“Il Giardino come passaggio culturale” #5: Filosofe e scrittrici in giardino
“[…] il giardino può essere considerato un luogo di ribellione contro la società, dove le donne hanno potuto esprimere la propria autonomia e visione del mondo, spesso diverse da quelle tradizionali. Infine, il giardino può rappresentare la natura e la sua influenza sulla filosofia, laddove le donne hanno utilizzato la natura per riflettere sulla realtà e sull’esistenza.”[1] ‒ dal capitolo “Filosofe e scrittrici in giardino”

“Il Giardino come passaggio culturale” è stato pubblicato a marzo 2026 per omaggiare la nascente stagione nella quale è proprio il verde che si rinnova mostrando tutta la sua bellezza.
Il volume descrive nel sottotitolo “Intreccio di voci poetiche, filosofiche e narrative” l’intento dell’autrice Giovanna Fracassi: amalgamare poesia, prosa ed analisi filosofica in una concatenazione di voci che danzano lo stesso ritmo, quello del canto della natura.
Gli stessi capitoli del saggio siglano l’esigenza di raccontare il “giardino” nel suo esistere nel “tempo” e nello “spazio”: Il giardino abbandonato; Il significato del giardino in una prospettiva filosofica; Il giardino insegna; Giardinaggio e letteratura; Filosofe e scrittrici in giardino; Poesia e giardino; I fiori nell’arte; I fiori nella canzone italiana; I fiori nelle fiabe; Le leggende dei fiori; La psiche oggettiva.
Giovanna Fracassi presenta al lettore esperienze d’infanzia e di età adulta in confronto con quelle di tante scrittrici e filosofe per marcare l’importanza della cura come atto quotidiano.
“Emily Dickinson offre la tensione tra minuscolo e infinito: il giardino come microcosmo in cui si condensano interrogazioni esistenziali. La Fracassi si avvale della figura della Dickinson (e della ricognizione di Marta McDowell) per legittimare il piccolo gesto come raccogliere un fiore, seccarlo, nominarlo, come gesto poetico che apre visioni. Le poesie poste nel libro dialogano con questa lezione: ogni fiore diventa “nota” di un tempo che continua a parlare. Il giardino di Emily Dickinson è universo interiore condensato in fiori, api, minuscoli dettagli che diventano enigmi di eternità. La sua poesia asciutta e misteriosa mostra come il giardino possa contenere tutto l’infinito dentro il piccolo. Inserendo Dickinson nel suo testo, Fracassi ha voluto evidenziare la potenza di quelle “piccole cose” che, nel suo giardino, si trasformavano in esperienze assolute: una margherita che cresce tra le pietre, un glicine che continua a fiorire senza cura. La voce di Dickinson risuona perché traduce in linguaggio poetico ciò che lei stessa ha sperimentato: il giardino come microcosmo di rivelazioni. Non occorrono paesaggi vasti, basta un fiore per aprire lo spazio della memoria e della trascendenza. La sua presenza nel testo sottolinea il valore simbolico delle “piccole cose” che compongono un giardino: non semplici elementi vegetali, ma segni che custodiscono e riattivano la memoria.”[2] ‒ da La scelta intertestuale come gesto curatoriale di Edmondo Tisco
Per presentare “Il Giardino come passaggio culturale” al pubblico dei lettori in modo un poco diverso si è pensato di omaggiarlo con una rubrica tematica nella quale l’autrice, Giovanna Fracassi, dialoga ed esplica per ogni capitolo un dato argomento. La prima puntata della rubrica “Il giardino abbandonato” è stata pubblicata ad aprile; la seconda “Il significato del giardino in una prospettiva filosofica” è stata pubblicata a maggio; la terza “Il Giardino insegna” è stata a giugno; la quarta “Giardinaggio e letteratura” è stata a luglio. Oggi vi presentiamo la quinta puntata avente come titolo “Filosofe e scrittrici in giardino”.
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Estratto da “Il Giardino come passaggio culturale”, capitolo 5 “Filosofe e scrittrici in giardino”
“Molto interessante e tutta da sviluppare e indagare la relazione, che può essere esplorata con diverse sfaccettature, tra donne filosofe e il concetto di giardino.
