Editoria 2026: 21 libri per l’estate consigliati da Oubliette Magazine
“La lettura sia una chiara lampa nelle tenebre,/ Perché ti guardi dagli ammassi di parole e cose.” – Epigramma del quarantaduesimo Emblema dell’“Atalanta fugiens”[1] di Michael Maier

Il solstizio d’estate è una dilatazione del tempo intimamente spirituale, lo sa bene Michael Maier che nel suo “Atalanta fugiens” racconta di una fuga paragonabile a ciò che avviene al solstizio: il sole, infatti, raggiunge il suo culmine ed inizia l’inesorabile ritirata verso l’oscurità invernale in una vera e propria gara di corsa per convogliare in nozze con l’eroina cacciatrice del mito greco.
La redazione di Oubliette Magazine ed alcuni stimati lettori rinnovano anche quest’anno il tradizionale appuntamento semestrale dei consigli di lettura di 21 libri editi nell’anno corrente, proponendo un vero e proprio ecosistema polifonico. Si tratta, infatti, di un itinerario eterogeneo che attraversa la poesia, la prosa e la saggistica cercando quel filo invisibile che unisce l’intenzione di chi scrive a chi si pone in cammino tra le pagine.
Se avete il piacere di unirvi a noi per raccomandare un libro che ritenete valido, potete inserire il vostro consiglio a fine articolo nella sezione Commenti indicando il titolo, l’autore, la casa editrice e qualche riga di esplicazione.
Vi invitiamo a sfogliare, con l’attitudine del cacciatore di segreti, la nostra selezione di 21 libri dedicata al solstizio.
“Certi libri costituiscono un tesoro, un fondamento; letti una volta, vi serviranno per il resto della vita.” – Ezra Pound
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Editoria 2026 ‒ 21 libri per l’estate
“L’utopia della realtà” di Franco Basaglia

Il testo L’utopia della realtà, riedito dalla Centauria Edizioni nel 2026, è stato pubblicato per la prima volta, nel 2005, a cura di Franca Ongaro, a 25 anni dalla scomparsa di Franco Basaglia, psichiatra, intellettuale e filosofo italiano e pioniere del moderno concetto di salute mentale.
I 18 saggi scelti rappresentano una testimonianza preziosa del movimento culturale, politico e sanitario avviato da Franco Basaglia negli anni Sessanta, e portato avanti insieme al suo gruppo, il quale ha promosso un modello di cura a cui tutto il mondo si è ispirato e continua ad ispirarsi (OMS, 2003).
La loro lettura offre la conoscenza della storia di Riforma e del processo di pensiero e pratico che ha permesso la trasformazione della concezione della malattia e della cura, portando a quella che il maestro Eugenio Borgna ha definito come «la migliore delle psichiatrie possibili» (L’agonia della psichiatria, 2022). L’opera di Franco Basaglia e la sua filosofia [Di Adamo, Della cura, 2024] emergono in tutta la loro attualità per il presente e il futuro della cura. La postura virtuosa e responsabile si pone come elemento primario del saper essere con l’altro nella cura, ed esercizio e stile di pensiero e di vita. La lettura del saggio diviene quindi palestra per la maturazione di un habitus che possa consentire ad ognuno di continuare ad interrogarsi sulla bontà delle metodologie in uso e sulle risposte che vengono ricercate per rispondere al bisogno di chi attraversa l’esperienza della sofferenza.
“Ciò che deve mutare per poter trasformare praticamente le istituzioni e i servizi psichiatrici (come del resto tutte le istituzioni sociali) è il rapporto fra cittadino e società, nel quale si inserisce il rapporto fra salute e malattia. Cioè riconoscere come primo atto che la strategia, la finalità prima di ogni azione è l’uomo (non l’uomo astratto, ma tutti gli uomini), i suoi bisogni, la sua vita, all’interno di una collettività che si trasforma per raggiungere la soddisfazione di questi bisogni e la realizzazione di questa vita per tutti.” (p. 228)
(Consigliato da Loredana Di Adamo)
“L’ultima cosa che sai” di Paolo Roversi

“Quando arrivo nell’aia, capisco subito di non essere l’unico ad aver avuto l’idea di ripiegare. Se la caserma è off limits, il quartier generale si trasferisce qui, al riparo da occhi e microfoni.”
L’ultima cosa che sai, romanzo pubblicato nel 2026 da Marsilio, è un noir che si muove tra Milano e la Bassa padana. L’autore, Paolo Roversi, riporta in scena un suo personaggio già noto, Enrico Radeschi, giornalista hacker e investigatore sui generis.
Costruito con una struttura imbastita su un doppio binario narrativo: da una parte Milano, moderna e tecnologica, dall’altra la provincia, arcaica e densa di segreti, a cui Radeschi ritorna per raggiungere il suo paese natale, da vivere in famiglia. Il suo è una sorta di “ritorno alle origini”, se non fosse che, suo malgrado, si ritrova coinvolto in un caso che riporta a galla vecchi fantasmi, leggende locali e una catena di omicidi che sembrano legati a un passato mai davvero sepolto. Misteri collettivi legati alla comunità del luogo, che portano l’indagine poliziesca a intrecciarsi alla memoria personale del protagonista.
Un aspetto interessante della narrazione è l’ambientazione della Bassa padana, che non è solo un luogo geografico, ma rappresenta una dimensione emotiva nonché mentale. Con nebbia, silenzi, argini del Po e paesi sospesi, che danno vita a una narrazione dove il paesaggio si intreccia con il mistero. Ad assumere una funzione quasi simbolica è il fiume, in particolare, dove il Po diventa molto più di un semplice sfondo, ma è rappresentativo della memoria del passato, e al contempo è un crogiolo di segreti rimossi.
In alcune pagine il ritmo narrativo rallenta volutamente per dare spazio a una dimensione evocativa, che è un tratto distintivo dello stile di Roversi. Mentre l’ambientazione milanese è più rapida e ‘gialla’, quella nella Bassa padana è più dilatata e atmosferica.
Romanzo che si inserisce nella serie dedicata al personaggio Radeschi, che gioca su un equilibrio rappresentato da un lato da personaggi già conosciuti, dall’altro sulla necessità di confermare un romanzo ad alta tensione e denso di significato. Equilibrio riuscito quello di Roversi, anche se con qualche dissonanza narrativa.
“Di notte, le torri di vetro sembrano formicai abbandonati. Finestre spente, hall deserte, scale mobili ferme.”
(Consigliato da Carolina Colombi)
“Il Paese di Putin” di Gian Piero Piretto

