“Un tempo straniero” di Maria Lidia Petrulli: un serial killer nei viali e parchi deserti di Milano
E poi finimmo tutti reclusi in casa per il Covid.

Non è un dettaglio di questo giallo: è il ricordo affiorante, che ancora graffia, di quello che abbiamo pagato con ansia, depressione, qualche volta disperazione strisciante o rabbia. È quel sentirsi derubati di qualunque di progetto che avesse un senso. È stato smarrimento, ma la cosa più straziante era quella bonaccia triste con le vele ammosciate, fuori dalla speranza di un vento, magari anche di tempesta, che le gonfiasse ci spingesse oltre.
Bonaccia immobile anche nella testa, dove le idee per recuperare animo erano vuoti a perdere.
Tutto era indispensabile, ma tutto era solo un ripiego. Torniamo indietro con la memoria a quelle sensazioni: smania di trovare occupazioni almeno in forma di ectoplasma; raffica di corsi online, nuove ricette di cucina, o cucire improbabili mascherine… Per tutti gli strati della popolazione, senza nessuna distinzione. Tutti: il meccanico, l’ingegnere, il mariuolo. E per l’assassino che tempo era? Ecco la domanda fatale della nostra autrice.
Anche per lui era il tempo di trovarsi riflesso nel nulla di una città vuota; vuoto nelle strade fantasma che rispecchiavano il vuoto interiore della voglia di uccidere.
Il libro di cui parliamo oggi non è sul lockdown, è un giallo al tempo del Covid 19. Il protagonista è un assassino seriale, e tutti i riflettori della narrazione sono puntati su lui (o lei), ma la strada su cui corre l’appassionata indagine è quella spettrale di viali, vie e parchi deserti.
La città è una Milano crepuscolare intrisa di nostalgia che contamina fatalmente chi uccide e chi muore.
Il primo delitto è già nell’incipit, con una giovane cinese appassionata di moda, che si stacca dalla vita con un cioccolatino al cianuro. Lei cerca un alito di vita oltre la mascherina, quella mascherina che imprigiona respiro e pensieri, e trova la fine di respiro e pensieri.
Poi subito un gruppetto di adolescenti in fuga. In fuga da cosa? In fuga da quattro mura e sogni esplosi come palloncini. Una notte al parco per inspirare il cielo stellato, e finire senz’aria con un cioccolatino al cianuro.
Titolo: Un tempo straniero, perché in quella situazione il tempo è protagonista e simbolo di vita che scorre. L’autrice è Maria Lidia Petrulli, con una quindicina di titoli nella sua strada già percorsa, che pubblica questo giallo con Gli scrittori della porta accanto Edizioni.
Chi è che uccide e perché? La scrittrice mette il lettore al livello di conoscenza di chi segue le indagini, lo fa partecipare alle intuizioni e alle sbandate. Tutto si svela piano piano con tanti colpi di scena che appassionano. Avanti un passo alla volta, e spesso uno indietro, che così c’è dentro anche l’aceto. Una trama gialla davvero curata e piena di sorprese.
L’indagine è condotta da due donne, e anche questo è originale e gradevolmente rassicurante, Alice, brillante ispettrice di polizia, e Nora, criminologa esperta di profili psicologici. Loro, insieme, rappresentano quasi un libro nel libro. La loro maturazione è una storia a sé, giocata sul livello psicologico, come è solita fare Maria Lidia Petrulli, psichiatra e psicologa di professione.
Le due donne si trovano nella stessa squadra per obbligo, senza entrare una nel radar dell’altra. La diffidenza allontana, diventa cura, fa da paraurti della vita. Però hanno quell’intelligenza sottile, di serie in tutte le donne, che le fa capire i loro punti di contatto e soprattutto le porta a specchiarsi perché prima di uscire fuori dal guscio devono vincere le battaglie con i propri demoni. E allora forse si può.
Questo aspetto di Un tempo straniero, secondo me, è primordiale rispetto alla trama e aggiunge quel po’ di cerebrale che fa ricco un libro. Rappresenta uno stereotipo? Sì, rappresenta le nostre zone d’ombra da risolvere. E che, se pure non si possono risolvere, è importante affrontare. Non lo suggerisce la nostra autrice psicologa, ce lo racconta soltanto, e noi liberi di cercarci nella nostra autoanalisi… oppure tirare dritto e dare la colpa ai guai, ai vaccini o al Covid. Però, comunque, tocca pensare. Ecco il fine ultimo di un buon libro.
Allora ti chiedi, ma chi uccide che persona è? Dico persona perché per tutto il giallo si dibatte se sia assassina o assassino. C’è un disturbo, c’è una ferita mai guarita? Non anticipiamo, ma sveliamo soltanto che Maria Lidia Petrulli riesce a allacciare fili sospesi, come avventura, e come ricerca dentro noi stessi.
Ancora riflessi d’anima tra i capitoli. E riflessioni anche sulle metafore. La criminologa Nora le cerca, le scova, le vive, e ne è ossessionata. Ma non è una perversione, è un valore aggiunto. Le metafore ti chiamo dentro le pagine, e sono quelle che fanno una grande immagine di una piccola riga, sono quelle che, come un lampo, illuminano una scena e un pensiero. Sono quelle che avviano le rotelline del cervello, perché per scriverle e per leggerle, ci devi passare sopra con un sobbalzo di ragionamento.
Ecco che con la Petrulli la scrittura si avvolge su se stessa ed esce dal ruolo di meccanica della narrazione per diventare cielo, o lago, se serve. Ma sempre curata, quasi come se Un tempo straniero non fosse solo un giallo, ma una macchina del tempo.
Written by Pier Bruno Cosso
