La Stregoneria attraverso i secoli film di Benjamin Christensen: l’occultismo nel Medioevo
Nei primi anni Settanta il movimento femminista combatte la propria battaglia verso la completa emancipazione al grido di “tremate, tremate, le streghe son tornate”.

In seguito le varie versioni letterarie, teatrali e cinematografiche di “Wicked” saranno altrettante manifestazioni in effigie della ribellione all’oppressione (di Elphaba, a nome di tutte le perfide streghe dell’Ovest), più di un secolo è trascorso da quando un oscuro attore e regista danese, Benjamin Christensen, dirige Häxan (Strega, in lingua svedese) ovvero “La Stregoneria attraverso i secoli”, inconsueto focus storico sull’occultismo medievale in cui alla fiction si alterna l’excursus documentaristico.
Ma se la stregoneria è l’indiscussa protagonista dei sette capitoli nei quali è suddivisa pellicola, c’è un fantasma che aleggia per tutti i 105 minuti della proiezione: costantemente evocata come epitome dell’oppressione, l’Inquisizione abita l’immaginario da Christensen come una presenza malsana, ed è una lente di ingrandimento sulle pieghe di un pensiero dall’amaro sapore di perfidia, quella del regista.
Perché poi, cosa è stata l’Inquisizione se non il più grandioso romanzo dell’orrore che sia mai stato scritto?
Una fantasmagoria a più mani, in cui una fantasia malata ha ispirato le centinaia di zelanti scrittori che, per più di sei secoli (in Spagna fu abolita solo nel 1834), si sono avvicendati alla sua stesura. Dai domenicani ai francescani fino ai gesuiti, una micidiale macchina di repressione ha utilizzato la fede per ottenere potere e accumulare ricchezza.
Christensen non ci risparmia immagini forti: dai sacrifici di neonati agli accoppiamenti fra demoni e satiri, in una iconografia macabra che rimanda a certe tele del Bosch. E poi gli strumenti di tortura. Dall’obbligo di indossare gli abiti da penitente (il tristemente famoso San Benito), alle pubbliche frustate; dalle camere del tormento (il codice dell’Inquisizione prevedeva la presenza, insieme ai torturatori mascherati, di un notaio apostolico e di due inquisitori adibiti a raccogliere le confessioni) al supplizio dell’acqua, fino, in un crescendo di intensità, ai roghi per le colpe più gravi, con la consolazione dello strozzamento preventivo, ma solo in caso di pentimento strappato all’ultimo istante. Altrimenti si arde da vivi.
Luterani e maomettani, ebrei ed eretici di varia natura (dai Donatisti agli Adamiti), bigami e bestemmiatori, fornicatori, ma, più in generale, tutte le persone che possono destare qualche sospetto di empietà, diventano le vittime di un sistema penitenziale edificato sul dolore.
Oltre all’Inquisizione, anzi, necessaria per fomentarla, nella pellicola viene dato ampio risalto al sabba, una fantasia che fa da miccia ideale alle migliaia di roghi di presunte streghe in Spagna, Francia, Paesi Bassi e, soprattutto, Germania (dove un certo giudice Benedetto Carpzov si può vantare di aver partecipato da solo alla condanna di ventimila streghe e stregoni) e Svizzera. Ne seppe qualcosa Johannes Keplero, che nel 1615 si trovò a dover difendere sua madre dall’accusa di stregoneria. Riuscì a salvarla grazie all’appoggio del principe del Wurtemberg, suo protettore.
In Italia meno, anche se non sono mancati alcuni casi eclatanti. Come quello avvenuto in Valtellina nel 1630, quando l’arciprete inquisitore Simone Murchi manda a tortura e poi al rogo trentatré donne, accusate a vario titolo di maleficio e stregoneria. Anticipando un vezzo che sarà in seguito imitato da molti suoi colleghi, in un capitolo del film Christensen si ritaglia un piccolo ma significativo cameo interpretando Satana, il cui richiamo notturno attira una donna che, non opponendo resistenza, gli si concede.
Elevata a eresia e soggetta alle amorevoli cure dell’Inquisizione, a partire dal XIV secolo la stregoneria è considerata opera del Diavolo.
Ai tempi di Plinio il Vecchio sono le striges, donne trasformate in uccelli rapaci; nell’Alto Medioevo assumono fattezze umane diventando lamie, rapitrici di bambini e, come nel dipinto del Draper, raffigurate metà donna e metà animale.
