“Il Giardino come passaggio culturale” #4: Giardinaggio e letteratura
“Quando scende la sera e il giardino si tinge di tonalità morbide e misteriose, le lucciole iniziano la loro danza tra l’erba e i cespugli, creando una giostra di luci tremolanti. Ogni punto luminoso sembra una piccola stella caduta che prende vita tra le fronde degli alberi. La loro presenza notturna è magica e avvolgente, come un incantesimo che trasforma la realtà in un mondo fiabesco.”[1] ‒ dal capitolo “Giardinaggio e letteratura”

Edito nel marzo 2026 il saggio “Il Giardino come passaggio culturale” si presenta come un insieme di prosa, analisi filosofica e poesia che mette in rilievo l’importanza del “verde” nelle nostre vite.
Il sottotitolo, “Intreccio di voci poetiche, filosofiche e narrative”, denota la capacità dell’autrice vicentina, Giovanna Fracassi, per la capacità di contaminare vari generi. Ed infatti gli stessi capitoli del saggio marcano l’esigenza di narrare il “giardino” nel suo esistere nel “tempo”: Il giardino abbandonato; Il significato del giardino in una prospettiva filosofica; Il giardino insegna; Giardinaggio e letteratura; Filosofe e scrittrici in giardino; Poesia e giardino; I fiori nell’arte; I fiori nella canzone italiana; I fiori nelle fiabe; Le leggende dei fiori; La psiche oggettiva.
Giovanna Fracassi valica il verso, sorprende con la prosa narrativa e filosofica e dona al lettore prospettive altre nelle quali l’immersione si palesa nel ricordo, nel riaffiorare di un profumo, nel ricordare il gesto antico di una madre intenta nella cura del roseto.
“In Isabel Allende il giardino diviene memoria e trasmissione materna. Nelle pagine di Fracassi la voce di Allende aumenta l’intonazione mitica e maturativa del giardino, luogo di guarigione e di storie che s’intrecciano tra generazioni. La sua presenza in questo testo serve alla nostra autrice a evidenziare l’aspetto simbolico del giardino come luogo grazie al quale la natura diventa testimonianza di racconti e genera processi relazionali e emotivi. Inserirla significa dare voce a quell’aspetto materno e mitico che anche nel giardino della Fracassi era vivo: le leggende dei fiori che la madre le raccontava, la trasmissione di un sapere che univa natura e immaginazione. È il giardino che continua a parlare, anche quando la presenza concreta si è spenta.”[2] ‒ da La scelta intertestuale come gesto curatoriale di Edmondo Tisco
Per presentare “Il Giardino come passaggio culturale” al pubblico dei lettori in modo un poco diverso si è pensato di omaggiarlo con una rubrica tematica nella quale l’autrice, Giovanna Fracassi, dialoga ed esplica per ogni capitolo un dato argomento. La prima puntata della rubrica “Il giardino abbandonato” è stata pubblicata ad aprile; la seconda “Il significato del giardino in una prospettiva filosofica” è stata pubblicata a maggio; la terza “Il Giardino insegna” è stata a giugno. Oggi vi presentiamo la quarta puntata avente come titolo “Giardinaggio e letteratura”.
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Estratto da “Il Giardino come passaggio culturale”, capitolo 4 “Giardinaggio e letteratura”
“Nel mio giardino, dove il tempo sembra rallentare e ogni angolo invita al silenzio e alla riflessione, trovo un rifugio per lo spirito e per la mia creatività. Questo spazio di bellezza naturale è il luogo ideale dove posso abbandonarmi alla lettura e, soprattutto, alla scrittura.
Ogni fiore, ogni albero, ogni piccolo dettaglio che arricchisce il giardino m’ispira a scrivere, a dare forma alle storie che nascono dal cuore, dai sogni e dalle emozioni che solo la natura sa risvegliare in me. In questo angolo di verde, tra la bellezza e i profumi dei fiori, il mio cuore si apre alla lettura e i libri di poesia, i racconti e le fiabe sono i miei compagni quotidiani. Sì, anche le fiabe, in particolare quelle dei fratelli Grimm, con i loro mondi incantati e le creature magiche, sono per me una fonte continua di ispirazione.
