“Il Giardino come passaggio culturale” #3: Il Giardino insegna

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“Un giardino non esiste senza cura perché ogni foglia, ogni vaso, ogni ramo chiede attenzione. Questo educa alla responsabilità affettuosa, al gesto quotidiano che non cerca gloria ma senso, così il prendersi cura del giardino diventa una metafora del prendersi cura di sé e degli altri.”[1] ‒ dal capitolo “Il Giardino insegna”

Il Giardino come passaggio culturale 3 Il Giardino insegna Giovanna Fracassi
Il Giardino come passaggio culturale 3 Il Giardino insegna Giovanna Fracassi

Pubblicato a marzo 2026 il saggioIl Giardino come passaggio culturaledi Giovanna Fracassi è un connubio di poesia, prosa ed analisi filosofica che presenta ai lettori l’essenza dell’essere umano che abita poeticamente il verde.

E se già dal sottotitolo ‒ “Intreccio di voci poetiche, filosofiche e narrative” ‒ riscontriamo queste vie è nella denominazione dei capitoli che si ha maggiore interazione con gli aspetti del giardino all’interno del volume: Il giardino abbandonato; Il significato del giardino in una prospettiva filosofica; Il giardino insegna; Giardinaggio e letteratura; Filosofe e scrittrici in giardino; Poesia e giardino; I fiori nell’arte; I fiori nella canzone italiana; I fiori nelle fiabe; Le leggende dei fiori; La psiche oggettiva.

La capacità della poetessa e scrittrice vicentina Giovanna Fracassi di oltrepassare il verso per sorprendere con una prosa narrativa e filosofica dona al lettore ‒ anche per coloro che non hanno specifiche conoscenze pregresse ‒ una simbiosi tra cura di se stessi e cura dell’esterno.

Il giardino, che l’autrice ha evocato, descritto, abitato e infine riconsegnato al lettore, è insieme spazio reale e figura dell’interiorità. È un giardino in rovina, sì, ma nel senso di Benjamin: come luogo in cui ciò che è stato si raccoglie come rovina eloquente, testimonianza che parla più con ciò che manca che con ciò che rimane perché pulsa ancora: è vivo di fiori che resistono, di memorie che affiorano, di creature che vi abitano. È, in definitiva, un kairos, un tempo opportuno, che ci invita a riflettere sul nostro stesso modo di essere-nel-mondo. Attraverso la narrazione della villa natale, del parco perduto, delle aiuole dimenticate, si compie in verità una riflessione più vasta: quella sull’abitare poetico della Terra. Heidegger ha scritto che «l’uomo abita poeticamente» ma ciò implica anche che egli abiti con cura, in ascolto, in coabitazione con ciò che non è umano.[2] ‒ dalla Postfazione di Lucia Olime

Per presentare “Il Giardino come passaggio culturale” al pubblico dei lettori in modo un poco diverso si è pensato di omaggiarlo con una rubrica tematica nella quale l’autrice, Giovanna Fracassi, dialoga ed esplica per ogni capitolo un dato argomento. La prima puntata della rubrica “Il giardino abbandonato” è stata pubblicata ad aprile; la secondaIl significato del giardino in una prospettiva filosofica” è stata pubblicata a maggio. Oggi vi presentiamo la terza puntata avente come titolo “Il Giardino insegna”.

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Estratto da “Il Giardino come passaggio culturale”, capitolo 3 “Il Giardino insegna”

Nel prendermi cura del giardino, imparavo senza saperlo a prendermi cura anche di me stessa, delle mie ferite invisibili, delle mie attese.

Il giardino è una metafora della vita: c’insegna ad aspettare, ad accogliere il mutamento, a riconoscere la bellezza anche nella fine. Ogni fiore che sboccia, ogni frutto che matura, ogni foglia che cade ci ricorda che nulla è statico e che ogni fase ha la sua armonia.

Nel giardino non esiste il tempo lineare, quello che l’orologio impone bensì quello delle stagioni. Ogni fiore, ogni frutto, ha il suo momento. Questo insegna ad accettare i ritmi della vita: la crescita, la fioritura, il declino e infine la rinascita. È un invito a vivere con pazienza, a non forzare nulla.

