Meditazioni Metafisiche #33: sentire il mondo attraverso i sensi

Il problema della verità è il problema dell’uomo perché noi, sapendo chi siamo e dove andiamo, conosciamo noi stessi. L’uomo si trova nella particolare condizione in cui non solo esiste ma sa anche di esistere. Non potendo però conoscere le trame più recondite del suo destino, si trova in una situazione continua di stallo nella quale la libertà è potenzialmente un pericolo tragico.

Meditazioni Metafisiche #33 sentire il mondo attraverso i sensi
Meditazioni Metafisiche #33 sentire il mondo attraverso i sensi

Alcuni filosofi scettici sostenevano la acatalessia, cioè l’impossibilità di conoscere la verità. Di contro gli stoici propendevano per la catalessi, per la quale è possibile sapere esattamente il vero. Una posizione mediana era rappresentata da quei filosofi scettici per i quali l’unica opzione possibile è la epoché, cioè la sospensione del giudizio, poiché l’uomo non ha mai abbastanza elementi per formulare una teoria certa.

L’uomo non ha mai una verità assoluta, cioè totale: l’uomo versa in una condizione continua di incertezza, ha solo quale barlume di vero, cioè verità relative. Non sa se esse siano sempre valide. La storia ha smentito anche quelle verità che parevano incrollabili.

Nietzsche osservava giustamente che quelle istituzioni preposte alla verità (metafisica, morale, religione, scienza) servono solamente per scongiurare il terrore dell’inesistenza di tutto l’accadere. Se per l’uomo non esiste la verità assoluta, chi la proclama svolge comunque una funzione psicologica a beneficio della società pur basata sulla falsità di metodo e di contenuto. Di certo c’è solo la morte, possiamo dire parafrasando Heidegger. Anche se nessun vivente la ha mai sperimentata di persona e quindi è epistemologicamente solo una credenza. Ma questa credenza è indicativa del fatto che l’uomo organizza i suoi pensieri in due coordinate fondamentali: il fisico e il metafisico, il corporeo e l’animico, il basso e l’alto, lo sbagliato e il giusto, l’immanente e il trascendente, il Demonio e Dio, il Femminile e il Maschile. L’uomo ragiona per opposti: non può pensare questa dimensione senza ricorrere ad un’altra contrastando la quale può determinare la prima. Quindi la morte sarebbe l’unione tra la prima polarità e la seconda polarità, tra immanente e trascendente. Noi stiamo sulla terra ma non possiamo pensare la terra senza il suo contrario, il mondo trascendente che forse ci aspetta dopo la morte.

È significativo che nella lingua araba al-dunyā indica la vita terrena e ha una radice in comune con espressioni quali “sotto”. Invece al-ākira significa la vita dopo la morte e etimologicamente vuol dire “ultimo”, “culmine”. Pertanto anche l’arabo sembra concepire le due vite, quella immanente e quella trascendente, come una dialettica tra opposti.

Lo spazio sacro è spesso concepito come la unione tra il mondo terreno e il mondo divino. Il tempio sta qui, ma esso si apre alla presenza dell’Assoluto. Anche l’uomo è il tempio di Dio. Il padre di Origene, Leonida, baciava sul petto il figlio perché in esso c’era Dio.

Nella Bibbia ebraica il primo passo nel quale compare il riferimento a un santuario è Esodo 25, 8: “E essi si faranno un santuario e io risiederò tra di loro”. In ebraico la parola “santuario” è miqdash, che ha in sé la radice di Qadosh, Santo (detto di Dio), quindi il tempio è il luogo nel quale dimora Dio. “Io risiederò” è nell’originale shakantì, che ha una radice in comune con mishkan, il tabernacolo nel deserto, e Shekinà, la Presenza Divina celata nella materia. L’espressione ebraica betokam può essere tradotta sia “tra di loro” sia “dentro di loro”. Allora questa presenza di Dio può risiedere “tra” il popolo, cioè nel tempio, oppure “dentro” il popolo, cioè dentro di loro, nel tempio interiore. Probabilmente abbiamo qui una tipica polisemia semitica: l’autore biblico allude a entrambe le realtà.

Sefer Yetzirah - Il libro della creazione
Sefer Yetzirah – Il libro della creazione

C’è un famoso passo del Sefer Yetzirah (IV, 16) nel quale si pone un paragone tra le pietre e le lettere dell’alfabeto ebraico: queste pietre costituiscono la casa, cioè il tempio, detto così in ebraico. Probabilmente l’autore di questo importante testo cabalistico ci vuol dire che con la parola di Dio, che si esprime in ebraico, possiamo costruire il nostro tempio interiore. Dio non abita solo fuori di noi, tra il popolo, ma anche dentro di noi. Possiamo costruire il nostro tempio interiore meditando e vivendo la Sacra Scrittura.