In primo luogo il giardino può essere visto come un simbolo di rifugio e spazio di creazione, dove le donne hanno trovato ispirazione per sviluppare le proprie idee filosofiche.
Inoltre, il giardino può essere considerato un luogo di ribellione contro la società, dove le donne hanno potuto esprimere la propria autonomia e visione del mondo, spesso diverse da quelle tradizionali. Infine, il giardino può rappresentare la natura e la sua influenza sulla filosofia, laddove le donne hanno utilizzato la natura per riflettere sulla realtà e sull’esistenza.
Pia Pera (Italia, Lucca, 1956 – 2016), filosofa e scrittrice, fa del giardino l’icona di una relazione duratura e appagante, la più profonda che possiamo avere con il mondo vivente: “Il giardino, immagine miniaturizzata del creato, ha confermato di essere l’unica duratura, profonda, appagante relazione possibile”. Il giardino è qui espressione di reciprocità, ascolto e appartenenza.
Nel suo libro “Le féminisme ou la mort” (1974), Françoise d’Eaubonne (Francia, 1920 – 2005) coniò il termine “ecofemminismo”, sostenendo che il patriarcato e il capitalismo sono responsabili sia dell’oppressione delle donne che della distruzione ambientale. Proponeva una società libera dalla gerarchia, in cui tutti gli esseri viventi interagiscono come parti di un organismo comune, la Terra. Vandana Shiva (India, 1952), attivista e filosofa indiana, ha fondato l’organizzazione Navdanya per promuovere la biodiversità e l’agricoltura sostenibile. Ha istituito banche del seme per preservare varietà locali e ha incoraggiato la creazione di orti comunitari, sottolineando l’importanza della diversità colturale e della partecipazione delle donne alla cura della terra.”[3]
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A.M.: Nella prima puntata della rubrica abbiamo trattato del concetto del luogo natìo, nella seconda della tematica della cura con una sintesi filosofica partendo dalla Grecia antica sino ad arrivare alla contemporaneità, nella terza si è sintetizzata l’immagine del puer e nella quarta del rapporto tra il tempo ed il giardino. In questo quinto capitolo “Filosofe e scrittrici in giardino” ti addentri nel cuore del femminile connesso alla cura del verde: quali sono le donne che, mosse dallo stormire dell’assoluto, hanno coltivato i concetti che ti hanno ispirata per questa interessante stesura?
Giovanna Fracassi: “Stormire dell’assoluto”: l’espressione che hai utilizzato nella domanda mi ha riportato alla memoria più di un ricordo, si potrebbe dunque in questa quinta puntata, oltre all’omaggiare le illustri scrittrici della storia della letteratura, trattare del suono invisibile della Natura creatrice. Partiamo dunque da qui, dallo stormire come termine che non si sente così spesso nella lingua parlata (e forse neppure più in quella scritta!) ma che definisce esattamente un suono: quello delle foglie mosse dal vento. Quest’ultimo non si vede, è aria e perciò invisibile all’occhio umano, ma si può sentire attraverso ciò che tocca, ciò con cui viene in contatto.
Pensiamo ora alla seconda parola prendendo l’assoluto nell’accezione di infinito e divino così da porre dinnanzi una dei tarli più preganti dell’essere umano: il mistero dell’esistenza.
Unendo i due nell’espressione “stormire dell’assoluto” ci troviamo dunque a riflettere su un moto che, attraverso un sussurro leggero e costante, si manifesta nelle cose semplici della natura che si rende udibile a chi ha orecchi per intendere.[4] Il vento ‒ l’invisibile ‒ mette dunque in comunicazione con l’Eterno partendo da un piccolo dettaglio quotidiano, e forse è anche per questo che gli antichi greci diedero proprio un significato così profondo alle parole psiche (in greco ψυχή, con il significato di soffio vitale ed anima) e pneuma ( in greco πνεῦμα, con il significato di soffio, respiro, ed aria).
Ed è così che muovendoci nel giardino abbiamo la continua possibilità di raggiungere uno stato interiore di puro benessere anche e solo con l’ascolto del suono irripetibile delle foglie nel loro continuo lasciarsi vibrare da ciò che non si vede ma che parla continuamente. Irripetibile perché è irriproducibile, unico, estemporaneo, fugace ed, oserei affermare, anche effimero perché svanisce subito dopo essere nato.
