Editoria 2021: i libri per l’estate consigliati da Oubliette Magazine

La Natura ti sia guida, seguila lieto ad arte:/ Fallirai se non ti sarà compagna di strada;/ La ragione ti sia bastone, fortifichi l’esperienza/ Gli occhi tuoi, che possa tu vedere in lontananza./ La lettura sia una chiara lampa nelle tenebre,/ Perché ti guardi dagli ammassi di parole e cose.– Epigramma del quarantaduesimo Emblema dell’“Atalanta fugiens” di Michael Maier

Editoria 2021 - 21 libri per l'estate
Editoria 2021 – 21 libri per l’estate

L’alchimista, medico e musicista tedesco Michael Maier (1568, Rendsburg – 1622, Magdeburgo) nel suo celebre “Atalanta fugiens” sprona nel prendere come guida la Natura, come bastone la ragione e la lettura come lampada che possa rischiarare nelle tenebre della vita.

Certi libri costituiscono un tesoro, un fondamento; letti una volta, vi serviranno per il resto della vita.Ezra Pound

Per celebrare il solstizio d’estate vi presentiamo una selezione di 21 libri, editi nel 2021, consigliati dalla redazione e da alcuni stimati lettori di Oubliette Magazine.

Se avete il piacere di unirvi a noi per raccomandare un libro che ritenete valido, potete inserire il vostro consiglio a fine articolo nella sezione Commenti indicando il titolo, l’autore, la casa editrice e qualche riga di esplicazione.

La lettura sia una chiara lampa nelle tenebre,/ Perché ti guardi dagli ammassi di parole e cose.”

 

I libri del 2021 consigliati da Oubliette Magazine

“Bianco è il colore del danno” di Francesca Mannocchi

Bianco è il colore del danno di Francesca Mannocchi
Bianco è il colore del danno di Francesca Mannocchi

Giornalista impegnata anche su fronti di guerra, Francesca Mannocchi è l’autrice di Bianco è il colore del danno. Pubblicato nel 2021 da Einaudi editore, per la collana Stile libero Big, lo si può etichettare come testo autobiografico.

Ma anzitutto è libro intenso per il tema affrontato dall’autrice che non esita a mettersi a nudo raccontando della propria malattia, che arrivata d’improvviso, è pronta a mettere in discussione ogni sua certezza, come i suoi affetti e la sua professione.

Trovando in sé un’enorme forza interiore, la Mannocchi ha affidato alle parole la sua dolorosa esperienza, descrivendone con minuzia l’aspetto privato, che diventa pubblico nel momento in cui partecipa gli altri al proprio dramma. Realizzato con un inedito realismo, il saggio è anche un viaggio attraverso la Sanità pubblica, bene prezioso che dovrebbe tutelare ogni cittadino e supportarlo in caso di bisogno.

Ed è testimonianza vivida della condizione di una donna di fronte a una malattia come la sclerosi multipla. Malattia che diventa spartiacque fra il prima e il dopo. Durante la quale la memoria è mezzo per dare nuovo ordine alla vita, al fine di ritrovare parte di quell’identità perduta a causa di una patologia invalidante.

Reminiscenze che, insieme alla scrittura, sono un rimedio terapeutico per accettare ed elaborare la sofferenza fisica. Quello che si evince dal saggio della Mannocchi è un messaggio importante; ovvero, accendere i riflettori sulla fragilità umana e sui sentimenti del malato, che possono trasformarsi e assumere sfumature diverse per giustificare qualcosa che altrimenti giustificare non si potrebbe.

(Consigliato da Carolina Colombi)

 

“Sei tu la mia ossessione” di Ninni Schulman

Sei tu la mia ossessione di Ninni Schulman
Sei tu la mia ossessione di Ninni Schulman

Sei tu la mia ossessione” (edito da Marsilio Editori, 2021) è un thriller psicologico ambientato in Svezia, dove vive la scrittrice, Ninni Schulman.

Un libro che ho letto tutto d’un fiato, perché cattura e t’incuriosisce. Perché niente è quello che sembra e, leggendo, il lettore immancabilmente si fa delle idee, ma viene anche sorpreso da dubbi che, nelle pagine precedenti, non aveva.

A chi è riferita la frase che troviamo sulla copertina? “Pensava fosse una grande storia d’amore. Ma nessuno può vivere con una persona di cui ha paura”.

Forse si riferisce a Pål, che scrive in prima persona questo libro, dal suo letto d’ospedale dove è ricoverato in seguito all’amputazione della gamba?

O si riferisce a Iris? Reduce da una storia d’amore andata male, con le sue amiche che la rimproverano di buttarsi sempre a capofitto, dando troppo ascolto alle sue emozioni?

La Schulman ha un modo di scrivere metodico, procede passo dopo passo, senza sovrapporre, senza confondere. Si nota che ha un piano ben preciso e che lo sta seguendo punto per punto. Eppure tutto questo non rende affatto noioso il romanzo, anzi! È scritto in modo che sia una vera e propria istigazione a continuare a leggere!

Ecco perché ve lo consiglio vivamente!

(Consigliato da Miriam Ballerini)

 

“Viola e il Blu” di Matteo Bussola

Viola e il Blu di Matteo Bussola
Viola e il Blu di Matteo Bussola

“Viola e il Blu” è un libro di Matteo Bussola, edito nel 2021 da Salani Editore. È una storia pensata per i bambini ma anche per gli adulti, tratta un tema attuale e profondo: gli stereotipi. È un dialogo tra un padre che di professione fa il pittore e una figlia che esterna al padre le sue perplessità. È facile essere bambini, difficile è essere bambini quando non si rispetta la loro unicità.

“Viola e il Blu ” è la storia di una bambina considerata difficile, che preferisce arrampicarsi sugli alberi, sfrecciare in monopattino, giocare a calcio piuttosto che giocare a fare la principessa. Ama vestirsi di blu anche se le dicono che a lei dovrebbe piacere il rosa.  Derisa da tutti, non capisce perché esistano cose da femmine e cose da maschi. È maggio, un venerdì pomeriggio, e il papà è in giardino che cura le genziane. Le genziane hanno un nome femminile e i fiori blu e nessuno dice niente. Un fiore va bene a tutti così com’è. Viola cerca risposte e pone tante domande, il padre con parole poetiche, delicate, chiare e coraggiose, spiega alla bambina il rispetto per gli altri e per se stessa, la incita ad essere se stessa senza etichette di genere, ad essere orgogliosa della sua unicità perché le passioni, i desideri, i gusti, i colori, non hanno sesso.  Il libro è arricchito con le bellissime illustrazioni dello stesso Bussola, monocromatiche con sfumature del blu e del viola.

La politica, la religione, il marketing, la società stessa, crea degli stereotipi di genere ed anche in generale che sono un limite e sono limitanti da etichette preconfezionate. Un racconto per tutti, divertente, ben strutturato, affascina il messaggio celato all’interno del racconto: l’importanza di crescere nella bellezza e nel rispetto delle sfaccettature che la vita ci propone, con la libertà di essere del colore che più ci piace, riconoscere l’altro come uguale a noi con gli stessi diritti. Un libro simpaticamente istruttivo da leggere tutto d’un fiato.