Immagino che nel mio giardino, tra le ombre degli alberi e i colori dei fiori, possano prendere vita storie meravigliose, ricche di misteri e di segreti dove ogni pianta è un personaggio, ogni fiore un protagonista. Le fiabe che scrivo, ispirate dalle atmosfere silenziose e misteriose del giardino, raccontano di viaggi fantastici, di piccoli eroi che, come Emily (la mia golden retriever), corrono felici tra i sentieri, o di creature magiche che abitano le radici degli alberi, pronte a donare saggezza e magia a chi sa ascoltarle. Lì, sotto il ciliegio in fiore, ogni petalo che cade è una parola delicata, ogni ramo che si muove al vento è una strofa che danza.
Talvolta mi fermo a scrivere sulla mia vecchia panchina di legno, le parole arrivano facili, come se il giardino stesso mi parlasse, sussurrando storie di antiche leggende, di magie nascoste, di sentimenti profondi.
La bellezza che mi circonda non è solo visiva ma è un’esperienza totale: il profumo della lavanda che mi avvolge, il suono delle foglie che si muovono nel vento, il fresco dell’erba sotto i piedi nudi, tutto contribuisce a stimolare la mia creatività.”[3]
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A.M.: Nella prima puntata della rubrica “Il giardino abbandonato” abbiamo trattato del concetto del luogo natìo, nella seconda della tematica della cura con una sintesi filosofica partendo dalla Grecia antica sino ad arrivare alla contemporaneità e nella terza si è sintetizzata l’immagine del puer. In questo quarto capitolo “Giardinaggio e letteratura”, prendendo spunto dall’estratto appena letto, si potrebbe delineare il protagonista principale di tutta la tua produzione: il tempo, che nel tuo giardino sembra rallentare…
Giovanna Fracassi: Potrei dilungarmi per mesi ‒ oserei dire per anni! ‒ cercando di tracciare i limiti del mio rapporto con il concetto del tempo: da quando ho preso la penna in mano l’instancabile lancetta mi è compagna. Infatti, i miei primi versi sono un rincorrere ed al contempo un fuggire da questa dimensione alla quale apparteniamo tutti.
Chi non si è mai stupito dello scorrere ora lento ora veloce del tempo? Eppure la lancetta mantiene sempre lo stesso ritmo: tic, tac. Tic rappresenta lo scatto della lancetta mentre tac lo scatto successivo.
Tic, tac, tic, tac. Il meccanismo è implacabile ma la nostra percezione è mutevole e varia a seconda dello stato d’animo, delle persone con le quali siamo, degli eventi che accadono, dei ricordi che ci possiedono in un determinato istante. Il pensiero che ho appena espresso, di norma, è condiviso dalla maggior parte delle persone ma solo una piccola percentuale diventa letteralmente succube di questa discordanza tra il ritmo costante e l’incostante intendimento. Qual è la causa?
Questa necessità di risposta è così profondamente radicata in me che ancora oggi, dopo decenni, continua a tormentarmi e neppure l’etimologia, come talvolta accade, mi è stata d’aiuto. Senza volervi tediare mi sento obbligata nel ricostruire velocemente la possibile origine della parola. Nella lingua italiana la parola “tempo” deriva dal latino tempus, i linguisti sono propensi nel seguire la via della radice indoeuropea *tem- con il significato di “dividere” o di “tagliare”; nella lingua greca la parola τέμνω (témno) ha infatti il significato di “tagliare” e di sicuro non stupisce l’aggiunta dell’alfa privativo per la creazione di qualcosa che non si può tagliare. Tanti di voi lettori avranno già compreso il riferimento: l’atomo (ἄτομος) che è propriamente indivisibile; altri di voi invece avranno già collegato la radice indoeuropea allo spazio sacro che si è ritagliato: il tempio (dal latino templum; nella Grecia antica c’erano diverse parole per rappresentare il concetto di tempio tra le quali τέμενος (témenos) che indicava propriamente il recinto sacro).
Dunque, si può considerare il tempo come un’immagine atta alla separazione di un pezzo dal tutto in un’azione costante di taglio netto. I secondi scorrono alla stessa velocità senza mai avere alcuna variazione. Eppure tutti gli esseri umani (vorrei estendere a tutti gli esseri viventi ma non ho alcuna prova a sostegno di questa mia affermazione) ‒ senza alcuna esclusione ‒ hanno un rapporto soggettivo e psicologico diverso a seconda dell’attenzione, delle emozioni e della memoria.
