Contest letterario gratuito di poesia e racconto breve “Cronache in versi”
“[…] Ero totalmente analfabeta di quel linguaggio nascosto della natura,
di quei segni inafferrabili, che avevano solcato la Terra
nella remotissima notte dei tempi.
Mi resi conto che di quella primeva soglia
non conoscevo nulla se non la paura che era il mio unico scudo,
un baluardo possente,
che mi proteggeva da quel mondo che non c’era. Ma che c’è.
E che c’è sempre stato. Sotto le macerie dell’antichità.” ‒ “La filastrocca”, racconto in versi tratto da “Cronache in versi”
Regolamento Contest “Cronache in versi”

1. Il Contest letterario gratuito di poesia e racconto breve “Cronache in versi” è promosso da Oubliette Magazine, dall’autore Fabio Soricone e dalla casa editrice Tomarchio Editore. La partecipazione al contest letterario è riservata ai maggiori di 16 anni.
La partecipazione al Contest è gratuita.
Tema libero.
2. Articolato in due sezioni:
A. Poesia (limite 100 versi)
B. Racconto breve (limite 1000 parole)
3. Per la sezione A si partecipa inserendo la propria poesia sotto forma di commento sotto questo stesso bando (a fine pagina) indicando nome, cognome, dichiarazione di accettazione del regolamento. Si può partecipare con poesie edite ed inedite.
Le opere senza nome, cognome, e dichiarazione di accettazione del regolamento NON saranno pubblicate perché squalificate. Inoltre NON si partecipa via e-mail ma nel modo sopra indicato.
Importante: cliccare su Non sono un robot, è un sistema Captcha che ci protegge dallo spam. Per convalidare la partecipazione bisogna cliccare sulla casella.
Per la sezione B si partecipa inserendo il proprio racconto sotto forma di commento sotto questo stesso bando (a fine pagina) indicando nome, cognome, dichiarazione di accettazione del regolamento. Si può partecipare con racconti editi ed inediti.
Le opere senza nome, cognome, e dichiarazione di accettazione del regolamento NON saranno pubblicate perché squalificate. Inoltre NON si partecipa via e-mail ma nel modo sopra indicato.
Importante: cliccare su Non sono un robot, è un sistema Captcha che ci protegge dallo spam. Per convalidare la partecipazione bisogna cliccare sulla casella.
Ogni concorrente può partecipare ad entrambe le sezioni con una sola opera.
4. Premio:
N° 1 copia del libro “Cronache in versi” di Fabio Soricone edito a marzo 2026 da Tomarchio Editore.
Saranno premiati i primi due classificati per entrambe le sezioni.
5. La scadenza per l’invio delle opere, come commento sotto questo stesso bando, è fissata per il 23 agosto 2026 a mezzanotte.
6. Il giudizio della giuria è insindacabile ed inappellabile. La giuria è composta da:
Alessia Mocci (Editor in chief)
Fabio Soricone (Poeta e scrittore)
Franco Carta (Poeta e scrittore)
Giovanna Fracassi (Poetessa e scrittrice)
Carolina Colombi (Scrittrice e collaboratrice Oubliette)
Antonietta Fragnito (Poetessa e scrittrice)
Aldo Turnu (Cantautore, compositore e collaboratore Oubliette)
7. Il contest non si assume alcuna responsabilità su eventuali plagi, dati non veritieri, violazione della privacy.
8. Si esortano i concorrenti per un invio sollecito senza attendere gli ultimi giorni utili, onde facilitare le operazioni di coordinamento. La collaborazione in tal senso sarà sentitamente apprezzata.
9. La segreteria è a disposizione per ogni informazione e delucidazione per e-mail: oubliettemagazine@hotmail.it indicando nell’oggetto “Info Contest” (NON si partecipa via e-mail ma direttamente sotto il bando), in alternativa all’email si può comunicare attraverso la pagina fan di Facebook.
10. È possibile seguire l’andamento del Contest ricevendo via e-mail tutte le notifiche con le nuove partecipanti al Contest Letterario; troverete nella sezione dei commenti la possibilità di farlo facilmente mettendo la spunta in “Avvertimi via e-mail in caso di risposte al mio commento”.