“Il Paese di Putin” (Raffaello Cortina Editore, 2026) nasce dalla reazione di Gian Piero Piretto al progetto del “Consiglio filosofico permanente” russo, incaricato di interpretare ufficialmente il pensiero dell’ideologo putiniano Aleksandr Dugin con l’obiettivo di recuperare i significati originari dei concetti fondativi della cultura russa, ritenuti corrotti dall’influenza occidentale. In questo quadro s’inserisce il ruolo della religione ortodossa, sempre più allineata al potere nel sostenere il “rússkij mir” (mondo russo): una visione che concepisce Russia, Bielorussia e Ucraina come espressioni di un’unica civiltà.
A partire da ciò Piretto costruisce il proprio “controprogetto”: un’indagine sui termini chiave della cultura russa che il discorso politico di Putin ha recuperato, trasformato o distorto.
Esempio emblematico è quello della “Rússkaja dušá” (anima russa). Questo concetto, nato come costrutto letterario, è stato trasformato in un dispositivo ideologico tale per cui chi si oppone viene accusato di non comprendere, o addirittura tradire, l’anima russa. Analogo il destino del termine “Smirénie” (umiltà interiore), che esprime tradizionalmente una forma di forza spirituale e che per questo si presta a essere reinterpretato. L’umiltà diventa così accettazione dell’autorità, mentre il dissenso viene delegittimato come segno di corruzione occidentale.
Il discorso si amplia ulteriormente con la “Rússkaja idéja” (idea russa), rielaborata da Dugin in chiave euroasiatica. La Russia viene qui concepita come civiltà autonoma, distinta tanto dall’Europa quanto dall’Asia, chiamata a opporsi alla decadenza occidentale. Ne deriva una visione geopolitica che giustifica la protezione, e, se necessario, l’intervento, nei confronti delle comunità russofone all’estero, fornendo una cornice ideologica ai conflitti che coinvolgono Ucraina, Georgia, Transnistria e Paesi baltici. In questa prospettiva, la “Rússkaja idéja” finisce per inglobare e reinterpretare l’intera storia russa, compresa la rivoluzione leninista vista come un trauma, mentre la figura di Stalin viene rivalutata. Grazie anche alla riscrittura dei manuali scolastici il potere putiniano costruisce una nuova memoria storica ufficiale, ovviamente in senso neoimperiale.
Nel volume si analizzano tanti altri termini, dal “sobórnost” al “byt”, dal “prostòr” al “batiuška”, tali comunque da ridefinire il rapporto tra lingua, cultura e potere.
Concludendo, il lavoro di Piretto raggiunge l’obiettivo: mostrare come elementi profondi della tradizione culturale russa possano essere riattivati e trasformati in strumenti finalizzati alla costruzione del consenso. Ne emerge un saggio denso e stimolante, che invita a interrogarsi anche sul rapporto esistente tra identità culturale e uso politico del linguaggio.
(Consigliato da Algo Ferrari)
“Simone de Beauvoir” di Paola Cattani

Ho letto questo saggio dedicato a Simone de Beauvoir con grande interesse perché mi ha offerto l’occasione di riconsiderare in modo più ampio, stratificato e criticamente fondato una figura che troppo spesso viene ridotta a un’immagine semplificata.
Il libro è inserito nella collana Donne e pensiero politico, un progetto editoriale della Carocci (marzo 2026) che considero particolarmente significativo: non si limita a proporre sintesi divulgative, ma costruisce una vera genealogia del pensiero femminile, restituendo alle pensatrici il loro ruolo nella formazione delle categorie fondamentali della modernità. In questo senso, la collana non colma soltanto una lacuna, ma riorienta lo sguardo critico mettendo in luce come molte riflessioni centrali della modernità non possano essere comprese senza il contributo femminile.
Nel caso di Beauvoir, questo intento appare pienamente realizzato. Come è stato osservato, il volume “fa riscoprire la prima Beauvoir, pensatrice a tutti gli effetti politica”, e questa indicazione coglie un punto decisivo: sottrarre la sua figura a una lettura riduttiva, limitata al solo ambito del femminismo o al successo de Il secondo sesso.
Nel saggio di Paola Cattani, Simone de Beauvoir emerge invece nella sua complessità: romanziera, memorialista, filosofa, insegnante, figura centrale della Rive Gauche, ma soprattutto intellettuale che costruisce nel tempo una riflessione coerente, profondamente intrecciata alla vita e alla storia.
Il riferimento a Il secondo sesso resta naturalmente imprescindibile. Pubblicato nel 1949, questo testo ha segnato una svolta nella consapevolezza della condizione femminile, denunciando i meccanismi storici e culturali della subordinazione. Il nucleo teorico di quest’opera, che Cattani ricostruisce con grande chiarezza, è noto: la donna è stata storicamente costruita come “Altro” rispetto all’uomo, secondo un punto di vista maschile dominante all’interno della società patriarcale. Come è stato efficacemente sintetizzato, “il tema dell’alterità […] attraversa tutta la sua produzione”, e proprio questa continuità consente di comprendere come tale categoria non nasca improvvisamente, ma si sviluppi lungo l’intero percorso intellettuale di Beauvoir.
In questo saggio sono riportate anche alcune critiche sviluppate nel dibattito femminista: a Beauvoir è stato rimproverato di aver talvolta sacrificato la specificità dell’esperienza femminile in nome dell’uguaglianza, offrendo una visione semplificata della vita delle donne, soprattutto su temi come la maternità, e orientandole verso modelli implicitamente maschili. Questa obiezione tocca la problematica del rapporto tra emancipazione e differenza. Il merito del saggio è quello di non eludere questa tensione, ma di inserirla in un quadro più ampio, che tiene insieme innovazione e limite, forza teorica e ambiguità.
(Consigliato da Giovanna Fracassi)
“Il lupo non veste indaco” di Maria Antonietta Macciocu ed Ernesto Torta

Il lupo non veste indaco (Golem Edizioni, 2026), il lupo si traveste come noi, il lupo non si veste con la pelliccia da lupo, il lupo vuole attaccare la società, il lupo sta in agguato, il lupo è il male. Quel male che si insinua e potrebbe devastare. Il lupo ha fame e si nutre con il male.
La coppia di giallisti, Maria Antonietta Macciocu e Ernesto Torta, ritornano con un nuovo noir intitolato al lupo. Il primo, Come lupo nella pioggia (sempre per Golem Edizioni) aveva avuto un grande successo con un tessuto giallo davvero avvincente fino all’ultima pagina. Il lupo non veste indaco riparte da lì con molti degli stessi protagonisti che, questa volta, devono individuare e combattere una organizzazione che punta a sovvertire l’ordine sociale e democratico. Il lupo (gli uomini malvagi) creano una rete progettata per uccidere. Uccidere nell’ombra, quasi per noia, come bucare palloncini, perché l’eliminazione fisica dei “nemici” della società deve far saltare la vecchia democrazia e lo stesso tessuto sociale.
Ma un bambino indaco diventa il granello di sabbia che potrebbe inceppare il micidiale ingranaggio. Il ragazzino indaco, secondo una terminologia di lato rispetto alla scienza ufficiale, è un giovanissimo sensitivo con qualità molto speciali. È l’antitesi del lupo, è quello che potrebbe scendere nell’arena della vita per affrontarlo. Maria Antonietta Macciocu e Ernesto Trota lo disegnano con i colori pastello e ce ne fanno innamorare. Lui, da solo, ma con i suoi alfieri, indifeso, ma potentissimo, rappresenta il bene e il male che si guardano in faccia. E il lettore trema, perché potrebbe finire in qualunque modo. E il lettore trema, e si guarda dentro: un effetto anelato dai due autori.
E poi arrivano le sciabolate verso le perversioni della società civile: quelle deviazioni ottuse che possono soggiogare i pilastri democratici e far sembrare seducente l’autarchia.
La vita, sembra dire il romanzo, è quella con sempre un lupo nascosto nell’ombra, da individuare e affrontare. Fa pensare… ma un libro deve far pensare. Così i protagonisti si arrabattano nel frullatore tagliente dei complicati tempi attuali, trovando l’incanto nei sentimenti e nel fascino suggestivo dei luoghi, Jesi e Torino, ricche di riferimenti reali e persino di gusti da conservare nella memoria. Ma non finisce qui, e restano amabili porte aperte sulla luce e sul buio di nuovi sviluppi per una terza avventura.
(Consigliato da Pier Bruno Cosso)
“Lettere ad un nipote sull’Iliade” di Maria Grazia Ciani