(Consigliato da Giuseppina Carta)

 

“Crepa Poeta” di Stefano Raspini

Crepa poeta di Stefano Raspini
Crepa poeta di Stefano Raspini

Cito l’illuminante postfazione di Rosaria Lo Russo: “È il Poeta Naïf in versione Bambino Incazzato…” – non discuto sul Bambino, né sull’Incazzato, ma sul Naïf. Tu, Stefano Raspini con “Crepa Poeta” (Edizioni Argolibri), lo sei, Ingenuo, come tutti noi, a volte di più, a volte di meno. Ma sei anche uomo infarcito di letture, anche tu Bestia Letteraria. Fra gli autori che sento che hai fatto propri, azzardo solo un nome: Gregory Corso. Mi sembri sempre conscio di quel che sta facendo, anche quando pari esistere Fuori di Sé. Oppure è semplicemente fuoriuscito il tuo Sé, col tuo Io che lo osserva avidamente.

Ora siamo internati in una pandemia: abbassiamo le maiuscole, dove si può. Il sé, come l’acqua, ha sempre ragione e sa dove scorrere. La tua non è una ragione fondata sulla Ragione, perché quest’ultima è soltanto una delle tante Illusioni: e la Ragione la si dà a Coglioni. Ma sul tuo proprio liquido che una volta sparso bisogna attendere che s’asciughi.

Non fa paura la rabbia di Stefano sul palco, è catartica” – la tragedia si crea prima, e dopo, non durante, intuisco, l’esibizione, che è puro dramma. Carmelo definiva i suoi testi teatrici come scrittura scenica, non opera letteraria. La sua esibizione era l’unico e assoluto atto che serviva a far ardere quelle scarne ed eccessive parole. Lo stesso, immagino, capita durante i tuoi happening.

Se la tragedia non ci fosse, tu la inventeresti. Ma c’è e viene utilizzata come combustibile che brucia e riscalda l’uditorio. Diverso è il discorso da farsi a proposito di un testo libresco. Sei l’anarchico che disconosce l’altezza di chicchessia, anche la propria. Dal terriccio si genera la tua poesia, che è intrisa di fango, d’insetti dal volto cadaverico e di radici strappate al terreno.

Ci sono tre varianti del vir-virus Raspini: a) quello che allucca nelle pubbliche letture; b) quello che posteggia su FB; c) quello che emerge in questo libro. Trino, ma sempre incredibilmente Uno.

Eppure si tratta di tre persone distinte, che:

a) spero di conoscere presto; b) a volte schifo perché la parola dev’essere pulita quando appare a noi schizzinosi; c) quello che ho iniziato ad amare, grazie anche all’orgoglioso lavoro di Rosaria.

Pur non avendo mai vissuto il tuo canto in presenza, anch’io in te “vedo affiorare tracce e a volte lasse di una poesia inaudita.” A udirle, pur così sfuggenti, non saranno più inaudite e si perderanno nell’abissale caos: odioso pleonasmo. Serve leggerle su quell’eburnea cellulosa per capirne e carpirne la violenza, l’assordante virilità, il suo verde fluorescente, la sua vis, la forza energetica che non ti aspetti da un silente libro, ma che solo in quel luogo può, per l’eternità, essere. Dal vivo tu conflagri, e l’effetto d’un tratto si placa, e col tempo svanisce. Dallo stato di zombie feisbucchiano, tu esplodi e all’istante ti dilegui. Su carta, di continuo tu ondeggi per l’eternità a ogni verso e vocabolo. Nella scrittura pubblicata si perde quell’anonimia di cui dice Rosaria, che contraddistingue la poesia dalle altre umane attività. Mi correggo: è arsa in buona parte, ma continua a covare sotto le ceneri.

Entrando nelle viscere di quell’animaletto gonfio di pagine, il seme della poesia non può che nascere, battezzarsi e infine morire. Mi dispiace Raspini: ora ti hanno finalmente catturato, incatenato e ucciso. Crepa poeta, ma tranquillo, avrai il tuo loculo personalizzato e col tuo ormai mitico nominativo inciso nel marmo (o su Wikipedia, se ti va da dio). Marmoria è l’antico vocabolo arşân per Memoria. Si è liberato Prometeo e quel Tale figlio di quel Tal Altro, e anche tu potrai farlo. Risorgerai allorché quel peloso quadrupede scivolerà nella mano di un primate qualsiasi, che lo ingurgiterà con tutto il muso e la coda, come si fa con una nutria spolpata e appesa a un filo.

Il lettore è un medium che farà ogni volta riviverne lo spettro, trapassato o vivente che sia. Ogni volta che accade quel catartico evento, si crea la necessaria consustanziazione (non la transustanziazione, per la mà!): io e te saremo per sempre ignobilmente correlati.

(Consigliato da Stefano Pioli)

 

“Splendor Solis” di Salomon Trismosin

Splendor Solis di Salomon Trismosin
Splendor Solis di Salomon Trismosin

L’autobiografia di Trismosin inizia con la rivelazione che il suo interesse per l’alchimia era stato suscitato durante un incontro con un minatore di nome Flocker, che era una specie di alchimista. Il minatore usava un processo che richiedeva l’impiego di piombo, zolfo e argento, dai quali riusciva a estrarre una significativa quantità di oro. Flocker morì in un incidente all’interno di una miniera, portando con sé le sue conoscenze segrete. Nel 1473, Trismosin decise di mettersi in viaggio alla ricerca di un altro alchimista da cui poter apprendere l’arte. Per un anno e mezzo spese parecchi soldi per imparare le operazioni alchemiche di base. Alla fine giunse in Italia, dove divenne apprendista di un alchimista ebreo che sosteneva di saper estrarre l’argento dallo stagno.” – Georgiana Hedesan

È del 2021 una pubblicazione rinnovata ed impreziosita dalle illustrazioni direttamente tratte dall’esemplare più bello: il manoscritto Harley 3469 conservato nella British Library. La casa editrice Edizioni Mediterranee, con il valente traduttore Alessio Rosoldi, ha puntato su un testo critico curato da Stephen Skinner, Rafał T. Prinke, Georgiana Hedesan e Joscelyn Godwin.

Suddiviso in sei capitoli con, a concludere, l’indice dei nomi e delle opere citate, il saggio si presenta come uno studio a più voci nel quale ogni studioso ha portato avanti la sua tesi sullo straordinario “Splendor Solis”. Dall’introduzione si passa alla storia e paternità letteraria, all’invenzione dell’adepto dell’alchimia, alla vera e propria traduzione del manoscritto ed al glossario dei filosofi e delle opere alchemiche menzionate.

L’accurato studio che propone sulla paternità dello “Splendor Solis” e sulla figura di Salomon Trismosin (il leggendario maestro di Paracelso) è anticipato da una considerazione di distanza netta tra i primi testi alchemici che contenevano disamine razionali sull’idea di trasmutazione metallica ed i successivi cercatori della Pietra Filosofale che si suddividevano fondamentalmente in due tipi: alchimisti mistici ed alchimisti con scopi letterari ed artistici. Ovviamente anche nelle opere di carattere mistico l’elevazione artistica era notevole ma non era il fine dei creatori.

Le ventidue illustrazioni (formato 22×28,5) impreziosiscono il volume e pongono il lettore in duplice dubbio riguardo a ciò che i quattro curatori attenzionano. Ogni illustrazione presenta ciò che c’è, si sconsiglia, dunque, di cercare ciò che non è stato rappresentato.

