Contest letterario gratuito di poesia e racconto breve “Cronache in versi”

CONDIVIDI... CUM GRANO SALIS

“[…] Ero totalmente analfabeta di quel linguaggio nascosto della natura,
di quei segni inafferrabili, che avevano solcato la Terra
nella remotissima notte dei tempi.
Mi resi conto che di quella primeva soglia
non conoscevo nulla se non la paura che era il mio unico scudo,
un baluardo possente,
che mi proteggeva da quel mondo che non c’era. Ma che c’è.
E che c’è sempre stato. Sotto le macerie dell’antichità.” ‒ “La filastrocca”, racconto in versi tratto da “Cronache in versi”

Regolamento Contest “Cronache in versi”

Contest Cronache in versi
Contest Cronache in versi

1. Il Contest letterario gratuito di poesia e racconto breve Cronache in versi” è promosso da Oubliette Magazine, dall’autore Fabio Soricone e dalla casa editrice Tomarchio Editore. La partecipazione al contest letterario è riservata ai maggiori di 16 anni.

La partecipazione al Contest è gratuita.

Tema libero.

 

2. Articolato in due sezioni:

A. Poesia (limite 100 versi)

B. Racconto breve (limite 1000 parole)

 

3. Per la sezione A si partecipa inserendo la propria poesia sotto forma di commento sotto questo stesso bando (a fine pagina) indicando nome, cognome, dichiarazione di accettazione del regolamento. Si può partecipare con poesie edite ed inedite.

Le opere senza nome, cognome, e dichiarazione di accettazione del regolamento NON saranno pubblicate perché squalificate. Inoltre NON si partecipa via e-mail ma nel modo sopra indicato.

Importante: cliccare su Non sono un robot, è un sistema Captcha che ci protegge dallo spam. Per convalidare la partecipazione bisogna cliccare sulla casella.

 

Per la sezione B si partecipa inserendo il proprio racconto sotto forma di commento sotto questo stesso bando (a fine pagina) indicando nome, cognome, dichiarazione di accettazione del regolamento. Si può partecipare con racconti editi ed inediti.

Le opere senza nome, cognome, e dichiarazione di accettazione del regolamento NON saranno pubblicate perché squalificate. Inoltre NON si partecipa via e-mail ma nel modo sopra indicato.

Importante: cliccare su Non sono un robot, è un sistema Captcha che ci protegge dallo spam. Per convalidare la partecipazione bisogna cliccare sulla casella.

 

Ogni concorrente può partecipare ad entrambe le sezioni con una sola opera.

 

4. Premi:

N° 1 copia del libro “Cronache in versi” di Fabio Soricone edito a marzo 2026 da Tomarchio Editore. Saranno premiati i primi due classificati per entrambe le sezioni.

Attestato di merito per i finalisti ed i vincitori.

 

5. La scadenza per l’invio delle opere, come commento sotto questo stesso bando, è fissata per il 23 agosto 2026 a mezzanotte.

 

6. Il giudizio della giuria è insindacabile ed inappellabile. La giuria è composta da:

Alessia Mocci (Editor in chief)

Fabio Soricone (Poeta e scrittore)

Franco Carta (Poeta e scrittore)

Giovanna Fracassi (Poetessa e scrittrice)

Carolina Colombi (Scrittrice e collaboratrice Oubliette)

Antonietta Fragnito (Poetessa e scrittrice)

Aldo Turnu (Cantautore, compositore e collaboratore Oubliette)

 

7. Il contest non si assume alcuna responsabilità su eventuali plagi, dati non veritieri, violazione della privacy.

 

8. Si esortano i concorrenti per un invio sollecito senza attendere gli ultimi giorni utili, onde facilitare le operazioni di coordinamento. La collaborazione in tal senso sarà sentitamente apprezzata.

 

9. La segreteria è a disposizione per ogni informazione e delucidazione per e-mail: oubliettemagazine@hotmail.it indicando nell’oggetto “Info Contest” (NON si partecipa via e-mail ma direttamente sotto il bando), in alternativa all’email si può comunicare attraverso la pagina fan di Facebook.

 

10. È possibile seguire l’andamento del Contest ricevendo via e-mail tutte le notifiche con le nuove partecipanti al Contest Letterario; troverete nella sezione dei commenti la possibilità di farlo facilmente mettendo la spunta in “Avvertimi via e-mail in caso di risposte al mio commento”.

 

11. La partecipazione al Contest implica l’accettazione incondizionata del presente regolamento e l’autorizzazione al trattamento dei dati personali ai soli fini istituzionali (Gdpr 679/2016). Il mancato rispetto delle norme sopra descritte comporta l’esclusione dal concorso.

 

Buona partecipazione!

 

121 pensieri su “Contest letterario gratuito di poesia e racconto breve “Cronache in versi”

  1. ODISSEO, TRA DANTE E OMÈRO

    Fu un guizzo di fiamma il mio ultimo sguardo a quell’uomo dal naso adunco che si allontanava, vivo in questo mondo di morti.
    E sì, fu un felice errore l’ardire di legarmi all’albero della nave, ascoltare le loro voci.
    Perché ammaliante è quel canto: ti svuota; e dolcemente in te si incista.

    Divenne, nella mia mente, più forte del mugghiar d’onde tra Scilla e Cariddi, piú armonioso delle musiche nella reggia di Calipso, che attraverso mille e mille notti più a fondo conoscevo… E fu il suo intimo risuonare a farmi ripartire; Penelope, Itaca e la mia reggia di nuovo abbandonare.
    E loro mi aspettavano; là, molto oltre alle colonne d’Ercole.
    Là, ai piedi del Grande Monte che forse era il tempestoso Olimpo, o forse non lo era, incastonato in quelle acque ribollenti

    Poi, dal nulla, un vortice ci prese, e fu nella sua liquida giostra che il picciol naviglio mio andò a sfasciarsi e lei volle donarmi di quel suo corpo fatto d’onde l’incanto, mentre finalmente-finalmente! – risentivo la sua voce, voce di madre e d’amante, e tremante mi abbandonavo…
    Poi il gorgo divenne fiamma, e noi similmente. E fummo una cosa sola.

    Lo so, l’ho beffato, quell’uomo dal naso adunco.
    Non Diomede guizza fiammeggiante con me: d’altronde, non è questo il luogo degli ingannatori, dei falsari, dei fraudolenti?
    E chi più di noi lo è?

    (sezione b, accetto il regolamento)

  2. Cinzia Scolari
    Sezione A, Dichiaro di accettare il regolamento

    VERAFFINITÀ

    Cinzia si leva
    prima che il giorno albeggi,
    quando il rumore del mondo
    ancora tace.
    Ama la lentezza e la pace,
    udire il primo timido zirlio,
    il miracolo dell’oscurità
    che schiarisce in Eos.

    Il placido rituale fluisce.
    La spazzola a domare
    la sua chioma ed il vezzo
    di un fiore vistoso.
    L’acqua algente sul viso
    a dissolvere
    il residuo abbraccio di Ipno.
    In questa sospensione
    fuori dal tempo,
    lascia che la sua mente
    esondi.

    L’atmosfera è rarefatta.
    Mentre guida,
    Cinzia ha il sentore
    che l’usuale strada
    indossi un odore diverso.
    Una lieve foschia
    segue il contorno dei campi.
    L’oro inrosa il cielo.
    Tutto è liminale incanto.
    “Sembra che il mondo intero
    si levi per me”

    Un’inquietudine la scuote.
    Sul crocicchio
    Il profilo di un uomo.
    Alto, affascinante,
    in fosche vesti.
    Pare provenire da un tempo antico.
    Un tempo che non ha nome.
    Non cede il passo.
    Cinzia sosta smarrita,
    non una parola.
    Lui la osserva con un sorriso
    che sa di conquista.

    “Desidera piccola anima,
    desidera l’indesiderabile.
    Desidera ciò per cui il tuo cuore
    tracima.
    Desidera ciò che hanno
    chiamato proibito,
    ciò per cui ti hanno
    arsa sul fuoco ereticale.
    Desidera l’inevitabile.
    Desidera la nostra commistione.”

    In un singolo istante dilagante,
    teofania di mondi.

    Il buio è la luce.

  3. FAE

    Un movimento inconsulto e la piccola biglia rotola attraverso la stanza, rifrangendo di viva luce. S’infila ovviamente sotto la credenza, nell’angolo più irraggiungibile di tutti. Credo che lì ci sia un mondo parallelo, un posto dove qualche creatura burlona si diverte a collezionare tutto ciò che mi sfugge mentre gioco. Mamma dice che non c’è mai nulla quando ci guarda. Quel folletto a quest’ora deve avere una collezione di cose perdute da riempirci tre castelli fatati. Era la mia biglia preferita: nel mezzo stagliava una vela rossa e azzurra. Con lei avevo vinto mille battaglie tra amici e difeso e ampliato il mio regno! Mi sdraio appiattendomi il più possibile per cercare di toccare quel fondo buio e inarrivabile. Nulla, ogni sforzo è vano. Dovrò rassegnarmi all’idea e piegarmi al volere del fato. Cosa posso io contro il destino?

    Ora basta giocare. Risistemo tutto altrimenti mamma non mi lascia uscire e io devo assolutamente raggiungere gli altri al fortino giù al fiume. Oggi eleggiamo il capo supremo! Un mese di potere assoluto e reverenza e io ho già un programma spettacolare! Sono certo che mi acclameranno a gran voce e magari Sara si accorgerà che esisto.

    Sara ha qualcosa che mi si è cucito al cuore il primo giorno di asilo. Non so dire cosa sia, ma anche ora che siamo cresciuti è lì. Adesso che abbiamo 10 anni però si sono aggiunte un po’ di varianti, ci sono parti di me che non rispondono più al mio comando quando mi guarda fisso. Mi vergogno disperatamente e spero che nessuno mai se ne accorga. Credo che lei pensi che io sia uno stupido. Non mi parla mai, non ride mai. Non so cosa fare con lei, mi manda ai matti.

    La votazione si svolse solenne. Io e Roberto eravamo i favoriti ed entrambi tesi e speranzosi. L’urna, la boccia del pesce rosso morto della sorella di Andrea, passava tra i “sudditi” votanti con una lentezza esasperante. “Uffa, quanto ci vuole?!”, sentii di poter svenire! Il conteggio fu scrupoloso e infausto: per un solo, unico, pidocchiosissimo voto, vinse Roberto. Avevo già capito che oggi la fortuna era girata da un’altra parte.

    Sul limitare del bosco, al di là del fiume, Sara mi fissò, si volse e s’immerse nel fogliame. Che volesse essere seguita? M’incamminai, tanto qui non si sarebbero nemmeno accorti della mia mancanza. Come un funambolo esperto domai il ponte di corde e approdai sull’altra riva. Mi sentivo un mix tra Indiana Jones e Adventure Time, ma senza il cane. “Chissà dov’è finita Sara?…”. Proseguii fin sotto a un immenso salice piangente. “Sembra proprio la nonna albero di Pocahontas”, a quelle parole apparve Sara, come se fosse sempre stata lì ma i miei occhi non l’avessero potuta vedere.

    Un sussulto del cuore, non le ero mai stato così vicino. Circondati dalle fronde cascanti sembrava di stare in un altro universo. Sara mi guardò con occhi strani, allungò la mano e mi mostrò il suo contenuto “La mia biglia!!”. “Custodisco io tutto quello che ti rotola sotto la credenza”. Non capivo se fossi più sconvolto per quella voce di velluto o per la rivelazione. “Ho collezionato cose di te fino ad oggi. Ti ho seguito da lontano, sapendo che questo giorno sarebbe giunto. La natura di cui sono genio mi richiede infine il suo obolo”.

    “Perché piangi?”, “Perché ti amerò in eterno anche se ti dissolverai tra le radici di questo albero. Ho provato a nasconderti, a proteggerti, ma la Madre legge i cuori. E per il mio tempo tra gli umani, lei non esige nulla di meno di ciò che amo”.

    Quindi lei mi amava.

    Un tenue, ultraterreno bagliore mi trafisse. Non sentii dolore, solo una meravigliosa leggerezza. La mia pelle divenne trasparente, venata di luce verde come la linfa, prima di disgregarsi e disperdersi nell’aria come dolce polline dorato. Sentii le radici del salice accogliermi, mentre la mia voce diventava un sussurro tra le fronde.

    “Sublimare non è poi morire, mio piccolo re”, sussurrò la foresta. “Ti porterò parole nel vento, ti amerò sfiorandoti con questi rami. Ogni foglia una carezza, ogni fiore un incantevole bacio”.

    Tra le radici un’incorrotta, splendida biglia con una vela rossa e azzurra.

    Cinzia Scolari
    Sezione B, Dichiaro di accettare il regolamento

  4. Le stelle sembrano rapite
    mai vecchie;
    i morti placidi
    in cimitero
    aspettano fuochi e scoppiettii.
    Quelle stelle sembrano non invecchiare
    e mai cercano compagnia
    nello sperduto universo.
    Sopra e sotto
    si vive e si sta.

    accetto il regolamento, sez. a

  5. Titolo : Fantasmi metropolitani

    Così cominciava il mio giorno, con la luce, con le luci finte o vere che fossero, dovevo lasciare il mio “dormitorio stradale” e far spazio ai nobili pedoni del centro, dalle vite protette, agiate, ben organizzate, studiate per tempo, quali le vostre. Certo e con ragione! Non era mio il posto che occupavo, quel cantone cementato a cubetti milanesi, in un’area pubblica e malsana del “Comune Capitale” addobbato da urina di cani e gomme da masticare.
    Anch’io avrei dovuto costruirmela una vita, con le fatiche e le fortune neccessarie come avete fatto voi, quando ero ancora in tempo, ancora agile, ma non l’ho fatto, non ne sono stato capace (ho provato con i cartoni ma l’ingegno non era magistrale e i materiali si logoravano in fretta) qualcosa qui nei miei cervelli mi ha portato altrove, in nessun dove, così mendico pietà e denaro e non son degno ne d’una ne dell’altra cosa. L’odore del mio corpo e dei miei vestiti lascia una scia luminosa e odore di rifiuti bruciati, penetrante… Ma voi tutti mi osservate le unghie. Perche? Cosa vedete in loro? Non sono tagliate? Sono grigiastre, incurvate e riempite di sporcizie alimentari ed “altro” e pesano più delle stesse dita. Che ne sapete voi di queste mani, quando piangendo le stringo forte facendone pugni, poi finite le lacrime le lascio andare… ma non si aprono del tutto come dovrebbero, aperte e decise pronte a un nuovo lavoro, pronte ad essere lette… no, restano così a mezz’asta incapaci di afferrare o colpire, dolenti ; sono piú sofferenti loro del mio cuore. Del resto è anche giusto che sia cosi, è qui che risiede l’anima… E già voi non lo sapete ancora, continuate a pensare che l’amore sia il cuore rosso che disegnate, sede di ogni sentimento e ogni ardore… Ma non capite che tutto risiede qui nelle falci impietose della nostra mente !? Una volta “fritta” non si ama più, non si sente più… E allora chiedo, che funzione letteraria ha quel muscolo in mezzo al petto? Pensateci.
    Il cuore è la seconda casa.
    Hanno appiccato il fuoco, quei tre benedetti giovani goliardi ! Con i miei indumenti a me indosso e la mia carne ancora viva, ardeva tutto e che dolore inimmaginabile, fortissimo, da spegnere ogni pensiero e anche il dolore stesso. Ma che volete che sia in confronto alla mia vita.
    Per quel che serve, da bambino mi chiamavo Renato F. poi in strada, son diventato Renè detto “er Dante” … per via di quel che dicevano il mio “saper parlare”.
    Sono deceduto nel posto dove mi trovavo, nero maculato, senza poter scappare.

    Accetto il regolamento.
    Regina loredana Pozzo

  6. CINZIA PANUCCIO
    Sezione A,
    Dichiaro di accettare il regolamento
    IL LABIRINTO

    Alti muri di silenzi,
    sogno pan di zenzero e miele,
    mangio, corro, gioco, dormo,
    in questo labirinto
    che sembra la torre di Babele.
    Non racconti fiabe, non ci sono carezze
    non capisco, solo insulti e sberle
    la porta ad un tratto si chiude,
    e la luce si spegne.
    Tra questi prati verdi, i miei teneri anni
    spunta un bucaneve
    ma tu
    spezzi quei petali bianchi con gli inganni,
    le finte parole d’affetto,
    ma è solo carne
    quell’ innocenza che porta il tuo sangue,
    disorientato, violato, costretto
    ma con forza cinto al tuo petto.
    Un dedalo di segreti oscuro e perverso
    diventato rifugio,
    il gioco peccato,
    lo chiami amore
    ma è stato usurpato.
    Sento addosso il sudore e sul collo il tuo fiato
    muoio, non fermo quel passo armato
    né il tuo volto odioso e beato,
    sono solo
    in un labirinto di sangue e di pianto
    filo spinato quel profumo caramellato,
    le mie mani chiuse a riccio
    mentre mi violenti, dalla paura anestetizzato.
    Non c’è un raggio di sole,
    ne sorrisi,
    non sento più le parole
    mi chiami “ il mio amico speciale”.
    Diavolo !!!!! Sei la voce del male.
    Nessuno ha sentito
    nessuno ha visto
    nessuno ha parlato
    di questo orrore fintamente celato,
    hai il volto sacro
    e io cammino bendato.
    La colpa è mia, ripeto
    pieno di lividi e graffiato
    mentre mi aggiro come un gatto nero
    nel labirinto del peccato.
    Un giorno accadrà, lo giuro
    che gli alti muri
    diventeranno ponti di verità
    io vittima muta
    non vivrò nella clandestinità,
    racconterò di quelle atrocità
    con le parole nel tempo taciute e sincerità.
    Hai rubato l’innocenza ad un bambino,
    mostro!!! che porti un talare assassino,
    ma sarà il tuo volto nella memoria collettiva
    impresso come il nuovo caino
    ed io annaspando tra le mille cicatrici
    forse sarò libero
    ed alla ricerca di un nuovo destino.

  7. Carmela Laratta sez. A.
    Accetto il regolamento

    TRE PAROLE.

    Tre parole. La barbarie
    di tre chiodi.
    Riechieggiano nell’ aria
    con minaccia.
    Lo sguardo smunto.
    Ho la recidiva.
    Mandorle amare
    le unghie ripiegate
    come un’ onda proterva
    che ti fruga.
    Nessuna gentilezza
    questa volta.

    Malefica s’ infiltra
    senz’ avviso
    tra le nostre distanze
    sterminate, infierisce
    sui tuoi passi misurati,
    li toglie dal sentiero.
    Intanto cadi.

    Dicono che il dolore
    sia una prova
    complementare
    all’ andare. Un temporale.
    Ma la bugia
    della sua etica
    stordisce . Irrazionale.
    Insanabile. Farlocca.
    L’ indisponente tiritera
    di un verdetto
    di fiele che pretende
    la tua resa.

    Ripete il morso
    dell’ aspide inatteso,
    la lingua gonfia
    e consumata
    in mezzo ai denti,
    l’ ampia paura
    di conteggiare il vuoto
    -paura che dilaga
    e rattrappisce-
    nel bussolotto
    dei numeri residui.

    Invecchio come
    un monte impolverato.
    M’ accorgo che il tempo imputridisce,
    che forse tu
    saluterai il tuo.
    La finzione del treno
    che accompagna
    si fa boato, un canto
    senza note.
    È putrido acquitrino ,
    non perdona.

    È vano seme la felicità.
    Grano sprecato
    che non può attecchire.
    Dovremmo invece
    seminare oblio,
    l’ intransigente oblio
    che ci protegga,
    che basti fino all’ urto
    sugli scogli.

    Intanto prego per te,
    per la tua vela.

  8. Dove batte davvero il tuo cuore?
    Dove bussa la vita?
    Ora respiri il mare
    e non vuoi lasciarlo andare.
    Lo sguardo fisso
    all’orizzonte.
    Resterà appeso tra le ciglia,
    le tue lacrime salate
    appartengono a lui.
    Come il tuo cuore.

    Daniela Giorgini – Sezione A – Accetto il regolamento

  9. Sezione B racconto breve
    Titolo: Rinascita

    La visuale da quella prospettiva regalava un panorama mozzafiato che toglieva il respiro. Lo sguardo scivolava melanconico sul lontano mare increspato mentre una profumata brezza estiva agli aromi di salsedine, glicine e resine di pini accarezzava i capelli castani dai riflessi dorati al sole. E quel assordante silenzio attorno, dove solo la voce dei rami al vento sussurravano parole arrotolate come pergamene incise con lava rovente, rapendo come un messaggio in bottiglia solca i mari lasciandosi condurre nella danza ondeggiante, anelando a una qualche spiaggia o darsena dove approdare o confidando in mano navigante pronta ad afferrarla. Un mistero avvolgente che scuoteva l’anima come una turbinosa nevicata e una roboante tempesta di sabbia scontrarsi assieme. Così lei sovrastava su quel promontorio, avvinta da questo caos interiore che assaporava sensazione per sensazione, gioendo di questo travaglio perché preludio della ora non più agognata ma desiderata rinascita che già irrompeva.

    tania Pizzamiglio, accetto regolamento

  10. Dolore originale

    Passiamo tutta la vita a cercare
    felicità, par sia unico scopo
    interiore. Io ho smesso di cercare
    perché credo che sia solo inganno.
    Mi accontento delle piccole cose,
    quelle che la gente dà per scontato;
    quelle che non hanno significato.
    Il penare originale rimane
    dentro di me, ma sento pesar meno
    quel dolor che affligge l’anima mia.
    È questa agognata felicità.

    Sezione A Alessio Romanini Accetto il regolamento

  11. Particella di umiltà
    Paolo aveva sempre vissuto una vita modesta. I suoi genitori avevano sempre lavorato per il sostentamento di lui e di sua sorella, ma i loro stipendi bastavano per sopravvivere. Paolo si era sempre accontentato di vestire modestamente, non gli era mai importato se non era vestito alla moda come gli altri; si era sempre accontentato di ciò che riceveva dai genitori. Vedeva i sacrifici che facevano per non far mancare niente a lui e sua sorella. Capitava che lo prendessero in giro per il suo abbigliamento, a scuola o in paese, ma francamente a Paolo non importava. Crebbe con questo valore: accontentarsi della sua vita, senza pretendere chissà cosa. Aveva le sue piccole ambizioni, ma anche esse erano modeste come il suo cuore. Finiti gli studi, si accontentò di lavorare come verniciatore industriale. Non era quello che aveva sognato, ma la ditta presso cui era assunto era economicamente solida e lo stipendio dignitoso. Rimase perché non voleva più essere un peso sul bilancio familiare. Voleva sostenere da solo le spese quotidiane e aiutare la famiglia; anche se i suoi genitori si rifiutarono di prendere soldi dal figlio. Paolo aveva imparato l’importanza di lavorare dai nonni materni, contadini con cui era cresciuto nella stessa casa. Loro si spaccavano la schiena sulla dura zolla ogni giorno, e lui quando aveva nove anni dava una mano a fare piccoli lavoretti. Qui aveva imparato l’umiltà del lavoro. Non importa quale sia il mestiere, la professione è la dignità della persona. Suo nonno gli aveva anche insegnato a lavorare con passione, frase che gli ripeteva ogni volta che si distraeva per giocare (era solo un bambino), ma ora che era uomo quella frase ripetuta centinaia di volte aveva assunto un altro significato: l’importanza di lavorare. Grazie a quell’occupazione, era riuscito a comprare casa e crearsi una famiglia propria; anche se non navigavano nell’oro, lui e sua moglie cercavano di andare avanti per i figli, anche al costo di fare molti sacrifici. Paolo non invidiava assolutamente i suoi colleghi, che sfoggiavano automobili moderne e in estate scooter sofisticati. Lui si accontentava del suo Scarabeo del 1999, estate ed inverno, che gli ha regalato un suo amico vent’anni fa. Non temeva né la pioggia né il freddo, e neanche il caldo rovente d’estate senza aria condizionata; si accontentava di ciò che possedeva e di certo non voleva possedere di più, il giusto per vivere. C’era una frase di Seneca che era diventata il suo mantra: “Non è povero chi non ha niente, ma chi vuole sempre di più”. Anche se aveva il desiderio di arrivare almeno a fine mese, stringeva la cinghia e proseguiva nella vita senza abbassare la testa. E per sopperire alle difficoltà economiche, trovò il secondo lavoro in un ristorante come cameriere che svolgeva regolarmente tutto l’anno nei fine settimana. Paolo ormai aveva raggiunto l’età in cui i sogni giovanili diventano chimere e lui era un uomo di cinquant’anni disilluso; aveva un’esperienza tale che sapeva benissimo che la realtà è un’altra cosa rispetto alle illusioni. Non per questo si lasciava scoraggiare. Anche se a volte sentiva il peso del suo fallimento, della solitudine e della sua inettitudine, non odiava la sua vita; perché aveva imparato che la gioia è nelle umili cose che diamo per scontato. Frammenti di un mosaico che compongono l’animo umile di una persona, come faceva lui prima di recarsi a lavoro la mattina che andava a camminare sul mare per ascoltare il vociare dello sciabordio o il canto di un merlo oppure lo stormire delle verdi fronde. Paolo era sempre stato una persona umile, si era accontentato dei frutti donati dall’esistenza, senza pretendere mai qualcosa in più. Anche se nei momenti più difficili si era sentito uno sfigato, poi capiva che la realtà mette alla prova e anche se aveva fatto diversi sbagli nei suoi cinquant’anni, non aveva mai smarrito l’umiltà che rende una persona libera di essere sé stessa senza gli orribili orpelli imposti dalla società, accettando sacrifici e umiliazioni senza umiliare il prossimo. Si riconosce appartenente all’universo che lo circonda come una piccola particella di esso, senza demoralizzarsi nei momenti più complessi. Accetta la natura matrigna o benevola, cercando il giusto compromesso senza perdere la speranza.

