile catenella. Un monile raffinato, qualcosa che emanava devozione. Era come avere tra le mani il cuore pulsante di qualcuno. Sembrava così fragile.
Aveva un che di ipnotico e ne rimase totalmente ammaliata. Decise di indossarla dopo aver realizzato il fatto che nessuno fosse tornato a reclamarla. “Magari è veramente per me”, pensò con un fremito che portava con sé un guizzo eccitante. L’idea di non essere invisibile. Nell’esatto istante in cui il gioiello vestì il suo collo, esso sussultò lucendo fulgente. Un chiarore caldo che rendeva il suo carnato simile alla livrea di una sirena. Lo specchio acqueo parve giubilare increspato da una vibrante eco. S’asperse un insolito profumo acceso di loto e calamo aromatico: una commistione dolce, intensa e speziata. Era inebriante, persino accogliente. Sapeva d’insenature segrete e spingeva irresistibilmente a berne espandendo i polmoni fin quasi a scoppiarne.
Provava qualcosa di primevo, tribale. Qualcosa che la sua mente non codificava ma che i suoi sensi intendevano benissimo. Un desiderio folle di gettarsi nuda nel plumbeo affamato lago e insieme l’istinto rapace di fuggire. Una melodia ultraterrena librava nell’aere, densa e struggente: pizzichi d’arpa cristallini, velati di pianto. Monica si sporse e, sui viscidi gradini che s’approcciavano all’acqua, vide la creatura più sublime e poetica che il suo pensiero romantico potesse concepire. Nudo. Una visione mistica con occhi dalla qualità iridescente. Un languore infinito, così simile al suo. Più lei s’avvicinava, più si sentiva completa, come se le tessere di quel puzzle che era il suo cuore avessero ritrovato le mancanti. Ad ogni passo lui indietreggiava e in lei sbiadiva un pezzo della sua umanità insieme ai suoi vestiti.
Lui pareva estasiato dalla leggiadria con cui la metamorfosi stava avvenendo. Iniziava a credere che finalmente il suo sprofondo isolato avesse trovato compagna. Si era innamorato di lei senza quasi accorgersene: un piccolo gesto, un sorriso nel pianto, quello sguardo nuvoloso e distante come i rintocchi delle campane echeggianti nella bruma. Quante volte la sua immortalità aveva anelato un’anima affine. Lei avrebbe potuto annegare e lui non l’avrebbe sopportato. Ma la solitudine era soverchiante e decise di tentare per l’ennesima volta. Era in adorazione mentre Monica, nuda innanzi a lui, riluceva di scaglie accennate, splendenti al rosso abbagliante del tramonto. Inabissarono, loro e il sole, nel regno di perla e conchiglia.
Pallide ed eteree creature sposate con l’abisso.
Accetto il regolamento
Sezione B
Accetto regola Sezione A
conversazione poetica Eccoci quà
Eccoci qui, nudi pesti e scavallati
Dagli sgherri, brutalmente menati
Su comando della regina astiosa e rabbiosa
Per aver noi raccontato la sua vita amorosa
Ma, era stata lei a convocarci: Menestrelli, di melodie, artefici capaci
Lodate la mia regale, generosa e ammirabile venustà con canti veraci
Male accolse la canzone nella quale la incorono Cupido come dea amorosa
Di maschi forti e saldi, veri centauri bai dalle salde cosce, ognor desiderosa.
Torturati e frustati, spiegammo che non di bardi, bensì di sbeffeggiatori era il nostro mestiere
E tutti potevano confermare, ch’ alle fiere ben facevamo divertire la gente, era nostro dovere
Il vescovo indignato propose di castrarci, cosi in futuro avremmo armoniosamente cantato
Ma con nostro sollievo Mosè giudeo tesoriere parlò per noi: Mia regina sarebbe un peccato.
Continuerebbero a sbeffeggiarti sulle piazze con voci soprane e avrebbero molto successo.
Meglio una multa di cento bisanti o la morte. Accettammo e ci ritirammo, con fare dimesso
Felici di aver salvato quella pepiera, che la madre, alla figlia da maritare,
insegna come, alla notte di nozze per dar piacere, deve ben maneggiare.
Accetto regolamento sezione B
Sissi a teatro
Pochade –“L’Empereur a Vienna.”-
Quella mattina, seduto sulla commode della toilette, gioiello dell’artigiano francese Thonet, il marchese sembrava un grosso panciuto rospaccio grigio.
-“Maledizione” – gridò. -“Neppure qui posso meditare in pace”- investendo poi di male parole il valletto, che assai turbato, gli presentò la busta.
-“Una altra ingiunzione di pagamento!” – si rivolse esasperato alla moglie che entrata silenziosamente, aveva preso il posto del valletto opportunamente eclissatosi. -“Moglie saranno di nuovo le tue spese.”- sbuffò il marito.
Sofia la moglie, gli tolse la busta di mano e la lacerò. – “Nooo!”- Rise mostrandogli una fattura. -“È roba tua. 20 corone per ‘petite culotte di seta pour mademoiselle Juliette’. Ti costano molto le tue puttane”.- -“Taci svergognata”- rispose il marito. -“Io ho una puttana sola e tu invece sette amanti, no, otto incluso l’Empereur.”- -“Cosa posso farci se, come puoi vedere”, e sollevò il négligé trasparente che copriva una camiciola bianca, -“le mie tette alte e le cosce ben tornite piacciono.”
– -“E poi marito mio, loro, tutti i miei amanti, sono belli. E tu con quel naso largo, gli occhi cisposi e quelle labbra grosse sotto le guance cascanti sembri proprio un rospo .
Il marito si tirò su i calzoni e minaccioso si avvicinò alla moglie per colpirla, la mano già pronta allo schiaffo. Arrivò urlando la governante -“Madame presto arriva l’Empereur !”- -“ Ma sono nuda.”- -“Bien madame. Che così che Lui vi vuole.”
– Lui entrò a grandi passi. Deciso, da vero conquistatore la ghermì per la vita sottile. -“Ah!”- Disse L’Empereur –“vedo che c’è anche il rospo.”- -“Nessun timore”- rispose il marchese. –“Grande onore mi fate sbattendo la mia femmina e poi come si dice *Ubi maior ibi minor cessat*.”- -“Oh no!”- disse l’imperatore memore degli studi classici che la madre gli aveva imposto. –“Ubi Maior, foemina gaudenter amatur.”
– Il marchese irato, non sopportò più e volle avventarsi sull’ Empereur, ma galeotta fu la buccia di mela su cui aveva posato il piede e che lo fece cadere come un sacco di patate. -“Rospaccio mio”- disse la moglie , -“goditi la tua Juliette dalle culotte di seta, io ha da fare”- e al braccio dell’Empereur, si avviò versi l’alcova.
La calata del sipario, e gli applausi tributati agli attori che con grandi inchini ringraziarono, distrassero Sissi dai suoi pensieri. Lei aveva sposato non un rospo ma un principe bello e biondo dal fisico invitante e goloso di amarla. Niente Maîtresse en titre o cocottes o petites jeunettes de plaisir. Il suo Frantz faceva l’amore solo con lei. E più volte alla settimana evitando lo sguardo severo di Madame Maman sua madre, che considerava il coito un dovere non un piacere.
Dopo aver assistito a questa petite pochade, in verità un pochino stupidina, come la aveva definita Braunstein il suo gioielliere di fiducia, Sissi nella saletta privata del teatro dove veniva per lei approntato un “goûter après theatre”, si divertì a sentire i pettegolezzi che Braunstein riportava dal suo viaggio mensile a Monaco. Oltre alle storie di famiglia, le orgette delle femminucce di casa e purtroppo gli amori del fratello per i paggetti, Braunstein passò al vero scopo della visita.
Un ebreo gioielliere sarà inviso a molti, ma è confidente delle donne legate al potere. Così Braunstein riportava a Sissi le informazioni che gli fornivano le dame che le estorcevano agli uomini, che dopo aver copulato cantavano i segreti come fossero galletti mattutini.
-“Grazie”- disse Sissi porgendo al gioielliere la mano da baciare. Le notizie che avete portato sono preziose.- Qualche ultimo bon mot di Braunstein la fece ridere di cuore [ come dice maman un bel ridere è una medicina contro le rughe].
Al mattino seguente, Frantz ricevé le informazioni da Sissi e ne fece buon uso. Stupiti. i ministri al petit dejeuner che seguiva alla convocazione mattutina di Frantz, si domandarono come mai l’Imperatore fosse così beninformato, sempre al corrente dei segreti delle altre corti mentre loro, malgrado le montagne di ducati pagati agli spioni, avevano solo notiziole sfilacciate di dubbio valore
Io sarò
Tra i fili d’erba del prato, io sarò fiori
in piedi sugli steli per la forza di gravità.
Un vortice di torture,
non mi perdona e mi strangola
con il mio stesso nodo in gola.
Nel cielo notturno, io sarò stelle,
aiutanti della luna
per illuminare il tragitto
a chi vaga in solitudine di notte
e per guidare i marinai audaci.
