Il Giardino come passaggio culturale #6: Poesia e giardino

CONDIVIDI... CUM GRANO SALIS

“Ne ‘La ginestra’ Leopardi compie un’operazione poetica di rara potenza: unisce descrizione naturalistica, riflessione esistenziale e visione etica. La ginestra, pianta selvatica, solitaria ma non orgogliosa, non cerca consolazioni metafisiche ma si radica nel terreno del vero, simbolo di un ideale umano di dignità e fraternità, anche nella sofferenza. In un mondo in cui la natura non si cura degli individui, la ginestra rappresenta l’unica risposta possibile: una bellezza fragile, resistente, umile, capace di ispirare verità e compassione in mezzo alle rovine. La rosa, nella poesia tradizionale, è emblema dell’effimero, della bellezza che fiorisce e appassisce, dell’amore fugace.”[1] ‒ dal capitolo “Poesia e giardino”

Il Giardino come passaggio culturale 6 Poesia e giardino Giovanna Fracassi
Il Giardino come passaggio culturale 6 Poesia e giardino Giovanna Fracassi

Pubblicato a marzo 2026, “Il Giardino come passaggio culturaledi Giovanna Fracassi nasce con l’intenzione di omaggiare la nascente stagione primaverile, quando il verde si rinnova mostrando il ciclo eterno della rinascita.

Il sottotitolo “Intreccio di voci poetiche, filosofiche e narrative” rivela l’intento dell’autrice: fare della poesia, della prosa e della filosofia un vero e proprio intreccio in cui il canto della natura si manifesta in tutta la sua bellezza.

Gli stessi capitoli del saggio evidenziano l’esigenza di raccontare il “giardino” nel suo rapporto con il “tempo” e lo “spazio”: Il giardino abbandonato; Il significato del giardino in una prospettiva filosofica; Il giardino insegna; Giardinaggio e letteratura; Filosofe e scrittrici in giardino; Poesia e giardino; I fiori nell’arte; I fiori nella canzone italiana; I fiori nelle fiabe; Le leggende dei fiori; La psiche oggettiva.

Il giardino familiare della nostra autrice si presta a questa lettura: come per Hesse, i fiori e gli alberi sono maestri silenziosi che insegnano pazienza, equilibrio, umiltà. Giacomo Leopardi, Bertolt Brecht, John Milton introducono prospettive filosofiche e civiche: forniscono l’interpretazione del fiore come simbolo esistenziale, La Ginestra del Leopardi è la poesia in cui il fiore diventa simbolo della condizione umana: fragile, effimero, eppure resistente nella sua fioritura solitaria. Con Leopardi, l’autrice sottolinea il valore etico del giardino: non luogo di evasione ma scena in cui s’impara la verità della finitudine. La sua esperienza personale dialoga con questo messaggio: i fiori che continuano a nascere nonostante l’abbandono della villa sono come la ginestra leopardiana, segni di resilienza, di bellezza che non cancella il dolore ma lo attraversa con dignità. Con La ginestra, Leopardi eleva un fiore umile a simbolo di resistenza. Il parallelismo con il giardino natale è evidente: come la ginestra cresce sul Vesuvio, così i fiori dell’autrice sono cresciuti tra le prove della vita, portando bellezza là dove c’era dolore. Leopardi permette di mostrare che il giardino non è evasione ma presa di coscienza: è luogo in cui l’uomo riconosce la propria piccolezza e, insieme, la propria dignità.[2] ‒ da La scelta intertestuale come gesto curatoriale di Edmondo Tisco

Per presentare “Il Giardino come passaggio culturale” al pubblico dei lettori in modo un po’ diverso, si è pensato di omaggiarlo con una rubrica tematica nella quale l’autrice, Giovanna Fracassi, dialoga e sviluppa, per ogni capitolo, una specifica tematica. La prima puntata della rubrica “Il giardino abbandonato” è stata pubblicata ad aprile; la secondaIl significato del giardino in una prospettiva filosofica” è stata pubblicata a maggio; la terza “Il Giardino insegna” è stata a giugno; la quarta “Giardinaggio e letteratura” è stata a luglio; la quinta “Filosofe e scrittrici in giardino” è stata ad agosto. Oggi vi presentiamo la sesta puntata avente come titolo “Poesia e giardino”.