    Sezione B Alessio Romanini Accetto il regolamento

  12. Rinascere in un altro corpo
    Diverso dal mio
    Molte volte ci ho pensato
    E adesso chiedo a voi quale sia
    La scelta più sensata.
    Un albero ..
    Beh…non male
    Se si considera
    Il colore verace delle dita
    E l’ombra confortante delle chiome
    che ospita amanti e infinite infinite storie
    Ma a rifletterci un po’ su
    Non ho fatto i conti
    Con incendi dolosi o con le offese
    di mani incivili e senza cuore..
    Allora ci ripenso e scelgo un’altra cosa
    Magari più gloriosa..
    Penso allora ad una pietra
    Sì una pietra
    Dura e forte
    Grande e grossa.
    La pietra della lapide
    Di un grande
    Che ne serba il nome
    E la memoria
    Che ne so di un poeta, di uno scrittore o di uno che ha fatto la storia.
    E anche qui non ho fatto i conti con la profanazione.
    Penso dunque a una pietra comune
    Di un paese o di una radura.
    Quale potrebbe essere l’esistenza di una pietra?
    Stare lì ferma a godersi le giornate
    Soleggiate o rinfrescarsi con l’umida pioggia e l’aria imbrumate.
    Non è sempre come appare.
    Anche a lei può spettare
    Una sorte singolare…
    Essere presa a calci
    Per ozio o passatempo
    O tirata alle
    Vetrine per vile motivo
    Da nuovi bravi di Don Rodrigo.
    O ancora diventare complice di un delitto
    come nel caso odierno di Cinci
    E il suo gesto inconsulto
    O della bella contadina di Tentazione finita a pezzi
    Per la sua avvenente bellezza.
    Non ci certo! Non voglio essere una pietra maledetta.
    Allora penso ad una nuvola
    Sì, una candida e soffice nuvola.
    Leggera come piuma
    E multiforme
    Dalla vita eterea e raffinata
    A guardar dall’alto tutti
    Quasi con la puzza sotto
    Il naso.
    Ma quando però si carica di gas
    E muta il suo colore innocente
    In un concentrato di
    Cenere e pece
    Non voglio più essere
    Lei… nero non mi piace
    Mi ricorda il buio dello stanzino
    In cui stava con lo zio
    da bambino
    Il figlio piccino del vicino.
    Allora penso alla luna
    Che ha rubato il cuore
    A poeti e innamorati
    Che tiene in custodia il senno di Orlando
    Che poi però ritorna
    Non come il corpo di alcuni esploratori su cui i parenti
    Non verseranno pianto.
    Penso ad un libro e lì si apre una voragine
    Profonda come il mare in cui temo di annegare:
    Che libro? Magari di storia, ma non con bombe e giochi di potere,
    Con bambini che perdono le dita e implorano la tregua;
    Di avventura, ma non con scalate di montagne che diventano tragedie;
    D’amore, sì d’amore,
    Ma che amore? Non quello di una madre che abbandona il suo bambino
    In un pacchetto
    Perché non ha niente da mangiare;
    E nemmeno di un amante che per uccidere la sua bella
    Si nasconde nell’armadio della stanza.
    Un libro giallo, sì un libro giallo…o forse no, ché purtroppo non ha bisogno
    Neanche più di ispirazione vista la violenta situazione.
    Allora mi fermo e mi e vi dico..ma perché voglio cambiare vita?
    Non è che il resto del creato
    Se la gode come io avevo immaginato.
    Preferisco allora prender posizione
    Piuttosto che subire
    L’altrui azione.
    Non mi farò bruciare, né inquinare
    Non mi farò usare o profanare
    Non sarò di certo motivo di morte o di tragedia.
    E non sarò un triste necrologio o cronaca nera.
    Sarò me stessa alla ricerca di qualcosa
    Tra buchi neri e disinformazione.
    Sarò me stessa armata di parola, uno scudo speciale tra le mani,
    E di pensiero, un’arma bianca tra reale e immaginario.

    Dichiaro di accettare il regolamento

  13. CIME ASSOLATE (swing)

    Cime assolate prime al levar del sole
    a fronte i miei occhi splendono com’a baciare.

    Come fantasmi, lingue di fuoco urlanti dai pini
    si slanciano e muoiono senza fiatare.

    Avveduta e rinverdita la natura delle cose è immobile
    ed io la scruto da una finestra orlata di niente.

    E se l’acqua scorre fra le mani lontane
    distacco anche quelle
    questo prato è un divano e l’erba è la mia pelle.

    La pianura che figlia le case circondandole di fiori
    è lontana più della cima del monte
    che spezza rasandosi a tondo la coltre dei pini,

    più degli uccelli che a ritmi irregolari
    mutano di onde la statura
    più dell’acqua che cuneata fra i sassi brillanti
    permea la terra.

    Perché anche da lei la terra
    è lontana fatta di trecce e di radici
    e di legni bagnati e di funghi sudaticci
    ed aghi di pino arrossati

    Ognunchè vive per se morde il suo freno
    e si slancia al suo volere
    solo io abbraccio ed amo
    e con sussulti agguanto chi fuga
    resistendo al disgregare.

    accetto il regolamento, sez. a

  14. Sez. A poesia
    Accetto il regolamento

    Kairós

    coordinate punto zero
    terra mare

    mani di pietra
    l’unica bussola
    incalzante
    controcorrente

    traccia scogli

    nessun errore
    zero permessi

    deriva d’acciaio
    miraggi
    barra a babordo
    schiuma

    impulsi di nebbia
    mura d’acqua
    un ultimo miglio

    tieni alta la prua
    occhi socchiusi
    stanchi tra le dita

    rabbia
    è tempesta
    è quel che hai
    sanguina

    da un mare il disordine
    dell’oscurità il cinismo
    un respiro strappato
    non farcela contro

    in piedi sul ponte
    calma piatta non ha fine
    fa più rumore dentro

    tieni alta la prua
    un faro

    sorreggila a dritta

  15. Kairós

    coordinate punto zero
    terra mare

    mani di pietra
    l’unica bussola
    incalzante
    controcorrente

    traccia scogli

    nessun errore
    zero permessi

    deriva d’acciaio
    miraggi
    barra a babordo
    schiuma

    impulsi di nebbia
    mura d’acqua
    un ultimo miglio

    tieni alta la prua
    occhi socchiusi
    stanchi tra le dita

    rabbia
    è tempesta
    è quel che hai
    sanguina

    da un mare il disordine
    dell’oscurità il cinismo
    un respiro strappato
    non farcela contro

    in piedi sul ponte
    calma piatta non ha fine
    fa più rumore dentro

    tieni alta la prua
    un faro

    sorreggila a dritta

    Antonio De Serio
    Sez. A poesia
    Accetto il regolamento

  16. Sezione A. Poesia
    Accetto le regole.
    Mi chiamo Demix Alberti di Goito (MN)
    “” Il Luogo dei Sospiri “”
    Nel luogo più breve
    dove scende il tempo,
    si adatta al momento.
    Parole appese
    per dar vita all’ignoto
    stringo le mani quasi a sprecarle,
    per dipingere un luogo
    che non esiste.
    Trovo i colori nei raggi del sole
    per riempire fessure
    in una strana luce
    quasi apostrofata da racconti …
    Parole d’amore dove riemerge lei,
    stregante è il suo sospiro
    mi ascolta mi sussurra il suo intento
    provocante pensiero
    di chi urla fremiti silenziosi.
    Apparteniamo a vizi sacri
    non si torna al propio posto,
    ci decliniamo tra spasimi passionali
    da una dipendenza affettiva.
    Spegnero il lume di una carezza
    come le palpebre chiedono
    in sogno di non restare sveglio,
    in questa stanza dove parole sospese si avvicinano con rispetto.
    Demix

  17. Nottivaga

    In quest’ora bruna
    la città sfuma i contorni
    tra parcheggi semivuoti
    e ultimi autobus
    con pochi volti dipinti
    dietro vetri opachi.

    Nottivaga,
    fra strade secondarie
    di cui ignoro i nomi,
    annuso aria randagia
    che si fa pelle sulla pelle.

    Tutto si dilata nel tempo scalzo
    che rotola sui marciapiedi.

    Un’esistenza intera sta sul filo
    della falce nel cielo,
    in equilibrio sopra il sole di domani.

    Amo questa pace spaventosa,
    questa fragile e ordinaria bellezza
    che si abbandona alla dolce morte urbana.

    © Angela Maria Malatacca
    (Sezione A – Accetto il regolamento)

  18. Regina loredana Pozzo
    Sez.A

    LA FINE DEL MONDO

    Arriverà davvero, seguendo il sentiero…
    Delle dieci dita
    Della Cabala antica
    Dei veleni ematici
    Dal sangue di Cristo
    Dai mille assopiti
    Dai cento assassini
    Dal male primario
    Dalla carne metallo
    Sul perno del trono
    Attraverso lo sguardo
    dentro il triangolo
    Oltre la resurrezione
    ( nel mondo nuovo )
    di Lazzaro uomo,
    “risorto”
    un Lazzaro morto
    senza più alcun amore.

    “La fine del mondo arriverà davvero,
    andremo contro con ogni pensiero ”

    Accetto il regolamento; sez. a

    La fine del mondo

  19. Sez. A

    SOFFOCO

    Le dita che vena dopo vena
    mi premono sul collo
    ed ora dopo ora
    mi fermano l’aria
    mi negano l’ossigeno
    sempre meno
    giorno per giorno
    sono delle mille mani che non ho saputo fermare
    che mi sono lasciato mettere addosso
    che non ho saputo lasciare.

    Cosi,
    il banale scorrere
    delle ore
    dei giorni
    m’affatica. Mi sfianca.
    Mi soffoca,
    come mi strozzano le mille dita delle sirene.

    I fogli
    che una volta mi davano respiro,
    oggi sono pagine di quaderni gia’ usati
    trafficate da miliardi di parole spente:
    frasette che hanno soffocato la carta
    che non hanno lasciato un respiro
    a me dove planare un momento.

    Accetto il regolamento

  20. La notte

    La notte odore di silenzi
    mille pensieri sfiorano inquieti
    l’anima e fanno tremare il cuore
    tutto odora di passato
    tremendo delicato
    apro gli occhi
    sono davvero stanchi melanconici
    mi getto in pallido presente
    dove spero che la tristezza sia assente
    tremo pensando ad un oscuro futuro
    la vita un mistero da vivere
    la vita un mistero da scoprire.

    – accetto il regolamento, sezione A

  21. Sussurro d’amore a un siciliano
    Il ricordo dei tuoi occhi come stelle
    accende il faro del mio nuovo orizzonte .
    Labbra dal gusto di lingue e di sapori dolci e amari
    Come un onda ci travolge l’anima e fà ribollire il sangue.
    Infiammano il cuore e nascere desiderio del bacio composto
    di tracce di specchi
    che riflettono e diffondano misteri e passioni.
    I ricordi formano e accendono
    la macchina del tempo,
    che mette in azione, le foto che riproducono i flash della vita.
    di sorrisi sbiaditi e unti.
    Sembra proiettare la memoria di film della vita.
    Germogliano teli di abbracci,
    che avvolgono il cuore .
    Il tuo viso mi allieta
    come una melodia di violini che
    sussurra ricordi, culture e tradizioni.

    accetto il regolamento, sez. a

  22. Shif la piccola mungolfiera

    C’era una volta una mongolfiera di nome Skif. Che aveva paura di volare per colpa del corona virus, che minacciava la terra piangeva strillava, nel vedere tante persone che soffrivano si ammalavano e morivano diceva’’ ai me non ce speranza ,l’arcobaleno si è oscurato uh… come sono disperata’’ .
    Un giorno un passerò le disse ma devi stare sempre a piangere?
    Dai andiamo alla ricerca del raggio della speranza! Esso colorerà l’arcobaleno , ma non sarà facile trovarlo affronteremo i lampi i tuoni le tempeste e alla fine lo troveremo. Il passerò chiese aiuto alle farfalle che indicavano la strada da fare dai coraggio shif. Si ok il passerò iniziò a volare al suo fianco e le farfalle indicavano il cammino. Mentre c’era il sole tutto assieme si oscurò con le nuvole nere tempesta vento tuoni e dura continuare a viaggiare shif temeva di non farcela e si fermò un minuto a riflettere dopo un po’ disse al passero e alle farfalle proseguiamo e malgrado tutto riuscirono al termine della tempesta a trovare l’arcobaleno shif era contenta ritrovo la forza e questo arcobaleno sarà quello che ridarà ai bambini gioia e speranza e i bimbi torneranno a giocare su questo splendido arcobaleno.

    1 Comento in questa favola vediamo presenti angoscia paura che ci rende suoi schiavi grazie all’aiuto degli uccelli punto di forza farfalle che indicavano la strada la tenacia e la forza l’aiuteranno a ritrovare la speranza che porterà gioia e allegria.

    Favola a fondo pedagogico

    accetto il regolamento, sez. b

  23. Accetto il regolamento
    Sezione poesia

    Il vincitore
    Corse più forte di tutti,
    aveva negli occhi
    il traguardo
    e nelle gambe
    tutta la rabbia degli esclusi.
    Tagliò il filo,
    alzò le braccia al cielo.
    Si voltò e capì di aver corso
    nella gara sbagliata.

  24. La foglia

    L’autunno si veste di giallo,
    cammino in mezzo agli alberi
    e una pioggia di foglie secche
    mi accarezza.
    Colori e profumi si mescolano,
    e in quel momento vedo te
    ai piedi del tuo albero
    mentre un vento leggero ti scuote
    e ti porta via.
    Ma tu vuoi morire vicino all’albero
    che ti ha dato la vita,
    al vento non importa,
    per lui e’solo un gioco,
    e’piu’forte di te
    e comincia a farti volare
    giu’ su.
    E allora ti seguo,lo sfido
    e finalmente riesco a prenderti con delicatezza.
    Sei cosi fragile
    e la morte ti sta rendendo
    bellissima con quel colore cangiante
    che va dal giallo al marrone
    e quel po’di verde
    che ricorda quand’eri novella
    quando il vento non riusciva a staccarti dal tuo ramo
    perche’piu’forte di lui.
    Ho con me un libro
    e cosi ti adagio tra due pagine,
    e’il posto piu’sicuro,
    non posso lasciarti li,ti perderesti.

    Sez A accetto il regolamento

  25. Sezione A Poesia
    (Accetto il regolamento)
    Mi piacerebbe

    Oggi oramai abbiamo una certa età
    e siamo mamme e papà …
    e in più fortunatamente siamo già anche nonni
    ma a me piacerebbe tornare indietro un po’ di anni
    per poter accarezzare ancora una volta le mani
    del mio papà e della mia mami !
    Mi piacerebbe poter
    riabbracciarli ambedue ancora una volta …
    come si faceva da bambini,
    quando eravamo tutti giovani e belli …
    Mi piacerebbe poterci
    salire in braccio come allora …
    sedermi sulle loro ginocchia
    come quando eravamo vicini al camino
    a riscaldarci tutti assieme … d’inverno …
    quando nevicava di fuori
    e rimanere li per una qualche ora …
    Tempi e ricordi passati da un pezzo oramai
    ma che nella memoria sono sempre vivi !

  26. Sezione B Racconto
    (accetto il regolamento)

    Le poesie di Semplice

    „Si, tutto potrebbe iniziare così, qui, in questo modo…” avevano pensato i due giovani studenti che, accompagnati da un nuovo amico, si recavano ad una tipografia. Lo avevano conosciuto tempo addietro, alla fine di un pomeriggio passato a capo chino sui libri in biblioteca. Per l’ennesima volta avevano visto l’uomo seduto su di un piccolo sgabello piazzato all’esterno del palazzo mentre scriveva su di uno strano bloc-notes. Incuriositi lo avevano avvicinato. La barba incolta e lo strano modo di vestire presentavano quell’individuo come un povero barbone. Egli però non chiese loro l’elemosina, tutt’altro. Egli offrì loro dei fogli dove vi erano scritte delle poesie. Aveva capito che a quei due bravi ragazzi interessava la sua vita e il suo strano modo di comportarsi. Dallo zaino estrasse allora una scatola di latta nella quale vi era custodito un vecchio libro avvolto in un panno e che il nostro uomo trattava con tanta cura. Sulla copertina una sua foto di allora e la dicitura: “Le poesie di Semplice”. Quella era l’unica copia rimastagli e che era stata stampata molti anni prima grazie ad amici di allora. Da quel giorno le sue nuove poesie le aveva scritte e custodite in un ormai consumato classificatore che spuntava a sua volta dallo zaino e che aspettava solo di essere valorizzato.
    I ragazzi si offrirono per far si che quel patrimonio non andasse perduto e si impegnarono a trascrivere il tutto su un CD. L’uomo li ringraziò. Dopo aver raccolto le sue poche cose si avviò verso la stazione ferroviaria con la promessa di ritrovarsi lì fra un mese. E così fu. I ragazzi, oltre all’aver trascritto tutto il contenuto e quindi preparato la bozza da dare ad una stamperia, ne avevano fatto anche una copia rilegata in un nuovo classificatore. Gli occhi del poeta si accesero di gioia. Mancava però un titolo da dare a quel nuovo libro. Si scelse allora di comune accordo che sulla copertina fosse pubblicata la foto dei due ragazzi con la dicitura “Poesie per gli amici di Semplice”. Assieme si avviarono a comandare il lavoro di stampa. Ed è lì che i due giovani studenti pensarono:
    “Sì, tutto potrebbe iniziare così, qui, in questo modo…il nostro futuro di uomini amanti della letteratura… con l’aiuto del nostro amico Semplice…!

  27. Il sentiero della pace

    Mi e’venuta voglia di uscire e camminando mi ritrovo vicino a un piccolo sentiero.
    Leggo su un’insegna di legno sbiadita.
    La curiosita’mi spinge a percorrerlo.Che bella sensazione e’camminare su un tappeto di erba e foglie secche.Per la prima volta non ho paura di essere sola,non zoppico piu’,non mi sento stanca,il cuore non brontola nel petto.
    Cammino cammino e m’addentro sempre piu’.Percepisco profumi che non distinguo,forse sono foglie di menta,fiori di camomilla,foglie di alloro o cespugli di rose.Non so!
    Mi sento leggera,non sento il peso degli anni!
    Cammino cammino e il paesaggio cambia.Sono circondata da alberi altissimi e folti,il sole con i suoi raggi penetra nel groviglio di rami e foglie,mi raggiunge e mi fa provare un indicibile calore.
    Cammino cammino e all’improvviso mi trovo vicino a una piccola sorgente d’acqua che scorre attraverso un pezzo di legno incavato.Bevo!
    Cammino cammino,mi fermo solo per dare il passo a una lunga fila di formiche che trascinano piccole molliche di pane verso il loro rifugio.Mi beo a guardarle!
    Riprendo il cammino e all’improvviso mi passano innanzi tre gatti e incuriosita li osservo.
    No,noooo non e’possibile,giocano a rincorrersi con dei topolini!
    Che meraviglia!Non ho mai assistito a una scena cosi tenera.
    Riprendo il cammino e arrivo a una radura,il sole mi abbaglia,mi sdraio sul soffice tappeto di erba e mi lascio accarezzare dai raggi caldi del sole.
    Cammino cammino e intanto gli alberi lasciano il posto a un campo pieno di erba,fiori e piante che non conosco.All’improvviso il sentiero si interrompe sul ciglio di un burrone e mi fermo!
    Davanti ai miei occhi si apre un panorama mozzafiato
    Montagne alte si alternano ad alture piu’modeste,un fiume scorre lento verso il mare,in lontananza scorgo un paesino da dove proviene il suono di una campana a festa.
    Stordita da tale bellezza chiudo gli occhi e quando li riapro……………………….tutto e’scomparso!………………..
    E’stato solo un sogno bellissimo!

    – accetto il regolamento, sez. b

  28. In una città invernale sospesa tra il gelo e l’arcano, il signor Sonaventi, anziano pianista in pensione, vive nel ricordo della defunta moglie e ex allieva. Un giorno, un misterioso gatto nero dagli insoliti occhi castani lo conduce nei pressi di un lago gelato. Lì, i movimenti del felino e il soffio del vento si fondono in una sinfonia celestiale, rivelando l’anima della donna amata che, attraverso un’illusione magica, torna per un breve istante per riallacciare un legame che nemmeno la morte ha saputo spezzare.

    LA SINFONIA DEGLI OCCHI CASTANI

    Era inverno e la città sembrava sotto un incantesimo. La neve ricopriva ogni palazzo, ogni tetto, e l’aria pungente sembrava di voler dare la morte a chiunque si trovasse fuori tra la neve sprovvisto di indumenti adatti, o si avventurasse tra i quartieri che circondavano la città. Un anno iniziato con una serie di stranezze, di arcani misteri, che avevano annegato nelle leggende la gente del posto. Le leggende, sempre loro a fare da sfondo, sempre loro ad accompagnarci nel nostro cammino verso qualcosa che continuamente cerchiamo ma che non troveremo mai perché… perché non c’è nulla da trovare, nulla da vedere o scoprire. Leggende, però, che in questo caso non erano del tutto infondate. Il signor Sonaventi era un pianista, che in giovane età aveva insegnato al conservatorio della città. Ormai in pensione, una volta la settimana si recava lì per insegnare la sua tanto amata musica ai bambini meno fortunati. Fu proprio in uno di quei giorni gelidi che, accanto all’ingresso dell’edificio, quasi inciampò su un gattino nero come la pece. Il piccolo felino, appena lo vide, cominciò a miagolare sonoramente al suo fianco, strusciandosi e lasciandosi accarezzare con una familiarità disarmante, quasi ultraterrena. Alla fine della lezione, però, del gattino non vi era più alcuna traccia. Il signor Sonaventi si diresse allora verso il parco, un luogo che visitava ogni mattina da quando la sua amata moglie era deceduta. Si avviò verso il centro, dove era stato allestito un piccolo lago per i cigni e gli uccelli migratori. Lì si sentiva meno solo; gli sembrava ancora di percepire nell’aria le dolci note suonate dalla sua adorata moglie, che un tempo era stata la sua allieva prediletta. Quel giorno, rimase a guardare un solitario cigno nero, specchiandosi in quegli occhi vuoti che gli ricordavano il silenzio della sua casa. In quel momento, il vento non si limitava a soffiare tra i rami spogli del parco; sembrava possedere le dita invisibili di un pianista virtuoso. Ogni folata accarezzava la superficie gelata del laghetto e la corteccia degli alberi come se stesse premendo i tasti d’avorio di un pianoforte a coda, sollevando note limpide e acute che vibravano nell’aria fredda. Era una melodia familiare per il signor Sonaventi: riconosceva in quel suono leggero il tocco delicato della moglie, i suoi arpeggi fluidi e quella grazia malinconica che solo lei sapeva imprimere alla musica. Il signor Sonaventi, ammaliato, sarebbe rimasto lì per parecchio tempo, se un gatto non si fosse sfregato contro i suoi pantaloni, facendolo trasalire appena. Gli piacevano i gatti. In un certo senso, pensava di somigliare a loro: silenzioso, solitario e perfetto per la vita notturna. Si domandò se stesse diventando presuntuoso, e scacciò via il pensiero con un sorriso divertito mentre si chinava per accarezzarlo sotto il mento.
    Mentre questa sinfonia invisibile avvolgeva il parco, il gatto nero si muoveva in perfetto sincrono con il ritmo del vento. Ogni suo passo felpato sulla neve fresca sembrava dare corpo a una nota bassa, un accordo profondo e sordo che sosteneva la melodia aerea della brezza. Il gatto non camminava semplicemente: danzava su uno spartito invisibile. Quando inarcava la schiena, il vento intensificava il suo fruscio, imitando il crescendo di un pianoforte; quando l’animale si soffermava, la musica mutava in un sussurro appena udibile, un pianissimo intimo. Il gatto era lo strumento visibile di quella musica invisibile. Quando il felino socchiuse gli occhi per il piacere dell’accarezzamento, il pianista trattenne il respiro. Non erano gialli, verdi o azzurri. Erano castani. La luce era scarsa in quel punto e le pupille del gatto erano molto dilatate, eppure, quando l’animale fissò l’uomo, Sonaventi ebbe un tuffo al cuore. Erano gli stessi occhi solitari e silenziosi che aveva visto per anni. Erano gli occhi di sua moglie. Gli occhi di quella ragazza che portava i capelli castani legati in una stretta coda, profondi e imperturbabili, capaci di donargli una pace infinita. Gli occhi di cui si era innamorato perdutamente. Restarono a guardarsi così per un istante, avvolti da una magia che superava la logica. Poi, il signor Sonaventi allargò il sorriso, le andò incontro e, accarezzandola dolcemente, sussurrò: «Mi sei mancata!». La piccola felina, sferzando l’aria con la coda, lo osservava con quello sguardo languido e curioso, come se stesse aspettando proprio quel riconoscimento. A quel punto, un sonoro miagolio ruppe il silenzio. Il felino ammiccò, inarcò la schiena e si avvolse su se stesso. Lentamente, il suo corpo si librò a mezz’aria, continuando a girare su se stesso, fino a sfaldarsi e ridiventare una nuvoletta di scuro fumo fuligginoso, proprio come doveva apparire in origine. Il signor Sonaventi guardò allibito la metamorfosi dell’animale. Poi, mentre la piccola nube si disperdeva nell’aria gelida, tornò a guardare il cielo, sorridendo dolcemente: «Devo ammetterlo… sei diventata bravissima. Ero convinto che fosse solo il vento a suonare, ma quando ti ho accarezzata… i tuoi occhi ti hanno tradita. Perché i tuoi occhi sono unici».
    Una voce misteriosa, carezzevole come una folata di brezza, rispose:
    -… Te ne sei accorto? Com’è possibile? Nessuno era mai riuscito a scavare così a fondo dentro una mia illusione… -.
    – Sei diventato molto più attento. C’avrei giurato che te ne saresti reso conto… -, concluse l’entità, ridendo con un suono che si fuse con il frusciare delle foglie.
    – … Ti ringrazio …-.
    La passeggiata attorno al laghetto divenne un dialogo sospeso nel tempo. A ogni passo del signor Sonaventi sulla neve croccante, la voce del vento rispondeva con il racconto di questi dieci anni di assenza: storie di cieli infiniti, di melodie disperse nello spazio e di una promessa d’amore che la morte non era riuscita a spezzare. Il pianista ascoltava, confidando a sua volta il vuoto delle sue stanze e la gioia ritrovata nel trasmettere la loro amata musica ai bambini del conservatorio. Mentre il perimetro del lago si chiudeva, riportandoli al punto di partenza, il vento iniziò a calare d’intensità. La sinfonia naturale che aveva accompagnato il loro incontro si trasformò in un accordo lungo e sostenuto, come quando il pedale di un pianoforte smorza lentamente le ultime note di un brano d’addio.
    «Il tempo a mia disposizione per questa notte è finito, mio dolce maestro», sussurrò la voce, ora sottile come un respiro gelido sulla sua guancia. Sonaventi si fermò, guardando i pochi granelli di fumo fuligginoso rimasti nell’aria dissolversi definitivamente tra i fiocchi di neve. Non provava tristezza, ma una profonda, ritrovata pace. L’illusione felina era svanita, eppure la presenza di sua moglie era più reale che mai. «Non sarà un addio», rispose il pianista, accennando il suo abituale e sereno sorriso. «Ora so dove cercarti. Ogni volta che le dita toccheranno i tasti, e ogni volta che un gatto incrocerà il mio cammino nel silenzio della notte, saprò che sei lì a dirigere la mia musica». Un’ultima folata leggera gli scompigliò i capelli d’argento, portando con sé un suono simile a una risata dolce e lontana. Il silenzio tornò a regnare sul parco incantato. Il signor Sonaventi si strinse nel cappotto, voltò le spalle al laghetto e si avviò verso casa. Camminava con passo leggero, tenendo il tempo di una melodia segreta che avrebbe suonato l’indomani, sapendo che da quella notte non sarebbe mai più stato solo.

    Rita Coda Deiana

    Sezione B – Dichiaro di Accettare il Regolamento

  29. LA BARCA DEI GRAFEMI

    Si affollano parole alla mia mente,
    fiumi che al mare cercano un argine.
    Fissarle è un lungo e faticoso andare
    mentre libere vagano disperse,
    in cerca di una stabile dimora.

