Contest letterario gratuito di poesia e racconto breve “Cronache in versi”

CONDIVIDI... CUM GRANO SALIS

“[…] Ero totalmente analfabeta di quel linguaggio nascosto della natura,
di quei segni inafferrabili, che avevano solcato la Terra
nella remotissima notte dei tempi.
Mi resi conto che di quella primeva soglia
non conoscevo nulla se non la paura che era il mio unico scudo,
un baluardo possente,
che mi proteggeva da quel mondo che non c’era. Ma che c’è.
E che c’è sempre stato. Sotto le macerie dell’antichità.” ‒ “La filastrocca”, racconto in versi tratto da “Cronache in versi”

Regolamento Contest “Cronache in versi”

Contest Cronache in versi
Contest Cronache in versi

1. Il Contest letterario gratuito di poesia e racconto breve Cronache in versi” è promosso da Oubliette Magazine, dall’autore Fabio Soricone e dalla casa editrice Tomarchio Editore. La partecipazione al contest letterario è riservata ai maggiori di 16 anni.

La partecipazione al Contest è gratuita.

Tema libero.

 

2. Articolato in due sezioni:

A. Poesia (limite 100 versi)

B. Racconto breve (limite 1000 parole)

 

3. Per la sezione A si partecipa inserendo la propria poesia sotto forma di commento sotto questo stesso bando (a fine pagina) indicando nome, cognome, dichiarazione di accettazione del regolamento. Si può partecipare con poesie edite ed inedite.

Le opere senza nome, cognome, e dichiarazione di accettazione del regolamento NON saranno pubblicate perché squalificate. Inoltre NON si partecipa via e-mail ma nel modo sopra indicato.

Importante: cliccare su Non sono un robot, è un sistema Captcha che ci protegge dallo spam. Per convalidare la partecipazione bisogna cliccare sulla casella.

 

Per la sezione B si partecipa inserendo il proprio racconto sotto forma di commento sotto questo stesso bando (a fine pagina) indicando nome, cognome, dichiarazione di accettazione del regolamento. Si può partecipare con racconti editi ed inediti.

Le opere senza nome, cognome, e dichiarazione di accettazione del regolamento NON saranno pubblicate perché squalificate. Inoltre NON si partecipa via e-mail ma nel modo sopra indicato.

Importante: cliccare su Non sono un robot, è un sistema Captcha che ci protegge dallo spam. Per convalidare la partecipazione bisogna cliccare sulla casella.

 

Ogni concorrente può partecipare ad entrambe le sezioni con una sola opera.

 

4. Premio:

N° 1 copia del libro “Cronache in versi” di Fabio Soricone edito a marzo 2026 da Tomarchio Editore.

Saranno premiati i primi due classificati per entrambe le sezioni.

 

5. La scadenza per l’invio delle opere, come commento sotto questo stesso bando, è fissata per il 23 agosto 2026 a mezzanotte.

 

6. Il giudizio della giuria è insindacabile ed inappellabile. La giuria è composta da:

Alessia Mocci (Editor in chief)

Fabio Soricone (Poeta e scrittore)

Franco Carta (Poeta e scrittore)

Giovanna Fracassi (Poetessa e scrittrice)

Carolina Colombi (Scrittrice e collaboratrice Oubliette)

Antonietta Fragnito (Poetessa e scrittrice)

Aldo Turnu (Cantautore, compositore e collaboratore Oubliette)

 

7. Il contest non si assume alcuna responsabilità su eventuali plagi, dati non veritieri, violazione della privacy.

 

8. Si esortano i concorrenti per un invio sollecito senza attendere gli ultimi giorni utili, onde facilitare le operazioni di coordinamento. La collaborazione in tal senso sarà sentitamente apprezzata.

 

9. La segreteria è a disposizione per ogni informazione e delucidazione per e-mail: oubliettemagazine@hotmail.it indicando nell’oggetto “Info Contest” (NON si partecipa via e-mail ma direttamente sotto il bando), in alternativa all’email si può comunicare attraverso la pagina fan di Facebook.

 

10. È possibile seguire l’andamento del Contest ricevendo via e-mail tutte le notifiche con le nuove partecipanti al Contest Letterario; troverete nella sezione dei commenti la possibilità di farlo facilmente mettendo la spunta in “Avvertimi via e-mail in caso di risposte al mio commento”.

