“Odissea sul Rio delle Amazzoni” di Franco Carta: la Prefazione di un racconto per velisti
“Ero a casa di Umberto. Davanti a una pizza, mi mostrò le diapositive del suo viaggio: immagini sbiadite dal tempo, ma ancora capaci di raccontare il mare, le isole, gli amici e gli orizzonti attraversati a bordo della sua Odissea.” ‒ dall’Introduzione di Franco Carta

Pubblicato a settembre 2026 da Tomarchio Editore, “Odissea sul Rio delle Amazzoni” del poeta e scrittore sardo Franco Carta è un diario di viaggio romanzato che porta alla luce le incredibili avventure realmente vissute da suo cugino, Umberto Petrini, insieme ad un gruppo di amici.
Suddiviso in 28 brevi capitoli, principia con l’Introduzione curata dallo stesso autore, seguita dalla Prefazione curata da Alessia Mocci e chiude con la Postfazione curata da Umberto Petrini. Il volume è corredato di foto scattate durante il viaggio durato due anni.
Dalla costa cagliaritana, passando per Ténès, Casablanca, le Canarie, l’Oceano, Capo Verde, il Brasile, il Rio delle Amazzoni, Salinópolis, Belém, Paragominas, la Guyana Francese, Trinidad, le Barbados, Martinica, Guadalupa, Portorico, Santo Domingo, le Bahamas, Fort Lauderdale e Miami si potrà esplorare la navigazione a vela tipica degli anni ’80 quando l’avventura per mare si presentava come una ricerca interiore in un continuo mettersi alla prova tra difficoltà e bellezza.
“In Guyana Francese, tra noi velisti, si creò una comunità, ci scambiavamo favori e ci aiutavamo a vicenda; io con la mia attrezzatura aggiustavo protesi dentali in cambio della manutenzione dell’Odissea. Facemmo anche una colletta per aiutare una coppia olandese che aveva avuto un bimbo, gli acquistammo pannolini, una culla e altre attrezzature necessarie per un neonato.”[1]
Franco Carta, autore di decine di libri, si cimenta questa volta nella trasposizione letteraria ‒ e dunque con qualche tocco di fantasia ‒ di una storia vera rendendo così immortale la memoria del viaggio.
Per gentile concessione della casa editrice Tomarchio Editore pubblichiamo in anteprima la Prefazione e l’Introduzione de “Odissea sul Rio delle Amazzoni”.
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Prefazione de “Odissea sul Rio delle Amazzoni”
È la storia di Umberto, Andrea, Alessandro e Roberto quella che si andrà a leggere, narrata dall’abile penna di Franco Carta frutto dell’instancabile creatività poetica che lo contraddistingue.
È la storia di una scintilla, di un pomeriggio qualunque nel quale un uomo sente un brivido guardando una rivista, è lì per destino ma ancora non ne è cosciente. Sente dentro un’emozione a cui segue una volontà ‒ o forse un ricordo! ‒ e successivamente un pensiero nella mente prende forma di parole per riuscire a spiegare quell’improvvisa trepidazione: “Voglio partire”.
Nasce così l’immagine dell’andare via, anche se non si sa dove, come e quando; nasce un colore che si frammenta, la visione non è nitida, a tratti il colore è azzurro, blu, celeste, verde, nero, limpido, torbido. E poi ecco che si palesa: è il richiamo del mare, lo stesso richiamo che l’essere umano celebra da millenni attraverso i canti, attraverso i racconti, attraverso le scoperte ed i naufragi. E quel brivido che, fatalmente si è presentato, diviene un progetto che si concretizza dopo che diverse lune ebbero compiuto il loro ciclo; non dunque una fuga verso l’ignoto ma una pesata riflessione sul senso dell’esistenza, sul come sentirsi vivi.
Ogni tassello è al suo posto: l’uomo trova la barca ed anche se non è oceanica, la prende ugualmente, è proprio ciò che cercava. Ed un solo nome si mostra, l’unico adatto alla sua psiche, un nome che conosce fin da quando era piccolo, intriso di fascino e di terrore, un nome che descrive esattamente la sua tensione: un eccitamento verso ciò che sta per intraprendere in equilibrio con il panico di non essere adatto o forse non ancora pronto.
“Restava solo una cosa da fare: darle un nome. Passammo serate intere a discuterne. Volevamo qualcosa che non fosse solo bello, ma giusto. Un nome che contenesse il viaggio, il sogno, la fatica, il desiderio. Un nome con il sapore dell’antico e l’eco dell’infinito. Lo dicemmo insieme, quasi senza pensarci: «Odissea».”[2]
La barca ‒ l’Odissea ‒ diviene casa galleggiante per un anno, “bianca, slanciata, con le vele ancora ammainate, sembrava una creatura marina pronta a spiccare il volo”[3], un volo programmato al di là delle Colonne d’Ercole verso il grande Blu, verso le Americhe, verso il Rio delle Amazzoni, verso quei profumi esotici di cui si è scritto in centinaia di libri: le isole, i porti, le onde oceaniche, le maree, i tramonti e le albe, il manto stellato e gli spaghetti alla carbonara. Tutte le impressioni degli altri navigatori che il “bambino” ha letto e sognato con tale intensità, in età adulta, hanno riprogrammato l’esistenza di una vita ormai schiava di monotonia quotidiana.
Sono gli anni ’80: l’arte della navigazione guarda ancora all’antico, lontana dalla tecnologia di oggi, ma i rischi del mare sono sempre gli stessi.
“Eravamo in due al timone, io e Andrea, tesi come corde di violino. Bastava un attimo di disattenzione per metterci di traverso rispetto alle onde, il rischio più grande in quelle condizioni, perché poteva significare capovolgersi. La fatica era enorme. Ci alternavamo con turni massacranti, sotto la pioggia, tra spruzzi salati e raffiche di vento.”[4]
Capire il destino significa scrutare indietro alla ricerca di piccoli dettagli, di piccole porzioni di autentica felicità. E non si può parlare di “probabilità” se, dopo quarant’anni, Franco Carta, in una serata qualunque a casa del cugino ‒ così come tante volte è accaduto ‒, vedendo le vecchie diapositive della straordinaria avventura abbia tramutato in narrazione letteraria ciò che ciclicamente si ripete: il viaggio interiore.
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Introduzione de “Odissea sul Rio delle Amazzoni”
Questo libro nasce da una serata qualunque.
Ero a casa di Umberto. Davanti a una pizza, mi mostrò le diapositive del suo viaggio: immagini sbiadite dal tempo, ma ancora capaci di raccontare il mare, le isole, gli amici e gli orizzonti attraversati a bordo della sua Odissea.
Per ore ascoltai i suoi ricordi. Ogni diapositiva apriva una storia, ogni storia ne richiamava un’altra. Tempeste, incontri inattesi, amori, paure, sorrisi e imprese che sembravano appartenere a un romanzo d’avventura, ma che erano parte della sua vita.
Da quei racconti è nato questo libro.
Il mio compito non è stato quello di scrivere una cronaca o un diario di bordo, ma di dare una forma narrativa ai suoi ricordi. Per questo mi sono concesso qualche licenza letteraria: alcuni personaggi portano il loro vero nome, altri ne hanno uno di fantasia; alcuni dialoghi sono stati ricostruiti, altri immaginati per rendere più viva la narrazione.