I corvi che rappresentano la nigredo volano via. Metà di loro sono diventati bianchi, rivelando la fase successiva. I due uomini indossano delle vesti con i colori delle due fasi successive della trasmutazione, il bianco e il rosso. Le due inservienti indossano una veste rossa e una citrina. Il colore citrino simboleggia una breve fase chiamata citrinitas che, nella sequenza alchemica, ha luogo tra la fase bianca, albedo, e quella rossa, rubedo. Il ramo d’oro perette alla materia di passare indenne attraverso il fuoco, proprio come permette a Enea di attraversare l’inferno senza bruciare.”

(Consigliato da Alessia Mocci)

 

“Io sono Medea” di Claudia Mazzilli

Io sono Medea di Claudia Mazzilli
Io sono Medea di Claudia Mazzilli

Il romanzo “Io sono Medea” di Claudia Mazzilli (Nulla Die edizioni, 2021, pp. 151, euro 14) assorbe in sé, con originale permeabilità, fatti di cronaca a cui rischiamo di abituarci, scivolando in un assopimento indifferente: la morte dei migranti nel Mediterraneo.

Trasfigurato nella forma mitologica, cioè nei miti del Mare Nostrum solcato dagli Argonauti, da Odisseo, da Enea, questo racconto ci scuote dal dormiveglia per il solo fatto di parlare un altro linguaggio.

Ed è la sperimentazione sulla lingua (che prima è pacatamente espositiva, con sporadici picchi lirici, e poi deraglia nell’espressionismo cupo e visionario) a farci gradualmente comprendere che non esiste una forma più totale di sconfitta per l’umanità che la perdita anonima di tante vite: la cancellazione del nome degli uomini, sepolti dalle acque come da un coperchio tombale, costituisce una cancellazione di storie e di identità culturali e corrisponde alla rimozione di un problema.

Questa nuova Medea è una donna socialmente impegnata nel volontariato come ne incontriamo tante nella nostra quotidianità, ma è anche una maga, come tutte le Medee di autori antichi e moderni e, nel finale dell’opera, restituisce la vita con un semplice gesto vocativo: chiama il nome di chi è morto in mare.

Medea è, ancora una volta, la moglie di Giasone: ma non ha commesso nessun infanticidio, né nei confronti del fratello Absirto né nei confronti dei figli avuti da Giasone. È arrivata a Iolco con l’Argonauta, si è poi trasferita ad Atene e poi a Corinto, ma quando Giasone con il suo millenario opportunismo ha colto l’occasione di contrarre nuove nozze con la figlia di Creonte (non re, ma imprenditore nel settore alberghiero), il rapporto tra Giasone e Medea è già naufragato a causa della misteriosa sterilità di Medea, o forse del suo eccesso di precauzioni al fine di non concepire un figlio da Giasone.

È ancora il tema dei figli contesi tra il sistema di valori materno e quello paterno, come per tutti gli autori e le autrici che hanno voluto raccontare Medea. Ma qui Medea sembra arrendevole, si mette da parte e acconsente subito alle nuove nozze di Giasone e Glauce.

Nei vent’anni successivi assiste ai fasti familiari e imprenditoriali di Giasone, che mette al mondo due figli e diventa un agente del commercio del cobalto su scala internazionale.

(Consigliato da Luigia Clemente)

 

“Il matrimonio di Mara” di Salvatore Turiano

Il matrimonio di Mara
Il matrimonio di Mara

Il romanzo “Il matrimonio di Mara” è stato pubblicato nel settembre 2020 dalla casa editrice Tomarchio Editore con seconda edizione nel maggio 2021 (con l’aggiunta di qualche inserto).

Il titolo evidenzia perfettamente l’argomento del libro basandosi su una pietra angolare su cui si costruisce la famiglia. Infatti, il nodo fondamentale su cui gira il testo sapientemente impostato e descritto è il matrimonio di Mara; gli eventi girano attorno all’importanza del matrimonio e della famiglia, da sempre motore della società.

“Mara e la ‘gna Iana, la madre, presero allora a recarsi al vallone Parafolio con ceste colme di biancheria. Le altre lavandaie presenti capirono che Mara sciacquava nelle acque del torrente il suo corredo da sposa.”

Il professore Salvatore Turiano, con il suo romanzo, riporta abilmente alla luce anche episodi di storia legati che si tendono a dimenticare legati al nascente paese che storicamente risale alla seconda metà del ‘600 del territorio siciliano come, ad esempio, l’omicidio Giummanello assassinato dai sicari della famiglia Gravina nell’ottobre del 1651.

Il romanzo è anche un’ottima occasione per citare il momento di non pace che viveva l’isola con la guerra mamertina tra Francia e Spagna che coinvolse da vicino i feudi della famiglia Gravina.

“Le parole del vecchietto erano sicuramente riferite ai contrasti della casa baronale con i terrazzani, che furono, in determinati momenti, esasperati e violenti. Il vecchietto ricordava bene quei momenti difficili del feudo e non poté che liberarsi, in quella occasione, di quel che sentiva dentro, e si rivolse al principe Gravina, con quelle parole, volendo sgravare dal suo cuore ogni amarezza che era stata in quegli anni repressa dentro di sé.”

Il romanzo “Il matrimonio di Mara” si basa come accennato sull’importanza della famiglia ma anche sulla volontà dell’autore di ricostruire o meglio ancora come afferma lui stesso, di raccogliere i cocci dispersi di una realtà che ebbe effettiva presenza nel corso degli avvenimenti.

(Consigliato da Rosario Tomarchio)

 

“Come dura pietra” di Eva Negri

Come dura pietra di Eva Negri
Come dura pietra di Eva Negri

Dopo l’ennesimo incontro-scontro con il fatale Ivan, Eleonora (nome caro a E. A. Poe), protagonista e Io-narrante del romanzo “Come dura pietra” di Eva Negri (edito da Bookabook), si rifugia nel laboratorio di scultura, fa scorrere le dita su un marmo dov’è abbozzata la figura di una donna dormiente, sulla cui superficie “le martellate avevano lasciato segni profondi”.

Ma “quelle scalfitture in realtà non l’avevano neanche lontanamente sfiorata. Lei non provava dolore o sentimenti, non provava niente. Era così che avrei voluto sentirmi: come dura pietra, candida e insensibile”.

Veramente, all’inizio della storia, Eleonora sembra un po’ così: candida, se non illibata, si dichiara insensibile all’amore, sebbene non sia né inetta, né algida. Ha un doppio lavoro (apprendista scultrice e cameriera in un rinomato locale notturno), se la cava economicamente stando lontano dalla famiglia troppo altolocata e invadente, ha rapporti di complicità, sincera confidenza e cameratesco confronto con colleghe e colleghi, amiche e amici, e soprattutto con le due ragazze con cui divide l’appartamento.

Però… però già la pagina inziale presenta il primo di alcuni lampi di orrore, reportage di un autore onnisciente “dal mondo dei mostri”; poi, nel procedere del racconto di esistenze come tante, sempre più s’inseriscono e s’intensificano accenni agli omicidi di un killer seriale, e poi ancora tante altre brutte cose che chi leggerà vedrà.

Davvero notevole “l’atmosfera” che Eva Negri sa costruire intorno agli eventi narrati. Il contorno, lo sfondo, il contesto spazio-temporale e antropico della storia risultano decisamente funzionale all’immersione del lettore in un verosimigliante continuum narrativo.