11. La partecipazione al Contest implica l’accettazione incondizionata del presente regolamento e l’autorizzazione al trattamento dei dati personali ai soli fini istituzionali (Gdpr 679/2016). Il mancato rispetto delle norme sopra descritte comporta l’esclusione dal concorso.
Buona partecipazione!

ODISSEO, TRA DANTE E OMÈRO
Fu un guizzo di fiamma il mio ultimo sguardo a quell’uomo dal naso adunco che si allontanava, vivo in questo mondo di morti.
E sì, fu un felice errore l’ardire di legarmi all’albero della nave, ascoltare le loro voci.
Perché ammaliante è quel canto: ti svuota; e dolcemente in te si incista.
Divenne, nella mia mente, più forte del mugghiar d’onde tra Scilla e Cariddi, piú armonioso delle musiche nella reggia di Calipso, che attraverso mille e mille notti più a fondo conoscevo… E fu il suo intimo risuonare a farmi ripartire; Penelope, Itaca e la mia reggia di nuovo abbandonare.
E loro mi aspettavano; là, molto oltre alle colonne d’Ercole.
Là, ai piedi del Grande Monte che forse era il tempestoso Olimpo, o forse non lo era, incastonato in quelle acque ribollenti
Poi, dal nulla, un vortice ci prese, e fu nella sua liquida giostra che il picciol naviglio mio andò a sfasciarsi e lei volle donarmi di quel suo corpo fatto d’onde l’incanto, mentre finalmente-finalmente! – risentivo la sua voce, voce di madre e d’amante, e tremante mi abbandonavo…
Poi il gorgo divenne fiamma, e noi similmente. E fummo una cosa sola.
Lo so, l’ho beffato, quell’uomo dal naso adunco.
Non Diomede guizza fiammeggiante con me: d’altronde, non è questo il luogo degli ingannatori, dei falsari, dei fraudolenti?
E chi più di noi lo è?
(sezione b, accetto il regolamento)
Cinzia Scolari
Sezione A, Dichiaro di accettare il regolamento
VERAFFINITÀ
Cinzia si leva
prima che il giorno albeggi,
quando il rumore del mondo
ancora tace.
Ama la lentezza e la pace,
udire il primo timido zirlio,
il miracolo dell’oscurità
che schiarisce in Eos.
Il placido rituale fluisce.
La spazzola a domare
la sua chioma ed il vezzo
di un fiore vistoso.
L’acqua algente sul viso
a dissolvere
il residuo abbraccio di Ipno.
In questa sospensione
fuori dal tempo,
lascia che la sua mente
esondi.
L’atmosfera è rarefatta.
Mentre guida,
Cinzia ha il sentore
che l’usuale strada
indossi un odore diverso.
Una lieve foschia
segue il contorno dei campi.
L’oro inrosa il cielo.
Tutto è liminale incanto.
“Sembra che il mondo intero
si levi per me”
Un’inquietudine la scuote.
Sul crocicchio
Il profilo di un uomo.
Alto, affascinante,
in fosche vesti.
Pare provenire da un tempo antico.
Un tempo che non ha nome.
Non cede il passo.
Cinzia sosta smarrita,
non una parola.
Lui la osserva con un sorriso
che sa di conquista.
“Desidera piccola anima,
desidera l’indesiderabile.
Desidera ciò per cui il tuo cuore
tracima.
Desidera ciò che hanno
chiamato proibito,
ciò per cui ti hanno
arsa sul fuoco ereticale.
Desidera l’inevitabile.
Desidera la nostra commistione.”
In un singolo istante dilagante,
teofania di mondi.
Il buio è la luce.
FAE
Un movimento inconsulto e la piccola biglia rotola attraverso la stanza, rifrangendo di viva luce. S’infila ovviamente sotto la credenza, nell’angolo più irraggiungibile di tutti. Credo che lì ci sia un mondo parallelo, un posto dove qualche creatura burlona si diverte a collezionare tutto ciò che mi sfugge mentre gioco. Mamma dice che non c’è mai nulla quando ci guarda. Quel folletto a quest’ora deve avere una collezione di cose perdute da riempirci tre castelli fatati. Era la mia biglia preferita: nel mezzo stagliava una vela rossa e azzurra. Con lei avevo vinto mille battaglie tra amici e difeso e ampliato il mio regno! Mi sdraio appiattendomi il più possibile per cercare di toccare quel fondo buio e inarrivabile. Nulla, ogni sforzo è vano. Dovrò rassegnarmi all’idea e piegarmi al volere del fato. Cosa posso io contro il destino?
