“La porta” di Magda Szabó: un romanzo ricco di sentimenti contrastanti
La mia reazione a “La porta” di Magda Szabó sarà tipo quella trasmissione dei primi anni ‘70: A – Z: un fatto, come e perché. Se già uno lo sapesse, come e perché quel fatto è, né leggerebbe né scriverebbe una riga. Io leggo, scrivo, ognuno legge, scrive…?, per capire, non per altro, che so, per diffondere la propria capacità di comprendere le altrui scritture (che inducono a scrivere).

L’io narrante del romanzo La porta si chiama Magda. È una scrittrice ungherese. È coniugata con un intellettuale, che insegna non ho idea dove. Magda Szabó è tutte queste cose. Qualcuno afferma che la presente opera è una parziale autobiografia. Esistono scritti che non lo siano? Mentre tento di narrare la mia reazione a un’opera letta, getto nel pentolone degli spunti autobiografici, nonché talune citazioni da libri già letti e che non ho ancora cessato d’assimilare. Mentre scrivo dell’autore attuale, sento che sto capendo qualcosa di quelli che stanno ronfando da anni su qualche scaffale.
La porta che conduce a questa mia reazione inizia con una bugia: “Sogno raramente. E se capita, mi risveglio di soprassalto in un bagno di sudore.” – tutti sognano, ed esistono, tutto il santo dì. Il problema è la memoria. I sogni muoiono all’alba è un film di tanti anni fa, diretto non ricordo da chi. L’ho visto. L’ho dimenticato. Credo d’averlo dimenticato. E allora perché lo cito?
Jack Kerouac si destava e provvedeva immediatamente a scriverne un sunto. Dopodiché è nato “Il libro dei sogni”, che lessi e quasi dimenticai (e mai scordai), quand’ero al liceo. M’innamorai, in sogno, di una tipetta che mi pareva indiana e che era molto dolce. I sogni, ricordo che li ho fatti, ma raramente ne rammento i particolari. E nemmeno il senso generale. E tu Magda, dici che sogni raramente. Il tuo e il mio cervello sono due pigroni. Lavorano il minimo che possono. Non sono cattivi, sono svogliati. E come io ricordo di quell’indianina (del Kashmir?), quella mezza gitana, tu, Magda narrante, dici che sogni: “sempre la stessa cosa, sono in piedi, in fondo alle nostre scale, nell’androne, mi trovo sul lato interno del portone con il telaio d’acciaio…” – e i tuoi conati di valicare quel blocco mentale li sconti vivendo, direbbe Giuseppe Ungaretti: destandoti.
Il primo e l’ultimo capitolo riportano il titolo del romanzo stesso. Riuscirai ad andare oltre “La porta”? Descrivi la procedura prevista dalla tua religione per ottenere il perdono. Non serve la confessione. Basta una semplice ammissione della colpa, senza entrare in particolari. Tu ora abiuri quella procedura. Tu vuoi narrare ogni cosa, principalmente le minuzie, che sono stipate nel tuo sgabuzzino mentale.
Pagina 12: “Bussai, la porta non si mosse, ma sentii frusci all’interno…” – che preannunciano l’agnizione: “… nessuno aveva mai visto la porta di Emerenc aperta…” – sottintendendo: dopo che Emerenc ha iniziato ad abitarvi. I primi a vedere La porta aperta fu il marangone che la fissò agli stipiti. Chissà se è ancora vivo? Un giorno lo fu. Ora che ne è? E chi è Emerenc? È una creaturiella, come lo fu quel falegname: sbucata dal ventre materno; ha quasi sicuramente pianto e poi ha vissuto un bel po’. E ora è un’anziana terribile. Ho conosciuto una donna che le somiglia. Anche lei, come Emerenc, ebbe un’infanzia terribile, durante la quale gli uccisero il padre (quando aveva tre anni). Emerenc narra a tutti, e pure a me, alcuni particolari drammatici della propria esistenza. A me non è simpatica. Se la incontrassi, non cercherei d’evitarla: mi limiterei a salutarla di sfuggita. Mi fa pena. Tanta pena. E tanta voglia di non averci a che fare. È distruttiva. È basilare. È un misto di quei due sacri numi: uno si diletta a distruggere e l’altro a riedificare. È dotata di tanta di quell’energia che reca fastidio. È una domestica che, allorché entra nella casa che deve rassettare, all’istante si trasforma in quello che a Reggio definiamo la Reşdôra, la Reggitrice. È Lei che comanda, poche balle. A proposito di sonno REM (coi sogni) e non REM (senza).