Se Dio dimora nel santuario esterno, aiuta l’uomo. Se dimora nell’anima dell’uomo, lo glorifica. Tra le più antiche testimonianze religiose dell’umanità ci sono preghiere di invocazione e di richiesta di benefici alla divinità. Il sacrificio è concedere alla divinità qualcosa per riceverne in cambio qualche dono. Una preghiera ebraica antica è quella del qaddish, che sta alla base del Padre nostro cristiano, ma la cui formulazione definitiva la abbiamo nel X secolo d. C. in un aramaico letterario gergale. “Possano le preghiere e le suppliche di tutto Israele essere accettate dal loro Padre che sta in Cielo”.

Nelle culture antiche la religione era collegata strettamente alla magia. Negli incantesimi vi era una manipolazione della parola per scopi magici: per esempio, negli amuleti ebraici, ripetendo il Nome di Dio (YHWH) o cambiandolo, lo si costringeva magicamente ad esaudire le richieste. È interessante che negli amuleti ebraici medioevali si trovano anche i nomi di Gesù e della Trinità: a livello popolare gli ebrei credevano che ripetere quei nomi avesse efficacia magica, benché fossero cristiani. Nei papiri greci medioevali si trova il nome magico PIPI, che è una sorta di trasposizione in greco dell’ebraico YHWH. Quest’arte manipolatoria della parola andava al di là della magia. Il termine “lupo” deriva da una radice indoeuropea ULP (donde “volpe”), poi i parlanti hanno invertito le lettere per esorcizzare la paura del lupo.

Se Dio abita l’umanità, esso la trasforma in luce. Gli uomini non sono pietre isolate, ma nell’insieme formano un unico edificio sacro nel cui complesso si manifesta Dio. Noi siamo uniti a tutti gli altri uomini mediante l’inconscio collettivo e fenomeni quali la sincronicità. Le menti parlano inconsciamente tra di loro e predispongono gli eventi prima che essi accadano nella materia densa. Siamo tutti collegati come i fili della trama di un tessuto. Ma anche la materia densa ha una sorta di coscienza che le permette di interagire con le coscienze più evolute. È il concetto antico dell’Anima mundi. Oggi la fisica dimostra che la mente umana può influenzare le particelle subatomiche. Attualmente le discipline filosofiche sembrano dire cose analoghe alle conclusioni delle discipline scientifiche. A molti pare che sia fruttuosa la unione tra i due sistemi, è la cosiddetta Terza Cultura o “realismo magico” (Bergier).

Il nostro primo Sé è implicito, procedurale, inconscio, si sviluppa anteriormente al pensiero e al linguaggio verbale. Esso dipende dalle prime esperienze sensomotorie, già nel momento intrauterino. Per questo da adulti, laddove le parole pongono ostacoli, le nostre immagini aprono nuove vie perché esse sono collegate con il nostro vissuto ancestrale preverbale. Quando razionalizziamo la realtà, non cogliamo l’unione con il nostro Sé più profondo e più antico, quando la nostra mente si è incontrata per la prima volta con il mondo esterno e lo ha catalogato. A questo primo Sé si è sovrapposto negli anni un Sé più evoluto, basato sulla razionalità egoica e sul linguaggio verbale. Entrambi non sono strutture fisse e immutabili ma dipendono dalla continua dialettica tra noi e il mondo esterno.

René Descartes in un ritratto di Frans Hals - 1649
René Descartes in un ritratto di Frans Hals – 1649

Il Sé quindi non è un atomo indivisibile, ma una unione di interno ed esterno. Non solo, ma il Sé non è solo fisico (cervello) o solo psichico, ma un insieme dei due. Le discipline attuali superano l’errore di Descartes, che voleva vedere la separazione tra fisico e mentale. Il corpo e la psiche si influenzano a vicenda attraverso meccanismo evoluti quali la plasticità cerebrale e la epigenetica. L’esperienza che facciamo quotidianamente modifica le sinapsi del cervello (plasticità) e la espressione genica (epigenetica).

In passato quando si parlava della personalità si poneva un modello triadico: temperamento (espressione psichica degli ormoni), carattere (tratti distintivi della persona) e intelligenza (capacità di risolvere i problemi). Nell’adulto questi tre parametri erano visti come tratti stabili. Oggi le varie discipline propendono per una visione dinamica dello psichismo umano. La Gestalt parla esplicitamente di un Sé processuale: sentire il mondo attraverso i sensi crea di continuo il senso di noi stessi. I sensi ci fanno presente un mondo che modella il corpo (plasticità, epigenetica) e i nostri vissuti, i quali determinano quello che oggi noi siamo.

Secondo questa prospettiva, per la Gestalt, il sintomo (il quale mina sempre il nostro Sé e la sua armonia), così come il disagio esistenziale, non è qualcosa che riguarda il paziente ma tutto l’ambiente nel quale il sofferente è inserito (il Campo, detto in termini gestatici). Allora la psiche cambia nel tempo a seconda della società. Ragion per cui la psicologia deve adattarsi ai tempi, mentre la psicoterapia deve affrontare le nuove patologie che i tempi causano.

