Editoria 2025: 21 libri per l’inverno consigliati da Oubliette Magazine

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“Leggere un libro non significa solo sfogliare le pagine. Significa riflettere, individuare le parti su cui tornare, interrogarsi su come inserirle in un contesto più ampio, sviluppare le idee. Non serve a niente leggere un libro se ci si limita a far scorrere le parole davanti agli occhi dimenticandosene dopo dieci minuti. Leggere un libro è un esercizio intellettuale, che stimola il pensiero, le domande, l’immaginazione.” ‒ Noam Chomsky

Editoria 2025 21 libri per l'inverno
Editoria 2025 21 libri per l’inverno

Il filosofo e linguista statunitense Noam Chomsky (Filadelfia, 7 dicembre 1928) è uno degli intellettuali più celebri per le aspre critiche mosse sul sistema di propaganda attuato dalle democrazie con l’utilizzo dei mass media. Democrazie dipinte come plutocrazie all’interno delle quali il popolo si illude della propria valenza.

Secondo Chomsky si può costruire un sistema democratico solo legandolo all’istruzione ed alla partecipazione di tutte le componenti che formano la società, così nella citazione di apertura si esortano i lettori alla continua interrogazione durante la lettura di un libro per il compimento di quell’atto intimo di ricerca e di esplorazione che rende liberi dal dominio di élite economiche e politiche.

È ormai tradizione di Oubliette Magazine celebrare il solstizio d’inverno con una selezione di 21 libri, editi nell’anno corrente, consigliati dalla redazione e da alcuni stimati lettori di Oubliette Magazine.

Se avete il piacere di unirvi a noi per raccomandare un libro che ritenete valido, potete inserire il vostro consiglio a fine articolo nella sezione Commenti indicando il titolo, l’autore, la casa editrice e qualche riga di esplicazione.

“La lettura sia una chiara lampa nelle tenebre,/ Perché ti guardi dagli ammassi di parole e cose.” – Epigramma del quarantaduesimo Emblema dell’“Atalanta fugiens[1] di Michael Maier

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Editoria 2025 ‒ 21 libri per l’inverno

“Anna Magnani” di Chiara Tognolotti

Anna Magnani di Chiara Tognolotti
Anna Magnani di Chiara Tognolotti

Opera importante che approfondisce con dovizia di dettagli la vita e l’arte di una delle più grandi attrici italiane, il testo biografico di Chiara Tognolotti, dal titolo Anna Magnani, pubblicato nel 2025 da Carocci editore non è un libro di gossip, ma una biografia ben documentata.

L’autrice, che è una storica del cinema, non cede alle dicerie o alle indiscrezioni. Ma costruisce il racconto attingendo a un’ampia mole di fonti: articoli d’epoca, interviste e documenti d’archivio, con il risultato di una biografia che restituisce la complessità umana e artistica della Magnani. In un contrappeso narrativo tra la donna e l’artista, intrecciando la vita privata di Anna Magnani con la sua carriera artistica. Il libro racconta come le esperienze personali di Anna Magnani, le sue umili origini e le sue relazioni sentimentali, soprattutto quella con Rossellini, nonché il rapporto viscerale con il figlio, abbiano plasmato il suo essere attrice, con la sua immediatezza che l’ha resa unica.

L’autrice, nel libro, non si limita a elencare i film dell’attrice, ma spiega come e perché attraverso quelle pellicole la Magnani abbia dato vita a un modello di antidiva.

La biografia dedica ampio spazio agli esordi di Anna Magnani, un periodo poco conosciuto dal grande pubblico, raccontando in dettaglio i suoi inizi nel teatro di varietà e nel cinema dei ‘telefoni bianchi’. Spesso rappresentata come simbolo della donna popolana, la Tognolotti non nega questa dimensione dell’attrice, ma la analizza in modo critico, mostrando come questo aspetto sia stato in parte costruito e come la Magnani abbia saputo gestirlo. L’autrice indaga inoltre le ragioni culturali e sociali che hanno generato il suo carattere, così vero e passionale, e come la figura della Magnani abbia attecchito nell’immaginario collettivo italiano del dopoguerra.

Biografia per chi ha interesse per la storia del cinema e del costume italiano, il libro Anna Magnani gode di uno stile narrativo coinvolgente, quasi romanzesco, tale da rendere la lettura piacevole. Dunque, opera matura ed equilibrata che va oltre il mito quella della Tognolotti, per raccontare la donna e l’artista e il suo rapporto con un’Italia in trasformazione.

(Consigliato da Carolina Colombi)

“Un giorno nella vita di Abed Salama” di Nathan Thrall

Un giorno nella vita di Abed Salama di Nathan Thrall
Un giorno nella vita di Abed Salama di Nathan Thrall

«This land is mine, God gave this land to me…» Recitava una celeberrima e ispiratissima canzone interpretata da Pat Boone negli anni Sessanta. Vi si celebrava la “riconquista” dei territori che sarebbero stati sottratti per secoli agli Israeliani. I quali non sono i soli a credere alla donazione divina di quei territori, secondo quel che il canone biblico attesta. Ma può, da sola, la fede religiosa giustificare ancor oggi la pretesa di possedere l’intera Palestina? Domanda che ci poniamo in tanti, soprattutto davanti alle carneficine degli ultimi anni.

A chi volesse avere capire bene il conflitto arabo-israeliano suggerirei caldamente Un giorno nella vita di Abed Salama (Neri Pozza, 2024, pagine 272, Christian Pastore traduttore, riedizione 2025). L’autore, Nathan Thrall, scrittore ebreo-americano che con quest’opera ha vinto il premio Pulitzer, narra una storia che inchioda il lettore più di quanto possa farlo un thriller direi, se non temessi di sminuire il valore del suo libro. Che fin dalla prima pagina delinea il calvario di Abed Salama: suo figlio Milad, un bimbo di 5 anni, alunno d’una scuola di Gerusalemme est, partecipa per la prima volta a una gita scolastica. Il pullman che lo trasporta insieme ai suoi compagni precipita in una scarpata e si incendia. È una tragedia perfetta, e non solo perché molti scolari perderanno la vita. Per Aded dovrebbe essere un giorno di riposo dal lavoro, ma la notizia dell’incidente lo precipita in un inferno che deve attraversare con la speranza di ritrovare vivo suo figlio. La vita del protagonista a quel punto è sospesa, insieme a quella di altri padri e altre madri coinvolti nella tragedia. Oltre agli stretti parenti, l’incidente coinvolge anche esponenti di varie categorie: medici, paramedici palestinesi e israeliani, militari, soccorritori più diversi la cui fretta spesso si scontra coi check point di cui il territorio palestinese è cosparso. Ne esce un quadro corale dove le storie dei vari personaggi sono ripercorse a partire dalle origini del conflitto arabo-palestinese, fin dalla Nakba (catastrofe) del 1948, l’esodo forzato di 700.000 Palestinesi.

L’impegno degli Israeliani a recuperare “la loro terra” e quello dei Palestinesi a difenderne parti via via più esigue sono noti, ma Nathan Thrall, nel raccontarli senza giudicare, senza mai prendere posizione ce li spiega; e, paradossalmente, l’atonalità della narrazione rende queste sconcertanti pagine quant’altre mai terribili e vere.

(Consigliato da Riccardo Garbetta)

“Quello che so di te” di Nadia Terranova

Quello che so di te di Nadia Terranova
Quello che so di te di Nadia Terranova

Indagare la follia è sempre arduo, sia per lo stigma che le è stato inflitto da tempi remoti, sia per le paure sotterranee che suscita.

