Enzo Bianchi: il monaco laico che ha fondato la Comunità di Bose e la Casa della Madia

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“Ciò che mi interessa è l’umanità, quella reale che s’incontra qui e ora sulle diverse strade percorse insieme.”

Enzo Bianchi citazioni
Enzo Bianchi citazioni

Scomparso il 1° settembre 2026 all’età di 83 anni, Enzo Bianchi, il monaco che ha trasformato un minuscolo angolo del Biellese in un faro spirituale per il mondo cristiano, dà inizio alla sua ‘avventura’ nel 1965.

Un uomo, una cascina abbandonata e un sogno, si potrebbe titolare una biografia su Enzo Bianchi nato Castel Brugnano, provincia di Asti, il 3 marzo 1943. Cresciuto tra le colline del Monferrato, la fede la respira fin da piccolissimo tra i filari del vino prodotto in zona e le processioni di paese.

Un’infanzia, quella di Enzo Bianchi, abitata da una spiritualità contadina, come ha raccontato in diverse occasioni con parole semplici ma profonde; quelle che lo accompagneranno durante gli anni di permanenza su questa terra.

“Dio si nasconde nel quotidiano: nel gesto del contadino che pota la vite, nel silenzio della nebbia che avvolge le colline.”

Poco più che ventenne, dopo gli studi alla Facoltà di Economia dell’Università di Torino, compie la scelta che segnerà la sua vita: si ritira in una cascina abbandonata nel Biellese, vivendo in povertà, con l’intenzione di dare vita a una comunità monastica. Che nel tempo diventa un laboratorio di ecumenismo e di vita.

È l’autunno del 1968 quando arrivano i primi aderenti al progetto di Enzo Bianchi. Fratelli e sorelle che daranno un contributo significativo alla comunità, nata grazie anche al rinnovamento del Concilio Vaticano II (1965), e alle sensibilità sbocciate in seguito al nuovo corso ecclesiastico.

Bose non è mai stato un monastero tradizionale: così come Enzo Bianchi non è, e non vuole essere un sacerdote.

Soltanto un laico che aspira a vivere il Vangelo in comunione con i suoi simili, la cui riflessione teologica è sempre stata caratterizzata da un linguaggio semplice, rigoroso e profondamente umano, capace di avvicinare generazioni di lettori alla Bibbia.

D’altra parte, il tratto distintivo di Bose è proprio la sua natura ecumenica.

In veste di priore della comunità fino al 25 gennaio 2017, nel 1968 scrive la Regola di Bose, e nel 1973 i primi monaci fanno voto di povertà, celibato e obbedienza, decidendo di non ricevere alcuna sovvenzione o elemosina. I membri lavorano per mantenersi, inserendosi nel solco delle più antiche tradizioni monastiche (come quelle di San Benedetto e San Basilio). Le loro attività spaziano dalla coltivazione della terra all’apicoltura, alla ceramica, fino alla ricerca biblica e al lavoro presso la casa editrice Edizioni Qiqajon. Fondata nel 1983, insieme ad alcuni fratelli e sorelle, dedicata alla pubblicazione di testi di spiritualità biblica, patristica, liturgica e monastica.

La giornata tipo all’interno della Comunità di Bose è scandita rigidamente dall’alternanza tra preghiera comune, studio e lavoro manuale. Tutti gli appartenenti, uomini e donne, cattolici e protestanti, condividono gli stessi orari, i pasti in comune e le liturgie, svolgendo le proprie mansioni nel rispetto reciproco.

I cui elementi, la cura della liturgia, lo studio biblico, e il lavoro sono avvolti da un luminoso silenzio, che insieme all’accoglienza hanno fatto del monastero un punto di riferimento per teologi, vescovi e intellettuali di tutta Europa. Naturale, quindi, che in quel di Bose convivano cattolici, ortodossi e protestanti, uomini e donne di diverse nazionalità, desiderosi di fare delle loro giornate un’esperienza mistica importante.

“Faremo una vita fedele alla semplicità, a lavorare con le nostre mani per guadagnarci da che vivere, e soprattutto vogliamo praticare l’accoglienza di tutti”

Tuttavia, la nascita della Comunità di Bose attira fin da subito una sorta di diffidenza da parte di alcuni ecclesiastici. Il vescovo di Biella, nel 1967, vieta le riunioni a causa della presenza di non cattolici. L’anno successivo, l’arcivescovo di Torino, invece, prende la comunità sotto la sua protezione, rimuovendo il divieto con una formale benedizione spirituale. Nonostante queste asperità, la Chiesa ufficiale riconosce alla comunità il ruolo di essere tramite tra i cristiani e le altre confessioni.