Ora basta giocare. Risistemo tutto altrimenti mamma non mi lascia uscire e io devo assolutamente raggiungere gli altri al fortino giù al fiume. Oggi eleggiamo il capo supremo! Un mese di potere assoluto e reverenza e io ho già un programma spettacolare! Sono certo che mi acclameranno a gran voce e magari Sara si accorgerà che esisto.
Sara ha qualcosa che mi si è cucito al cuore il primo giorno di asilo. Non so dire cosa sia, ma anche ora che siamo cresciuti è lì. Adesso che abbiamo 10 anni però si sono aggiunte un po’ di varianti, ci sono parti di me che non rispondono più al mio comando quando mi guarda fisso. Mi vergogno disperatamente e spero che nessuno mai se ne accorga. Credo che lei pensi che io sia uno stupido. Non mi parla mai, non ride mai. Non so cosa fare con lei, mi manda ai matti.
La votazione si svolse solenne. Io e Roberto eravamo i favoriti ed entrambi tesi e speranzosi. L’urna, la boccia del pesce rosso morto della sorella di Andrea, passava tra i “sudditi” votanti con una lentezza esasperante. “Uffa, quanto ci vuole?!”, sentii di poter svenire! Il conteggio fu scrupoloso e infausto: per un solo, unico, pidocchiosissimo voto, vinse Roberto. Avevo già capito che oggi la fortuna era girata da un’altra parte.
Sul limitare del bosco, al di là del fiume, Sara mi fissò, si volse e s’immerse nel fogliame. Che volesse essere seguita? M’incamminai, tanto qui non si sarebbero nemmeno accorti della mia mancanza. Come un funambolo esperto domai il ponte di corde e approdai sull’altra riva. Mi sentivo un mix tra Indiana Jones e Adventure Time, ma senza il cane. “Chissà dov’è finita Sara?…”. Proseguii fin sotto a un immenso salice piangente. “Sembra proprio la nonna albero di Pocahontas”, a quelle parole apparve Sara, come se fosse sempre stata lì ma i miei occhi non l’avessero potuta vedere.
Un sussulto del cuore, non le ero mai stato così vicino. Circondati dalle fronde cascanti sembrava di stare in un altro universo. Sara mi guardò con occhi strani, allungò la mano e mi mostrò il suo contenuto “La mia biglia!!”. “Custodisco io tutto quello che ti rotola sotto la credenza”. Non capivo se fossi più sconvolto per quella voce di velluto o per la rivelazione. “Ho collezionato cose di te fino ad oggi. Ti ho seguito da lontano, sapendo che questo giorno sarebbe giunto. La natura di cui sono genio mi richiede infine il suo obolo”.
“Perché piangi?”, “Perché ti amerò in eterno anche se ti dissolverai tra le radici di questo albero. Ho provato a nasconderti, a proteggerti, ma la Madre legge i cuori. E per il mio tempo tra gli umani, lei non esige nulla di meno di ciò che amo”.
Quindi lei mi amava.
Un tenue, ultraterreno bagliore mi trafisse. Non sentii dolore, solo una meravigliosa leggerezza. La mia pelle divenne trasparente, venata di luce verde come la linfa, prima di disgregarsi e disperdersi nell’aria come dolce polline dorato. Sentii le radici del salice accogliermi, mentre la mia voce diventava un sussurro tra le fronde.
“Sublimare non è poi morire, mio piccolo re”, sussurrò la foresta. “Ti porterò parole nel vento, ti amerò sfiorandoti con questi rami. Ogni foglia una carezza, ogni fiore un incantevole bacio”.
Tra le radici un’incorrotta, splendida biglia con una vela rossa e azzurra.