Ho imparato che le cose più vere accadono quando si è pronti, non quando si vuole.

Nel verde s’impara il valore del silenzio, non come vuoto ma come spazio fertile.

È il silenzio che permette all’anima di percepire le voci interiori, i ricordi, le intuizioni. Ogni elemento del giardino è in relazione con gli altri: la pianta ha bisogno della luce, l’insetto del fiore, la terra dell’umidità e tutto si nutre a vicenda.

Questa è una lezione di interconnessione: nulla vive da solo.”[3]

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A.M.: Nella prima puntata della rubrica “Il giardino abbandonato” abbiamo trattato del luogo natìo proponendo al pubblico una entusiasmante via simbolica che lega uno dei quattro elementi ‒ l’aria ‒ al concetto dell’appartenenza al luogo in cui si è nati; nella seconda, invece, si è trattato della tematica della cura con una sintesi filosofica partendo dalla Grecia antica sino ad arrivare alla contemporaneità. In questo terzo capitolo del tuo saggio “Il Giardino insegna” poni l’attenzione verso il ricordo della piccola Giovanna che gironzolava nel giardino entusiasta del creato. È ancora possibile per un adulto accedere al mondo emozionale del puer?

Giovanna Fracassi: Per poter rispondere all’interessante domanda è necessario percorrere un’indagine sulla parola “puer”. Senza scendere nei dettagli etimologici, è importante sapere che la radice della parola proviene dall’indoeuropeo *pau con il significato di “piccolo”. In greco da questa radice si ha avuto la parola pāis (παῖς) mentre in latino puer; entrambe con il significato di “fanciullo” o “bambino”, e di sicuro qualcuno dei lettori avrà già notato che è proprio dalla parola greca che si sono sviluppati termini legati all’infanzia come pedagogia, pediatria od un poco più specialistico “paideia” che indicava ed indica la formazione e l’educazione della persona.

Nel corso dei millenni il termine puer ha indicato come significato l’inizio della vita e la purezza lontana dalle astuzie della mente, ma puer è anche legato alla condanna del cambiamento in quanto ogni essere sperimenta il ciclo della vita che porta dalla nascita alla giovinezza all’età adulta sino alla temuta morte. E si può facilmente notare come il termine sia stato assimilato al concetto di libertà prendendo in considerazione alcuni filosofi, ad esempio, uno dei più celebri e misterici frammenti di Eraclito recita: “l’eternità è un fanciullo che gioca, muovendo i pezzi sulla scacchiera: di un fanciullo è il regno[4] nel quale il puer (o, meglio, il παῖς) che gioca è inserito nel contesto dell’eternità in cui si unificano essere e divenire (il termine greco utilizzato per eternità è αἰών) ed in cui si è colti e si coglie in un solo attimo. Nel frammento Eraclito pensa il fanciullo come sapiente perché conosce le mosse delle pedine nella scacchiera, conosce l’ordine della necessità ed è per questo che il regno è del fanciullo. Emblematico è il mistero che si palesa: Eraclito sta parlando dell’essere umano quando è nella fase di fanciullo oppure il concetto è più sottile e si riferisce agli adulti che hanno attuato il “risveglio” rivelando il gioco dell’eternità proiettato nel tempo lineare?

Sì, a prima lettura pare una domanda incomprensibile ma è anche per questo che Eraclito fu denominato il filosofo oscuro!

Un altro esempio che mi viene in mente è forse più conosciuto ma non meno sibillino. Friedrich Nietzsche nel celebre “Così parlò Zarathustra” indica tre metamorfosi dello spirito, al primo stadio si trova il “cammello”, al secondo il “leone” ed al terzo il “fanciullo”. In breve dallo stadio del “tu devi” (cammello, fase della tradizione e della morale) si passa al “io voglio” (leone, fase della conquista della propria libertà) ed è proprio questa metamorfosi che porta all’affermazione pura del “sì” alla vita che decreta un nuovo inizio con la creazione di nuovi valori senza il risentimento del passato.

In psicologia, invece, il termine puer (Puer Aeternus) è ampiamente utilizzato dalla scuola analitica, da Carl Gustav Jung, Marie-Louise von Franz e James Hillman, e rappresenta quella parte della psiche che non scende a compromessi con la realtà materiale rifiutando le regole della vita adulta.