Tu, Magda, scrivi: “Emerenc non si coricava mai.” – e tu che ne sai, cara, di quel che combina quando si ritira nel suo ambiente privato? Per lei, dici, il lavoro è una necessità: “La vecchia amava soltanto dare, se qualcuno cercava di farle una sorpresa non sorrideva affatto, anzi, s’arrabbiava.” – era un tipo fatto su misura di Sé: “Emerenc aveva semplicemente deciso di rifiutare la nostra vicinanza fisica, come quella di chiunque altro.” – era Lei che si appressava all’Altro, che aveva soltanto il doveroso compito di restare immobile. E di fiatare appena appena…
E io ora, per dispetto, salto da pagina 20 a pagina 60, ove Emerenc spiega perché La porta è chiusa: “… non era un problema di segreti da proteggere, desiderava semplicemente che la persona in questione non s’accorgesse che lei viveva da sola, senza una famiglia intorno, e non aveva nemmeno voglia di spiegarle perché non apriva mai la porta di casa sua né perché viveva in quel mondo.” – se sono fatti suoi, che se li tenga stretti! Quando tu t’avvicini a quella porta, l’azione di Emerenc è precisa: “… aprì la porta d’un palmo, uno spiraglio sufficiente per uscire e impedire al gatto di sgusciare fuori e all’ospite di dare un’occhiata dentro.” – sono mondi non comunicanti.
C’è un secondo personaggio centrale: Viola, un cane che abita con te e che soggiace al volere di Emerenc, la Reggitrice. Di Viola, dici che: “sapeva tutto, percepiva le sensazioni attraverso misteriosi canali…” – e che non diffondeva mai nulla, rispettando la privacy. L’homo sapiens s’illude d’essere carente del carisma della bestialità. È una bestia colma di supponenza.
Emerenc ti consentì d’accedere al portone ma, quando ciò accadde, scrivi: “anche stavolta, aveva richiuso accuratamente la porta.” – è quanto accade ai sogni, ove si assiste a una loro chiusura e poi si crede di non essere entrato da alcuna parte. Io sento che, nel nostro cervello, non v’è nulla d’inconscio, semmai di zippato (per sempre?).
Trovi una giustificazione per la tua debolezza: “… io so cosa devo fare solo sui fogli di carta, nella vita reale trovo con fatica le parole giusta.” – chissà se, scrivendo, migliorerai la tua condizione!
Pagina 73: “Perché Emerenc non mi amava in modo qualunque, mi amava come è scritto nella Bibbia…” – che pure lei ignorava, ti scappa detto, anzi, scritto.
Poi, a pagina 81, hai una mezza agnizione: “una passione non si può esprimere pacatamente…” – o esplode o non è ancora la sua ora – “… e nessuno può definirne la forma al posto di un altro.” – il tuo scritto è un magazzino di doni, che fino a poco tenevi ammucchiati dietro “La porta”: “sia il blocco della scrittura sia l’ispirazione, nei giorni fortunati, dipendono da uno stato di grazia.”– taccio/parlo: ergo sum, in quanto (come scrivi alcune pagine dopo): “… la scrittura non è un padrone condiscendente…” – ed è un atto immediato: “… le frasi, se restano interrotte, non ritrovano più la completezza dell’armonia originaria…” – che chissà in quale Eden è mai esistita. Semmai lo fu.
A pagina 108 è covata un’agnizione socio-politica-esistenziale di Emerenc – l’illetterata – che non intendo divulgare perché è tanto banale quanto ignorata da quei dotti che discettano giorno e notte sul destino dell’uomo. Non vi resta che leggere la paginetta, amici cari! E oltrepassare La porta!
Emerenc: “il suo unico mondo reale esisteva dietro a una porta chiusa, se mai l’avesse mostrato a qualcuno non era per sua volontà.” – era per quella tragica violenza covata nell’umanissimo cuore.
Pagina 198: “Emerenc voleva abbandonare questo mondo dopo che le avevamo distrutto l’intelaiatura che reggeva la sua esistenza, e la leggenda aleggiante intorno al suo nome.” – ed è la tragica fine di ogni mistero: dissolversi e poi venire tradotto in termini banalmente correnti. E poi, assurdamente, riciclato.
Questo tuo libro, Magda, m’insegna che due signore antiche, la Noia e la Bellezza, amano passeggiare per la strada, mano nella mano. Sai quanti sbadigli mi sono scappati, leggendoti… E quanti battiti di cuore m’indussero ad andare ad aprire quel frigo!
Ora scrivi: “Feci per andarmene, per quel giorno ne avevo abbastanza.” – anch’io.
“Ma Emerenc mi trattenne con una parola. Mi disse…”: quel che tu ora stai dicendo a me: Stefano, mio piccolo, caro Stefano. Ogni autore si rivolge a un lettore alla volta. Lo sapevi?
Oh, che frase stupida ora hai scritto e io ho letto! Non lo so se è vera, ma è davvero idiota! Forza!:
“… i morti vincono sempre. Solo i vivi perdono.”: sì, l’occasione di stare zitti, ma poi anch’essi, un bello e tragico dì…
Ti chiedo (casomai Ora tu lo sapessi): il primo e l’ultimo capitolo del nostro Libro Esistenziale sarà per sempre identico?
Credo d’aver colto principalmente un fatto. Tu hai scritto questa storia perché avevi un senso di colpa: ignoro quale sia. Senti di aver tradito la fiducia di una persona cara. E ne soffri, tanto… Esistere è, soprattutto, tradire chi si ama. Temo. E anche se non servirà a granché, io ti perdono. Come, immagino, t’ha perdonato la tua amata Emerenc: d’aver spalancato a tutti noi “La porta”.
Written by Stefano Pioli
Bibliografia
Magda Szabó, La porta, Einaudi, 2014