    Concedimi la limpida chiarezza
    e la giusta costanza dentro il cuore.
    Non cerchi, questo mio scrivere nuovo,
    il plauso della piazza o del mondo.

    Nasca nell’ombra, custode del silenzio,
    come segreto sussurrato al petto.
    Concedimi il sentiero della verità.
    Via la maschera, via l’inutile posa:
    l’idea sia pura nella barca dei segni.

    Concedimi l’affetto più profondo,
    perché libero voli oltre l’azzurro.
    Rendimi tramite di canti pieni,
    capaci di svelare, nella nebbia,
    il chiarore purissimo dell’Essere.

    E sia questo inchiostro, muto traghettatore,
    a condurre l’anima oltre l’umano confine.

    Rita Coda Deiana
    Sezione A – Accetto il Regolamento

  30. PALESTINA CRISTIANA 

    Paesaggi tatuati nell’anima.
    Lunghe escursioni verso deserti
    tinteggiati dalla luce soffusa
    di un’alba lunare palestinese.
    Intravedo la scarpata,
    amata tante volte da Gesù
    nella valle del Giordano oscurata dal crepuscolo
    dalla Sua assenza.
    Oggi percepisco il prodigio
    dello Spirito Santo.
    Mi sorregge alla sconsolata visione
    di questa terra martoriata da millenni.
    Senza il ripetersi di scenari turbolenti.
    Prego per il loro desiderio
    di una Alleanza di Pace fra i due Popoli.
    Empatizzo con i loro sguardi,
    limpidi e nebulosi. Li abbino
    a oceani tempestosi in cui
    lo Spirito Santo-Soccorritore
    accosta con armonia, Gesù.
    Finalmente, tutti comprendono.
    Abbracciano la sua Offerta.
    Donata a tutti noi cristiani, copti, sunniti,
    buddisti, indù, protestanti, evangelici, atei.
    Organuli cellulari della stessa Famiglia Umana.

    CORRY FILOME’
    Sezione A poesia. – Accetto il Regolamento

  31. L’età del cielo

    Qual è l’età del cielo?
    Spavaldo come un bimbo biondo ride,
    spettinato dai raggi.
    Inonda ogni cosa di luce densa,
    spessa come miele.
    Rinasce ad ogni squarcio del buio
    e ancora gioca.
    Tela dipinta che cambia volto,
    si trasforma.
    Plasma la luce come argilla,
    a manciate la sparge sulle case.
    Poi in un attimo afferra i confini del mondo.
    Dita di cenere.
    Si fa grigio.
    Piombo graffiato.
    Ardesia che si sfalda.
    Rugoso come un vecchio.
    Si lacera prima della notte.
    Con passo lento si siede sopra i tetti.
    Stanco, respira fumo.

    sez. a accetto il regolamento

  32. Zibaldone mate… magico

    Qui vi vengo a raccontare
    diciam pure filastroccare
    tre concetti mate… magici
    in natur senza artifici.

    Iniziam da simmetria
    poi passiam da Fibonacci
    concludiam con i frattali
    e col minimo di sforzo
    in natur vedrem lo sfarzo
    di fenomeni stupendi
    a dir poco sorprendenti.

    Cominciam con “simmetria”
    proprietà di geometria
    e guardiam una farfalla
    il cui nome mi par Lella…

    La farfalla Lella
    era molto bella.
    Ali a fantasia
    di perfetta simmetria.
    Tre puntini di qua
    tre puntini di là;
    quattro righe a sghimbescio
    due dritte due a rovescio;
    sfondo giallo colorato
    e un corpo lungo affusolato.

    Un bel giorno però
    un vento forte soffiò
    e cadde un puntino
    tra fior di gelsomino.

    Lella tanto lo cercò
    ma ahimè non lo trovò…

    Disperata perciò
    da una coccinella andò
    a chiedere in dono
    un nuovo puntino.

    – Guarda quassù!
    La mia simmetria non c’è più!

    – Te ne do mezzo e avremo entrambe
    due nuove fantasie strambe!
    Che a dirla tutta se il corpo è imperfetto
    non si può certo parlar di difetto!

    E un segno donato con tanto amore
    da solo regala letizia e colore!

    Ma di regole in natura
    ancor tante, niente paura!

    Ecco qua un Fibonacci
    che fu grande osservatore
    e trovò intornò a sé
    in conchiglie e nelle felci
    e in molte cose assai
    una norma basilare
    che aiuta a ottimizzare
    sia lo spazio sia la luce
    in manier molto efficace!

    Uno; uno due e tre
    cinque otto tocca a te!

    C’è una logica nascosta, sai dov’è?
    Guardati intorno, vieni con me.
    Nella conchiglia che il mare ci dà
    c’è una spirale d’eternità.
    Nel girasole che guarda il mattino
    ogni seme segue un cammino
    Tra le squame della pigna lassù
    i numeri crescono sempre di più.
    Anche l’ananas, con precisione,
    segue attento una successione.

    Uno; uno due e tre
    cinque e otto tocca a te
    Otto, tredici e ventuno
    qui di cifre c’è un raduno!
    Ogni numero, che novità!,
    nasce dai due che dietro ha.

    Conti, osservi e non t’annoi
    col Fibonacci intorno a noi!

    Che ve ne pare?
    Vi ho messo fame?
    Volete finire
    con una zuppetta di buoni frattali?

    Bolle, bolle la minestrina,
    salta allegra la carotina.
    Il porro ondeggia come un vascello,
    il sedano ride: «Che brodo bello!»
    Ma il broccolo esclama: «Fate attenzione,
    io nascondo una grande lezione!
    Guardate le cime: son tutte uguali,
    questi disegni sono frattali.
    Ogni rametto, piccolo o grande,
    ripete la forma che lo comanda.
    E il cavolfiore, tondo e gentile,
    segue lo stesso magico stile.
    La natura, con gran maestria,
    ama copiare in compagnia.

    Così nel piatto, senza grammatica,
    galleggia un po’ di matematica.

    Un soffio, un cucchiaio… che meraviglia!
    La scienza sorride in ogni famiglia.

    E io vi invito a sempre osservare
    la mate… magica che ci circonda
    in questa Terra bella e rotonda!

    PS Accetto il regolamento, sezione a
    Maria Concetta Distefano

  33. Sez A
    Accetto il regolamento
    Il mio silenzio m’appartiene
    E questo vento che mi soffia in petto
    come lo chiamo se non lo conosco
    neanch’io?
    Sulla pietra arsa dal sole
    sulla pietra dove i miei nodi la neve
    scioglie, taccio.
    Sto ferma.
    Ascolto un inquieto e fragile rumore
    lo conosco bene, ha i miei stessi anni
    e quando urla chiede silenzio.

    La mia solitudine non ha stirpe a cui
    dar conto.
    Spunta nell’erba fresca di rugiada
    come un dono che purifica
    geometrie illibate, libere da schemi.

    Sola con me.
    Desideri, repulsione, frammenti di gioia
    lunghe notti al pianto promesse
    come acerbe spose.

    Ed è proprio lì, in quel tempo infinito
    assordante come una vecchia moviola
    di suoni e ombre in panchina
    che ritrovo l’apoteosi del mio cercarmi.

    Me, l’insulto alla calma repressa.
    Fuscello che viaggia mondi inesplorati
    s’innalza in un cielo orbo
    plana su fronde schiantate dal libeccio
    fino a dissodare la terra, e avrà toccato
    per un attimo, un lembo di verità.
    La mia verità… in un assolo
    digiuno e satollo di umana fragilità.

    Il mio silenzio m’appartiene.

  34. Eco

    Un filo invisibile
    attraversa il silenzio
    legando il respiro delle cose.
    Ogni luce cerca un’altra luce
    nel mistero del suo cammino.
    Il vento sfiora le foglie
    il mare riflette il cielo
    la notte raccoglie le stelle.
    Ogni incontro genera un’eco
    come un cerchio nell’acqua
    al tocco di una goccia.
    Ogni vita è una nota sospesa
    custodita dal tempo
    e l’armonia continua
    oltre ogni distanza.
    Raffaele Di Palma
    Accetto il regolamento, sez. a

  35. Sezione B
    La sposa infedele.
    Fu la notte di San Giacomo che tutto ebbe inizio, una notte sospesa tra il dovere e il desiderio, quando anche le luci del paese sembravano spegnersi per non vedere. Io camminavo senza meta precisa, con il passo di chi è abituato a non appartenere a nessun luogo, quando la incontrai.
    Era sola, o almeno così appariva. I suoi occhi avevano quella luce inquieta che non appartiene né alle ragazze né alle donne, ma a chi vive tra due verità. Disse poco, quasi nulla. Bastò uno sguardo, e già camminava accanto a me.
    Le proposi il fiume come si propone un segreto. Lei accettò senza esitazione.
    La strada era stretta, fatta di curve e silenzi. I grilli si accesero come un coro invisibile, e il mondo sembrò ritirarsi per lasciarci soli. Parlava poco, ma il suo corpo raccontava storie che non sapevo leggere fino in fondo. Quando le sfiorai la mano, non si ritrasse. Fu allora che credetti davvero che fosse libera.
    Ma certe illusioni nascono già incrinate.
    Arrivammo al fiume quando la notte era piena. L’acqua scorreva lenta, come se anche lei volesse ascoltare. Ci sedemmo tra i giunchi, e senza sapere come, senza decidere davvero, iniziammo a spogliarci delle distanze prima ancora che degli abiti.
    Ogni gesto era una scoperta e un inganno insieme. La sua pelle non sembrava reale: troppo viva, troppo presente. Le sue mani mi cercavano con urgenza, come se il tempo fosse un nemico da battere. E io, che di solito non credevo a nulla, quella notte credetti a tutto.
    La desiderai senza domande.
    Ma nel mezzo di quel fuoco, mentre il suo respiro si rompeva contro il mio, sentii qualcosa incrinarsi. Non nel corpo—nel silenzio. C’era una distanza invisibile, un nome non detto, una verità nascosta tra i suoi sospiri.
    Fu dopo, quando il fiume tornò solo acqua e il cielo solo buio, che parlò.
    Non pianse. Non esitò. Disse semplicemente che aveva un marito, come si confessa un dettaglio senza importanza. Come se quella parola non fosse una lama.
    Rimasi immobile. Non per gelosia—non era nel mio modo. Ma perché tutto ciò che avevo creduto improvvisamente cambiava forma. Non era più una notte rubata al caso, ma qualcosa di più fragile, più ambiguo.
    La guardai. Non sembrava colpevole. Sembrava stanca.
    Non le chiesi nulla. Non volevo sapere se lo amava, se era infelice, se mentiva anche a se stessa. Alcune verità non chiedono spiegazioni: esistono e basta.
    La rivestii con lo stesso silenzio con cui l’avevo spogliata. La sabbia le restava addosso come una memoria che non voleva andarsene. Quando ci alzammo, il vento attraversava i gigli e sembrava il rumore di spade leggere.
    La riaccompagnai senza toccarla più.
    All’alba, quando il paese tornava a essere reale, mi fermai prima che potessero vederci insieme. Le diedi un cestino che avevo comprato giorni prima, senza sapere per chi. Lo prese senza sorridere.
    Non ci promettemmo nulla.
    La guardai andare via, e in quel momento capii che non l’avevo mai avuta davvero. Non perché appartenesse a un altro, ma perché non era mai stata di nessuno, nemmeno di sé stessa.
    Io, da uomo libero e solo, scelsi di restarlo.
    E da allora, ogni volta che passo vicino al fiume, non penso a lei come a un amore mancato, ma come a una notte intera vissuta senza difese—una notte in cui la verità arrivò tardi, ma non abbastanza da cancellare il fuoco.
    Perché ci sono incontri che non chiedono futuro.
    Esistono soltanto per bruciare una volta sola,
    e poi restare, come sabbia tra le mani,
    a ricordarti che anche l’illusione può essere reale.

    Raffaele Di Palma
    Accetto il regolamento, sez. b

  36. Sezione B
    Accetto regolamento

    Fino all’ultimo granello di sabbia

    Quell’estate presagiva qualcosa di nuovo, portava con con sé un’atmosfera magica. Il sole, caldo e dorato, si rifletteva sulle onde turchesi, creando un caleidoscopio di luci e ombre.
    Quell’estate sembrava diversa dalle altre, come se ogni giorno fosse una pagina bianca pronta per essere scritta.
    Ma Maria ancora non lo sapeva. Troppo presa con i suoi pensieri, con il lavoro e con i colleghi con i quali non andava per niente d’accordo. La nomina a capo struttura non le era congeniale. Ogni riunione sembrava una battaglia dove ognuno difendeva la propria posizione, e questo la metteva a disagio. Preferiva di gran lunga lavorare da sola.
    Ora però le tante attese vacanze estive nessuno gliele doveva toccare. I quindici giorni a “Fontane Bianche”, la nota località balneare, le aspettava dall’anno precedente.
    Finalmente, poteva rilassarsi nella sua spiaggia dalla rena bianca e fine, quella che aveva amato sin dall’infanzia. Lì, aveva trascorso le estati da bambina.
    Ogni granello di sabbia le evocava ricordi di castelli costruiti con cura e corse verso il mare, mano nella mano con i compagni del momento. Si faceva amicizia facilmente, senza preoccuparsi delle formalità.
    Si era innamorata di Aldo proprio in quella spiaggia, complice una profonda buca che dei bambini avevano scavato e poi ricoperta, cosicché era caduto sotto le risate dei bambini che, appostati, avevano visto tutto.
    Aldo si era rialzato tutto insabbiato e un sorriso imbarazzato, mentre i bambini continuavano a ridere alle sue spalle. Lei, con timidezza, gli aveva teso la mano, offrendogli aiuto per tirarlo fuori dalla buca. Aldo l’aveva guardata con un’espressione tra il divertito e il grato, ringraziandola con un cenno del capo.
    Mentre lui si scrollava la sabbia, avevano iniziato a parlare, scambiandosi battute sulle insidie che i bambini, tutt’altro innocenti, si divertivano a scapito di persone ignari.
    Quel breve incontro, iniziato con una risata e una caduta, si era trasformato in una conversazione piacevole che si era protratta fino al tramonto. Seguì un appuntamento e poi un altro ancora. Fu lì, in quella spiaggia, che cominciarono a capire che qualcosa di speciale stava nascendo tra loro, un sentimento destinato a crescere e a resistere alle tempeste della vita.
    Avevano tantissime cose in comune. Lo stesso interesse per i libri di Joyce.“Nuovo cinema paradiso” l’avevano visto un milione di volte commuovendosi sempre come la prima volta, la musica dei Police poi, li faceva letteralmente sognare. Insomma, si poteva dire che erano due corpi e un’anima. Parlavano di tutto e sapevano ridere delle loro vite, dei loro sogni e di quanto fosse divertente stare insieme.
    Ne nacque un amore.
    Durante i loro viaggi, esploravano luoghi sconosciuti, assaporando ogni momento come se fosse unico. S’erano avventur
    La loro complicità si manifestava nei gesti quotidiani: un sorriso improvviso, uno sguardo complice, una mano che cercava l’altra, una risata contagiosa. Erano l’uno il rifugio dell’altro, e non avevano bisogno di niente per sentirsi completi. E così, tra una risata e un’avventura, avevano costruito il loro piccolo angolo di felicità nel mondo.
    Ma poi, si sa, i momenti belli durano quanto uno schiocco di dita. Le batoste sono dietro l’angolo a ricordare che la felicità non è di questo mondo.
    Ogni anno, Aldo e Maria, ritornavano nella loro spiaggia dai granelli di sabbia fine e dorata, lasciandosi cullare da quel mare dalle acque adamantine, bevendo alla luce del tramonto un Mojito e poi, aspettando i riflessi della luna e sotto un mare di stelle, cenavano in un locale che preparava dei manicaretti davvero deliziosi. Pareva che niente potesse stravolgere quell’amore così intenso. E invece un maledetto giorno, passeggiando in spiaggia e tenendosi mano nella mano, all’improvviso Aldo s’accasciò su se stesso come un burattino a cui avessero tagliato i fili. Maria lo guardò con occhi sbarrati e il cuore in gola.
    – Aldo, Aldo! – urlava Maria.
    – Per favore, qualcuno mi aiuti! – gridava Maria in preda alla disperazione.
    Alcune persone, attirati dalle grida, corsero verso di loro.
    – Chiamate l’ambulanza – continuava a urlare Maria che inginocchiandosi accanto ad Aldo cercava, in qualche modo di scuoterlo.
    Ma Aldo non poteva rispondere.
    Dopo quelli che sembrarono interminabili minuti, arrivarono i soccorsi. I paramedici caricarono immediatamente Aldo e tentarono di rianimarlo con defibrillatori e massaggi cardiaci, poi fu trasferito al policlinico “Santa Maria Goretti”.
    In ospedale, l’attesa fu interminabile. Da ore era in sala operatoria e il tempo sembrava essersi fermato.
    Finalmente l’attesa parve finire. Da una porta uscì un medico con aria seria e preoccupata e, senza tanti preamboli, comunicò a Maria che Aldo era stato operato d’urgenza con la diagnosi di pinealoblastoma, un tumore raro e aggressivo nel cervello e grazie all’arrivo tempestivo dei soccorsi, ce l’aveva fatta. Aldo era vivo. Occorreva fare solo una lunga riabilitazione e poi sarebbe ritornato alla sua vita di sempre come se niente fosse successo.
    Maria, dopo il primo periodo di sconforto, non sapeva se piangere o ridere.
    Si sedette sfinita sulla sedia e si rese conto che, nonostante tutto, il peggio era passato, ma tutti i suoi sogni parvero svanire.
    Dopo una prima fase di assestamento, Aldo cominciò a seguire la terapia. Doveva essere fatta tre volte alla settimana. Così Maria accompagnava Aldo in un centro dove persone specializzate si prendevano cura di lui. L’area più colpita era quella del linguaggio. Maria osservava speranzosa ogni piccolo progresso.
    Col passare del tempo, Aldo tornò gradualmente a padroneggiare le sue abilità.
    Ed aveva ragione. Aldo riuscì a recuperare alla grande e gradualmente ritornò alle mansioni di un tempo. Riprese il suo lavoro, anche se solo part-time.
    Era ritornata la bella stagione, quella degli amori estivi per eccellenza. Ed era ritornato il caldo afoso. Maria e Aldo ritornarono nella spiaggia dove era nato e cresciuto il loro sentimento.
    Camminarono sulla sabbia ancora calda, fianco a fianco, in silenzio, lasciandosi trasportare dai ricordi del passato e dai progetti del futuro, mentre il sole andava calando giù all’orizzonte, indorando il loro corpo di una luce splendente e quelle delle stelle che guardavano ruffiane.
    Avevano attraversato una tempesta e l’avevano superata.

  37. La strada della vita
    Percorro la mia strada,
    con il mio fardello accanto,
    a ricordo dei pianti sommersi
    nel silenzio delle lunghe notti.
    Dentro porto il peso di delusioni antiche,
    cicatrici indelebili,
    che nessuno può raccontare,
    inchiodate nell’anima
    resa dura dall’esistenza.
    Percorro solitaria la mia strada
    incontro all’amarezza della vita
    che fu un tempo dipinta di profumi,
    colorata di dolci sogni
    e speranze che ballavano nel vento.
    Lunga è la strada della vita,
    ma tra le maglie del dolore,
    una pia luce ancora brilla.
    È la speranza dell’amore,
    che attende la primavera
    e quando verrà
    i fiori del deserto
    torneranno a sbocciare!
    E intanto cammino per la mia strada,
    con il fardello accanto,
    memoria di pianti sommersi
    nel silenzio delle lunghe notti.
    Dentro porto il peso di antiche delusioni,
    cicatrici incise nell’anima,
    che nessuno può raccontare,
    inchiodate nel cuore
    indurito dalla vita.
    Procedo sola,
    verso l’amarezza dei giorni,
    un tempo intrisi di profumi,
    colorati da sogni leggeri
    e speranze danzanti nel vento.
    Lunga è la strada della vita,
    ma tra le maglie del dolore
    una luce gentile ancora brilla:
    è la speranza dell’amore
    che attende la sua primavera.
    E quando verrà,
    i fiori del deserto
    torneranno a sbocciare.
    Sezione A
    Accetto regolamento

  38. Il Natale di Alice

    Era la sera della Vigilia di Natale; Alice se ne stava al calduccio seduta accanto alla finestra, mentre fuori grossi fiocchi di neve cadevano sulla strada ormai imbiancata. La casa era satura di profumi appetitosi, e le voci allegre della nonna e della mamma risuonavano nella stanza, mentre correvano avanti e indietro dalla cucina alla sala, portando piatti ricolmi di pietanze di ogni genere.
    Era la prima volta che trascorrevano il Natale dai nonni, e Alice era davvero felice di quel diversivo. Solitamente erano loro a venire in città, ma sempre il giorno dopo Natale, mai prima, e lei si era spesso chiesta il perché.
    «Tradizione» le aveva detto un giorno la nonna con aria misteriosa, «quando sarai abbastanza grande capirai».
    Era così curiosa, che prima di partire,aveva cercato di estirpare il segreto alla mamma, ma non c’era stato nulla da fare. «Non voglio toglierti la sorpresa», le aveva detto sorridente, «ma ti piacerà moltissimo ne sono certa.»
    E adesso era lì, che si guardava attorno tutta soddisfatta. Nel grande salone era ormai quasi tutto pronto. Il fuoco scoppiettava nel caminetto accanto al grande tavolo apparecchiato con cura. La nonna aveva steso la tovaglia delle feste: rossa e ornata da luccicanti fili dorati. Al centro troneggiava un centrotavola con una candela rossa che profumava di pino, la cui fiamma tremolante dava vita a giochi di luce che si riflettevano sulla tovaglia.
    Tutt’intorno, vassoi pieni di golosità profumate riempivano l’aria della stanza invitando i commensali ad accomodarsi. C’era un invitante cappone arrosto circondato da patate dorate e croccanti; alcune fette di prosciutto crudo erano stese su spesse fette di pane nero imburrato, e poi salame, mortadella tagliata fine e salsicce gustose dalle quali saliva un profumo inebriante, mentre nel paiolo, sul focolare, il nonno rimestava la polenta canticchiando allegre melodie natalizie.
    Accanto al tavolo imbandito, il carrello dei dolci attendeva, carico di dolci appena sfornati: delizie che profumavano di zucchero e cannella calda, struffoli ricoperti di miele appiccicoso, torrone alle mandorle croccanti e un vassoio pieno di piccole meringhe che più tardi avrebbero tuffato nella cioccolata calda, da gustare rigorosamente accanto al fuoco. Le venne l’acquolina in bocca. Le sembrava impossibile che tutto quel cibo fosse davvero loro.
    Finalmente l’andirivieni rallentò, proprio mentre la nonna e la mamma ponevano un gran numero di cuscini e coperte calde sul grande tappeto accanto al fuoco.
    «Ecco qua, tutto pronto!» disse la nonna guardandosi attorno soddisfatta. Aveva le guance rosse e i capelli leggermente arruffati e imbiancati dalla farina, le davano un’aria stanca, ma gli occhi erano lucidi e colmi di eccitazione.
    «Ora mancano solo gli ospiti» soggiunse la mamma, scambiando uno sguardo di intesa con la nonna.
    «Svelta Alice, indossa il tuo cappotto caldo e non dimenticare i guanti di lana, fa freddo là fuori», ridacchiò la nonna.
    «Adesso? Ma è Natale!» chiese Alice imbronciata guardando con rimpianto la tavola imbandita.
    «Proprio così. Andiamo a festeggiarlo!»
    Uscirono per la strada tenendosi per mano. Il sole era ormai tramontato da un pezzo e l’aria era gelida, ma per le vie era tutto un luccicar di luci, festoni natalizi, chiacchiericci e canti. Alice ebbe l’impressione che una gran moltitudine di persone fosse scesa lungo le strade, in piccoli gruppi familiari, seguendo la stessa direzione.
    Quando giunsero al vecchio fienile, Alice vide le lanterne che illuminavano la stalla: non c’erano banchi né altari, solo volti e mani intrecciate, abbracci e sorrisi. C’erano il bue e l’asinello, e un bimbo di pochi mesi, tutto imbacuccato, che impersonava il Bambin Gesù. Accanto a lui, i genitori, vestiti come Maria e Giuseppe.
    Qualcuno incominciò a cantare piano e altri si unirono. Non era una canzone imparata a memoria, le parole sgorgavano dal cuore e inneggiavano alla nascita del Bambin Gesù. C’era chi ringraziava e chi restava in silenzio, ma non mancavano gli abbracci, le pacche sulle spalle e tutti avevano gli occhi lucidi.
    Alice sentì una gioia profonda nel petto: sapeva che quel momento era importante, non c’erano alberi di Natale adornati di luci, ma l’atmosfera era carica di emozioni e amore. Quando la festa finì, la gente si salutò con abbracci e auguri. Poi, piano piano, il gruppo si sciolse e ognuno prese una strada diversa, diretto verso una casa amica.
    Le porte si aprivano l’una dopo l’altra e in ogni casa c’era posto per qualcuno in più. Si entrava, ci si augurava Buon Natale, si lasciava un piatto e in cambio se ne riceveva un altro. Nessuno chiedeva da dove venisse il cibo: era di tutti, come la festa. In quel momento comprese perché avevano cucinato così tanto: in quella notte Santa si festeggiava l’amore e tutti erano amici, tutto era famiglia e unità.
    Abbracciò la stanza con lo sguardo, colma di gratitudine e in quel momento vide un ragazzino alto e magro. Doveva essere il fratto maggiore del bambinello ma chissà perché non lo aveva notato prima. Indossava un cappotto logoro e striminzito e in testa aveva un cappello che aveva conosciuto tempi migliori. Stava in piedi, accanto alla madre. Sulle labbra aveva un sorriso mentre guardava quanto accadeva con gli occhi grandi e timidi.
    Pensò ai nuovi giocattoli che l’attendevano sotto l’albero, avvolti in una bella carta patinata. Aveva atteso tutto l’anno quel momento, ma adesso sentiva che era giusto condividere la gioia che provava con chi era meno fortunato di lei. Senza dir nulla, prese da sotto l’albero il pacchetto più voluminoso e lo porse al bambino che la guardò meravigliato.
    «Questo è per te», disse con un sorriso. «Buon Natale!»
    Il bambino sorrise, e a quel sorriso ad Alice vennero in mente le parole della mamma: «Vedrai e capirai». Comprese che non parlava di feste, né di tradizioni, ma di qualcosa che scaldava il cuore: la condivisione, la fratellanza, l’amore che si dona senza aspettarsi nulla in cambio.
    Da quel giorno, il Natale sarebbe stato diverso per lei, perché sapeva che la gioia più grande nasce dall’aprire il proprio cuore agli altri.