Nel deserto, io sarò sabbia,
come tutti ma diversa,
la quale scomparsa
sarebbe inavvertibile.
Tra la folla, io sarò nulla
pur desiderando essere tutto.
La convinzione di aver perso nella vita
ed il bisogno di lasciare la vita
mi catturano come prede assassine.
Giusi Miele, accetto il regolamento, sez. a
Giovanni Battista Tessitore – Sez. A – Accetto il regolamento – Poesia “Le stanze senza voce”
Le stanze senza voce
In quei vani minuti,
celati alle intemperie,
che ad occhio inesperto
dissimulano macerie,
si dipanano insoluti.
E da quelle vestigia,
che utopistiche parevano,
si svelava meraviglia,
di cui le strofe godevano,
come fiotto su battigia.
E dal buio fu lume,
bagliore come dardo,
che generò prodigi
e dell’estasi fu baluardo,
come pavone alle sue piume.
Il mito si fece verso,
la storia trovò poesia,
in focoso mutamento
si dissolse la diarchia,
dispersa in quell’universo.
Ricetta di zelo pigro
nel metro cadenzato,
teatro d’esistenza vivida,
dallo scintillio accecato,
d’un appassionato agro.
Occlusa nel cimento,
risplende nell’aurora,
rinasce nel firmamento,
come mai sinora:
cingiti d’ardimento!
SILENZIO
L’aria
governa l’attesa
Così come
il tempo l’offesa
La luce
soffoca
nel vuoto dell’uomo
Mentre
l’acqua
tracima
nell’ironia.
Oggi
tocco
bugie
felice
non
siano le mie.
(Onda Falsa)
Sezione Poesia
Accetto il regolamento
Maurizio Alberto Molinari
Da:”Uman respiro”. Diego Civita.Sez A.
Cos’ è l’ umanità?
Forse una goccia di rugiada che si spegne nel cuore.
Cos’ è il pianto dell’ universo?
Forse il dolore che l’ uomo fatica a spiegare
di quanto male si poteva evitare.
Cosa ci diranno ancora le stelle?
Che la speranza è un dono sociale
a cui solo l’ uomo può adempiere
e collaborare per rinnovarla.
Qual’ è il limine del tempo?
Il ponte così strano
di quel che resta tra i sensi e i ricordi
tra mari calmi o tempeste
nella scultura eterna dell’ anima.
Accetto il regolamento.
Vivo nel sogno.
Nell’attesa della realtà.
Vivo nelle aspettative
Che sono invero menzogne.
Vivo e sono felice.
Vivo nel desiderio
Di ciò che diviene.
E se la realtà trafigge la mia speranza
Allora mi desto e
medico il cuore
E la mente.
Inizio poi
Folle
Un nuovo delirio un sogno.
Non voglio svegliarmi
Dai miei deliri…
Voglio solo scegliere quale
Far diventare realtà.
Antonella Alberghina.
Dichiaro di accettare il regolamento, sez. a
Demix Alberti di Goito (MN)
Sezione A
Dichiaro di accettare il regolamento .
“”Quei Baci…!””
Nel tempo
contano le risposte
più che le domande.
Dove emergono conflitti,
la storia cambia sul chiarore della pelle
di chi sbrana compromessi
per vivere una realtà
con mille sfaccettature.
Si emerge da situazioni disarmanti
dove l’odio impacchetta sogni
con facili promesse di cartone,
mentre l’amore fa sudare
soltanto per far scivolare un bacio
da un lenzuolo sopra seni sudati
intorpiditi da stuzzicanti perplessità
tra follie emergenti
su assoli passionali,
con fragili morsi su labbra carnali.
Quei Baci,
dove si sciolgie pure il cristallo,
sembra essere un’esclusiva del tempo…
Demix
L’Altalena di Pasqua – di Luna (Natascia Martella)
Dondola ancora,
l’altalena di Pasqua
legata al ramo del ciliegio.
Non ha più mani che la spingono,
solo vento di primavera
e petali bianchi che cadono
come preghiere leggere.
Ero bambina,
le trecce al vento,
volevo toccare il cielo
con un vestito bianco
troppo grande per me.
Mamma rideva,
“più forte, più forte!”
E io credevo
che il paradiso fosse lì,
a un dondolo dal cuore.
Oggi ritorno,
nessuno mi chiama.
L’altalena è vuota,
ma oscilla lo stesso,
memoria che non smette di respirare.
Mi siedo piano,
le corde sanno ancora il mio peso.
Chiudo gli occhi,
e per un attimo
torno bambina.
Non è legno, è tempo.
Non è gioco, è ritorno.
Ogni Pasqua,
la vita mi dice:
puoi rinascere,
puoi dondolare ancora.
Opera inedita 2026
accetto il regolamento, sez. a
Cuore di carne, non di ferro
Quanta rabbia,
delusione,
sfiducia
leggo
nei tuoi occhi.
Ti hanno illuso,
raccontato la fiaba,
ma la vita è un’altra:
solo inganni,
assenza di rispetto,
sfruttamento.
Ti hanno privato
della tua dignità,
hanno confuso
l’essere umano
con l’essere un automa.
Dio ha creato
l’uomo,
non delle macchine,
perché il mio cuore
pulsa.
Beatrice Di Paola – sez A – accetto il regolamento
Un muretto spoglio,
eco d’estate smarrita.
Gli occhi fermi,
radici spezzate
nel vento.
Un segreto sospeso
tra labbra serrate
un seme mai fiorito,
fiato disperso
nel cielo degli addii.
Scelse il silenzio,
come chi con un soffio
spegne la brace
di un amore profondo.
Rimase il vuoto,
un grembo di ombre,
e un silenzio
più assordante del mare.
Sezione A accetto il regolamento
Accetto il regolamento, sezione B
L’ESPLORATORE E L’ONDA
Esisteva una piccola barca, dentro un esploratore, non aveva vele né motore. L’esploratore aveva fatto amicizia con un’onda, l’accordo era che l’onda dovesse sospingere la piccola barca per farla navigare.
Così iniziò il viaggio, l’esploratore aveva molta fiducia della sua amica onda, aveva portato con sé dei libri e aveva iniziato a leggerli, poi sempre di più iniziò anche a fare piccoli riposi, insomma un accordo proprio vantaggioso. Spesso l’imbarcazione andava veloce come fosse sospinta da un forte vento. Gli stessi veloci delfini sembrava facessero fatica a seguirla.
Poi dopo giorni di navigazione cominciò a rallentare. L’esploratore iniziò ad essere preoccupato. La lentezza della barca continuava ormai da qualche tempo, in alcuni momenti sembrava addirittura ferma come fosse bonaccia.
Iniziò a chiamare l’onda. Onda, cara onda sono io l’esploratore, dove sei? Non arrivava alcuna risposta.
Continuò a chiamarla per ore ma inutilmente, non sapeva cosa fare, non aveva vele né motore.
La tristezza cominciò ad affacciarsi, ricordò di avere tempo prima messo a bordo un piccolo remo, pensò che non restava altro da fare che usarlo. Così si mise sulla punta della barca e iniziò a remare. Continuò per giorni e notti fino a che vide in lontananza terra. Sbarcò finalmente su quella che sembrava una piccola isola.
Portò spingendo con molta fatica la barca sulla battigia, si guardò intorno, l’isola prometteva bene, c’era una vegetazione lussureggiante, ci sarebbero stati sicuramente frutti e acqua dolce. Per mangiare poi poteva anche pescare, la sopravvivenza era assicurata.
Era bravo con le mani, dopo aver raccolto i frutti che aveva stimato necessari e riempito l’otre che aveva in barca con l’acqua di un ruscello, iniziò a tagliare rami per costruirsi una capanna. Nel giro di due giorni la terminò e la sera stremato si sedette sulla riva del mare.
Cominciava ad imbrunire, le prime stelle iniziarono ad accendersi nel cielo, tra poco le avrebbe riviste tutte così numerose da rendere il cielo un telo intarsiato di luce. Iniziò a pensare a quello che gli capitava, ora la sicurezza c’era, non era più in pericolo di vita. Il mattino seguente al giorno dell’arrivo era salito sull’altura dell’isola ed aveva potuto vederla tutta, era davvero una piccola isola. C’erano però le risorse per restarci la vita intera.
Tornò ad affacciarsi un po’ di tristezza, niente a che vedere con quella che lo aveva colto in barca quando era stato abbandonato dall’onda. L’idea di restare per sempre sull’isola gli fece comunque sentire un brivido per il corpo. No, non poteva finire così, bisognava fare qualcosa, ma cosa?
Servivano le vele, ma ovviamente non c’era il tessuto. Inevitabile ricorrere alle grandi stuoie di foglie intrecciate come si legge in tutte le storie di naufraghi. Inutile perdere tempo, la mattina sarebbe andato subito alla ricerca della pianta adatta.
