Luisa Muraro: una delle voci più autorevoli del femminismo italiano del secondo Novecento
“Luisa era una maestra, la più grande maestra che io abbia incontrato.”

Ci sono donne che entrano nella storia per le loro battaglie. E ce ne sono altre, Luisa Muraro fra queste, che sanno descrivere quelle stesse battaglie con parole del tutto nuove.
“È stata la prima libraia, supplente, in attesa che ne arrivasse un’altra.”
Era il 13 giugno 2026, il giorno prima del suo ottantaseiesimo compleanno, quando la Libreria delle Donne di Milano annunciava la scomparsa di Muraro, una delle voci più autorevoli e radicali del femminismo italiano del secondo Novecento.
Filosofa, scrittrice, docente, originale protagonista del pensiero della differenza nonché studiosa di mistica, Luisa Muraro ha attraversato oltre mezzo secolo guidata da una ferma convinzione: la libertà femminile non può essere vincolata alla semplice conquista di uno spazio in un mondo costruito dagli uomini.
Proveniente da una famiglia numerosa di estrazione cattolica, nasce in provincia di Vicenza il 14 giugno 1940 e si forma presso l’Università Cattolica di Milano, dove concentra la sua attenzione sulla linguistica strutturalista e sul pensiero di Ferdinand de Saussure, a cui dedica alcuni saggi, e intraprende il percorso accademico.
Dopo la laurea in filosofia, abbandona presto l’idea della carriera universitaria. Per dare, negli anni Settanta, una direzione diversa alla sua parabola professionale e di vita: sceglie infatti di misurarsi con la scuola dell’obbligo, in quegli anni vero e proprio crogiolo di esperienze politiche e culturali che mettevano in discussione le tradizionali forme autoritarie. Esperienza, da cui nasce il volume collettivo L’erba voglio. Pratica non autoritaria nella scuola, che non è solo un testo sull’educazione, ma una profonda riflessione politica sul rapporto tra sapere e potere, tra parola e autorità.
Parallelamente, Luisa Muraro entra a far parte dei movimenti femministi milanesi, portando la disciplina filosofica a intrecciarsi strettamente con le pratiche e le strategie politiche delle donne.
“La grandezza umana – pochi lo sanno ma le fiabe lo insegnano – sta nell’impegnarsi per il meglio al massimo delle proprie forze, sapendo che il risultato non dipenderà dai nostri sforzi ma ci verrà incontro, sorprendente come un regalo splendido e inatteso.” ‒ da “Il Dio delle donne”
Il momento storico è quello delle grandi trasformazioni sociali, in cui il movimento femminista italiano cerca nuove strade da percorrere, nel tentativo di liberarsi da un modello che fa coincidere l’emancipazione della donna con l’ingresso in istituzioni e strutture pensate secondo criteri maschili.
Secondo Muraro, la questione femminista non si fonda soltanto sull’ottenere gli stessi diritti degli uomini, ma è ben più radicale: prevede, innanzitutto, un cambiamento nel modo in cui una donna pensa se stessa. Intuizione questa, che diventerà una delle caratteristiche fondamentali del suo pensiero: il rifiuto di considerare l’esperienza maschile come misura universale dell’essere umano.
Nel 1975, insieme a Lia Cigarini e ad altre protagoniste dell’ondata femminista, Muraro fonda la Libreria delle Donne di Milano. Questo spazio non è soltanto un luogo fisico, ma il primo punto d’incontro in Italia interamente dedicato alle battaglie di genere e all’espressione femminile, diventando così uno spazio simbolico dell’universo femminista. Da semplice attività commerciale, la libreria si trasforma in un centro politico e culturale che dà voce a soggettività femminili spesso escluse dal dibattito pubblico, favorendo nel tempo la realizzazione di attività condivise e la nascita di un pensiero comune.
“Fu un’iniziativa rivoluzionaria. Adesso si fatica a comprenderne la portata, ma a quei tempi vendere solo libri scritti da donne aveva un gran significato, poiché persino le donne colte avevano poca familiarità con la letteratura femminile.”
