“L’erba verde del Wyoming” di Mary O’ Hara: una sacra invocazione
Quando uscì, nel 1972, nell’edizione Oscar Mondadori, “L’erba verde del Wyoming” di Mary O’ Hara, il sottoscritto non amava leggere. Una sua consanguinea sì. E anche adesso ama farlo. Io ora leggo in quanto sono aggrovigliato a un’abitudine che è diventata, con gli anni, una bieca necessità.

Su un ripiano, ove vado scrivendo ‘ste fesserie, no, non è un tavolino, è qualcos’altro che non mi va di descrivere, ci sono 5 pile di libri, in mezzo alle quali è posta quella dei cosiddetti cogenti.
L’erba verde del Wyoming, romanzo di Mary, era fra gli altri, gli ipotetici, che sono sparsi negli altri 4 cumuli. Come capita alle particelle, non sempre l’eventualità che pare la più probabile finisce per manifestarsi. Ogni tanto, rigirando quei tometti, m’imbatto in questa copertina che ritrae una ragazzetta mora che mi fissa negli occhi, con la testa reclinata alla gola di un maestoso cavallo bianco. E che poi scoprirò essere una certa Carey, mentre il candido equino si chiama Tempesta. Se qualcuno m’avesse chiesto fino a ieri, quando mai avrei letto il tomino, gli avrei risposto: prima o poi.
Un’analoga domanda forse fu posta a un’amica di nome Lorena: quando andrai a cavalcare nel Wyoming? – e lei avrà forse risposto nella stessa maniera. Ora lei è colà e sta realizzando, in piena felicità, il sogno suo. Da parte mia, io sto leggendo il tuo romanzo, Mary. Ognuno ha il destino che si merita (come pure quel Ken, di cui ora dirò). Ma sono contento che sia andata così. E chi si contenta gode.
Due parole sull’autrice. Nata nel 1885, è vissuta quasi un secolo. Si sposò un paio di volte, divorziando in entrambi i casi. Il suo primo marito era un cugino di nome Ken: sposato quando lei veleggiava, anzi, cavalcava, intorno ai 19 anni. Mary, avevi un visetto assai carino e arguto. Sorridi sempre davanti all’obiettivo, non come me che sembra che abbia ogni volta un morto in casa. Chissà se e per quanto tempo saremmo andati d’accordo. Io sembro buonino ma ogni tanto scoppietto un po’: e apriti terra! Tu, com’eri, giorno dopo giorno? Lo chiederò a quel Ken, e a quell’Helge, il tuo secondo maritino.
Cambiando argomento, ho letto da qualche parte che L’erba verde del Wyoming è il terzo volume di una trilogia, con quel Ken come protagonista. Il primo romanzo è del 1941, il secondo di due anni, dopo. Il terzo, cioè questo, è del 1946, anno della tua seconda separazione matrimoniale. Leggo anche che sei stata anche la soggettista di alcuni film ricavati da questi romanzi, nonché la sceneggiatrice de “Il prigioniero di Zenda”, nella versione uscita nel 1922. Insomma, hai cavalcato molto bene il tuo tempo. Alla fine giungerò a una specie di conclusione. Aspetta solo un paio di paginette. Sto forse trotterellando?
Leggere e scrivere sono in genere due forme di onanismo, e talvolta d’amore. Leggo ergo amo. Non solo me stesso. Anche l’altro. D’accord!, ti cito, amato Arthur Rimbaud: leggendo, Je est un autre! Leggo per scrivere, per comunicare, prima a me stesso, poi a te, autore, poi a voi, futuri lettori.
Mentre m’appresto a salire su per l’ennesima erta, simile a quella che conduce in vetta al Ventasso, dove c’è quella croce che m’aspetta, mi capita ogni volta di dirmi che forse non riuscirò a scriverne nulla. Anche col tuo libro è capitato. Pareva che dicessi tutto tu, per cui nulla v’era da aggiungere. Le tue fini e capienti descrizioni mi saturavano la mente, senza consentirmi di far uscire alcunché. Solo nel tornare indietro a rileggere, decisi di sottolineare questo: “Sul destino di Tempesta c’erano sempre state delle lunghe contese tra lui e suo padre fin dalla nascita del cavallo quattro anni prima. Rob McLaughlin sosteneva che il puledro sarebbe sempre rimasto indomabile, una continua minaccia…” – bello quel puntino, eh?; la frase è tipica del rappresentante di una razza di animali che è sempre stata una minaccia per tutte le altre. L’uomo s’illude d’essere la Specie Eletta Dal Suo Signore, Chiunque Egli Sia. Non perché quel scimmione sia cattivo, ma perché è una bestia, ancor più delle altre. E, anche all’interno di ogni specie, ogni individuo è una continua minaccia per l’Altro. Prova un po’ a leggere Cuba libre di Elmore Leonard!