 

11. La partecipazione al Contest implica l’accettazione incondizionata del presente regolamento e l’autorizzazione al trattamento dei dati personali ai soli fini istituzionali (Gdpr 679/2016). Il mancato rispetto delle norme sopra descritte comporta l’esclusione dal concorso.

 

Buona partecipazione!

 

17 pensieri su “Contest letterario gratuito di poesia e racconto breve “Cronache in versi”

  1. ODISSEO, TRA DANTE E OMÈRO

    Fu un guizzo di fiamma il mio ultimo sguardo a quell’uomo dal naso adunco che si allontanava, vivo in questo mondo di morti.
    E sì, fu un felice errore l’ardire di legarmi all’albero della nave, ascoltare le loro voci.
    Perché ammaliante è quel canto: ti svuota; e dolcemente in te si incista.

    Divenne, nella mia mente, più forte del mugghiar d’onde tra Scilla e Cariddi, piú armonioso delle musiche nella reggia di Calipso, che attraverso mille e mille notti più a fondo conoscevo… E fu il suo intimo risuonare a farmi ripartire; Penelope, Itaca e la mia reggia di nuovo abbandonare.
    E loro mi aspettavano; là, molto oltre alle colonne d’Ercole.
    Là, ai piedi del Grande Monte che forse era il tempestoso Olimpo, o forse non lo era, incastonato in quelle acque ribollenti

    Poi, dal nulla, un vortice ci prese, e fu nella sua liquida giostra che il picciol naviglio mio andò a sfasciarsi e lei volle donarmi di quel suo corpo fatto d’onde l’incanto, mentre finalmente-finalmente! – risentivo la sua voce, voce di madre e d’amante, e tremante mi abbandonavo…
    Poi il gorgo divenne fiamma, e noi similmente. E fummo una cosa sola.

    Lo so, l’ho beffato, quell’uomo dal naso adunco.
    Non Diomede guizza fiammeggiante con me: d’altronde, non è questo il luogo degli ingannatori, dei falsari, dei fraudolenti?
    E chi più di noi lo è?

    (sezione b, accetto il regolamento)

  2. Cinzia Scolari
    Sezione A, Dichiaro di accettare il regolamento

    VERAFFINITÀ

    Cinzia si leva
    prima che il giorno albeggi,
    quando il rumore del mondo
    ancora tace.
    Ama la lentezza e la pace,
    udire il primo timido zirlio,
    il miracolo dell’oscurità
    che schiarisce in Eos.

    Il placido rituale fluisce.
    La spazzola a domare
    la sua chioma ed il vezzo
    di un fiore vistoso.
    L’acqua algente sul viso
    a dissolvere
    il residuo abbraccio di Ipno.
    In questa sospensione
    fuori dal tempo,
    lascia che la sua mente
    esondi.

    L’atmosfera è rarefatta.
    Mentre guida,
    Cinzia ha il sentore
    che l’usuale strada
    indossi un odore diverso.
    Una lieve foschia
    segue il contorno dei campi.
    L’oro inrosa il cielo.
    Tutto è liminale incanto.
    “Sembra che il mondo intero
    si levi per me”

    Un’inquietudine la scuote.
    Sul crocicchio
    Il profilo di un uomo.
    Alto, affascinante,
    in fosche vesti.
    Pare provenire da un tempo antico.
    Un tempo che non ha nome.
    Non cede il passo.
    Cinzia sosta smarrita,
    non una parola.
    Lui la osserva con un sorriso
    che sa di conquista.

    “Desidera piccola anima,
    desidera l’indesiderabile.
    Desidera ciò per cui il tuo cuore
    tracima.
    Desidera ciò che hanno
    chiamato proibito,
    ciò per cui ti hanno
    arsa sul fuoco ereticale.
    Desidera l’inevitabile.
    Desidera la nostra commistione.”

    In un singolo istante dilagante,
    teofania di mondi.

    Il buio è la luce.