Cinzia Scolari
Sezione B, Dichiaro di accettare il regolamento
Le stelle sembrano rapite
mai vecchie;
i morti placidi
in cimitero
aspettano fuochi e scoppiettii.
Quelle stelle sembrano non invecchiare
e mai cercano compagnia
nello sperduto universo.
Sopra e sotto
si vive e si sta.
accetto il regolamento, sez. a
Titolo : Fantasmi metropolitani
Così cominciava il mio giorno, con la luce, con le luci finte o vere che fossero, dovevo lasciare il mio “dormitorio stradale” e far spazio ai nobili pedoni del centro, dalle vite protette, agiate, ben organizzate, studiate per tempo, quali le vostre. Certo e con ragione! Non era mio il posto che occupavo, quel cantone cementato a cubetti milanesi, in un’area pubblica e malsana del “Comune Capitale” addobbato da urina di cani e gomme da masticare.
Anch’io avrei dovuto costruirmela una vita, con le fatiche e le fortune neccessarie come avete fatto voi, quando ero ancora in tempo, ancora agile, ma non l’ho fatto, non ne sono stato capace (ho provato con i cartoni ma l’ingegno non era magistrale e i materiali si logoravano in fretta) qualcosa qui nei miei cervelli mi ha portato altrove, in nessun dove, così mendico pietà e denaro e non son degno ne d’una ne dell’altra cosa. L’odore del mio corpo e dei miei vestiti lascia una scia luminosa e odore di rifiuti bruciati, penetrante… Ma voi tutti mi osservate le unghie. Perche? Cosa vedete in loro? Non sono tagliate? Sono grigiastre, incurvate e riempite di sporcizie alimentari ed “altro” e pesano più delle stesse dita. Che ne sapete voi di queste mani, quando piangendo le stringo forte facendone pugni, poi finite le lacrime le lascio andare… ma non si aprono del tutto come dovrebbero, aperte e decise pronte a un nuovo lavoro, pronte ad essere lette… no, restano così a mezz’asta incapaci di afferrare o colpire, dolenti ; sono piú sofferenti loro del mio cuore. Del resto è anche giusto che sia cosi, è qui che risiede l’anima… E già voi non lo sapete ancora, continuate a pensare che l’amore sia il cuore rosso che disegnate, sede di ogni sentimento e ogni ardore… Ma non capite che tutto risiede qui nelle falci impietose della nostra mente !? Una volta “fritta” non si ama più, non si sente più… E allora chiedo, che funzione letteraria ha quel muscolo in mezzo al petto? Pensateci.
Il cuore è la seconda casa.
Hanno appiccato il fuoco, quei tre benedetti giovani goliardi ! Con i miei indumenti a me indosso e la mia carne ancora viva, ardeva tutto e che dolore inimmaginabile, fortissimo, da spegnere ogni pensiero e anche il dolore stesso. Ma che volete che sia in confronto alla mia vita.
Per quel che serve, da bambino mi chiamavo Renato F. poi in strada, son diventato Renè detto “er Dante” … per via di quel che dicevano il mio “saper parlare”.
Sono deceduto nel posto dove mi trovavo, nero maculato, senza poter scappare.
Accetto il regolamento.
Regina loredana Pozzo
CINZIA PANUCCIO
Sezione A,
Dichiaro di accettare il regolamento
IL LABIRINTO
Alti muri di silenzi,
sogno pan di zenzero e miele,
mangio, corro, gioco, dormo,
in questo labirinto
che sembra la torre di Babele.
Non racconti fiabe, non ci sono carezze
non capisco, solo insulti e sberle
la porta ad un tratto si chiude,
e la luce si spegne.
Tra questi prati verdi, i miei teneri anni
spunta un bucaneve
ma tu
spezzi quei petali bianchi con gli inganni,
le finte parole d’affetto,
ma è solo carne
quell’ innocenza che porta il tuo sangue,
disorientato, violato, costretto
ma con forza cinto al tuo petto.
Un dedalo di segreti oscuro e perverso
diventato rifugio,
il gioco peccato,
lo chiami amore
ma è stato usurpato.