La scrittrice Nadia Terranova decide però di affrontare tale sfida. Lo fa con coraggio dopo la nascita della sua primogenita. Inizia a cercare affannate risposte proprio nel momento più delicato della sua vita, quando ha da collocarsi in una dimensione nuova ed inconsciamente temuta. Lo fa quando deve entrare nel ruolo di madre, accudire, proteggere, insomma rivoluzionare il proprio mondo.

La scrittrice con fervore inizia l’indagine che ha in mente. Ed è come se un’altra gestazione si concludesse e si preparasse una nuova nascita: darà così voce al romanzo che titolerà “Quello che so di te” (Guanda, 2025).

Già nell’incipit de “Quello che so di te” lei presenta la sua neonata, si sofferma sulla dettagliata descrizione del corpicino e sulla tenera postura della creatura, per poi accennare alle proprie incipienti angosce: “Mi sporgo verso la culla… La bambina è rannicchiata sotto le lenzuola, ma la testa è fuori, le mani unite in forma di preghiera… Mani minuscole e grinzose… A più di venticinque centimetri, una madre non è niente… Se non esisto non posso sbagliare…”

L’autrice manifesta dunque fin da subito il suo turbamento davanti al mistero della nascita. In seguito libererà l’affermazione più forte del romanzo “Quello che so di te”: la certezza che dopo la figlia non potrà mai più permettersi di impazzire!

Il travaglio che emerge di più nella trama è collegato infatti proprio ad un caso di follia manifestatosi nel corollario parentale. L’aver appreso, in versioni molteplici e contradditorie, la vicenda del breve ricovero della bisnonna che lei chiama Venera nel manicomio Mandalari di Messina.

I racconti sussurrati e ambigui, ascoltati fin da piccola, la spingono a voler scoprire cosa realmente accadde per cercare di togliere il pesante velo che via via ammantò la dolente vicenda. La scrittrice è consapevole che tale operazione per lei sarà un po’ salvifica poiché Venera la ossessiona da molto tempo.

“La incontro spesso in sogno, la mia bisnonna: una donna minuta e silenziosa sulla soglia di un manicomio che sarebbe diventato un esilio, un luogo in cui avrebbe parlato con un distacco sempre più irreale… come accade ai ricordi che abbiamo sciupato.”

(Consigliato da Antonietta Fragnito)

“Lago Santo” di Valerio Varesi

Lago Santo di Valerio Varesi
Lago Santo di Valerio Varesi

Ritroviamo il commissario Soneri in “Lago Santo” (Mondadori, 2025), l’ultima fatica letteraria di Valerio Varesi. Il romanzo si presenta come un giallo, ma assume presto i tratti più profondi del noir. L’indagine, che nasce dal ritrovamento di un cadavere dal volto sfigurato, non immediatamente riconoscibile, diventa l’occasione per scavare nell’ambiente dell’estrema destra parmense. Ma, nel contempo, è anche l’occasione per immergersi nel fascino e nella solitudine del Lago Santo. Chi conosce l’Appennino parmense sa di cosa parla Varesi, perché il lago non è un’invenzione letteraria, ma esiste davvero.

Il cadavere ritrovato, dal volto sfigurato, grazie all’intuito di Soneri viene presto svelato: è di Gianrico Bonaccorsi, insegnante di filosofia in pensione, noto esponente dell’ultradestra parmigiana, da poco scomparso. Il corpo viene rinvenuto in una scarpata, poco sotto la sella del Marmagna. Ma la ricostruzione dell’accaduto è tutt’altro che scontata: caduta accidentale, suicidio, oppure assassinio?

L’indagine porterà il commissario ad entrare in contatto con esponenti dell’estrema destra, scoprendo un mondo sommerso dove si mischiano, oltre che il fanatismo politico, degrado morale e malaffare.

Conosciamo tuttavia l’amore del commissario per la montagna e quindi non ci può stupire il fatto che il rifugio prospiciente il lago, gestito dall’amico Nestore Valgrande divenga un punto di riferimento sia per Soneri che per una variegata umanità coinvolta nell’indagine a vario titolo. Il rifugio, i boschi, il silenzio dell’alta quota, l’aria rarefatta e anche la neve, concorrono a costruire un’ambientazione che riflette in larga misura lo stato d’animo dei personaggi.

L’indagine si presenta intricata, costringendo il commissario Soneri a spostarsi frequentemente tra la città e la montagna. Varesi unisce con sapienza gli elementi tipici del noir con riflessioni sulla forza dell’ideologia e su quella del mito, a cominciare da quello di Italo Balbo. Soneri, acuto e disincantato osservatore, non incline a semplificare, non fa sconti a nessuno. Questo lo porta a scontrarsi con il potere costituito. Il commissario capisce che, per venire a capo di questo caso, occorre uscire dai soliti schemi mentali ed entrare in un nuovo e diverso ordine di idee.

Lo stile della scrittura è sobrio, descrittivo, ma capace di trasmettere immagini forti ed evocative. Varesi alterna momenti di riflessione e di contemplazione con l’investigazione vera e propria. Il Lago Santo si trasforma così da luogo fisico a luogo dell’anima. Un luogo ideale in cui ritirarsi per ritrovare se stessi.

(Consigliato da Algo Ferrari)

“Infanzie rubate” di Iris Babilonia

Infanzie rubate di Iris Babilonia
Infanzie rubate di Iris Babilonia

Iris Babilonia ha un canale YouTube con 145 mila iscritti. Il lavoro che ha svolto per questo saggio intitolato “Infanzie rubate” (Cairo, 2025) è davvero notevole, andando a leggere storie e a rivedere video dei vari protagonisti scelti, così da ricostruire il loro periodo storico, la loro famiglia e ciò che li ha portati a essere dei bambini famosi.

Il titolo è perfetto per questo fenomeno che, al contrario di quanto possiamo pensare, non è recente. Uno dei primi bambini è stato Jackie Coogan, apparso nel film Il Monello con Charlie Chaplin nel 1921.

Iris ha pensato di dedicarsi a questo argomento quando, da mamma social, aveva messo delle fotografie della propria figlia sui suoi canali. L’esperienza personale l’ha fatta riflettere.

“Col tempo ho iniziato a sentir parlare con fervore di sharenting, di baby influencer, di genitori che guadagnano mostrando la vita dei figli.”

Infatti, pensiamoci: un genitore che permette al proprio figlio di recitare in un film, non potendo questi decidere, né firmare contratti, né scegliere cosa fare e cosa no… di fatto ne diventa una specie di manager ed è colui che ottiene tutti i pagamenti. Molti di questi genitori, se non tutti, si sono impossessati così delle fortune fatte dai propri figli, lasciandoli con un pugno di mosche nel momento in cui compivano i diciotto anni e andavano a reclamare il frutto del proprio lavoro.

Nasce così il conto Coogan: il quindici percento del guadagno, impone, non può essere toccato dai genitori. Oltre ai soldi però, dietro le storie di questi ragazzini ci sono abusi: obblighi, ore di lavoro. Anche se sono piccoli, lavorano quanto un adulto e, quando sono liberi, devono ancora imparare a memoria le loro battute. E loro, a differenza degli adulti, non lo hanno scelto. Gli viene sottratta l’infanzia, il periodo della spensieratezza e del gioco. Alcuni di loro non avevano ancora avuto modo di scambiarsi il primo bacio tanto importante per ognuno di noi, che furono obbligati a farlo davanti alla troupe perché parte del copione.

