“Il Giardino come passaggio culturale” di Giovanna Fracassi: la prefazione di Lucia Olime

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Mia madre coltivava i fiori con la stessa cura, la stessa pazienza, lo stesso amore silenzioso che si offre alle cose più preziose. Questo libro nasce tra i petali del suo giardino che era un vero spettacolo in ogni stagione dell’anno: d’estate brulicava di colori accesi e profumi intensi, d’autunno si velava di toni caldi e nostalgici, d’inverno mostrava la sua forza nascosta sotto la brina e la neve e in primavera esplodeva come un canto di rinascita.[1] ‒ dalla “Premessa” di Giovanna Fracassi

Il Giardino come passaggio culturale Giovanna Fracassi Prefazione Lucia Olime
Il Giardino come passaggio culturale Giovanna Fracassi Prefazione Lucia Olime

“Il Giardino come passaggio culturale” (Rupe Mutevole Edizioni, marzo 2026) è un saggio che esplora in modo narrativo e poetico l’importanza del giardino e del verde nella quotidianità dell’esistenza. Infatti, il sottotitolo Intreccio di voci poetiche, filosofiche e narrative svela la viva immagine di armonica concatenazione tra gli argomenti trattati che, come fiori rampicanti eterogenei, si avvolgono per creare una visione sgargiante di colori e capace di suscitare ricordi ed emozioni.

L’autrice, Giovanna Fracassi, si è rivolta alle piante come ulteriore segno del voler prendere parte del Tutto silenzioso che, instancabilmente, crea. La medesima esigenza di silenzio la si è percepita sin dalle sue prime sillogi poetiche, basti pensare ad “Arabesques”, “Opalescenze”, “La cenere del tempo” (Rupe Mutevole Edizioni e rispettivamente 2012, 2013 e 2014) nelle quali si avverte il costante dialogo con l’anima inquieta che vaga “di astro in astro”[2] flagellata dalla confusione di un mondo nel quale non ci si riconosce.

Sovente Giovanna Fracassi trova l’agognato ristoro nell’atto della scrittura, della lettura e dell’osservazione attenta della bellezza silente che ci circonda. Ed è grazie a questa prospettiva che ha confezionato con cura “Il Giardino come passaggio culturale” inserendo al suo interno capitoli tematici che percorrono l’essenza del verde: Il giardino abbandonato; Il significato del giardino in una prospettiva filosofica; Il giardino insegna; Giardinaggio e letteratura; Filosofe e scrittrici in giardino; Poesia e giardino; I fiori nell’arte; I fiori nella canzone italiana; I fiori nelle fiabe; Le leggende dei fiori; La psiche oggettiva.

Gli undici capitoli sono preceduti dalla Prefazione di Lucia Olime, la Premessa di Giovanna Fracassi, dal Prologo e seguiti dalla Postfazione di Lucia Olime, da una critica letteraria e stilistica a cura di Edmondo Tisco intitolata La scelta intertestuale come gesto curatoriale, dalla Biografia e da una ricca ed interessante Bibliografia.

Le voci femminili costituiscono il nucleo pratico ed etico (cura, trasmissione, identità), le voci maschili e i saggi teorici offrono cornici filosofiche e mitiche che ampliano la prospettiva. Ciò che resta, infine, è una mappa che trasforma il giardino privato in paesaggio culturale condiviso. Il libro intreccia così alla narrazione personale una trama di voci poetiche, filosofiche e narrative che illuminano i passaggi autobiografici.‒ da “La scelta intertestuale come gesto curatoriale” di Edmondo Tisco

Per gentile concessione dell’autrice si potrà leggere sottostante un estratto tratto dalla Prefazione di Lucia Olime.

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Prefazione[3] di Lucia Olime ‒ “Il Giardino come passaggio culturale”

Ci sono libri che si leggono anche e soprattutto con l’anima come questo libro lirico e meditativo. In esso l’autrice ci consegna non solo una narrazione ma una dimora interiore: il giardino della sua infanzia, custode silenzioso di memorie, emozioni, metamorfosi. Un giardino che non c’è più, e che tuttavia resiste, nel ricordo e nella scrittura, come un luogo reale e simbolico, come un rifugio e un maestro.

Fin dalle prime pagine, comprendiamo che questo non è semplicemente un testo “sul giardino”: è il giardino stesso a parlare, attraverso le parole dell’autrice. Ogni angolo del parco natale, dal “vecchio caro cancello” di ferro battuto alla statua del discobolo, dal salottino in pietra sommerso dal glicine alla piscina abbandonata, diventa epifania.

Il paesaggio esterno si rifrange nel paesaggio interiore e si colora della luce della memoria e dell’introspezione. È un giardino della mente e del cuore, intrecciato di tempo e fiori, di voci care e animali domestici, di silenzi e metamorfosi.

“Nel giardino non esiste il tempo lineare, quello che l’orologio impone. Esiste il tempo circolare, quello delle stagioni.”