Sento addosso il sudore e sul collo il tuo fiato
muoio, non fermo quel passo armato
né il tuo volto odioso e beato,
sono solo
in un labirinto di sangue e di pianto
filo spinato quel profumo caramellato,
le mie mani chiuse a riccio
mentre mi violenti, dalla paura anestetizzato.
Non c’è un raggio di sole,
ne sorrisi,
non sento più le parole
mi chiami “ il mio amico speciale”.
Diavolo !!!!! Sei la voce del male.
Nessuno ha sentito
nessuno ha visto
nessuno ha parlato
di questo orrore fintamente celato,
hai il volto sacro
e io cammino bendato.
La colpa è mia, ripeto
pieno di lividi e graffiato
mentre mi aggiro come un gatto nero
nel labirinto del peccato.
Un giorno accadrà, lo giuro
che gli alti muri
diventeranno ponti di verità
io vittima muta
non vivrò nella clandestinità,
racconterò di quelle atrocità
con le parole nel tempo taciute e sincerità.
Hai rubato l’innocenza ad un bambino,
mostro!!! che porti un talare assassino,
ma sarà il tuo volto nella memoria collettiva
impresso come il nuovo caino
ed io annaspando tra le mille cicatrici
forse sarò libero
ed alla ricerca di un nuovo destino.
Carmela Laratta sez. A.
Accetto il regolamento
TRE PAROLE.
Tre parole. La barbarie
di tre chiodi.
Riechieggiano nell’ aria
con minaccia.
Lo sguardo smunto.
Ho la recidiva.
Mandorle amare
le unghie ripiegate
come un’ onda proterva
che ti fruga.
Nessuna gentilezza
questa volta.
Malefica s’ infiltra
senz’ avviso
tra le nostre distanze
sterminate, infierisce
sui tuoi passi misurati,
li toglie dal sentiero.
Intanto cadi.
Dicono che il dolore
sia una prova
complementare
all’ andare. Un temporale.
Ma la bugia
della sua etica
stordisce . Irrazionale.
Insanabile. Farlocca.
L’ indisponente tiritera
di un verdetto
di fiele che pretende
la tua resa.
Ripete il morso
dell’ aspide inatteso,
la lingua gonfia
e consumata
in mezzo ai denti,
l’ ampia paura
di conteggiare il vuoto
-paura che dilaga
e rattrappisce-
nel bussolotto
dei numeri residui.
Invecchio come
un monte impolverato.
M’ accorgo che il tempo imputridisce,
che forse tu
saluterai il tuo.
La finzione del treno
che accompagna
si fa boato, un canto
senza note.
È putrido acquitrino ,
non perdona.
È vano seme la felicità.
Grano sprecato
che non può attecchire.
Dovremmo invece
seminare oblio,
l’ intransigente oblio
che ci protegga,
che basti fino all’ urto
sugli scogli.
Intanto prego per te,
per la tua vela.
Sezione A
Haiku
sulla ringhiera
un piccione – ciccione
il pappo in volo
Barbara Anna Gaiardoni
Dichiarazione e autorizzazione: accetto il regolamento.
Dove batte davvero il tuo cuore?
Dove bussa la vita?
Ora respiri il mare
e non vuoi lasciarlo andare.
Lo sguardo fisso
all’orizzonte.
Resterà appeso tra le ciglia,
le tue lacrime salate
appartengono a lui.
Come il tuo cuore.
Daniela Giorgini – Sezione A – Accetto il regolamento
Sezione B racconto breve
Titolo: Rinascita
La visuale da quella prospettiva regalava un panorama mozzafiato che toglieva il respiro. Lo sguardo scivolava melanconico sul lontano mare increspato mentre una profumata brezza estiva agli aromi di salsedine, glicine e resine di pini accarezzava i capelli castani dai riflessi dorati al sole. E quel assordante silenzio attorno, dove solo la voce dei rami al vento sussurravano parole arrotolate come pergamene incise con lava rovente, rapendo come un messaggio in bottiglia solca i mari lasciandosi condurre nella danza ondeggiante, anelando a una qualche spiaggia o darsena dove approdare o confidando in mano navigante pronta ad afferrarla. Un mistero avvolgente che scuoteva l’anima come una turbinosa nevicata e una roboante tempesta di sabbia scontrarsi assieme. Così lei sovrastava su quel promontorio, avvinta da questo caos interiore che assaporava sensazione per sensazione, gioendo di questo travaglio perché preludio della ora non più agognata ma desiderata rinascita che già irrompeva.
tania Pizzamiglio, accetto regolamento
Dolore originale
Passiamo tutta la vita a cercare
felicità, par sia unico scopo
interiore. Io ho smesso di cercare
perché credo che sia solo inganno.