    Accetto integralmente il regolamento sezione B

  39. Un arcobaleno nel buio

    A scuola parlano sempre di colori: “il pastello arancione”, “il mare blu”, “i fiori gialli”. Io li sento nominare come amici che tutti conoscono e resto in silenzio. «Il cielo oggi è azzurro limpido, ragazzi!» diceva la prof, e quella parola mi arrivava alle orecchie come un rumore vuoto. I compagni rispondevano pronti: «Ho la maglietta rossa!»; «Mi passi il giallo?»; «Le pareti sono bianche». Io sorrido, ma dentro ho una curiosità che graffia. A casa interrogo tutti. «Mamma, com’è il blu?» «È come il mare». «Ma il mare è freddo e rumoroso. Che risposta è?!»
    «Papà, com’è il rosso?» «È forte, Marco. È il colore della furia e del coraggio». «Ma la furia che sapore ha?» Silenzio. Percepivo il loro imbarazzo nell’aria ferma. Mio cugino Mino, un colosso di quindici anni, veniva verso di me con la sua figura rassicurante. «Marco, non si può spiegare. È un colore e basta». «E basta?!» La mia voce era brusca per la voglia di sapere. Tutti rinunciavano. Il mio mondo rimaneva nero e il loro, pieno di colori, non aveva finestre per me.
    Io vedo sempre nero. Non perché chiudo gli occhi; anche quando li apro è come quando spegni la luce e ti infili sotto la coperta. Solo che per me la luce non si accende mai. Mia sorella dice: «Un giorno lo capirai». Allora mi arrabbio: «Lo voglio capire adesso!»
    Un sabato pomeriggio usciamo. Fa caldo, c’è profumo di terra. Sento un rumore fortissimo, come uno sciame di insetti. «Cos’è?» «Un tagliaerba», risponde papà. L’odore mi colpisce all’improvviso: penetrante, mi punge il naso e arriva in gola. «Perché ha questo odore?» «Perché falcia l’erba», mi dice il giardiniere. «Il verde è così». Il verde… Respiro forte. È come riempirmi la bocca di acqua gelata. Finalmente capisco: il verde è quella cosa lì! È quel colore dall’odore forte! Non è vuoto, è vivo. Mi pareva di aver trovato un tesoro. Da quel momento inizia la mia ricerca.
    Il giallo lo scopro con il nonno. Mio cugino mette una lente al sole e la punta sul mio braccio. Sento il caldo, poi scotta da morire! Lancio un urlo. È stato come una siringa con il medicinale che brucia quando ho la febbre. «Questo è il sole», dice lui. «Questo è il giallo». Tiro via il braccio: «Non mi piace! Il giallo punge!» Ho capito che non tutti i colori sono amici.
    Il bianco arriva in montagna. Il mio amico Franco mi porta con sé prima di Natale. Di notte sento uno strano picchiettio sul tetto, come quando le dita tamburellano sul tavolo. La mattina l’aria è gelida. Esco e cado in avanti. D’istinto apro le mani e affondo in qualcosa di soffice che scrocchia e ghiaccia le dita. «Questa è neve, Marco. È bianca». Bianco… Mi sembra di toccare il silenzio. Morbido come una carezza.
    L’arancione lo incontro a casa. Mia sorella sbuccia un mandarino e uno spruzzo mi colpisce l’occhio. Brucia e sa di frizzante. «Ahi!» grido. Lei ride. «Questo è l’arancione». Allora penso che l’arancione sia un dispetto buono: punge, ma lascia un bel profumo.
    Il rosso mi sorprende a scuola. Intervallo. Merenda. Giulia, una compagna dai capelli lunghi e morbidi come seta, mi dà qualcosa di tondo e peloso. «Assaggia». È morbido, dolcissimo. Sa di zucchero succoso, che si scioglie e diventa liquido. «È una fragola. È rossa». Rosso… Un colore che si assapora e ti fa sorridere. Ho deciso: il rosso è il mio preferito.
    Poi arriva il blu. Una sera sul balcone il vento mi porta un suono all’orecchio, come una conchiglia. Papà dice: «È il cielo, è blu». Blu… Allungo le braccia: è profondo, lunghissimo. Non finisce mai, come il respiro quando corri e non ti fermi.
    Il viola lo scopro da mia zia. A casa sua c’è un armadio dove conserva i vestiti per l’inverno e dice che la lavanda secca li protegge. Non appena lo apre, una valanga profumata mi entra nel naso: dolce, calma, ti fa quasi venire sonno. «Questo è il viola», dice. Viola… E io penso che il viola sia un caldo abbraccio che ti fa addormentare.
    Il marrone è il pane caldo. Una mattina, mamma lo sforna e me lo fa spezzare con le mani. Crosta calda e dura, dentro molle e tiepido. «Questo è marrone». Marrone… Allora so che marrone è il colore che ti sazia, che ti riempie la pancia e la vita.
    Il nero… lo conoscevo già. È il mio primo compagno. Ma adesso non è più solo. Ha fratelli, sorelle, amici. È un punto di partenza. Per l’anniversario dei miei genitori decido di fare un regalo. «Dammi i pennelli». Mia sorella ride, ma me li porta. Bagno le setole nei barattoli. Verde di erba fresca, rosso di fragola dolce, bianco di neve morbida, blu di cielo infinito, giallo di sole scottante, arancione di mandarino dispettoso, marrone di pane fresco, viola di lavanda sonnolenta. Li metto insieme a strisce grandi. Ho le mani appiccicose e il cuore a mille. «Cos’è?» chiede papà. «Un arcobaleno», rispondo. «Io l’ho visto. A modo mio». Ero contento. Il mio nero non era andato via, ma ora respirava, racchiudendo tutti gli altri colori. Il mio mondo era scuro, ma non era più vuoto.

    sezione b, accetto il regolamento

  40. Sezione A – Poesia
    Titolo: Il pozzo

    Dietro il muro di pietra nessuno lo cercava più,
    il bordo coperto dall’edera,
    l’erba tra le crepe.
    Un tempo le mani conoscevano la strada.
    Ogni giorno un secchio
    calava nel buio a cercare l’acqua
    e tornava.
    Oggi il pozzo tace.
    Custodisce soltanto foglie cadute,
    ombre,
    stagioni.
    Un raggio di sole,
    un riflesso.
    Non so se sia acqua.
    Ho solo luce,
    eppure oltre la pietra qualcosa resiste.
    Oltre gli anni la terra continua a ricordare.

    Con la presente dichiaro di accettare integralmente il regolamento del Contest letterario “Cronache in versi”.

  41. Poesia russa “Slovo”
    Canto del popolo russo che combatte e risorge
    Contro gli ucraini invasori della “Madre Patria”
    Sorgi o mia terra, amata patria prediletta da Dio.
    A Kulikovo la montagna di ossa bianche calcinate dal sole,
    indurite dal morso del tempo freme-
    Gli antichi guerrieri, portatori di nomi gloriosi, ricompongono i loro scheletri al canto dello
    Slovo o polku Ihorevi
    Le bianche nudità si ricoprono di carne, sangue, volontà.
    In piedi, i valorosi mai vinti, volgono lo sguardo verso l’infida Kiev alleata dei cumani, balti e romani. E come una notturna cavalcata selvaggia si precipitano alla lotta. Li guida “Domina Morte” pronta a mietere con la falce d’oro le anime dei nemici.
    Uniti ai cavalieri, Vampiri, Demoni,
    Stregoni, dannati, male anime evocate dagli sciamani, lupi mannari e fate dei boschi e delle fonti, accorrono e si preparano a difendere la “Madre Russia”.
    A nulla varranno gli sforzi dei benandanti armati di rami di finocchio o dei pope armati di croce,
    o le preghiere delle pallide vergini in cuore pronte a darsi alla possanza dei variaghi.
    Sorgi popolo russo. Richiama i figli dispersi e unito Passato e presente nel tuo Santo Nome,
    trionfa su tutta la terra. >>
    Derzhat’ Slovo Con fede mantenere la promessa.
    La notte a Krasnojarsk era fredda e senza luci. Anche il carbone era finito. Sagrin attendeva notizie dal comando supremo o da quello che ne era rimasto dopo l’abbandono di Mosca alle forze del “Patto Ucraino”. Intorno a lui, scaldandosi con una gamella di thè nero e forte corretto da qualche goccia di vodka, i reduci sopravvissuti del reggimento Preobanschanski, per l’ennesima volta ritornavano col pensiero all’inizio della così detta “Operazione Speciale” in Ucraina. Erano partiti fieri e motivati. Sicuri di dover difendere la popolazione russa che ai tempi di Stalin era stata tradita e ceduta all’Ucraina. Non che gli ucraini non fossero Piccoli Russi secondo la tradizione, ma come avevano imparato a scuola, si erano nei tempi passati alleati ai mongoli di Gengis Khan contro la Rus’ di Mosca Vladimir e Riazan.
    Erano gli stessi ucraini che si erano alleati con i “Cavalieri Teutonici” e la “Federazione lituano -polacca” contro Mosca.
    Erano gli stessi che alleatisi con l’atamano cosacco Khelmnicki avevano messo a fuoco la Galizia, la Podolia e la Bielorussia. Traditori nell’anima, gli ucraini si erano alleati con i turchi e gli svedesi contro lo Zar. E infine, e qualcuno ancora vivente ricordava i reggimenti di SS ucraine al servizio dei nazisti.
    Così partimmo per quello che consideravamo una giusta punizione da somministrare ai Kievani.
    Mala sorte ci incolse. I nostri generali si mostrarono degli incapaci e non si accorsero della trappola che ci avevano teso gli americani e la Nato.
    Armi, munizioni, mezzi blindati, aerei, erano stati per anni riforniti all’Ucraina. Nascosti attendevano di colpirci, Migliaia di soldati furono addestrati all’estero pronti ad entrare in Ucraina per attaccarci,
    Basta ricordare decise Sagrin.
    Meglio organizzarsi per l’ultima resistenza.

    Accesa una sigaretta, tirato una boccata profonda e tossito, la recluta, un ragazzo alto e ben nutrito imbacuccato nella calda uniforme dei tiratori siberiani, gli aveva raccontato di provenire da Tobolsk. Poi aveva chiesto a Sagrin di spiegargli esattamente cosa fosse avvenuto. A sedici anni sapeva solo che il presidente Putin aveva dovuto invadere l’Ucraina per evitare che le truppe della Nato e delle nazioni d’Europa, appoggiate dai fanatici musulmani, dilagassero in Russia. Gli ucraini, i maledetti avevano tradito e si erano uniti agli invasori. Così come avevano fatto i Baltici e Polacchi, i Rumeni e gli Ungheresi. Così, gli invasori avevano preso Mosca e catturato il presidente Putin, lo avevano fucilato sulla Piazza Rossa assieme a tutto il governo.
    Ora aveva sentito che dalla nazione distrutta, sfasciata, occupata, un gruppo di militari non si era dato per vinto. Decisi a proseguire la lotta, avevano creato un nuovo esercito a difesa della Siberia.
    Sagrin confermò. .
    Il giovane Roman, questo il nome del ragazzo, assentì e rispose <>
    L’ufficiale si commosse. Dunque, lo spirito della Santa Madre Russia non era morto. Dette un buffetto al ragazzo e gli offrì metà dell’ultima aringa rimasta. Il colonnello Leonovich detto il monco a causa della bomba polacca che lui aveva preso in mano per allontanarla dai civili rifugiatisi nella cantina e che gli era scoppiata in mano, fece il giro delle guardie e mise tutti a dormire. Al mattino, Sagrin si accorse che Roman aveva tutta la notte dormito, abbracciando un qualcosa avvolto in una stoffa a strisce bianco blu rosse. Quel qualcosa non era il fucile che il ragazzo aveva appoggiato sulla sedia assieme al mantello.
    Quale che sia il momento, si è sempre curiosi. Curioso in quel mattino freddo e bianco di neve era Sagrin, o meglio, il tenente Sagrin, ultimo comandante del ricostruito reggimento di cosacchi siberiani, i soli sopravvissuti della divisione di uomini valorosi sacrificatisi per difendere la popolazione di Kazan sul fiume Volga, chiese cosa contenesse il pacco di Roman.
    Per tutta risposta, il ragazzo sciolse i nodi e stese il tessuto che Sagrin capì subito doveva essere un pezzo di bandiera con i colori imperiali. <>.Il ragazzo sorridendo orgogliosamente, estrasse dal pacco una spada cosacca chiusa nel fodero.<>.
    Attese un cenno di Sagrin e poi continuò: <> Roman si era commosso. In fondo è poco più di un ragazzino pensò il comandante. Roman continuò: <>.
    Sagrin sorrise perplesso e un pochino scettico, ma poi pensò: <>
    Sentì la radio comunicare che truppe del Patto Ucraino si avvicinavano sempre più alle loro fortificazioni.
    <> erano pensieri deprimenti. <>!gridò ai suoi soldati che stancamente raggiunsero le trincee.
    Sporchi, laceri, affamati ma ancora bene armati, si prepararono alla difesa del ponte
    che conquistato, avrebbe permesso ai militati del Patto Ucraino di irrompere nelle vaste piane della Siberia e raggiungere Vladivostok.
    Per incoraggiare i soldati russi, il tenente ordino ai due trombettieri rimasti di accompagnare il tenore Komrov che doveva a piena voce cantare “l’Addio di Slavianka”, l’inno dei padri.
    Di fronte ai russi che ora tutti all’unisono cantavano, i vendicativi ucraini, gli sprezzanti baltici, i rinati germanici, i presuntuosi americani e tutti i loro servi europei si preparavano all’assalto finale. Mescolati senza ordine, carristi, fanterie, corpi speciali, volontari pregustavano la vittoria finale.
    Dalla trincea dove aveva fatto rifugiare i suoi uomini, il tenente Sagrin vide un bagliore forte come un fulmine apparire sopra i soldati russi.
    La spada di Roman dalla lama di damascato acciaio e l’impugnatura in oro, puntata verso il cielo, sembrava circondata da globi luminosi. Sentì il ragazzo che alzata al cielo la spada urlava <>. Bah, prepariamoci a morire, siamo uno contro mille. pensò Sagrin.
    Poi una tempesta di suoni scese dal cielo, seguita dalla visione di immagini dei corpi dell’esercito, che nelle uniformi di un tempo si radunarono dietro a Roman e avanzarono seguendo la gloriosa bandiera imperiale con l’immagine di San Giorgio che ora sventolava, colpita dai raggi di sole nel cielo del mattino. I tiratori siberiani, i reggimenti di Kazan, le guardie di San Pietroburgo, i cosacchi con le spade roteanti, le truppe dell’armata rossa, i dragoni di Novgorod, i reggimenti di Chetoso e i fanti di Pietro il grande, urlarono tre volte <>. Poi tutti avanzarono seguendo Roman e la spada. La marea umana multicolore per le diverse uniformi, questo esercito dello spirito, testimone dalle glorie passate, fendé le truppe del “Patto Ucraino” come una violenta mareggiata che scombussola il bagnasciuga. Piene di terrore, le truppe del “Patto Ucraino” fuggirono abbandonando armi, carri, equipaggiamenti. Lasciarono Mosca e impauriti si rifugiarono nelle piane ucraine, e infine raggiunsero Kiev.
    Alla sera sul terreno fu pace. Solo i pochi soldati che difendevano le trincee erano rimasti. Degli eserciti che avevano messo in fuga il nemico non vi era traccia.
    Trovarono la spada di Roman infissa nella terra.
    Erano tutti stupiti e increduli. Molti si inginocchiarono, si segnarono e pregarono.
    Allora una ragazza alta esile e bionda, prese la balalaika e cantò la bylina, quel canto epico russo
    che avevano sentito ma mai capito.
    <>

  42. Canto delle partigiane ebree
    Fuggiamo sorelle dalle mura di questo ghetto. Fuggiamo nelle verdi libere foreste.
    Ecco sorelle, invece di catene, le mie mani impugnano un nuovo fucile.
    Amato mio, baciami. Carezza la mia gola, stringi le mie spalle e sorridimi.
    Vado in missione. Oh, da oggi sarò un corpo solo fusa col mio fucile.
    Sorelle mie, donne! Siamo poche di numero, ma valiamo come fossimo milioni.
    Nelle colline, nelle città e nelle valli, distruggiamo i ponti e sterminiamo le brigate dell’invasore.
    I fascisti tremeranno, non sapendo quando e dove noi, partigiane ebree compariremo.
    Siamo la tempesta punitrice che sale dalla terra offesa
    La parola Vendetta è la condanna dei nostri nemici, se siamo pronte a scriverla col nostro sangue.
    Combatteremo sino alla fine e non saremo GLI ULTIMI MOHICANI perché sopravviveremo.
    Noi donne partigiane, noi ebree partigiane, porteremo il raggio di sole che spezzerà le tenebre,

  43. Seziona A accetto il regolamento

    Bacia e non ci sarà più freddo.
    Cadono i pensieri come gocce di pioggia fredda. Scalda con il tuo alito la bocca che ti bacia. Scambiatevi l’anima, connettete le idee reciprocamente e arriverà il sole come guerriero di fuoco
    sul carro divino d’Amore.

  44. Sezione b accetto il regolamento

    Quali possono essere le oasi estive di una piccola città di provincia dove i pregiudizi contano più dell’oro e le chiacchiere più del denaro in contanti? Forse la biblioteca, piena di gente Bacia e non ci sarà più freddo.
    Cadono i pensieri come gocce di pioggia fredda. Scalda con il tuo alito la bocca che ti bacia. Scambiatevi l’anima, connettete le idee reciprocamente e arriverà il sole come guerriero di fuoco
    sul carro divino d’Amore., asfittica e filiforme con lo sguardo perso apparentemente sui libri e la testa china, pallida, informe, distorta e scostante da tutto o la piscina in collina che ti fa credere di essere al mare e di poter dimenticare l’afa emiliana fra un tuffo e una vasca di chi possiede la cafoneria strafottente del nuotatore garbato ed elegante, nei modi ostentati di dare bracciate liberatorie e potenti. Credersi ricchi e affermati per l’asciugamano firmato steso poi in bella mostra sulla sdraietta aperta sotto un ombrellone di paglia sbiadita che aspetta il corpo disinibito e pure volgare, bruciato da un sole ferino e crudele, è tutt’uno col senso di angosciosa rivincita sul mondo velleitario e guerrafondaio.
    Oasi di che cosa? Sono oasi di sabbia colorata e sottilissima, quelle che appaiono nel luccichio della calura estiva a una cert’ora del giorno dove regna l’impermanenza dei monaci buddhisti, un’ impermanenza impalpabile al tatto ma che si può percepire quando il sole tramonta più tardi del solito o nasce nell’ alba primordiale. Ĺe colline appena fuori città sono il riassunto di qualcosa di essenziale e allo stesso tempo di sogni mistici rievocativi e potentissimi. L’aria fresca accarezza le membra infiacchite e ridona un poco di lucidità alle teste calve ripiene del chiacchiericcio lugubre e crudele del perbenismo di chi lavora tre giorni su sette. È osceno pensare di quanto schifo sono capaci nell’ abbattere e umiliare chi è fragile e vinto dalla vita, ubriachi di non senso e cattiveria gratuita. Su queste colline pare sparire l’odore di spazzatura dimenticata fuori dai cassonetti e la caligine mesta che scende come pioggia battente e incessante sulle vite di ognuno. In collina è facile svanire alla destinazione ostile del tutto quando si cerca la salvezza, l’ossigeno e l’orgoglio quotidiano del vivere in città anche nel periodo più torrido dell’anno. La sottile linea di confine fra l’insensato e il sensato, fra il sano e l’insano, fra l’indistinto e il distinguibile, in collina viene ridefinito continuamente dal marcare del tempo, dallo svanire dei dubbi, dal movimento del vento estivo e dalle ore che non passano mai. Poi ci sono i cinema estivi con i film dell’anno che rubano l’anima a un morto. Il buio che pervade gli schermi illude a una prospettiva di vita migliore anche se è un inganno, peggio ancora una distorsione dannata della realtà o un trucco mentale lento e tardivo. Ma come si fa a vivere così, alla ricerca perpetua e incessante, di un’ oasi estiva che ci mostri l’ impermanenza dei monaci buddhisti, che ci consoli delle nostre piaghe e ci sollevi dai nostri pensieri bui, che ci dica che cosa vogliamo e dove andiamo, chi vorremmo incontrare nei nostri sogni agitati, cosa salveremmo poi di noi stessi, in realtà siamo tutti sull’orlo di una crisi di nervi bestiale per lo svegliarsi della coscienza da un sogno cruento ed antico.

  45. NODI NEL LEGNO (sezione B)

    Questa mano che stringi non è sempre stata così.
    Un tempo era forte, veloce, impaziente. Costruiva, cadeva, si rialzava senza pensarci troppo. Non aveva rughe, ma aveva fretta, sempre fretta. Credevo che il tempo fosse una strada lunga, infinita, ma l’ho percorsa quasi tutta, fermandomi raramente a guardare.
    Ogni ruga che vedi è un giorno vissuto, ogni macchia è un errore o forse una lezione arrivata troppo tardi. E queste vene, sono i sentieri che ho percorso, quelli giusti e quelli sbagliati, che ora si vedono tutti insieme, come una mappa che però non servirà a nessuno.
    Tu mi tieni la mano, e io mi chiedo: quanto di quello che ho imparato riuscirò davvero a lasciarti?
    Sai, invecchiando, si parla tanto. Si racconta, si ripete, si avverte, pur sapendo che le nostre parole scivolano via, come acqua tra le dita. Non perché non siano importanti, ma perché il tempo si capisce solo quando comincia a mancare. E allora, ogni generazione riparte da capo, inciampa negli stessi sassi, si perde negli stessi boschi. È così da sempre, ma non è una cosa triste, è solo il modo in cui la vita insegna, perché certe verità non si possono ereditare, si devono attraversare.
    Lascia che ti racconti una storia.
    Ero giovane, molto giovane, avevo un lavoro che mi sembrava il centro del mondo, una responsabilità che credevo definisse chi ero. Un giorno, qualcuno che amavo mi chiese di restare.
    “Solo oggi,” disse, “Resta con me.”
    Ma io avevo fretta. Sempre quella fretta stupida, convinta che ci sarebbe stato un domani identico, pronto ad aspettarmi e scelsi di andare.
    Quel “Solo oggi” non è mai tornato.
    Non ci fu una seconda occasione, non ci fu modo di rimediare. La vita, a volte, chiude le porte senza fare rumore e tu te ne accorgi solo quando provi a riaprirle. Da allora ho capito una cosa che nessuno mi aveva insegnato: non tutte le assenze si possono colmare, e non tutti gli errori si possono correggere. Alcuni restano lì, come un nodo nel legno, a ricordarti che sei stato umano ma che avresti potuto essere migliore.
    E sai qual è la cosa più strana? Se qualcuno me l’avesse detto, se qualcuno mi avesse avvertito, probabilmente non avrei ascoltato. Per questo non mi arrabbierò se un giorno non capirai le mie parole. Fa parte del viaggio. Ma magari, quando sarai davanti a una scelta simile, sentirai qualcosa, un’eco lontana, e forse esiterai un secondo in più.
    A volte basta quello.
    Eppure, io continuo a parlare. Continuo a sperare che almeno una parola, una soltanto, resti con te quando non ci sarò più. Quindi, ascolta questo, che viene da lontano, da un uomo che forse ha capito prima di me:
    Vecchio sentiero
    le orme restano impresse,
    ma il vento le ignora.
    Capisci? Le strade che percorriamo lasciano segni ma non è detto che qualcuno li segua. E va bene così.
    Perché ora, in questo momento, la cosa più importante non è il passato, né il futuro.
    È la tua mano nella mia.

    Marcella Donagemma
    accetto il regolamento

  46. D’IO… (apostrofo spigoloso) – (Sezione A Poesia)

    Una candela,
    tre candele

    il dolore di una sete
    il vuoto intorno al respiro

    Ogni giorno a sopravvivere
    senza scopo
    se non l’ossigeno

    la memoria a tranciare
    processi di realtà infinita
    nessuna vita oltre la vita

    Piego il corpo
    perché l’anima è assente
    forse mai neanche presente

    scaldo l’aria in un fiato invadente
    fisso il calendario scorrendo la sequenza armata del tempo

    Davanti ai miei occhi
    solo incroci perduti di santi dimenticati ogni giorno
    tra sacrifici e resurrezioni distanti lo spazio di un piccolo segno

    divisi e mai uniti
    divisi ma mai distanti
    divisi da mai

    perché Dio e D’Io
    sono cellule parallele

    nutrite di Istanti.

    Maurizio Alberto Molinari (c)
    accetto il Regolamento

  47. Il rifugio in cui credevo.

    Ho trascorso la vita
    a rincorrere l’amore,
    un sogno,
    una favola.
    Adesso mi ritrovo da sola
    in un mondo
    carico di odio,
    che non sa piu amare.
    Pensavo di aver trovato
    il mio rifugio segreto,
    lontano da tutto.
    Ero la sola a crederci.

    Beatrice Di Paola
    sez. A accetto il regolamento

  48. Occhi di bambola
    Partecipo sezione a. Accetto il regolamento

    Guardi con occhi di bambola
    ancora pronunci nome,

    prendi la mano
    per un saluto
    cerchi ancora contatto

    È incerto il tuo passo
    in un tempo scaduto
    che avanza lesto

    vacilla la mente
    nella nebbia che incombe

    in che mondo sono
    emozioni e ricordi ?
    Occhi di bambola
    ora fissano il vuoto
    Eppure sorridi
    nel tuo mondo incantato
    Chissà se pensi
    A quello che eri

    Chi sei?
    Chi sono?

    D’amarezza è pregna l’ anima

    Siamo niente
    In questo universo

  49. Dall’altro capo del letto c’era il comodino. Nel cassetto , come un forziere misterioso, si trovava l’Indigo-Key. Più che un device era un prototipo.
    In quella stanza d’albergo dormiva Mr Rush, tra lenzuola bianco latte e sinapsi disturbate da una flebile onda sonora. Non tutte le camere ospitavano un teleschermo.
    Malgrado tutto la propaganda non aha antidoti. S’era fatto una dormita pazzesca e sarebbe stato pronto a ruggire.

    L’Employer della MoonShift Agency stava ispezionando la cabina di drenaggio. Quegli ambienti, quelle piscine avevano problemi di usura.
    Dal canale principale -invisibile sulla piantina ufficiale- aveva trovato una falla millimetrica. Meno vistosa di un chicco di melograno.
    In realtà era stato il suo Scanner Ottico a notare anomalie. C’era da chidersi se la cabina di drenaggio fosse stata a norma.

    A Mr Rush non restava che svegliarsi, aprire il cassetto e controllare l’Indigo-Key. Non era affatto semplice. <>.
    Mr Rush non era uno Sherlock. Dal suo orologio intelligente, al polso buono, comparve: 3,1415. <>.
    A volte l’unico modo per trovare qualcosa è cambiare stazione radio, scavare come un archeologo, bere caffè senza zucchero.
    Per configurare l’Indigo-Key era necessaria una sequenza di codice alfanumerica. Ma i piani alti decisero di aggiungere un secondo livello: l’impronta digitale.
    <>. Dopo il WC, aver fatto il narciso bastardo davanti allo specchio, accarezzato le palle come Penelope e la sua tela,
    si trovò a fare colazione. Per inciso: non necessariamente in quest’ordine.
    Mezz’ora più tardi si trovava presso la Hall. Facendo mentelocale erano passati più di cinque anni dai Grandi Licenziamenti per l’Automazione Totale.
    Era rimasta solo una receptionist in carne e ossa e cinque suoi colleghi in forma d’ologramma.