A testimoniarlo sono gli incarichi che vengono affidati a Enzo Bianchi: nel 2004 fa parte della delegazione inviata da Giovanni Paolo II a Mosca per consegnare al patriarca Aleksij II l’icona della Madre di Dio di Kazan. In seguito, Benedetto XVI lo nomina esperto ai Sinodi dei vescovi sulla Parola di Dio (2008) e sulla nuova evangelizzazione (2012). Il 2019 lo vede come consultore del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani. E per finire, Papa Francesco lo nomina uditore al Sinodo sui giovani del 2018.

La parabola di Bianchi, però, non è priva di ombre. Dopo oltre cinquant’anni di guida carismatica, nel gennaio 2017, per un ricambio generazionale si dimette da Priore. Ma il passaggio delle consegne non avviene in modo sereno, semmai piuttosto conflittuale e gravi tensioni, aprendo una profonda crisi interna legata alla gestione e alla convivenza fraterna. A riprova di ciò, la Santa Sede invia degli ispettori apostolici a Bose. A cui segue, nel 2020, il decreto di allontanamento firmato da Papa Francesco, che dispone il trasferimento a tempo indeterminato di Enzo Bianchi e di altri tre membri dalla comunità. Per il fondatore della comunità quel gesto è una ferita profonda.

“Sì, è una sconfitta nel senso che indubbiamente il mio progetto a un certo punto ha avuto un rigetto.”

Eppure, Enzo Bianchi non si ferma. Con la capacità di ricominciare, che ha contraddistinto tutta la sua esistenza, dà vita alla Casa della Madia, vicino a Ivrea, una nuova comunità.

“Oggi ricomincio, che significa tante cose. Ricomincio certamente una forma di vita, ma ricomincio anche un impegno spirituale, un impegno di conoscenza di se stessi e degli altri più profondo e con nuove vie.”

Le sue opere, tradotte in decine di lingue, lo rendono una delle figure più originali del cattolicesimo europeo. Nel 2024 pubblica per Einaudi Fraternità, un volume sul tema della convivenza e della necessità di recuperare legami e responsabilità reciproche, con una prefazione firmata da Papa Francesco, che definisce la fraternità la vocazione dell’umanità. Quale esperienza religiosa originale nel panorama cristiano contemporaneo, rappresentativa di una delle più note e discusse realtà di monachesimo ecumenico e laicale al mondo, su esempio della comunità di Bose ne nascono altre dislocate in Italia (a Ostuni, Assisi, Civitella San Paolo e Cellole).

“Il cristianesimo non può attestarsi in modo definitivo. Può sempre e solo rinascere, ricominciare: il cristianesimo ricomincia sempre e apre davanti a noi un futuro inedito.”

Enzo Bianchi citazione
Enzo Bianchi citazione

Negli ultimi giorni di vita, Bianchi ha evocato la pace scrivendo al priore di Bose, per manifestare il desiderio di una riconciliazione visibile. La risposta è stata di apertura, ma l’incontro non ha potuto aver luogo a causa dell’aggravarsi delle sue condizioni.

La comunità di Bose ha custodito questo suo desiderio come un dono prezioso, affidandolo a Dio, che solo conosce il cuore di ciascuno.

Con la scomparsa di Enzo Bianchi, la Chiesa e il mondo perdono una delle voci più autorevoli e profonde del cattolicesimo contemporaneo. Un uomo che ha saputo parlare ai credenti e ai non credenti, che ha costruito ponti tra la chiesa cristiana e le altre confessioni, che ha riportato la Sacra Scrittura al centro della vita spirituale di migliaia di persone. Il suo testamento più vivido resta la Comunità di Bose: un luogo che continua a vivere, a pregare e ad accogliere.

Ma l’eredità di Enzo Bianchi è anche intellettuale: decine di libri tradotti in tutto il mondo, che manifestano un’idea di ecumenismo vissuto, e la capacità di parlare a un’umanità che attraversa i confini della fede.

Un’eredità che resta oltre il distacco, oltre la sconfitta, oltre la morte. Ma soprattutto un’eredità fondata sull’esempio. Quello che un buon cristiano dovrebbe esprimere con la vita. Perché, come amava ripetere, l’importante è l’umanità.

E lui, Enzo Bianchi, ha saputo esserne un costruttore instancabile e appassionato.

Infine, il 1°settembre 2026, un giorno che segna una grave perdita, si conclude il passaggio terreno Enzo Bianchi.

“Ho visto uomini e donne di Chiese diverse pregare insieme, condividere la stessa mensa, la stessa fatica, e ho capito che l’unità non è un sogno, ma una strada che si percorre giorno dopo giorno.”

Nell’ultima puntata della sua rubrica su Repubblica, nel dicembre 2024, Bianchi scriveva: “Un cristiano, un monaco, che con una certa distanza dalla vita del mondo osserva, pensa per poi condividere i pensieri preoccupato di dialogare anche con i non cristiani. Perché ciò che mi interessa è l’umanità, quella reale che s’incontra qui e ora sulle diverse strade percorse insieme”.

 

Written by Carolina Colombi

 

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