“Il Giardino come passaggio culturale” #1: il giardino abbandonato
“Nel cuore pulsante della città, nascosto tra le pieghe del tempo e del cemento, giace un giardino abbandonato, è un angolo di natura che sfida il trascorrere degli anni. L’accesso a questo giardino avviene attraverso un vecchio cancello in ferro battuto, una barriera silenziosa tra il mondo esterno e questo angolo di paradiso nascosto.”[1] ‒ dal capitolo “Il giardino abbandonato”

Pubblicato da Rupe Mutevole Edizioni a marzo 2026, “Il Giardino come passaggio culturale” della poetessa, scrittrice e saggista vicentina Giovanna Fracassi ha già ricevuto l’attenzione del pubblico dei lettori. Il saggio esplora l’importanza del giardino e del verde con variegate modalità letterarie, infatti si passa dalla delicatezza poetica alla nostalgia della prosa che racconta un ricordo dell’autrice, dall’analisi storica alla descrizione della simbologia dei fiori, dalla spiegazione di alcuni leitmotiv celebri sino allo svelare piccoli misteri floreali.
“Ci sono libri che si leggono anche e soprattutto con l’anima come questo libro lirico e meditativo. In esso l’autrice ci consegna non solo una narrazione ma una dimora interiore: il giardino della sua infanzia, custode silenzioso di memorie, emozioni, metamorfosi. Un giardino che non c’è più, e che tuttavia resiste, nel ricordo e nella scrittura, come un luogo reale e simbolico, come un rifugio e un maestro.”[2] ‒ dalla Prefazione di Lucia Olime
Provvisto di un sottotitolo esplicativo, “Intreccio di voci poetiche, filosofiche e narrative”, il saggio “Il Giardino come passaggio culturale” è suddiviso in undici capitoli così denominati: Il giardino abbandonato; Il significato del giardino in una prospettiva filosofica; Il giardino insegna; Giardinaggio e letteratura; Filosofe e scrittrici in giardino; Poesia e giardino; I fiori nell’arte; I fiori nella canzone italiana; I fiori nelle fiabe; Le leggende dei fiori; La psiche oggettiva.
Per presentare il saggio al pubblico dei lettori in modo un poco diverso si è pensato di omaggiarlo con una rubrica tematica nella quale l’autrice, Giovanna Fracassi, dialoga ed esplica per ogni capitolo un dato argomento. Questa prima puntata della rubrica “Il Giardino come passaggio culturale” inizia proprio con il primo capitolo del volume intitolato “Il giardino abbandonato”.
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Estratto da “Il Giardino come passaggio culturale”, capitolo 1 “Il giardino abbandonato”
“Nel cuore del giardino, quasi nascosto dalle ombre degli alberi più alti, si trova un antico e massiccio pozzo in pietra, un tempo serviva a rifornire di acqua il giardino, ora l’acqua piovana riflette il cielo e a volte un riflesso sfuggente sembra muoversi sotto la superficie, come se l’acqua stesse ancora cercando di raccontare qualcosa.
L’arco in ferro battuto che sovrasta il pozzo è arrugginito e le sue curve eleganti costituiscono un grazioso arabesco.
Un secchio, anch’esso di ferro, pende dall’arco, sospeso nel vuoto. Ogni volta che una brezza leggera attraversa il giardino, il secchio emette un cigolio sommesso, un suono metallico che riecheggia tra le mura di pietra e le foglie degli alberi, come un’antica cantilena che un tempo accompagnava le mie letture all’aria aperta.
Poco più in là, un altro angolo del giardino ospita un gazebo di pietra dove amavo andare a giocare, e poi da adolescente, a leggere e a studiare, seduta sulla panca di pietra di forma semplice ed elegante, con lo schienale dalle linee morbide, ornato da delicate intagliature. Un tavolino in pietra, lavorato con cura, è posto al centro.
Quante volte vi ho appoggiato i miei libri e festeggiato i miei compleanni con le amiche sorseggiando le spremute e deliziandomi con i dolcetti preparati da mia madre!
Ora è ricoperto da una patina di muschio e di foglie secche. Anche qui, la natura ha fatto il suo ingresso, e la bouganville, che si arrampica con vigore sulle colonne del gazebo e sulle strutture circostanti, dona al tutto un tocco di colore brillante. I suoi fiori, di un viola intenso, si mescolano con il verde scuro delle foglie, creando un contrasto che cattura l’attenzione.”[3]
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A.M.: Il primo capitolo del tuo saggio “Il Giardino come passaggio culturale” è intitolato “Il giardino abbandonato” ed è dedicato alla funzione del ricordo, infatti, lo scorrere della linea temporale si arresta e l’Io narrante accompagna il lettore, passo dopo passo, nei viali del giardino della villa nella quale hai trascorso la tua infanzia. La tua narrazione, dunque, verte sia in un abile uso del flashback tra memoria e presente sia sulla simbologia della casa natale. Perché ognuno di noi vive una profonda partecipazione verso il luogo natìo?