Diverse le storie narrate, da Shirley Temple che iniziò la sua carriera a tre anni, ad altre figure più recenti, come ad esempio l’interprete di Hanna Montana, cioè Destiny Hope, detta Miley. Un saggio che ci mostra cosa ci sia dietro lo sfavillante mondo del cinema, delle serie tv. Quando il ciak battuto sul set è, in realtà, un colpo che spezza una vita.

(Consigliato da Miriam Ballerini)

“Fotogrammi ‒ Sulle tracce di ogni istante” di Luisella Pisottu

Fotogrammi Sulle tracce di ogni istante di Luisella Pisottu
Fotogrammi Sulle tracce di ogni istante di Luisella Pisottu

Ho letto con vivo interesse Fotogrammi – Sulle tracce di ogni istante (Tomarchio Editore, 2025) di Luisella Pisottu, dopo aver incontrato alcune sue liriche in Visioni, sezione della quarta edizione di Versi di Sardegna, alla quale ho partecipato collaborando con la curatrice Alessia Mocci. La lettura del libro conferma la solidità e la maturità della voce poetica dell’autrice, capace di costruire un’opera equilibrata, ricca di simboli, emozioni e risonanze spirituali.

La silloge è articolata in sette movimenti che delineano un percorso unitario: Terra sarda, Fiori di luce, Dee e voci dal femminile, Solitudini metropolitane, Quadri di vita, L’arte ci salva, la bellezza ci redime, Haiku. Ognuno esplora una diversa dimensione dell’esistenza, intrecciandola a un immaginario naturale e mitico in cui la parola poetica diventa strumento di conoscenza e rito di trasfigurazione. Lo stile è fortemente sinestetico e visivo: immagini che affiorano e si dissolvono, sospensioni, versi brevi e meditativi costruiscono una tessitura sonora di grande intensità. Il tono oscilla con naturalezza dall’intimo all’universale, evocando echi di una mistica moderna, ma mantenendo sempre un’identità autonoma, radicata nella terra mediterranea e protesa alla trascendenza.

In Terra sarda la poetessa trasforma i luoghi reali in varchi interiori, sospendendo il tempo in un’atmosfera visionaria. In Fiori di luce, la maternità si apre a un’esperienza cosmica: il canto dedicato a Gabriele è tra i momenti più potenti dell’opera. Dee e voci dal femminile affronta il mito come dimensione interiore, dove Afrodite e Persefone diventano archetipi che parlano di corpo, desiderio e rinascita. Con Solitudini metropolitane il discorso si fa civile: Pisottu osserva la disumanizzazione urbana con lucidità quasi pasoliniana, restituendo frammenti di resistenza emotiva. In Quadri di vita prevale invece una contemplazione quieta, una consapevolezza che riconosce nella fragilità una forma di grazia.

Il cuore teorico del libro si trova nella sezione L’arte ci salva, la bellezza ci redime, dove la scrittura assume la forma di un atto salvifico, una preghiera laica capace di ricomporre e rigenerare. Gli Haiku riportano infine la parola all’essenza, tra paesaggi urbani privi di vento e la natura sarda che torna a respirare in immagini di limpida purezza.

Fotogrammi – Sulle tracce di ogni istante è un libro rarefatto e luminoso, capace di fondere mito e quotidiano, corpo e spirito, restituendo alla poesia il suo potere originario: ascoltare il mondo e rivelarne la profondità nascosta. Un’opera che non grida: illumina. Consiglio questo libro prezioso agli amanti della poesia.

(Consigliato da Franco Carta)

“Raccontami tutto” di Elizabeth Strout

Raccontami tutto di Elizabeth Strout
Raccontami tutto di Elizabeth Strout

Ho letto tutti i libri di Elizabeth Strout, pertanto non poteva mancare l’ultimo: “Raccontami tutto”, uscito nel 2025 per Einaudi. Con “Raccontami tutto” (Tell Me Everything), Elizabeth Strout compie un passo ulteriore: crea un ponte fra i mondi dei suoi romanzi precedenti, intrecciando le voci di Lucy, Olive, Bob Burgess e altri volti noti in una coralità che è anche una riflessione sul narrare stesso.

Il romanzo prende avvio da un episodio giudiziario ‒ la scomparsa di una donna anziana e le accuse rivolte al figlio, Matthew Beach ‒ ma la trama investigativa è solo un pretesto: ciò che davvero interessa a Strout è osservare come un evento di rottura scuota le relazioni, metta a nudo il dolore, costringa a ripensare la verità.

Bob Burgess, ormai sessantacinquenne, si fa portavoce del disincanto e del bisogno di redenzione che attraversano l’opera, mentre Lucy Barton è ancora una volta testimone e mediatrice del dolore altrui. Il momento d’incontro tra Lucy e Olive Kitteridge, due figure cardine dell’universo dell’autrice, assume qui un valore emblematico: è il dialogo tra due coscienze, due modi di stare nel mondo ‒ la vulnerabilità e la durezza, la confessione e il silenzio ‒ che finalmente si guardano, riconoscendosi.

Sul piano stilistico, “Raccontami tutto” conferma la cifra sobria e luminosa della sua autrice: frasi brevi, pause e omissioni che creano una musica interiore. Nei silenzi di Strout si annidano le verità più profonde. La coralità, talvolta complessa, non toglie coesione: restituisce invece la sensazione di un grande affresco di anime, di un’umanità che si cerca e si interroga.

Questo libro, che consiglio, va letto con calma, lasciandosi attraversare dalle parole come da un dialogo intimo. È adatto a chi ama le narrazioni che non offrono soluzioni ma domande, a chi trova nella letteratura uno specchio del quotidiano e non una fuga da esso.

Suggerisco di leggerlo dopo aver conosciuto almeno “Olive Kitteridge” e “Mi chiamo Lucy Barton”: solo così si coglierà la piena potenza della rete di rimandi che Strout ha costruito nel tempo. Un romanzo che ci invita, come il titolo suggerisce, a raccontare tutto, ma soprattutto ad ascoltare tutto ciò che, nel silenzio, resta ancora da dire.

(Consigliato da Giovanna Fracassi)

“La Cantina del Nuovo Liscio” curato da Giordano Sangiorgi

La Cantina del Nuovo Liscio curato da Giordano Sangiorgi
La Cantina del Nuovo Liscio curato da Giordano Sangiorgi

Tra i titoli più significativi dedicati alla musica popolare italiana, “La Cantina del Nuovo Liscio” si impone come un volume necessario per comprendere come la tradizione possa rinascere e dialogare con le nuove generazioni.

Pubblicato dalla casa editrice La Tempesta nel 2025 e presentato ufficialmente a Faenza, il libro raccoglie dodici interviste realizzate alla Casa della Musica nell’ambito del progetto Vai Liscio, sostenuto dalla Regione Emilia-Romagna. Si tratta di un vero e proprio viaggio dentro l’anima del liscio, quel genere che ha fatto ballare intere generazioni e che oggi trova nuova linfa grazie a un movimento di artisti, studiosi e appassionati che ne stanno riscoprendo la vitalità culturale.

Curato con passione da Giordano Sangiorgi, ideatore e direttore del MEI – Meeting delle Etichette Indipendenti, il volume alterna memoria e innovazione, dando voce a musicisti, produttori e protagonisti di un panorama che sta vivendo una rinascita.