  3. FAE

    Un movimento inconsulto e la piccola biglia rotola attraverso la stanza, rifrangendo di viva luce. S’infila ovviamente sotto la credenza, nell’angolo più irraggiungibile di tutti. Credo che lì ci sia un mondo parallelo, un posto dove qualche creatura burlona si diverte a collezionare tutto ciò che mi sfugge mentre gioco. Mamma dice che non c’è mai nulla quando ci guarda. Quel folletto a quest’ora deve avere una collezione di cose perdute da riempirci tre castelli fatati. Era la mia biglia preferita: nel mezzo stagliava una vela rossa e azzurra. Con lei avevo vinto mille battaglie tra amici e difeso e ampliato il mio regno! Mi sdraio appiattendomi il più possibile per cercare di toccare quel fondo buio e inarrivabile. Nulla, ogni sforzo è vano. Dovrò rassegnarmi all’idea e piegarmi al volere del fato. Cosa posso io contro il destino?

    Ora basta giocare. Risistemo tutto altrimenti mamma non mi lascia uscire e io devo assolutamente raggiungere gli altri al fortino giù al fiume. Oggi eleggiamo il capo supremo! Un mese di potere assoluto e reverenza e io ho già un programma spettacolare! Sono certo che mi acclameranno a gran voce e magari Sara si accorgerà che esisto.

    Sara ha qualcosa che mi si è cucito al cuore il primo giorno di asilo. Non so dire cosa sia, ma anche ora che siamo cresciuti è lì. Adesso che abbiamo 10 anni però si sono aggiunte un po’ di varianti, ci sono parti di me che non rispondono più al mio comando quando mi guarda fisso. Mi vergogno disperatamente e spero che nessuno mai se ne accorga. Credo che lei pensi che io sia uno stupido. Non mi parla mai, non ride mai. Non so cosa fare con lei, mi manda ai matti.

    La votazione si svolse solenne. Io e Roberto eravamo i favoriti ed entrambi tesi e speranzosi. L’urna, la boccia del pesce rosso morto della sorella di Andrea, passava tra i “sudditi” votanti con una lentezza esasperante. “Uffa, quanto ci vuole?!”, sentii di poter svenire! Il conteggio fu scrupoloso e infausto: per un solo, unico, pidocchiosissimo voto, vinse Roberto. Avevo già capito che oggi la fortuna era girata da un’altra parte.

    Sul limitare del bosco, al di là del fiume, Sara mi fissò, si volse e s’immerse nel fogliame. Che volesse essere seguita? M’incamminai, tanto qui non si sarebbero nemmeno accorti della mia mancanza. Come un funambolo esperto domai il ponte di corde e approdai sull’altra riva. Mi sentivo un mix tra Indiana Jones e Adventure Time, ma senza il cane. “Chissà dov’è finita Sara?…”. Proseguii fin sotto a un immenso salice piangente. “Sembra proprio la nonna albero di Pocahontas”, a quelle parole apparve Sara, come se fosse sempre stata lì ma i miei occhi non l’avessero potuta vedere.

    Un sussulto del cuore, non le ero mai stato così vicino. Circondati dalle fronde cascanti sembrava di stare in un altro universo. Sara mi guardò con occhi strani, allungò la mano e mi mostrò il suo contenuto “La mia biglia!!”. “Custodisco io tutto quello che ti rotola sotto la credenza”. Non capivo se fossi più sconvolto per quella voce di velluto o per la rivelazione. “Ho collezionato cose di te fino ad oggi. Ti ho seguito da lontano, sapendo che questo giorno sarebbe giunto. La natura di cui sono genio mi richiede infine il suo obolo”.

    “Perché piangi?”, “Perché ti amerò in eterno anche se ti dissolverai tra le radici di questo albero. Ho provato a nasconderti, a proteggerti, ma la Madre legge i cuori. E per il mio tempo tra gli umani, lei non esige nulla di meno di ciò che amo”.

    Quindi lei mi amava.

    Un tenue, ultraterreno bagliore mi trafisse. Non sentii dolore, solo una meravigliosa leggerezza. La mia pelle divenne trasparente, venata di luce verde come la linfa, prima di disgregarsi e disperdersi nell’aria come dolce polline dorato. Sentii le radici del salice accogliermi, mentre la mia voce diventava un sussurro tra le fronde.

    “Sublimare non è poi morire, mio piccolo re”, sussurrò la foresta. “Ti porterò parole nel vento, ti amerò sfiorandoti con questi rami. Ogni foglia una carezza, ogni fiore un incantevole bacio”.

    Tra le radici un’incorrotta, splendida biglia con una vela rossa e azzurra.