Ognuno di voi ha vissuto uno di questi “ordinari” momenti in qualsiasi giornata ma solo pochi di voi hanno percepito la “straordinarietà” che si nasconde dietro. È sempre una questione di percezione, se stiamo camminando di fretta per strada non notiamo la parabola discendente di una piccola foglia che ormai ha concluso il suo ciclo sul ramo e si libbra leggera per un seguente ciclo; ognuna di esse cade in un modo unico ed irripetibile, così come il momento in cui si apre una rosa oppure un narciso.
E dunque quali sono le scrittrici che ho celebrato ne “Il Giardino come passaggio culturale”?
Beh, tre sono già state inserite nell’estratto del capitolo: Pia Pera, Françoise d’Eaubonne, Vandana Shiva alle quali seguono Alicia H. Puleo, Carolyn Merchant, Sidonie-Gabrielle Colette, Virginia Woolf, Emily Dickinson, Charlotte Brontë, Frances Hodgson Burnett, Marta McDowell, Edith Holden, Vita Sackville-West, Caroline Zoob, Marguerite Yourcenar, Elizabeth von Arnim, Katherine Mansfield, Karen Blixen, Isabel Allende e Clarissa Pinkola Estés; ed a dire il vero en passant ho omaggiato anche qualche uomo, ma non vi svelerò nulla così da lasciarvi questa tremenda curiosità!
Alcuni nomi li conoscete di sicuro, altri meno oppure addirittura non li avete mai sentiti. Dalle nazionalità si comprende la mia mania nel ricercare donne che hanno percepito il verde come cura dell’anima, ho trascorsi anni ed anni nella lettura di romanzi, poesie e saggi che avevano come tematica portante il grande giardino nel quale viviamo. E devo ammettere che mi sono sentita accolta da queste letture, da queste donne che percepiscono in modo simile al mio, tante di loro mi hanno insegnato dettagli a cui non avevo mai badato e che mi hanno influenzata anche per la stesura del mio saggio. Ed è anche per questo motivo che ho deciso di dedicare proprio a loro un capitolo intero così da presentarle anche ai lettori ed alle lettrici.
Il giardino, in tutte queste prospettive, emerge come luogo filosofico per eccellenza. È insieme esperienza concreta e visione simbolica, uno spazio liminale tra natura e cultura, tra individuo e comunità, tra tempo e eternità. In un mondo in crisi ambientale, sociale e spirituale, tornare a pensare il giardino significa interrogare il nostro rapporto con la Terra, con il corpo, con il limite. Coltivare un giardino può allora diventare un gesto di resistenza, un atto filosofico, quotidiano e radicale, verso un’esistenza più piena, armoniosa e consapevole.
Nella letteratura scritta da donne, il giardino assume quindi un significato intimo e profondo. È uno spazio di libertà interiore, un luogo riservato dove pensieri, desideri e memorie possono prendere forma lontano dallo sguardo del mondo. Il giardino si fa così metafora di un’identità che cresce silenziosamente, spesso in contrasto con ruoli imposti o spazi chiusi. Altre volte entra di prepotenza nei ricordi della propria infanzia.

Vorrei trascrivere una sola citazione di tutte queste donne di cui vi ho menzionato solo il nome ma che potrete trovare in modo molto più esteso nel libro. Il rimando è tratto da “L’orto di un perdigiorno ‒ Confessioni di un apprendista ortolano” di Pia Pera (1956 – 2016), lascio a voi il grande messaggio che la scrittrice di Lucca ci ha donato. Per chi non la conoscesse anticipo il titolo della sua ultima opera dal titolo più che parlante “Al giardino ancora non l’ho detto” che si presenta come un diario di riflessioni scritto in concomitanza alla SLA (Sclerosi Laterale Amiotrofica), malattia neurodegenerativa che dal 2012 le ha sottratto la mobilità del corpo ma non quella del pensiero e del sentire. Pia Pera è un esempio per tutte (e tutti) noi perché anche nelle difficoltà più oscure si può raggiungere una dimensione luminosa rispetto a quella prettamente materiale.