Mi accontento delle piccole cose,
quelle che la gente dà per scontato;
quelle che non hanno significato.
Il penare originale rimane
dentro di me, ma sento pesar meno
quel dolor che affligge l’anima mia.
È questa agognata felicità.
Sezione A Alessio Romanini Accetto il regolamento
Particella di umiltà
Paolo aveva sempre vissuto una vita modesta. I suoi genitori avevano sempre lavorato per il sostentamento di lui e di sua sorella, ma i loro stipendi bastavano per sopravvivere. Paolo si era sempre accontentato di vestire modestamente, non gli era mai importato se non era vestito alla moda come gli altri; si era sempre accontentato di ciò che riceveva dai genitori. Vedeva i sacrifici che facevano per non far mancare niente a lui e sua sorella. Capitava che lo prendessero in giro per il suo abbigliamento, a scuola o in paese, ma francamente a Paolo non importava. Crebbe con questo valore: accontentarsi della sua vita, senza pretendere chissà cosa. Aveva le sue piccole ambizioni, ma anche esse erano modeste come il suo cuore. Finiti gli studi, si accontentò di lavorare come verniciatore industriale. Non era quello che aveva sognato, ma la ditta presso cui era assunto era economicamente solida e lo stipendio dignitoso. Rimase perché non voleva più essere un peso sul bilancio familiare. Voleva sostenere da solo le spese quotidiane e aiutare la famiglia; anche se i suoi genitori si rifiutarono di prendere soldi dal figlio. Paolo aveva imparato l’importanza di lavorare dai nonni materni, contadini con cui era cresciuto nella stessa casa. Loro si spaccavano la schiena sulla dura zolla ogni giorno, e lui quando aveva nove anni dava una mano a fare piccoli lavoretti. Qui aveva imparato l’umiltà del lavoro. Non importa quale sia il mestiere, la professione è la dignità della persona. Suo nonno gli aveva anche insegnato a lavorare con passione, frase che gli ripeteva ogni volta che si distraeva per giocare (era solo un bambino), ma ora che era uomo quella frase ripetuta centinaia di volte aveva assunto un altro significato: l’importanza di lavorare. Grazie a quell’occupazione, era riuscito a comprare casa e crearsi una famiglia propria; anche se non navigavano nell’oro, lui e sua moglie cercavano di andare avanti per i figli, anche al costo di fare molti sacrifici. Paolo non invidiava assolutamente i suoi colleghi, che sfoggiavano automobili moderne e in estate scooter sofisticati. Lui si accontentava del suo Scarabeo del 1999, estate ed inverno, che gli ha regalato un suo amico vent’anni fa. Non temeva né la pioggia né il freddo, e neanche il caldo rovente d’estate senza aria condizionata; si accontentava di ciò che possedeva e di certo non voleva possedere di più, il giusto per vivere. C’era una frase di Seneca che era diventata il suo mantra: “Non è povero chi non ha niente, ma chi vuole sempre di più”. Anche se aveva il desiderio di arrivare almeno a fine mese, stringeva la cinghia e proseguiva nella vita senza abbassare la testa. E per sopperire alle difficoltà economiche, trovò il secondo lavoro in un ristorante come cameriere che svolgeva regolarmente tutto l’anno nei fine settimana. Paolo ormai aveva raggiunto l’età in cui i sogni giovanili diventano chimere e lui era un uomo di cinquant’anni disilluso; aveva un’esperienza tale che sapeva benissimo che la realtà è un’altra cosa rispetto alle illusioni. Non per questo si lasciava scoraggiare. Anche se a volte sentiva il peso del suo fallimento, della solitudine e della sua inettitudine, non odiava la sua vita; perché aveva imparato che la gioia è nelle umili cose che diamo per scontato. Frammenti di un mosaico che compongono l’animo umile di una persona, come faceva lui prima di recarsi a lavoro la mattina che andava a camminare sul mare per ascoltare il vociare dello sciabordio o il canto di un merlo oppure lo stormire delle verdi fronde. Paolo era sempre stato una persona umile, si era accontentato dei frutti donati dall’esistenza, senza pretendere mai qualcosa in più. Anche se nei momenti più difficili si era sentito uno sfigato, poi capiva che la realtà mette alla prova e anche se aveva fatto diversi sbagli nei suoi cinquant’anni, non aveva mai smarrito l’umiltà che rende una persona libera di essere sé stessa senza gli orribili orpelli imposti dalla società, accettando sacrifici e umiliazioni senza umiliare il prossimo. Si riconosce appartenente all’universo che lo circonda come una piccola particella di esso, senza demoralizzarsi nei momenti più complessi. Accetta la natura matrigna o benevola, cercando il giusto compromesso senza perdere la speranza.