    Cinzia Scolari
    Sezione B, Dichiaro di accettare il regolamento

  4. Le stelle sembrano rapite
    mai vecchie;
    i morti placidi
    in cimitero
    aspettano fuochi e scoppiettii.
    Quelle stelle sembrano non invecchiare
    e mai cercano compagnia
    nello sperduto universo.
    Sopra e sotto
    si vive e si sta.

    accetto il regolamento, sez. a

  5. Titolo : Fantasmi metropolitani

    Così cominciava il mio giorno, con la luce, con le luci finte o vere che fossero, dovevo lasciare il mio “dormitorio stradale” e far spazio ai nobili pedoni del centro, dalle vite protette, agiate, ben organizzate, studiate per tempo, quali le vostre. Certo e con ragione! Non era mio il posto che occupavo, quel cantone cementato a cubetti milanesi, in un’area pubblica e malsana del “Comune Capitale” addobbato da urina di cani e gomme da masticare.
    Anch’io avrei dovuto costruirmela una vita, con le fatiche e le fortune neccessarie come avete fatto voi, quando ero ancora in tempo, ancora agile, ma non l’ho fatto, non ne sono stato capace (ho provato con i cartoni ma l’ingegno non era magistrale e i materiali si logoravano in fretta) qualcosa qui nei miei cervelli mi ha portato altrove, in nessun dove, così mendico pietà e denaro e non son degno ne d’una ne dell’altra cosa. L’odore del mio corpo e dei miei vestiti lascia una scia luminosa e odore di rifiuti bruciati, penetrante… Ma voi tutti mi osservate le unghie. Perche? Cosa vedete in loro? Non sono tagliate? Sono grigiastre, incurvate e riempite di sporcizie alimentari ed “altro” e pesano più delle stesse dita. Che ne sapete voi di queste mani, quando piangendo le stringo forte facendone pugni, poi finite le lacrime le lascio andare… ma non si aprono del tutto come dovrebbero, aperte e decise pronte a un nuovo lavoro, pronte ad essere lette… no, restano così a mezz’asta incapaci di afferrare o colpire, dolenti ; sono piú sofferenti loro del mio cuore. Del resto è anche giusto che sia cosi, è qui che risiede l’anima… E già voi non lo sapete ancora, continuate a pensare che l’amore sia il cuore rosso che disegnate, sede di ogni sentimento e ogni ardore… Ma non capite che tutto risiede qui nelle falci impietose della nostra mente !? Una volta “fritta” non si ama più, non si sente più… E allora chiedo, che funzione letteraria ha quel muscolo in mezzo al petto? Pensateci.
    Il cuore è la seconda casa.
    Hanno appiccato il fuoco, quei tre benedetti giovani goliardi ! Con i miei indumenti a me indosso e la mia carne ancora viva, ardeva tutto e che dolore inimmaginabile, fortissimo, da spegnere ogni pensiero e anche il dolore stesso. Ma che volete che sia in confronto alla mia vita.
    Per quel che serve, da bambino mi chiamavo Renato F. poi in strada, son diventato Renè detto “er Dante” … per via di quel che dicevano il mio “saper parlare”.
    Sono deceduto nel posto dove mi trovavo, nero maculato, senza poter scappare.