Già i Greci ‒ e sicuramente prima di loro altre culture ‒ usavano tre parole distinte per concepire il tempo. Il più famoso è Chronos, personificazione primordiale del tempo che rappresenta il misurabile, mentre Kairos ed Aion sono meno comuni. Kairos rappresenta l’istante perfetto, quello che comunemente si definisce il momento opportuno, una sorta di finestra di tempo nella quale bisogna agire prima della sua scomparsa. Aion, invece, raffigura il concetto del tempo eterno, quello che comunemente prende il nome di infinito, una sorta di immutabilità del cosmo che non invecchia.
Nella mia poetica ho cercato di inserire questi tre volti ‒ qui solo accennati ‒ in una riflessione connessa alla ciclicità del mondo del verde. Ed è infatti sotto questo aspetto che, così come si legge nell’estratto sopracitato, “nel mio giardino, dove il tempo sembra rallentare e ogni angolo invita al silenzio e alla riflessione, trovo un rifugio per lo spirito e per la mia creatività.” Anche nel giardino possiamo notare quel tic tac che mai si ferma, eppure ogni essere non solo ha la sua percezione ma anche un suo movimento ben definito. Più volte, infatti, comparo la vita ad una clessidra riflettendo sulla possibilità di esistenza di clessidre con canali di diversa ampiezza tra le due ampolle così da decretare uno scorrere lento o veloce. Nella poesia che citerò in chiusura, tratta da un volume a cui sono molto legata dal titolo “Sono tornati i papaveri”, ritraggo la clessidra come “splendente” seppur nel suo moto di scorrere lento distanziandosi dalla vita. Oppure, ad esempio nell’atipico epistolario che ho pubblicato qualche anno fa con Tomarchio Editore dal titolo “Lettere a Sofia” associo la mia integrità a quel “luogo” dove il tempo non ha più significato e l’ieri, l’oggi e il domani sono categorie superate nella speranza che tutto possa ritornare, che niente sia davvero perso per sempre e che di ciascuno di noi rimanga qualcosa di duraturo.[4]
I lettori che conoscono la mia produzione, di sicuro, avranno ricordato un’altra delle mie sillogi intitolata “Nella clessidra del cuore” nella quale alterno racconti brevi e poesie in una ricerca continua di significato e di appartenenza. Mi vengono ora in mente i primi versi della poesia intitolata “Oltre”[5] che recita “La carezza del tempo/ lascia in dono/ la luce della consapevolezza// l’anima sa farsi strada/ oltre ogni abbaglio/ oltre ogni illusione/ oltre ogni artificio// […]” nella quale il tempo può addirittura accarezzare così che, donando la consapevolezza, l’anima possa agire indisturbata nella dimensione diacronica. In poesia, infatti, l’ispirazione avviene per l’appunto nella dimensione sincronica[6] che sceglie fotogramma per fotogramma le immagini da rappresentare con la parola.

Ed anche in questa quarta puntata della rubrica dedicata al mio libro “Il Giardino come passaggio culturale” ho perso la “cognizione del tempo” e mi sono avventurata ancora una volta nella “foresta di simboli”[7] di Charles Baudelaire nella quale “La Natura è un tempio dove colonne vive/ lasciano a volte uscire confuse parole; /l’uomo vi passa attraverso foreste di simboli/ che l’osservano con sguardi familiari”. La connessione ora si fa viva e rapida nel citare un’altra poesia dell’amato Baudelaire a cui, in verità, è impossibile non fare riferimento: “[…] Tremilaseicento volte l’ora, il Secondo/ mormora: Ricordati! – Rapido con voce/ da insetto, l’Adesso dice: Sono l’Allora/ e ho succhiato la tua vita con l’immondo succhiatoio!// […] Ricordati che il tempo è giocatore avido:/ guadagna senza barare, ad ogni colpo! È legge./ Il giorno declina, la notte cresce; ricordati!/ L’abisso ha sempre sete; la clessidra si vuota.”[8]
Tempio e clessidra, due “luoghi” nei quali in modo figurativo innalziamo i confini della nostra mortalità, del nostro “accadere alla vita” e del nostro allontanamento dalla stessa. La Natura, come eterna madre, ispira “a dare forma alle storie che nascono dal cuore, dai sogni e dalle emozioni” e, come scrive Edmondo Tisco nella critica presente in chiusura del volume “Il Giardino come passaggio culturale”, “diventa testimonianza di racconti e genera processi relazionali e emotivi”.