È però riduttivo definire Muraro soltanto una femminista, data la sua figura particolarmente vivace e interessante, capace di fare del concetto di libertà, sua e altrui, una vera e propria battaglia personale.
“Ha tirato su lei la saracinesca, la cler come la chiamano a Milano.”
Nel 1983, presso l’Università di Verona (dove insegna dal 1976), Muraro dà vita alla comunità filosofica Diotima insieme ad Adriana Cavarero e altre studiose, una realtà attiva ancora oggi.
Diotima diventa uno dei laboratori teorici più influenti del pensiero femminista italiano, un luogo dove la pratica del pensare insieme si traduce in un metodo filosofico originale. Questa comunità rappresenta uno dei pilastri del femminismo legati all’idea della differenza sessuale, un approccio che affonda le sue radici nella convinzione che l’esperienza vissuta non debba mai essere separata dalle relazioni umane e dal linguaggio.
“Il nostro era un rapporto improntato al principio di ‘autorità generativa’. È qualcosa di più del rapporto tra maestra e allieva; è una relazione in cui una persona dotata di autorevolezza e contenuti si mette a disposizione di un’altra per farla crescere e farla arrivare al suo livello.”
Il pensiero di Luisa Muraro si può riassumere, sebbene sia estremamente ampio e sfaccettato, nel principio dell’ordine simbolico della madre, che dà il titolo al suo libro più celebre pubblicato nel 1991. La tesi su cui si fonda tale principio è radicale: nella nostra cultura l’ordine simbolico, ovvero il sistema di linguaggio, significati e valori che struttura la nostra esperienza, è fondato sulla figura e sulla Legge del Padre, così come descritto dalla psicanalisi di Lacan. Questo ordine ha rimosso il fatto che ogni individuo nasca da una donna, affermando invece un’origine astratta dell’essere umano. A questa impostazione Muraro propone di sostituire all’avversione per la madre, instillata nelle donne dalla cultura patriarcale, la gratitudine e un profondo legame con la figura materna. Un riconoscimento che non si limita alla propria madre biologica, ma si estende alla genealogia e alla storia delle donne.
“Solo la gratitudine verso la donna che l’ha messa al mondo può dare a una donna l’autentico senso di sé.”
Si tratta di un principio che non resta affatto confinato alla dimensione domestica. Al contrario, accettare la dipendenza dalla madre significa rafforzare la propria indipendenza, trovando una piena rispondenza tra il proprio pensiero e il proprio essere. Per la filosofa, l’ordine simbolico è fondamentalmente lingua: la lingua che si impara dalla madre (o da chi ne fa le veci) costituisce il primo approccio dell’individuo con il mondo. Dunque, prima ancora di imparare a parlare, l’individuo “è parlato”.
Poiché il parlare è l’attività che meglio di ogni altra sembra render conto della relazione tipicamente femminile con la madre. E poiché la lingua assume le forme della differenza sessuale attraverso i generi grammaticali, essa diventa fondamentale nell’interpretazione del mondo. Da questo presupposto deriva la dimensione politica del pensiero di Muraro: dare parola all’esperienza femminile significa sottrarla all’ordine simbolico maschile, che la relega a un destino di procreazione e cura, per darle la possibilità di formulare giudizi e produrre nuove interpretazioni.
“Non si può correggere un disordine sociale senza fare ordine simbolico. Chi vuole modificare l’esistente deve saper parlare, e parlare, ripeto, si impara dalla madre.”
La produzione saggistica di Luisa Muraro testimonia l’ampiezza delle sue riflessioni attraverso i decenni. Facciamo un elenco sintetico.
La signora del gioco (1976): un’analisi della caccia alle streghe che restituisce voce alle donne processate, non più viste come vittime inermi ma come soggetti dotati di una parola propria.
Maglia o uncinetto (1981): un racconto linguistico-politico sull’inimicizia, in bilico tra metafora e metonimia.
Guglielma e Maifreda. Storia di un’eresia femminista (1985).
L’ordine simbolico della madre (1991): il suo testo più influente.