Mi sembra di ricordare un discorso di tanti anni fa, anche se non ricordo di chi sia la voce che pronunciò le parole che seguiranno, che diceva all’incirca così: Chi saremo noi, senza l’ira di Achille?
In realtà a mio avviso, il discorso è ben più complicato. Ormai millenni fa, un aedo, narrò la storia straordinaria di una guerra che trascinò nella leggenda la Grecia e la città di Troia.
Poco importa se Omero sia un personaggio reale o meno, se anche non fosse una persona ma una moltitudine di esseri umani non, questo, non toglierebbe magia alle sue opere. Sono abbastanza certa che gli conferirebbe maggiore magia, maggiore gloria, maggiore eternità.
Perché, chi saremo noi, intesi come esseri umani, senza le molte personalità che abbiamo e che usiamo a seconda dei contesti in cui ci troviamo? Chi saremo noi senza la nostra guerra interiore tra chi è fuori e chi è dentro le mura? Si potrebbe spiegare, forse, così il pantheon greco ma anche quello di qualsiasi altra religione antica. Tradizione, mistero e misticità sono il bellissimo pacchetto che circonda la realtà. Ira, tracotanza, lungimiranza, astuzia, paura, dualismo, pietà, spietatezza, fede, lealtà, e tutto il resto, vi riconoscete?
Maria Grazia Ciani ci ha appena donato una conversazione con suo nipote che è una lettera d’amore per L’iliade, per suo nipote e per le nuove generazioni che avranno l’ardire, la follia e la lungimiranza di guardare all’iliade come ad una voce che ha ancora da dire ben più di due parole sull’essere umano.
Omero è un narratore di luce, del pendio scosceso e irto di spine su cui si muove il mondo e sulla tracotante bellezza che esso nasconde anche nei periodi più osceni della sua storia. È un controsenso? Chi saremo noi senza l’ira di Achille e senza la pietà di Priamo? Senza l’amore di Andromaca e la cieca fede di Penelope?
La Luce benevola o feroce è in ogni dove, ed è fulgida anche quando brucia. Consiglio vivamente “Lettere ad un nipote sull’Iliade” (Marsilio, 2026). È una riflessione e uno sprone a guardare il mondo con i nostri occhi ma anche con quelli di un aedo che vedeva solo con l’anima. Cantami musa, cantami ancora chi siamo stati, chi siamo oggi e chi saremo domani. Cantami finché ti reggerà la voce e finché finalmente non ti ascolteremo.
(Consigliato da Altea Gardini)
“Nel segno della filosofia. I grandi pensatori incontrano lo zodiaco” di Francesca Bruzzo

“Nel segno della filosofia. I grandi pensatori incontrano lo zodiaco” di Francesca Bruzzo è stato pubblicato nell’aprile 2026 dalla casa editrice mantovana Negretto Editore e presenta come si evince dal titolo parlante un incontro tra l’astrologia e la filosofia. Il saggio è da considerarsi come una vera e propria esperienza di pratica filosofica che utilizza il linguaggio antico e simbolico dell’astrologia.
Il volume è da intendersi ‒ come l’autrice più volte sottolinea ‒ come un esperimento che presenta ogni segno zodiacale come un modo di stare al mondo in interazione con immagini dinamiche del pensiero e dell’anima.
“Ogni segno zodiacale è una lente attraverso cui osservare l’esperienza umana. Non rappresenta un destino, ma un modo di essere nel mondo: una postura interiore, un ritmo con cui affrontiamo la vita. Nella tradizione astrologica, i segni non sono soltanto dodici suddivisioni del cielo, ma dodici archetipi, dodici voci dell’anima.” ‒ Francesca Bruzzo
“Nel segno della filosofia” principia con una corposa ed affascinante Premessa redatta dalla stessa autrice Francesca Bruzzo a cui seguono dodici capitoli ‒ ognuno dedicato ad un segno zodiacale ‒ così intitolati: Ariete ‒ da Kierkegaard a Sartre, passando per Nietzsche; Toro ‒ Simone Weil, Aristotele, Spinoza, Arendt; Gemelli ‒ Italo Calvino e l’arte di essere molteplicità; Cancro ‒ Emmanuel Levinas, l’etica della relazione; Leone ‒ Plotino e la luce che risale interiormente; Vergine ‒ Ludwig Wittgenstein: la chiarezza come destino; Bilancia ‒ Empedocle e l’armonia fragile delle opposizioni;
Scorpione ‒ Eraclito e la verità che brucia; Sagittario ‒ Pascal e l’inquietudine che non si lascia fermare; Capricorno ‒ Marco Aurelio e la forza che regge il mondo; Acquario ‒ Pensare il mondo mentre cambia; Pesci ‒ Il punto in cui la filosofia smette di possedere.
Il volume si chiude con il capitolo intitolato Oltre i segni nel quale si invita alla riscoperta della bibliomanzia e con le Conclusioni. Ogni capitolo è strutturato in tre livelli: astrologico, simbolico e filosofico; ed attraversato da percorsi narrativi nei quali la voce delle stelle dialoga con la voce del pensiero filosofico.
“Dietro ciascun segno si cela un mito, una simbologia, un’immagine che parla all’inconscio collettivo. L’Ariete accende il fuoco dell’inizio; il Toro insegna la pazienza e la concretezza; i Gemelli danzano tra curiosità e parola; il Cancro custodisce il legame e la memoria; il Leone irradia la forza della presenza; la Vergine affina il pensiero; la Bilancia cerca armonia; lo Scorpione attraversa la trasformazione; il Sagittario tende all’orizzonte; il Capricorno costruisce e persevera; l’Acquario libera e innova; i Pesci dissolvono i confini e sognano l’unità. Nessun segno, però, esiste da solo.” ‒ Francesca Bruzzo
(Consigliato da Aldo Turnu)
“Majorana, il prezzo del genio” di Vincenzo Di Michele