Vi saluto ringraziandovi per la continua attenzione verso la mia produzione letteraria e saggistica ed anticipo che, a breve, sarà pubblicato per la Tomarchio Editore un breve libello che va indietro nel tempo di circa cento anni!
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Anticipazione: la quinta puntata della speciale rubrica “Il Giardino come passaggio culturale” avrà come titolo: “Filosofe e scrittrici in giardino”.
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Poesia “Clessidra” tratta da “Sono tornati i papaveri”
“Si snocciolano le ore/ trasparenti di malinconia/ nel tiepido sapore/ del sole amaranto// scintillano, lumeggiano e svaniscono// Sfoglio i petali del cuore:/ uno per ogni attimo di felicità/ uno per ogni giorno di dolore/ mentre nella clessidra splendente// scivola lenta la musica della vita:// le bacche rosse,/ l’erba verde smeraldo,/ la nebbia calma e fitta,/ i laghi d’azzurro/ fra i veli del cielo,/ gli arcobaleni violetti,/ i fiumi inondati dalla luna/ e i caminetti scolpiti/ dal fuoco del tempo// scende in polvere/ di chiara speranza/ e si raccoglie/ in note brillanti/ di tenerissima nostalgia.”[9]
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Filastrocca d’Estate tratta da “Le Filastrocche del Regno della Fantasia”
“Rosso di sera/ il nonno spera,/ mentre borbotta la minestra,/ di trovar la sua dentiera./ Eccola lì, dentro la cassettiera!/ Ma una zanzara dispettosa, con la sua fusoliera/ vuol posarsi sulla zuppiera,/ allora il nonno lesto, lesto apre la tabacchiera/ così la zanzara pestifera/ scappa via come una bersagliera.// Finalmente il nonno si riposa,/ nella sua poltrona rosa,/ dà la buonanotte al suo micino/ e chiude gli occhi per un sonnellino.”[10] ‒ “Il nonno e la zanzara”
Info
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Sito Giovanna Fracassi
Scheda autrice
Recensioni ed interviste su e di Giovanna Fracassi
Leggi la Prefazione di Lucia Olime
Leggi le Filastrocche dell’Estate
Note
[1] Giovanna Fracassi, Il Giardino come passaggio culturale, Rupe Mutevole Edizioni, 2026, p. 69
[2] Ibidem, p. 240
[3] Ibidem, p. 67
[4] Giovanna Fracassi, Lettere a Sofia, Tomarchio Editore, 2022, rist. 2025, p. 66
[5] Giovanna Fracassi, Nella clessidra del cuore, Rupe Mutevole, 2017, p. 168
[6] Ricordate il volto di Cronos? Ecco inseriamo i prefissi dia- (diacronico) e sin- (sincronico) che differenziano il modo in cui noi scegliamo di osservare il tempo; nel primo caso attraverso la sua evoluzione storica mentre nel secondo in un preciso momento che congela il tempo.
[7] Leggi la poesia di Charles Baudelaire intitolata “Corrispondenze” cliccando QUI
[8] Leggi la poesia di Charles Baudelaire intitolata “L’orologio” cliccando QUI
[9] Giovanna Fracassi, Sono tornati i papaveri, Rupe Mutevole Edizioni, 2023, p. 42
[10] Giovanna Fracassi, Le Filastrocche del Regno della Fantasia, Rupe Mutevole Edizioni, 2024, p. 47

Presentazione di “Giardini”
Il semestre passato negli Urali Orientali come collaboratore del K. u. K Institut für Ethnologie di Vienna, assegnato alla spedizione geologica Mandelstan, mi ha permesso di stabilirmi Presso il popolo dei Ciukci e studiare i loro riti sciamani e partecipare alle sedute iniziatiche aventi per argomento la cura delle malattie, il viaggio dell’anima e l’interpretazione del sogno.
Ho riportato i risultati delle ricerche fatte al mio Maestro Professor Freud che, deliziato dalla mia abilità nel narrare, mi ha suggerito di trasformare, a favore dei lettori, la relazione in un racconto.
Egli ha compreso quale fosse il simbolo primario della estasi mistica del viaggio sciamanico. Non un oggetto, ma una visione. Che coniuga l’angoscia del presente con le influenze del nostro passato. Un viaggio interiore necessario a definire la nostra collocazione nella società e rispondere alle domande: chi sono io e quale è il mio posto?
Mi ha suggerito il titolo “Giardini”. Al mio stupore per la scelta, sorridendo ha detto “e allora, vatti a rileggere Genesi 1:16 -17”.
Questo è il racconto fatto tenendo conto dei suggerimenti del Maestro, e anche di quanto insegna il Professor Jung:
Giardini – Μια πορεία στην τρέλα Un viaggio nella follia
Presento i vari generi di giardini, quali palcoscenici su cui i letterati, quali burattinai, guidano quelle marionette senza anima chiamate esseri umani, a recitare la commedia della vita.
Il giardino alla francese: Versailles è il più famoso. Figlio del giardino alla toscana portato in Francia da Maria de’ Medici. Ma ivi privato della fantasia mediterranea e imprigionato nella freddezza nordica.
Ordine e simmetria dominano. Qui la natura è costretta in spazi ben definiti sono un tributo alla Weltanschauung (visione del mondo) illuminista e razionalista volteriana, dove pensieri e ragionamenti si presentano in una sequenza logica predefinita. Dove ogni deduzione viene costruita su quella precedente per essere sfidata da una controdeduzione egualmente logica.
Ma attenzione!
Dai cespugli di agrifoglio ricchi di rosse bacche velenose, che circondano i tronchi delle querce, decorandoli dove le radici si mostrano, può spuntare il grazioso musetto della volpe rossa, maestra dell’irrazionale. E la sua presenza basta a porre in agitazione i timorosi corvi neri che si bagnano nella fontana di Latona come fanno i ragionamenti nelle fresche acque della logica.
Il giardino all’inglese o parco, che regala una immagine scenografica di ampi spazi verdi da godere. Ma sono i giardinieri che con fantasiosa logica hanno creato finti boschetti, macchie di arbusti, prati verdi e piccoli laghetti.
Tuo è l’apprezzamento, ma sono i maestri giardinieri che creano la visiva elegia britannica dal forte messaggio: La natura è bella ma solo l’opera dell’uomo sa domarla e rendere fruibile. L’uomo o meglio, la società fornisce il codice, detto moda, che permette uomo tra uomini simili di godere di godere di questa rappresentazione all’aria aperta. Non vale per chi soffrendo di strabismo intellettuale, gestisce in proprio i suoi pensieri.
Il giardino posto alla fine della strada, che pavimentata con quadrotte di cotto rosso toscano, che fiancheggiata da olivi vetusti ben olezzanti porta al regno Phantasia, attende impaziente di essere scoperto.
Per questo lo chiamano il Giardino Misterioso. Lo circonda un muro di mattoni rossicci, intervallato da strette staccionate di legno verdastro. L’entrata è chiusa da un maestoso portone di quercia. Le assi che lo compongono, col tempo si sono scheggiate, originando delle fenditure che permettono di intravedere la rigogliosa vegetazione del giardino.
Agli adulti a cui il razionale del quotidiano ha divorato l’irrazionale della fantasia, non è possibile entrare nel giardino. Ma i minuti corpi dei bambini, schiacciandosi negli spazi tra muro di mattoni e staccionata, ci riescono. Allora, tenendosi per mano, corrono lieti per boschi e prati dove le loro fantasie diventano realtà.
Di ciò che vedono e provano, mantengono nel cuore il segreto che li accompagnerà per tutta la vita, come il saggio che si è perso nella ricerca della conoscenza sa, Veni die, venit ille Viene il giorno e Alles schöne hat sein Ende. Tutte le cose belle hanno una fine. I corpi crescono e non possono più entrare nel giardino, e lui, il giardino, scompare alla vista restando solo un sogno nel cuore.
Il Giardino della Strega è un bosco orrido, madre e figlio di oscuri e arcani eventi. Non lo si scopre, Prescelti, pesati e chiamati si va da lui.
Dal tempo della nascita, sino al tempo della chiamata per la tua “nefesh”, così gli ebrei chiamano l’essenza vitale, angelos e deimos, così chiamano i greci i principii dell’armonia del Creato, lottano per modellare il tuo futuro.