Sezione B Alessio Romanini Accetto il regolamento
Rinascere in un altro corpo
Diverso dal mio
Molte volte ci ho pensato
E adesso chiedo a voi quale sia
La scelta più sensata.
Un albero ..
Beh…non male
Se si considera
Il colore verace delle dita
E l’ombra confortante delle chiome
che ospita amanti e infinite infinite storie
Ma a rifletterci un po’ su
Non ho fatto i conti
Con incendi dolosi o con le offese
di mani incivili e senza cuore..
Allora ci ripenso e scelgo un’altra cosa
Magari più gloriosa..
Penso allora ad una pietra
Sì una pietra
Dura e forte
Grande e grossa.
La pietra della lapide
Di un grande
Che ne serba il nome
E la memoria
Che ne so di un poeta, di uno scrittore o di uno che ha fatto la storia.
E anche qui non ho fatto i conti con la profanazione.
Penso dunque a una pietra comune
Di un paese o di una radura.
Quale potrebbe essere l’esistenza di una pietra?
Stare lì ferma a godersi le giornate
Soleggiate o rinfrescarsi con l’umida pioggia e l’aria imbrumate.
Non è sempre come appare.
Anche a lei può spettare
Una sorte singolare…
Essere presa a calci
Per ozio o passatempo
O tirata alle
Vetrine per vile motivo
Da nuovi bravi di Don Rodrigo.
O ancora diventare complice di un delitto
come nel caso odierno di Cinci
E il suo gesto inconsulto
O della bella contadina di Tentazione finita a pezzi
Per la sua avvenente bellezza.
Non ci certo! Non voglio essere una pietra maledetta.
Allora penso ad una nuvola
Sì, una candida e soffice nuvola.
Leggera come piuma
E multiforme
Dalla vita eterea e raffinata
A guardar dall’alto tutti
Quasi con la puzza sotto
Il naso.
Ma quando però si carica di gas
E muta il suo colore innocente
In un concentrato di
Cenere e pece
Non voglio più essere
Lei… nero non mi piace
Mi ricorda il buio dello stanzino
In cui stava con lo zio
da bambino
Il figlio piccino del vicino.
Allora penso alla luna
Che ha rubato il cuore
A poeti e innamorati
Che tiene in custodia il senno di Orlando
Che poi però ritorna
Non come il corpo di alcuni esploratori su cui i parenti
Non verseranno pianto.
Penso ad un libro e lì si apre una voragine
Profonda come il mare in cui temo di annegare:
Che libro? Magari di storia, ma non con bombe e giochi di potere,
Con bambini che perdono le dita e implorano la tregua;
Di avventura, ma non con scalate di montagne che diventano tragedie;
D’amore, sì d’amore,
Ma che amore? Non quello di una madre che abbandona il suo bambino
In un pacchetto
Perché non ha niente da mangiare;
E nemmeno di un amante che per uccidere la sua bella
Si nasconde nell’armadio della stanza.
Un libro giallo, sì un libro giallo…o forse no, ché purtroppo non ha bisogno
Neanche più di ispirazione vista la violenta situazione.