“Majorana, il prezzo del genio” (Edizioni Vincenzo Di Michele, 2026) è un titolo più che mai calzante per illustrare, in poche parole, la figura straordinaria di Ettore Majorana (1906 ‒ 1938).
Il saggio avente come sottotitolo La fuga e il mistero dello scienziato di Via Panisperna che intuì l’orrore nucleare è stato pubblicato nel febbraio 2026 e vede la firma di Vincenzo Di Michele, autore di vari best seller di carattere storico quali “Io, prigioniero in Russia”, “Campo Imperatore 1943 ‒ Quel falso mito sulla liberazione del duce”, “Mussolini finto prigioniero al Gran Sasso”, “Cefalonia, io e la mia storia”, “L’ultimo segreto di Mussolini ‒ Quel patto sottobanco fra Badoglio e i tedeschi”, “Le scomode verità nascoste nella Seconda guerra mondiale”, et cetera.
Lo scrittore e giornalista Vincenzo Di Michele, dopo un attento studio sul caso, punta ora i riflettori su una delle storie più misteriose del 1900: la scomparsa dello scienziato Ettore Majorana avvenuta per l’appunto il 26 marzo 1938.
“Il 26 marzo 1938, Ettore Majorana scomparse improvvisamente all’età di 32 anni. Fece perdere ogni traccia e non si ebbe più nessuna notizia. Non fu una semplice fuga, ma un gesto radicale denso di significati: l’estremo tentativo di un uomo di preservare la propria integrità di fronte a un destino di distruzione. Forse l’unico modo per rimanere libero.” ‒ dall’introduzione del saggio
I lettori, nei tredici capitoli del saggio “Majorana, il prezzo del genio”, percorreranno, nel dettaglio, i passi che hanno tracciato il cammino del promettente scienziato con la certezza di terminare la lettura con qualche domanda in meno e con la caparbietà di volerne sapere di più.
I capitoli sono così intitolati: Ettore Majorana e il suo talento innato nella scienza; L’incontro con gli scienziati tedeschi e la loro importanza nello scacchiere internazionale; Il nazismo al potere e la fuga degli scienziati dall’Europa; I macabri esperimenti scientifici sugli esseri umani; Le perplessità di Ettore sul partito nazista; I ragazzi di via Panisperna; Enrico Fermi e la scoperta della scissione nucleare; Il progressivo isolamento di Ettore Majorana dall’Istituto di Fisica di via Panisperna; Il bimbo morto in culla: la tragedia vissuta dalla famiglia Majorana; Il concorso per l’assegnazione della cattedra universitaria di Fisica teorica; 26 marzo 1938: la scomparsa dello scienziato siciliano; Il caso Majorana tra dubbi, supposizioni e interpretazioni; Majorana e lo sgancio della bomba atomica: un mistero da chiarire.
(Consigliato da Alessia Mocci)
“My David Bowie” di Stefano Bianchi

“My David Bowie” di Stefano Bianchi (edito nel 2026 da Selides Edizioni) è un libro che non tenta di imprigionare David Bowie in una definizione, ma ne segue il suo essere caleidoscopico. Più che una biografia, è un atlante emotivo e critico dedicato a una delle figure più mobili e inafferrabili del Novecento.
Ci sono artisti che abitano il proprio tempo, e artisti che lo attraversano come una cometa: lasciando dietro di sé innumerevoli testimonianze del loro passaggio in questo mondo. David Bowie appartiene senza esitazione a questa seconda specie. E un libro che scelga di raccontarlo non può limitarsi all’ordine ordinato degli eventi pubblici e privati. Deve, piuttosto, accettare il rischio del labirinto. Deve farsi specchio cangiante, teatro di rifrazioni, archivio di fantasmi luminosi. È esattamente ciò che accade in questo volume, che non si offre come una canonica biografia, ma come una costellazione di sguardi, che spaziano dalle memorie, alle testimonianze. Un libro che non descrive Bowie da fuori: lo insegue, lo ascolta, ne sfiora le molte incarnazioni.
“Tutti incarniamo un ruolo. Tutti, nessuno escluso. Anzi, sarebbe di fatto più opportuno dire che ciascuno di noi, a seconda del contesto, degli interlocutori, delle situazioni, e della nostra particolare disposizione d’animo, ci troviamo ad incarnare più di un ruolo…” – “My David Bowie”
Pagina dopo pagina, Bowie emerge non soltanto come musicista, ma come figura liminale, posta in quel punto fragile e magnetico in cui si incontrano le Muse delle Arti e la Cultura Pop. È una lettura che lo restituisce nella sua interezza irrequieta: non il semplice inventore di Ziggy Stardust, non soltanto il Duca Bianco, non il monumento pop già assorbito dalla memoria collettiva, ma l’artista che ha saputo fare della propria instabilità una forma di conoscenza. In questo senso, il libro non racconta solo Bowie: racconta anche noi, il nostro bisogno di specchiarci in figure che sappiano nominare la molteplicità, l’ambiguità, il desiderio di diventare altro senza cessare di essere se stessi.
(Consigliato da Cinzia Milite)
“Amras” di Thomas Bernhard

“Dopo il suicidio dei nostri genitori siamo stati rinchiusi per due mesi e mezzo nella torre di Amras…” È questo l’agghiacciante, traumatico incipit di Amras (Thomas Bernhard, Adelphi, 2026), uno dei primi testi narrativi dello scrittore austriaco. Confesso di aver esitato prima di decidermi a consigliare questo libro, che ho subito riletto per cercarvi la vera ragione, oltre l’impatto della prima lettura. Confesso inoltre di essere un convinto sostenitore della grandezza di Thomas Bernhard, considerato giustamente tra i più geniali scrittori della letteratura novecentesca.
Oltre all’invenzione e alla straordinaria intelligenza narrativa di Bernhard, ho sempre avvertito nelle trame dei suoi libri il paradosso, il senso di humour che investe anche le vicende più drammatiche; e questo a partire da La fornace, il primo dei suoi romanzi che lessi, e che mi folgorò. Nel quale è questione della stesura di un libro, un libro sull’udito, che diventa unico problema di vita, per realizzare il quale il protagonista deve a ogni costo assicurarsi uno spazio (donde l’acquisto d’una fornace) che gli assicuri la situazione ideale, quella alle soglie del silenzio. A complicare il progetto è l’ingombro d’una moglie invalida non del tutto silente, che il protagonista non esita infine a sopprimere pur di realizzare il suo progetto. Che resterà nondimeno impossibile.
Anche in Amras si ritrova il problema dello spazio, qui oltremodo limitato, quello di una torre di Amras, località del Tirolo dove due fratelli, K. e Walter, sono rinchiusi da uno zio, loro tutore legale, che se ne prende cura per salvarli dal manicomio. E vi si ritrova anche il problema della malattia, mentale e fisica (che sono sempre un tutt’uno), essendo i protagonisti sopravvissuti a un suicidio “a quattro”, obbligati infine a confrontarsi con una sopravvivenza impossibile. Una reclusione che non è soltanto fisica, ma anche e soprattutto mentale, perché i due fratelli, sono imprigionati dentro la famiglia, per sempre ostaggi della malattia, della colpa. Non c’è tra i due fratelli intesa o relazione possibili, oltre quella che paradossalmente li inchioda a un abbraccio fisico continuo, asfissiante, inevitabile, essendo Walter epilettico e costantemente bisognoso di soccorso.
In questo libro ‒ che si divora, oltre che per la tensione narrativa, per la sua brevità ‒ non ho avvertito da parte dell’autore quel senso del paradosso che gli è peculiare, che inclina qua e là al sorriso. E se infine decido di consigliarlo è anche per invitare eventuali possibili lettori a discuterne con me.
(Consigliato da Riccardo Garbetta)
“Paura non abbiamo” di Serena Dandini