L’autrice sa evitare le trappole del patetico e del pruriginoso; talvolta, tutta compresa dal tema Eleonora e la sua creatrice troppo insistono nelle analisi di situazioni e stati d’animo, troppo si soffermano nel confronto tra diversi modi di concepire l’amore, la vita, la moralità. Momenti in cui anche il linguaggio dei dialoghi rischia di perdere quella secchezza hemingwayana a cui l’autrice aspira, e si stempera in un registro da monolinguismo saggistico, in cui finiscono per esprimersi personaggi molto diversi, dalla colta Eleonora, a Ivan alla sua amica brasiliana Isabel, a Ivan guardaspalle croato di un mafioso russo.

(Consigliato da Vincenzo Moretti)

 

“Later” di Stephen King

Later di Stephen King
Later di Stephen King

Perché proporre un libro come “Later”? Perché amo molto Stephen King, mai banale, se lo leggi con attenzione impari anche molto sulla scrittura, su come rendere i dialoghi vivaci, su come descrivere gli ambienti e anche gli umori dei personaggi senza diventare noioso.

Questa continua lotta tra il bene e il male, le tenebre e la luce, la malvagità e la purezza la trovo sempre affascinante perché, alla fine, fa parte della vita, delle relazioni che uniscono o dividono le persone.

In questo libro, edito da Sperling & Kupfer, il protagonista ancora una volta è un bambino con un dono, un dono che a volte diventa pesante come un macigno perché gli fa vedere le persone morte prima che inizino il loro ultimo viaggio e gli permette di comunicare con loro che sono obbligati a rispondere ad ogni domanda dicendo sempre la verità. La storia la racconta il protagonista stesso, ormai diventato un giovane adulto, che ricorda come, tante volte, non avrebbe voluto avere questa capacità di comunicare con i defunti soprattutto quando si trova costretto a farlo per amore, per proteggere sua madre. È il momento in cui si rende conto di quanto possa essere difficile rimanere puro se a venire in tuo aiuto è qualcosa di profondamente malvagio che ti chiederà conto del suo intervento. E allora come potrai salvarti e nello stesso tempo salvare la persona che più ami? C’è un unico modo ed è scegliendo la verità e con essa la salvezza.

È un romanzo pieno di emozioni e di tanta tenerezza nei confronti dell’infanzia, soprattutto di quella infanzia obbligata a perdere la propria innocenza per circostanze impreviste ed imprevedibili, ma allo stesso tempo fa riflettere sulla possibilità che abbiamo sempre di decidere, costi quello che costi. Poi c’è questa parola, “dopo”, che ricorre in continuazione perché è sempre dopo che abbiamo deciso o agito che succede qualcos’altro, qualcosa che dipende proprio dalle scelte fatte.

(Consigliato da Beatrice Benet)

 

“Quando abbiamo smesso di capire il mondo” di Benjamìn Labatut

Quando abbiamo smesso di capire il mondo di Benjamìn Labatut
Quando abbiamo smesso di capire il mondo di Benjamìn Labatut

E se il mondo, che abbiamo creduto di poter afferrare saldamente e dominare, illusi di averne trovato le leggi e le dinamiche, cominciasse a scivolarci tra le mani per poi acquistare sempre più velocità, come in un piano inclinato che, man mano, cambia forma in maniera quasi del tutto imprevedibile?

Il titolo del libro “Quando abbiamo smesso di capire il mondo” di Benjamìn Labatut (Adelphi Edizioni) non lascia certo indifferenti: può esser letto come l’inizio di un discorso oppure come una domanda.

Abbiamo smesso di capire il mondo quando lo stato delle nostre conoscenze ci ha consentito di guardarlo in faccia in tutta la sua complessità e contraddittorietà.

Facciamo un esempio: chi avrebbe mai immaginato, alla fine del Settecento, che circa due secoli più tardi da un colore, un pigmento usato per dipingere, sarebbe stato inventato un veleno tra i più letali, usato da gerarchi nazisti e nei campi di sterminio?

L’idea di scivolare lentamente ed inesorabilmente in un buco nero vi spaventa, vero? Allora potete solo lontanamente immaginare gli incubi che hanno accompagnato Schwarzschild nella scoperta della sua “singolarità”.

A proposito di incubi, sapevate che anche la matematica può diventarlo? E, anzi, essere il più spaventoso degli incubi, specie se, come Grothendieck, si vuole spingere troppo lontano il proprio sguardo?

La nascita della meccanica quantistica provocò scompiglio nella comunità scientifica del Novecento, ma mai quanto nelle vite di Schrödinger, Heisenberg e di de Broglie: la realtà stessa sembrava svanire a poco a poco, dissolvendosi e trasformandosi in “possibilità”.

Un libro avvincente sin dal titolo, basato su fatti reali e su aspetti romanzati, ma sempre senza perdere l’aderenza alla realtà, non soltanto scientifico, ma anche filosofico ed esistenziale.

(Consigliato da Alberto Rossignoli)

 

“Il canto di Calliope” di Natalie Haynes

Il canto di Calliope di Natalie Hayes

Quale modo migliore di passare i mesi estivi se non accampandosi sotto le mura della città che ha subito l’assedio più epico della storia?

Le gesta degli uomini che hanno combattuto davanti alle poderose mura della città di Ilio, conosciuta da tutti come Troia, sono note e sempre con delle sfumature nuove a seconda di chi si sofferma ad osservarli.

Ma, cosa dire delle donne?

Negli ultimi anni ci sono state molte pubblicazioni di reinterpretazione del mito troiano. Alcune di queste non aggiungono molto a quello che è la storia come la conosciamo, mentre altre di addentrano attraverso le pieghe degli animi e investono di luce particolari che fino ad oggi erano rimasti lì, sepolti sotto la montagna di cadaveri che Neottolemo ha gettato giù dalle mura, coperti dal corpo innocente di Astianatte.

Spesso, si leggono i poemi epici facendosi abbagliare dalla canzone delle grandi gesta e sempre ci si dimentica delle urla, del sangue, della follia, di coloro che rimangono sempre sullo sfondo: i civili, gli anziani, i bambini, gli uomini che non sono eroi e anche di quello che è la bellezza collaterale all’interno di una situazione di disperazione.

La bellezza collaterale, citando un bellissimo film, non è la stessa per tutti e per molti versi potrebbe essere qualcosa che sembra una follia se la si osserva con occhi scevri da una guerra.

Nel 2021 una pubblicazione mi ha conquistata. “Il canto di Calliope” di Natalie Haynes, edito per Sonzogno.

Omero ha dimenticato che la canzone che lui canta non è soltanto sua ma è la musa Calliope ad ispirare le sue parole. Ora lei ha deciso che è il momento di cantare anche tutto quello che il poeta tace.

La Haynes si concentra sulle donne, le include tutte: quelle che sono state coinvolte dalla guerra, coloro che erano a casa ad aspettare il marito come Penelope o come Laodamia che il marito non lo vedrà mai più tornare perché fu il primo a perire; le divinità che hanno visto i loro figli morire e quelle che hanno giocato il destino tutti per possedere un orpello dorato.

La guerra non è mai solo affare di quelli che combattono, comandano e muoiono tra enormi onori e canti di gloria.

Tutti si trovano alla mercé degli eventi e nessuno tornerà a casa illeso, nemmeno chi ha vinto tutto.

(Consigliato da Altea Gardini)

 

“Uno scialle sul fiume Temo” di Maria Lidia Petrulli

Uno scialle sul fiume Temo
Uno scialle sul fiume Temo

Inciampare nella magia e lasciarsi emozionare.

Ma forse non è la magia, è qualcosa dentro di te. Alla magia non ci devi credere o non credere, la devi scovare lasciandoti andare nel tuo profondo, come appeso a un paracadute che ondeggia leggero. Volare, adagiarsi sull’aria a planare in dolce discesa. Discesa confortevole, quasi ieratica e spirituale che è bello cedervi. Perché comunque sei dentro un bel racconto.