***

Estratto da “Il Giardino come passaggio culturale”, capitolo 6 “Poesia e giardino”

La letteratura, in particolare la poesia, ha celebrato la bellezza dei giardini e delle piante in molti modi.
I giardini sono rappresentati come spazi di bellezza ideale, che stimolano la sensibilità estetica e l’ammirazione per il mondo naturale.
La poesia spesso gioca con le immagini e i colori della natura, esaltando la sua perfezione e transitorietà.
In molti romanzi e opere teatrali, il giardino è il luogo dove avvengono incontri significativi, conversazioni o momenti di cambiamento per i personaggi.
Questi giardini diventano spazi di rivelazione, di conflitto o di riconciliazione, e possono segnare i momenti cruciali del racconto.
In ‘Romeo e Giulietta’ di William Shakespeare (Gran Bretagna, 1564 – 1616) il famoso incontro tra i due amanti avviene nel giardino di Giulietta, un luogo che simboleggia la passione segreta e la possibilità di un amore proibito.”[3]

***

A.M.: Nella prima puntata della rubrica “Il giardino abbandonato” abbiamo trattato del concetto del luogo natìo, nella seconda della tematica della cura, con una sintesi filosofica dalla Grecia antica alla contemporaneità, nella terza dell’immagine del puer, nella quarta del rapporto tra il tempo ed il giardino, nella quinta del rapporto tra il cuore femminile e la cura del verde. In questo sesto capitolo “Poesia e giardino” raffronti alcune poesie di autori celebri ponendo in luce la connessione tra il sentire del poeta e l’essenza del verde. Parliamo, dunque, di Gabriele D’Annunzio e della sua “La pioggia nel pineto”: perché è da considerarsi come una celebrazione estatica del mondo naturale?

Giovanna Fracassi: Nel sesto capitolo, intitolato “Poesia e giardino”, la mia indagine si è focalizzata sulla profonda interconnessione tra la sensibilità interiore del poeta e l’essenza vitale della natura. Tra le voci autorevoli esaminate, ho il piacere di approfondire quella di Gabriele D’Annunzio e la sua celebre lirica “La pioggia nel pineto”, espressione di un sentire che si impone come una vera e propria celebrazione estatica del mondo naturale.

Quest’opera rappresenta l’apice del panismo dannunziano: quel processo di fusione totale e sensoriale in cui l’elemento umano si dissolve in quello naturale, e viceversa. La poesia può essere considerata tale per tre ragioni fondamentali di cui cercherò di trattare brevemente.

Come primo punto, penso sia importante illustrare l’immersione sensoriale e sinestetica: D’Annunzio invita il lettore (e la donna amata, Ermione) al silenzio (quel “Taci” iniziale), un atto necessario per mettersi in ascolto della voce del bosco. La pioggia è vista qui come un’orchestra le cui dita d’acqua percuotono le diverse foglie. Man mano che si leggono i versi si sentono i sensi acuirsi: l’olfatto è inebriato dal profumo del mirto e del pino, la vista cattura le sfumature del verde, e l’udito si perde in una sinfonia di suoni che variano a seconda della vegetazione percossa dalle gocce.

Come secondo punto, si deve prendere in considerazione la metamorfosi panica, infatti, nel corso della lirica, il confine tra l’uomo e la natura si azzera. Il poeta Gabriele D’Annunzio ed Ermione diventano parte integrante del giardino e non svolgono solo la funzione di spettatori. Si percepisce come i loro volti siano ormai diventati “silvani”, i loro pensieri sono freschi come la vegetazione ed il loro cuore è come una pesca intatta. Questa totale immedesimazione genera l’estasi, intesa nel suo senso etimologico di “uscire da sé” per entrare nell’anima segreta del mondo vegetale.