Giovanna Fracassi: Da millenni il mito del luogo natìo è stato oggetto di numerose riflessioni ed anche io, nel mio piccolo, ho voluto dare ascolto al mio vissuto ed a questa tradizione per mettere in luce i fattori che portano l’essere umano ad un attaccamento che va oltre quella che solitamente denominiamo “nostalgia” dell’essere stati bambini e bambine, e dunque figli e figlie amati ed amate da una famiglia amorevole.
Senza voler uscire troppo dal ragionamento si deve considerare anche chi non ha avuto accanto dei genitori con il senso dell’accudimento o chi ha perduto i genitori in tenera età, perché in modo del tutto simile ma con evidenti casi di “malessere” il luogo natìo si avvale di un alone misterico a cui difficilmente ci si sottrae.
Negli anni una delle domande che più mi sono posta, anche grazie ai miei studi filosofici, verteva proprio sul perché, malgrado l’emozione discordante (infanzia felice e infanzia infelice) l’essere umano avesse il bisogno di rievocare i primi anni della sua vita. Come per tutte le domande filosofiche varie sono le strade che si possono intraprendere e non nego che, anche io, ne ho seguite diverse, non sono stata dissimile da te che mi hai posto la domanda o da qualsiasi lettore che ora ci sta leggendo.
La via su cui, oggi, vorrei porre l’attenzione è etimologica, a prima lettura potrebbe sembrare macchinosa ma io penso sia abbastanza condivisibile.
Partiamo dalla mente: oggi utilizziamo mente e psiche (ψυχή, in greco antico) un po’ come sinonimi, anche se non è stato così in passato, infatti la psiche con il proprio significato di “anima, respiro” ha un significato più ampio di “mente” che dovrebbe racchiudere solo il razionale e non l’affettività emozionale, inconscia e creatrice. Un’altra parola che vorrei connettere è pneuma (πνεῦμα, in greco antico) anch’essa con un significato quale “respiro” ma in questo secondo caso per capire bene la distinzione bisogna ripensare alla tripartizione che davano i greci tra corpo, anima e spirito. Ecco pneuma era il soffio divino che ha la duplice funzione di animare il corpo e di unire il cosmo.
Qualcuno di voi avrà già compreso la mia direzione di ragionamento: il respiro è il fattore principale su cui si deve porre l’attenzione perché oltre ad essere ciò che ci rende “vivi” è anche meccanismo che abbiamo sin dal momento in cui nasciamo nel mondo.
Quando si consuma il trauma della nascita ‒ l’abbandono del corpo materno ‒ si ha la percezione dell’aria esterna. È una esperienza che facciamo tutti, “l’odore dell’aria” specifico diventa ciò che primariamente conosciamo di un luogo. Il respiro a cui non si dà tanta importanza nel corso della giornata è in realtà il nostro primo approccio di conoscenza del mondo sensibile.
Più i giorni trascorrono e più il neonato apprende dall’aria che respira, dall’odore della casa in cui vive, dalla presenza o meno di verde circostante (o di smog!), dal profumo della pelle della madre e del padre o dei fratelli e sorelle, dalla vicinanza con un animale che “soggiorna” negli stessi spazi. Respirare diventa dunque il tessuto nel quale stiamo tessendo la nostra crescita.
In età adulta, dopo esperienze di diverso tipo, viaggi all’estero, lavori lontani da casa, la nostra psiche, per trovare un poco di serenità dallo stress giornaliero o semplicemente affettivo, scorre all’indietro per scovare proprio il luogo nel quale ha iniziato a conoscere il mondo. Sarà pure una camera con all’angolo la muffa stagionale oppure una villa immersa nel verde, come nel mio caso, ma la sensazione di “casa” comunque non cambia. Infatti non è, come spiegavo prima, la situazione che si è vissuta con la famiglia ma è proprio il fattore di “aver vissuto e respirato” in quel luogo specifico.
Penso che questa funzione della respirazione risponda al meglio alla domanda sul luogo natìo, che gode del suo diritto di essere un luogo in cui ci si “abbandona”, un po’ come la mia scelta del titolo “Il giardino abbandonato” che non rispecchiava solo il fattore tempo dell’abbandono ma anche uno stato dell’essere in cui si trascorrono momenti per distaccarsi dal presente, dall’età adulta, dalle difficoltà che la vita ci pone davanti.