Ne trovò una dalle foglie molto larghe di cui non conosceva il nome, le tagliò in tante striscioline che poi intrecciò proprio come fosse un tessuto. Ci volle un mese ma alla fine una grande vela triangolare era pronta. Un’altro mese servì per trovare e montare l’albero e infine un altro perché tutto fosse completato e montato compresi boma, vela e sartie.
Guardò la sua barca ultimata. È robusta si disse, era sicuro. Finalmente poteva partire.
Si girò per vedere di nuovo l’isola, un sentimento di gratitudine s’affacciò, gli aveva salvato la vita. Sapeva che non l’avrebbe rimpianta.
Al mattino riprese il mare con un bel vento, tutto d’intorno un grande cielo blu e davanti il mare immenso increspato dalla brezza. Della sua amica onda nessuna traccia, ora in effetti non ne aveva bisogno, poteva riprendere il viaggio e andare con la sua barca dove voleva.
Venne però una strana sensazione, gli sembrava di sentire come se l’onda non lo avesse abbandonato, come se ci fosse ugualmente. Poi ancora meglio e più strano, come se non fosse mai andata veramente via, l’aveva soltanto ritrovata, anche se non la vedeva più.
Ti offro
un abbraccio;
in sospeso evito il tocco
di quell’arto contratto.
Forse un mattino saprai
i suoni perduti
e le nuvole fanciulle,
trattenute in gola.
Sarai un nome in lista.
Alida Fonnesu Ottobre 2026.
Poesia inedita.
Sez,A
Accetto il regolamento
Donatella Ronchi. Accetto il regolamento.
INVERNO
Corre un brivido lungo la schiena
Mentre
Dalla finestra appannata
Osservo il giovane pettirosso,
Arrivato da poco in giardino.
Apre le porte all inverno,
Il suo arrivo,
Rallegrando le cupe giornate.
Giorni ridotti
Danno adito a pensieri nostalgici,
E mi stringo nel pile,
Ricordando un abbraccio che sapeva d amore,
Ma che oramai ha il sapore del silenzio.
Un merlo si accinge
A cercare residui di cibo
Mentre,lenta, la neve
S appoggia sul suolo gelato.
Mi stringo più forte,
La coperta di lana ascolta il mio pianto,
E,forse, un giorno,
Riuscirà a tornare l’ incanto.
Antonio De Serio
Accetto il regolamento
Sezione A
Cioccolato fondente
Lo stesso copione
su tasti bianchi,
nel fraseggio sincopato
di poche note,
in ogni ruga
diverse,
inseguirle oltre bordo,
tra ipotesi ovattate
di troppi graffi sul vinile.
È panna acida
il rum sul fondo,
monete contate,
sottratte
ad un click d’inchiostro
d’una penna distante.
L’insegna a specchio,
“Le luci ad Atlantide”
dai fari puntati
i neon a ritroso,
frammenti di fumo
sei ninfa,
gli stracci in prestito
su tacchi a spillo.
Profili all’alba
inghiottono note,
d’olio bruciato
ad infiammare gole.
No, non spegnerti,
non voltarti,
lascia che sia,
che la gente parli
di ombre la periferia,
di una città che dorme
e vende maschere,
finge, ma lei non sa.
Di cartapesta anche le chiavi,
sanno d’insulto
vestite di casa,
scelte, momenti,
dal retrogusto fondente,
scioglie approdi
di cioccolato e di rum.
Mete sbagliate,
c’è nebbia
ad Atlantide
Come una scintilla divina
ci sei negli occhi miei
ad infondere pace nei giorni tenebrosi a tratti nebulosi, con il tuo invincibile suono
per me sei il Sole dell’Oltreuomo.
Arianna Di Presa Sezione A Dichiaro di accettare il regolamento
Il Coraggio di restare
Marika vomitò nel bagno della scuola come se stesse cercando di liberarsi non soltanto del pranzo appena ingerito, ma di tutto ciò che da anni le si era depositato dentro, strato dopo strato, senza mai trovare una via d’uscita. Il suono acre che le risaliva dalla gola rimbalzava contro le pareti piastrellate, moltiplicandosi, diventando quasi irreale. Ogni conato era un colpo secco, una scossa che le attraversava il corpo stanco, svuotato, eppure ancora pieno di qualcosa che non sapeva nominare.
Il chiavistello scattò alle sue spalle con un rumore metallico, netto, definitivo. In quell’istante Marika ebbe la sensazione di essersi tagliata fuori dal mondo, come se avesse chiuso una porta che forse non si sarebbe più riaperta. Il bagno era piccolo, soffocante, impregnato di odore di disinfettante e umidità. Ma lì, in quello spazio angusto, poteva finalmente smettere di fingere. Nessuno la guardava. Nessuno pretendeva che fosse diversa.
Si piegò in avanti, appoggiando la fronte fredda contro il bordo del lavandino. Le mani tremavano. Le nocche erano bianche per la tensione. Il cuore le batteva in modo irregolare, come se non trovasse un ritmo sicuro a cui affidarsi. Sollevò lo sguardo e incontrò il proprio riflesso nello specchio: occhi arrossati, ciglia bagnate, il viso scavato da una stanchezza che non aveva nulla a che fare con il sonno.
Non si riconosceva più.
O forse non si era mai riconosciuta davvero.
Aveva mangiato di nascosto, come sempre. Non per fame. La fame non c’entrava più da tempo. Aveva iniziato lentamente, poi sempre più in fretta, come se qualcuno le stesse rubando il tempo. Anche quando si era sentita piena, anche quando lo stomaco aveva iniziato a protestare con fitte dolorose, aveva continuato. Continuava a ingoiare, a riempirsi, mentre dentro si sentiva sempre più vuota.
Perché Marika funzionava così.
Il cibo non era nutrimento. Era linguaggio. Era il suo modo storto di dire ciò che non aveva mai detto a nessuno. Ogni boccone era una parola taciuta, ogni abbuffata un abbraccio cercato dove non avrebbe mai dovuto trovarsi. Sapeva di farsi del male, ne era perfettamente consapevole. Ma in quel momento il cibo non la giudicava. Non le chiedeva di essere più magra, più forte, più sicura. La accoglieva senza condizioni.
Quello che Marika si portava dentro lo conosceva solo lei.
E a volte nemmeno lei riusciva a mettergli un nome.
Da bambina aveva imparato presto a occupare meno spazio possibile. A scuola sedeva con le spalle incurvate, le braccia strette al corpo, come se potesse rimpicciolirsi fino a sparire. Era “la cicciottella”, quella che veniva scelta per ultima, quella di cui si rideva a bassa voce, quella che non doveva mai sentirsi troppo a suo agio.
I bambini sanno essere crudeli senza rendersene conto. Le loro parole arrivano dirette, senza filtri, e colpiscono esattamente dove fanno più male. Marika aveva imparato a sorridere anche quando avrebbe voluto piangere, a fare finta di non sentire, a ingoiare tutto. Proprio come faceva con il cibo.
A casa nessuno sembrava accorgersi davvero di quanto stesse male. Non per cattiveria, ma per distrazione. La madre era spesso stanca, il padre sempre occupato. Marika era una bambina tranquilla, non dava problemi. E così il suo silenzio passava inosservato.
Cominciò a scrivere. Riempiva quaderni di frasi spezzate, pensieri confusi, parole che non aveva il coraggio di dire ad alta voce. Scrivere era l’unico modo che conoscesse per non esplodere. Ma anche quello, col tempo, non bastò più.
Mangiare, invece, funzionava sempre. Almeno per un po’.
Quando anche il cibo smise di essere sufficiente, arrivò la rete. Un profilo. Una realtà parallela. Lì poteva essere chi voleva. Nessuno vedeva il suo corpo, nessuno misurava le sue forme. Lì era desiderata, ascoltata, cercata. Ogni notifica era una conferma di esistere. Ogni messaggio un piccolo sollievo.
Luis era arrivato così. Senza invadenza. Senza giudizio.
Marika, dove te ne vai?
Non sei più qui da un po’.
Quelle parole le rimasero addosso per giorni. Qualcuno si era accorto della sua assenza. Qualcuno la vedeva. E questo, invece di confortarla, la spaventava terribilmente.
Marika voleva volare via.
Amava l’inverno perché poteva nascondersi sotto strati di vestiti. Maglioni larghi, cappotti pesanti, sciarpe che le coprivano il collo. Il freddo era un alleato: nessuno pretendeva che mostrasse il suo corpo. L’estate, invece, era una minaccia costante.
Con l’avvicinarsi dell’Estate tornò l’ossessione. Dimagrire. Controllare. Sparire. Mangiare e poi liberarsene. Vomitare. Lassativi. Punirsi. Ogni gesto era una conferma dell’odio che provava verso se stessa.
Le giornate iniziavano con una preghiera silenziosa: che finissero in fretta.