Ma sì, lettura, ci credo, non ci credo, recupero sensazioni: incanto.

Forse incanto, e recupero di sensazioni dimenticate, sono le stradine interiori che si diramano nell’ultimo libro di Maria Lidia Petrulli, “Uno scialle sul fiume Temo” (Pluriversum Edizioni, 2021).

Nel libro la storia si svolge quasi essenzialmente nel recinto di un bellissimo paesino della Sardegna, abbarbicato su un piccolo altopiano che lo contiene a malapena, ma che lo apre alla natura umana, alle sensazioni e alle tradizioni più antiche e magiche. Quelle più radicate, ancestrali, che non ti ricordi di avere, ma che stanno lì, assopite, e che il libro della Petrulli ti risveglia.

Con una cifra di scrittura sempre molto alta la narrazione spazia liberamente, vola libera inesauribile, tra i confini infiniti (scusate l’ossimoro quanto mai adatto alla storia) dell’animo umano. Quasi una ricerca interiore che però porta moto lontano.

Aliena, un’artista ormai matura che non si definisce artista, molla tutta la sua vita apparentemente perfetta ma diventata ormai piatta e insoddisfacente, per cercarsi. Sì, per cercare un faro guida che le indichi la sua strada verso se stessa. Per farlo sceglie a caso un piccolo paese che esiste veramente in provincia di Sassari, Monteleone Rocca Doria. Un piccolo centro silenzioso, con solo centosette anime, ravvivato dalle credenze popolari delle tradizioni millenarie dell’isola.

Un microcosmo incantato, ricco, straripante di storia e di cultura, al di fuori dei ritmi frenetici che regolano l’orologio biologico delle grandi città. Un microcosmo incantato, appunto, un po’ diffidente, ma intimamente accogliente, dove la protagonista spera di risolvere i suoi demoni e ritrovare la sua vena artistica con colori e carta a cui dar vita, o darsi una nuova vita.

Questo perdersi e cercarsi, appoggiato a storie e leggende ancestrali, è il vero faro del libro che ti tiene attaccato alle pagine di una storia con l’incanto.

(Consigliato da Pier Bruno Cosso)

 

“La felicità degli altri” di Carmen Pellegrino

La felicità degli altri di Carmen Pellegrino
La felicità degli altri di Carmen Pellegrino

Cloe è ormai una donna, ma questo non basta a renderla perfettamente soddisfatta e sicura di sé. Nel suo passato e ancora nel suo presente incombono le ombre della sua infanzia, di un tempo infelice, in parte rimosso o modificato nel ricordo come forma di autodifesa o di vittimismo, chissà.

Sicuramente non è stata amata, cosa che non la rende libera. Si sente in colpa per non aver “saputo” proteggere altre vite fragili, come le sue; riesce solo a pensare di non avere diritto all’amore o ad un luogo ubi consistat, lei che mai ha ricevuto sostanza affettiva e che sempre è scappata.

E così, tra fughe e relazioni con persone tossiche, capaci solo di far emergere le sue dipendenze affettive, si convince che la felicità sia solo prerogativa degli altri. Ciononostante, la donna può trovare il conforto di una famiglia putativa allargata e davvero sui generis, o l’amicizia pura e disinteressata di una persona tanto saggia quanto a lei simile.

Si tratta di presenze significative, in grado di infonderle il coraggio e il desiderio di riattraversare le ombre del passato per trovare in esse la verità e la vita. Solo quando la protagonista sarà discesa negli inferi della sua storia, avrà la forza di liberare da quella prigione chi rischia, come il suo fratellino, di non avere futuro. Deve tornare nella caverna delle ombre e portare in salvo gli innocenti destinati ad un ingiusto sacrificio per colpa di un Dio lontano o di chi si permette di interrompere la felicità dei bambini. Forse per loro, così come per tutti gli invisibili, è possibile una salvezza a partire da chi ha vissuto la loro stessa situazione: per tornare a prenderli però, è necessario mettere da parte se stessi e tentare di raggiungere un punto fermo.

Il libro “La felicità degli altri” (edito da La nave di Teseo), bellissimo nella trama e nel significato, è scritto con una prosa scarna ed essenziale, costruita per sottrazione e selezione. Il concentrato di righe che Carmen Pellegrino dedica ad ogni capitolo, in realtà, non è semplice o ingenuo: anzi in una narrazione così ermetica colpiscono ancora di più lo stile poetico, la selezione lessicale, il tono ironico e il carattere talora aforistico del racconto, sicché ogni fatto annoverato è uno strumento di comprensione di un’intera realtà. Buona lettura a tutti, ad maiora!

(Consigliato da Filomena Gagliardi)

 

“Morte e pianto rituale” di Ernesto De Martino

Morte e pianto rituale di Ernesto De Martino
Morte e pianto rituale di Ernesto De Martino

Morte e pianto rituale di Ernesto De Martino (Napoli 1908 – Roma 1965) è uno dei grandi libri non solo per gli esperti di antropologia culturale (per i quali è diventato un testo imprescindibile), ma anche per quanti si interessano ai temi della morte e del dolore; più in particolare per chi s’interessa ai rituali di morte e alla rappresentazione che ne è scaturita nelle varie culture e nella storia dell’arte. Ed è uno di quei testi così densi e potenti che i suoi lettori non possono fare a meno di tornare a leggere e a rileggere.

Il libro, pubblicato la prima volta nel 1958 per i tipi di Einaudi, è stato ristampato alcuni mesi fa dalla stessa casa editrice. In realtà non si tratta di una ristampa tout court, se così fosse non si avrebbe interesse a segnalarlo, ma di una nuova pubblicazione curata da Marcello Massenzio, storico delle religioni dei più illuminati, il quale ha messo in evidenza, tra l’altro, il legame tra il grande antropologo e l’illustre storico dell’arte Aby Warburg (Amburgo, 1866 – ivi, 1929). In effetti, nello studio dal bellissimo titolo L’orizzonte formale del patire, il professor Massenzio evidenzia quanto il procedimento di ricerca di De Martino sia paragonabile al percorso seguito dalla riflessione intellettuale di Warburg, dacché entrambi giungono a configurare, nel corso delle rispettive ricerche, una sorta di atlante in cui elementi tra loro distanti nello spazio e nel tempo si richiamano testimoniando di una profonda quanto sorprendente corrispondenza.

Nel suo intenso itinerario Aby Warburg considera la storia dell’arte non come una serie di eventi da leggere e interpretare in un ordine strettamente cronologico riferito a una data cultura. Gli oggetti realizzati dagli artisti non si spiegano cercandone i presupposti necessariamente nelle epoche precedenti e nella stessa area in cui sono stati prodotti. O non solo. Egli inaugura un metodo di ricerca proponendo una mappa di fatti costanti nella memoria occidentale – miti, figure, parole, simboli – in un campo di indagine che spazia dall’Antico, al Rinascimento e al Contemporaneo. Analogamente, Ernesto De Martino, dopo aver esteso le sue indagini sul pianto rituale in zone lontane dalla Lucania e dall’Italia meridionale dove le aveva iniziate, si rende conto che i cerimoniali di morte hanno tutti un’origine antica equivalente.