Questi tre esempi amplificano la portata di significato della singola parola che da fanciullo che conosce le mosse della scacchiera passa ad ultimo stadio della metamorfosi che porta all’Übermensch (Oltreuomo) sino ad essere utilizzata come strumento clinico per l’analisi della nevrosi. Per chiudere il veloce ripasso sul concetto vorrei dare la parola direttamente a James Hillman che nel suo celebre Saggi sul Pueresplica mirabilmente il percorso storico dell’immagine che ho provato a delineare in queste poche righe.

L’archetipo che ci interessa in modo particolare in questa sede è quello del Puer Aeternus. Questa figura appare molto presto negli scritti di Jung e da allora è stata elaborata sotto particolari aspetti da alcuni membri della scuola di Zurigo e in special modo Marie-Louise von Franz. Il termine deriva dagli appellativi latini dati a figure eroiche e divine. Figure mitiche che presentano i tipici tratti del Puer sono quelle di Attis, Adone, Ippolito, Bellerofonte, Icaro, Giasone. Ma aspetti del Puer possono essere rintracciati anche in Horus, in Dioniso, in Ermes e in Gesù. Gli studiosi di letteratura potrebbero forse riconoscere il Puer in Saint-Exupéry, in Shelley, in Rimbaud e in Rousseau; ne sono un esempio lo Hotspur di Shakespeare e almeno cinque degli indimenticabili marinai erranti descritti da Melville. Nella nostra vita patologica il Puer Aeternus compare come uno specifico stile di adolescenza prolungata, che dura talvolta fino ai quarant’anni ‒ e che talvolta termina con un’improvvisa morte violenta. Il Puer sarebbe la figura contenuta in quell’osservazione di Sartre: “La jeunesse? C’est une maladie bourgeoise”; in realtà non si tratta di un riflesso sociale ma del suo sfondo archetipico, un riflesso archetipico: une maladie arcétypique, come tutte le patologie.”[5]

Ora che si è indicato il nord con questa nostra bussola etimologica e concettuale posso rispondere alla tua domanda “È ancora possibile per un adulto accedere al mondo emozionale del puer?”

Malgrado la mia affezione nei riguardi di Jean-Paul Sartre di cui mi sono ampiamente occupata sin dalla tesi di laurea in filosofia sino ad arrivare alla pubblicazione, qualche anno fa, del volume Essere e corpo in J. P. Sartre,[6] tendo a direzionarmi a metà strada tra le due posizioni, dunque sia come unico essere umano capace di dominare il caos del mondo, l’unico che crea la propria realtà nel presente assoluto dopo aver attraversato il dolore del mondo sia come velatura di nostalgia verso un passato meraviglioso al quale ho accesso solo con il ricordo. Il puer è dunque, per Eraclito e Nietzsche, il sovrano del proprio destino, colui che ha attraversato le varie fasi della vita e che ha esercitato la volontà di “essere” ed è in questa veste che esercito il mio atto di presenza nell’ascolto del linguaggio dell’albero e del fiore.

Mi diletto a rimanere in ascolto del mio giardino in cui i fiori non si limitano a mostrarsi ma si possono udire. Infatti ognuno emette un suono sottile, diverso, unico: la passiflora sussurra, i gerani cantano in coro, le foglie frusciano come fossero ali di farfalla. Tutto si fonde in un’armonia che non è solo musicale ma spirituale. È una melodia che parla all’anima e racconta. Racconta di me, di tempi lontani, velati di nostalgia.

Giovanna Fracassi citazioni Il Giardino insegna
Giovanna Fracassi citazioni Il Giardino insegna

Ero una bimba sola in una grande casa antica circondata da un parco altrettanto grande ma, sebbene figlia unica di genitori anziani, non ero triste perché intorno a me tutto viveva e parlava: le piante, i fiori, gli alberi secolari. Le finestre della casa erano cariche di fiori, traboccanti di colori e profumi dalla primavera fino all’autunno. Ogni angolo era per me una scoperta, ogni sentiero un piccolo mistero da svelare insieme al mio amico a quattro zampe Lassie. In cucina al centro della tavola, troneggiava sempre un cesto colmo dei frutti del giardino e per me costituiva il cuore pulsante della casa, il simbolo di un ciclo che si rinnovava con i doni che ogni stagione portava con sé. Col tempo ho compreso che quei fiori e quei frutti non erano solo decorazioni ma testimonianze di un insegnamento che giungeva dal giardino e dall’orto come da due grandi maestri che mi accompagnavano giorno dopo giorno, e mi dicevano che tutto è interconnesso, nulla vive da solo, nulla cresce senza il sostegno di ciò che lo circonda.