    Accetto il regolamento, sez. b

  50. accetto il regolamento, sez. a

    Per come io ti vedo

    Potresti essere me o tanti altri
    un sintomo che segnala roba scritta
    l’asta d’una bandiera ammainata
    uno specchio ossidato preso a calci
    nel quale ormai si vedono le ombre.
    .
    Io so d’averti visto molte volte
    e di aver messo spesso tuoi vestiti
    di aver frugato dentro le tue tasche
    macchiandomi d’inchiostro e di tabacco.
    .
    Ricordo bene quei pantaloni corti
    quella camicia ridicola macchiata
    la timidezza indomita di un bimbo
    pieno fino all’orlo di segreti
    e di miseria che non è mai passata,
    .
    Io per fortuna avevo gambe forti
    capelli ad onda lunghi fino al collo
    un buon sorriso, delle belle labbra
    e, soprattutto, ti piacevo tanto.
    .
    Non era certo amore (penso)
    ancora non osavo innamorarmi
    ma tu eri pronta e te ne andasti
    presto.

  51. Pettegolezzi
    A Gardone la vita trascorre tranquilla. Le mamme accompagnano i figli a scuola e i mariti si recano al lavoro. Alcune famiglie abitano in villette a schiera: arrivare a fine mese è faticoso, ma i coniugi non gradiscono che le mogli contribuiscano al reddito. Così, capita che gli uomini abbiano due o tre occupazioni. Terminate le faccende, alcune massaie si incontrano a rotazione nelle case delle vicine per scambiare due chiacchiere e parlare di ricette e di figli.
    Un giorno, in uno di quei villini, arriva un camion dei traslochi. I facchini iniziano a scaricare ogni ben di Dio, creando un fracasso esagerato. Attratte da quel frastuono inconsueto, le donne accorrono alle finestre e, scostando le tendine, una di loro esclama: «Avete visto? Chi sarà la proprietaria di così tanta roba?» «Marisa, sarà la solita donnina allegra che se ne andrà da qui a una settimana, portando al rione, e ai nostri figli, solo turbamenti e pensieri impuri.»
    Le donne ritornano in salotto, riprendendo il cicaleccio interrotto. Dopo circa mezz’ora arriva Caterina. «Ciao fanciulle, avete adocchiato lì fuori? La residenza qui accanto sta per essere abitata. Ho visto un arredamento alquanto eccentrico, per non parlare dei dipinti… e poi Tony mi ha rivelato…» «Chi? Il figlio di Antonio, il venditore in bicicletta, oppure il panettiere?» «Quello che va in bici a vendere prodotti per la casa. Dovevo comprare la varechina per le macchie dai pantaloni di Lino: quando mi riporta la tuta dall’officina ha certe padelle!!! Nonostante le sfreghi prima con la lisciva e poi con il Persil, rimangono intonse. Sembra mi facciano marameo.» «Dai… allora, cosa stavi dicendo della nuova?» «Come sei curiosa, Marisa. Dicevo: Tony, frequentando ogni giorno molte case, si ferma anche in alcune dove la servitù racconta a volte verità inimmaginabili. Per farla breve: confermo che è una donna, un’artista. Dicono sia una tipa viziosa. Così mi ha riferito. A dire la verità non so neppure cosa significhi.» «Vedi? Avevo ragione. Quella mobilia è troppo vistosa, e deve avere anche un sacco di denari.»
    Frattanto, la porta d’ingresso si apre con irruenza. Le donne si voltano e il gelo invade tutto. Il marito di Caterina fa capolino sull’uscio: «Vieni a casa. Subito. Queste ti montano la testa. Ti avevo pregato di non frequentarle. L’avete capito che siete delle umane di secondo livello? Anche Mussolini vi ha ritenute meno intelligenti di noi uomini. Siete buone solo a spettegolare. Non capite niente. Dai, muoviti: andiamo.»
    Imbarazzata, Caterina si infila il lungo cappotto e calza la cloche fino alle sopracciglia, forse per nascondere il rossore che le ha invaso la faccia. «Devo andare» sussurra.
    Stanno per uscire quando Lino ritorna in sala e, con supremazia, annuncia: «Dimenticatevela. Non la rivedrete mai più.»
    Dopo che la porta si è chiusa, il disappunto sale a dismisura. «Non possiamo soccombere. Dobbiamo farci valere. Non possono trattarci come animali e disporre delle nostre vite!» «Marisa, cosa fai alla finestra? Non farti vedere da quell’idiota di Lino, altrimenti se la prende con Caterina.» «Sto guardando: i facchini stanno scaricando il secondo camion… venite!»
    Le donne corrono dall’amica. «Che Dio ci perdoni. Non possiamo osservare quella sconcezza» mormora Paola, facendosi il segno della croce. «Che sarà mai? Anche tu sei fatta così: hai le tette, la farfallina e il culo. È solo un dipinto… e che dipinto! Avete visto che colori e che curve?» «Allontanati da lì, altrimenti questa sera verranno a bussare alla mia porta perché curiosiamo nei fatti degli altri» interviene acida Marisa. «Paola smettila di segnarti. Vuoi ribellarti e poi vedi un nudo identico al tuo, perché anche tu sei bella soda e tornita come quella, e ti blocchi?»
    Intanto la luce del giorno lascia sui viali ombre lunghe, come le amiche che, avendo iniziato il discorso dell’emancipazione, di ombre ne hanno seminate assai. «Facciamo silenzio. Ascoltate questa musica.» «La conosco: è Beethoven oppure Wagner, li confondo. A casa di mio cugino c’è solo questo tipo di melodie.»
    Maria si alza e di nuovo scosta la tenda per vedere se è arrivato suo marito. Abita nella casa di fronte ed è quasi ora di rientrare: deve preparare la cena. «Secondo me arriva dalla vicina. Si vede la luce che proviene da una stanza… ora però si è spenta.» «Pettegola, sei proprio una comare. Vai a casa che è meglio, prima che arrivi qui anche tuo marito.» «Hai ragione, ora vado: si è fatto tardi. E comunque non sono pettegola. Sto guardando la macchina più bella che abbia mai visto.»
    Le altre lasciano di corsa le logore poltrone per accorrere di nuovo al vetro, che ormai ha le tendine sgualcite. «Che auto è? Mi piacerebbe averne una… anzi, guidarla.» Poi, stropicciando gli occhi, esclama: «Ma è una Bugatti… e quella che sta scendendo è…» «Sì, è una donna. O Signore, proteggici da queste cose. Fa’ che non conosca quella brutta persona che guida quell’auto» sussurra Paola, correndo a sedersi e sgranando il rosario. «Sì, è proprio lei. Accidenti che tipo: quella sì che è una gran femmina. Ora no, perché è tardi, ma domani voglio conoscerla. Avete visto le volute attorno? Per me stava fumando.» «Allontanatevi da lì, vi prego. Io invece domani vado da Don Ettore e gli chiedo se può allontanarla dal quartiere: al mio Marcellino non fa bene vedere certe cose.» «Ma quali cose! Quella sa il fatto suo, e quel vestito le dona moltissimo.»
    «Adesso basta. Fuori da casa mia. Andatevene. Mi spiace, ma non possiamo più vederci: questi discorsi non mi piacciono. Ora pregherò anche per voi.»
    La corpulenta padrona di casa si avvicina all’attaccapanni di legno e consegna alle amiche i loro indumenti, poi apre la porta facendo loro segno di uscire. «Sei proprio una poveraccia. Domani, col collo torto, curiosa dalla finestra e vedrai che entrerò in quella casa… e magari mi farò pure un giro in auto.» «Fuori. Addio.»
    Dal viale un ragazzotto arriva pedalando; vedendo la madre sull’uscio accelera. «Mamma, mamma, l’hai vista?» «Entra e non guardare. Domani andiamo a confessarci. Fila dentro, adesso.»
    Isabellag. Accetto il regolamento, sez. b

  52. Guardavo i tritoni
    nella città dove sono nata
    ho cominciato a scrivere
    del niente dentro l’acqua di fontana
    l’ispirazione sulle pietre
    in un cortile interno
    tolgo un oggetto alla volta
    quando il vento è propizio
    la valigia da disfare –
    un bazar domenicale
    ma a me piace
    l’odore dei treni
    sulla gonna
    sulla pelle
    e nello stomaco
    che dorme ancora,
    sarebbe un peccato
    lavarsi la memoria.

    Sezione A
    Accetto il regolamento

  53. Ricordi di te

    Nei silenzi del tempo che scava ferite,
    il tuo nome risuona come eco lontana,
    frammenti di luce intrappolati nel vetro
    dei miei pensieri che non si fermano mai.
    Le tue mani, ombre sul muro dei ricordi,
    sfiorano ancora l’aria che respiri altrove,
    e nei sogni il tuo riso si fa foschia lieve,
    un velo sul cuore che ti piange piano.
    Ogni passo del mio andare è il tuo riflesso,
    smarrito nei vicoli della vita quotidiana,
    dove appare il tuo sguardo, eterno e fugace
    vivo per sempre, anche se impalpabile.

    Sezione A
    Accetto il regolamento

  54. Occhi innocenti

    Indosserò camicie a fiori, occhi innocenti
    cercando il tuo sentore come un cane
    segue le piste di ossi inverosimili
    di amori fatui come di carta crespa.

    Procederò intento sulla strada
    incespicando in mormorii di gente
    fa niente, raccoglierò il fiato che m’avanza
    e me ne andrò sbandando solo un poco
    bramando indizi dal mio cuore allocco
    sciocco ingranaggio che batte dopo tutto
    mentre quei fiori sono ormai disfatti
    così che gli occhi, ora, guardano altrove.

    Sezione A
    Accetto il regolamento

  55. Teresa Argiolas
    sezione A Accetto il regolamento Parole mute

    Parole mute
    urlate senza voce
    trasportano in silenzio
    un dolore che nessuno
    può lenire
    Parole mute
    per rispettare
    un dolore che nessuno
    può capire
    Parole mute
    per non violare
    l’intimità di quel dolore
    che non può essere
    condiviso
    Parole mute
    incise nel cuore per
    cercare di sopravvivere
    a questo grande
    dolore

  56. Il mio primo volo

    Riunione alle sei di sera, quando avrei già dovuto aver finito il mio turno da un’ora. Il capo sceglie sempre questi orari per ricordarci che è lui che comanda. Se io non fossi presente, forse non se ne accorgerebbe neppure.
    Ascolto senza entusiasmo: tanto domani sarà il mio funzionario a dirmi cosa devo fare e cosa no. Sono stanco e mi concentro solo per non sbadigliare.
    «La prossima settimana ci sarà un simposio a Dallas. Non siamo coinvolti, ma qualcuno deve andare.»
    Provo a ricordare: Dallas? Credo si trovi in Texas.
    Il mio funzionario, che potrebbe essere il prescelto, gioca in anticipo e punta l’indice su di me.
    «Mandiamo Martini.»
    Io? A Dallas? Dev’essere uno scherzo.
    Il capo approva e qualche collega mi lancia uno sguardo curioso, chiedendosi perché abbiano scelto proprio me.
    Me lo chiedo anch’io. Il mio lavoro non ha molto a che vedere con il simposio e il mio inglese non è all’altezza. So leggerlo, so scriverlo, ma seguire presentazioni e dibattiti…

    Il giorno dopo parlo al mio funzionario.
    «Non preoccuparti, Martini. Raccogli i fogli che distribuiscono, stringi mani, stai zitto e goditi la vacanza.»
    Vacanza!
    Chiedo a un collega anziano: «Come si va a Dallas?»
    «Dirigiti a est finché arrivi all’oceano. Nuota evitando gli isolotti e poi cammina ancora qualche migliaio di chilometri. Ogni tanto fermati a chiedere indicazioni.»
    Ovviamente si va in aereo, ma non oso confessare che su un aereo non sono mai salito. Per fortuna l’ufficio viaggi provvederà al biglietto e a prenotare l’albergo.
    Cerco di non cedere al panico.
    Posso darmi malato?
    No. È la mia occasione.

    La notte sogno di essere in aeroporto. Una coda infinita di gente, poi improvvisamente sono solo. Dove? Sembra un ospedale. Mi sono perso.
    Apro porte a caso: stanze buie e vuote. L’ultima porta dà accesso a un parcheggio enorme: lì aspetta un aereo gigantesco, rigido e lungo, d’argento brillante sotto il sole.
    Corro perché capisco che sta per decollare. La scaletta, assurdamente, ha gradini mobili che scendono invece di salire. Una hostess minuscola, dalla pelle olivastra, mi osserva.
    «Dallas?», urlo.
    Mi indica un’apertura nella carlinga. Lei ci entra agile come il Bianconiglio, io mi tuffo a mia volta e resto incastrato.
    Mi sveglio.
    Bevo mezzo bicchiere d’acqua. Dalla strada arrivano le risate di alcuni ragazzi ubriachi. Sono le tre.
    Torno a dormire.

    Riprendo lo stesso sogno, ma ora sono a bordo dell’aereo e siamo già in volo. Mi sono perso il decollo.
    Appoggio la mano alla parete cilindrica: è gelida.
    Qualche fila più avanti, un uomo con un cappellino rosso agita la mano per richiamare l’attenzione di una ragazza, che veste una divisa da infermiera.
    «Questo rumore non è normale!»
    Quale rumore? Non sento nulla.
    Poi arriva: uno stridio fastidioso, come un gessetto sulle lavagne di una volta.
    Guardo la parete e la struttura dell’aereo si apre. Un taglio profondo, dal quale irrompe una luce accecante.
    Stiamo precipitando nel sole?
    L’aereo si avvita.
    Cadiamo.

    Sono di nuovo sveglio.
    Non ho urlato, ma ho stretto le mascelle così forte che mi fanno male.
    Accidenti, sembrava vero.
    Mi asciugo il sudore. Se sono davvero malato, dovrò annullare la trasferta.
    Resto ancora qualche minuto a letto.
    E sono nell’oceano. Non so quale oceano: l’Atlantico, immagino.
    Sono vivo. Nuoto. Riesco ad afferrarmi a qualcosa che galleggia.
    Sopravvissuto, in attesa di affogare o di essere mangiato dagli squali.
    Intorno a me, soltanto un’infinita distesa d’acqua.
    No. Non sono solo. C’è…
    La sveglia suona.

    Al lavoro non combino molto. Devo firmare infiniti moduli all’ufficio viaggi e chiedo consiglio ai colleghi più giramondo. Non che mi aiutino granché.
    Il mio funzionario sembra ostile, come se adesso gli dispiacesse che a Dallas vada io: se vuole, gli lascio il posto immediatamente!
    Mangio poco a pranzo e ancora meno a cena.
    Acidità.
    Vado a letto presto e torno nell’incubo.

    L’aereo. La struttura che cede. Il mio corpo risucchiato nel vuoto.
    Il tuffo nell’acqua.
    Affondo. Riemergo. Ritrovo il relitto a cui aggrapparmi.
    Qualcuno chiede aiuto.
    «Help! Help!»
    Una ragazza, un’altra sopravvissuta.
    Si agita, è in affanno.
    Cerco di spingermi verso di lei, ma improvvisamente lei scompare.

    Mi sveglio.
    Mi riaddormento.
    L’oceano. Sono stremato, le forze mi abbandonano.
    Però so che lei è vicina: moriremo o ci salveremo insieme.
    Non ricordo come, ma alla fine la raggiungo e rimaniamo entrambi aggrappati a quel relitto improbabile che è la nostra unica speranza.
    Le onde ci sollevano, ci sommergono.
    Le stringo un braccio.
    Vorrei che almeno lei si salvasse.

    Al lavoro tutto va storto.
    Il mio funzionario per tre volte mi dice che domani dobbiamo parlare di una nuova attività; gli ricordo che sarò in aereo, ma non credo mi ascolti.
    Un disservizio del corriere mi costringe ad aspettare fino alle otto di sera per avere il biglietto.

    Dormo poche ore: la sveglia è alle quattro.
    Eppure sogno.
    Io e la ragazza ci teniamo stretti al relitto che sembra un’improbabile porta di legno.
    Poi scorgo qualcosa all’orizzonte.
    I soccorsi.
    «Vengono a salvarci!»
    Lei ride, pazza di gioia.
    Avvicino la bocca alla sua.
    La bacio.

    In aeroporto, quello vero.
    Panico, mal di testa, ma al check-in mi spiegano tutto.
    Supero il controllo di sicurezza e raggiungo il gate.
    Sono troppo in anticipo: meglio aspettare che perdere l’aereo.
    Finalmente chiamano il mio volo. Seguo una famiglia che come me ha destinazione finale Dallas.
    Entro dal portellone, guidato da una hostess che probabilmente riconosce la mia confusione da novellino.
    L’interno dell’aereo è una delusione. Sembra un autobus da turismo allargato. Io sono al centro, lontano dal finestrino.
    Non assomiglia per niente all’aereo dei miei sogni.
    Quindi non cadrà.
    Quindi non finirò nell’oceano.
    Quindi non incontrerò la ragazza che ho baciato.
    Sono così deluso che potrei piangere e così stanco che mi addormento poco dopo il decollo.
    Senza fare sogni.
    – – –
    Marco Salvario
    Sezione B
    Accetto il regolamento.

  57. Un bagliore improvviso

    Un bagliore improvviso dissolse le immagini in un unico abbraccio di bianco. Sembrava un lampo ma non seguì alcun tuono. Accecato egli chiuse gli occhi aspettandosi che accadesse qualcosa d’irreparabile. Aveva in quell’attimo pensato al peggio, un fulmine, il crollo della parete, un’improvvisa folgorazione. Non accadde nulla di tutto ciò. Riaprì gli occhi lentamente aspettandosi di ritrovare un ambiente distrutto da quel lampo. Ogni cosa era come prima, tutto meno un particolare. Lì, nel castello sovrastante, si era aperto un varco. Una porta, prima inesistente, si era materializzata ed era spalancata, quasi che gli si fosse offerta ospitalità.
    No! Non poteva essere vero! Perché mai avrebbero dovuto? Non lo conoscevano né egli aveva sentito nominare il castello, figuriamoci gli abitanti. Chi mai poteva essere? Pensò agli ultimi giorni trascorsi in quel posto e tentò di ricordare tutte le persone che aveva incontrato. Sì, n’aveva conosciuto parecchie, ma mai nessuna aveva nominato il castello né gli si era presentato come abitante di quel posto. Eppure qualcosa lo attirava ad entrare. La curiosità lo spronava. Il timore dell’imprevisto lo tratteneva. Una decisione bisognava prenderla. Non poteva stare lì ammutolito a pensare cosa poteva accadere. S’incamminò verso l’entrata. Arrivato al portone d’ingresso notò l’effige che riluceva su di un’anta dell’uscio: “Un falcone che artigliava una preda”. Ciò accrebbe il suo timore ad entrare. Immaginò di essere la preda. Scavalcò, con circospezione l’uscio col piede destro agganciandosi ben fermo con la mano destra allo stipite dello stesso nell’intenzione di sfuggire ad un improvviso attacco di chicchessia. L’interno del castello, diversamente da come lo aveva immaginato, era ampiamente illuminato ed un’enorme e maestosa scala troneggiava al centro di un immenso salone portando ad un loggione ove s’intravedevano diversi altri locali. Una musica veniva da uno di questi. Una sinfonia che doveva avere già sentito in passato. Il passato, ridestato dalla melodia, iniziava a proporsi alla sua vista come fosse in un sogno. Ma forse era un sogno! Non n’era sicuro, credeva d’essere vigile e sveglio ma i colori che lo circondavano e la musica incessante sembravano essere irreali. Una figura si affacciò dal loggione indicandogli di salire. Gli parve una donna, non riuscì a ricordarne le sembianze. Vestiva abiti che non gli erano familiari. Poteva essere situata in altri tempi. Il pallore del viso, la mancanza di make-up, la veste cadente e di lunghezza sproporzionata per l’epoca, la ponevano in un’aura di mistero che lo intrigava e, superato il timore, accettò di seguire le sue indicazioni e prese la strada per l’enorme scala, Notò, nel salire che i gradini sembravano irreali, nel senso che egli non faceva alcuna fatica a salire. Aveva quasi raggiunto il loggione quando, guardando indietro, per caso, o per rendersi conto dell’altezza raggiunta, s’accorse di non vedere più il pavimento del salone. Un brivido lo percorse. Dove diavolo si era cacciato! Era ormai arrivato alla meta ed attese che la donna gli indicasse la strada. Quest’ultima entrò in una delle stanze e lui la segui. La musica veniva proprio dalla stanza. Immaginò un attimo prima di entrarvi, a giudicare dal suono, di trovarvi un quartetto d’archi ed una spinetta. La spinetta realmente c’era ma degli archi, sebbene se ne udissero le note, nessuna presenza. Lo strano era che la donna entrata prima di lui era seduta alla tastiera e sembrava fosse lei a suonare. Qualcosa gli ricordò una citazione che molto tempo prima, durante i suoi studi, fu oggetto d’intense riflessioni. Era un detto di Einstein : “All time exsist all the time” . Gli rivenne in mente preponderante e pensò allora di stare rivivendo un tempo che non fosse al presente. Poteva essere il passato o il futuro. Ma egli non aveva mai conosciuto quella donna, quindi non poteva essere il presente e del passato non ricordava d’averla mai incontrata. Non gli restava che il futuro. Una donna che avrebbe conosciuto in futuro? Ma perché il castello ed anche la spinetta? Quest’ultimi rappresentavano il passato. Un emblema troneggiava sulla parete illuminata, lo stesso che aveva notato sull’uscio. Diverso dal precedente per un particolare. In testa ad esso, in caratteri gotici era scritto il nome del casato. Lo lesse e sbiancò in viso. Aveva letto il suo cognome!
    Improvvisamente i suoni intorno a lui mutarono. Un trillo continuo ed ossessivo lo costrinse a compiere un’azione automatica che faceva tutte le mattine. Una manata alla sveglia lo fece cessare.

    accetto il regolamento sez. B

  58. accetto il regolamento sez. <a
    MANI

    Vividi segni d’altrettante carezze
    s’affollano mentre riaffiorano,
    al nuovo contatto,
    n’avverti l’ebbrezza.
    S’incontrano le tue con l’altre.
    Fugaci impressioni
    appena accennate.
    Ti lasciano sconcerto se rozze, nerbose,
    sgradevoli alquanto.
    Che dire di quando
    s’incrociano con quelle
    cui paia che il tocco leggero sublimi
    nell’intimo tatto
    quel poco o quel tanto
    di bello che ciascun ha serbato.
    E il fluido scorre precipruo,
    nell’attimo viene scambiato.
    Indugi, incredulo ancora;
    smarriti gli sguardi s’incrociano
    rincorrono l’oscura cagione
    poi temono, timidi e schivi
    sfuggono all’ovvia ragione.
    Le mani sinora serrate
    col palmo nel palmo
    sfiorandosi ancora
    s’allentano pian piano.

  59. Ricordi del cuore

    Tra sterpaglie e rovi
    impazza lo scirocco
    e profuma al tocco
    l’arbusto della menta;
    per la deserta strada
    ai pascoli van greggi
    sotto gli ombrosi faggi
    presso la fonte santa.
    Versa sudor di fronte
    il rude boscaiolo
    sotto un bigio cielo
    scomparsa la tormenta;
    all’ora del tramonto
    il giorno ‘sì declina
    e tutto si trascina
    nel cuore che rammenta.

    Sezione A Accetto il regolamento

  60. Ciò che rimane

    Si erano accordati in merito a giorno e ora: alle 15:00.
    Il campanello, puntuale: sono loro, non aspetta nessun altro.
    Le formalità per la consegna e per tutto il processo erano già state sbrigate, eccetto un’ultima firma, per l’affido, come lui aveva deciso, in cambio del… non sa come chiamarlo, chiamarla, definirlo.
    Anzi sì, nello stesso modo, anche se è tutto diverso.
    Ora, alla vista, si presenta come un pacco, forse.
    Come una consegna tra mani, fino alle sue, come la prima volta; ora però, sono avvenuti altri passaggi e trasporti documentati; pensa a vari vani di appoggio, collocazione, spostamenti.
    Questo sì, è più difficile da definire, non è possibile.
    Come si trattasse di un oggetto inanimato, da trasferire e manipolare, qualcosa che le è ritornato.
    Anche le dimensioni sono diverse.
    Sarà pesante?
    L’involucro sì, forse, un po’; il contenuto, ora, tanto quanto un soffio, una polvere, un polline.
    L’incaricato della consegna si presenta con una scatola lineare, un parallelepipedo color avorio, uniforme, con due manici sulla parte superiore per afferrarlo e, appunto, trasportarlo.
    È di cartone; sembra sottile, pressato e resistente.
    Chissà se resisterebbe anche all’acqua e al fuoco, alla loro potenza.
    Non è importante.
    Tutta la materia, prima o poi, è destinata a svanire, probabilmente.
    Lei dice solo “buongiorno”; gli occhi, però, sembrano avidi di appigli per sostenere il cuore.
    Si sposta di lato per lasciare entrare.
    La consegna avviene in modo sobrio e composto, professionale.
    L’incaricato chiede se va bene appoggiare la scatola sul tavolo; comunica quanto previsto e, ricevuta la firma, porge la mano per salutare, e uno sguardo carico di rispetto; senza più parole, ma con una offerta: porsi in ascolto.