Il terzo punto consiste in una riflessione sul giardino come spazio sacro e mitico. La pineta cantata dal poeta si trasforma in un tempio naturale. La pioggia purifica i corpi e lo spirito, spogliando i protagonisti delle loro vesti cittadine e borghesi per restituirli ad una dimensione mitica e primordiale. Il verde cessa di essere uno sfondo e diventa una divinità accogliente, capace di rigenerare l’essere umano attraverso la sua forza vitale.

“La pioggia nel pineto” incarna perfettamente il concetto di “giardino dell’anima”: un luogo d’elezione dove la parola poetica si fa musica e la natura si rivela come l’unica, autentica fonte di estasi e di rigenerazione spirituale.

Rileggiamo assieme i primi versi:Taci. Su le soglie/ del bosco non odo/ parole che dici/ umane; ma odo/ parole più nuove/ che parlano gocciole e foglie/ lontane./ Ascolta. Piove/ dalle nuvole sparse./ Piove su le tamerici/ salmastre ed arse,/ piove su i pini/ scagliosi ed irti,/ piove su i mirti/ divini,/ su le/ ginestre fulgenti/ di fiori accolti,/ su i ginepri folti/ di coccole aulenti,/ piove su i nostri volti/ silvani,/ piove su le nostre mani/ ignude,/ su i nostri vestimenti/ leggieri,/ su i freschi pensieri/ che l’anima schiude/ novella,/ su la favola bella/ che ieri/ t’illuse, che oggi m’illude,/ o Ermione.// […]

Sentite il rumore della pioggia che non distrugge né turba: è benefica, feconda, trasparente, e accompagna il mutare delle forme. Il paesaggio ha una forza evocativa antica, quasi pagana. Il luogo non è separato dall’umano: i corpi si fondono con gli alberi, le parole si annullano nel suono della natura. Le gocce di pioggia non bagnano soltanto i corpi ma li attraversano, li rendono vegetali: la donna Ermione, protagonista del poema insieme al poeta, viene trasfigurata in creatura boschiva, ninfa pagana, parte viva della selva. La sua “chioma” è fogliame, il suo “volto” è foglia, la sua “voce” è canto naturale.

Questa profonda identificazione con la natura è espressione del panismo poc’anzi citato, concetto cardine della poetica dannunziana: l’idea che l’uomo possa perdersi nel Tutto, superando i confini dell’individualità per divenire parte indistinta dell’universo sensibile. Non vi è gerarchia tra essere umano e pianta, tra suono della pioggia e parola poetica: tutto è immerso in un’armonia panica, in cui l’identità si dissolve e si rinnova. La pioggia, dunque, è simbolo di purificazione e metamorfosi. Lava le barriere tra umano e non umano, trasfigura la realtà e la rende visione lirica. D’Annunzio ci conduce in una dimensione in cui natura e poesia coincidono, dove la parola si fa materia sensibile ed il corpo, spogliato di ogni artificio, si reintegra nella verità elementare del bosco.

Giovanna Fracassi citazioni Poesia e giardino
Giovanna Fracassi citazioni Poesia e giardino

Ne “La pioggia nel pineto”, il mondo naturale è divinità immanente, realtà da contemplare e da vivere. Non esiste distanza tra l’uomo e l’albero, tra l’io ed il paesaggio. La poesia diventa rito silenzioso che ci riconsegna al nostro stato originario: creature fra le creature, fronde fra le fronde, gocce di pioggia dentro una pioggia eterna.