    Accetto il regolamento.
    Regina loredana Pozzo

  6. CINZIA PANUCCIO
    Sezione A,
    Dichiaro di accettare il regolamento
    IL LABIRINTO

    Alti muri di silenzi,
    sogno pan di zenzero e miele,
    mangio, corro, gioco, dormo,
    in questo labirinto
    che sembra la torre di Babele.
    Non racconti fiabe, non ci sono carezze
    non capisco, solo insulti e sberle
    la porta ad un tratto si chiude,
    e la luce si spegne.
    Tra questi prati verdi, i miei teneri anni
    spunta un bucaneve
    ma tu
    spezzi quei petali bianchi con gli inganni,
    le finte parole d’affetto,
    ma è solo carne
    quell’ innocenza che porta il tuo sangue,
    disorientato, violato, costretto
    ma con forza cinto al tuo petto.
    Un dedalo di segreti oscuro e perverso
    diventato rifugio,
    il gioco peccato,
    lo chiami amore
    ma è stato usurpato.
    Sento addosso il sudore e sul collo il tuo fiato
    muoio, non fermo quel passo armato
    né il tuo volto odioso e beato,
    sono solo
    in un labirinto di sangue e di pianto
    filo spinato quel profumo caramellato,
    le mie mani chiuse a riccio
    mentre mi violenti, dalla paura anestetizzato.
    Non c’è un raggio di sole,
    ne sorrisi,
    non sento più le parole
    mi chiami “ il mio amico speciale”.
    Diavolo !!!!! Sei la voce del male.
    Nessuno ha sentito
    nessuno ha visto
    nessuno ha parlato
    di questo orrore fintamente celato,
    hai il volto sacro
    e io cammino bendato.
    La colpa è mia, ripeto
    pieno di lividi e graffiato
    mentre mi aggiro come un gatto nero
    nel labirinto del peccato.
    Un giorno accadrà, lo giuro
    che gli alti muri
    diventeranno ponti di verità
    io vittima muta
    non vivrò nella clandestinità,
    racconterò di quelle atrocità
    con le parole nel tempo taciute e sincerità.
    Hai rubato l’innocenza ad un bambino,
    mostro!!! che porti un talare assassino,
    ma sarà il tuo volto nella memoria collettiva
    impresso come il nuovo caino
    ed io annaspando tra le mille cicatrici
    forse sarò libero
    ed alla ricerca di un nuovo destino.

  7. Carmela Laratta sez. A.
    Accetto il regolamento

    TRE PAROLE.

    Tre parole. La barbarie
    di tre chiodi.
    Riechieggiano nell’ aria
    con minaccia.
    Lo sguardo smunto.
    Ho la recidiva.
    Mandorle amare
    le unghie ripiegate
    come un’ onda proterva
    che ti fruga.
    Nessuna gentilezza
    questa volta.

    Malefica s’ infiltra
    senz’ avviso
    tra le nostre distanze
    sterminate, infierisce
    sui tuoi passi misurati,
    li toglie dal sentiero.
    Intanto cadi.

    Dicono che il dolore
    sia una prova
    complementare
    all’ andare. Un temporale.
    Ma la bugia
    della sua etica
    stordisce . Irrazionale.
    Insanabile. Farlocca.
    L’ indisponente tiritera
    di un verdetto
    di fiele che pretende
    la tua resa.

    Ripete il morso
    dell’ aspide inatteso,
    la lingua gonfia
    e consumata
    in mezzo ai denti,
    l’ ampia paura
    di conteggiare il vuoto
    -paura che dilaga
    e rattrappisce-
    nel bussolotto
    dei numeri residui.

    Invecchio come
    un monte impolverato.
    M’ accorgo che il tempo imputridisce,
    che forse tu
    saluterai il tuo.
    La finzione del treno
    che accompagna
    si fa boato, un canto
    senza note.
    È putrido acquitrino ,
    non perdona.

    È vano seme la felicità.
    Grano sprecato
    che non può attecchire.
    Dovremmo invece
    seminare oblio,
    l’ intransigente oblio
    che ci protegga,
    che basti fino all’ urto
    sugli scogli.

    Intanto prego per te,
    per la tua vela.

  8. Dove batte davvero il tuo cuore?
    Dove bussa la vita?
    Ora respiri il mare
    e non vuoi lasciarlo andare.
    Lo sguardo fisso
    all’orizzonte.
    Resterà appeso tra le ciglia,
    le tue lacrime salate
    appartengono a lui.
    Come il tuo cuore.

    Daniela Giorgini – Sezione A – Accetto il regolamento

  9. Sezione B racconto breve
    Titolo: Rinascita

    La visuale da quella prospettiva regalava un panorama mozzafiato che toglieva il respiro. Lo sguardo scivolava melanconico sul lontano mare increspato mentre una profumata brezza estiva agli aromi di salsedine, glicine e resine di pini accarezzava i capelli castani dai riflessi dorati al sole. E quel assordante silenzio attorno, dove solo la voce dei rami al vento sussurravano parole arrotolate come pergamene incise con lava rovente, rapendo come un messaggio in bottiglia solca i mari lasciandosi condurre nella danza ondeggiante, anelando a una qualche spiaggia o darsena dove approdare o confidando in mano navigante pronta ad afferrarla. Un mistero avvolgente che scuoteva l’anima come una turbinosa nevicata e una roboante tempesta di sabbia scontrarsi assieme. Così lei sovrastava su quel promontorio, avvinta da questo caos interiore che assaporava sensazione per sensazione, gioendo di questo travaglio perché preludio della ora non più agognata ma desiderata rinascita che già irrompeva.

    tania Pizzamiglio, accetto regolamento

  10. Dolore originale

    Passiamo tutta la vita a cercare
    felicità, par sia unico scopo
    interiore. Io ho smesso di cercare
    perché credo che sia solo inganno.
    Mi accontento delle piccole cose,
    quelle che la gente dà per scontato;
    quelle che non hanno significato.
    Il penare originale rimane
    dentro di me, ma sento pesar meno
    quel dolor che affligge l’anima mia.
    È questa agognata felicità.