    Richiusa la porta, si avvicina alla scatola e respira.
    Avverte movimenti e suoni creati dal suo respiro che diventano sospiri.
    Sente gli occhi ammorbidirsi e bagnarsi, le labbra costrette a tremolare.
    La guarda a lungo, inizia a sfiorarla.
    Poi la tocca: è fresca, liscia.
    La solleva con mani e braccia; avverte il peso, il volume, la sostiene con due mani, con le braccia, e gambe e occhi… tutta sé stessa, come ha sempre fatto, è la madre; la avvicina a sé e prova ad abbracciarla; ha gli spigoli.
    Ma lei, madre, ha forme morbide e piene.
    Entrambi avevano forme piene e morbide, un tempo, poi quelle di lui si sono sciolte, consumate lentamente, sfuggite ad ogni tentativo di presa.
    La riposa.
    Quante speranze e quanto dolore le tornano presenti; i perché, invece, non se li pone più; risposta, forse, non c’è.
    Poi decide di aprirla.
    L’apertura è in alto, è un coperchio perfettamente aderente che si inserisce, per pochi centimetri, nella scatola, fino a trovare due bordi interni paralleli, sporgenti, a fermarlo.
    Appoggiato il coperchio a lato, le si presenta un vaso cilindrico di metallo satinato, color azzurro polvere, un cielo uniforme di grigio, senza spiragli, chiuso da un coperchio, sigillato.
    Lo estrae.
    Dei caratteri incisi formano un nome, quello accarezzato nei mesi precedenti, infine assegnato con gioia, e quattro cifre: 2003.
    Accarezza tutte le incisioni, vi preme i polpastrelli ancora elastici che si lasciano imprimere, nonostante il tanto tempo che portano, e subito tornano alla forma precedente.
    Lo rivede nel primo momento di vita fuori da lei, dal suo grembo, impareggiabile rifugio.
    Non esistevano ecografi, solo le visite ostetriche e la vita che, da sempre, si innesta, cresce, poi spinge e si manifesta, venendoti addosso, come miracolo.
    La gioia per quel bambino inaspettato, alla sua età così avanzata, in un giorno pieno di neve, rimarrà indimenticabile, come tutti i giorni seguenti, anche quelli densissimi degli ultimi tre anni, fatti di macigni che avevano deciso di porsi al loro fianco e di rimanerci, a sbarrare la strada giovane del ragazzo, tutta snodata in avanti.
    In verità i macigni si erano palesati all’interno, inceppando il sistema profondo e non sempre perfetto della natura umana.
    Nel sangue, da sempre carico di significati simbolici, e nel midollo.
    Tutto alterato, fuori controllo, tutto impazzito.
    Neppure il trapianto, dono del fratello, era riuscito a riavviare quella vita sfidata e, alla fine, domata.
    Medici, cure, famiglia e amici autentici, hanno provato a rendere meno pesanti tutti gli scogli, le punte, il ghiaccio e il vulcano, tutto il male che sa manifestarsi con enorme dolore e non sempre accettava di lasciarsi sedare.
    Tutto diventava di un peso estremo, mentre lui veniva alleggerito nel fisico, nelle forme del corpo, del viso, nel sorriso.
    Meno che nell’anima, sede costante di pensieri suoi grandi, di gioie e speranze.
    Rimane il film, iniziato 33 anni prima, concluso ora, ma solo per gli occhi e le mani che non potranno più stringere né accarezzare; un film lungo 33 anni.
    Neanche pochi, non abbastanza.
    Lo riguarderà ancora, finché ne avrà bisogno.
    “Ecco – dice rivolta a sua sorella, mostrandole l’urna – qui è ciò che rimane di Elia.”

    —-
    Sez. B
    Francesca Negrizzolo
    Dichiaro di accettare il regolamento.

  61. Nella mia stanza

    Ti penso,
    queste mura non arrestano
    il mio correre verso
    gli echi della tua voce, risuonano
    nell’aria, profumato incenso
    tormento e angoscia, rimbombano
    inseguirli il cuore mio chiede,
    la pioggia discende e chi la può frenare?
    sul mio viso e sui miei occhi, sul mio piede,
    il calice è colmo e amaro, da bere, e fa male
    eppur si deve, oppur si muore,
    così sia, per il tuo amore.
    Salute.

    _______________________
    Sez. A
    Aldo Li Volsi
    Dichiaro di accettare il regolamento.

  62. Accetto il regolamento sez A

    “L’essenza oltre le ombre”

    Quanta luce nelle ombre della vita,
    attimi impressi nei meandri dei ricordi.
    Fuggono i miei pensieri, e si spengono nell’infinito vasto che il vuoto ci dà.
    I nostri confini si dissolvono, alla ricerca di
    un’ eterna fine.
    Anima mia salpa nei luoghi silenti dove gli arcobaleni sfideranno piogge.
    Assapora Il magico momento
    e raccogli nel tuo abbraccio l’ultimo respiro

  63. Giovanni Battista Tessitore – Sez. A Poesia
    Dichiaro di accettare il regolamento
    (La poesia è dedicata alla Festa delle Lucerne di Somma Vesuviana)

    La voce delle fiammelle

    Di bagliori antichi
    riecheggiano le vie,
    nel borgo dai sacri ciottoli
    dove la vita si fa fiammella.

    Di forme geometriche s’adornano,
    rievocando colture antiche,
    personaggi di autentico fulgore
    tramandano le storie iconiche.

    Secoli di religiosi viandanti
    e di giubilo alla fede devota
    garantiscono fama dovuta
    alla scintilla di rosso acceso.

    Riflessi di vampa s’annodano
    a ricordare flussi d’esistenza
    dove le mura custodiscono saperi
    e il pagano muta nel sublime.

    Passioni di vetuste memorie,
    generazioni tese all’eredità,
    tradizioni perpetue assai note,
    come ricette in eterno apprese.

    Cibo e pietre intrecciati fra loro,
    fianco a fianco come in sinfonia,
    sassi e monte in un unico afflato
    che di fuoco divengono passione.

    Quattro anni racchiusi in istanti,
    che risuonano tra terre lontane,
    Casamale di Somma, ricchezza,
    patrimonio di voce vitale.

  64. Il sale nei campi del domani

    Quando i fiumi dimenticano il mare
    e le sorgenti rinnegano la pioggia,
    la terra indossa la sabbia del deserto
    come un mantello di polvere.

    Gli uomini diventano isole erranti,
    scogli dispersi nell’oceano dell’io,
    mentre il vento della diffidenza
    strappa le vele ai naviganti del cuore.

    Le diversità, giardini di mille colori,
    diventano foreste nemiche;
    le mani, nate per intrecciare corolle,
    si fanno rami secchi che graffiano il cielo.

    L’egoismo accende lanterne di ghiaccio
    e la guerra, iena affamata,
    dissangua l’alchimia dei sogni.

    La pace resta sulla soglia del mondo,
    rondine senza primavera,
    con il nido smarrito tra le spine dell’orgoglio.

    La fratellanza è un ulivo secolare
    che cerca acqua nei deserti;
    ma troppi coltivano tempeste
    e seminano sale nei campi del domani.

    Eppure l’amore non muore: attende,
    seme nascosto sotto la neve,
    brace viva sotto la cenere.

    Lasciamo cadere l’odio come un’armatura,
    dai confini nasceranno ponti,
    come arcobaleni posati
    sulle ferite del mondo.

    Sez. A
    Michele Bruno
    Dichiaro di accettare il regolamento.

  65. Sezione A
    Nome: Antonio Dentice d’Accadia
    Email: ant.dentice@gmail.com
    Titolo poesia: Fammi vino
    Accetto il regolamento

    FAMMI VINO
    La mia patria è il nome
    e il nome è l’ustione
    di sentirsi chiamati,
    tagliati,
    piovuti nel sogno dei morti,
    al gioco del pendolo,

    arenati
    nella lingua dei profeti sopraffatti,
    raffreddati a contare la polvere,
    a dare un senso ai grani.

    Ritornami,
    allevami,
    poi uccidimi ancora e
    calpestato alla sentenza del mosto
    fammi vino fortunato
    per la santa sete
    di chi balla oltre ogni bestemmia,

    lì,
    nella fessura tra le realtà,
    saggia come le primavere
    e il fiore di mandorlo.
    L’agricoltura di spiragli,
    il nocciolo delle possibilità.

    La sua musica scarnifica il silenzio,
    stupra i nervi al sole dei falò,
    dove la vocazione è idrogeno
    e lei scintilla.

  66. A.A. A. Cerco il mio sorriso

    Dove sarà finito il mio sorriso
    perduto nel tempo passato?
    Mi guardo cercandone traccia allo specchio
    che freddo e indifferente mi rimanda
    un triste viso, non mio.
    Abbozzo un sorriso forzato
    ma solo una smorfia mi appare!
    Ritento, ma …..niente !
    Le viscere mi si attorcigliano addosso
    ma ritrovare il mio sorriso più non posso!
    Dov’è finito il mio sorriso?!?!?

    sezione a – accetto il regolamento

  67. Nel tempo di una resa

    Non resterà niente,
    quando ci scioglieremo
    la carne coi baci.

    Fiumi d’aria,
    dalle finestre aperte;
    il fiume liberato
    nel tempo di una resa.

    Da monte a monte,
    da valle a rivo,
    solo
    il pazzo frinire
    delle cicale d’agosto

    dirà

    della nostra casa di
    morbida roccia
    eretta fiato su fiato.

    Nessuno saprà della lacrima
    che ci sciacquò il mondo di dosso.

    sez. a accetto il regolamento

  68. Primavera senza permesso

    Il tempo del dolore è superato.
    Ora è il tempo di rifiorire.

    Sotto la cenere c’era seme.
    Lo credevano morto tutti.
    Anche tu, qualche notte.

    Ma la terra non dimentica.
    Trattiene l’acqua la pioggia
    anche quando fa male.
    Trattiene le radici
    anche quando nessuno le annaffia.

    E poi un giorno smette di piovere sale.
    Esce il sole e non chiede.
    Scalda.
    E dal fango nasce verde.

    Prima una foglia timida.
    Poi un ramo che si allunga.
    Poi un fiore che non somiglia
    a quelli di prima.
    È più ruvido.
    È nato tra le pietre.
    Per questo dura di più.

    Rifiorire non è tornare indietro.
    È mettere petali nuovi
    dove c’erano cicatrici.
    È dire alla terra:
    “Da oggi mi annaffio da sola.”

    E il vento può passare.
    Porterà via i rami secchi.
    Ma quelli con le radici buone
    restano.
    E fioriscono lo stesso.

    Tu sei quel fiore.
    In ritardo.
    Ma in tempo.

    sez. a accetto il regolamento

  69. Controcanto
    (Atto d’amore eterno)

    Lo sai che c’è
    non mi sentivo preparato
    a non potere più
    chiamare i vostri nomi
    che la mia bocca
    si faceva tutta rose.

    I vostri passi
    sono stati le mie scarpe,
    le vostre scelte
    sono state il mio terreno
    che ho coltivato senza mai stanchezza
    perché ho raccolto frutti prelibati
    che il cuore mi rideva “solo solo”.

    Voi siete stati il mio capolavoro
    l’osmosi che serviva al mio sentire
    le onde calme quando il mare era in tempesta
    la mia preghiera, il mio pensare e la mia messa.

    Io li ho sentiti
    i vostri baci e i vostri abbracci
    che la mia lacrima ve lo voleva dire
    il vostro pianto – scosso e sottovoce –
    mentre una luce mi accompagnava altrove,
    da quella Forza – che ogni cosa muove.

    Vi lascio le mie orme da seguire
    che ci potete camminare fieri
    le spalle larghe mie per sopportare
    il peso – nel lasciarmi allontanare.

    Il vuoto no, continuatemi a pensare
    e mi vedrete lì, mestolo in mano,
    che in fondo – me lo sono meritato –
    quel titolo di nonno
    “chef stellato”
    che il calcio di rigore – a me è mancato.

    Qui c’è armonia di accordi musicali
    di voci che conosco in sottofondo,
    chi dice che c’è un palco che mi aspetta,
    che la mia parte io la imparo in fretta,
    che tutti qui mi vogliono invitare
    che un’altra vita, non mi potrebbe mai bastare, per dire a tutti sì, verrò a pranzare.

    Questo infinito che mi passa accanto,
    mi sfiora appena, come un controcanto,
    perché ho un pensiero fisso che mi assilla,
    riuscire a darvi ancora il mio sostegno,
    vedervi andare avanti col sorriso,
    con tutte le domande tra le mani
    dei miei piccoli Geni
    che ho amato senza pari.

    Ricostruire
    non è dimenticare
    ma scorgere un messaggio
    tra i gesti quotidiani
    nella fotografia
    che parla
    – tra i bianchi tulipani –

    Graziella Di Bella
    Sezione A – Poesia
    Accetto il regolamento.

  70. TIGLIO ADDORMENTATO
    Racconto breve-
    Monologo di Brigida Forte

    “TIGLIO ADDORMENTATO”

    Il caldo mi aveva svuotata.
    Andavo un giorno per una via che non ricordo, con i pensieri che mi scappavano dalla testa e i sogni che correvano dietro a farfalle che non c’erano.

    Ero così stanca che vedevo cose che non c’erano.
    Un petalo inatteso, in una brezza rosa.
    Occhi indiscreti tra le foglie.
    Un tiglio addormentato.

    Mi fermai sotto di lui.

    All’improvviso una voce. Bassa, come un fruscio.

    Voce: “Ma tu lo sai il segreto dei profumi di un bosco?”

    Mi girai di scatto.
    Io: “Chi c’è?”

    Nessuno. Solo foglie.
    Poi un altro fruscio. Più vicino. Come un canto.

    Voce delle foglie: “Siamo noi. Quelle verdi che guardano ancora il cielo. E quelle secche che dialogano per terra.”

    Io: “Parlate davvero?”

    Voce delle foglie: “Parliamo quando qualcuno è abbastanza stanco da ascoltare. Dimmi: ti prometti una cosa?”

    Io: “Cosa?”

    Voce delle foglie: “Che non ne strapperete più. Dei nostri. Per metterli tra i capelli, o per fare corone. Noi vogliamo vivere. Con i petali tutti interi, aggrappati ai rami. Che la nostra vita faccia il suo corso. Come la vostra.”

    Tacque.
    Il vento si fermò un secondo.

    Io: “E se sono più belle in un vaso?”

    Voce delle foglie: “Sono più belle vive. Con i loro colori e i loro profumi, attaccate alle loro radici.”

    Rimasi zitta. Forse era la mia coscienza. Forse erano davvero loro.
    Guardai il tiglio. Dormiva ancora, con tutte le sue foglie addosso.

    Mi girai e me ne andai.
    Senza cogliere niente.

  71. COME POSSO IO
    Come posso io gioire
    anche di un blando raggio di sole
    se potente pesa sul cuore
    il pianto dei dimenticati,
    lo sguardo attonito dei bimbi
    nel buio delle stanze vuote,
    quei seni secchi delle madri
    divorati da una fame mai sazia,
    come posso io nutrirmi
    dei colori dell’arcobaleno
    se in un colore si accende
    la fiamma atroce della vendetta
    e il cielo è nube di cenere fitta,
    agonia di corpi smembrati,
    angoscia di chi ha un soffio di vita
    sospeso nelle mani di tiranni,
    come posso io respirare
    il profumo dolce del mio mare
    se la tempesta batte sugli afflitti
    e muore nelle orecchie l’urlo
    senza speranza di chi affonda,
    e chi a stento approda
    da nuove catene è soggiogato,
    mentre si perde l’eco
    di una promessa di uguaglianza,
    come posso io sorridere
    alla stessa alba che si sveglia
    sulla solitudine dei vinti
    e non sentire dell’anima il lamento,
    posso forse io scordare
    nello scintillio delle stelle d’agosto
    il buio in cui giace la coscienza dei vili
    e brilla mai spenta la sete di potere
    su quell’Umanità sconfitta
    che si trascina tra le rovine della vita,
    e si chiede perché viva,
    come posso io invocarti, Dio,
    come posso, come posso,
    in quest’ora così lunga e grigia
    di schiavitù degli Ego
    alla smodata cupidigia,
    di strade sanguinanti
    di mille e mille Cristi calpestati,
    nel tempo dei tempi mai resuscitati,
    si, canterò a squarciagola
    il mio inno di libertà, posso io,
    e bucherà il tuo Universo fermo
    e troppo muto,
    finché un vento amico
    lo porterà lontano
    e questa Terra vomiterà i veleni
    con sadica perizia inoculati,
    e finalmente esploderà il risveglio
    sui cuori addormentati,
    e una giustizia vera, forse,
    forse cancellerà gli orribili misfatti.

    Marica Dettori – sez A-accetto ilo regolamento

  72. Tu….
    Due occhi
    Nell’ infinita primavera
    Per farmi ripassare
    I più bei giorni
    Della mia vita

    sez. a accetto il regolamento

  73. Teresa Argiolas sezione B Racconto breve accetto il regolamento
    I dispetti di mister Park
    Non ho un buon rapporto con il letto, ho difficoltà ad addormentarmi, per non parlare del risveglio.
    Ho provato a cambiare materasso: alto, basso, duro, morbido, aggiungere topper
    Niente da fare, mi ritrovo incollata al letto, con il corpo
    pesante più del piombo, senza riuscire a muovere neanche un dito.
    Questa è la fase Off,
    la fase, dove non sei più padrona del tuo corpo.
    Cerco disperatamente il tasto On,
    ma, ahimè non lo trovo.
    Chiamo all’appello tutti i miei muscoli, e con grande fatica riusciamo a mettere in un angolo il mio caro MP.
    Caspita caro MP potevi dirlo prima che eri tu il responsabile, mi sarei risparmiata un po’ di soldi,
    però posso almeno dire ,
    di aver dormito in una pila di materassi, anche se tu caro MP come al solito occupi la maggior parte del letto.
    Nonostante tutto, è stato bello, per un giorno mi sono sentita
    “principessa”

    Teresa Argiolas

  74. SEZIONE A – Accetto il regolamento

    I tempi migliori si sono smarriti,
    anche quelli degli amori intensi
    e la città brucia lenta nell’ignavia,
    mentre siamo solo spettatori nudi.

    “Tutto è diventato ipocrita finzione,
    anche il re non capisce chi comanda”
    recitò il menestrello dagli occhi stanchi.
    Non afferrava più cosa dovesse fare.

    I soldati fumano sogni acri e spenti,
    qualcosa di falso si muove nel vento,
    non è la salvezza e non ancora la fine.
    Il mio spirito vaga in bilico sul nulla.

  75. Sezione B – accetto il regolamento

    La penna stilografica

    Da tre anni la mia stanza c’è un piccolo santuario costituito da un antico cofanetto di mogano, dedicato a una fotografia seppiata del 1926.
    Si chiamava Alicia e lo sguardo era rivolto oltre l’obiettivo, era vestita di seta e perle che il tempo deve aver polverizzato.
    Lentamente, iniziai ad amarla.
    Un sentimento folle nato sfogliando i suoi vecchi diari acquistati in un mercatino dell’antiquariato.
    Iniziai a scriverle, almeno un paio di volte alla settimana.
    Usavo una penna stilografica che avevo dimenticato di avere perché mi sembrava di entrare in sintonia con lei e compravo le cartucce d’inchiostro online
    Raccontavo del rumore delle auto moderne, delle luci elettriche che non si spengono mai, e di come il mondo fosse diventato troppo veloce e che qualche volta mi sentivo rimasto indietro.
    Lasciavo le mie lettere dentro il cofanetto, appartenuto alla sua famiglia e comprato con i suoi diari.
    Un rito folle e privato, forse per curare la solitudine e che avevo cercato di abbandonare. sapevo che nessuno avrebbe mai letto quelle righe.
    Fino a questa domenica mattina.
    Ho aperto il cofanetto sul tavolo e sopra la mia ultima pagina datata agosto 2026, riposava un foglio ingiallito.
    Ho preso la carta tra le dita tremanti, respirando un vago profumo di lavanda e polvere.
    La grafia era elegante, tesa, inclinata verso destra: l’identica calligrafia dei suoi diari.

    «Mio sconosciuto e caro amico, ti scrivo da una notte di pioggia del 1926.
    Non so quale sortilegio mi permetta di trovare le tue pagine in questa scatola, né come i tuoi fogli, così lisci e bianchi, arrivino fino a me. Prima ho avuto paura, poi ho pensato di essere impazzita, poi ad un sofisticatissimo scherzo.
    Infine, ho deciso che è bellissimo trovare le tue lettere e tutto il resto non conta.
    Mi parli di un futuro di macchine prodigiose, ma sento la tua profonda malinconia attraverso lo spazio di cent’anni.
    Questa sera il nonno diceva che la lezione non ci è bastata e ci sarà un’altra guerra, io non capisco la politica e sono andata in camera a rileggere le tue lettere.
    Dici di amarmi, e io sorrido: nessuno mi capisce come fai tu da così lontano.
    Continua, ti prego, e non avere paura del tempo che ci divide.
    Finché consumiamo inchiostro per lo stesso motivo, noi respiriamo nello stesso istante. Aspetto la tua prossima parola»

    La firma in calce è (distintamente): Alicia.
    Poi ho guardato la penna stilografica sulla scrivania

  76. Daniela Sannipoli
    Sezione A
    Accetto il regolamento

    Perla

    Dovrò abituarmi
    al tuo scrigno chiuso
    e al mare in tempesta.
    Ma per me
    con lo scorpione sul cuore
    è difficile fare a meno
    della tua perla.
    Non conoscessi
    il mistero dei tuoi abissi
    potrei accontentarmi
    del quotidiano scambio di termine
    al mercato delle banalità.
    Attanaglia
    la gola e il tempo
    questa collana
    che batte sul petto
    la pietra dura
    del tuo silenzio.

    Daniela Sannipoli
    Poesia edita

  77. Daniela Sannipoli
    Sezione B
    Accetto il regolamento
    (Lettera a mio figlio, che domani inizia gli esami di Maturità scientifica)
    Mario Andrea, figlio, infinito amore mio. È arrivato il momento tanto atteso e tanto temuto: domani inizi gli esami di Maturità. Adesso ti chiedo scusa per tutte le volte che, vedendoti stanco, ti dicevo di cambiare scuola. Com’ ero lontana dai tuoi sogni, e come tu te li tenevi stretti! Avevi quattordici anni, tra andata e ritorno prendevi quattro autobus al giorno, pranzavi tardi e ti rimettevi a studiare. Mai un lamento, mai un ripensamento. Adesso sei un uomo: al telefono mi chiedi se ho mangiato e per baciarti devo alzarmi sulle punte. Pungi un po’ e cerco di afferrare la tua adolescenza; il ricordo delle sere a preparare lo zaino, i permessi per le gite da firmare. È volato il tempo e non so lasciarlo andare. Accompagnarti a questo appuntamento è stata una conquista. Io che credevo di averti messo al mondo, sono stata rimessa al mondo da te. Rinasco dal tuo entusiasmo, dalla tua incessante voglia di capire, dalla tua tenacia nel voler analizzare ogni cosa che ti circonda. Se esiste una vita dopo la morte, io voglio portare con me il ricordo di un momento delle tante giornate di studio. Stavi commentando il canto XI del Paradiso, hai alzato gli occhi e hai detto: “queste sono parole in stato di ebbrezza; io preferisco il realismo di Verga”. Poi hai spiegato “silogismi” con un’equazione matematica. Voglio portare con me quel momento in cui hai sfidato l’astrattezza con la tua esigenza di precisione, un sorriso di accondiscendenza e un guizzo negli occhi. Sono passati i giorni, abbiamo fatto il conto alla rovescia sul calendario e siamo arrivati a – 1. Domani siederai in un altro banco. Guarda negli occhi i tuoi compagni: vi troverai la vostra storia e una paura nuova. Registra tutto nel tuo cuore; un giorno avrai i capelli bianchi ma ritroverai intatte le emozioni. Sii veloce di testa e lento di penna; prenditi tutto il tempo che hai. Ricordati che il voto è un numero che indica un momento del tuo percorso, ma l’importante è come usi ciò che sai. E soprattutto emozionati; emozionati tanto. Che la tua tenacia ti sia luce, oro per l’intuizione, diamante per il segno.
    In bocca al lupo e buon lavoro da mamma.
    Commissione esterna: Presidente Giancarlo Loffarelli; Italiano e Latino Emiliana Petrarolo; Inglese Maria Ferri; Chimica Tara Gravina.
    Membri interni: Storia e Filosofia Salvatore Mola; Storia dell’arte Claudio Carbone; Matematica e Fisica Sandra Di Milla.
    520.263 studenti: ci sei anche tu.

  78. BALLATA DI MARCO DIMITRI

    Marco Dimitri è finito alla Dozza
    Per pedofilia, stupro e Ave a Satana
    Così dicono i maggiori giornali.

    Sappiamo, Satana, che tu sei dietro
    Le stramberie dei nostri giovani
    Con la tua setta peggio della mafia.
    I nostri bimbi e le nostre ragazze
    Sono inquieti, fuggono di casa
    Per celebrare orge nei cimiteri.

    Signor PM, lei ha preso un granchio:
    Chi nasce appartiene già al demonio,
    Colui che chiamiamo Essere-Noi-Stessi.
    Lei giudica sotto quel crocifisso
    Nel cui nome peggio è stato compiuto
    Per giustificare un Dio Boia.

    Nel nome del popolo italiano,
    Poiché i testi non sono affidabili
    E manca qualunque prova concreta,
    Sei assolto del tutto in tutti e tre i gradi
    E ti risarciamo per il carcere
    Ma paga però un libro non bollato.

    Ora non voglio più fermarmi:
    È tempo di diventare la Bestia
    Per guidare i demoni della Terra.

    Davide Brogi
    Accetto il regolamento, sezione a

  79. BALLATA DI MARCO DIMITRI

    Marco Dimitri è finito alla Dozza
    Per pedofilia, stupro e Ave a Satana
    Così dicono i maggiori giornali.

    Sappiamo, Satana, che tu sei dietro
    Le stramberie dei nostri giovani
    Con la tua setta peggio della mafia.
    I nostri bimbi e le nostre ragazze
    Sono inquieti, fuggono di casa
    Per celebrare orge nei cimiteri.

    Signor PM, lei ha preso un granchio:
    Chi nasce appartiene già al demonio,
    Colui che chiamiamo Essere-Noi-Stessi.
    Lei giudica sotto quel crocifisso
    Nel cui nome peggio è stato compiuto
    Per giustificare un Dio Boia.

    Nel nome del popolo italiano,
    Poiché i testi non sono affidabili
    E manca qualunque prova concreta,
    Sei assolto in due gradi di giudizio
    E ti risarciamo per il carcere
    Ma paga però un libro non bollato.

    Ora non voglio più fermarmi:
    È tempo di diventare la Bestia
    Per guidare i demoni della Terra.

    Davide Brogi
    Accetto il regolamento, sezione a

  80. CORRETTORE AUTOMATICO

    Non più uno strafalcione nello scritto
    è assicurato se non corri il rischio
    di aprire bocca, é meglio se stai zitto
    e non azzardi più nemmeno un fischio.

    Il tuo cervello sta per esser fritto
    capace appena appena di un cincischio?
    Non verrai colto in fallo nel tragitto
    se appendi il dito al tasto come un vischio.

    Nel precipizio buio dell’inetto
    un’ancora automatica ti frena
    salva la faccia e nuoce all’intelletto.

    E se ti accorgi poi che c’è un difetto
    puoi sempre dire che non porta pena
    chi ha scritto, l’errore è di chi ha corretto.