“Non posso più zappare, né chinarmi a strappare le erbacce. Ma posso ancora contemplare, e questa contemplazione è un modo di essere presente, forse il più profondo.” (Pia Pera, tratto da “L’orto di un perdigiorno”)
Ed oltre a tutte queste scrittrici nel capitolo, così come in tutto il volume, appare un’altra donna sempre presente nei miei pensieri: mia madre Gemma, fonte di grande ispirazione anche per “Le bambine della filanda”, libro pubblicato a luglio 2026 con Tomarchio Editore nel quale si potrà leggere un racconto ambientato nel primo Novecento in una delle tante filande in cui le bambine lavoravano senza sosta, con salari minimi e senza alcuna prospettiva di futuro in un’Italia che cresceva anche grazie alla loro abili manine.
In chiusura vi lascio una mia poesia edita nel 2017, precisamente nel volume “Nella clessidra del cuore”, che presenta proprio ciò di cui abbiamo trattato in questa quinta puntata della rubrica.
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Anticipazione: la sesta puntata della speciale rubrica “Il Giardino come passaggio culturale” avrà come titolo: “Poesia e giardino”.
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Poesia “Il labirinto” tratta da “Nella clessidra del cuore”
“Il labirinto/ oltre la biforcazione/ dei sentieri/ qui sul mio palmo/ è spuma di energia:// l’acqua che sa di sale/ nella polvere di sabbia/ è silenzio denso di vita.// Racchiudo fra le dita/ quasi spaurita/ le parole di queste pietre// di questi alberi/ di questi fiori/ e di quest’onda/ che pare voglia/ tutto trascinare verso l’ignoto// nel sussurro sacro/ in questo tempio/ senza pareti.// Ed è stupore/ sulle labbra/ che tacciono/ sul manto erboso/ trasparente di rivoli d’acqua/ sulle siepi ridenti di biancospino/ sulle edere ritorte/ sulle rosee roselline chine.// Incontro così lo stormire dell’assoluto/ nel cui orizzonte/ finalmente mi disperdo.”[5]
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Filastrocca d’Estate tratta da “Le Filastrocche del Regno della Fantasia”
“Naso Lungo l’elefante/ del gran ballo era adorante,/ solo lui così zelante,/ sempre in pista volteggiante,/ dimostrava una bravura assai abbagliante.// Tra le sue fan v’era Antonietta,/ una coccinella gran civetta,/ per voler fare la bulletta/ ogni volta arrivava con una birretta/ finché un dì, per essere la sua prediletta,/ gli portò una cotoletta.// Naso Lungo la mangiò,/ ma dopo s’ammalò e il pancione gli scoppiò.// Antonietta, con gran dispiacere,/ gli scavò un largo cratere/ e lo adagiò dentro un bel forziere.// L’addolorata coccinella,/ per non lasciarlo volle fargli da damigella/ e della sera aspettò l’acquarella,/ non senza un pizzico di tremarella/ così prese una camomilla.// S’addormentò dentro una caravella/ e sognò di ballar con lui la tarantella,/ fino a quando il sol, con una scintilla,/ di tutte le coccinelle la fece la più bella.”[6] ‒ “La Coccinella e L’Elefante”
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Sito Giovanna Fracassi
Scheda autrice
Recensioni ed interviste su e di Giovanna Fracassi
Leggi la Prefazione di Lucia Olime
Leggi le Filastrocche dell’Estate
Note
[1] Giovanna Fracassi, Il Giardino come passaggio culturale, Rupe Mutevole Edizioni, 2026, p. 100
[2] Ibidem, p. 238
[3] Ibidem, p. 100
[4] L’espressione “Chi ha orecchi per intendere, intenda” è ricorrente nei Vangeli canonici, sottolinea il moto di apertura ‒ e dunque di visione ‒ del cuore e della mente per comprendere il senso profondo del messaggio di Dio.
[5] Giovanna Fracassi, Nella clessidra del cuore, Rupe Mutevole Edizioni, 2017, pp. 216-217
[6] Giovanna Fracassi, Le Filastrocche del Regno della Fantasia, Rupe Mutevole Edizioni, 2024, p. 41