2 giugno 1946, giornata importante per l’Italia chiamata a votare per decidere fra monarchia e Repubblica. In questo anno in cui ricorre l’ottantesimo anniversario di questa svolta epocale ho avuto modo di apprezzare “Paura non abbiamo” (Einaudi, 2026) di Serena Dandini che mette in evidenza il ruolo delle donne che, per la prima volta, si recavano alle urne e che, con il loro voto, contribuirono a questa svolta che ha cambiato il destino del Paese.
Serena Dandini ci fa conoscere le vite, le passioni, l’impegno e le battaglie sostenute dalle 21 Madri costituenti. Solo 21 donne, su 556 deputati complessivi, hanno partecipato all’Assemblea Costituente, donne straordinarie che troppo spesso sono state ricordate solo con semplici note a piè pagina nei testi scolastici. 21 voci femminili che non hanno avuto remore a farsi ascoltare, donne che provenivano da mondi diversi, che militavano in partiti diversi: cattoliche, comuniste, socialiste, che davanti alla necessità di ricostruire una Nazione devastata dalla guerra e dal fascismo, erano state capaci di fare squadra e di trovare un’alleanza trasversale che aveva come principi i diritti civili e l’uguaglianza di genere.
Troviamo nomi di spicco come Teresa Noce, Nilde Iotti, Maria Federici, ma nel libro trovano spazio anche le storie delle intellettuali, delle staffette partigiane, delle artiste che hanno preparato il terreno prima di quel 2 giugno 1946 che ha cambiato la storia.
Come Adele Bei “… oggi le detenute sono rinchiuse a Rebibbia e nessuna condannata sente più i rintocchi della campana ‒ che batte a tutte l’ore – ma la voce roca e profonda di Gabriella (Ferri) tutta schegge di vetro fa ancora venire i brividi e risuona nella mia testa mentre cerco di immaginare Adele Bei che, nel novembre del 1933, varca il fatidico portone”.
Era il portone delle Mantellate, un ex convento di monache, nel cuore di Trastevere, diventato carcere femminile. Adele da anni svolgeva attività antifascista insieme al marito Domenico Ciufoli uno dei fondatori del partito comunista. Erano stati all’estero ma nel ‘33 avevano deciso di rientrare in Italia per partecipare in prima persona alla lotta.
(Consigliato da Beatrice Benet)
“Partenze” di Julian Barnes

“Partenze” di Julian Barnes (Einaudi, 2026) è un’opera tutta da scoprire e da gustare, specie per chi ama inoltrarsi in avventure letterarie composite e imprevedibili. Già dalle prime pagine credo che il lettore sia portato a chiedersi se si tratti di un saggio o di un romanzo.
In effetti “Partenze” è un romanzo nel saggio e al contempo un saggio nel romanzo.
“… una storia ci sarà – o meglio, una storia dentro la storia – non subito…”
Molte delle pagine di questo libro sono occupate da una scrittura nutrita di saggistica, con in particolare una lunga e dettagliata disquisizione sull’argomento “memoria”. Il discorso sembra snodarsi pure a conferma che non può esistere narrazione scevra di memoria, anche quando si sviluppa sul filo della fantasia che deve pur attingere ad esperienze reali.
La ricerca in “Partenze” avviene spesso nel paradigma del dubbio: se la vita sia quella vissuta, immaginata o il frutto di un ricordo errato. E si ragiona a lungo su tale enigma, ma anche sulla cronologia del ricordo e su tante altre sue specificità. Si risale ai moventi di ciò che ricordiamo, al perché, al come accumuliamo reminiscenze. In tutto ciò è evidente che anche il più lontano passato sopravvive in noi per il segno del dolore o della felicità che lo hanno marchiato.
E che dire dei ricordi sepolti che poi, come colpi di pistola, riemergono? Talvolta basta un’inezia, un dettaglio a riportarli in auge. Si riconosce così a pieno titolo l’esistenza di una memoria autobiografica involontaria detta IAM dove può avvenire che un semplice stimolo sensoriale, come la famosa madeleine di Proust, possa aprire varchi narrativi inaspettati e sconfinati.
La corposa prosa sulla “memoria” in questo libro nutre e dà consistenza al filo conduttore di tutta la trama, quale veicolo tra presente e passato, in qualità di escavatore di emozioni, in traiettorie altalenanti, in sedimenti di memoria e flash simili a scatti fotografici.
“… un boccone di crostata di mele gli aveva riportato alla memoria tutte le crostate della sua vita.”
La memoria, dunque, quale registro certo o accumulatore non sempre attendibile. La memoria che poi diviene strumento del testamento ultimo dello scrittore visionario e distaccato.
(Consigliato da Antonietta Fragnito)
“Cronache in versi” di Fabio Soricone

“[…] Mi svegliai con un senso di nausea,/ una confusione terribile in testa/ e una profonda, tremenda paura irrazionale./ Era come se stessero facendo a pezzi la mia mente./ Sulle prime non ricordai di averlo sognato/ per l’ennesima volta./ Stava devastando la casa./ Il pazzo aveva capito che quell’abitazione/ fosse in verità la mappa stessa della mia mente,/ e che ogni oggetto di quella casa/ era contenuto nella mia mente sottoforma/ di pensiero, sensazione, emozione, sentimento./ Il maniaco stava distruggendo la mia storia personale,/ perché la casa, a livello inconscio,/ rappresenta l’archetipo dell’Io:/ è il centro attorno al quale ruota/ l’intera personalità,/ quella personalità che sentivo collassare/ sotto i colpi di quell’uomo impietoso che gridava:/ «Uccidila! Uccidila! Uccidila!»” ‒ “L’ipnotista”
“Cronache in versi” di Fabio Soricone è stato pubblicato a febbraio 2026 dalla casa editrice Tomarchio Editore. Il volume è suddiviso in tre parti sulla cui denominazione il lettore attento troverà di certo l’omaggio devoto ‒ Chronica Suspiriorum, Chronica Tenebrarum, Chronica Lacrimarum.
L’autore Fabio Soricone con la stessa casa editrice ha pubblicato nel 2025 due raccolte poetiche “Le vie del vento” e “Il passo della strega” che assieme partecipano di un discorso del “sacro” ed “occulto” che in un certo qual modo, anche se con uno stile dissimile, ritroviamo anche nella neo raccolta.
Le 280 pagine che vanno a formare “Cronache in versi” si presentano come un percorso dello choc, nel quale il lettore troverà davanti storie che trattano di demoni, fantasmi, possessioni, eventi inspiegabili, maledizioni di un immaginario collettivo e di millenaria rappresentanza. Ogni racconto si basa sul dialogo fra i protagonisti, solitamente un uomo ed una donna all’interno di una complessa relazione affettiva, oppure fra gli esseri umani e le presenze fantasmagoriche.
“‘Cronache in versi’ si dipana all’interno di una catena di fatti che non possono essere spiegati: tutto l’osservabile è stato osservato in una astrazione in cui i pensieri hanno preso fuoco al contatto della fiamma divina. Il luogo metafisico in cui si è presentata la circolarità ‒ ouroboros ‒ si localizza a livello percettivo in un ordine atemporale in cui anche gli stessi personaggi (ad esempio Fabio e Kauanne ne “L’albero del bisbiglio” e ne “In un altro universo”) vivono una vita affettiva sensoriale oltre la narrazione del tempo riuscendo a forgiare un nuovo luogo del finito.” ‒ dalla Prefazione
(Consigliato da Rosario Tomarchio)
“Vertigine” di Nicola Ruganti