Lingua materna, scienza divina (1995): scritti sulla filosofia mistica di Margherita Porete.
Il Dio delle donne (2003): una riflessione teologica sulla natura femminile del divino.
Non è da tutti. L’indicibile fortuna di nascere donna (2011).
Autorità (2013): una riflessione sull’autorità generativa, distinta dal concetto di potere.
L’anima del corpo (2016): un testo contro l’utero in affitto.
Esserci davvero (2025): libro-intervista e conversazione con Clara Jourdan.
“La scommessa di Diotima era essere donne e pensare filosoficamente.”
Muraro non è mai stata una figura accomodante; al contrario, le sue prese di posizione sono spesso risultate scomode. Il suo percorso l’ha portata a esprimere tesi su importanti questioni etiche che l’hanno avvicinata alle riflessioni del mondo cattolico, pur mantenendo una prospettiva radicalmente laica e femminista. Negli ultimi anni si è schierata con fermezza contro la maternità surrogata, definendola un attacco demolitore della relazione materna.
Ha inoltre espresso una posizione critica sul diritto all’aborto, formalizzata in diverse storiche interviste, distanziandosi nettamente sia dalla retorica anti-abortista tradizionale sia dall’approccio del femminismo liberale, che interpreta l’interruzione di gravidanza come un diritto assoluto e un simbolo di emancipazione. Le sue parole tracciano una netta distinzione filosofica tra ciò che costituisce un autentico progresso e ciò che è solo una drammatica contromisura.
Sostenendo che l’aborto non aggiunge nulla di positivo alla vita di una donna, viene descritto dalla filosofa come un ripiego, una necessità o un intervento violento sul proprio corpo. Considerarlo un traguardo ideologico significa mistificare una situazione che nasce da una ferita o da una mancanza di alternative.
Per Muraro, un vero diritto deve espandere la potenza, la gioia e la realizzazione di una persona, come la libertà di espressione o l’istruzione. Questa visione trova la sua origine profonda nel femminismo della differenza, di cui Muraro è stata la massima esponente in Italia.
“Noi partivamo dal principio fondamentale di libertà femminile: una donna non può essere costretta a fare un figlio, ma l’aborto non è un diritto di cui vantarsi, è solo una dolorosa via d’uscita.”
Muraro, che per molti è stata una maestra di vita e di pensiero, ha lasciato un’impronta profonda non solo nel femminismo italiano, ma nella cultura tutta. La sua idea che il pensiero delle donne è differente, che viaggia in orizzontale e crea relazioni, piuttosto che imporre gerarchie, indica una critica radicale alla politica e alla filosofia tradizionali.
“I libri di Luisa Muraro mi hanno insegnato molte cose, la più importante di tutte è che si può non essere d’accordo. E che talvolta bisogna non essere d’accordo. Che sia la chiesa, gli uomini, i padri, le madri, se stesse.” ‒ Chiara Valerio
Luisa Muraro ha passato la vita a insegnare che la parola delle donne ha un valore, che l’esperienza femminile è una fonte di sapere, che la relazione con la madre, e con le altre donne, non è una debolezza ma una forza. Ha praticato la filosofia come pratica politica e come pratica di scrittura, convinta che meglio si scrive e meglio si pensa.
“Scrivere come obbedienza alla lingua, conoscenza di sé e presenza al mondo, le tre cose in circolo. Era il suo dono e la sua pratica: il lavoro per la dicibilità, perché quello che è sia dicibile.”
La Libreria delle Donne l’ha salutata con parole che racchiudono il senso della sua eredità.
“Con il suo pensiero ci ha rese capaci di esserci davvero. A Luisa va il nostro saluto, con dolore immenso e gratitudine senza misura.”
Written by Carolina Colombi
Info
Per la casa editrice Tomarchio Editore, ad ottobre 2026, è uscito il volume “Diventare se stesse. Simone de Beauvoir, Virginia Woolf e la ricerca della libertà” di Giovanna Fracassi nel quale si prende come modello anche Luisa Murano.