Le radici s’intrecciano sottoterra come mani che si cercano, il fiore sboccia solo se la terra è umida, se il sole lo scalda, se un insetto curioso lo visita. Così è anche per noi: siamo parte di un tutto più grande, anche quando ci sentiamo isolati. Ho imparato il valore della cura: un fiore abbandonato avvizzisce, un ramo trascurato si secca. E così è anche per il nostro animo, prendersene cura, ogni giorno, con piccoli gesti, è un atto silenzioso ma rivoluzionario. Annaffiare, potare, osservare… sono atti d’amore.[7]

Così come è un profondo atto d’amore saper accogliere il puer che ancora gioca nella nostra psiche e che continuamente ci richiama a sé con il suo linguaggio simbolico.

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Anticipazione: la quarta puntata della speciale rubrica “Il Giardino come passaggio culturale” avrà come titolo: “Giardinaggio e letteratura”.

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Poesia “Incoerenza” tratta da “La cenere del tempo

Scavo/ con gli occhi/ nell’humus fecondo/ di ricordi lancinanti// I polsi doloranti/ disarticolano,/ pietra su pietra,/ nella cenere del tempo// Si piega/ la nera volontà/ alla coscienza smarrita/ nel quadro disarmonico/ delle totalità assurte/ a disumana incoerenza.[8]

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Filastrocca d’Estate tratta da “Le Filastrocche del Regno della Fantasia

“In una notte di luna piena/ mi svegliai con una gran pena:/ era arrivata la strega Lorena/ con la sua gatta Cilena!// Tanti guai mi aspettai/ che dal letto fuori balzai/ così che la testa mi ammaccai.// La strega Lorena/ aiutarmi voleva,/ ma sbadata com’era/ mi trasformò in una insalatiera/ con un’enorme pancera.// Gatta Cilena,/ per lo spavento, s’infuriò come una iena/ e mi saltò sulla schiena/ ed allor la strega Lorena/ cantò una cantilena/ per calmar quell’aliena.// Finalmente stanca di tutta quella messa in scena,/ liberar mi volle,/ ma sbagliò a suonar un bemolle,/ così divenni un’amarena/ pronta per la cena.// Per sfuggir a tanta sfortuna,/ saltai allor su un’altalena/ quando, sul più bel, con una sirena,/ mi svegliò mamma Filomena.”[9] “La Strega pasticciona”

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Info

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Sito Giovanna Fracassi
Scheda autrice
Recensioni ed interviste su e di Giovanna Fracassi
Leggi la Prefazione di Lucia Olime
Leggi le Filastrocche dell’Estate

 

Note

[1] Giovanna Fracassi, Il Giardino come passaggio culturale, Rupe Mutevole Edizioni, 2026, p. 58
[2] Ibidem, p. 233
[3] Ibidem, pp. 57-58
[4] Eraclito, Dell’Origine, a cura di Angelo Tonelli, Feltrinelli, 2017, p. 198
[5] James Hillman, Saggi sul Puer, Raffaello Cortina Editore, 2021, pp. 15-16
[6] Giovanna Fracassi, Essere e corpo in J. P. Sartre, Rupe Mutevole, 2023 (Per approfondire leggi la recensione del saggio cliccando QUI.)
[7] Giovanna Fracassi, Il Giardino come passaggio culturale, Rupe Mutevole, 2026, p. 57
[8] Giovanna Fracassi, La cenere del tempo, Rupe Mutevole Edizioni, 2014, p. 81
[9] Giovanna Fracassi, Le Filastrocche del Regno della Fantasia, Rupe Mutevole Edizioni, 2024, p. 43

 

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