Le piante e il paesaggio nella poesia sono strumenti attraverso cui D’Annunzio esplora la possibilità di una comunione panica con il mondo. Ogni pianta ha una funzione sensoriale, simbolica e narrativa: i pini proteggono, il mirto seduce, il ginepro intensifica, la resina trasfigura. La pineta diventa così il teatro sacro di una metamorfosi dove l’identità si dissolve nella materia viva e silenziosa della natura.

Ed è basilare considerare la capacità degli esseri umani di dissolvere la propria identità nel verde eterno. Infatti, nel capitolo “Poesia e giardino” esploro altri autori ed altre poesie: “Rosa di macchia” ed “Il gelsomino notturno” di Giovanni Pascoli, “Portami il girasole” di Eugenio Montale, “La ginestra, o il fiore del deserto” di Giacomo Leopardi.

In chiusura, vi confido di aver inserito alcune mie poesie. Vi cito solo la prima tratta dalla silloge “Sono tornati i papaveri” con il titolo “Grani d’oro” di cui vi riporto i primi tre versi “Un crepitio sui petali tremolanti/ l’aria si tinge di un profumo/ arido, secco, pungente.// […]” e vi do appuntamento alla prossima puntata!

***

Anticipazione: la settima puntata della speciale rubrica “Il Giardino come passaggio culturale” avrà come titolo: “I fiori nell’arte”.

***

Poesia “I miei giorni” tratta da “La brace dei ricordi

“I miei giorni/ trafitti dai bagliori della vita/ pieni di parole e di silenzi/ hanno ali/ per raggiungere il sole/ hanno artigli/ per difendersi dalle tenebre// sanno nascondersi/ trai panni dell’indifferenza/ per sopravvivere/ al brusio incessante/ del mondo inutile/ e bruciare/ le carte fradice di ipocrisia.// I miei giorni/ hanno i colori dei sogni/ e le stigmate del dolore/ sono braci di desideri/ e voragini di ricordi/ sono spore di speranza/ e polvere di nostalgia.[4]

***

Filastrocca dell’Autunno tratta da “Le Filastrocche del Regno della Fantasia

“La maestra Tiramigiù/ arriva a scuola sempre a testa in giù.// È amata da tutti i bambinelli/ perché le sue dita sono magici pennelli/ sempre intinti in dieci recipientelli:// uno per la fantasia/ che non deve mai andare via// due per la poesia/ perché senza viene la malinconia// tre per l’allegria/ per colorare ogni via// quattro per la felicità/ per ricordarsi pure della bontà// cinque per l’amicizia/ perché senza è tutta una sporcizia// sei per i colori dell’arcobaleno/ per dipingere il mondo di sereno// sette per le note/ per poter cantare anche di notte// otto per i profumi del giardino/ per ricordarsi di ogni bambino// nove per la sincerità/ che deve inondare la città// dieci tutto ciò che vuoi tu/ perché il mondo lo puoi vedere a testa in giù,/ proprio come fa la maestra Tiramigiù.”[5] “La maestra Tiramigiù”

 

Info

Acquista “Il Giardino come passaggio culturale” su Amazon
Acquista “Il Giardino come passaggio culturale”
Acquista “Le bambine della filanda” su Amazon
Acquista “Essere e corpo in J. P. Sartre” su Amazon
Acquista “Lettere a Sofia” su Amazon
Sito Giovanna Fracassi
Scheda autrice
Recensioni ed interviste su e di Giovanna Fracassi
Leggi la Prefazione di Lucia Olime
Leggi le Filastrocche dell’Estate

 

Note

[1] Giovanna Fracassi, Il Giardino come passaggio culturale, Rupe Mutevole Edizioni, 2026, pp. 157-158
[2] Ibidem, p. 243
[3] Ibidem, p. 154
[4] Giovanna Fracassi, La brace dei ricordi, Rupe Mutevole Edizioni, 2021, p. 56
[5] Giovanna Fracassi, Le Filastrocche del Regno della Fantasia, Rupe Mutevole Edizioni, 2024, p. 67

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *