“Il Giardino come passaggio culturale” #2: il significato del giardino in una prospettiva filosofica
“Nel mondo antico, Epicuro (Grecia, 341 a.C. – 270 a.C.) fu tra i primi a identificare nel giardino un luogo privilegiato per la riflessione e la ricerca della felicità. La sua scuola, fondata ad Atene, portava il nome di “Giardino”: uno spazio inclusivo, aperto a donne e schiavi, dove la filosofia diventava arte del vivere.”[1] ‒ dal capitolo “Il significato del giardino in una prospettiva filosofica”

“Il Giardino come passaggio culturale” della poetessa, scrittrice e saggista vicentina Giovanna Fracassi è stato pubblicato nel marzo 2026 da Rupe Mutevole Edizioni.
Il volume, già attenzionato dal pubblico dei lettori, invita alla riflessione sul giardino e sul verde in generale attraverso la poesia, la prosa, l’analisi filosofica e la simbologia dei fiori. Un libro che si presenta di gradevole lettura anche per coloro che non possiedono specifiche conoscenze pregresse.
“L’autrice ci invita a riflettere sul valore educativo e comunitario del giardino. Come lo fu per Epicuro, il “Kepos”, luogo protetto di studio, amicizia, accoglienza, così anche per lei il giardino è luogo dell’iniziazione, della trasmissione, della relazione. In questo senso, il libro è anche un atto sociologico: uno sguardo sulla famiglia, sulla figura della madre come maestra della cura, sulla dimensione generazionale del sapere pratico e simbolico. Ogni ricamo, ogni bouquet, ogni fiore messo sul davanzale diventa una forma di linguaggio non verbale, un segno d’amore trasmesso senza parole. In un’epoca che tende a smaterializzare i legami, a consumare esperienze effimere, l’autrice ricompone il legame tra manualità, estetica e affettività e ci invita a rallentare, a riconoscere il sacro nella quotidianità.”[2] ‒ dalla Prefazione di Lucia Olime
Provvisto di un sottotitolo esplicativo, “Intreccio di voci poetiche, filosofiche e narrative”, il saggio “Il Giardino come passaggio culturale” è suddiviso in undici capitoli così denominati: Il giardino abbandonato; Il significato del giardino in una prospettiva filosofica; Il giardino insegna; Giardinaggio e letteratura; Filosofe e scrittrici in giardino; Poesia e giardino; I fiori nell’arte; I fiori nella canzone italiana; I fiori nelle fiabe; Le leggende dei fiori; La psiche oggettiva.
Per presentare “Il Giardino come passaggio culturale” al pubblico dei lettori in modo un poco diverso si è pensato di omaggiarlo con una rubrica tematica nella quale l’autrice, Giovanna Fracassi, dialoga ed esplica per ogni capitolo un dato argomento. La prima puntata della rubrica è stata pubblicata ad aprile ed aveva come titolo “Il giardino abbandonato”; oggi vi presentiamo la seconda puntata dal titolo “Il significato del giardino in una prospettiva filosofica”.
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Estratto da “Il Giardino come passaggio culturale”, capitolo 2 “Il significato del giardino in una prospettiva filosofica”
“Ho voluto perciò ripercorrere il pensiero di alcuni grandi pensatori e scrittori per scoprire quale ruolo avesse avuto nelle loro opere l’idea e spesso la cura di un giardino, non solo in senso letterale ma nei suoi significati multidisciplinari.
Prima di inoltrarmi in questa pluralità di significati voglio soffermarmi sul concetto di luogo (in greco topos, in latino locus) in filosofia. Qui, infatti, non si tratta semplicemente di uno spazio fisico e misurabile ma di una dimensione esistenziale, ontologica e simbolica.
Fin dall’antichità, la filosofia si è interrogata sul significato del luogo come cornice dell’essere, come ambito del divenire, come scena dell’esperienza.
Numerosi filosofi hanno riflettuto sul significato del giardino, attribuendogli valori simbolici, estetici e politici.
Nel corso della storia del pensiero questo concetto ha attraversato culture, religioni e filosofie incarnando visioni del mondo molteplici e profondamente evocative; lungi dall’essere soltanto uno spazio fisico, esso si configura come metafora vivente della condizione umana, della conoscenza, della felicità e della spiritualità.”[3]
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A.M.: Nella prima puntata della rubrica “Il giardino abbandonato” abbiamo trattato del luogo natìo proponendo al pubblico una entusiasmante via simbolica che lega uno dei quattro elementi ‒ l’aria ‒ al concetto dell’appartenenza al luogo in cui si è nati. Nel secondo capitolo del tuo saggio, “Il significato del giardino in una prospettiva filosofica”, hai mirabilmente sintetizzato un po’ di storia della filosofia partendo dalla Grecia antica sino alla contemporaneità. Prendersi cura di un giardino equivale al prendersi cura di se stessi?
Giovanna Fracassi: Nella prima puntata ci siamo salutati con una sorta di meditazione nella quale ho invitato i lettori e le lettrici all’attenzione verso il respiro così da ottenere una serenità immediata. L’aria, infatti, si introduce nel nostro corpo, lo percorre, e fuoriesce nuovamente nel confinante, è un eterno muoversi tra noi, esseri umani, e tutte le altre specie siano esse del mondo animale e vegetale o del mondo minerale. Una unione con il Tutto che continuamente si rinnova generando nell’uguale nuove forme di appartenenza.
Questo è uno dei concetti più semplici e più complessi che possediamo in filosofia (ed anche nelle pratiche religione e sciamaniche): è semplice perché pare razionale ma è complesso perché “abitarlo” nella psiche richiede impegno e dedizione. Le vie per giungere a questa appartenenza sono molteplici, io personalmente ho attinto alla filosofia perché, dopo il liceo, decisi di iscrivermi proprio alla facoltà di filosofia; da giovane sentivo il bisogno di cercare le risposte a quegli interrogativi esistenziali che mi “turbavano” sin dall’adolescenza.
Ed è stato proprio grazie all’approfondimento di alcuni testi che ho avuto la possibilità di rientrare in me, nella Giovanna bambina, che amava sostare e guardare il giardino “mentre viveva”. Forse ero già predestinata per la vita che ho “scelto”, forse sono state le esperienze che ho attraversato a mostrarmi il cammino: questo è un dilemma che ancora mi attanaglia ma ciò a cui sono arrivata, grazie alla scrittura ed alla lettura, è la corrispondenza tra il prendersi cura dell’esterno ed il prendersi cura dell’interno.
Come figlia, nipote, moglie e madre mi sono dedicata al massimo delle mie possibilità alla cura della famiglia, e come scrittrice e poetessa ho cercato la bellezza nella parola e nel “verde”.
Così l’abitudine a percorrere sentieri praticati da pochi mi ha fatto riscoprire quel giardino abbandonato che rappresenta la nostra più nascosta scintilla emozionale.
Eraclito,[4] infatti, stanco della vita della polis nella sua Efeso (una delle città più grandi del mondo antico, si narra di una popolazione con più di 250 mila abitanti) andò a rifugiarsi nelle montagne, lontano da tutti; andò a cercare se stesso tra gli alberi, tra le pietre, tra i raggi del sole che filtrano dalle alte foglie sino al basso della terra ed al termine del suo girovagare scrisse: “i confini dell’anima, per quanto lontano tu vada, non li scoprirai, neanche se percorri tutte le vie: così abissalmente si dispiega”.[5]
E questa profonda conoscenza si può legare al celebre detto, tratto dall’“Apologia di Socrate” di Platone,[6] diventato celebre a livello mondiale, quel “So di non sapere”[7] che presuppone l’indagine continua verso il centro, più si percorre più abissalmente si dispiega il nucleo di conoscenza perché la nostra anima ha le sue radici nel flusso ininterrotto del cosmo. Ed è proprio la nostra anima che si proietta nella conoscenza, ognuna secondo il suo destino, le prospettive sono varie nel campo lavorativo e sociale ma c’è qualcosa che ci accomuna tutti: la sensazione di meraviglia davanti alla bellezza “incontrollata” della Natura e se da un lato i colori del tramonto possono farci trattenere il fiato per la brevità di tempo di apparizione, dall’altro il “lento” svilupparsi di una fogliolina osservato per giorni, mattina e sera, diventa sacra meditazione sulla creazione.
Ed è proprio questo secondo lato che risponde alla domanda: “Prendersi cura di un giardino equivale al prendersi cura di se stessi?”
Epicuro[8] fu il fondatore di una delle più grandi scuole elleniche, ancora oggi l’epicureismo risuona come principio di sensismo, in cui proprio i sensi denotano il criterio di verità; la “filosofia del Giardino” fu adottata anche a Roma dal filosofo Lucrezio[9] che nel suo poema “De rerum natura” trasmette la dottrina di Epicuro. Il Giardino visto da Epicuro era un luogo libero nel quale uomini e donne potevano ascoltare ed ammirare il creato (inteso sia come logos del maestro sia come muoversi nello spazio del giardino); la sua scuola insegnava la vita semplice finalizzata al piacere, ma non inteso come “piacere fine se stesso” bensì come piacere verso l’atarassia, come pace dell’anima libera dalle passioni.
Ed in mezzo a questo discorso antico ‒ che malgrado i millenni sento più vivo che mai ‒ non posso non pagare un pegno ‒ che in realtà pago dalla mia tesi di laurea ‒[10] citando il filosofo francese Jean-Paul Sartre.[11]
Nella sua opera fondamentale “L’Essere e il Nulla” ci spinge a considerare la natura come un “in-sé”, un dato che esiste senza scopo o significato: “L’in-sé è ciò che è senza possibilità di modificazione, senza coscienza, senza libertà. È la cosa in sé, che esiste semplicemente, senza progetto”.

Il giardino, dunque, è solo terra, piante, luce. Ma l’uomo, coscienza libera e progettuale, può decidere di coltivarlo, di dare forma e senso a quel paesaggio indifferente. Il giardino diventa perciò un’opera d’arte esistenziale, un gesto di libertà, una responsabilità personale. Sartre ci ricorda che: “L’uomo è condannato a essere libero; perché una volta gettato nel mondo, è responsabile di tutto ciò che fa”. Passeggiando fra le aiuole penso a questa libertà, un peso e un dono che ci permette di trasformare la natura, di renderla specchio del nostro essere. Il giardino non è più solo ciò che è ma ciò che vogliamo che sia. È un progetto, una scelta.[12]
Vi saluto con una citazione attribuita all’oratore e filosofo latino, Cicerone,[13] che sento molto vicino al mio modo di intendere la vita: “Se accanto alla biblioteca avrai l’orto, nulla ti mancherà”. Questa massima equipara il nutrimento della mente con i libri a quella del corpo con l’orto portando avanti l’idea di uno stile di vita semplice e devoto all’amore verso la natura e verso la coltivazione ‒ quel prendersi cura del giardino ‒ ed all’amore verso la sapienza con una stanza colma di libri ‒ quel prendersi cura di noi stessi.
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Anticipazione: la terza puntata della speciale rubrica “Il Giardino come passaggio culturale” avrà come titolo: “Il giardino insegna”.
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Poesia “Paura” tratta da “Opalescenze”
“Cosa temi/ antico straniero/ che il conoscere la faccia oscura/ della tua luna/ mi avrebbe indotto/ a non amarti più?// Non sai tu/ che l’amore/ si nutre/ più che della luce/ e del coraggio/ delle tenebre/ e della paura?// Di te avrei amato/ la viltà come l’audacia/ la menzogna come la verità/ il ghigno come il sorriso,/ il tremore come la spavalderia/ la meschina umanità/ e la sublime tristezza./ Ho amato così/ anche il tuo addio.”[14]
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Filastrocca di Primavera tratta da “Le Filastrocche del Regno della Fantasia”
“Fu punta dalla spina di una rosa rossa/ la bella principessa Rosaviola/ e per dieci anni dormì/ nel castello di Boscodirosa.// Quattro rose a farle compagnia/ quattro viole per la sua allegria/ quattro torri a guardia del bosco/ quattro querce a vegliare sul suo riposo.// Venne un giorno/ un drago grosso grosso/ che il terrore seminò in tutto il bosco.// Tutti gli animali cercarono riparo/ dentro le torri di legno scuro./ Solo lo gnomo Capolavoro/ salì fino alla torre di Rosaviola,/ le portò un mazzolin di fiori della sua bella aiuola/ e le cantò la canzone della sua nonna Manola.// Così fu che piano piano la principessa si svegliò/ e coraggiosa il drago affrontò,/ ma quando il drago la guardò/ di lei s’innamorò.// Più fuoco non sputò/ ma solo rose e viole le donò.”[15] ‒ “La Principessa Rosaviola”
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Note
[1] Giovanna Fracassi, Il Giardino come passaggio culturale, Rupe Mutevole Edizioni, 2026, p. 53
[2] Ibidem, p. 11
[3] Ibidem, pp. 52-53
[4] Eraclito (535 a.C. – 475 a.C.) fu uno dei maggiori sophoi (dal greco σοφοί con il significato di “sapiente”), distinti dai filosofi (da Socrate in poi).
[5] Eraclito, Dell’Origine, a cura di Angelo Tonelli, Feltrinelli, 2017, p. 181
[6] Platone (428/427 a.C. – 348/347 a.C.) è uno dei filosofi greci più studiati e citati dal mondo antico ad oggi; con le sue opere ha tracciato le basi per tutta la cultura occidentale.
[7] Il detto è comunemente riportato abbreviato con “So di non sapere” ma nel testo originale appare come “So una cosa, di non sapere nulla” (in greco: ἓν οἶδα ὅτι οὐδὲν οἶδα).
[8] Epicuro (341 a.C. – 270 a.C.) fondatore della filosofia del Giardino; l’epicureismo si diffuse dal IV secolo a.C. sino al II secolo d.C., fu poi ripreso nell’Umanesimo e nel Rinascimento.
[9] Tito Lucrezio Caro (98/94 a.C. – 50/55 a.C.) è stato il maggior esponente dell’epicureismo nel mondo latino.
[10] Si invita il lettore alla lettura della presentazione del saggio “Essere in corpo in J. P. Sartre” di Giovanna Fracassi, nato come approfondimento della suddetta tesi di laurea. Clicca QUI per leggerla.
[11] Jean-Paul Sartre (1905 – 1980) fu un filosofo e scrittore francese, è considerato uno degli esponenti principali dell’esistenzialismo.
[12] Giovanna Fracassi, Il Giardino come passaggio culturale, Rupe Mutevole Edizioni, 2026, pp. 53-54
[13] Marco Tullio Cicerone (106 a.C. – 43 a.C.) fu filosofo ed oratore nonché politico di primaria importanza nella Roma del tempo. Tra i suoi lavori più celebri di certo un posto di rilievo occupa il suo impegno nella creazione di un vero e proprio lessico latino per la traduzione di termini specifici di argomento filosofico della lingua greca.
[14] Giovanna Fracassi, Opalescenze, Rupe Mutevole Edizioni, 2013, p. 48
[15] Giovanna Fracassi, Le Filastrocche del Regno della Fantasia, Rupe Mutevole Edizioni, 2024, p. 30