Ma al giorno della chiamata, se sarai stato prescelto, alla tua porta si presenterà la Guida inviata dalla Grande Madre e semplicemente dirà “vieni”. Lungo la strada ti parlerà della Grande Madre adorata dalla Signora del Gioco, spiegandoti le ragioni della chiamata.
Infine, aprendo la porta dai battenti bronzei, la cui patina verdastra rende illeggibili le frasi sopra incise, ti spalancherà, avendo tu accettato la chiamata, l’entrata al Giardino della Strega.
La Guida ti spingerà a percorrere lo stretto sentiero sassoso ombreggiato da contorte e muffose querce posando i piedi su una poltiglia verde maleodorante di erbe putrefatte.
Dovrai porre attenzione alle immonde bestie che vorranno arrampicarsi sulle tue gambe, ai velenosi ragni che ti copriranno il viso con ragnatele per carpirti il respiro, né potrai usare le mani perché le forti liane si avvinghieranno a loro cercando di fermarti. Senza aiuto della Guida avanzerai faticosamente, mentre gli osceni gnomi gobbuti cercando di morsicarti i polpacci ti irrideranno cantando melodie oscene e sputandoti sul viso, ti dichiareranno stupido, rozzo e indegno di essere ricevuto dalla Domina del Gioco.
Infine, usciti dal bosco malvagio e diventati silenti i vocii dei mostriciattoli silvani, la Guida ti indicherà una casa mostruosamente costruita, sul cui portico, seduta su una maestosa poltrona ornata da teschi umani, si starà contorcendo la più orrenda e laida anziana femmina che mai tu abbia potuto immaginare.
Ora, finalmente fermatasi di fronte a lei, La Guida la riverisce chiamandola Signora del Gioco.
Ai piedi della immonda creatura due lupi grigi immobili come statue attendono, i loro occhi cerulei come una alba nordica, ti fissano con odio, valutandoti. Dalle fauci aperte pende una lunga, rossa e bavosa lingua, adagiata fra bianchi affilati canini che sembrano chiedersi quando potranno azzannarti.
Tutto è silenzio. Come prima dell’esodo di una tragedia greca.
La Guida ti interroga per l’ultima volta, ricordandoti gli orrori del giardino. Precisando che sono sicuramente minori rispetto a quelli che ti aspettano se accetterai l’invito della strega a entrare nella casa per essere iniziato. La Domina, Signora del Gioco, grida: “per quella porta si va nella città, per lei si entra nell’eterna ricerca, per lei ci si presenta alla risposta finale”.
Tu la guardi stupito, riandando con la mente agli anni di attesa, rispondi: “fatto non fui per viver come bruto, ma per conseguir virtute e conoscenza.” Allora coprendosi gli occhi per proteggersi dal fulgore che emani, ella ti fa cenno di entrare.
Nella sacra stanza lo sciamano porgendoti la coppa piena di fumante canapa, ti porta con sé nella ricerca di te stesso.
Nel viaggio dentro la tua anima temi di perderti. Ma invece conosci l’estensione del Creato e l’immobilità del Tempo. E mentre cento donne sapienti ti cantano i segreti degli antichi, la Signora del Gioco con le sue mani adunche afferra la tua anima rivoltandola.
Sì che tutti i tuoi reconditi pensieri, desideri, passioni vengono esposti e passati, sul sacro fuoco alimentato dal legno di Yggdrasil, il frassino della vita, siano purificati. Poi tutto di te, anima e sangue, sentimenti e viscere viene rimesso nel tuo corpo e le ferite ricucite col filo della eterna conoscenza (Dà’at דַעַת).
Infine, maghi per volere dell’Alfa e Omega, insufflano in te la vita facendoti rinascere come uomo nuovo. Uscendo dalla porta per tornare a casa, provi la nuova vista che ti hanno dato, quella che permette di vedere la realtà che la miseria del mondo nasconde.
La bellissima Donna del Gioco ti sorride e i grigi lupi uggiolano felici per le tue carezze. Il tetro bosco è diventato un palcoscenico, dove sfilano colori e suoni che rallegrano l‘anima. I piccoli animaletti del bosco, nascosti sotto le corolle profumate di fiori primaverili. ti sorridono. Gruppi di gnomi benevoli che portano a pascolare mandrie di lumachine dai rossi gusci striati di nero, ti accompagnano al portone.
Esci e prendi la strada di casa, pronto al tuo nuovo compito di pastore di anime.