Le pagine raccontano come il liscio non sia solo un genere musicale, ma una vera identità collettiva, un patrimonio di storie, volti e melodie che parlano di radici e appartenenza.

Tra le testimonianze più sentite spicca quella di Cisco, cantautore e storico frontman dei Modena City Ramblers, che con la sua sensibilità artistica sottolinea quanto il liscio rappresenti una forma di resistenza culturale, capace di rinnovarsi senza tradire la sua autenticità.

La Cantina del Nuovo Liscio è quindi un documento vivo che racconta un’Italia che balla, sogna e si riconosce nella propria musica popolare. Un invito a riscoprire il valore della tradizione come chiave per leggere il presente.

La prefazione è stata affidata allo storico Mario Russomanno, che scrive: “Il Liscio non è morto e, anzi, è vivo e lotta insieme a noi. È un elemento culturale capace di definire un intero territorio e continua a rappresentare una musica del popolo, delle comunità, della memoria condivisa.”

(Consigliato da Aldo Turnu)

“Platone. Una storia d’amore” di Matteo Nucci

Platone Una storia d'amore di Matteo Nucci
Platone Una storia d’amore di Matteo Nucci

Alla voce eros, il vocabolario di greco Lorenzo Rocci indica un primo significato di ‘amore, passione, trasporto’; di seguito, l’altro di ‘brama ardente, desiderio’. Due significati, una sola parola; ciò ricorda “fare di due uno”, come vuole l’Amore secondo Platone. Il padre della Filosofia non ha soltanto teorizzato l’Eros; lo ha vissuto, se ne è nutrito, si è fatto divorare.

Il romanzo di Matteo Nucci Platone. Una storia d’amore (Feltrinelli Editore, 2025, pp. 566) è frutto di un accurato studio delle fonti; immaginando le vicende salienti della biografia platonica, l’autore ha incentrato il lavoro sull’opera filosofica, sulle lettere e sulle liriche con uno sguardo attento al contesto storico e ai racconti antichi. Bambino timido e facile all’ira, giovane in cerca della propria strada; il cammino di Platone è impervio. Sarà sempre segnato da Eros, l’amore sensuale, la passione; la forza che trascina e spinge all’umano agire. Platone. Una storia d’amore si snoda attraverso il racconto dello Straniero.

Aristocle, l’uomo prima del filosofo; Platone, filosofo e uomo. Matteo Nucci ci regala un romanzo vibrante; dall’intreccio tra la dimensione privata e quella pubblica, emerge una personalità frastagliata. Aristocle-Platone è un uomo pieno di contraddizioni; lucente e oscuro come Apollo, il dio che presiede alla sua nascita. È un uomo in continua ricerca; come figlio e fratello, come amante, come scrittore e pensatore. Lo spinge il desiderio; di giustizia, di felicità, del Bene.

“Dove possiamo noi trovare la felicità? Come possiamo trovarla se tutto attorno è morte e distruzione?”

È Eros a indicare la strada; Eros che spinge l’anima all’azione giusta, verso la conquista del Bene in cui risiede la felicità.

“Amare sempre, per sempre. Lottare per la giustizia con tutto l’amore che c’è. Di Due uno. Terra e Cielo. Non c’è altro da fare.”

Platone insegna che per vivere è necessario affrontare l’oscurità; andare incontro alla paura, immergersi nel terrore fino a perdersi. Insegna che vivere è bruciare di passione; e farsi bruciare dalla passione. Attraverso la voce dello Straniero, le parole di Platone hanno soffiato sulla nostra anima. Chi è lo Straniero? È uno che si è interessato al filosofo fin da ragazzino; rappresenta tutti i suoi buoni amici, perché è libero dall’invidia. È – anche – l’autore; sono io; sono tutti quelli che si avvicinano a Platone spinti solo da Eros.

(Consigliato da Tiziana Topa)

“Respiri” di Anna Fresu

Respiri di Anna Fresu
Respiri di Anna Fresu

Nella luce crepuscolare un flash illumina un paesaggio di mare, di terra, di nostalgia, di sogno, oppure di quel dolore che quando lo dimentichi continua a pulsare. Perché non smette più?

Perché sono poesie, e dentro le poesie ci sono solo poesie; non ci sono risposte, ma soltanto quesiti, e forse sono i quesiti più esistenziali e più veri. La poesia infatti scava sotto la superficie per reperire domande, che ti sputa in faccia come il vento di mare i granelli di sabbia. Pungono, ti fanno chiudere gli occhi, e quindi capire. La poesia deve creare subbuglio; lo capiamo dalle prime righe del libro di Anna Fresu.

Anna Fresu, spirito libero, impossibile da inquadrare, caratterizzare e rinchiudere nei confini di un’etichetta. Scrittrice, poetessa, attrice e regista, puro spirito libero che abita il mondo, il mondo delle parole: la sua casa. Ora nelle librerie la sua nuova silloge Respiri, (Macabor editore 2025).

Sono poesie immediate. Arrivano veloci come un flash, appunto. Squarciano il buio all’improvviso, accendono una visuale inaspettata, che ti sorprende, ti ubriaca, e si spegne veloce come una stella cadente nelle notti d’estate.

Però poi non ritorna l’oscurità. Perché, quando la luce svanisce, tutte le immagini che si sono accese restano nella rétina per un po’. Provate: fissate una luce intensa per pochi secondi e chiudete gli occhi; quella circonferenza luminosa resta al centro del vostro campo visivo. Che cosa è? Non c’è più, eppure la vedete ancora.

Ecco quella è la poesia di Anna Fresu che perde la consistenza di immagine per diventare sensazione, colori dell’iride, emozioni dimenticate. Emozioni perse negli anni, che erano sempre lì, solo che non le vedevi. Ma quei versi la fanno tornare alla luce, e vedi quello che non vedevi. Erano dentro di te e non lo sapevi che c’erano. E ora accendono, spengono, tormentano, fanno soffrire, fanno sognare. La sensazione di mare, di amore, di carnalità, di lutto, di crepuscoli interiori è tua, e la poetessa l’ha scritta per te.

Sono tutte sensazioni che attraversi in questa silloge, pur, tanto spesso, di pochissime parole. Anna Fresu è lì: poche parole, caleidoscopio di emozioni.

Sono poesie brevi, dice la prefazione di Gabriella Gianfelici. E brevi che significa? Che la poetessa è un’artista delle parole che con pochi caratteri ti guida in una vasta gamma di sensazioni.

(Consigliato da Pier Bruno Cosso)

“Odissea” di Stephen Fry

Odissea di Stephen Fry
Odissea di Stephen Fry

Ho scoperto la penna di Stephen Fry qualche anno fa, nel pieno dell’esplosione dei retelling mitologici. Questo, non lasciatevi ingannare dalla precedente frase, non è un retelling del testo omerico. Stephen Fry non sta romanzando, non vuole farvi vivere la storia da un altro punto di vista, vuole solo che la viviate divertendovi nella scoperta delle storie che narrano delle passioni umane.

“Odissea” (Salani Editore, 2025) può sfiorare le corde tipiche del romanzo ma lo fa passando dal serio al faceto. “Odissea” non è nemmeno un saggio ma piuttosto quasi una rappresentazione, come se gli attori fossero sul palco. Sono gli attori a narrare le storie di cui sono protagonisti, con qualche nota a piè di pagina l’autore è la voce fuori campo che si permette di fare qualche piccola precisazione o riportare in carreggiata la storia dalle divagazioni.

Fry, a prescindere dalla veste che decide di indossare, ci dimostra che il suo mestiere è raccontare storie. Nei suoi libri è un narratore giocoso ma preciso e puntuale. Non è un attore che si improvvisa narratore è uno studioso di tutto rispetto che ha abbracciato la cultura classica e ha deciso di raccontarla usando uno humor tutto inglese.

L’“Odissea” non ha bisogno di ulteriori presentazioni anche se, sorprende ma non stupisce, non è un volume che viene sempre presentata nella giusta maniera. Fry ci riesce. L’“Odissea” per molti è come “I promessi sposi”, si è costretti ad affrontarla a scuola nelle ore preposte che spesso non si vede l’ora finiscano. Insomma, una sorta di sventura che si affronta meglio con l’insegnante che ha la sensibilità giusta per raccontare una storia che ha dell’incredibile ma non perché si svolge tra mille peripezie ma perché il suo messaggio si svolge dentro l’essere umano.

Nelle scuole dell’obbligo, non in tutte certamente, l’insegnamento dell’epica omerica è senza dubbio un nostos non privo di perigli e rapimenti. “Odissea” di Stephen Fry non lo troverete nella saggistica, ma nella letteratura per ragazzi. A loro e a chiunque abbia voglia di avvicinarsi, senza sentire il peso generato dal grande classico della letteratura Classica, è dedicato questo libro.

Una narrazione alla portata di tutti, “Odissea” è un dialogo con chiunque voglia leggerne le pagine non la lezione standardizzata da un programma ministeriale. Leggere Fry è una gioia tanto quanto vederlo sugli schermi o in un teatro.

(Consigliato da Altea Gardini)

“L’altra psichiatria” di Massimo Carbone

L’altra psichiatria di Massimo Carbone
L’altra psichiatria di Massimo Carbone

“La vita psichica dell’individuo che pure oggi è sottoposta alla legittima analisi delle neuroscienze, le quali prospettano sempre nuovi scenari di aggiornamento sul sistema morfofunzionale del cervello, sulle sue capacità di percezione complessiva degli stimoli, diventa anche in questo caso oggetto di riduzionismo scientifico: con il rischio che le più avanzate scoperte ed indagini neurologiche abbiano poi la pretesa di stabilire che cosa sia e da cosa derivi l’angoscia, la noia, la tristezza, la felicità, la malinconia. Quasi assumendo il cervello come il generatore della nostra soggettività.”

L’altra psichiatria ‒ Saggio di filosofia ermeneutica e di psichiatria fenomenologica” di Massimo Carbone, edito nell’aprile 2025 nella collana Interventi dalla casa editrice mantovana Negretto Editore, propone al lettore due direzioni di interesse: il tema della sofferenza dell’anima e la condizione di fragilità e di finitezza dell’essere umano.

“L’altra psichiatria” principia con la Prefazione di Luigi Perissinotto (professore ordinario di Filosofia del linguaggio presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia), l’Introduzione dell’autore, nove capitoli (Una Premessa; Corpo, mondo esistenza; Breve excursus storico; Un intermezzo: solitudine, isolamento, paura, angoscia; La destrutturazione dello spazio nella psicosi schizofrenica; La psichiatria fenomenologia in Italia: Eugenio Borgna; Modelli di cura: intersoggettività e farmacoterapia; Un discorso mai concluso; Linguaggio, ascolto, interpretazione) ed in chiusura la ricca e variegata  Bibliografia.

Impreziosito dalla copertina raffigurante un’opera della poetessa Nadia Alberici (Acrilico su collage), il saggio “L’altra psichiatria” è una lettura vivace ed interessante, meno di 100 pagine in cui ci si sofferma spesso a riflettere sulle suggestioni presentate dall’autore.

Massimo Carbone insegna filosofia e scienze umane nei Licei; si è formato con Mario Ruggenini (al quale è dedicato il presente saggio) presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia dove si è laureato. Precedentemente ha pubblicato come curatore insieme a Damiano Cavallin Pensare il presente (Diogene multimedia Bologna, 2017) e Pensare il Covid (Il Poligrafo Padova, 2021).

(Consigliato da Silvano Negretto)

“Diario di una sciamana” di Selene Calloni Williams

Diario di una sciamana di Selene Calloni Williams
Diario di una sciamana di Selene Calloni Williams

Edito nel settembre 2025 dalla casa editrice Piemme, l’autobiografia dell’esperta di sciamanesimo, counselling e psicologia Selene Calloni Williams è divenuto un vero e proprio caso editoriale. Capitoli brevi per un volume di circa 350 pagine che offre ai lettori il racconto mozzafiato della vita avventurosa dell’autrice che da un paese della Brianza, dopo la perdita del padre, giunse in Sri Lanka.

Rivelazioni inaspettate che trasmettono un percorso eccezionale di dolore e rinascita. Ormai bestseller dopo pochi mesi dall’uscita, “Diario di una sciamana” propone, grazie alla lettura delle peripezie vissute da Selene Calloni Williams, una via d’accesso alla cura verso se stessi.

I maestri spirituali dell’autrice (Michael Williams, il Venerabile Gatha Thera e lo psicoanalista americano James Hillman), attraverso i ricordi presentati e con l’immancabile autenticità della penna di Selene che caratterizza ogni suo successo editoriale, riescono ad accompagnare ancora oggi con una grazia impeccabile.

“La figura del monaco era molto rispettata in Sri Lanka. Avvolta nella veste color zafferano scuro fino alla sommità del collo, portavo un cappello dello stesso colore calato fin sulle sopracciglia e mai nessuno in tutto il lungo viaggio ha pensato che potessi essere una donna. Di certo la mia pelle bianca incuriosiva ma, nel mio caso, l’abito ha fatto il monaco. «Penseranno che hai la pelle bianca per via della vitiligine» mi aveva detto Gatha Thera per rassicurarmi. «Le persone non vedono se non ciò che sono preparate a vedere!»”

Nello scorrere delle pagine il lettore potrà accorgersi facilmente degli insegnamenti di svariate dottrine, infatti, non solo ci si potrà confrontare con la psicologia e la mitologia del Mediterraneo ma l’itinerario è immerso nell’estremo Est, dove la natura selvaggia incontra la pratica del buddhismo esemplare.

“Il giorno dopo tutto ricominciava da capo. Alla mattina praticavo yoga e meditavo, ritrovavo il mio corpo sempre più elastico, ma non la mia energia; ero sempre più nel baratro della stanchezza e dello sconforto. Eppure, era come se in quel baratro io stessi bene. Accarezzavo il cuore nero della quercia, vi infilavo una mano, tutto il braccio, nella speranza che qualcosa, all’interno di quel buco scuro, mi mordesse, ma non succedeva mai nulla: l’incavo era silenzioso e inerte. Spesso al mattino avevo la febbre, invece di preoccuparmi mi sentivo avvolta dal mio stesso calore, mi pareva di stare bruciando secoli, millenni di karma. Nel pomeriggio, quando Michael iniziava a guidarmi nel viaggio astrale, i miei organi acquistavano potenza, divenivano animali, aquile, cavalli, anche draghi.”