    Diego Bello
    accetto il regolamento, sezione a

  81. Followers (filastrocca ironica)
    Tanti followers ha capra Mariolina
    e sui social è seguita ogni mattina,
    lei fa i ricci alla piccola barbetta
    si fotografa la nuova sua maglietta.
    Di copiarla ha provato porcospino
    e al mercato s’è comprato un bel giubbino
    ma purtroppo molto in fretta l’ha indossato
    e il giubbetto s’è in un attimo bucato!
    Gli influencer quasi sempre avran ragione,
    ma quel riccio ha imparato una lezione!

    accetto il regolamento, sez. a

  82. Sezione B. Accetto il regolamento

    La Cabina nel Vento
    Il telefono fisso sulla credenza del salotto squillò mentre Elena stava ripiegando un lenzuolo di lino lavato.
    Era un suono antico, metallico, che in quella casa non risuonava quasi mai: la maggior parte delle persone la cercava sul cellulare, e quel vecchio apparecchio di bachelite avorio rimaneva lì soltanto per una forma di pigrizia o di rispetto per la memoria del luogo.
    Elena posò il lenzuolo sul divano, si pulì le mani sul grembiule di cotone e si avvicinò alla credenza.
    «Pronto?» disse, alzando il ricevitore freddo.
    Dall’altra parte della linea non ci fu subito una voce. Ci fu un rumore profondo, immenso, un fruscìo continuo che somigliava al soffiare del vento tra le foglie secche d’un bosco d’altopiano, mischiato al picchiettare di gocce di pioggia contro una superficie di vetro scanalato.
    «Pronto?» ripeté Elena, aggrottando le sopracciglia. «Chi parla?».
    «Mamma?»
    La voce arrivò attraverso quel turbine di vento con una chiarezza che fece gelare il sangue nelle vene di Elena. Era una voce sottile, limpida, con quella leggera flessione sulla consonante R che apparteneva a una persona sola al mondo.
    A sua figlia Marta.
    Marta, che era morta sette anni prima in una notte di ghiaccio lungo la statale per la montagna, quando aveva soltanto ventidue anni.
    Elena portò la mano sinistra alla gola, sentendo il cuore battere con colpi così violenti da farle mancare il respiro. Fece per staccare il ricevitore dall’orecchio, pensando a uno scherzo crudele, a una deviazione di chiamata, a una follia della sua mente stanca, ma la voce riprese subito, con un’urgenza che spezzava il cuore.
    «Mamma, ti prego, non riagganciare» disse la voce, e nel sottofondo si udì lo scatto secco d’un contatore monetario a gettoni, seguito dal rumore delle lamiere d’una cabina telefonica che oscillavano sotto le raffiche della bufera. «Ho solo tre minuti. Ho dovuto camminare tantissimo per arrivare fin qui».
    «Marta…» mormorò Elena, e la parola usci dalle sue labbra come un lamento soffocato. «Marta, dove sei? Cosa sta succedendo?».
    «Sono alla cabina nel vento, mamma» rispose la ragazza, e dalla sua voce traspariva un sorriso triste, lo stesso sorriso che faceva quando da bambina tornava a casa con le ginocchia sbucciate. «È una cabina rossa, in cima a una collina dove non ci sono alberi né case. C’è solo questo telefono. Chi arriva qui può fare una sola chiamata verso la terra. Bisogna aspettare anni prima che ti diano il gettone, ma oggi era il mio turno».
    Elena si accasciò sulla sedia della credenza, stringendo il ricevitore con due mani come se fosse l’unica cosa capace di tenerla legata al mondo dei vivi.
    «Marta, amore mio…» le lacrime le bagnavano la guancia, scivolando sul filo nero dell’apparecchio. «Mi manchi così tanto. Ogni giorno. Ogni singolo giorno da quando te ne sei andata».
    «Lo so, mamma» la voce di Marta era intervallata da piccoli scatti metallici, il segnale che il tempo del gettone stava consumandosi rapido. «Vedo quando ti siedi in giardino vicino alle mie rose. Vedo quando mantieni la porta della mia camera chiusa perché non vuoi spolverare i miei libri. Ma non devi più piangere. Qui non fa freddo. C’è solo questo vento pulito che sa di sale e di erba secca».
    «Perché non mi hai cercato prima?» pianse Elena, premendo il cornetto contro la bocca.
    «Non si può prima, mamma. Bisogna prima imparare a non avere più paura del buio. Io adesso sto bene. Volevo soltanto dirti una cosa, una cosa che non ho fatto in tempo a dirti quella sera prima di uscire».
    Un rumore di raffiche più forte investì la linea, facendo oscillare il suono della voce di Marta come se si allontanasse lungo una vallata profonda.
    «Cosa, Marta? Dimmi, ti prego!».
    «Che ti ho voluto bene con tutto il mio cuore» disse la ragazza, e la sua voce era ora vicinissima, trasparente, calda come una carezza sulla fronte. «E che la casa non è vuota, mamma. Io sono dentro ogni raggio di sole che entra dalla finestra della cucina. Adesso devi riaprire le tende. Devi lasciar entrare la luce».
    Clac.
    Un gettone cadde nella cassetta metallica della cabina lontana. Un fischio lungo, acuto, seguito dal segnale di linea libera, occupò la cornetta.
    «Marta? Marta!» gridò Elena nell’apparecchio.
    Nessuna risposta. Soltanto il tono ritmico, sordo, della linea staccata: tuut… tuut… tuut…
    Elena rimase seduta nell’ombra del salotto per dieci minuti, con il ricevitore premuto contro il petto, ascoltando quel suono meccanico finché non si spense da solo.
    Poi si alzò. Le sue gambe non tremavano più. Si avvicinò alla grande finestra che dava sul giardino, afferrò i cordoni delle pesanti tende di velluto scuro che teneva tirate da sette anni e le spalancò con un unico, ampio movimento.
    La luce del pomeriggio inondò la stanza, accendendo il pulviscolo nell’aria e illuminando la credenza, i libri di Marta e il lenzuolo di lino bianco posato sul divano. Elena aprì il vetro della finestra, lasciando che il vento di maggio entrasse nella casa, portando con sé l’odore dell’erba tagliata e il profumo delle prime rose del giardino.

  83. SPECCHIO DELL’ANIMA
    Occhi scrutano in silenzio
    Osservano
    Indagano
    Scavano nel profondo
    ed infinito
    specchio dell’anima
    Alla ricerca dell’essenza
    di un io
    Che privo dei suoi veli
    messo a nudo
    Senza più maschere
    cerca di sfuggire
    alla realtà
    Per poi nascondersi
    dietro la coscienza
    d’una vita
    ormai vissuta

    Sezione A – Accetto il regolamento

  84. ” Costellazione della bilancia” Diego Civita-
    E mentre sentii
    di affamare le stelle,
    bruciò la luna
    di fronte al canto dei tempi
    e già il mare predisse
    nei sogni
    la legge delle forze
    oltre l’ora sacra dei ricordi.

    Sez. A (accetto il regolamento).

  85. “La fiera delle anime”
    Alla fiera delle anime si vendeva di tutto,
    si vendevan, cappelli, foulard usati, busti di bronzo, barzellette lette su rotocalchi pieni di polvere, scatole di fiammiferi da collezione, ricette di pasti per non invecchiare e posate di nobili morti in guerre sconosciute.

    Alla fiera delle anime c’era un gran frastuono, si parlava di tutto, si comprava di tutto, ogni anno accorrevano genti diverse da tutti i Paesi alla fiera delle anime.

    Alla fiera delle anime c’era un mercante: “Astolfo” che non si sa perchè vendeva più di tutti e tornava ogni anno con nuove rocambolesche promesse scoperte da vendere al prezzo migliore.

    Poi c’era Grisella alla fiera delle anime, giovane, povera ma bella, vendeva bottigliette di liquori da collezione ereditate dal nonno vecchio mercante viaggiatore della marina che aveva girato il mondo.
    La mamma “Angelica” che la voleva sistemare e farla partire col nonno quando lui ancora viaggiava, ma lei aveva paura dell’ignoto e del mare che pur amava e preferì restare al suo paesino di collina in Portogallo.
    In un giorno d’estate, il sole era nel cielo limpido, i suoi raggi scaldavano la terra che pareva bruciare per il calore. Si sa nei giorni estivi di agosto tutto pare lento e affannoso come l’aria afosa che si respira nei campi e nelle città brulicanti di gente. C’era un via vai di gente che andava e veniva, che comprava e vendeva alla fiera. Grisella esce dalla sua casa piccola e angusta per comprare il pane, tra la folla vide un uomo dalla pelle scura, abbronzata, con le sue braccia possenti, che era attento ad aggiogare un bue. Grisella fissò il suo sguardo su di lui e subito sentì nel suo cuore un battito lento e intenso come se il suo respiro mancasse. Quell’uomo era Antonio, un bell’uomo spagnolo di Toledo, allevatore di bufali in Spagna per farne borse e pellame, ed era venuto alla fiera delle anime. Antonio con gli occhi color nocciola profondi e neri come la terra si trovarono come in uno stranissimo duello non voluto di fronte a quelli celesti e paradisiaci di Grisella. I due duellanti, uno di fronte all’altro si guardarono e all’improvviso tra quelli che penetrano l’animo di Antonio e quelli timidi e imbarazzati di Grisella che divenne rossa in volto, all’improvviso scese il silenzio, gli schiamazzi della fiera eran taciuti. “Holà! Mia bella senorita! Desidera qualcosa? disse Antonio per rompere il ghiaccio.”No, veramente adesso passavo di quì per andare a comprare il pane!””Il pane? Come se già non mancasse mai”, soggiunse Antonio. “Come vi chiamate?” domandò Grisella.”Antonio” E voi, senorita?”Grisella”
    “Grisella, un nome buffo e particolare”. “Era di mia nonna”. “Dicevo solo per scherzo”. “Ora devo andare, tra un po’ è l’ora di pranzo e devo portare il pane a casa, altrimenti mio padre si infuria” 2 Quando potrò rivederla? “domandò con sorpresa di lei Antonio? “Domani, forse! “aggiunse lei. “Allora come si dice in questi casi. Hasta manana, senorita! Em…Grisella!” “A domani, signor Antonio”. Grisella annotava tutte queste cose sul suo diario ed ecco che scrisse una dolce e delicata poesia…
    ieri sera il vento mi parlò,
    e il suo soffio leggero e sottile al mio cuore , giungeva.
    Ha il mio animo colpito,
    sei entrato dentro di me
    con i tuoi baci dolci, ed era amore.
    Prima dell’indomani e dell’incontro tra i due,
    i fari dell’amore si erano accesi, Non si riuscirono a vedere in quei giorni per degli eventi imprevisti a entrambi, ma l’incontro vero d’amore, avvenne altrove. Angelica, la madre di Grisella e altre persone del paesino però capirono di certo da quell’incontro che alla fiera delle anime c’era un gran frastuono, che alla fiera delle anime era difficile essere uomo, ma che alla fiera delle anime non si capiva come, ma nasceva l’amore.
    Sez B (Accetto il regolamento).

  86. Anita e il Grano
    (Ode alla prima estate)

    Non ho mai saputo disegnare,
    il professore salvò solo un asino
    per via dei colori messi a festa.
    Ma se oggi potessi usare il pennello,
    dipingerei un campo di grano a giugno,
    l’oro che trema a un colpo di vento
    e una linea di binari in fondo.
    Abitavo a metà strada, l’ingresso,
    tra la piazza e la stazione del treno,
    dove aspettavo ignaro che arrivasse il sole.
    E il sole arrivò con le gambe di Anita.
    Secoli di gonne lunghe e palandrane
    svaniti nel vento di una novità:
    girava la gonna, girava la testa,
    la vita scopriva la sua gioventù.
    Alla radio cantavano i genitori:
    “Ma le gambe a me piacciono di più!”
    e subito dopo arrivarono i Beatles,
    da un’Inghilterra che non sapevo.
    Urlavano forti: “I need you, I need you!”
    Ma io ci sentivo un richiamo d’amore,
    il vento di giugno che univa le sponde:
    “ Anita, Anita, Anita…”
    cantavo, mentre l’estate arrivava
    sui binari di un treno
    e il grano rideva, guardandola andare.

    Sezione A – Accetto il Regolamento

  87. I need you Anita…

    Correva l’anno 1965 e alla radio impazzavano le canzoni dei Beatles.
    Già i colori, nei campi dorati dal grano, annunciavano l’imminente arrivo dell’estate.
    La scuola era appena finita ed ero stato promosso, nonostante fossi una frana in disegno (ma mi riscattavo nell’uso dei colori, che col tempo ho sostituito con le parole). Quando mi annoiavo, mi affacciavo per vedere la gente, a piedi e in macchina, andare e venire per la via. Abitavo a metà strada, tra la Piazza e la stazione dei treni.
    Uno degli spettacoli più belli che ricordo più volentieri era l’andirivieni di una ragazza in bicicletta; mi pare di ricordare che si chiamasse Anita. Era una ragazza un po’ più grande di me, coi suoi quattordici anni, ma quella per me era forse la prima volta che guardavo una ragazza con gli occhi di un ragazzo che si sentiva già uomo. Non so se andasse e venisse in bici per attirare l’attenzione mia o dei miei fratelli più grandi, oppure se la spassasse semplicemente in bicicletta, spensierata come l’estate e l’epoca che stavano per esplodere.
    Indossava una di quelle minigonne che allora si cominciavano a diffondere tra le adolescenti; gonne generose che scoprivano le gambe delle donne, dopo secoli, millenni di buio, di ombra e di desideri repressi, da una parte e dall’altra.
    Basti ricordare, per farsi un’idea di quello che passava allora il convento, per i giovani smaniosi di potersi beare, almeno con lo sguardo, delle grazie femminili, che i giovanotti del mio paese, pagavano 50 lire a Efisiu Cruxoi (in pratica quel personaggio, presente in ogni paese, che con insensibilità e incoscienza si definiva “lo scemo del villaggio”) , affinché sollevasse le gonne di qualche pulzella da marito, che con passo impettito, nelle interminabili vasche domenicali (dalla Piazza di Chiesa alla discoteca Moulin Rouge, andata e ritorno), metteva in mostra le pesanti palandrane in cui erano costrette, ben fasciate, le loro bramate grazie. E il massimo della curiosità maschile veniva soddisfatta da certi calendarietti profumati che i barbieri regalavano ai clienti più affezionati; oppure da fumetti e giornali che toccavano l’apice della trasgressione con la rivista “Le Ore”, gelosamente custodita sotto i materassi dei letti dei maschi singoli di allora.
    Confesso che il roteare di quelle gambe bianche e lisce, su e giù nei pedali della bicicletta, mi avevano letteralmente stregato.
    Alla radio andava in onda di frequente “Michelle”, la canzone dei Beatles, con quel suo accattivante ritornello che ripeteva all’infinito: «I need you, I need You, I need you…»; e io, nella mia ignoranza, dato che ancora non avevo iniziato a studiare l’ inglese, mentre la bicicletta passava sotto il mio sguardo infatuato, pensavo che la canzone fosse dedicata a una ragazza di nome Anita. Anche se il titolo della canzone era Michelle. Non sarò stato molto bravo in lingua inglese, ma il linguaggio universale dell’amore, quello credo di averlo appreso in quella primavera che diveniva estate.

    Sezione B- Accetto il Regolamento

  88. Acceto il regolmento. Sezione B
    Dedicato a Giulia Cecchettin

    Non so cosa m’abbia preso Tutta colpa di quel benedetto vizio che, quando il morale non è alle stelle, m’impone di mettere in ordine cassetti e armadi. Quasi che dall’ordine fisico potesse scaturire un’armonia di altro tipo a ristorare l’animo. Così t’ho scovato: è tale l’intimità che si è creata tra noi che non posso che darti del tu. Molti scorgerebbero in te solo una normale cartolina postale, forse potrebbero intuire i ricordi che sai suscitarmi, certo non condivideranno il subbuglio con cui hai scompigliato il mio orizzonte emotivo.
    Già l’immagine sul verso anteriore che riporta il meraviglioso Crocifisso di Giotto (Chiesa di Santa Maria Novella) ha, almeno su di me, un impatto simbolico molto attrattivo. Anziché riporti nel cassetto, in qualche angolo al riparo dall’indiscrezione dello sguardo, non ho saputo liberarmi di te, con prudenza ti ho conservato sul marmo del comodino e, cercando di trattarti con rispetto, ho finito per inserirti sotto la copertina del libro che, da tempo, attende di essere letto. Sono passati pochi giorni e, tutte le volte, prima di coricarmi, ti ho dedicato un pensiero. Finché una di queste notti, mentre riflettevo sul titolo di quella lettura, mai terminata-Padri e figli di Ivan Sergeevič Turgenev -d’impulso ho obbedito a una forza che mi spingeva a ristabilire un contatto ravvicinato. Con la mano ho scorso il bordo che delimita il tuo lato anteriore e ho accostato le labbra all’immagine sacra. Una sottile ansia si impadroniva di me e si è andata placando solo quando ho individuato il posto giusto per te. Sempre con attenzione, ho sollevato il cuscino e da lì mi sei stata vicina per tutta la notte. Tuttavia non sospettavo l’influenza che avresti esercitato sul mio immaginario e anche sul mio agire. La sorpresa più grande, non saprei definirne la natura, forse uno scherzo del destino, mi ha colto al risveglio quando ti ho recuperato e mi sono decisa a voltarti, così da avere sotto gli occhi la parte che di norma è riservata alla comunicazione personale; e lì mi folgorava la scritta obliqua in cui riconoscevo la grafia così gentile e tersa di mio padre. Non avevo dubbi sebbene il messaggio mancasse di firma. Mi sentivo come sbattuta, straniata o meglio estranea alla realtà che mi circondava. Intanto la data 11 novembre 2023. Come poteva, mio padre, ricollegarsi a eventi così spostati nel tempo, più di vent’anni dopo la sua dipartita. Cosa ne sapeva della mia promessa non mantenuta? Eppure il suo monito era chiaro: Non aggiungere al resto il tuo sfregio, ti ho reso coraggiosa, manterrai la tua promessa. Giulia attende il tuo pellegrinaggio
    Per ora mi sto solo preparando a quel pellegrinaggio, dovuto e sentito. A modo mio approfondisco il simbolismo della croce. Ne studio la rilevanza così spiccata nella storia dell’arte. Poche memorie ho trattenuto, ma si sa, i semi hanno bisogno di tempo per dare frutti. Mi piace riflettere su quelle figure, sulle emozioni, talvolta discordi, eppure profonde, che mi colgono quando volgo lo sguardo ammirato al Cristo in trionfo e al Cristo patiens. Mi piacerebbe poter interloquire con i testimoni dolenti, la Vergine e Giovanni Evangelista, ritratti negli scomparti che affiancano il piano verticale della croce Penso agli artisti e alle influenze che i Committenti potrebbero avere esercitato sull’espressione di questa loro arte.
    Mi sono anche rivolta alle fonti e sto meditando sulle pagine del Vangelo.
    Una mattina, presa da sacro furore, ho rintracciato, dopo varie tribolazioni, quel testo di René Guénon che certo merita la mia considerazione. Sebbene intuisca che potrebbe battere una via abbastanza lontana da ciò a cui in questo momento aspiro, mi riprometto di leggerlo a breve.
    Non ho più osato voltarti per avere conferma di quella visione con cui mi hai rivelato il messaggio di mio padre. Chissà, gli occhi potrebbero cedere al disinganno e tutto potrebbe essere riportato sotto l’egida della suggestione. Ora però accompagni i miei passi. Come le foto, da cui molti non si separano, sei andata a infoltire il mio portafoglio. A te va il mio grazie commosso e sincero.
    ***
    Dal mio diario
    28 novembre 2023

    Da più parti mi giungono inviti a pronunciarmi sulla questione del femminicidio e non so perché, ma mi sento a disagio. Tutto questo clamore suscitato sugli ultimi eventi, mi disturba e mi sconcerta. Troppi divari nei pensieri anche dagli addetti ai lavori, pensieri che non si conciliano e non si integrano, piuttosto sembrano animati da una volontà di rivalsa e di prevalenza come se si dovesse dimostrare da quale parte sta la ragione, insomma chi ragiona meglio o in maniera più etica. Non parliamo poi del mondo della politica a cui fanno da cassa di risonanza i media: anche in questo caso si è cercato solo l’occasione di scontri, per non parlare delle bufale confezionate allo scopo di sollecitare questi tipi di comportamenti. Vorrei potermi immergere in un silenzio purificatore e da questo silenzio trarre la forza per un percorso operativo, sia pure modesto, affidato com’è alle risorse di una persona comune quale io sono.
    Sarà che ci avviciniamo al Natale, sarà che per casa circolano i biglietti d’auguri, gentile omaggio di una fondazione Onlus che sostiene le opere di carità francescana nel mondo, sarà che da tanto, troppo tempo non mi accompagna più la forza della preghiera, ma solo a questo mi affido e solo di questo sento la necessità.
    Perfino il mio acutissimo senso della giusitizia oggi si allontana e quasi mi avversa con penitente derisione. Vedo la mannaia del pensiero giudicante che si abbatte di volta in volta alla ricerca di colpe e di responsabilità.
    Non voglio, non voglio più rimanere vittima dello sdegno.
    Sento bisogno di un’azione di pace e di fratellanza.
    Sto pensando di dedicare un pellegrinaggio in omaggio a queste vittime, una lunga catena di vittime: ripercorrerò il simbolo della croce come si manifesta attraverso le opere degli artisti che si sono fatti suggestionare da questo mistero regalando a Firenze capolavori spesso ignorati e trascurati dai percorsi turistici di massa.

  89. “Stelle ”
    Puntini luminosi
    che brillate nel cielo come lucciole;
    fiaccole della speranza,
    bagliori dell’universo
    racchiudete i più dolci desideri
    nascosti nei nostri cuori.
    SEz a
    Isabella Soverino
    Accetto il regolamento

  90. L’infanzia rubata

    Ascoltavo il vento baciare le nuvole
    disteso sui grandi tronchi della Magnolia
    che a ogni alba abbracciavano il cielo
    con le sue fronde sempre verdi.

    Correvano le rondini su sentieri invisibili
    circondati dagli alisei di stagione
    pregni del desiderio di libertà.

    Un frastuono lontano, un’eco d’improvviso
    a turbare la quiete, il silente fruscio delle foglie;
    ansimanti zampillavano paure profonde
    e lingue di fuoco cadevano dal cielo.

    La Magnolia mi strinse nel suo abbraccio
    -forse è il momento sussurrò lievemente-
    non disse altro dipingendo un sorriso.

    Tutto intorno ora è rovente,
    fredda l’aria di cenere rivestita
    oscurata la luna sbagliata del giorno
    è quel tronco deposto sul prato di maggio.

    Adesso sono polvere che bacia le nuvole
    disteso sul prato, in un ultimo abbraccio,
    tra radici divelte e fronde ricurve
    sorrido alla terra nell’ultimo viaggio.

    sez. a accetto il regolamento

  91. UNDICI ANNI

    Sono nato gemello, mezz’ora prima di Alfredo.
    Abitavamo in una grande casa padronale, con un enorme salone di soggiorno, la cucina, il tinello, tre camere da letto e due bagni, più tre grandi locali di ricovero e deposito. Un bel casale di campagna, circondato da una decina di ettari di terreno ben tenuto, con lunghi viali a colonne pergolate e alberi da frutto di ogni tipo. Si chiamava ‘La Portara’, i campi erano coltivati da un cugino di mio padre.
    Situato alla periferia ovest del paese, il podere era quasi attaccato alla linea ferroviaria e il cancello di ingresso affacciava sul viale della stazione. Sentivamo da casa il treno arrivare e ripartire, come se stessimo sui binari, e il vento di ponente ci portava a volte anche le voci dei passeggeri. Oggi di tutta la tenuta è rimasto solo il casale, così com’era, il terreno è stato lottizzato e c’è un intero rione, con ampie strade e spazi pubblici.
    La Portara confinava, per tutto il lato ovest, con un podere lungo e stretto attaccato alla ferrovia. Aveva un casolare in fondo e un unico vialetto spoglio che lo collegava al viale della stazione. Ci veniva spesso a lavorare una famiglia con papà, mamma e due figli, un maschio poco più grande di noi e una femmina più vecchia, una ventina di anni. Salivamo e ci sedevamo sull’alto muro di cinta per guardarli. Loro ci salutavano continuamente, da lontano.
    Un giorno la signorina venne sola. Si avvicinò e si mise a parlare. Era alta, molto magra, il volto allungato, con un vestito scuro allacciato in vita, lungo fino alle caviglie.
    «Se scendete, vi mostro una bella cosa» disse.
    «Vai!» mi incitò Teto ad alta voce.
    Volevo tirargli un pugno in faccia. Vacci tu, volevo dirgli.
    Lei mi guardò. Cosa potevo fare? Saltai giù.
    Mi prese per mano e ci avviammo verso il casolare. Teto, seduto a cavalcioni sul muro, guardava.
    Entrammo. Era una stanza con tante casse vuote, un focolare, un tavolo e un lettino senza coperta, su cui si sedette. Mi tenne in piedi fra le sue gambe, prendendomi le mani. Io ero sprofondato di vergogna.
    «Quanti anni avete?» mi chiese. Il plurale mi piacque, non eravamo soli.
    «Undici» balbettai.
    Cominciò ad accarezzarmi il sedere, prima piano poi stringendo forte, una natica alla volta. Poi mi prese la mano e se la infilò nella scollatura del petto. Rimasi inerte.
    «Vuoi vedere il mio buchetto?» mi chiese.
    La guardai tremando. No, risposi con la testa.
    Poggiò la mano sulla patta: «Che cosa abbiamo qua dentro?» mi domandò guardandomi.
    Si rese conto del mio estremo imbarazzo e mi diede un bacio leggero sulle labbra. E dopo sulla gola.
    «Ti vergogni?».
    No risposi, sempre con la testa.
    Mi sorrise e uscimmo fuori. Il pinocchio stava ancora seduto sul muro e ci guardava coprendosi gli occhi con il braccio, il sole era già all’orizzonte. Lei mi prese per mano e ci avviammo lungo il viale. Mi sovrastava con tutta la testa. Arrivati in fondo, quasi sulla strada, mi si mise di fronte, mi alzò il mento, accostò le labbra alle mie e mi versò in bocca una palla di saliva.
    Fui disgustato. Lasciai la sua mano e corsi via. Il conato di vomito mi perseguitò fino a sera.
    Il pinocchio mi tallonava.
    «Cosa avete fatto?» mi chiedeva insistentemente.
    «Niente!» gli dicevo, per fargli credere il contrario.
    In seguito, nei giorni successivi, gli dissi di tutto: che mi aveva sbottonato, che me lo aveva accarezzato, che se l’era appoggiato in mezzo alle gambe e che le avevo leccato i pizzi delle minne. Non credette a tutto, ma neanche a niente, aveva visto anche lui che mi aveva baciato sul viale del tramonto. Mi guardava sott’occhi, io mi toccavo apposta quando gliene parlavo, per fargli credere che il ricordo mi eccitava.
    E in ogni caso, avvertii che sentiva di essermi rimasto indietro di anni per quella sola ora del crepuscolo, anche se a me dell’esperienza non era rimasto altro che il disgusto.
    Gli confessai che mi aveva semplicemente sputato in bocca solo quando mi raccontò di quella sua sera. In piedi davanti a una panchina della villa comunale, la sorella diciottenne di un nostro compagno di scuola leccava davanti a lui un cono di gelato, conoscevamo bene le sue provocazioni, stava sempre a stuzzicare. Era d’estate, avevamo finito la terza media e ci saremmo iscritti al liceo classico.
    Mi raccontò che, seduto alla panchina sotto il lampione, guardava come lei muoveva la lingua avvolgendola tutta rossa intorno alla sfera congelata.
    «“Vuoi assaggiarlo?” mi chiese, strizzandomi l’occhio. Le dissi di no con la testa. Allora si piegò e mi baciò, aveva le labbra morbide e fresche, al gusto di cioccolato bianco. Mi si sedette accanto e ricominciò a leccare, guardandomi di lato in silenzio e continuando a fare occhiolini. Poi si rialzò, si piegò e mi ribaciò. E questa volta lasciò cadere nella mia bocca una pallottola di gelato. Dovetti scappare per non vomitarle addosso».
    Quando gli raccontai di quello che era davvero successo tre anni prima con la signorina nel casolare: «Tanto lo sapevo» mi disse sollevato «che non avevi combinato niente!»

    sez. b accetto il regolamento

  92. Continuo a chiedermelo

    Arriva in silenzio
    in punta di piedi
    senza chiedere permesso
    s’insinua come una serpe
    in molti di noi…
    Vile cerca i più deboli
    dove restarci per sempre
    mentre chi è più forte
    lo deve subire
    con terrore e rabbia…
    E’ un nuovo veleno
    che impesta il pianeta
    il suo nome impera
    è il Coronavirus 19…
    Ma non è arrivato
    dal cielo o da Marte
    no è un nostro prodotto
    di una umanità beota…
    Di chi avvelena la natura
    e non la sa rispettare
    di coloro che non vivono
    in armonia con il creato…
    Quegli stessi inesorabili
    che anche durante il dramma
    cercano il profitto
    speculano sul dolore…
    E forse c’è anche il sospetto
    che sia una nuova arma
    micidiale e inesorabile
    partorita dal cinismo
    di chi vive di potere
    che teme di perderlo…
    Ma messi di fronte
    a questa nuova pestilenza
    se poi se ne usciremo
    cosa ne trarremo?
    Sì oggi riscopriamo
    i valori dello stare insieme
    cercando contatti nuovi
    cantando dai balconi…
    Ma domani?
    Troppo spesso l’umanità
    non ha saputo apprendere
    dalla storia del suo passato
    e continua ebete nell’errare

    sez. a accetto il regolamento

  93. Fermo immagine

    Ti cerco affamata
    negli affranti del mio ieri,
    in uno squarcio di luce
    nella tempesta.
    Statico divenire di ieri e oggi,
    ti guardo sospeso in una bolla
    velato fermo immagine.
    Allungo la mano a toccare il niente.
    Arsa la bocca non ha ristoro,
    secchi sono gli occhi
    dal troppo pianto.
    Dimmi perché
    Il sopravvivere a te
    è la morte dell’anima mia.