Marika ricordava perfettamente la prima volta in cui aveva capito che il suo corpo non andava bene. Non era successo davanti a uno specchio, né durante una visita medica. Era accaduto in una palestra fredda, con l’odore di gomma e sudore che le riempiva il naso, mentre le altre bambine si cambiavano ridendo, senza fretta, senza vergogna. Lei invece si era voltata verso il muro, aveva infilato la maglietta in fretta, cercando di coprirsi il più possibile. Aveva sentito uno sguardo addosso, poi una risatina. Non ricordava le parole precise, ma ricordava il bruciore alle guance, la voglia improvvisa di scomparire.
Da quel giorno aveva iniziato a guardarsi come se il suo corpo fosse un oggetto estraneo, qualcosa da controllare, correggere, punire. Ogni chilo in più era una colpa, ogni piega della pelle una prova del suo fallimento. Crescendo, quella sensazione non se n’era mai andata. Si era solo trasformata in una voce costante, sottile, che le parlava anche quando nessun altro lo faceva.
A volte, la sera, Marika si sdraiava sul letto e fissava il soffitto al buio. Ascoltava il rumore lontano della televisione, i passi della madre in cucina, la vita che continuava senza di lei. Si chiedeva come fosse possibile sentirsi così vuota pur essendo sempre così piena di tutto. Piena di cibo, di pensieri, di colpa. Piena di un dolore che non trovava spazio nel mondo.
Aveva provato a chiedersi se sarebbe cambiato qualcosa, se fosse riuscita davvero a dimagrire, a diventare diversa. Ma ogni volta la risposta era la stessa: non sarebbe bastato. Perché il problema non era il corpo, anche se tutti sembravano convinti del contrario. Il problema era quella sensazione di non essere mai abbastanza, di dover sempre meritare l’amore, l’attenzione, la comprensione.
Quel mattino, davanti alla scuola, si fermò. Il portone era lì, come sempre. Ma lei non entrò. Girò i tacchi e iniziò a camminare verso il mare.
La spiaggia era vuota. Il vento le tagliava il viso. L’odore di salsedine le riempì i polmoni. Si sedette sulla sabbia e pianse come non aveva mai fatto. Un pianto profondo, disperato, trattenuto per troppo tempo.
Marika voleva essere libera.
Lasciò lo zaino poco distante dalla riva. Scrisse poche righe su un foglio stropicciato. Non era una spiegazione.
“Ho cercato di toccare il cielo, ma era sempre più lontano, così ho deciso di abbracciare il mare e lasciarmi condurre da lui fin lassù. Forse, adesso, sarò finalmente libera da me stessa e da tutti quei demoni che mi sussurravano nelle orecchie”
Era un addio muto. Poi si alzò e corse.
Il mare la accolse senza fare domande, non le aveva mai chiesto nulla. Non le aveva mai imposto di essere diversa. Quando stava lì, davanti all’acqua, sentiva che poteva abbassare le difese, smettere di trattenere il respiro. Le onde andavano e venivano senza giudicarla, senza aspettarsi niente da lei. In quei momenti, Marika immaginava di poter diventare come il mare: mutevole, profonda, impossibile da contenere.
Forse era per questo che, alla fine, aveva scelto proprio lui. Non per morire, ma per smettere di combattere. Per affidarsi a qualcosa di più grande del dolore che la consumava. Per lasciarsi andare, finalmente, senza più dover chiedere scusa per lo spazio occupato.
Se qualcuno avesse saputo ascoltare davvero, forse avrebbe capito che Marika non voleva sparire.
Voleva solo smettere di farsi male per esistere.
E per la prima volta, Marika sentì che il cielo e il mare potevano finalmente abbracciarla, accogliere ogni pezzo di dolore e paura che aveva dentro, e lei si lasciò andare, senza più resistenze, senza più scuse, abbandonandosi a quella libertà che aveva sempre cercato.
Si spreca troppo tempo nella vita a dare per scontate le cose apparentemente insignificanti ma che per qualcuno possono sempre essere importanti tanto quanto basta perché la vita continui con una stilla di speranza in più.
Non è mai semplice parlare di sé. Il più delle volte ci si nasconde in frasi spezzate, singhiozzi strozzati e silenzi assordanti. Ascolta solo chi sa tendere orecchio e riesce ad abbracciarti anche senza toccarti -.
Sez. B
Accetto il Regolamento
Antonella Chiego
27 Ottobre 2026
INES ZANOTTI
Accetto il Regolamento
Sezione A – POESIA
“E VIEN LA SERA”
Origlia l’ imbrunire ai teneri vetri
mentre nella dimora regna
il silenzio della sera.
Il tempo del dì
satollo di chiaror e movenze,
sfinito s’accascia
fra le mura degli affetti.
Perfino i respiri volgono al declino.
come strade gremite di viavai
che si assottigliano di presenze
e lievitano di coscienze…
S’insinua tra il giorno e la notte
Lei, sciorinando l’elegante veste:
rinfresca le sfumature dei pensieri,
rifiorisce i sentimenti del cuore,
rimuove la ruggine del risentimento.
Sognando la sera del domani.
Il coraggio di amare
Ho amato più di quanto abbia detto,
non perché fosse poco
l’amore che già vivevo,
ma perché il cuore, a volte,
sa trovare altre strade
senza abbandonare la propria.
Eppure ho taciuto,
non per vergogna d’amare,
ma per paura di ferire
chi accanto a me
continuavo a voler felice.
Avrei voluto avere il coraggio
di raccontare quei sentimenti,
di dire che un altro amore
non avrebbe cancellato il primo,
né sottratto un solo giorno
alla voglia di restarle accanto.
Avrei voluto anche per lei
la libertà che desideravo,
perché amare non è possedere,
né pretendere che un cuore
conosca una sola primavera.
Ora che il tempo
mi invita a guardare indietro,
non rinnego quegli amori,
ma il silenzio che li accompagnò.
E mi domando
se avremmo potuto essere felici
sapendo che la fedeltà
non sempre è amare uno soltanto,
ma continuare ad amare
senza togliere all’altro
la libertà di essere sé stesso.
accetto il regolamento, sez. a
Un milione di euro.
Ci sono solo due momenti in cui è strettamente necessario restare muti: quando non si è capito nulla, oppure quando si è capito tutto. Un uomo della sua esperienza e arguzia capirà senz’altro a cosa mi riferisco.
Certo, restare in silenzio è un esercizio di non facile esecuzione, specialmente per quelli come me. Provo un gusto quasi fisico nell’elaborare discorsi, imbastire conversazioni, percuotere l’aria con il suono della mia voce. Ma questo, penso, lo aveva già ben capito. Il fatto che sia ancora qui ad ascoltarmi mi rincuora. Tuttavia, non mi illudo: quando c’è di mezzo un uomo senza speranza, un elevato ammontare di soldi in contanti e una donna bellissima, tutti vogliono conoscere come va a finire la storia, anche con un oratore mediocre… quale io non sono!
Prendiamo da bere, offro io! È il minimo! Sono sempre contento quando incontro un mio compatriota aldilà delle Alpi. Non le piace il whiskey, vero? È normale, non si preoccupi, a nessuno piace il suo sapore, perlopiù si tende ad affezionarsi ai suoi effetti. Io ho imparato a berlo a vent’anni con un vecchio professore che mi ospitava sulla Rive Gauche. Frequentavamo spesso quel bar di libanesi su rue Cujas. Ai tempi gettavo i dadi della mia esistenza cercando di imbucarmi alla Sorbonne come studente, solo per parlare un minuto con Marianne. Sì, questo è il nome della donna bellissima sulla foto che le ho mostrato poco prima. Sa qual è la prima cosa che mi ha colpito di Marianne?
Ma no, caro amico, non mi scada proprio ora! Capisco che essere beceri e triviali in un bar di periferia sia la condotta che tutti si aspettano da noi avventori assetati. La sua giacca sartoriale, la sua cravatta damascata, le sue scarpe eleganti ma in stile retrò mi suggeriscono, però, una capacità di attenzione al particolare non consueta. Le efelidi. Le confesso che sin dall’infanzia quelle macchie brune sul dorso del naso e sotto gli occhi erano per me come la luce per le zanzare.
Usciamo ora, facciamo due passi. Fumiamo una sigaretta in strada, qui dentro inizia a fare caldo. Vedo che ha anche sbottonato la giacca. Attenzione al mio bagaglio, quando scende dallo sgabello potrebbe inciampare. Non si preoccupi, ha le ruote, non serve sollevarlo. Dopo di lei, non si preoccupi, la seguo a ruota! Non le lascio il racconto a metà.
Comunque, come le dicevo, alla fine riuscii a convincerla a uscire. Era un martedì pomeriggio e, come in un film di Godard, andammo a mangiare un gelato sui gradini di una chiesa. Passammo una buona ora poi in un vecchio negozio di dischi, prima di finire a parlare del cinema muto e dei capelli corvini di tutte le sue attrici. Ci sorprese la sera, ma soprattutto la pioggia parigina tipica di ottobre: prima dolce, poi irruenta. Al Quai de Saint-Bernard trovammo riparo sotto gli spalti di uno skatepark. Lo sa come funziona in questi casi… Iniziammo a baciarci per curiosità, poi le nostre pelli si toccarono e ci riconoscemmo avidi di carnalità.