(Consigliato da Alessia Mocci)

“Il passo della strega” di Fabio Soricone

Il passo della strega di Fabio Soricone
Il passo della strega di Fabio Soricone

Il passo della strega” di Fabio Soricone, edito nel luglio 2025 da Tomarchio Editore è una silloge poetica di rilevazione. Così come leggiamo nella Prefazione di Alessia Mocci: “Inoltrarsi nel totalmente altro ‒ al di fuori dal dominio delle cose abituali e conosciute ‒ è accedere al sacro nella contrapposizione tra fascinans e tremendum, cioè tra ciò che attrae e ciò che incute terrore in una evocazione del mysterium in cui la realtà si scinde e si dipana in vie parallele e distinte nelle quali ogni passo può portare alla catastrofe oppure alla salvezza.

In una giornata autunnale,/ cinerina,/ come le sfumature/ di una vecchia fotografia/ in bianco e nero,/ ho veduto la struggente evanescenza/ del paradiso./ […]

Nella suggestione della visione dell’altro che abita l’oltre, Fabio Soricone, nella presente raccolta “Il passo della strega”, trascrive in versi delle vere e proprie rivelazioni ‒ frammenti ‒ di eventi che si manifestano perpetui di secolo in secolo e di cui il poeta ode il riverbero nel transito dalla dimensione mortale a quella abitata dai daimones.

Fabio Soricone rivela un mondo interiore oscuro abitato dalle lunghe ombre del thauma (greco antico θαῦμα con il significato di “meraviglia”). Una meraviglia profonda che si contrae di fronte alla vastità dell’esistenza, della creazione, una meraviglia che nello stupore include il terrore ‒ l’angoscia che porta l’essere umano ad interrogarsi così come gli antichi solevano dire.

Ed è proprio l’azione del domandare a trasportare il poeta nella visione, sia essa di matrice estatica-mistica così come si è potuto leggere nella precedente silloge di Soricone intitolata “Le vie del vento” (Tomarchio Editore, marzo 2025) sia tendente all’horror ed al misterico così come si potrà leggere in questa raccolta “Il passo della strega”.

“siccome l’ora segreta/ è il suo passo/ somiglia al tempo che s’apre/ il fosso// il Santo s’avvicina/ a colpi di bastone s’appressa/ e se sei giusto temi/ il tristo momento arriva// il Santo s’avvicina/ a colpi di bastone s’appressa/ se stai zitto puoi sentire/ il vento che s’arresta// il Santo s’avvicina/ a colpi di bastone s’appressa/ il melo nella valle/ ha perso le sue foglie// […]” ‒ Poesia “Il santo”

(Consigliato da Rosario Tomarchio)

“Il cielo sopra Gaza non ha colori” di Morena Pedriali Errani

Il cielo sopra Gaza non ha colori di Morena Pedriali Errani
Il cielo sopra Gaza non ha colori di Morena Pedriali Errani

Morena Pedriali Errani, autrice de “Il cielo sopra Gaza non ha colori” (Giulio Perrone, 2025), ha 27 anni ed è nata e cresciuta a Ferrara. È di etnia Sinti e discende da una famiglia di circensi, tradizione, questa, che pure lei coltiva con grande passione insieme alla passione per la scrittura, per il racconto che prende posizione e non fa sconti. Al pubblico è già nota per essere arrivata in semifinale al Premio Campiello Giovani nel 2017 e al Premio Chiara Giovani nel 2018. Nel 2022 ha invece presentato alcuni scritti al Parlamento europeo come attivista dell’associazione Phiren Amenca, di cui fa parte, in sostegno delle minoranze romanì.

Questo romanzo racconta la storia di due gemelle di Gaza, due bambine di cui una nata cieca, due bambine nate in una Terra faticosa che si vedono anche negata l’adolescenza, seppur difficile, a causa del genocidio in atto. La Errani non ha paura a chiamare le cose con il loro nome, come specifica anche nella nota finale che chiude il libro perché questa, dice, non è una guerra, perché una guerra, per quanto possa essere orribile, prevede delle regole, mentre lì, a Gaza non ce ne sono di regole e nessuno è al sicuro in nessun posto.

Fin dalla prima pagina il romanzo ci porta in un mondo che sembra irreale, mentre è una cruda realtà. Nur e Layla dopo il 7 ottobre 2023 fuggono a nord della Striscia, sono già orfane di padre, morto anni prima durante uno degli innumerevoli attacchi israeliani su Gaza, mentre perdono la madre durante le prime offensive dell’IDF. Sono quindi sole ad affrontare questo orrore. Nur è cieca dalla nascita e quindi viene guidata dalla sorella Layla che, per proteggerla, le mente su ciò che sta accadendo raccontandole storie fantasiose ed è così che il suono delle bombe diventa lo scoppio di fuochi d’artificio, le urla dei feriti urla di gente in festa, mentre i lenzuoli bianchi che avvolgono i corpi dei civili sono abiti da sposa.

La storia raccontata è inventata, ma si ispira a molte altre reali, accadute e poi cadute nel vuoto e nell’insopportabile silenzio internazionale. E sono “le dita sparse senza mano…”, “il bambino che scava nella polvere, sposta pietre…” “le mani, le cornee fatte a brandelli nelle fosse comuni” ad aprire il romanzo. Immagini che vogliono ridare umanità ai martiri di Gaza, a tutti quelli che non avranno mai un nome e una tomba su cui piangere.

(Consigliato da Beatrice Benet)

“Cinque più uno” di Giuseppe Benassi

Cinque più uno di Giuseppe Benassi
Cinque più uno di Giuseppe Benassi

Cinque più uno (Transeuropea, 2025) è l’ultimo romanzo di Giuseppe Benassi. Come ogni scrittore che si rispetti, Giuseppe è sempre lo stesso e, insieme, ogni volta diverso da quel che pareva nelle precedenti opere. Qualsiasi accertamento ispettivo svolto nei confronti di un autore è falsificabile, essendo il frutto di una teoria scientifica.

In ogni lettura non manca mai una componente religiosa, né dimostrabile né rinnegabile in modo assoluto: come nella venerazione dei santi. Difficile è capire perché ci si senta più legati a San Francesco d’Assisi o a all’omonimo da Paola. È un fatto casuale, esistenziale, per cui consiglio di porre attenzione prima di far gli auguri a chi si chiama in tal modo.

Che dire dell’avvocato Leopoldo Borrani? Vorrei essere suo amico? Gli affiderei il compito di svelare un mistero che mi tormenta? Avrei fiducia in lui?

Matilde non si è posta, credo (!), la domanda, prima d’urlargli: “Leopoldo mi devi aiutare!” – senza nemmeno la virgola, tanta era l’urgenza. Leopoldo è un uomo dal cuore tenebroso (e buono). Non candido, né innocente, ché talvolta egli è malevolo e simulatore. È un amico, però. Che (quasi) di certo cercherà d’aiutarla.

“Cosimo Erba, un avvocato livornese coetaneo di Borrani…” – marito di Matilde – “… era stato trovato ucciso con un colpo di arma da fuoco alla fine di…” – essendo giunto al culmine del suo percorso esistenziale. Era la sua fatidica ora.

Per comprendere il titolo, occorre specificare che, conversando con la donna, Borrani scopre che i sospetti sono cinque. E poi, d’improvviso, brutto ma schietto, sbotta: “cinque… più uno…” – la sesta è colei che ha richiesto il suo aiuto. E, “in un soffio”, Borrani gliela getta in faccia, ‘sta battuta. Matilde non ringrazia. O non ha colto l’ironia, oppure sta pensando al suo uomo ucciso. Erano davvero una coppia bene assortita: lei: “ancora bella” – lui: “sempre brutto” – insieme, parevano felici.