    Sezione A Alessio Romanini Accetto il regolamento

  11. Particella di umiltà
    Paolo aveva sempre vissuto una vita modesta. I suoi genitori avevano sempre lavorato per il sostentamento di lui e di sua sorella, ma i loro stipendi bastavano per sopravvivere. Paolo si era sempre accontentato di vestire modestamente, non gli era mai importato se non era vestito alla moda come gli altri; si era sempre accontentato di ciò che riceveva dai genitori. Vedeva i sacrifici che facevano per non far mancare niente a lui e sua sorella. Capitava che lo prendessero in giro per il suo abbigliamento, a scuola o in paese, ma francamente a Paolo non importava. Crebbe con questo valore: accontentarsi della sua vita, senza pretendere chissà cosa. Aveva le sue piccole ambizioni, ma anche esse erano modeste come il suo cuore. Finiti gli studi, si accontentò di lavorare come verniciatore industriale. Non era quello che aveva sognato, ma la ditta presso cui era assunto era economicamente solida e lo stipendio dignitoso. Rimase perché non voleva più essere un peso sul bilancio familiare. Voleva sostenere da solo le spese quotidiane e aiutare la famiglia; anche se i suoi genitori si rifiutarono di prendere soldi dal figlio. Paolo aveva imparato l’importanza di lavorare dai nonni materni, contadini con cui era cresciuto nella stessa casa. Loro si spaccavano la schiena sulla dura zolla ogni giorno, e lui quando aveva nove anni dava una mano a fare piccoli lavoretti. Qui aveva imparato l’umiltà del lavoro. Non importa quale sia il mestiere, la professione è la dignità della persona. Suo nonno gli aveva anche insegnato a lavorare con passione, frase che gli ripeteva ogni volta che si distraeva per giocare (era solo un bambino), ma ora che era uomo quella frase ripetuta centinaia di volte aveva assunto un altro significato: l’importanza di lavorare. Grazie a quell’occupazione, era riuscito a comprare casa e crearsi una famiglia propria; anche se non navigavano nell’oro, lui e sua moglie cercavano di andare avanti per i figli, anche al costo di fare molti sacrifici. Paolo non invidiava assolutamente i suoi colleghi, che sfoggiavano automobili moderne e in estate scooter sofisticati. Lui si accontentava del suo Scarabeo del 1999, estate ed inverno, che gli ha regalato un suo amico vent’anni fa. Non temeva né la pioggia né il freddo, e neanche il caldo rovente d’estate senza aria condizionata; si accontentava di ciò che possedeva e di certo non voleva possedere di più, il giusto per vivere. C’era una frase di Seneca che era diventata il suo mantra: “Non è povero chi non ha niente, ma chi vuole sempre di più”. Anche se aveva il desiderio di arrivare almeno a fine mese, stringeva la cinghia e proseguiva nella vita senza abbassare la testa. E per sopperire alle difficoltà economiche, trovò il secondo lavoro in un ristorante come cameriere che svolgeva regolarmente tutto l’anno nei fine settimana. Paolo ormai aveva raggiunto l’età in cui i sogni giovanili diventano chimere e lui era un uomo di cinquant’anni disilluso; aveva un’esperienza tale che sapeva benissimo che la realtà è un’altra cosa rispetto alle illusioni. Non per questo si lasciava scoraggiare. Anche se a volte sentiva il peso del suo fallimento, della solitudine e della sua inettitudine, non odiava la sua vita; perché aveva imparato che la gioia è nelle umili cose che diamo per scontato. Frammenti di un mosaico che compongono l’animo umile di una persona, come faceva lui prima di recarsi a lavoro la mattina che andava a camminare sul mare per ascoltare il vociare dello sciabordio o il canto di un merlo oppure lo stormire delle verdi fronde. Paolo era sempre stato una persona umile, si era accontentato dei frutti donati dall’esistenza, senza pretendere mai qualcosa in più. Anche se nei momenti più difficili si era sentito uno sfigato, poi capiva che la realtà mette alla prova e anche se aveva fatto diversi sbagli nei suoi cinquant’anni, non aveva mai smarrito l’umiltà che rende una persona libera di essere sé stessa senza gli orribili orpelli imposti dalla società, accettando sacrifici e umiliazioni senza umiliare il prossimo. Si riconosce appartenente all’universo che lo circonda come una piccola particella di esso, senza demoralizzarsi nei momenti più complessi. Accetta la natura matrigna o benevola, cercando il giusto compromesso senza perdere la speranza.