D’un tratto Marianne urtò qualcosa. Questo qualcosa cadde, mostrandosi alla luce come una bella valigia in pelle. Il primo pensiero, ridestandoci dalla passione, fu che ci fosse qualcuno a osservarci. Certo che trasalii, caro amico. Mi vede grande e grosso, ma non sono immune al timore dell’oscurità.
Ispezionammo l’area intorno a noi furtivamente, ormai dimentici del motivo per il quale ci trovavamo lì. Entrambi volevamo sapere cosa ci fosse nella valigia. Marianne aprì la debole serratura con un Victorinox. Ah, caro amico, mai avrei pensato di trovare quel giorno non uno, ma ben due tesori: dopo il corpo svestito di Marianne, davanti ai miei attenti occhi apparve la voluttuosa seduzione di venti mazzette di banconote da 500 euro. Marianne accese il suo sguardo come quello di un serpente che alza la testa dall’erba, pronto ad attaccare chiunque gli si pari innanzi.
Nel cercare di renderci conto dell’entità del contenuto, maldestramente facemmo cadere tutte le mazzette di banconote dalla valigia. Sa, caro amico, Marianne era una di quelle donne tutt’altro che remissive nel giudicare le azioni altrui. Non so da chi partì la cosa, ma iniziammo a strattonarci. Senza esagerare, ovviamente, caro amico: per lo più cercai di evitare i colpi che mi arrivavano, pensando a quanto dolci fossero i suoi baci poco più di venti minuti prima. Placata la bagarre senza tante spiegazioni, riempii la valigia e me ne andai da solo senza voltarmi. Sapevo bene cosa mi stessi lasciando alle spalle, ma purtroppo il destino mi aveva imposto una scelta e io non potevo oppormi.
So cosa pensa ora… Se in questa valigia c’è il mio tesoro. Non dovrei dirlo, ma lei in qualche maniera mi ispira fiducia. Mi ricorda un vecchio amico di mio fratello, partito per andare a fare il barman a Londra. Ha mai fatto il barman a Londra? Ovviamente, glielo ho chiesto solo per scrupolo. Comunque la risposta alla domanda che non vuole farmi è: sì, nella valigia c’è il mio tesoro!
Qui sembra tranquillo, se vuole glielo mostro, non vorrei passare per bugiardo, buffone o chissà cos’altro. Dove va? Dove scappa? Certi italiani proprio non li capisco… Maledetti capelli, si impigliano sempre nella cerniera.
accetto il regolamento, sez. b
Scritta in maniera sublime e originale, chiedo solo una conferma: il tesoro nella valigia non sono i 10.000 euro, vero?
Un milione di euro, pardon. Comunque più che una valigia mi sembra un borsone, grosso e pesante, molto pesante.
UN COCKTAIL DI EMOZIONI
Quel voler
continuare a dipingere
le periferie
con uno slancio profondo,
ed inoltrarmi
in un combattimento
incomprensibile
ma esaltato
da un occhio invisibile.
Dentro la scatola
del cuore
ormai arrugginita,
ho creato nel tempio dorato
estraneità
a rischi di consapevolezza.
Come un soldato
senza spada,
blindato
ad esaltare chissà quale
liberazione …
magari occultando i sogni
sopravissuti…
erano fantasmi
dentro al mio regno.
La ragione
è qui ad interrogarmi
nelle profondità,
con il rigenerarsi di luce,
infondo agli abissi
in un vortice di emozioni.
Gianfranco Corona sez. A accetto il regolamento
sezione B – accetto il regolamento
SANGUE FREDDO di Marta Arduino
«Signora, la borsa sotto il sedile davanti, per favore.»
La spinse giù con il piede, senza staccare gli occhi dal finestrino. Le luci della pista si confondevano nella pioggia. Dagli altoparlanti il comandante annunciò il decollo per Berlino.
Tirò la cinghia finché il bordo non le premette sul ventre, mentre accanto a lei, un uomo sfogliava una rivista.
I motori aumentarono di potenza. Elena spinse i piedi contro il pavimento e chiuse gli occhi. Aspettò lo strappo, il vuoto nello stomaco. Quando le ruote si staccarono da terra, le unghie erano affondate nei braccioli.
Contò i respiri fino allo spegnimento del segnale delle cinture.
Recuperò la borsa e si alzò.
«Mi lascia passare?»
L’uomo raccolse le gambe senza alzare lo sguardo.
Il bagno in fondo era libero. Entrò e la porta si chiuse con un colpo secco. Finalmente sola.
Appoggiò la borsa al gancio ma al primo tentativo lo mancò. Quando riuscì ad infilarvi il manico, aprì il rubinetto. Tenne le mani sotto il getto, ma tremavano ancora. Sollevò l’acqua verso il viso, bagnandosi le maniche. Un sussulto dell’aereo le fece afferrare il bordo del lavandino. Rimase così, con le spalle sollevate e l’acqua che scorreva, finché le dita non cominciarono a farle male.
Dal foro del lavandino, all’improvviso, salì una bolla scura.
Poi un’altra.
L’acqua le arrivò alle dita prima che riuscisse a ritrarle. Era tiepida e densa, adesso. Qualcosa urtò la griglia dello scarico.
Elena chiuse il rubinetto.
Sotto il ronzio dei motori sentì un raschiare sottile.
Una testa nera emerse dal foro. Restò immobile, con la bocca appena aperta.
Elena arretrò fino a urtare la porta con la schiena. Con gli occhi fissi sul lavandino, tastò il pannello alle proprie spalle. Le dita passarono sul chiavistello, tornarono indietro, annasparono senza riuscire a fare presa.
Il serpente colò fuori. Dietro di lui ne affiorò un altro.
Il chiavistello non si mosse.
Lo tirò con entrambe le mani, mentre sentì qualcosa premerle contro la caviglia, insinuarsi sotto l’orlo dei pantaloni.
Abbassò lo sguardo.
Il pavimento si muoveva.
Corpi lucidi si accavallavano tra le sue scarpe. Elena inghiottì un conato e sollevò un piede, ma non trovò un punto dove posarlo. Una testa le urtò lo stinco. Scalciò, sbatté il tallone contro la porta e cercò ancora il chiavistello.
«Aprite.» Batté il palmo sul pannello. «Aprite!»
Colpì ancora la porta con il pugno. Un corpo freddo le serrò il polpaccio; un altro si arrampicò lungo la gamba. Cercò di strapparlo via, ma le dita scivolarono sulle squame.
«Aprite!»
La borsa oscillava sul gancio. Dal lavandino continuavano a uscire serpenti.
Uno le avvolse il polso e lo tirò verso il basso. Elena cadde in ginocchio. Sentì il primo giro stringersi intorno alla vita, il secondo sotto le costole.
Provò a inspirare.
Un muso umido le si posò sotto il mento.
Spalancò gli occhi.
Era seduta al suo posto. La camicetta le si era incollava alla schiena e una goccia di sudore le scese dalla tempia fino alla mandibola. Si passò una mano sul viso, poi lungo il polsino. Asciutto.
«Signora, si sente bene? È bianca come un lenzuolo.»
Si voltò verso il passeggero accanto. Provò a rispondere, ma dovette prima riprendere fiato.
Dagli altoparlanti una voce annunciò l’inizio della discesa.
Elena lasciò uscire l’aria dalle labbra socchiuse. Allentò la presa sui braccioli e appoggiò le mani sulle cosce. Il respiro si fece più lungo, le spalle si abbassarono. Si scostò la camicetta dalla schiena, poi si chinò a recuperare la borsa sotto il sedile.
Aprì la cerniera e infilò la mano nella borsa, tastando tra il portafoglio e il pacchetto dei fazzoletti.
Le dita urtarono il bordo del telefono; lo spinse con l’indice per riuscire ad afferrarlo.
Qualcosa di freddo e viscido le sfiorò le nocche.
Elena fermò la mano, con le dita ancora piegate intorno alla custodia.
Sulla pelle passò un corpo liscio, lento; sotto quella pressione sentì tendersi e distendersi piccoli muscoli.
Il bordo della borsa si sollevò appena, poi ricadde contro il suo polso.
Trattenne il respiro. La mano restò dentro, mentre gli occhi cercavano di penetrare il buio tra i lembi della fodera.
Qualcosa le scivolò fra il medio e l’anulare e cominciò a risalire.
Ritrasse di scatto la mano. Il telefono cadde sotto il sedile, ma lei non si chinò. Teneva le dita divaricate davanti al viso, gli occhi fissi sull’apertura della borsa. Provò a spingerla via con il ginocchio; la tracolla le rimase impigliata al polso. La strattonò una volta, poi ancora, schiacciandosi contro lo schienale.
«Mi aiuti, la prego!»
Al passeggero accanto non arrivò che un soffio.
In ascolto
Rimango in ascolto.
Le parole del vento tra le crepe del muro,
i racconti della polvere e di strade lontane.
Tutto mi parla.
Acqua sui cassonetti,
ritmo lento e martellante.