Il libro di De Martino, che reca come sottotitolo “Dal lamento funebre antico al pianto di Maria”, procede lungo un excursus che pone la Resurrezione di Cristo a un punto di svolta fondamentale, e ciò proprio a partire dal compianto sulla morte del Redentore. Nelle varie culture del mondo antico, l’evento funebre si celebra e rivive attraverso rituali coi quali si tende ad assumere il lutto rivivendo la morte, in qualche modo rappresentarla o celebrarla, per potersene infine liberare. L’avvento di Cristo col risorgere del corpo, spezza tale tendenza arcaica, giacché la morte non è altro che un sonno da cui ci si ridesta, davanti al quale nessuna disperazione può essere ammessa. La Vergine Madre dovrà essere pertanto una Mater dolorosa che trattiene le lacrime, che vive in sé il proprio lutto, o che al massimo lo esprime in pose elegantemente contenute. Ovviamente non sarà sempre così nella storia dell’arte occidentale. Basti pensare a opere eccelse quali la Deposizione di Rosso Fiorentino, ma anche alla sua Pietà, o a gruppi scultorei quali il Compianto sul Cristo morto di Niccolò dell’Arca, opere ricordate dallo stesso De Martino, per capire – osservando le pose disperate dei personaggi – quanto dei rituali arcaici in epoca rinascimentale sopravvive.

(Consigliato da Riccardo Garbetta)

 

“Il segreto” di Camillo Loriedo e Chiara Angiolari

Il segreto di Camillo Loriedo e Chiara Angiolari
Il segreto di Camillo Loriedo e Chiara Angiolari

Il segreto può curare. Ognuno di noi presenta, nella sua mente, zone d’ombra a cui nessuno ha accesso, che costituiscono i nodi delle relazioni familiari. Segreti che possono nel contempo fornire la chiave per lo scioglimento di tali grovigli intricati.

Una delle radici etimologiche del termine risiede del resto nel verbo cernere, che significa “separare”, “vagliare”, setacciare al fine di conservare qualcosa di utile.

Il saggio “Il segreto”, scritto a quattro mani da Camillo Loriedo e Chiara Angiolari, edito da Raffaello Cortina Editore, affonda nei meandri prismatici e ambigui del segreto familiare, considerato fondamentale, in un approccio sistemico e relazionale, per la comprensione e la cura dei disagi individuali e interpersonali. Come afferma il prefatore del volume Maurizio Andolfi, neuropsichiatra e direttore dell’Accademia di Psicoterapia della Famiglia, si tratta del primo manuale in Italia che illustra come il disvelamento del segreto familiare possa rappresentare un’opportunità terapeutica.

Tenere per sé, occultare i propri segreti agli altri, è un dilemma quotidiano di ogni sistema familiare, dalla cui risoluzione può dipendere il benessere di una famiglia o, viceversa, causarne ferite dolorose e talvolta insanabili. Ciò che rende appetibile la lettura del libro è la scelta di presentare una tematica complessa a un pubblico eterogeneo e non addetto ai lavori di taglio psicologico, attraverso il filtro letterario e cinematografico.

L’individuo cioè avvertirebbe, a livello primitivo, l’irresistibile impulso di detenere dei segreti allo scopo di evitare di confondersi e dissolversi nella dimensione inconscia della comunità. Un concetto, quello dell’importanza della segretezza per l’affermazione dell’individualità, ripreso da James Hillman, lo psicoanalista americano autore de Il codice dell’anima.

Il lavoro, nell’affermare l’importanza del dire o non dire nel determinare relazioni sane o disfunzionali, prosegue il percorso narrativo illustrando anche l’effetto lesivo del segreto, stabilendo una scala di “lesività”, per facilitare la scelta dell’approccio terapeutico più adeguato. È innegabile infatti che un abuso intrafamiliare negato possa avere effetti drammaticamente più lesivi rispetto al nascondere un brutto voto a scuola, per quanto la valutazione di danno da occultamento sia soggettiva, in relazione alla risonanza emotiva di ognuno, oltre che a numerose e complementari variabili personali e socioculturali.

(Consigliato da Maggie S. Lorelli)

 

“White (Pagine Bianche)” di Maria Cristina Sferra

White (Pagine Bianche) di Maria Cristina Sferra
White (Pagine Bianche) di Maria Cristina Sferra

La bellezza è un dono fragile.

Un soffio di vento può rubarla indisturbata.” – Maria Cristina Sferra

Pagine Bianche. Bianco assoluto. È un libro o un quaderno?

È un libro, cari lettori, ma non solo.

Fra poesie, riflessioni e fotografie in bianco e nero, il bianco accoglie il nero dell’inchiostro.

Maria Cristina Sferra ci propone un testo interattivo e lo fa con la sua eleganza di poetessa e di anima, senza espressioni retoriche o accenti enfatici: il suo sguardo è attento alle piccole cose dense della parola, lemmi tattili che serbano ricordi, emozioni, sogni, dolori e rinascite.

E lascia spazio. Uno spazio bianco di neve in cui lasciare impronte, tutte diverse.

Impronte di lettori che rendono unico ogni testo personalizzandolo, stimolati a scrivere riflessioni, accennare un disegno, inserire una foto o dissetarsi del latte di un libro completo, finito ma che si schiude come una rosa, bianca ovviamente, perché ci sono petali che hanno il profumo di scrive e altri che hanno quello di chi legge.

Un esperimento letterario e artistico interessante, che dalla pubblicazione, nel febbraio del 2021, ha creato un interessante scambio fra l’autrice e i lettori, e fra i lettori stessi. E io immagino che White (Pagine Bianche) possa anche diventare un diario di coppia, a quattro mani, fra partner o amici, oppure un’agenda di famiglia dove non si tiranno le somme delle spese del mese, ma dei giorni vissuti. Storie nella Storia.

“… Di bianco e nero

Ghiaccio e roccia, ogni senso nei suoi limiti,

E la gelida disciplina del cuore

Esatta come fiocco di neve.”Sylvia Plath

(Consigliato da Emma Fenu)

 

“Geografie” di Antonella Anedda

Geografie di Antonella Anedda
Geografie di Antonella Anedda

Antonella Anedda Angioy (Roma 1958) è scrittrice, saggista e poetessa di origini sardo-corse, laureatasi in Storia dell’arte moderna con studi tra Roma, Venezia e Oxford; dopo il dottorato di ricerca, ha insegnato presso l’Ateneo senese e, a contratto, a Lugano presso l’Università della Svizzera italiana. Nel 2019 le è stato conferito il dottorato honoris causa dalla Sorbonne IV di Parigi. Molti i libri da lei pubblicati, a partire da Residenze invernali (Crocetti, 1992) sino ai più recenti Historiae (Einaudi, 2018); Poesia come ossigeno. Per un’ecologia della parola (Chiarelettere, 2021) scritto con Elisa Biagini; Geografie (Garzanti, 2021).

Proprio con quest’ultima opera, Geografie, concretizza ulteriormente il concetto e la pratica di una poesia ecologica come punto di ritrovo e d’interscambio di relazioni tra esseri umani, animali, vegetali e minerali. La geografia e il paesaggio della Casa-Terra che tutti ci accoglie è oggi messa a dura prova e violata dalla Storia di cui l’Uomo è protagonista, ma la Natura ha spesso il suo ritorno, la sua forte rivincita. Scrive di viaggi Antonella Anedda, vagando a occhi chiusi o sulle ali della memoria per i percorsi di una vastissima carta geografica, visitando città e paesi, soffermandosi su luoghi, persone, cose, dettagli infinitesimali, che riportano il viaggio dall’esterno al dentro di sé. A volte, invece, avviene il contrario e a vagare è solo un pensiero che si attarda sul sé e sul non-sé, per poi allargare la sua visuale, aprire i suoi occhi e volgersi a indagare più lontano, offrendosi alle visioni, ma soprattutto all’ascolto di suoni e rumori.