In tutto questo primo capito del saggio “Il Giardino come passaggio culturale” attraverso gli angoli del giardino che maggiormente mi hanno accompagnata e mi faccio testimone vivente dell’eterno verde che continua imperterrito il suo ciclo malgrado le azioni dell’uomo, quali l’uso del cemento e del mattone. La bellezza e la forza del verde si plasmano completamente con le nostre costruzioni e, nel mio caso specifico, i miei genitori hanno voluto lasciare libera questa espansione donando qua e là una misura specifica per armonizzare la loro anima a quella del giardino.
La bellezza della villa resiste, ogni pietra racconta una storia di attesa. Il giardino sembra volerla proteggere, come un luogo sacro dove il tempo stesso si è fermato, sospeso tra il passato e l’assenza. È come se la villa, nel suo silenzio inesorabile, aspettasse ancora, con dignità e forza, il nostro ritorno pur sapendo che quel ritorno non arriverà mai.[4]

Ora mi vengono in mente altre strade da percorrere con voi come quella dell’ispirazione poetica derivante dal luogo natìo ma anche la voglia di condividere immagini derivanti dai miei ricordi, che incontrerete durante la lettura integrale del capitolo, ossia lo stagno nel quale si nascondevano piccole creature, le miriadi di lucciole, lo scivolo di legno, le canne di bambù che crescono spontanee, il ruscello costeggiato da piantine di menta e fragole selvatiche, il volo delle rondini, i vecchi muri di cinta della villa, i bordi dei sentieri, l’edera che si arrampica sui fianchi del discobolo, il salottino in pietra di mio padre Emilio, il roseto selvatico vanto di mia madre Gemma.
È come se il tempo vi si fosse fermato, come se ogni foglia e ogni fiore racchiudessero la memoria di un tempo lontano, un ricordo del mio passato, di quella mia casa che un tempo era splendida, ma che ora è solo un riflesso dei sogni di chi l’ha abitata.[5]
Saluto consigliando una sorta di meditazione: al calar della sera, quando il sole è ormai basso ed il tempo della cena si avvicina, dedicate qualche minuto di raccoglimento a voi stessi, senza dover forzatamente scegliere una riflessione importante; badate al vostro respiro, date attenzione al fatto che ora siete vivi. Non appena la vostra “razionalità” sarà in uno stato di stasi, il vostro “inconscio” inizierà a trasmettere una sensazione immediata di serenità e benessere.
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Anticipazione: la seconda puntata della speciale rubrica “Il Giardino come passaggio culturale” avrà come titolo: “Il significato del giardino in una prospettiva filosofica”.
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Poesia “Vieni con me” tratta da “Arabesques”
“Viaggio negli abissi neri/ di quest’universo in espansione./ Laggiù pulsano/ le luci di una vita/ che non più mi appartiene.// Vieni con me/ là dove/ il passato non ha più valore/ e dove il futuro/ altro non è che vuota parola.// Ti porterò/ nella passione,/ nella disperazione/ quando il cuore/ non deve più bussare/ alle porte della ragione.// Vieni con me/ sulle fragili alti/ delle note incantate/ di questo mio/ infinito struggimento.// Ti porterò/ nel guscio d’argento,/ là dove/ nascondo/ le catene alla mia libertà.”[6]
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Filastrocca di Primavera tratta da “Le Filastrocche del Regno della Fantasia”
“Il pettirosso Antonietto/ si guarda intorno circospetto/ ma all’arrivo della bella Guendalina,/ tutta piume e crinolina,/ gonfia tronfio il petto/ e s’inventa un inchino/ goffo quanto un pendolino.// Mentre lei s’aggiusta l’orecchino:/ «Piuma, piuma della mia mattina/ dammi l’ala anche stamattina!/ Sii cortese Guendalina/ che tu sei la mia stellina».// «Prego, prego Antonietto/ che l’amor non ti fa difetto,/ Guendalina vuole un bacetto/ Per tenerti poi a braccetto!»”[7] – “Il pettirosso Antonietto”
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Scheda autrice
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Note
[1] Giovanna Fracassi, Il Giardino come passaggio culturale, Rupe Mutevole Edizioni, 2026, p. 27
[2] Ibidem, p. 9
[3] Ibidem, p. 36
[4] Ibidem, p. 47
[5] Ibidem, p. 32
[6] Giovanna Fracassi, Arabesques, Rupe Mutevole Edizioni, 2012, p. 45
[7] Giovanna Fracassi, Le Filastrocche del Regno della Fantasia, Rupe Mutevole Edizioni, 2024, p. 24