Mi fermo lungo la riva,
lo sciabordio delle onde mi svela segreti.
Parla di vite, di ossa e di sangue,
di passati scordati e dell’oltre.
Nel silenzio ogni cosa ha una voce.
Anche l’ombra sul muro ha il suo alfabeto fatto di forme.
Ogni traccia intorno racconta il suo viaggio.
Ogni oggetto sussurra le sue storie
a chi le sa ascoltare.
accetto il regolamento, sez. a
Cenere pigra
(A mio padre)
Padre,
ora sei un vetro incrinato
di ricordi che si arrampicano
lungo le linee fragili e irregolari
della tua mente.
Lo sferragliare del treno,
la sigaretta all’angolo della bocca
nelle notti infinite tra buio e distanze.
Una fuga nel rimpianto,
un viaggio al contrario
verso il rumore di un martello
che batte sull’incudine
nelle estati di terra bruciata,
di aranceti affacciati sul mare
e una foto color seppia del tuo amore.
Il tempo si aggrappa testardo ai tuoi occhi,
ma si consuma lento
insieme ai ricordi e alla tua sigaretta,
ormai cenere pigra
dispersa dal vento.
Angela Maria Malatacca
Sez. A – Accetto il regolamento
Beati i pesci
“Questa? Sei tu?”
“Sì, la prima estate, finalmente; il mare ed io.
Sì, noto a tanti, dall’inizio dei tempi, per motivi svariati.
Amato, rispettato, temuto, raccontato…
L’ho incontrato per la prima volta a 9 anni, pur abitandovi non ad anni luce di distanza.
Me lo raccontavano le amichette che lo raggiungevano ogni estate con i genitori o i nonni.
Ci giocavano e ci nuotavano per ore, mentre io lo sognavo solamente e sospiravo di conoscerlo:
‘Piacere! Ecco i miei piedi, e le mani, le gambe, anche la pancia… meno il naso, quello meglio fuori.’
Perché non ero nata pesce?
Era dolce e potente; la voce tintinnava, era così grande che non ci poteva stare dentro a due soli occhi.
Di più non sapevo dirgli, la prima volta.
Ma non era quello il problema.
A 7 anni papà e mamma mi avevano iscritta ad un corso di nuoto presso la piscina comunale.
Quindici lezioni lunghe il tempo deciso dal grande orologio esterno al quale comandavo di correre ogni volta che lo guardavo, confidavo nel pensiero magico.
Zampettavano un’ora, le sue lancette, cioè sessanta minuti cioè tremilaseicento secondi per fare il giro necessario.
Lo diceva mio cugino grande, lui sapeva sempre tutto e lo adoravo.
Serviva l’eternità.
Il naso sente ancora l’odore di cloro; le orecchie si riempiono d’acqua e si sigillano lanciandomi nell’abisso più profondo che esista.
Gli occhi, tenuti aperti sott’acqua, rivedono ogni piastrellina azzurra del mosaico che tappezzava la vasca”.
“E poi? Continua…”
“La corsista era una bambina grassoccia, timida, a disagio; non si ribellava, non ne era capace, ed eseguiva quanto disponeva l’istruttrice.
Intanto prima e dopo, nello spogliatoio, si era accorta di tante altre bambine più sottili di lei.
Nessuna bulla, almeno lì; nessuna come a scuola che non volevano darle la mano per quel gioco perché era grassa.
Non che avessero torto…
La festeggiata aveva proposto il gioco di abilità a coppie: tenendosi per mano si attraversava un passaggio stretto ricavato tra due colonne di scatole da scarpe, senza farle cadere.
Lei si era ufficialmente ritirata dalla gara.
Nessuno l’aveva contestato.
L’acqua della vasca dei bambini era alta 40 centimetri, solo 40, l’aveva informata qualcuno.
Ma quaranta era grande, era vicinissimo a cinquanta.
‘L’acqua solo 40 arriva alle ginocchia, non devi avere paura.’
Lo diceva l’istruttrice che pensava di decidere al posto della bambina il termometro della sua paura e aveva le ginocchia più alte delle sue.
Le lezioni si svolgevano al mattino, due volte a settimana.
Totale 15. Qu-in-di-ci.
Poi meno 14, meno 13…
All’ultima avrebbero potuto assistere mamme e papà.
Le lezioni avevano sempre la velocità delle lumache.
Le frequentava per obbedienza, non era previsto piagnucolare né fare i capricci, non era previsto ritirarsi nel proprio guscio.
Mamma e papà avevano pensato fosse cosa buona e giusta, per lei, un corso di nuoto; per lei e per il suo fisico, e avevano anche già pagato tutto il pacchetto in anticipo.
Poi aveva imparato a muovere le braccia, alternate, sul bordo, non ancora immerse, per simulare lo stile libero, e lo aveva insegnato subito alla sua amichetta, a casa; aveva imparato a battere il dorso dei piedi, pure alternati, e a tenere le gambe tese; prima fuori, sul tappetino, poi tutto insieme dentro all’acqua.
La bambina non sapeva come, ad un certo punto, seguendo le indicazioni dell’istruttrice cattiva, burbera, per niente empatica, si era trovata a galleggiare.
Faccia in giù, corpo tutto sulla stessa linea, braccia distese, mani sul bordo interno della vasca.
L’acqua spingeva la pancia e le cosce grassocce verso l’alto.
La bambina pensava che doveva trattarsi di un miracolo.
Aveva imparato a tenere la bocca chiusa e la faccia dentro l’acqua per due secondi, forse tre, controllando l’istinto di scappare nel deserto.
Aveva patteggiato anche questo.
Poi le cose più difficili: vasca grande, acqua alta, capo che ruotava di lato, prendeva l’aria, tornava dentro, soffiava le bolle, girava di nuovo… questo non lo aveva imparato tanto.
Ma la tavoletta galleggiante, consentita, la rincuorava senza giudizi né rimproveri.
Fino all’altro miracolo, avvenuto verso gli 11 anni.
Qualcosa aveva lavorato sodo, là dentro, al buio, in segreto, e l’aveva spinta verso l’alto con tutte le ossa allungate che si erano dovute arrangiare con quel che c’era a ricoprirsi; si erano contese grasso, muscoli, tessuti e pelle: non esisteva più la bambina grassoccia, bensì un altro essere ancora indefinito, ma senza pancia, con gambe snelle, addirittura un’idea di seno e di fianchi.
Beh, sempre meglio della pancia”.
***
“E adesso, mamma?”
“Adesso si sveglia sempre prima di me e mi chiama.
È pronto con il suo tappeto che luccica, la voce che ride mentre inciampa sulla riva.
Inizia dalle caviglie, le corteggia e ci gioca.
La voce sale fino ai polpacci, lentamente, rispondo sì.
Sale ancora e si abbraccia alle cosce.
Poi tocca alla pancia e resto senza respiro.
Vorrebbe giocare anche coi piedi, dondolarli e accarezzarli, ma aspetto ancora un po’.
Rimane onesto e trasparente, tutto alla luce del sole; mi spruzza una goccia sulla lingua e mi ricorda la sua riserva salata che lo rende denso.
Mi dicevano che allora si galleggia più facilmente.
Inizia il nostro gioco d’amore”.
—
Francesca Negrizzolo – sez. B
Dichiaro di accettare il regolamento.
La sostanza dell’ombra
Di sola luce più
non potrei dire
[né soffrire]
Ora che infine
pienamente
abito la sostanza dell’ombra
e il laccio ferrigno del gelo
compie il breve
assoluto
navigare del corpo
Risalire lungo le vertebre
è la divisione scabrosa dalla notte
Nella nobile miseria della memoria
tracciare lo scheletro di una corrente
dimenticare il rito dei passi
e accogliere l’inaccettabile.
Stefania Stravato – Sezione A – Accetto il regolamento
CARMEN
La ragazza lo aveva contattato dal portale Difesa Legale per Tutti di Google. Una corvèe, che serviva allo studio per fare status.
«Comemaisièrivolta a me? » «ho letto sul suo profilo che lei è bravo a fare assolvere le persone; anche i colpevoli; corrisponde al mio avatar ».
Edoardo la sguardò.
Disse a caso, «la profilazione nei social è un mezzo di omologazione commerciale, serve ai provider per capire quali prodotti propinarti. Speculano anche sui guai della gente »
«Vuol dire che non è vero che lei li fa assolvere? » il sorriso della ragazza si stirò, accentuando il pallore del fondotinta già troppo chiaro.
«non so se potrò assisterla. Prima di tutto devo consigliarle di costituirsi, poi si vedrà. Accerteranno le sue responsabilità » «mamimetteranno dentro! »
La voce le morì e gli fece pena, con quella minigonna a filo delle natiche sulla calzamaglia elisabettiana, il viso truccato baraccona. Avrà avuto meno di vent’anni. «non necessariamente.
Come si sono svolti i fatti? » Aveva sentito dal giornale-radio regionale che c’era stata una rapina in un supermercato, Tor Bellamonaca o Corso Francia, all’ora di chiusura. Due giovanissime, delle quali una impugnante una pistola. «io l’ho solo accompagnata. Mi ha detto, devo comprare quel nuovo kit della Garnier. Siamo entrate e abbiamo girellato nel reparto profumeria, e grattato della roba lei sa come fare a togliere la codifica. Non cera quasi nessuno. Lì dietro abbiamo visto i giocattoli per i bambini e Tiziana ha preso la pistola. Io non volevo, ma lei dice, facciamo uno scherzo alla cassiera che mi sta sul c. … E così è andata. Stava lì sola a contare i soldi. La pistola sembrava proprio vera » «seicento-novanta euro? » «si, ma doveva essere uno scherzo, ci eravamo messe pure le maschere di carnevale »
«questo sarà un aggravante »
«oh, maio i soldi non li ho mica rubati; neanche un euro m’ha dato quella mign… » Quasi piangeva; e si tolse il bolerino imprimè-un’assurdità con gli scarponi imbullonati warrior. Edoardo notò che aveva un bel seno nella maglietta scollata. Anche le gambe erano belle. Somigliava a tante ragazze-sempre più immigrate- dall’aria devastata e assente, che aspiravano a finire sul cartellone pubblicitario-dal quale l’avevano tratta a modello, quella devastazione- senza sapere perché; come la gente, che ormai si lasciava soltanto portare dagli annunci.
Carmen abitava a Talenti, oltre la Nomentana. Famiglia operaia, il padre magazziniere allo scalo merci di Affile; la madre inserviente in un ospedale; parrucchiera la sorella. Lei aveva ambizioni, perciò si era messa con Tiziana, che stava per conto suo in un monolocale d’affitto sulla Cassia, ingresso indipendente, di quelli come diceva lei, che appena apri la porta cadi nel letto. Letto a una piazza e mezza, sotto un soffitto a specchio, inequivocabile. Venivano clienti su appuntamento. Le prime volte Carmen usciva. Un pomeriggio arrivò un tale ben messo, col Breil doro.
Aveva visto le foto su Facebook. Disse che era il production manager di una nota casa discografica situata sulla Salaria, in campagna. Gli piaceva guardare, a un prezzo doppio. Allora Tiziana per non perdere l’affare la convinse a spogliarsi. Fecero delle cose, e il discografico le filmò con un nokia da minimo 800 euro. Poi lasciò il biglietto da visita, se Carmen volesse andare a fare un provino. Ci arrivò due giorni dopo con l’autobus 506 extraurbano, neanche fosse un’altra città. La casa discografica cera, una specie di castelletto buttato in mezzo ai prati, simile alla proiezione di una mente distorta in un film genere Harry Potter.
Le sentirono la voce in uno studio di registrazione. Il direttore artistico opinò che non era male, intonata e aveva una buona voce, ma che doveva studiare. Cantanti mica si diventa così, da un giorno all’altro. Le scrisse l’indirizzo di una maestra di canto.
Telefonò; chiedeva un testone: due mesi, tre lezioni settimanali, programma completo. «porca miseria, dove li trovo mille euro? quella è una grama, vuole il corso anticipato. Dice che è più serio e per il mio bene. E sempre più serio e per il tuo bene, se sei tu a pagare: guarda il governo ». Poi videro un telefilm americano dove c’erano due amiche che avevano più o meno gli stessi problemi, l’affitto da pagare e la scuola di recitazione per levarsi dalla strada-tutto il mondo si somiglia-. Le due punk ebbero un’idea. Cera un supermercato in un altro quartiere, niente sorveglianza privata, le solite telecamere, ma poche; bastava travisarsi un po’. Di sera, all’ora di chiusura non cera unanima, fecero il sopraluogo, la via un passo solitario. La più intraprendente, che si chiamava Dolores, un’ispanica, puntò una pistola giocattolo sulla cassiera, la sua amica Carol le guardava le spalle.
Fecero 550 dollari, serata fiacca.
Ma riuscirono comunque a sfangarla per quel mese. La polizia nemmeno le riconobbe dai filmati perché avevano provveduto a schizzare uno spray sull’obiettivo della telecamera, prima di entrare. Tiziana disse, perché non provare? Tanto, il massimo che ti fanno oggi è che ti mettono agli arresti domiciliari, siamo in Italia, mica a New York. Così si erano avventurate in un minimarket di Corso Francia con le maschere di carnevale e la pistola finta; avevano trovato tutto lì, nel reparto giochi.
La cassiera al vederle in mano la colt di plastica, invece di mettersi a ridere era quasi svenuta-cogliona- e aveva vuotato subito il cassetto: 690 euro circa, neanche ‘sta pacchia. Poi era andata da copione; eccetto che, non si sa in che modo, le avevano riconosciute nel filmato; si erano tolte le maschere troppo presto, si vede, fuori sul corso lampionato al fluoro. È proprio vero che le mettono dappertutto, ormai, nascoste nei muri, come nella serie di Matrix.
Edoardo era riuscito a farla assolvere con una sottigliezza argomentativa. Ora viaggiavano sull’autostrada, verso il limite della penisola, là dove la punta dello stivale sembra calciare via l’isola di Persephone nel mare aperto, come per liberarsene. Le aveva proposto di accompagnarlo, senza sapere perché, quando lei gli aveva detto di avere degli amici a Catania, gente che canta, e gli aveva fatto capire che intendeva sdebitarsi. Lavvocato aveva replicato che non ce n’era bisogno,«ho chiesto per te il gratuito patrocinio; di solito non lo faccio; mi ripagherà lo Stato a babbo morto» con la liberalità che hanno a volte gli uomini troppo belli, un po’ stufi delle donne. Non che questa non gli piacesse, ma gli piaceva più farsi pregare. E disdegnava il costume del baratto sessuale, avvilente per luomo, opinava, forse più che per la donna. Edoardo era stato sempre lucidamente consapevole dell’equivoco sotteso al commercio, lo definiva all’antica, fra i sessi.
– Accetto il regolamento, sez. B
L’indifferenza
Il mio più grande dolore è
l’indifferenza delle persone,
non delle persone che non conosco,
ma di quelle che pensavo di conoscere:
parenti,
vicini di casa,
e di alcuni “amici”,
che non si degnano mai di chiedere
un “come stai?”,
ma quello che mi spaventa di più è
che pian piano tale indifferenza
la sto acquistando anch’io …
Un periodo avevo l’abitudine
di telefonare una volta alla settimana
ai miei “amici” che stanno lontani
per chiedere “come stavano”,
ultimamente ho smesso,
senza pensarci più a loro,
tanto loro non pensavano a me
non telefonandomi …
Se il mondo continuerà così
con l’indifferenza d’ognuno di noi,
ognuno nel nostro piccolo mondo,
saremmo un mondo di morti viventi ….
Antonio Pittau
accetto il regolamento, sez. a
Alida Fonnesu sezA.Accetto il regolamento
Limite di festa.
Pausa ed effetto di dimenticanza
Poche scintille e una lacrima a corredo
morte, non pensare d’essere tutto.
La vita ha altro
e una croce basta e avanza.
Accetto il regolamento – sezione A
Senza fine
Il cielo ha abbassato le tende
il mare ha alzato la voce.
Gli scogli, punti fermi
in un discorso senza fine.
La voce della pioggia
Tace anche il tenue sole,
celato dalla stilla che commuove,
lucente e pura anima che incanta
un cuore afflitto al manto con stupore;
immerso con dolore nel suo tutto,
violato nel fragore del bel niente.
Ti sento, nell’avviso del momento,
come la scheggia inflitta nel mio senso
sulla sinuosa danza al ritmo lento
che avanza in questo insano e triste tempo.
La fiamma esplode al canto della pioggia,
suadente allo scoccare della goccia
battente sulle fonti del creato
incalzante al desio del più amato.
Io, fiume in piena senza alcuna sponda,
volgo lo sguardo attento a madre terra
librando al nulla paure ancorate
ad un passato escluso di ritorno.
Unisco il pianto al volo d’ogni onda
ed affogo tormenti in specchi d’acqua,
che esonda al soffio ardito del maestrale
donando fresca linfa ad una nube,
pronta a condurmi verso nuova vita,
illusa tra le dita.
Sezione A – Accetto il regolamento
VIOLETTA, LA LEGGENDA
Vieni con me, prendi la mia mano e non la lasciare, ti conduco in un’antica storia, tra la leggenda e il reale!”
Salendo su di un’ipotetica macchina spazio temporale e viaggiando all’interno di epoche passate, raggiungiamo il dodicesimo secolo dopo Cristo, epoca in cui le nobili famiglie del Monferrato si fanno sempre più potenti di anno in anno, imponendo al popolo di Eporedia sempre nuove gabelle e ingenti obblighi.
