“Uno, nessuno e centomila” di Luigi Pirandello: come sopportare in me quest’estraneo?
Se per gli altri non ero quel che ora avevo creduto d’essere per me, chi ero io?

“Uno, nessuno e centomila” fu scritto da Luigi Pirandello fra il 1909 e il 1925 circa. L’opera venne pubblicata a puntate sulla rivista “La fiera letteraria” tra il 1925 e il 1926, dopodiché uscì in volume nel 1926.
Pare quasi una burla, un testo ridicolo, ma che in realtà, nasconde una profonda riflessione filosofica su noi stessi e chi ci circonda.
Tutto ha inizio quando la moglie di Vitangelo, che lo chiama Gengè, gli fa notare che il naso gli pende verso destra. Da quel momento comincia a osservarsi allo specchio, a pensare che se la moglie lo ha notato, anche altri possono averlo notato.
“Avevo ventotto anni e sempre fin allora ritenuto il mio naso, se non proprio bello, almeno decente.”
Passare dall’aspetto fisico a quello morale è un attimo, fino ad arrivare a mettere in discussione tutta quanta la sua vita.
Scritto in prima persona dal protagonista, com’era uso in quel periodo, lo scrittore esce dalle pagine, rivolgendosi direttamente a noi lettori.
All’inizio in tono scherzoso, posa sul tavolo della discussione quei difetti che, prima di prendere moglie, non aveva nemmeno notato.
Lui che di difetti ne ha ben altri: non lavora, non fa nulla; vive dei soldi della banca che era stata del padre.
Da una riflessione, il suo pensare e il suo mettersi in discussione, diventa una vera e propria fissa. Inizia a studiare gli altri che gli gravitano intorno, facendo vari “esperimenti”.
“Mi si fissò invece il pensiero ch’io non era per gli altri quel che finora, dentro di me, m’ero figurato d’essere.”
Il dramma si complica quando comincia a pensare con la scoperta dei centomila che lui non era solo se stesso per sé, ma anche se stesso per gli altri e così via.
“Come sopportare in me quest’estraneo? Quest’estraneo che ero io stesso per me?”
Si arrampica in scioglilingua linguistici e arzigogolati, riflettendo e traendo conclusioni, come un matematico impazzito.
Pensa alla sua vita, al suo essere “usuraio” perché prende i ricavi dalla banca. Pensa quindi alla casa: vista da lui in un modo, ma dagli altri in cento modi diversi.
Pensa, pensa troppo Vitangelo detto Gengè. Tanto da sconvolgere il suo essere e la sua esistenza.
Fra questo e quel pensiero troviamo frasi poetiche: “Abbasso gli occhi qua nell’ombra di quest’erba vana, che respira grassa e calda nel silenzio immobile, tra un brusio d’insetti minuti”.
Intanto il protagonista seguita a pensare, a percepire questo suo nuovo modo di pensare che gli ha sconvolto interamente la vita: “Un minuto fa, prima che vi capitasse questo caso, voi eravate un altro; non solo, ma voi eravate anche cento altri, centomila altri”.
C’è poi la natura, il suo senso e il nostro non senso.

Il nascere e il divenire: “Il mio venire al mondo, da quel seme; involontario frutto di quell’uomo; legato a quel ramo; espresso da quelle radici”.
Sono talmente tante le frasi stupende che vi ho notato e le riflessioni che, da ognuno di esse, sbocciano facendosi nostre. Addirittura riconoscere uno dei mali dei giorni nostri, come la fissa del mostrarci sempre, di essere sempre social, di scattarci vari selfie, perché altrimenti pare che non si viva il momento, già analizzato a quei tempi da Pirandello, ovviamente coi loro mezzi, nella figura della moglie di Gengè, Anna Rosa, che vuol sempre vedersi e, così facendo, non vive.
“Uno, nessuno e centomila” è un classico che non può mancare nella nostra libreria, perché è una lunga riflessione su chi siamo, su come vogliamo essere, su come veniamo visti dagli altri e, soprattutto, se quel che degli altri cogliamo sia vero, o solo uno dei tanti modi in cui si può arrivare alla profondità dell’essere altrui.
Written by Miriam Ballerini
Bibliografia
Luigi Pirandello, Uno, nessuno e centomila, Rusconi, 2017