Nella tua opera, Mary, ogni animale ha il suo nome: quel toro, micidiale come pochi, si chiama “Grillo” – e tale comportamento umanoide vale per tanti altri. Ma ci sono delle eccezioni. A casa mia, la micia che ci fece compagnia per quasi vent’anni da tutti era chiamata Gâta. Un cane lupo femmina che ho tanto amato era Raska. Con lei e col suo fido padrone Tiziano, giocavo a pallone da ragazzino: ce lo lanciavamo l’uno all’altro e lei in mezzo cercava d’intercettarlo. Bei tempi, davvero.
Ken è un buon ragazzo, a cui è facile affezionarsi. Scrivi: “Era contento di essere lí solo, di sapere che nessuno lo avrebbe veduto piangere…” – e mi viene in mente una stupidaggine. Piangere è come mingere: un atto privato allorché è genuino. Ma può diventare una forma di comunicazione. Ora: “Nella valle non c’era più il branco di bei cavalli e dei promettenti puledri…” – c’erano solo delle scalcinate carcasse, atte a sfamare altri animali: “avvoltoi stridenti e ringhiosi coyotes”. Ogni morte è un riciclaggio di sogni e di realtà: “quell’angolo della terra, quella specie di paradiso dei cavalli, in cui regnava il suo Tempesta, non era che una trappola mortale.” – presso cui ci tocca trascorrere ‘sta stramba esistenza. Sto forse sottolineando e riportando troppo?
Ken incontra un sogno di nome Carey: “Prima l’aveva veduta piangere come una bambina ed ora c’era una strana dignità nei suoi gesti.” – se è vero amore, fiorirà!
E ora, il libro fisico L’erba verde del Wyoming, in quiescenza da decenni, si sta sfasciando abbastanza. Lo dovrò incollare.
“La storia dello stato del Wyoming è la storia della sua erba, che in principio apparteneva ai bufali, ai cavalli selvaggi e agli indiani.” – e che poi si trasferì ad altri, più scimmieschi armenti.
“Erba! Ancora erba!” – e c’è chi dice pure: “Erba! Soltanto erba!” – questo è il Wyoming.
Pare che vi siano “due modi di guardare le cose…” – il secondo, il migliore è “quando si guarda ogni cosa separatamente, parte per parte, finché non acquista forma e vita.” – il che accade, talvolta, nella lettura: “L’erba verde del Wyoming…” – dice Carey – “… Sembra una formula magica…” – che va ascoltata…
Tu, Ken, a Carey, dai del tu. Tu, Carey, a Ken dai del voi. Questa è un’ingiustizia che va risolta.
L’opinione che chi ti ama ha di te, Ken, è: “… quando una cosa gli piace, la vuole; e la vuole tutta per sé. È un esclusivista.” – ahia. Ma il mondo della passione amorosa è fatto così, un po’ per tutti, per alcuni di più: “Pauly e Bagheera si erano innamorati…” – e non erano che due felini. Per conto mio, io amo quel “Pinky” – che non era altro che “uno di quegli agnelli orfani detti ‘scrocconi’…” – quelli che sono costretti a succhiare di nascosto del latte alle altrui madri, le quali, quando se ne accorgono, li scalciano, e loro s’eclissano, beati e rassegnati al contempo: a ognuno il suo hard burden. ‘Sto pianeta è un variegato zoo, colmo di ingiustizie. E non c’è nulla da fare!
A pagina 139, Mary, tracci la storia zootecnica ed ecologica del Wyoming, che passa di dramma in dramma fino a quel catartico Eureka: “Erba, soltanto erba!” – il salvifico urlo che rallegrò quello stato per l’eternità. Come “L’amore” – che “è come uno scoppio improvviso, è come lo scontrarsi di due elementi diversi per fondersi in uno.” – chi non lo prova non riesce a crederlo.
A volte tale religio decade: capita, come quando da una bottiglia si versa del lambrusco privo di spuma: “L’amore non può sopravvivere se gli si offrono solo brani di noi stessi.” – è un Moloch mai sazio di anime! E c’è poi chi crede nella trascendenza: “L’amore. Tutto l’amore. Ogni forma d’amore conduce ad un unico fine… Dio.” – ringrazia Nell da parte mia, per l’assenza del punto esclamativo. Nell è la tenera (e sofferente) madre di Ken e dell’antagonistico e amato Howard – e, intanto, anzi, poco dopo, sorgono, dal nulla, nuove tragedie: “Il toro fece l’atto di schiacciargli la testa contro il suolo. Nell udí il grido di morte del povero cane.” – ciao, ormai per sempre disperso “Pellegrino” – salutami Raska, se la incontri!