    Partecipo sezione a
    Accetto il regolamento

  94. Sez A accetto il regolamento
    un giorno dopo l’altro

    parole si infrangono ,sdrucciole
    contro dritti muri di indifferenza
    non ritrovando, la gioia di ascolto
    Non sanno più infiammare cuore
    mentre lasciano scia di dolore
    con ombra lunga di malinconia
    per vivi brillanti solfeggi d’amore
    che ancora appassionano mente
    La vita,non odora più del suo bello
    cruda,mi scudiscia in tutta ferocia
    con incalzanti inganni ed aspri dolori
    Punisce anima che ha voluto bene
    ad ombre vaghe senza viva presenza
    mentre certezze si sbriciolano mute
    nel silenzio assordante del vuoto
    Nel buio della notte cerco belle stelle
    che sapevano illuminare il cammino
    non le vedo,stanche hanno spento luce
    I

  95. Sez B accetto il regolamento
    Sentire del cuore

    Nella bella libreria il Papiro, di stile Belle Epoque il libraio non si scompone mai allorquando un cliente qualsiasi gli chiede notizie su di un libro di qualunque genere poesia, narrativa o saggio, ma anche sugli autori siano essi moderni od antichi, famosi o poco conosciuti
    Imperturbabile e distaccato riesce sempre a fornire una risposta precisa, che possa in qualche modo essere utile ad agevolare la scelta del lettore
    Assiso comodo sul suo sgabello di legno scuro dietro al banco di quella strana libreria con voci sempre riverberanti, sull’onda garbata di sobri e giusti commenti musicali, i titoli e gli autori delle principali opere universali
    Da sempre si considera il custode attento di tutti quei libri, che, inutile dirlo, conosce bene, come fossero tutti suoi figli prediletti
    Quello strano pomeriggio, però, non poté evitare di perdere la sua proverbiale aplomb, a quella strana richiesta, all’incontrario, se così possiamo dire, che uno strano personaggio, per aspetto, con un po’di etereo e con il parlare freddo e scandito senza pause, posto davanti a lui.
    Deciso gli formulava in modo, un po’ diverso, in quel giorno qualunque in cui il sole si nascondeva e riappariva tra le nuvole grigie
    “Vuole acquistare questo volume per la cifra di 1000 euro”?
    L’ho ritrovato in un vecchio baule in uno scantinato scuro e nascosto”
    Continuò,” Non posso tenerlo ed ho bisogno di danaro per sopravvivere. Sa, mi creda, leggendolo capirà che vale molto, ma molto di più di quanto io le chiedo”
    Guardando fisso con gli occhi, il libraio, ancora incalzò
    “Non lo giudichi dall’aspetto esterno!
    È un po’ trasandato, vero, e misero nella sua forma triangolare, un po’ bizzarra
    È un libro molto antico sa, se vede non è un riportato neanche l’anno di produzione, ma le assicuro che ha molte vite ed ancora riesce a sconvolgere”
    Con tono tonante solenne proseguì:
    “Vede, egregio signore, il suo valore è nel suo contenuto
    Non esiste esemplare identico in nessuna parte del mondo.
    Tutto il valore è, sintetizzato nel suo titolo:
    Il libro del Sapere Universale, che balza lucido, ben in vista con le lettere in oro ed in stile gotico sul fondo di cuoio “
    Da ultimo concluse la sua roboante presentazione
    “Aiuta a comprendere ed a vivere bene la Vita”
    Il libraio, persa la sua proverbiale calma, era un po’sconvolto da questa strana proposta
    Per quanto frugasse nella sua mente, non riusciva a ritrovare la ben minima traccia di tale titolo e tanto meno del possibile autore dello stesso e neanche il possibile anno di edizione
    Scandaglio ‘con attenzione tutti i trattati filosofici ed i saggi critici sulla condizione umana, di sua conoscenza, ma niente, non trovava alcun dettaglio che gli consentisse la comprensione e la catalogazione
    Il titolo, la modalità di presentazione, lo stesso strano personaggio, ben vestito, ma che asseriva di essere in difficoltà, gli procuravano uno strano stato d’animo ed una condizione mista di paura e di spinta forte, verso il poter comprendere, con il peso della ragione pura, quella modalità così inusuale
    Per quanto si sforzasse, si trovava sempre più spaesato e solo nella decisione da prendere
    Intanto era trascorsa già più di un’ora da quella ben formulata ed insolita richiesta, tra sguardi che viravano dal caldo ammiccamento, alla fredda perplessità, quando lo strano personaggio, disse che doveva andare via perché lo chiamavano e doveva subito rientrare dal suo luogo di provenienza
    “Allora che fa?” “Lo acquista, o me lo riporto con me?”
    La confusione e lo sbandamento erano davvero immensi
    Affidandosi alla pura ragione, che non sapeva dare assistenza, il libraio pendolava tra l’idea di una truffa ideologica ben orchestrata a suo danno e l’idea struggente di poter avere tra le mani il mezzo che gli avrebbe permesso di comprendere in modo definitivo, quanto da una vita ricercava tra i suoi libri: il mistero profondo dell’essere umano
    Ascoltando, infine la sola voce profonda del suo Sentire, con voce decisa, esclamò: “lo prendo!!!

  96. STIMMUNG

    I PARTE
    Una stanza.
    Una valigia lilla ed una raspa,
    ricadente mandorla – una sacca –
    l’ombra di gigli sull’attaccapanni,
    fa un cappotto d’incerati trucioli
    la notte.

    Nello specchio una stanza.
    Ha due porte, improbabili comparti,
    in due metà si scinde il trompe l’œil
    dei giardini di Bordeaux,
    rallumina il vecchio poster
    de Le Procope nel cigolio di porticine,
    nell’occhio fisso di stupore
    un chiodo viola
    regge un quadro di scarlatti,
    solidago un vaso di puntine.

    Sul chiavistello s’impaura, pallido geco,
    del vuoto della parola che trabocca,
    di sogni e mete trafitti da un inganno,
    ciò che ristagna – opalescenza –
    in una coppa di vestigia,
    a mezza voce, di finestre cieche,
    smesse cartografie sulle vetrate
    degli Atenei.

    Una linea s’infittisce
    sul vizio della serratura
    – fascio di luce in una tazza di caffè –
    risplendono di una bellezza resa
    le fave sui tavoli ed il pane,
    al centro dell’aura sul davanzale
    – raggiato faro di legno –
    fa da sipario agli assecchiti vanni
    l’ansa poco illuminata,
    lo sgocciolìo della fruttiera
    ritaglia sul velario
    una ciliegia blu sullo stuoino.

    II PARTE
    Sgrondava dalla parete nuda
    il conico riflusso di minute cose,
    di false pose, di scatole racchiuse
    l’una nell’altra, come i pensieri;
    e cadranno nuvole, e stelle,
    dove la bellezza è un aculento frutto,
    lasciando ingiù sul fondo
    le uova deposte di cuculi nei nidi,
    erbi steli officinali;
    s’è riparato all’ombra di una mensola
    un azzurrino cuneo di giacinti,
    si lineano due ali di farfalla
    nell’orbita di un fiore,
    d’incongiunti trigoni
    nel raggio della sfera.
    S’inabissano corpi di gesso
    nel mucchio di dentellati remoli
    – nocente forgia la mosca inerte
    nel fontanile –
    dai recintati muri sgomitolano selci,
    torbati capitelli,
    s’infuoca sulla spalla di alluminio
    un secchio smanicato di metallo,
    ad un’eco s’annoda la sottile foglia
    di Falangi;
    si leveranno dalla strada, a poco a poco,
    lo stridìo di marmitte rumorose,
    le voci di ambulanti e dei fornai,
    convulso trapestìo alle fermate dei tram;
    sul bavero si disforma
    lungo nebbiate pensiline
    il nerofumo del filettato labbro.

    Rimane il giorno sulla rena,
    nell’ombra della clessidra
    che hai negli occhi,
    e mai s’arrese il mare al sole
    che tramonta.
    Brilla il citiso fra le sopracciglia,
    un chiarore d’acqua nel bicchiere,
    si fa mosto di trapuntati cieli
    un sentore vago di vaniglia;
    rigermogliava lungo l’intonacata
    la pianta del tè di un arabesco,
    qua e là le fruttate teste,
    vecchie litografie dell’Arcimboldo.
    Con uno scatto risaliva
    l’ingemmata scilla,
    invermigliato bombice di quercia.

    Thea Matera
    Sezione A
    Accetto il regolamento

  97. CARAMELLA NELL’ARIA
    Ore di rose,
    pennellate sull’acqua:
    sfogliato è il tempo.

    Caramella nell’aria il volo dell’aquila
    insciarpando l’alluminio cielo,
    e penso, non oggi, cara, non oggi,
    domani, forse, alla festa delle stelle
    morte, nel silenzio d’orrifici suoni.

    Inclino con l’asse del mondo, lippando
    la carne dell’anima mosca,
    e urlo, è tardi, troppo per piangere
    sul tempo degli anni inceneriti,
    bloccati nella morsa circolare.

    Ebbasta, ridacchia il mio elfo malvagio,
    vieni con me nella ragna nera,
    e più non sarai una rinnegata regina,
    vedrai scorrere a fiumi la magia,
    rivivrai ogni notte lontana da sole.

    Quasi ebbra dipingo le mie voglie,
    ma sono nata neve in deserto di paglia,
    e mi sciolgo nel calice di fiamme,
    non aquila, non elfo ma allodola
    essere vorrei in luccicanza d’aurora.

    Epperò, forte è il rodìo di tarlo
    del cuore che chioccia ballando solo,
    e più non versa liquidi d’infusi sognanti,
    m’inocula sol veleni di chimera,
    lupeggia di saudade e d’invernale amore.

    Sandra Ludovici
    Sezione A
    Accetto il regolamento

  98. CHIEDIMI SE SONO FELICE

    ***

    Chiedimi se sono felice…
    Oggi .. e un altro giorno ancora

    Se stare alle voglie del vento
    trasforma le chiome degli alberi
    in pennacchi battuti
    nel vuoto del cielo senza pietà

    Se l’onda del mare
    che s’infrange sulla roccia
    accoglie il suo destino
    nell’andirivieni eterno del mare

    Se il ciliegio che fiorisce a primavera
    vuole la neve sui petali
    rincorrendo le stagioni
    nel senso opposto

    Chiedimelo ancora mio caro
    e più che puoi se sono felice
    Non sarà tempo perduto per te saperlo
    Non sarà un lamento per me risponderti

    Maria Paterlini
    Sezione A
    Accetto il regolamento

  99. UNA NOTA STONATA

    Sono una nota stonata nel tempo.
    Per questo continui a sentirmi, anche quando la musica tace.
    Sono una poesia che ancora non conosce la sua voce,
    una preghiera rimasta sulle labbra di Dio,
    in attesa di diventare respiro.
    Sono il pensiero che inciampa nella luce
    e il sogno che, nel buio, conosce ancora la strada.
    Sono ciò che sono.
    Una terra attraversata da troppi “se”,
    da infiniti “ma”
    che hanno imparato a vestirsi di silenzio.
    Eppure vivo.
    Mi aggrappo alle mie speranze
    come fanno gli alberi alle radici
    quando il vento promette di strapparli alla terra.
    Non è coraggio.
    È il misterioso istinto del cuore
    che continua a cercare la primavera
    anche dopo l’inverno più lungo.
    Dentro di me ci sono corridoi dove il tempo ha lasciato la sua polvere.
    Vi abitano ricordi scoloriti,
    volti che hanno smesso di parlare,
    carezze rimaste sospese nell’aria.
    Il mio cuore li custodisce tutti.
    E ogni volta che provo ad ascoltarlo,
    egli si chiude come una conchiglia,
    non perché abbia dimenticato il mare,
    ma perché teme ancora la tempesta.
    C’è un sigillo sulla mia anima.
    Non chiude.
    Custodisce.
    Non è una pietra sul passato,
    ma una mano posata su una ferita,
    finché il dolore non impari il nome della pace.
    So che un giorno quel sigillo si aprirà da sé.
    Entrerà una luce nuova,
    una melodia che non avrò bisogno di imparare,
    una parola così vera
    da restituire fiducia alle mie mani
    e tenerezza ai miei passi.
    Allora capirò
    che la felicità non era perduta.
    Era soltanto seduta accanto a me,
    in silenzio,
    ad aspettare che smettessi di avere paura di riconoscerla.

    ANTONELLA CHIEGO – SEZ. A – ACCETTO IL REGOLAMENTO

  100. MI RITROVO…

    Note dolcissime
    e assenti pause
    in questa tua presenza!
    Un pentagramma
    che si colora di luce
    tra dolcissimi canti
    che sfiorano nell’intimo
    l’animo mio.
    Mi ritrovo
    dolcemente abbandonato
    solo nella tua compagnia,
    essenza dolcissima
    che cavalca il pensiero mio
    nel ritrovarmi ancora
    in un tuo abbraccio
    che è sempre l’inizio
    di un grande amore!

    FRANCO MACCIONI – SEZ. A – ACCETTO IL REGOLAMENTO

  101. LA LANTERNA DELLE STELLE ( Fiaba ) . Nel piccolo villaggio tra la collina e la foresta vivevano dei bambini che aiutavano tutti. Tra loro c’erano Luca e Marta, che erano un poco più grandi degli altri. Avevano entrambi otto anni e volevano fare qualcosa per la loro gente.
    Una sera, dopo cena, la mamma di Luca raccontò che molte persone del villaggio avevano paura del buio. Le strade sembravano vuote e i bambini restavano dentro casa. Marta guardò Luca negli occhi e disse: «Potremmo portare la luce!».
    Luca sorrise: «Facciamo una lanterna grande, una lanterna speciale che faccia vedere cose belle».La mattina dopo Luca e Marta chiamarono altri amici: Giulia, Tomaso e la piccola Ducia, che una volta si era persa nella foresta ma era stata ritrovata grazie a tutta la comunità. Tutti insieme formarono la Piccola Squadra della Lanterna.
    Cercarono materiali: barattoli lucenti, vecchie stoffe colorate, pezzi di vetro che brillavano come piccoli cristalli. Lavorarono sotto il grande albero della piazza. Marta si interessava dei disegni: stelle, fiori e animalini.
    Luca costruiva la gabbia di legno. Giulia e Tomaso incollavano i vetri in modo che la luce potesse creare figure sul muro. Ducia, con le mani piccole, metteva le ultime stoffe colorate intorno al manico. La lanterna era grande e bellissima. Quando la provarono, la luce non sembrava solo luce: faceva danzare sopra il pavimento piccole volpi luminose, fiorellini e scie di stelle. Tutti restarono a guardare, con gli occhi rotondi come monete.
    La sera decisero di portarla in piazza. Alcuni adulti, spettatori all’inizio erano dubbiosi. «Cosa possono fare dei bambini?» mormoravano. Ma quando la lanterna fu accesa, la piazza si riempì di forme e colori. I bambini si misero a cantare una canzoncina semplice: «Accendiamo la lanterna, accendiamo il cuore; la notte non è paura, la notte è un colore». La gente sorrise. I bambini toccavano le figure luminose e ridevano. Anche gli adulti si avvicinarono e raccontarono storie di quando erano piccoli.
    Una signora prese la mano di Ducia e disse piano: «Grazie, avete trasformato la paura in gioco».
    Da quel giorno, ogni sera la Piccola Squadra accendeva la Lanterna delle Stelle. Alcune sere pioveva e la lanterna restava al riparo, ma allora inventavano giochi di luci dentro la sala comune. Altre sere la lanterna illuminava le finestre delle case e aiutava i bambini a trovare la strada di casa.
    La cosa più bella fu che non solo la luce cambiò la notte: cambiarono anche le persone.
    La paura diventò curiosità, e la comunità si riunì più spesso. Luca e Marta capirono che non servono cose immense per fare grandi cose: bastano mani amiche, idee semplici e il desiderio di aiutare gli altri.

    FRANCO MACCIONI – SEZ. B – ACCETTO IL REGOLAMENTO

  102. FUGA DALLA GUERRA (Liberamente tratto da una storia vera)

    L’aria cominciava a farsi sempre più pesante, Marta prese una decisione drastica: scappare. Radunò la famiglia, le due figlie sposate, la figlia nubile e il figlio, appena 20enne.
    «Andiamo via di qua, partiamo immediatamente prima che la guerra ci distrugga»
    «Ma che dici, mamma?- le chiese Mariya, la figlia maggiore- Dove vuoi scappare?»
    «Andiamo in Italia, in un’isola chiamata Sardegna. Mi hanno raccontato che è un bel posto, accogliente»
    Le sorelle si guardarono e annuirono.
    «D’accordo, mamma, se ne sei sicura, andiamo. Avvisiamo i nostri mariti e ti raggiungiamo subito. E che Dio li protegga in questa maledetta guerra»
    «Va bene, vi aspetto»
    Le figlie uscirono, subito dopo la madre si rivolse al figlio rimasto con lei.
    «Tu vieni con me-disse- ti porto in un luogo sicuro, dove nessuno ti troverà. Tu in guerra non ci vai»
    A quel punto la figlia minore, Elina, nubile, le disse:
    «Mamma, io mi arruolo, vado a combattere»
    La madre la guardò sbigottita:
    «Che dici, figlia mia? Perché vuoi andare a combattere? Hanno già preso i mariti delle tue sorelle. Per chi e cosa vuoi combattere? Che c’entriamo noi poveracci con le beghe di due pazzi che ammazzano solo per la loro smania di potere e interessi economici?»
    «Mamma, ci hanno aggredito, vogliono prenderci le terre più ricche e ridurci alla fame»
    «Lo so, figlia mia, che ci hanno aggredito e che sia maledetto l’invasore, ma questo conferma che lo fanno per denaro, non certo per un nobile ideale. Noi restiamo pedine dei loro sporchi giochi. Sono già morti troppi innocenti e non fanno alcuna distinzione tra adulti e bambini, tra civili e soldati»
    «E’ proprio per fermare tutto questo massacro che voglio arruolarmi, devono capire che siamo una nazione autonoma e indipendente, non possono strapparci ciò che più non gli appartiene, che siamo capaci di reagire, di rimandarli a casa loro. Devo farlo, mamma, non posso scappare come una vigliacca»
    «Non mi sento vigliacca, figlia mia, ma una donna inerme, che vuole salvare se stessa e la sua famiglia e della quale anche il nostro Presidente se ne frega, come di tutti gli innocenti ammazzati anche per colpa sua»
    «Mamma, io mi arruolo, ci stiamo difendendo, non attaccando»
    «Se tuo padre fosse ancora vivo, nemmeno lui ti approverebbe. Se ci stessimo solo difendendo, non andremmo anche noi ad ammazzare gente innocente nel loro paese, chiederemmo tutti di smettere questi massacri e di cercare la pace. A qualunque costo. Non voglio saperti morta solo per i loro giochi di potere»
    «Se morirò, sarà per la nostra libertà, mamma»
    «La libertà è lontano da qua. Non posso obbligarti, figlia mia, ma piangerò ogni giorno al pensiero di te in costante pericolo»
    «Mamma!»
    Si strinsero in un abbraccio struggente.
    Arrivarono a casa, pronti per la partenza, le due figlie sposate e tre bambini, due di Mariya e Dmytro e uno di Kateryna e Ivan.
    Il viaggio fu lungo, ma tranquillo. Il pensiero di Marta fisso su Elina e Igor. Il rumore e l’odore della guerra non cessavano, martellavano di continuo nella testa e nel cuore.
    Arrivarono finalmente in Sardegna, a Cagliari, dove una coppia di amici conosciuti su internet li stava aspettando. Sei persone impaurite e provate da due anni di guerra. Il marito di Marta era morto da 6 anni per un tumore allo stomaco, fece in tempo a conoscere solo il piccolo Vladimir, di pochi mesi. Ora si trovavano qui, in questa terra nuova ma così ospitale, quando mai si sarebbe aspettata che un contatto internet avrebbe garantito loro amicizia e sicurezza?
    Alessandra e Renato erano felici del loro arrivo, Marta sarebbe rimasta con loro, Mariya e Kateryna con i rispettivi figli ciascuna presso altri amici vicini di casa, in modo da agevolare i contatti e gli incontri. E così avvenne. I bambini, Vladimir di poco più di 6 anni, Sofia di 3 anni e Pavlo di 1 anno e mezzo, si guardavano intorno con curiosità.
    Anche la nonna e le mamme erano curiose: era d’estate, luglio, faceva caldo, poco abituate a quelle temperature. Alessandra e gli altri amici proposero loro per l’indomani una gita al mare, al Poetto. Marta sorrise, con palese tristezza sul volto:
    <<Il nostro mare è bellissimo, ma ormai non si può frequentare, è pericoloso, non solo perché le spiagge sono piene di mine, ma anche perché gettano le bombe sulla spiaggia, e qualche giorno fa madre e figlia sono state colpite mentre sedevano sulla riva, scaraventate in acqua e finite annegando. Siano maledetti tutti loro!»
    Marta parlava a stento l’italiano, quindi alternava le parole con l’inglese, di cui Alessandra e Renato avevano dimestichezza, ma le avrebbero aiutate ad avere padronanza anche dell’italiano. Sembrava quasi di vedere nei suoi occhi il volto di Elina e di Igor, l’angoscia di saperli in costante pericolo, lei al fronte, lui in un rifugio montano da un vecchio eremita amico di famiglia, e il pensiero anche per i suoi generi. Come poteva essere serena?
    Alessandra l’abbracciò.
    «Se la caveranno, ci speriamo tutti, e tutti speriamo che la guerra finisca al più presto.»
    Quella giornata serena al mare, l’allegria delle persone, le effusioni tra innamorati e la gioia dei bambini, e dei suoi nipotini finalmente al sicuro, finalmente liberi nei loro innocenti giochi, quel mare così placido in quell’aria di pace, le attanagliavano il cuore, la memoria correva a giorni felici mai dimenticati e ora non aveva da ricordare che morte, sangue, urla e rovine, angoscia del pensiero ai suoi cari al fronte, tra la vita e la morte, a tutti, amici, parenti, e non, vittime di un potere assassino. Era stata la scelta giusta, la sua? Se lo chiedeva in ogni momento, ma cos’altro avrebbe potuto fare? La guerra durava ormai da 4 anni e la pace era lontana.
    Oggi, dopo due anni in Sardegna, tutti i figli erano ancora vivi, divenne attivista e partecipò a vari incontri di sensibilizzazione, aveva deciso che avrebbe tentato di far arrivare in Sardegna anche i generi e il figlio Igor. Elina rifiutò. L’angoscia non l’avrebbe mai abbandonata.
    La pace è ancora lontana.

    Marica Dettori
    Sez B- Accetto il regolamento

  103. *** CONTEST SCADUTO ***
    Ringraziamo per la partecipazione al Contest “Cronache in versi”.
    La giuria selezionerà 14 finalisti.
    Ogni finalista sarà avvertito via e-mail.

    Vi consigliamo di iscrivervi al magazine (è gratis e lo sarà sempre) con la spunta: “avvertimi via email alla pubblicazione di un nuovo articolo” così da ricevere i nostri articoli direttamente in e-mail.

    Vi ringraziamo per l’attenzione che rivolgete al magazine Oubliette.

    *** ANTICIPAZIONE ***
    A breve sarà online un nuovo contest di poesia e prosa!

  104. RISULTATI CONTEST:

    Opere finaliste SEZ. A
    “La foglia” di Anna Lucia Stoia
    “Fammi vino” di Antonio Dentice d’Accadia
    “Nottivaga” di Angela Maria Malatacca
    “L’essenza oltre le ombre” di Cinzia Birindelli
    “Il labirinto” di Cinzia Panuccio
    “Palestina cristiana” di Corry Filomé
    “D’Io (apostrofo spigoloso)” di Maurizio Molinari

    Opere finaliste SEZ. B
    “FAE” di Cinzia Scolari
    “La penna stilografica” di Enrico Ravasio
    “Il mio primo volo” di Marco Salvario
    “Odisseo, tra Dante e Omèro” di Marco Leonardi
    “Nodi nel legno” di Marcella Donagemma
    “Il Natale di Alice” di Carla Barbetta
    “Fino all’ultimo granello di sabbia” di Gabriella Fortuna

    *** I vincitori riceveranno comunicazione su e-mail ***
    *** Ringraziamo per la partecipazione, complimenti a tutti e tutte! ***

    *** Invitiamo alla partecipazione del nuovo contest letterario ***
    https://oubliettemagazine.com/2026/08/29/contest-letterario-gratuito-di-poesia-e-racconto-breve-daltonico-esistenziale/

  105. Grazie! Onorata di essere nella rosa dei finalisti. I miei più sinceri complimenti a tutti i selezionati

  106. Che bella sorpresa essere tra i selezionati! grazie mille davvero. Complimenti a tutti ❤️

  107. Grazie alla giuria per avermi inserito tra i selezionati e in bocca al lupo a tutti i finalisti!

  108. Grazie mille! Felicissimo per essere tra i finalisti della sezione poesia! Complimenti ai finalisti di tutte le sezioni. Maurizio Molinari

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