Anche diversi episodi sono stati adattati al linguaggio del romanzo. Quanto accaduto a Grenada durante l’Operazione Urgent Fury, gli avvenimenti della Guyana Francese, l’incidente di Miami e molti altri episodi raccontati in queste pagine traggono origine da fatti realmente vissuti da Umberto, pur con gli inevitabili adattamenti narrativi.
Altri eventi e alcuni personaggi sono invece frutto dell’invenzione letteraria.
Ma poco importa distinguere, pagina dopo pagina, dove finisca il ricordo e dove inizi il racconto.
Perché ciò che è autentico, e che nessuna invenzione potrebbe creare, è l’eredità che quel viaggio ha lasciato in Umberto: il coraggio di inseguire un sogno, la forza di affrontare l’imprevisto, il valore dell’amicizia, l’amore nato dall’altra parte dell’oceano e la consapevolezza che i viaggi più importanti non finiscono quando si rientra in porto.
Continuano a vivere dentro di noi.
“Dove affondano le bussole”
Sono nato dove il mare
dimentica i nomi.
Non cerco rive:
indosso il vento
e seguo la corrente.
Quando il mare pronuncia il mio nome,
lascio la terra
e discendo nel fiume,
dove anche l’acqua
sogna il mare.
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Written by Alessia Mocci
Info
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Pubblica con Tomarchio Editore
È possibile partecipare ai progetti antologici e/o presentare il proprio manoscritto scrivendo a: tomarchioeditore@gmail.com
Note
[1] Franco Carta, Odissea sul Rio delle Amazzoni, Tomarchio Editore, 2026, p. 80
[2] Ibidem, p. 19
[3] Ibidem, p. 26
[4] Ibidem, p. 33

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