Bartolomeo Pagano: l’uomo che diventò Maciste nel film Cabiria

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Capolavoro italiano del cinema muto, costato venti volte di più di un normale film dell’epoca, kolossal che influenzò la cinematografia dello stesso David Wark Griffith: Cabiria, scritto da Gabriele D’Annunzio e diretto da Giovanni Pastrone nel 1914, ha certo momenti di grande bellezza figurativa e sequenze incredibili per l’epoca, come quelle dell’eruzione dell’Etna o della battaglia sulle mura di Cirta, con un ritmo serrato, addirittura incalzante nei primi venti minuti.

Bartolomeo Pagano Maciste
Bartolomeo Pagano Maciste

E anche se Pastrone non è Griffith – non ha la sua profondità e il suo psicologismo – dal punto di vista tecnico-stilistico Cabiria presenta innovazioni avveniristiche: un uso del montaggio avanzatissimo per l’epoca (inclusa l’idea del montaggio parallelo), come pure l’uso delle carrellate ‒ di cui secondo alcuni Pastrone fu materialmente l’inventore ‒ che esplorano la “profondità di campo”, spesso in funzione drammatica e aumentando l’effetto di immedesimazione dello spettatore nella scena.

E poi in Cabiria, saga ambientata all’epoca delle Guerre Puniche, c’è un personaggio particolarissimo che diventerà proverbiale e negli anni a seguire vivrà di vita propria: Maciste.

D’Annunzio coniò il nome di questo eroe – un giovane dalla forza sovrumana ma dal cuore gentile, il cui ruolo è quello di proteggere “i buoni”, e in particolare le giovani fanciulle in pericolo – ripescando un epiteto arcaico del semidio Ercole: il nome deriva infatti dall’antico greco μάκιστος (mákistos), forma dorica del superlativo di μακρός (makrós), ovvero: “il più grande”.

Per interpretare questo ruolo fu scritturato un esordiente senza alcuna esperienza attoriale pregressa: Bartolomeo Pagano.

Pagano era nato il 27 settembre del 1878 a Sant’Ilario Ligure; da più di dieci anni lavorava come camallo al Porto di Genova: faceva parte della Compagnia della Caravana, che aveva monopolizzato le operazioni di carico e scarico della Dogana sin dal 1656. Alto quasi un metro e novanta, muscoloso, dal torace ampio 120 cm, per un peso di quasi 120 chili, apparve a Pastrone come la figura ideale per Maciste.

Il successo del personaggio presso il grande pubblico fece sì che a Cabiria facessero seguito altri 24 film tra il 1915 e il 1926 con Maciste come eroe eponimo, a partire appunto da Maciste, diretto da Luigi Romano Borgnetto e Vincenzo Denizot, mentre l’ultimo film della saga, diretto da Guido Brignone nel 1927, si intitolerà Il gigante delle Dolomiti. Il personaggio verrà inserito nei contesti più diversi, antichi e contemporanei (Maciste alpino; Maciste in vacanza; Maciste e il nipote d’America; perfino Maciste contro Maciste).

Pagano diventò uno degli attori cinematografici italiani più pagati degli anni Venti. Il Fascismo lo prese a simbolo dell’eroe-superuomo, e non è azzardato dire che il look (chiamiamolo così) di Mussolini si ispirasse al suo personaggio.

Conclusa l’epopea di Maciste, Bartolomeo Pagano interpretò ancora qualche pellicola, fino a Giuditta e Oloferne diretto da Baldassarre Negroni nel 1929, dopodiché si ritirò dalle scene.

C’era stato l’avvento del cinema sonoro, ma Pagano pare avesse una voce calma e gradevole, e il regista e sceneggiatore Francesco Zippel ha sottolineato come «a dispetto della sua imponente figura Pagano fu interprete assai misurato, dalla recitazione asciutta e sobria, lontano dai frenetici standard dell’epoca».

Ancora nel 1935 l’attore ricevette una proposta di lavoro da Hollywood, ma rifiutò l’offerta. In realtà soffriva da tempo di un grave diabete, e soprattutto di una forma progressiva di artrite reumatoide.

Morì il 24 giugno 1947 a Genova per un arresto cardiaco. Da qualche anno era costretto su una sedia a rotelle. Atroce ironia del destino.

 

Written by Sandro Naglia

 

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