(Consigliato da Stefano Pioli)

“Aspettando un altro diluvio universale” di Diana Clio Pistilli

Aspettando un altro diluvio universale di Diana Clio Pistilli
Aspettando un altro diluvio universale di Diana Clio Pistilli

Con “Aspettando un altro diluvio universale ‒ Il volo della strega” (HeyBook, 2025) Diana Clio Pistilli consegna ai lettori il terzo capitolo della serie dedicata a Diana, la sua investigatrice amatoriale tanto curiosa quanto testarda, ormai diventata una presenza familiare per chi ha seguito le sue precedenti avventure.

Dopo la calda estate romana del primo volume e la trasferta triestina di Omicidio in trasferta, la protagonista torna nella sua città, ma questa volta si trova coinvolta in un mistero che ha come sfondo una residenza per anziani, un luogo solo in apparenza tranquillo e rassicurante.

Fin dalle prime pagine de “Aspettando un altro diluvio universale ‒ Il volo della strega”, Pistilli riconferma la cifra che rende la sua scrittura riconoscibile: uno stile fluido, ironico e attento al dettaglio della quotidianità. L’autrice riesce a costruire situazioni realistiche e dialoghi autentici, che catturano con naturalezza l’atmosfera dei luoghi e dei personaggi.

Lo si percepisce già nel capitolo d’apertura, ambientato durante un corso di erboristeria, dove Diana e la sua amica Silvana si muovono tra cera d’api, burro di karité e chiacchiere semiserie. Lì la Pistilli dà il meglio del suo umorismo: quello che nasce dall’osservazione della vita comune, dalla complicità femminile e da una lieve vena di ironia sociale. In queste pagine non c’è nulla di artificioso, la comicità scaturisce spontaneamente dalle piccole goffaggini, dai fraintendimenti e dalle voci che si accavallano.

Ma “Il volo della strega” non è soltanto un racconto di costume. L’indagine che Diana si trova ad affrontare si tinge di mistero e malinconia, esplorando temi più profondi come la vecchiaia, la solitudine e la paura dell’oblio. La residenza per anziani diventa un microcosmo, un luogo dove si intrecciano memorie, segreti e piccole ingiustizie, e dove l’investigatrice, spinta come sempre dal suo senso di giustizia e da un’innata curiosità, si addentra fino a rischiare di nuovo troppo. La Pistilli riesce qui a trovare un equilibrio maturo tra il tono leggero e la riflessione, evitando tanto il melodramma quanto la banalità.

La protagonista conserva il suo spirito indomito: è una donna comune, ma con un intuito fuori dal comune. Il suo modo di affrontare i casi, più con l’empatia che con la logica deduttiva, la avvicina alla tradizione delle detective letterarie “non professioniste” come Miss Marple, ma con una personalità tutta italiana, anzi romana.

(Consigliato da Cinzia Milite)

“Il mare infetto” di Kim Bo-Young

Il mare infetto di Kim Bo-Young
Il mare infetto di Kim Bo-Young

Un viaggio, un evento catastrofico e un punto di non ritorno, questo è solo il sipario di apertura di ciò che prospetta “Il mare infetto” di Kim Bo-Young (traduzione dal coreano di Giulia Donati), pubblicato Add Editore nel 2025.

“La sala d’attesa della stazione di Cheongnyangni all’alba non era un luogo per passeggeri; sembrava più un centro d’accoglienza per senzatetto, che se ne stavano tutti rannicchiati sulle sedie, disposte come file di denti di fronte ai tornelli d’accesso.”

Così inizia la descrizione del luogo che precede l’avvio della catastrofe, con una distesa di senzatetto raccolti nella stazione dove inizierà il viaggio del lettore e allo stesso tempo l’autrice Kim Bo-Young prospetta una descrizione di disagio e povertà che si rivela come realtà nascosta solo durante la notte e si dissipa quando riprende il turbinio di vita quotidiana della società operativa. Un treno, una zia e una bambina. Un viaggio che non rappresenta un cambiamento da luogo a luogo, ma un cambiamento che tutto stravolgerà determinato da un terremoto catastrofico.

La narrazione riprende dopo un salto spazio temporale in cui la protagonista si ritrova a combattere con mostri infetti che prima erano persone come tante, con i loro sogni e le loro speranze, mostri caratterizzati da un fetore estremo così come la loro estrema aggressività contro chi non è stato vittima del mutamento. Una sorta di rivendicazione e rabbia nei confronti di chi non ha subito lo stesso orrore.

Il tutto avviene in un piccolo villaggio di pescatori sulla costa sudcoreana, devastato dal terremoto, causa stessa del risveglio di un morbo che trasforma i corpi delle persone.

La protagonista, suo malgrado, vittima della casualità, si ritroverà confinata nel villaggio in quarantena con la sua nipotina, vittima quest’ultima della malattia. La protagonista vestirà i panni di cacciatrice di questi mostri che svincolano dai luoghi di quarantene indifferenti alle norme, per poi ricondurveli; in questo suo peregrinare scoprirà una dimensione ben più terrificante di ciò che è agli occhi di tutti.

(Consigliato da Simona Trunzo)

“L VII Elle Sette” di Maria Teresa Tedde

L VII Elle Sette di Maria Teresa Tedde
L VII Elle Sette di Maria Teresa Tedde

“L VII Elle Sette” libro di Maria Teresa Tedde è stato pubblicato da CTL Livorno nel 2025. Maria Teresa Tedde nel contesto del libro ci ricorda dell’importanza di apprezzare la vita, di come possa essere bella e preziosa nonostante le difficoltà che si presentano.

“L VII Elle Sette” è la prima opera in prosa di Maria Teresa Tedde, libro autobiografico, non è solo un resoconto dell’infanzia ma il viaggio di una bambina segnata dalla perdita improvvisa del padre ferroviere. Narra del viaggio attraverso la vita di una creatura costretta a vivere precocemente tra convitti, regole severe e un mondo non comprensivo e paziente e amorevole con la bimba. La culla del bambino dovrebbe essere la famiglia, ma la sua esperienza personale familiare segnata dal trauma della perdita del padre la porta a vivere la sua vita in collegio perdendo la sua identità.

“L VII Elle Sette” tra rassegnazione, sofferenze e oppressioni, con coraggio e sensibilità l’autrice deve costruirsi da sola e costruirsi la culla con le scelte e le sue forze. La resilienza e la determinazione aiutano la protagonista a superare le esperienze più difficili. Questo aspetto del libro fa riflette sulle complessità delle relazioni familiari, sulla necessità di creare spazi sicuri familiari e accoglienti specialmente per i bambini.

La protagonista di “L VII Elle Sette” è spinta a lottare per le ingiustizie e oppressioni subite da se stessa e in seguito lotta per le altre donne che hanno subito la sua stessa esperienza. “L VII Elle Sette” vede le ingiustizie subite dalle altre come riflesso della sua stessa esperienza. In questo aspetto del libro la scrittrice ci mostra come la solidarietà possa essere strumento di cambiamento e di trasformazione.