In questo passaggio, l’autrice ci consegna una delle chiavi di lettura più profonde del suo libro: la natura non è decorazione ma architettura del tempo e della coscienza. Il giardino non solo accompagna la crescita della protagonista ma ne riflette i mutamenti, ne custodisce i dolori, le assenze, le attese, le gioie. Come in una personale mitologia, il roseto della madre, il discobolo, la pergola di glicine, la fontana e la conchiglia diventano archetipi: immagini del femminile e del materno, della forza e della vulnerabilità, dell’infanzia e dell’assenza.

Sotto questa superficie incantata però, si muove un’interrogazione più vasta. In filigrana, il testo esplora la relazione tra essere umano e natura, tra cultura e paesaggio, tra cura e oblio.

In una società in cui la cementificazione cancella i luoghi della memoria e il giardino è spesso ridotto a “elemento urbanistico” o “componente ornamentale”, l’autrice ci ricorda che il giardino è, prima di tutto, una forma dell’abitare. Un abitare che, come ci ha insegnato Heidegger, non è possesso né dominio ma gesto poetico, cura, ascolto.

Coltivare un giardino significa porsi in ascolto, accogliere la finitudine”: in queste parole l’autrice si allinea idealmente con la riflessione heideggeriana sul “costruire-abitare-pensare” e con la poesia di Hölderlin, in cui l’umano è chiamato a vivere poeticamente sulla terra.

Non è però solo filosofia, il libro vibra anche delle risonanze articolate della psicologia del profondo, in particolare là dove il giardino diventa simbolo dell’inconscio: uno spazio protetto e generativo, dove avvengono le trasformazioni interiori.

L’autrice scrive: “Nel verde s’impara il valore del silenzio, non come vuoto, ma come spazio fertile”. E ancora: “Crescere è un processo che assomiglia molto a quello delle piante: richiede radici profonde, esposizione alla luce giusta e il coraggio di attraversare le intemperie”. Queste immagini evocano il pensiero junghiano sul Sé e sull’individuazione e le riflessioni contemporanee di psicologi come James Hillman, per cui la psiche umana è sempre radicata in un paesaggio: curare la mente significa, spesso, ritrovare un luogo.

In questo senso il libro dialoga con le preoccupazioni ecopsicologiche e sociologiche del nostro tempo. In un mondo segnato dalla crisi climatica, dalla perdita di biodiversità, dall’urbanizzazione aggressiva, il giardino abbandonato diventa emblema di una civiltà che ha smarrito il senso della cura. La narrazione dell’autrice diventa allora un invito alla resistenza.

L’attenzione minuziosa con cui descrive ogni singolo fiore, la tenerezza con cui restituisce la voce della madre che spiegava le leggende delle piante, è un atto di restauro simbolico, un tentativo di restituire dignità al vivente.

Ogni pianta è una memoria vivente” scrive. Questo vale tanto per le aiuole di tulipani che resistono all’abbandono quanto per gli esseri umani che, come loro, continuano a fiorire nonostante la perdita. Il giardino, in questo saggio, è l’antidoto alla dimenticanza. È paesaggio affettivo e archivio dell’anima. È una risposta implicita ma potente alla disconnessione che la nostra cultura ha costruito tra individuo e ambiente, tra città e natura, tra mente e corpo.

L’autrice ci invita a riflettere sul valore educativo e comunitario del giardino. Come lo fu per Epicuro, il “Kepos”, luogo protetto di studio, amicizia, accoglienza, così anche per lei il giardino è luogo dell’iniziazione, della trasmissione, della relazione. In questo senso, il libro è anche un atto sociologico: uno sguardo sulla famiglia, sulla figura della madre come maestra della cura, sulla dimensione generazionale del sapere pratico e simbolico.

Ogni ricamo, ogni bouquet, ogni fiore messo sul davanzale diventa una forma di linguaggio non verbale, un segno d’amore trasmesso senza parole. In un’epoca che tende a smaterializzare i legami, a consumare esperienze effimere, l’autrice ricompone il legame tra manualità, estetica e affettività e ci invita a rallentare, a riconoscere il sacro nella quotidianità.

Giovanna Fracassi citazioni giardino
Giovanna Fracassi citazioni giardino

Infine, come un fil rouge poetico, il libro è attraversato da versi che, come i fiori nei vasi di cristallo della casa materna, illuminano e profumano le stanze del ricordo. Le poesie, poste come sigilli nei momenti cruciali del testo, sono aperture verticali: portano il lettore dal dettaglio sensoriale alla dimensione metafisica, dal presente al mito. Nella poesia “Discobolo”, ad esempio, la statua diventa simbolo di forza e protezione, mentre “Le viole” è un commiato struggente e puro, un gesto di amore infantile che si fa lutto adulto. Sono queste le “monete d’oro nella memoria”, come scrive in “Vecchio cancello”, che il lettore raccoglie lungo il cammino, senza fretta, come in una passeggiata tra aiuole e sentieri interrotti.

[…]

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Written by Alessia Mocci

 

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Note

[1] Giovanna Fracassi, Il Giardino come passaggio culturale, Rupe Mutevole Edizioni, 2026, p. 19

[2] Giovanna Fracassi, La cenere del tempo, Rupe Mutevole Edizioni, 2014, p. 9

[3] Giovanna Fracassi, Il Giardino come passaggio culturale, Rupe Mutevole Edizioni, 2026, p. 9 e ss.

 

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