Per i Greci, la Politica è l’arte di governare in vista del Bene comune; fine sacrosanto, troppo spesso scomodo. Quando Io prevale su Noi, la comunità si sfalda; quando il Potere seduce più del Bene, la compagine sociale si atrofizza dalla radice.
Con il romanzo Vertigine (Bordeaux edizioni, 2026, pp. 212, prefazione di Marco Damilano, postfazione di Luigi Cancrini), l’insegnante e scrittore Nicola Ruganti ci porta nella città di T.; ci conduce dentro le zone d’ombra di un potere locale, di sinistra, in disfacimento.
Attraverso la vicenda di Anna e Paolo, la politica si intreccia ad altri temi; l’amore, l’amicizia e la memoria. Paolo ha quarantaquattro anni, una laurea in Giurisprudenza, una vita senza infamia e senza lode; è un vecchio militante, insieme al candidato Sindaco Ernesto Fulci. Anna è una studentessa diciassettenne; grazie a Paolo, scopre la passione politica.
Vertigine parla di tradimento, vero e proprio lutto; l’uomo e la ragazza imboccano strade diverse per elaborarlo.
La defezione di Fulci è la recidiva di un potere malato, incorreggibile. Paolo vede crollare anche l’immagine di sé come politico; non ha saputo riconoscere il marcio che combatteva. Sceglie la strada della violenza; è convinto che da quell’azione radicale possa venire il cambiamento. Agli occhi di Anna, anche Paolo è un traditore; con il suo gesto, ha vanificato il loro comune impegno, ha ridotto a zero il valore della lotta per la verità. La ragazza si ispira alla storia dei maestri veri; sono quelli che gettano i semi delle cose giuste e durevoli. Uno di loro è Mario Amato, la cui vicenda rappresenta una costola del filone principale; Vertigine racconta anche altri fatti di politica e sangue del nostro recente passato.
Anna sa che il seme del cambiamento non è la violenza, che genera solo morte; spezzare la coazione a ripetere è possibile, con un impegno comunitario.
“Io penso che la forza delle persone e anche dello Stato è quella di fermare la catena di morte. […] E io voglio vivere in una città, in un mondo, in cui l’impegno individuale e collettivo è quello di sapersi fermare davanti alla furia della vendetta e della punizione”.
Sta a ognuno di noi scegliere e agire, per estirpare l’erba infestante della sopraffazione; per poter vivere in un Paese dove Verità e Giustizia non siano chimere.
(Consigliato da Tiziana Topa)
“Questo posto mi sta respingendo” di Andrea Martina

Lucio Conversano lascia Crianza, un paese immaginario tra Brindisi e Lecce, per tornare a Torino con un pensiero ossessivo: da troppo tempo non riesce a superare un esame di Ingegneria. Fisica tecnica è diventata una condanna silenziosa, un fallimento che continua a nascondere ai genitori, proprietari di una piccola cartolibreria. Ogni telefonata, ogni rientro a casa, ogni domanda innocente rischia di incrinare la menzogna con cui prova a difendere sé stesso dal giudizio degli altri.
Siamo nel 2015, nei giorni successivi alla strage del Bataclan. Lucio avrebbe dovuto essere a quel concerto insieme a Nicholas.
Sono entrambi musicisti e suonano in una band, gli Spaghetti Incident, un gruppo che si esibisce nei locali di Torino suonando cover hard rock. Lucio suona la batteria, idolatra John “Bonzo” Bonham, dei Led Zeppelin, il groove di “Good times Bad times” provato chissà quante volte, con le terzine sulla cassa battute con il pedale unico. Nicholas è il bassista: impulsivo e vitale, (“uno che si mangia la vita. Ciò che lui non ha il coraggio di essere”), è l’unica vera amicizia che sia riuscita a coltivare in città, una sessione ritmica di empatia che funziona. Nei tempi morte legge “Il conte di Montecristo”.
A Torino torna anche Atena Carparelli, amica d’infanzia e coinquilina di Lucio. Studentessa modello di Architettura, figlia del sindaco di Crianza, figura attorno a cui si addensano ombre e relazioni ambigue, Atena sembra avere un futuro già scritto. Ma sotto la sicurezza apparente cresce un’inquietudine che esplode quando la sua famiglia subisce un’intimidazione. Da quel momento, anche per lei diventa impossibile ignorare il peso delle aspettative, del potere e delle scelte.
Le vite di Lucio e Atena scorrono parallele, unite da un’amicizia nata lontano dalle logiche e dai confini del loro paese d’origine. Possono raggiungere Torino con mezzi diversi – lui “sul solito Intercity Notte, lei col volo che parte da Brindisi e arriva a Caselle nel pomeriggio”, le loro frequentazioni sono state sempre incompatibili, ma entrambi comprendono che “realizzarsi” può assumere significati diversi e che, forse, per diventare sé stessi bisogna prima imparare ad allontanarsi dal luogo in cui si è nati.
Andrea Martina ne “Questo posto mi sta respingendo” (66thand2nd, 2026) costruisce un romanzo di formazione intenso e malinconico, capace di raccontare con precisione il disagio di una generazione sospesa tra identità e finzione, tra il desiderio di partire e l’impossibilità di sentirsi davvero accolti altrove.
(Consigliato da Maurizio Fierro)
“Donne. Resistenza. Libertà.” di Angela Iantosca

“Donne. Resistenza. Libertà.”: questo il titolo del libro edito Paoline scritto da Angela Iantosca, giornalista e scrittrice, che grazie al suo impegno attraverso una serie di interviste dona al lettore le testimonianze di ventuno donne afghane, testimoni di una fuga contro il regime talebano mosse da una forza motrice che è quella della libertà.
Un unico filo conduttore che avvolge in un’osmosi simbiotica i destini di una, cento, mille o meglio infinite donne, vittime di violenza, discriminazione, sottomissione e con dentro di sé quel fuoco che tutto illumina e scandisce: la volontà e la libertà di affermarsi come individui indipendenti in pensiero, azioni, emozioni, libere di ogni più intima scelta e da condizionamenti e sottomissioni. Una discriminazione che copre gli occhi di chi non vuol vedere o sentire o riaffermare quei diritti insiti in ogni individuo indiscriminatamente: come un volto che si intravede lievemente nelle sue forme solo per una metà, mentre l’altra è oscurata da una maschera nera e opprimente, un volto non volto che cela la privazione di una individualità obbligata a sopprimere il sé per ciò che le è imposto. Una sottomissione sociale che priva la donna della sua libertà di espressione e pensiero, proprio come la maschera che copre un volto obbligato a non essere nell’espressione totale di sé.
“Il kabuli palaw. È il piatto nazionale, simbolo di fratellanza e amicizia.”
Un piatto tipico ricco di ingredienti dalle caratteristiche divergenti ma che riesce ad accomunare le persone in ogni momento di gioia e incontri conviviale, fragranze e profumi che riportano alle proprie radici, radici profonde che appartengono alla propria anima e che caratterizzano l’individualità di ognuno, ma che segnano ciò che siamo nel bene e nel male. Un viaggio in un paese lontano, che poi così lontano non è, che racconta di donne, discriminazioni, violenza, soprusi e poi di tanta ribellione a tutto ciò.
Donne che raggiungono nuove terre e liberatesi dal burka vivono con pudore la libertà di non nascondere il proprio volto e i propri capelli, fuggite con volontà e coraggio da un sistema avverso in cui la donna è alla merce di un sistema maschilista che tende a schiavizzarle e privarle di ogni dignità, individuale e sociale. Un filo conduttore che deve ricondurre in ogni parte del mondo la donna in un sistema sociale che consenta l’emancipazione individuale di genere, dettato da un pensiero libero e autonomo.
(Consigliato da Simona Trunzo)
“Conversazioni poetiche ‒ Quarta edizione” di AA. VV.