Nell insiste, ora per lettera, dicendo a quell’Howard ormai lontano: “Una volta invaso dall’amore di Dio, lo riverserai su ogni cosa e il tuo cuore e la tua vita e il tuo mondo saranno colmi di amore e insieme di felicità.” – e chissà di quanti lutti. Essendo la religione un fenomeno divino con risvolti fisici, da qualche parte dovrà pur sacrificare l’altrui energia. Ed è sempre andata così.
Il nostro manipolo di credenti s’è mosso con l’intento religioso di catturare Tempesta, nonché di liberare quella giumenta di nome Jewell – che l’uomo ha deciso che non deve appartenere allo stallone, ma al di lui padrone. Costi quel che costi, anche se si dovrà ammazzare quell’anarchico quadrupede, il quale è prepotente come nessuno e praticamente indomabile; oppure castrarlo: la qual soluzione pare essere la migliore. Il mio pensiero va a quel magnifico Pete, che fu atrocemente evirato. E che fu buono e protettivo come pochi. Senza di lui, la tenera Jevell, chissà che fine avrebbe fatto. Egli donò la sua vita per proteggerla dai lupi.
Ora a qualcuno pare riuscire a sparare a quel cavallo “albino” – che poi risulta essere un sosia Tempesta, di nome Ismaele: “Vedendo quella bianca sagoma distesa per terra, Hagar proruppe in un alto nitrito.” – un eroe, eliminato per errore, come tanti altri nudi martiri, all over the world.
“Carey! Tempesta! La sua piccola donnina e il suo grosso stallone. Questi erano i suoi beni maggiori…” – a lui ancora distanti, e immersi nei suoi sogni più profondi: “Tuttavia essi esistevano, vivi, parte della sua vita, parte del suo io più intimo.” – non totalizzanti, per fortuna. Può ancora agire!
Mary, ora il tuo giovane eroe ha in mente quel libro di Victor Hugo: “I lavoratori del mare”, e quelle parole: “Déruchette era il suo abisso?” – ma quel punto interrogativo può ferire l’anima, per cui: “‘Carey è il mio abisso’ mormorò.” – Ken ormai non ha più il minimo dubbio. Che dico… dubbi ne avrà sempre, per l’intera sua vita, in relazione a quel che egli sentiva essere il suo “destino” – e quello di Tempesta: l’avrebbe mai più incontrato? E “Avrebbe mai conseguito quello che si era proposto?”. E “Gli parve di sentirsi ormai condannato dal destino.” – e quindi, lui, Ken, ora che fa… che farei io al suo posto?
“Ad un tratto le sue labbra ruppero il silenzio con un grido altissimo: ‘È Dio! È Dio!’” – e in quel momento gli parve di non avere più null’altro: “ora Dio gli si era rivelato nella…” – blocco il tuo, discorso, Mary… Dio è il: direbbe l’anglicano Thomas S. Eliot.
Dispiace pensare che, anche quando (quasi) tutto pare (finalmente) risolto, Ken tema d’essere criticato dal padre: “perché avrebbe sicuramente trovato qualcosa da criticare.”: Dio ama in modo perfetto. Anche un padre: ma come può. Nel criticare l’erede, egli finisce per pensare alle proprie colpe.
Come finisce questa storia? Come meglio non si può. Tranne che per un particolare.
Ormai ho la quasi certezza che i primi due tomi della serie non siano mai stati pubblicati in Italia. Da dove sei, Mary, puoi chiedere al signor Mondadori, o a chi per lui, di rimediare? Al più presto! Altrimenti sarò costretto a leggerti in inglese. E non ne ho tanta voglia. Ma lo farò! Rispetto a quello che ha realizzato il tuo amato Ken, la mia sarebbe un’impresa da nulla…
Written by Stefano Pioli
Bibliografia
Mary O’ Hara, L’erba verde del Wyoming, Oscar Mondadori, 1972

… Questa lettura è gia di per sè un “evento letterario”. Cara Mery, non credo tu possa aver fatto meglio di così nel libro, perciò perdonami di averti conosciuta soltanto oggi e in questo modo.
Perdona anche me, se puoi… ciao!
Io personalmente non credo nel perdono (mi affido alla vendetta) ma so che stavolta saremo perdonati entrambi. Lei senza meno.
Un saluto.