Maria Teresa Tedde, docente in pensione, vive a Sassari. Ha scritto diversi libri di poesie e lavori letterario in prosa. I suoi lavori poetici sono stati presentati ai saloni della cultura di Milano, al Salone del libro di Torino, al museo archeologico di Cagliari, alla vetrina mondiale Writers Capital Foundation all’accademia Empedocle di Siracusa. Targa d’onore al premio letterario di Cefalù. Molte sue poesie sono inserite in antologie e viaggia per l’Italia per declamare le sue liriche per una soddisfazione personale. L’arte per lei è un’ancora di salvezza, un porto sicuro dalle tempeste della vita, di cambiamento e di trasformazione.

(Consigliato da Giuseppina Carta)

“Su papéri de s’ammentu (La carta del ricordo)” di Franco Carta

Su papéri de s’ammentu La carta del ricordo di Franco Carta
Su papéri de s’ammentu La carta del ricordo di Franco Carta

Nei primi mesi dell’anno mi è capitato tra le mani Su papéri de s’ammentu (La carta del ricordo, edito NoiQui) di Franco Carta, un libro che mi ha subito conquistato grazie alla copertina dai colori caldi e intensi, realizzata con grande sensibilità da Carla Cordeddu. L’arancione, simbolo di energia, passione e accoglienza, sembra accompagnare il lettore all’interno dei versi del poeta.

Questa silloge esplora temi come memoria, identità culturale, vita quotidiana e riflessione esistenziale, facendo della lingua sarda uno strumento essenziale di conservazione e trasmissione culturale. Ogni poesia appare come una pagina di un diario, ricco di ricordi e osservazioni sul mondo.

La prefazione di Giuseppe Melis colloca l’opera nella tradizione della poesia sarda contemporanea, evidenziando la capacità di Carta di trasformare dettagli quotidiani in esperienze universali.

La scelta del sardo è un atto di fedeltà alle radici: non esclude l’italiano, ma afferma la necessità di preservare un patrimonio linguistico e affettivo. La memoria diventa così un atto creativo, strumento di continuità culturale e resistenza contro l’oblio. Lo si percepisce nei versi che evocano la figura della nonna, i profumi della terra e il tempo che scorre.

“Mannai nos naraiat contos/ istorias e ammentos/ de s’antiga therra sarda/ cando su pane faghiada.” (“Nonna ci raccontava fiabe/ storie e ricordi/ dell’antica terra sarda/ quando preparava il pane.”)

Carta lega spesso la memoria alla vita quotidiana: gesti, oggetti e paesaggi diventano simboli di legami affettivi. Centrale è anche il tema dell’amore, intimo e spirituale, visto come forza che sostiene, unisce e dà significato.

“S’amore est su chi donat sabore a sa frùtta frisca…  est su chi donat arrodiadura a s’attittu de su sinu.” (“L’amore è ciò che dà sapore alla frutta fresca… è ciò che dà contorno ai seni che allattano un neonato.”)

Nella sua poesia la natura è presenza costante e metaforica. Mare, vento, fiori e soprattutto la luna diventano specchi dell’interiorità, simboli di eternità e custodi dei ricordi:

“Lughe de luna juchet/ e in s’iscuru abbarrat… Sos amorados no hant etade.” (“La luce della luna arriva/ e rimane nell’oscurità…Gli amanti non hanno età.”)

(Consigliato da Sabrina Rullo)

“La mercante di via del Brasco” di Rosanna Pontoriero

La mercante di via del Brasco di Rosanna Pontoriero
La mercante di via del Brasco di Rosanna Pontoriero

Sofia Beatrice Carmisani è una donna anziana che racconta la sua biografia. Un percorso lungo, che si intreccia con i cambiamenti della società. Siamo in Italia, ma dal testo non si capisce esattamente dove. Così come sono assenti espliciti i fenomeni sociali dell’epoca, come il femminismo e l’emancipazione di genere: tutto ciò è incarnato da Sofia, che è stata tipografa, mercante, scrittrice, imprenditrice, amica, amante, madre, figlia, nonna. Alcune attività le ha scelte, altre le sono capitate. Alcune si sono intrecciate. Sofia ha deciso giovanissima di non diventare maestra e avvia una serie di contatti utili per iniziare a lavorare in una tipografia. La bravura, la dedizione, la voglia genuina di imparare, la complicità dell’amico Claudio: tutto questo le consente di assumere un ruolo di potere e di autorevolezza all’interno del negozio a cui resterà sempre legata, anche quando deciderà di occuparsi di altro, in via del Brasco. In effetti l’espressione la mercante di via del Brasco è una sineddoche di tutte le attività che lei ha ricoperto nel corso della sua vita e forse nemmeno la più importante: infatti probabilmente è nella scrittura che la protagonista realizza se stessa. Di ciò è prova la conclusione del romanzo “La mercante di via del Brasco” di Rosanna Pontoriero (Edizioni Dialoghi, 2025) in cui la voce narrante afferma di aver scritto un diario e che questo è confluito in un libro, lo stesso che ha tra le mani chi sta ascoltando la sua storia.

Tra le cose che le sono capitate annovero un po’ le sue radici, con due genitori non troppo emotivamente disponibili, che non costituiscono un esempio di stabilità né tra di loro come coppia, né ciascuno dei due con Sofia.

Le cose che sono frutto dell’intreccio tra scelta e caso sono soprattutto le vicende sentimentali e affettive di Sofia: è nel lavoro che incontra Tommaso, il suo primo partner importante ne rimane incinta; è sempre nel lavoro che incontrerà più avanti altri uomini. Il suo essere slegata la porta a sentirsi libera nelle relazioni, aperta a frequentazioni con uomini più giovani.

Questo però non significa che Sofia non abbia mai sofferto per amore: semplicemente ha deciso di non dare tutta se stessa agli uomini, ma di investire nel lavoro. Ciononostante, è sempre con loro che deve fare i conti, compreso con quello che l’ha tradita fin da piccola, il padre.

(Consigliato da Filomena Gagliardi)

***

“Fa una scelta di buoni autori e contentati di essi per nutrirti del loro genio se vuoi ricavarne insegnamenti che ti rimangano. Voler essere dappertutto è come essere in nessun luogo. Non potendo quindi leggere tutti i libri che puoi avere, contentati di avere quelli che puoi leggere.”

Lucio Anneo Seneca  “Lettere morali a Lucilio”

“Datta, dayadhvam, damyata/ Shantih shantih shantih” [Dai, compatisci, domina/ Pace]

Thomas Stearns Eliot The Waste Land

 

Info

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Note

[1] Michael Maier, Atalanta Fugiens, Edizioni Mediterranee, 1984

 

2 pensieri su “Editoria 2025: 21 libri per l’inverno consigliati da Oubliette Magazine

  1. Lorena Silvia Sambruna
    Testa di cactus… sono io!!!
    Family Editore
    Testa di cactus, sono io è un libro dedicato a chi, nonostante le spine della vita, ha imparato a cercare il fiore.
    A chi è stato punto, graffiato, messo alla prova, ma non ha mai smesso di credere che la bellezza esista ancora, magari pronta a sbocciare quando meno te lo aspetti.
    In questo libro ci sono le mie anime:
    l’anima poetica, che osserva, sente e trasforma la vita in versi;
    l’anima riflessiva, che guarda la vita in faccia, la interroga, la smonta e la ricompone;
    l’anima ironica, che arriva puntuale con una battuta, perché a volte l’unico modo per sopravvivere è saper ridere anche delle proprie spine.
    Tra poesie, riflessioni e lampi di ironia, testa di cactus, sono io è per chi fiorisce anche fuori stagione, per chi sa che la fragilità può convivere con la forza e che l’ironia, spesso, è la più elegante forma di resistenza.

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