È una narrazione poetica quasi ininterrotta, ma con le giuste pause di respiro e pensiero, come giuste sono le soste del corpo stanco quando percorre lunghe e impegnative peregrinazioni. Macrocosmo e microcosmo si fondono, si amplificano e si vivificano per osmosi. “Sgretolarsi significa putrefazione ma anche cambiamento. Il seme cade nella terra, il monte poggia sulla terra, la terra può smottare. Se la base della montagna è grande lo sgretolamento può essere evitato”. L’Io, pur piccolo, è importante e immenso, prova il suo Essere di fronte, in e con l’Universale: “Sgretolarsi significa lasciarsi erodere, sgretolarsi permette di coagularsi di nuovo. Ricominciamo”.

Una ciclicità di narrazione, di ricerca, di punto di partenza e d’arrivo che non è altro se non una nuova possibile ripartenza. Come nell’I-Ching, esagramma 59, Huan, che indica dispersione e dissoluzione, un’energia vitale bloccata, sbarrata, una volta dispersa e dissolta, è liberata. Partire, dunque, è una dissoluzione senza “nulla di macabro, anzi si concentra sulla dissoluzione delle nebbie interiori attraverso il paesaggio”. Brevi prose di straordinaria poesia, a tratti con l’andamento di un’autoanalisi, poi a tratti le geografie si narrano da sé, talora ci disorientano, perdiamo il fuoco sulla voce da seguire e ci troviamo immersi e, allora, a narrare e viaggiare, porci domande e cercare risposta, siamo proprio noi. “A volte le linee della mente si aprono senza sforzo, lasciano entrare quello che c’è: una particolare roccia, il modo in cui una macchina si ferma sul ciglio della strada, il timbro di un verde opaco di una quercia. Qualcosa in te si assottiglia e iniziano i giorni di guarigione”. Alla fine K’un, ultimo degli esagrammi, indica un fine, ma non la fine. Lasciamoci erodere, dunque; seguiamo questi densissimi viaggi in ogni dove del mondo, pronti a cogliere le mutazioni e a mutare. Un testo troppo denso per poter essere in qualche modo riassunto; è l’acqua che ti sguscia via tra le mani. Ha bisogno di vuoto per insegnarti a riempirlo e a gestire la necessaria alternanza di pienezza, blocco, perdita e svuotamento, ciclica e vitale.

(Consigliato da Katia Debora Melis)

 

“Quando le montagne cantano” di Nguyễn Phan Quế Mai

Quando le montagne cantano di Nguyễn Phan Quế Mai
Quando le montagne cantano di Nguyễn Phan Quế Mai

Un acquisto impulsivo, confesso attratta dalla sola copertina, e completamente ignara dell’intensità e profondità che avrei incontrato in questa lettura.

Una coinvolgente saga multigenerazionale sullo sfondo della guerra del Vietnam.

Dopo il cessare dei bombardamenti statunitensi di Hanoi una nonna, Dieu Lan, per infondere fiducia alla nipote il cui paese è appena stato distrutto, inizia a raccontarle la sua vita e quella della sua famiglia, quante sfide personali abbia dovuto affrontare a partire dalla occupazione giapponese, alla grande carestia negli anni ’30 e ’40, alla brutale riforma agraria, e come con immenso coraggio, determinazione, volontà d’animo e speranza sia riuscita a superare tutti questi eventi drammatici che così tanto hanno inciso non solo nella sua di vita ma in quella di tutta la popolazione.

Una nonna profondamente legata alla nipote, una donna saggia e forte nella sua fragilità. Un personaggio che mi ha colpita e di cui mi sono innamorata.

“Quando le montagne cantano” di Nguyễn Phan Quế Mai (edito da Casa editrice Nord, tradotto da Francesca Toticchi) è racconto intenso, commovente, doloroso ma nel contempo poetico e profondo.

Una storia che descrive in modo eloquente gli orrori della guerra e le sue conseguenze, meditando però sull’importanza di sopravvivere alle più brutali sfide e circostanze a cui la vita ci sottopone per emergere più forti, più coraggiosi, più compassionevoli.

Un romanzo ispirato alle esperienze della famiglia dell’autrice stessa e ai racconti di persone a lei care

Un libro che mi ha permesso di conoscere ed immergermi in un paese e in una parte della sua storia che poco conoscevo.

(Consigliato da Alessandra Dalla Gassa)

 

“Le cronache dell’acero e del ciliegio. Libro 1 – La maschera del Nō” di Camille Monceaux

Le cronache dell’acero e del ciliegio di Camille Monceaux
Le cronache dell’acero e del ciliegio di Camille Monceaux

Dopo colazione, presi la direzione del santuario. Era da così tanto tempo che non ci andavo che provavo una leggera angoscia all’idea che il luogo fosse cambiato. Mentre risalivo il sentiero fangoso, un’ondata di nostalgia mi travolse. Pioveva leggermente e la foresta risuonava del picchiettio delle gocce sul denso fogliame. Era una melodia rasserenante, composta dal rimbalzare delle gocce da un ramo all’altro.”

“Le cronache dell’acero e del ciliegio. Libro 1 – La maschera del Nō” (L’Ippocampo, maggio 202, traduzione di Fabrizio Ascari) è il primo capitolo della tetralogia ambientata nel Giappone del XVII secolo scritta dalla francese Camille Monceaux classe 1991.

Ichirō è stato abbandonato quando era ancora in fasce con l’unica compagnia di un ciondolo a forma di foglia d’acero; viene così trovato e cresciuto da un misterioso samurai che gli insegna la rigorosa via della spada e dall’anziana Oba che gli insegna a leggere, scrivere, cucinare e a coltivare la sensibilità d’animo. Ichirō cresce in mezzo alla natura selvaggia incontaminata, al ritmo delle sue regole stagionali e lontano dalla civiltà. Un giorno però qualcuno giunge a turbare la loro serenità e tutto da quel momento cambia. Il ragazzo si trova solo a dover affrontare un mondo che ha conosciuto solamente dalle parole di chi lo ha cresciuto, raggiunge Edo, l’antica Tokyo, e comincia una nuova vita tutt’altro che semplice. È qui che scopre i quartieri malfamati, i samurai della capitale e il teatro Kabuki. Grazie a questo incontrerà un poeta dalle grandi ambizioni, il coetaneo Shin e la misteriosa Hiinahime che indossa una maschera del teatro Nō che non toglie mai.

“Le cronache dell’acero e del ciliegio” è un bellissimo romanzo di formazione che porta il lettore ad immergersi nel Giappone del diciassettesimo secolo, tra le sue genti, le tradizioni, i santuari, le botteghe degli artigiani, tra i quartieri più poveri e quelli più abbienti.

Ciò che inizia come una fiaba si trasforma in un romanzo se possibile ancora più poetico e nel quale storia e arte la fanno da padrone. Con l’arrivo a Edo Ichirō abbandona l’infanzia per scoprire l’adolescenza e comprendere quanto la vita reale sia complicata e dolorosa.

Non dimentica le origini ma si ritrova proiettato in futuro che deve costruirsi da solo e sempre più desidera scoprire chi siano i genitori e soprattutto chi è veramente lui.