    Sezione B Alessio Romanini Accetto il regolamento

  12. Rinascere in un altro corpo
    Diverso dal mio
    Molte volte ci ho pensato
    E adesso chiedo a voi quale sia
    La scelta più sensata.
    Un albero ..
    Beh…non male
    Se si considera
    Il colore verace delle dita
    E l’ombra confortante delle chiome
    che ospita amanti e infinite infinite storie
    Ma a rifletterci un po’ su
    Non ho fatto i conti
    Con incendi dolosi o con le offese
    di mani incivili e senza cuore..
    Allora ci ripenso e scelgo un’altra cosa
    Magari più gloriosa..
    Penso allora ad una pietra
    Sì una pietra
    Dura e forte
    Grande e grossa.
    La pietra della lapide
    Di un grande
    Che ne serba il nome
    E la memoria
    Che ne so di un poeta, di uno scrittore o di uno che ha fatto la storia.
    E anche qui non ho fatto i conti con la profanazione.
    Penso dunque a una pietra comune
    Di un paese o di una radura.
    Quale potrebbe essere l’esistenza di una pietra?
    Stare lì ferma a godersi le giornate
    Soleggiate o rinfrescarsi con l’umida pioggia e l’aria imbrumate.
    Non è sempre come appare.
    Anche a lei può spettare
    Una sorte singolare…
    Essere presa a calci
    Per ozio o passatempo
    O tirata alle
    Vetrine per vile motivo
    Da nuovi bravi di Don Rodrigo.
    O ancora diventare complice di un delitto
    come nel caso odierno di Cinci
    E il suo gesto inconsulto
    O della bella contadina di Tentazione finita a pezzi
    Per la sua avvenente bellezza.
    Non ci certo! Non voglio essere una pietra maledetta.
    Allora penso ad una nuvola
    Sì, una candida e soffice nuvola.
    Leggera come piuma
    E multiforme
    Dalla vita eterea e raffinata
    A guardar dall’alto tutti
    Quasi con la puzza sotto
    Il naso.
    Ma quando però si carica di gas
    E muta il suo colore innocente
    In un concentrato di
    Cenere e pece
    Non voglio più essere
    Lei… nero non mi piace
    Mi ricorda il buio dello stanzino
    In cui stava con lo zio
    da bambino
    Il figlio piccino del vicino.
    Allora penso alla luna
    Che ha rubato il cuore
    A poeti e innamorati
    Che tiene in custodia il senno di Orlando
    Che poi però ritorna
    Non come il corpo di alcuni esploratori su cui i parenti
    Non verseranno pianto.
    Penso ad un libro e lì si apre una voragine
    Profonda come il mare in cui temo di annegare:
    Che libro? Magari di storia, ma non con bombe e giochi di potere,
    Con bambini che perdono le dita e implorano la tregua;
    Di avventura, ma non con scalate di montagne che diventano tragedie;
    D’amore, sì d’amore,
    Ma che amore? Non quello di una madre che abbandona il suo bambino
    In un pacchetto
    Perché non ha niente da mangiare;
    E nemmeno di un amante che per uccidere la sua bella
    Si nasconde nell’armadio della stanza.
    Un libro giallo, sì un libro giallo…o forse no, ché purtroppo non ha bisogno
    Neanche più di ispirazione vista la violenta situazione.
    Allora mi fermo e mi e vi dico..ma perché voglio cambiare vita?
    Non è che il resto del creato
    Se la gode come io avevo immaginato.
    Preferisco allora prender posizione
    Piuttosto che subire
    L’altrui azione.
    Non mi farò bruciare, né inquinare
    Non mi farò usare o profanare
    Non sarò di certo motivo di morte o di tragedia.
    E non sarò un triste necrologio o cronaca nera.
    Sarò me stessa alla ricerca di qualcosa
    Tra buchi neri e disinformazione.
    Sarò me stessa armata di parola, uno scudo speciale tra le mani,
    E di pensiero, un’arma bianca tra reale e immaginario.