“È un crocevia di significati dove il dialetto dell’anima cede il passo a un canto più antico, quasi ancestrale. Ogni raccolta porta seco il proprio conflitto tra l’arresto delle passioni e l’ambizione del volo, in una ricerca costante di tonalità maggiore che sappia accogliere anche il gelo più profondo.” ‒ dall’Introduzione dell’antologia
“Conversazioni poetiche ‒ Quarta Edizione” è stato pubblicato nell’aprile 2026 dalla casa editrice siciliana Tomarchio Editore consolidando il progetto antologico che promuove il dialogo tra poeti e poetesse di varie regioni italiane. Quattordici voci che, per onorare la Musa Calliope, intessono parole incise sulla statua cartacea in un tempo che non si consuma e si tramuta in emozione vivente.
“Quando l’Uomo non aveva ancora scritto la prima parola, la Poesia già esisteva. Piccolo sotto il cielo stellato, creatura tra le creature, si interrogava su se stesso e su quel Tutto di cui si sentiva parte; prodotto di un’umanità genuina, la Poesia era una forma orale di espressione, che si appoggiava alla musicalità e al ritmo.” ‒ dalla Prefazione dell’antologia
Sono quattordici le raccolte presenti e sono così intitolate: Increspature di Aldo Turnu; Sa Crabarissa di Annalisa Atzeni; Dispersi affanni di Francesca Santucci; Accento rosa di Franco Carta; Covid 19 di Gabriella Mantovani; Non mi basta questo tempo di Giovanna Fracassi; Nero su bianco di Jonny Souto; Oltre l’arco del giorno di Luisella Pisottu; Canti di cicale di Marica Dettori; Pensieri di Marisella Crisalfi; Opportunità di Mary Ibba; Mi si dice che… di Oswaldo Codiga; Il germoglio nel cuore di Patrizia Basile e Barcolleremo ancora di Stefano Gervasoni.
L’Introduzione è stata curata da Alessia Mocci e la Prefazione da Tiziana Topa. Chiude l’antologia il poemetto Il patto, opera inedita dell’ospite internazionale Ayala Reis.
“Ne ‘Conversazioni poetiche’, il tempo è abolito e la parola poetica sa indugiare in un punto di collisione, tra il segreto e la rivelazione, in cui le solitudini incontrandosi consumano il sortilegio di chi ha deciso di abitare l’ombra.” ‒ dall’Introduzione dell’antologia
(Consigliato da Silvano Negretto)
“Risveglia la tua mente” di Selene Calloni Williams

“La contemplazione degli stati mentali, o semplicemente le emozioni, è forse ancora più urgente nella vita moderna. Tra notifiche tecnologiche, impegni lavorativi e non, conversazioni continue, la mente si affolla di pensieri e si distrae. Fermarsi, anche solo un istante, per sentire quello che proviamo: agitazione, noia, desiderio, rabbia, vuol dire tornare a casa. Non per giudicare, ma per riconoscere ciò che è. La città offre infiniti specchi e ogni incontro diventa occasione per vedere se stessi.”
“Risveglia la Tua Mente. Trasforma la sofferenza in armonia ed equilibrio” (Piemme, 2026) è il nuovo libro di Selene Calloni Williams. Un saggio che nasce dalla necessità di risveglio sotto il frastuono della vita quotidiana. L’autrice incrocia ne “Risveglia la Tua Mente” la tradizione ermetica offrendo strumenti pratici per i bisogni dell’esistenza contemporanea.
Il lettore è dunque accompagnato, pagina dopo pagina, a “stare con ciò che è”; un vero e proprio metodo concreto per attraversare paura, tristezza e rabbia trasformando la sensazione e non reprimendola.
Nel volume si potranno leggere numerose meditazioni organizzate in cicli settimanali.
“«Formula Meditativa» Questo corpo è respiro che entra e che esce. È ossa, pelle, sangue, movimento. Non mi appartiene, non mi definisce. È natura che nasce e si dissolve, specchio vivo dell’impermanenza. «Domanda Guida» In quale momento della mia giornata posso fermarmi e riconoscere il mio corpo non come «me» o «mio», ma come parte della natura che respira e si trasforma?”
Oltre alle meditazioni si potranno leggere mantra, domande guida e racconti personali che mostrano come un libro possa farsi di carne ed ossa pur mantenendo lo sguardo alto verso la spiritualità.
“L’impegno e la fatica sono sensazioni che si provano men tre si insegue il proprio sogno. Contribuiscono a dare valore aggiunto all’esperienza e alle conquiste della vita, se spese in ciò che ci appassiona. Al contrario, si sente sforzo quando si fa qualcosa controvoglia. È un segnale che ciò che stiamo facendo non è in armonia con l’obiettivo profondo della nostra anima. In questi casi, non bisogna insistere nell’azione, ma lasciare andare: l’obiettivo che ci siamo prefissati non fa per noi, non corrisponde alla nostra natura e non porterà da nessuna parte.”
(Consigliato da Hester Siler)
“La vita che mi resta” di Maria Cau

La vita che mi resta è una raccolta poetica intensa e profondamente autobiografica, nella quale Maria Cau affida alla parola poetica il compito di custodire la memoria, elaborare il dolore e trasformare l’esperienza umana in una riflessione universale sulla vita, sull’amore e sul tempo.
Fin dalle pagine introduttive de La vita che mi resta, l’autrice dichiara il valore salvifico della scrittura, definendola un mezzo per conoscere sé stessa e affrontare le ferite dell’esistenza.
L’intera opera è attraversata da una tensione costante tra perdita e speranza. Il titolo stesso, tratto dall’omonima poesia che apre la raccolta, rappresenta un manifesto poetico: dopo gli addii, le assenze e le delusioni, la voce lirica sceglie di rivolgersi nuovamente al mondo e di tendere le braccia verso «tutta la vita che ancora mi resta». Questo atteggiamento non cancella il dolore, ma lo accoglie come parte integrante dell’esperienza umana.
Uno dei temi dominanti è certamente l’amore, vissuto nelle sue molteplici sfumature: desiderato, immaginato, perduto, rimpianto e talvolta mai realmente vissuto. Numerose poesie raccontano un sentimento che si muove tra realtà e sogno, tra presenza e assenza.
In componimenti come L’amore è imprevedibile, Non sognavo la luna, Destinatario sconosciuto e Quel bacio mai dato, l’amore assume spesso i contorni dell’attesa e dell’immaginazione, diventando una dimensione interiore nella quale la poetessa costruisce mondi alternativi per resistere alla solitudine.
La raccolta è inoltre caratterizzata da una forte componente introspettiva. Maria Cau osserva sé stessa con sincerità disarmante, senza cercare artifici o maschere. Le sue poesie sono confessioni che mettono a nudo fragilità, paure e rimpianti. Il lettore si trova così davanti a una voce autentica che non teme di raccontare la sofferenza dell’abbandono, il peso degli anni, le illusioni perdute e il senso di incompiutezza che accompagna molti percorsi umani.
Particolarmente significativa è la presenza della natura, elemento che accompagna costantemente il percorso poetico. Mare, luna, stelle, vento, sole, nuvole e farfalle non sono semplici decorazioni paesaggistiche, ma veri e propri simboli emotivi. Il mare custodisce ricordi e malinconie, la luna diventa complice dei sogni e delle attese, il cielo rappresenta l’aspirazione all’infinito e alla trascendenza. Attraverso queste immagini l’autrice costruisce un linguaggio accessibile e immediato, ma ricco di suggestioni e significati interiori.
Portate la poesia in vacanza, leggete “La vita che mi resta” di Maria Cau (Noiqui editore).
(Consigliato da Franco Carta)
“Carmela. La vita in cammino di uno spirito libero” di Marella Giovannelli