“Le cronache dell’acero e del ciliegio” è un viaggio tra i viottoli della città imperiale, allora ben differente da come la si potrebbe immaginare, e tra il tradizionale teatro Nō e l’innovativo, ampiamente contestato, Kabuki.

Una lettura piacevole, coinvolgente e intensa per questa estate 2021.

(Consigliato da Rebecca Mais)

 

“Sanguina ancora. L’incredibile vita di Fëdor M. Dostoevskij” di Paolo Nori

Sanguina ancora. L’incredibile vita di Fëdor M. Dostoevskij
Sanguina ancora. L’incredibile vita di Fëdor M. Dostoevskij

“Sanguina ancora. L’incredibile vita di Fëdor M. Dostoevskij” di Paolo Nori (edito da Mondadori) non è una biografia del romanziere russo più noto, non viene raccontata la sua storia anno per anno e non si parla solo di lui.

Nel romanzo si alternano citazioni storiche di personaggi russi, menzioni sui familiari e sui romanzi di Dostoevskij, pensieri ispirati ai suoi romanzi, aneddoti e ricordi, considerazioni personali dell’autore.

Un romanzo singolare che accompagna il lettore nel mondo della letteratura russa e non solo, Paolo Nori riesce ad entusiasmare con la sua stessa passione il lettore che non conosce, che non sa chi sia l’autore russo di cui si racconta. Innesca nel lettore un processo di curiosità e ricerca, lo stesso dal quale è partito Nori dopo la lettura di Delitto e castigo.

La domanda che si pone l’autore e poi il lettore è “Perché sanguina ancora?” ed è la domanda che dovremmo porci dopo ogni lettura che ci cambia la vita, ognuno di noi avrà sicuramente la propria, ma i romanzi russi riescono a farci toccare con mano una vita cruda e reale, senza nessuna consolazione. Il lettore diventa quindi partecipe e toccato dalla condizione del protagonista perché si pone dei dubbi, incerto sul valore delle parole e di quello che hanno nella società odierna.

Che cosa ci avvicina oggi ad una letteratura dell’Ottocento?

Quei personaggi sono così lontani da noi come mentalità, costumi e tante altre cose eppure ci fanno pensare e ci portano a ragionare su noi stessi.

L’autore del romanzo si pone questi interrogativi ad alta voce e ripercorre la sua storia attraverso quella di Dostoevskij col suo stile che lo contraddistingue, pieno di argomentazioni e di riflessioni.

Una lettura adatta sotto l’ombrellone per leggere nei mesi successivi le opere della letteratura russa, grandi classici sempre attuali che fanno riflettere e dubitare.

(Consigliato da Gloria Rubino)

 

“Raccontami una storia. Fiabe, fiabisti, narratori” di Alberto Mario Cirese e Pietro Clemente

Raccontami una storia. Fiabe, fiabisti, narratori di Alberto Mario Cirese e Pietro Clemente
Raccontami una storia. Fiabe, fiabisti, narratori di Alberto Mario Cirese e Pietro Clemente

Come nell’incipit di una fiaba popolare, «c’era una volta» chi sapeva narrare nel proprio dialetto nativo le fiabe, o meglio quel genere tradizionale di racconti d’invenzione che di luogo in luogo era designato con un nome diverso.  E c’era stato pure qualcuno che, dalle Alpi alla punta dello Stivale, comprese le «nostre» isole del Mediterraneo, si era preso la briga di raccogliere quelle narrazioni dalla viva voce di affabulatori d’estrazione popolare. Vi fu chi le trascrisse o le registrò per puro diletto personale, chi lo fece perché spinto da passione collezionistica, chi volle farne il proprio oggetto di studio, per poter comparare le fiabe di «casa nostra» con quelle di altri paesi, o per scoprirne le loro fonti, o per catalogarle secondo i “tipi” e i “motivi” degli indici Aarne-Thompson, o per scomporle in “funzioni” narrative, oppure per individuare al loro interno quelle strutture binarie che, nella stagione dello strutturalismo, si pensava costituissero le eterne, ubique basi cibernetiche del pensiero umano. Fatto sta che nell’arco di poco più di cent’anni, l’interesse degli italiani per la fiaba popolare si ebbe a manifestare seguendo fasi alterne, fatte di abbandoni e riprese, ispirate a modelli interpretativi tra loro difficilmente conciliabili.

Un libro pubblicato nel mese di aprile di quest’anno 2021 a Palermo, dal Museo dei pupi siciliani intitolato al suo fondatore Fortunato Pasqualino, richiama oggi l’attenzione sulla fiaba popolare.  Gli autori sono Alberto Mario Cirese (1921-2011), grande maestro di quella disciplina che da lui prese il nome composito di demo-etno-antropologia, e il suo altrettanto celebre allievo, Pietro Clemente (1942- vivente), formatore di una nuova generazione di antropologi tout court. Il titolo del libro, pubblicato per commemorare il decennale della morte di Cirese, è Raccontami una storia. Fiabe, fiabisti, narratori: quasi 500 pagine di scritti densissimi firmati dai due autori, rimasti in dialogo tra loro per tutto quel lungo periodo che è andato dalla ricezione di massa delle Fiabe italiane di Italo Calvino (1956) sino alle soglie del terzo millennio. Di quest’avvincente stagione di studi italiani di «fiabistica», percorsa in controcanto coi prosaici e talora tragici avvenimenti  che hanno segnato la nostra storia nazionale (da Piazza Fontana, agli anni di piombo, alle stragi di mafia, sino alle recentissime morti per COVID), i testi raccolti nel libro documentano le dinamiche interne: dall’infatuazione per lo strutturalismo d’importazione straniera, alla ricerca di un più autonomo approccio alla narrazione popolare fondato sulla ricerca sul campo di «testi orali non cantati», come verso la fine degli anni ’60 del Novecento li ebbe a definire lo stesso Cirese. Ricerca di testimonianze narrative avviata con un’attrezzatura mentale e una strumentazione tecnologica (i «mitici» magnetofoni Nagra!) di tipo analogico: dotazioni venutesi ben presto a scontrare e a doversi in gran fretta rinnovare in seguito all’impetuoso irrompere sulla scena mondiale della rivoluzione informatico-digitale.

Di queste e molte altre cose ancora tratta il libro di Cirese e Clemente: una lettura che, a partire dal bilancio sul recente passato degli studi italiani sulla fiaba e le tradizioni orali, sembra già preannunciare l’apertura nel nostro paese di una nuova, scientificamente ancor più aggiornata e agguerrita, stagione della «fiabistica». Perché l’uscita dalla pandemia, che grazie ai vaccini sembra essere imminente, ha ancora un maledetto bisogno, per trasformare in meglio questa «mostruosa» realtà, di fare appello all’immortale utopia della fiaba e agli straordinari poteri dei suoi «magici» aiutanti.

(Consigliato da Giancorrado Barozzi)

 

“Fa una scelta di buoni autori e contentati di essi per nutrirti del loro genio se vuoi ricavarne insegnamenti che ti rimangano. Voler essere dappertutto e come essere in nessun luogo. Non potendo quindi leggere tutti i libri che puoi avere, contentati di avere quelli che puoi leggere.”

Lucio Anneo Seneca ‒ “Lettere morali a Lucilio”

 

Datta, dayadhvam, damyata/ Shantih shantih shantih” [Dai, compatisci, domina/ Pace]

Thomas Stearns Eliot in “The Waste Land”

 

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