    Dichiaro di accettare il regolamento

  13. CIME ASSOLATE (swing)

    Cime assolate prime al levar del sole
    a fronte i miei occhi splendono com’a baciare.

    Come fantasmi, lingue di fuoco urlanti dai pini
    si slanciano e muoiono senza fiatare.

    Avveduta e rinverdita la natura delle cose è immobile
    ed io la scruto da una finestra orlata di niente.

    E se l’acqua scorre fra le mani lontane
    distacco anche quelle
    questo prato è un divano e l’erba è la mia pelle.

    La pianura che figlia le case circondandole di fiori
    è lontana più della cima del monte
    che spezza rasandosi a tondo la coltre dei pini,

    più degli uccelli che a ritmi irregolari
    mutano di onde la statura
    più dell’acqua che cuneata fra i sassi brillanti
    permea la terra.

    Perché anche da lei la terra
    è lontana fatta di trecce e di radici
    e di legni bagnati e di funghi sudaticci
    ed aghi di pino arrossati

    Ognunchè vive per se morde il suo freno
    e si slancia al suo volere
    solo io abbraccio ed amo
    e con sussulti agguanto chi fuga
    resistendo al disgregare.

    accetto il regolamento, sez. a

  14. Sez. A poesia
    Accetto il regolamento

    Kairós

    coordinate punto zero
    terra mare

    mani di pietra
    l’unica bussola
    incalzante
    controcorrente

    traccia scogli

    nessun errore
    zero permessi

    deriva d’acciaio
    miraggi
    barra a babordo
    schiuma

    impulsi di nebbia
    mura d’acqua
    un ultimo miglio

    tieni alta la prua
    occhi socchiusi
    stanchi tra le dita

    rabbia
    è tempesta
    è quel che hai
    sanguina

    da un mare il disordine
    dell’oscurità il cinismo
    un respiro strappato
    non farcela contro

    in piedi sul ponte
    calma piatta non ha fine
    fa più rumore dentro

    tieni alta la prua
    un faro

    sorreggila a dritta

  15. Kairós

    coordinate punto zero
    terra mare

    mani di pietra
    l’unica bussola
    incalzante
    controcorrente

    traccia scogli

    nessun errore
    zero permessi

    deriva d’acciaio
    miraggi
    barra a babordo
    schiuma

    impulsi di nebbia
    mura d’acqua
    un ultimo miglio

    tieni alta la prua
    occhi socchiusi
    stanchi tra le dita

    rabbia
    è tempesta
    è quel che hai
    sanguina

    da un mare il disordine
    dell’oscurità il cinismo
    un respiro strappato
    non farcela contro

    in piedi sul ponte
    calma piatta non ha fine
    fa più rumore dentro

    tieni alta la prua
    un faro

    sorreggila a dritta

    Antonio De Serio
    Sez. A poesia
    Accetto il regolamento

  16. Sezione A. Poesia
    Accetto le regole.
    Mi chiamo Demix Alberti di Goito (MN)
    “” Il Luogo dei Sospiri “”
    Nel luogo più breve
    dove scende il tempo,
    si adatta al momento.
    Parole appese
    per dar vita all’ignoto
    stringo le mani quasi a sprecarle,
    per dipingere un luogo
    che non esiste.
    Trovo i colori nei raggi del sole
    per riempire fessure
    in una strana luce
    quasi apostrofata da racconti …
    Parole d’amore dove riemerge lei,
    stregante è il suo sospiro
    mi ascolta mi sussurra il suo intento
    provocante pensiero
    di chi urla fremiti silenziosi.
    Apparteniamo a vizi sacri
    non si torna al propio posto,
    ci decliniamo tra spasimi passionali
    da una dipendenza affettiva.
    Spegnero il lume di una carezza
    come le palpebre chiedono
    in sogno di non restare sveglio,
    in questa stanza dove parole sospese si avvicinano con rispetto.
    Demix

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