Nel libro, “Carmela. La vita in cammino di uno spirito libero” (AG Book Publishing, 2026), Marella Giovannelli ci mette davanti una vita vera raccontata senza fronzoli.
È la storia di Carmela, una donna di settantasette anni che vive sola in un camper, attraversa paesaggi, deserti, frontiere, strade sterrate, tra la Sardegna e il Marocco.
Questa storia scritta con voce asciutta ma non fredda, concreta, non aggiunge niente di superfluo. Non ti racconta di Carmela, ti fa stare con Carmela. La protagonista ha costruito ponti, con le mani, con gli anni, con le scelte. Una storia di costruzione. Carmela non scappa dal mondo, lo attraversa, lo guarda, lo vive. Se siete stanchi di storie perfette, se vi fa piacere capire che cambiare si può anche a cinquanta, sessanta, settant’anni, questa è la storia giusta. Quello di Carmela è un viaggio continuo geografico e interiore fatto di incontri, relazioni, scelte, fino alla scoperta dell’amore.
Questo libro è frutto dell’incontro tra l’autrice e la protagonista Carmela Scarvaglieri. Marella Giovannelli non inventa niente, ascolta. Quello che ci restituisce è una storia che ci fa vergognare per tutte le volte che abbiamo pensato: “Ormai è tardi per ricominciare”. Carmela è una donna che si reinventa. A quarantotto anni lascia una vita agiata, non per scappare ma per scegliere l’essenziale.
Da lungo tempo Carmela nutriva la passione per la barca; possedeva la patente nautica fin da quando in Veneto, disponeva di uno yacht. La passione per il camper invece, scoppiò improvvisamente nel 2007.
Portò un’amica brasiliana a Porto Venere e, nella vicina Baia delle Grazie, ne notò uno sulla riva con il cartello “Vendesi”. Chiamò il proprietario, che arrivò subito, e gli disse: “Non ho mai avuto nulla del genere; vorrei soltanto vederlo all’interno”.
Entrò e, in quell’attimo, le sembrò di rivedere Cochis, la barca sulla quale, prima di aprire il B&B, navigò per un anno con l’allora compagno Stefano. Fu amore a prima vista: non aveva mai pensato a un acquisto simile; lo comprò all’istante.
(Consigliato da Giuseppina Carta)
“Lezioni di cammino” di Enrico Brizzi

Il sottotitolo del romanzo Lezioni di cammino (Piemme, 2026) di Enrico Brizzi è Dieci cose che ho imparato viaggiando a piedi. Penso ai comandamenti, che indicano il passaggio da una condizione all’altra. Cambiando il contesto, cambia il numero: tipo i 7/8 re di Roma.
“Con buona pace dei razionalisti, si cammina sempre con un piede nella storia e l’altro nel mito.”: una è la ricerca del tempo perduto, l’altra la narrazione di quanto si finge di ritrovare.
“Uno degli aspetti più vertiginosi delle similitudini fra cammino e narrativa riguarda…” – non lo dico!
In ciascun attimo della vita sei accompagnato da un Danese che ti spinge verso un Enten e poi verso un Eller. Quando ti volti per chiedere la ratio scopri che è sparito! Devi andarlo a cercare! Così prosegui il tuo cammino. Per fortuna, “chi non riesce a decidersi va in crisi…”: ogni crisi prevede dei miglioramenti o la resa definitiva.
Quando uno cammina è bene lasciarlo solo, ché il ritiro su di sé è foriero di nuovi incontri: “… i viaggi sono il momento ideale per accettare le metamorfosi che la vita ci impone.” – l’andare al di là del (troppo) conosciuto.
Mi piaci, Enrico, ché mi tratti come faccio io con l’autore che leggo: gli dai del voi e poi è come se aspettassi la sua risposta. Scrivi: “Ma un po’ ormai ci conosciamo e qualcosa mi dice che non è la vostra idea di cammino, come non è la mia”.
Grazie a te scopro perché in spagnolo si dice cerveza. Grazie! Mai assaggiata “una cena a base di haggis e arrosto di pollo farcito allo skirlie” e brucio dalla voglia di condividerla con te e con chi leggerà l’articoletto. Leggere e scrivere è restare orridamente aggrovigliati! Evviva!
“C’è anche chi parte con la non tanto segreta speranza di trovare un’anima gemella…” – nacqui nella prima decade dei Gemini, come Alighieri e Bongiorno: sono il mio Sosia fedoriano dalla nascita!
Concordo che in teoria “ogni viaggio meriti un libro guida” – mai scoperto come leggere, scrivere e camminare contemporaneamente. Gli audio-libri mi danno l’orticaria. Idea! Stravaccato sul sofà, leggo. M’alzo. Cammino. Apro il frigo. Bevo. Mi siedo. Scrivo. Bukowski ci sarà arrivato grazie alla “cervogia”!
“Tocca scegliere, selezionare una lista ridotta, infine eleggere…” – se stessi! Nelle righe finali elenchi ciò che rende più problematico “l’ultimo chilometro”. Fine è limite. In bocca al presente, amigo! Che d’Altro non c’è (Mai, Mai!) certezza.
(Consigliato da Stefano Pioli)
***
“Fa una scelta di buoni autori e contentati di essi per nutrirti del loro genio se vuoi ricavarne insegnamenti che ti rimangano. Voler essere dappertutto è come essere in nessun luogo. Non potendo quindi leggere tutti i libri che puoi avere, contentati di avere quelli che puoi leggere.”
Lucio Anneo Seneca ‒ “Lettere morali a Lucilio”
“Datta, dayadhvam, damyata/ Shantih shantih shantih” [Dai, compatisci, domina/ Pace]
Thomas Stearns Eliot ‒ “The Waste Land”
Info
Editori 2025: 21 libri per l’inverno
Editoria 2025: 21 libri per l’estate
Editoria 2024: 21 libri per l’inverno
Editoria 2024: 21 libri per l’estate
Editoria 2023: 21 libri per l’inverno
Editoria 2023: 21 libri per l’estate
Editoria 2022: 21 libri per l’inverno
Editoria 2022: 21 libri per l’estate
Editoria 2021: 21 libri per l’inverno
Editoria 2021: 21 libri per l’estate
Editoria 2020: 21 libri per l’inverno
Editoria 2020: 21 libri per l’estate
Editoria 2019: 21 libri per l’inverno
Editoria 2019: 21 libri per l’estate
Editoria 2018: 21 libri consigliati dell’anno