Nel terzo capitolo del film “La Stregoneria attraverso i secoli”, una donna anziana, accusata di stregoneria e sfinita dalle torture, descrive con parole vivide il volo delle streghe verso il sabba. Reso con efficacia dal direttore alla fotografia Johan Ankerstjerne, propugnando l’uguaglianza fra Dio e il Diavolo, con quest’ultimo padrone del mondo terreno, il sabba inizia a figurare nei documenti processuali a partire dal 1420. La superstizione dell’esistenza di una setta di streghe (sorta di piccola società clandestina dedita a pratica abominevoli) che, a intervalli regolari, nelle notti tra il venerdì e il sabato, si raduna per adorare il diavolo in persona, nasce proprio in quell’epoca, dando origine a una persecuzione di massa che, fra il Cinquecento e il Seicento, assume contorni inquietanti.
Non si contano i documenti che attestano processi e torture inflitte da coscienziosi magistrati laici (da Corrado di Marburgo ad Alberto Cattaneo) e da zelanti monaci appartenenti all’Inquisizione che, a partire dal 1493, con l’autorizzazione della Santa Sede, assume la forma di Tribunale permanente.
Ovviamente non mancano dai testi canonici: dal Malleus Maleficarum del 1487, scritto dai frati domenicani Sprenger e Kramer, in seguito grandi inquisitori, al Compendio Maleficarum del carnefice e giudice inquisitore Francesco Maria Guaccio, stampato a Milano nel 1608. Tutti volti a reprimere l’edificio della stregoneria e la sua architrave, il maleficium, ovvero l’intento di provocare la morte, l’infermità oppure l’impotenza del malcapitato, ma anche far scoppiare temporali, distruggere i raccolti, ed è pratica abituale denunciare colui o, molto più spesso colei, che l’avrebbe praticato.
Sì, perché è la donna, spesso nubile o vedova, dedita all’uso della medicina popolare fatta di filtri di erbe, radici e foglie curative, preparatrice di pozioni guaritrici, indovine e maghe, il bersaglio preferito delle maldicenze. Il solo fatto di vivere da sole, senza sposarsi, preferendo la libertà e l’autodeterminazione, viene visto con sospetto se non con astio da una società guidata dal potere maschile della Chiesa.
È quello il momento in cui prende forma l’immaginario iconografico della strega come noi la conosciamo, che accorpa caratteri fisici e narrativi e la raffigura come una donna anziana, coi lunghi capelli bianchi e il naso a uncino, magari pronta a volare al sabba inforcando la scopa. E gli animali che l’accompagnano: gatti, cani, rospi… emissari del demonio tanto quanto lo sono le loro padrone. E con l’anziana donna, anche le eventuali figlie, dato che l’attitudine al maleficium si trasmette per via ereditaria. Arrivati a quel punto, in mancanza di una confessione spontanea e dopo apposita ordalia (istituto dell’antico diritto germanico che prevede una sorta di responso divinatorio di purezza che equivale a innocenza), la donna-strega può essere considerata personificazione del male e dell’apostasia.
Seguono processi farsa, dietro i quali spesso si nasconde un mero fine economico, perché alla condanna delle presunte streghe segue il sequestro dei beni a beneficio del fisco e del Sant’Uffizio. Insomma, una caccia alle streghe tutt’altro che metaforica, che ha il suo culmine nel XVI secolo e la conclusione verso la metà del secolo successivo, con il processo di Salem del 1692 a fare da data simbolica, per mettere fine a quella che deve essere considerata niente di meno che una massiccia eliminazione di migliaia di innocenti, vittime di una delirante fantasia di persecuzione infiltratasi fra le pieghe della normalità istituzionale.
Ma torniamo al nostro film “La Stregoneria attraverso i secoli”. Il finale prospetta un ardito quanto discutibile parallelismo fra stregoneria e patologia mentale. Probabilmente Christensen è influenzato dagli studi che Sigmund Freud sta conducendo in quel periodo sull’isteria, ma quando nell’ultima sequenza il regista mostra una cleptomane dallo sguardo disturbato che ruba un anello in una gioielleria, magari volendo alludere a qualcosa che è già ma non ancora, il suo sguardo sembra muoversi un gradino sotto la fantasia e un gradino sopra la realtà.
Written by Maurizio Fierro