Allora mi fermo e mi e vi dico..ma perché voglio cambiare vita?
Non è che il resto del creato
Se la gode come io avevo immaginato.
Preferisco allora prender posizione
Piuttosto che subire
L’altrui azione.
Non mi farò bruciare, né inquinare
Non mi farò usare o profanare
Non sarò di certo motivo di morte o di tragedia.
E non sarò un triste necrologio o cronaca nera.
Sarò me stessa alla ricerca di qualcosa
Tra buchi neri e disinformazione.
Sarò me stessa armata di parola, uno scudo speciale tra le mani,
E di pensiero, un’arma bianca tra reale e immaginario.
Dichiaro di accettare il regolamento
CIME ASSOLATE (swing)
Cime assolate prime al levar del sole
a fronte i miei occhi splendono com’a baciare.
Come fantasmi, lingue di fuoco urlanti dai pini
si slanciano e muoiono senza fiatare.
Avveduta e rinverdita la natura delle cose è immobile
ed io la scruto da una finestra orlata di niente.
E se l’acqua scorre fra le mani lontane
distacco anche quelle
questo prato è un divano e l’erba è la mia pelle.
La pianura che figlia le case circondandole di fiori
è lontana più della cima del monte
che spezza rasandosi a tondo la coltre dei pini,
più degli uccelli che a ritmi irregolari
mutano di onde la statura
più dell’acqua che cuneata fra i sassi brillanti
permea la terra.
Perché anche da lei la terra
è lontana fatta di trecce e di radici
e di legni bagnati e di funghi sudaticci
ed aghi di pino arrossati
Ognunchè vive per se morde il suo freno
e si slancia al suo volere
solo io abbraccio ed amo
e con sussulti agguanto chi fuga
resistendo al disgregare.
accetto il regolamento, sez. a
Sez. A poesia
Accetto il regolamento
Kairós
coordinate punto zero
terra mare
mani di pietra
l’unica bussola
incalzante
controcorrente
traccia scogli
nessun errore
zero permessi
deriva d’acciaio
miraggi
barra a babordo
schiuma
impulsi di nebbia
mura d’acqua
un ultimo miglio
tieni alta la prua
occhi socchiusi
stanchi tra le dita
rabbia
è tempesta
è quel che hai
sanguina
da un mare il disordine
dell’oscurità il cinismo
un respiro strappato
non farcela contro
in piedi sul ponte
calma piatta non ha fine
fa più rumore dentro
tieni alta la prua
un faro
sorreggila a dritta
Kairós
coordinate punto zero
terra mare
mani di pietra
l’unica bussola
incalzante
controcorrente
traccia scogli
nessun errore
zero permessi
deriva d’acciaio
miraggi
barra a babordo
schiuma
impulsi di nebbia
mura d’acqua
un ultimo miglio
tieni alta la prua
occhi socchiusi
stanchi tra le dita
rabbia
è tempesta
è quel che hai
sanguina
da un mare il disordine
dell’oscurità il cinismo
un respiro strappato
non farcela contro
in piedi sul ponte
calma piatta non ha fine
fa più rumore dentro
tieni alta la prua
un faro
sorreggila a dritta
Antonio De Serio
Sez. A poesia
Accetto il regolamento
Sezione A. Poesia
Accetto le regole.
Mi chiamo Demix Alberti di Goito (MN)
“” Il Luogo dei Sospiri “”
Nel luogo più breve
dove scende il tempo,
si adatta al momento.
Parole appese
per dar vita all’ignoto
stringo le mani quasi a sprecarle,
per dipingere un luogo
che non esiste.
Trovo i colori nei raggi del sole
per riempire fessure
in una strana luce
quasi apostrofata da racconti …
Parole d’amore dove riemerge lei,
stregante è il suo sospiro
mi ascolta mi sussurra il suo intento
provocante pensiero
di chi urla fremiti silenziosi.
Apparteniamo a vizi sacri
non si torna al propio posto,
ci decliniamo tra spasimi passionali
da una dipendenza affettiva.
Spegnero il lume di una carezza
come le palpebre chiedono
in sogno di non restare sveglio,
in questa stanza dove parole sospese si avvicinano con rispetto.
Demix