Il fiume Dora Baltea, che attraversa la cittadina, è costellato di numerosi mulini natanti, utilizzati per la principale attività locale, ossia la macina del grano. Gli abitanti sono ormai ridotti alla fame, in quanto il raccolto non è più sufficiente per tutti, i bambini si ammalano e il bestiame muore sotto i loro stessi occhi. La voglia di riscatto li porta a reagire con pietre e forconi, uniche armi a loro disposizione, ribellandosi per ben due volte alle guardie del Marchese, nel vano tentativo di riprendersi il cibo sequestrato a mezzo di una tanto odiata tassa sul macinato. Molte genti vengono brutalmente uccise dai soldati armati. Chi paga il prezzo più alto sono proprio le donne, costrette a ogni sorta di umiliazioni e violenze giornaliere. Il decreto riguardante la “ius primae noctis” è ancora in vigore e il Signore del castello e delle terre limitrofe decide sia giunto il momento di metterlo in atto, per calmare il suo sdegno nei confronti dei contadini ribelli. È proprio la giovane e bella figlia di un mugnaio a doverne fare le spese, ma la rabbia inizia a prendere in lei il sopravvento, ne consegue che prima di raggiungere il maniero, giura al marito Toniotto che non si sottometterà a un simile ricatto. Si ritrova al cospetto del brutale tiranno, ornata del candore di un saio che profuma di farina e di spighe di grano, inoltre, indossa la fede, che non è nel divino, bensì nel destino, in una battaglia che incrocia il meschino. Estrae dalla veste un pugnale, colpendo a morte il malvagio marchese, per poi terminare l’opera decapitandolo con la sua stessa spada. Esce sugli spalti del forte, mostrando alla folla la testa mozzata in segno di libertà conquistata, mentre il volgo la acclama e insorge, accerchiando e dando alle fiamme il castello.
Violetta è il nome della coraggiosa donna che solleva il suo popolo dalla dispotica tirannia e che da allora riempirà d’orgoglio un’intera città. Il viaggio prosegue e ci conduce nel diciannovesimo secolo, esattamente nel 1858, anno in cui si sta perseguendo l’unità d’Italia. Una fanciulla di bianco vestita, con una fascia tricolore, fa il primo ingresso nello Storico Carnevale d’Ivrea, disposta a rappresentare l’eroina sul cocchio dorato come simbolo della ritrovata e rinnovata libertà.
“Rimani con me, non te ne andare! Il bello deve ancora arrivare!”
Siamo qui, ora, nell’epoca attuale. Dopo ben due anni di ansia, l’attesa è finita. Sotto le Rosse Torri sventolano tante bandiere da far girare la testa, sono una per ogni singolo quartiere, in rappresentanza delle squadre degli aranceri. La Morte, è da sempre la prima a fare il suo ingresso, seguita dall’Asso di Picche, gli Scacchi, gli Scorpioni d’Arduino, le Pantere Nere, i Diavoli, i Mercenari e ultimi, ma non ultimi, i Credendari.
La piazza è gremita, la folla scalpita con la gioia nei cuori; si ode un rullo di tamburi seguito dal rombo del cannone, mentre dalla loggia municipale il Sostituto del Gran Cancelliere proclama e declama il nome della Vezzosa Mugnaia in essere, la quale, gaudente appare, abbracciando tutti in un infinito e caloroso saluto. Parte un applauso spontaneo e subito dopo il gruppo dei Pifferi e Tamburi intona la tradizionale canzone del carnevale, melodia che accompagnerà Violetta e il suo seguito durante il corteo per le vie dell’intera cittadina.
Nel corso della marcia, sul lungo Dora prende il via lo spettacolo pirotecnico. È un’esplosione di suoni e colori, che per una buona mezz’ora abbaglia le limpide acque del fiume e illumina il cielo con le sue stelle, fino a che il terzo fuochista con il suo “uno, due, tre”, riporta la notte alla sua oscurità.
Non resta altro da fare che concedersi alle volteggianti danze nell’aspettativa del nuovo giorno e della tanto attesa battaglia delle arance.
Il sole è alto e con i suoi raggi cattura le gesta dei seguaci del castello, sui carri trainati da pariglie e quadriglie di cavali, avversi ai popolani in una lotta allo scontro, con l’unico scopo di non dimenticare i soprusi dei tempi andati. Non ci sono vincitori né vinti, bensì sorrisi indivisi, che si ritrovano nello stesso punto dove tutto ebbe inizio, con la coraggiosa mugnaia che si erge sul cocchio dorato, per l’ultima volta, innalzando la spada come indice di riscatto verso il remoto e crudele despota. Intanto tra le fresche frasche dello scarlo si sollevano le fiamme sul girotondo degli innumerevoli figuranti, partecipi di questa storica e fedele rappresentazione che attraverso le generazioni si rinnova ogni anno e si congeda con il tradizionale arrivederci.
“Amico caro, si, proprio tu, che mi hai gentilmente seguita fino a qui, ti devo lasciare! È giunto il momento di spogliare il mio corpo dai sapori e dagli allori di questo tramandato e antico saio; emozionata di essere stata Violetta, anche se solo per un giorno e tra le righe di un racconto!”
Sezione B – Accetto il regolamento
Senti ciò che ti dico
Ne è trascorso di tempo
un tempo di giovane amore
un tempo giovane come noi,
oggi senti ciò che ti dico
lasciamoci quel tempo
sul dietro di dolenti spalle.
Ascoltami, senti ciò che ti dico,
non ricordo come chiamarti
amica, sorella, moglie, compagna,
ma è cosa priva di importanza,
è per questo che io sono te
e tu sei me, la stessa persona,
un unicum vitale nel ridondare
delle nostre stagioni, tante,
troppe oramai. E guardo attonito
una delle tue mani tremolare
e ti dico fermala quella mano,
ma capisco che non puoi
e la stringo nella mia, e tutto
diviene immobile e dolce
così come fu, così com’è, come sarà,
per quella che diverrà un’eternità
al di là degli anni consumati già
al di là dell’al di là.
Senti ciò che ti dico
nel mentre te la bacio quella mano
e sulla mia guancia la guido piano piano.
Accetto il Regolamento Sezione A
ELOGIO ALL’ INCOMPIUTEZZA
(Origami di pensiero)
Esiste,
invero,
un assioma
di ritorno?
In cui
la mente
si flette
in mistici origami?
Tutti i fiumi scorrono
verso il mare,
eppure il mare non è mai pieno.
Incompiutezza!
Desiderata o vissuta?
mi prende in un giro
a cui so di appartenere.
I tragitti del mondo
in volata
mi attraversano,
forgiano il sentiero
senza appartenermi
forse
perchè nasco e rimango
un sogno vivente
nella mente d’ un Gigante.
Si va,
si prende,
si dona,
si torna indietro
andirivieni
di ricordi
in cui
ci bagnano
le stelle.
Sez. A
Accetto il regolamento
Rosita Matera
Teatro di Burattini
Andiamo in scena per l’ultima volta.
I nostri occhi sostenuti dai fili di due burattinai
e il sole tramonta
ma di che ti preoccupi
se qualche volta il vento ti scuote i capelli?
Guarda tutte queste luci
come stanno ancora accese!
(Non ci potrà succedere niente dinanzi a un panorama mozzafiato).
Pensi che mi sporga
troppo in basso
da questo palco
ma io ho il cuore di legno, tesoro:
il peggio è già passato.
Cristina Adinolfi
Sezione A – Accetto il regolamento
Sezione A – accetto il regolamento
Le voci perdute
Nella stanza vuota la sera respira piano
e odo di nuovo la tua voce.
Dal fondo del corridoio
ritorna un riso lieve,
che accompagna il tuo passo esitante
fino alla soglia.
Non sei qui, lo so.
Eppure il silenzio ti somiglia
quando indugia tra le tende
e sfiora la polvere sui libri.
Fuori, la notte raccoglie i miei pensieri.
Dentro, il cuore ascolta ancora le ombre
di chi ha smarrito la strada di casa.
Le voci perdute non chiedono di restare:
si accendono appena, come lucciole,
poi scivolano via dal buio,
lasciando nell’aria una scia di luce.
A volte pronunciano il mio nome
con una dolcezza che credevo sepolta
e io rispondo sottovoce
per non ridestare il dolore.
Poi, nella notte, ogni eco si allontana,
ma non svanisce del tutto:
riporta dolce e sommesso
le parole con cui ti ho amato.
Sezione A . Accetto il regolamento.
Via Manzoni
I passi giacciono rumorosi,
non si scrollano della strada,
azzardano un fremito d’euforia,
inseguono gli sguardi alti.
Non c’è spazio per i ricordi
e le persiane restano scrostate,
Il sorriso di cielo è della piazza.
I necrologi pesanti sanpietrini
s’azzuffano amari e volitivi.
C’è una lama insolente di lago
che trascina in basso,
indosso Armani nella vetrina
e l’odore di cibo è impaziente.
Di lei annuso la scia dei capelli,
un monile pesante sul suo seno
che sobbalza e cerca aria,
e lo sguardo cieco vaga
sui portoni. Un sorriso triste
sulla curva delle labbra
che incollerei alle mie.
I passi sono occhi dormienti,
sobbalzano tra i vuoti androni,
non c’è spazio per i ricordi
e le persiane restano murate.