È normale che il nostro Sé reagisce al mondo esterno che incontra sviluppando un certo tipo di adattamento giusto o disfunzionale. Un bambino amato tende a divenire un adulto che vede un mondo sicuro. Un bambino abusato vedrà da adulto un mondo infido e pericoloso. Queste non sono credenze irrazionali di tipo patologico, ma modi di espressione di sé stessi causati dall’ambiente che abbiamo incontrato o che incontreremo. Quando questo modo di essere noi stessi diventa altamente discrepante dalla norma accettata dai più, si parla di patologia mentale ma anche di criminalità. Un bambino maltrattato, per un meccanismo di identificazione con l’aggressore, potrebbe diventare un aggressore a sua volta.

L’ambiente gioca un ruolo distruttivo ma anche costruttivo. Se abbiamo avuto la fortuna di stare con persone funzionali, saremo molto adattivi. Altrimenti finiremo sul lettino di qualche psicoanalista o nelle patrie galere. Non solo, ma un problema psicologico può trovare soluzione quando incontriamo un ambiente più funzionale. Per questo Alexander e French hanno teorizzato l’“esperienza emozionale correttiva”: quando un paziente guarisce nonostante il terapeuta lo fa perché incontra un ambiente favorevole che lo porta a migliorare.

Si parla di Controtransfert in relazione alle reazioni del terapeuta verso le emozioni che il paziente riversa su di esso (transfert). Un paziente si può innamorare del terapeuta e il Controtransfert è il modo con cui il terapeuta tratta la situazione. Certamente anche le reazioni del terapeuta possono influenzare il paziente e il suo precario equilibrio. La teoria è al riguardo complessa, esistono diversi livelli di Controtransfert, esiste la identificazione proiettiva, e altro. In ogni modo è possibile che un paziente timido spinga inconsciamente il terapeuta ad essere autoritario e ad aggravare la timidezza.

Nel passato ci si era accorti che ci si cura sempre attraverso l’esperienza: un farmaco, la magia, e così via. La psicoanalisi per prima ha posto attenzione non solo all’esperienza ma alla qualità dell’esperienza. Perché quella relazione mi ha curato? La posso ripetere? Si è passati dall’esperienza alla riflessione sull’esperienza. Ed è stata una svolta geniale.

Carl Gustav Jung
Carl Gustav Jung

Ci sono molte scuole di psicoterapia, ma ciò che cura non è tanto una tecnica, ma la qualità della relazione avuta tra terapeuta e paziente. Nelle varie terapie psicologiche il 50% dei successi dipende dalla qualità della relazione, il 30% dalle tecniche, il 20% da elementi casuali. In definitiva la tecnica è uno schema fisso e come tutti gli schemi non vale sempre. Il buon psicoterapeuta sa adattare sé stesso al paziente in una relazione non preimpostata ma vitale. Di solito è il terapeuta anziano o quello insicuro che adotta sempre una tecnica rigida. Detto in altri termini, ciò che ci cura non è l’ora di psicoterapia, ma il contatto umano autentico che, re-imparato dal paziente in terapia, è poi da questi applicato di continuo in tutte le situazioni della sua vita.

L’attuale scienza ha dimostrato che nelle malattie mentali non gioca un ruolo importante il singolo gene (come può accadere nella sindrome di Down, che non è una malattia mentale) ma semmai dalla sua espressione, cioè dalla epigenetica. La epigenetica è influenzata dalle relazioni, cioè dall’ambiente. Come delle relazioni tossiche hanno fatto ammalare la persona, così relazioni sane, imparare in terapia, possono far riacquistare un equilibrio duraturo.

Nel criminale le relazioni tossiche e anomiche lo hanno predisposto a non stare alle regole del comune vivere civile. Secondo Fagioli tutti noi nasciamo sani: poi le esperienze che viviamo ci fanno ammalare e ci portano anche al carcere, che quindi è pieno di persone malate. La società con il carcere esercita una azione di contenimento, per certi versi giustificata, ma non risolve alla radice il problema del criminale.

La società ha delle regole e non può usare compassione con tutti, ma dovrebbe evolversi fino a farlo. È difficile poi provare in maniera incontrovertibile che il reo è malato ma anche malato di cosa. La scienza psicologica non solo non esiste ma è frammentata in molte scuole di pensiero. Inoltre, nessuno ha trovato in modo assoluto la molecola né della pazzia né della criminalità. I risultati che sono stati raggiunti (aumento di dopamina nel cervello dello schizofrenico? E così via) sono semplicemente delle teorie, che, come tutte le teorie, hanno anche argomenti che sembrano contraddirle.

I tribunali devo amministrare certi aspetti della vita civile e, nel farlo, si affidano alla prova. È possibile provare con un certo grado di certezza morale un omicidio e indicarne il colpevole (quindi rinchiuderlo in carcere perché non sia pericoloso fino al ravvedimento), ma la prova che una persona sia pazza non ce l’ha ancora in mano nessuno. È semplicemente una presunzione che certi comportamenti siano classificati come reati fatti con capacità di intendere e volere, mentre altri come atti assurdi compiuti da una mente incapace di intendere e volere.

In Italia nel vecchio Codice di Procedura Civile il perito che il giudice nominava per appurare i fatti, faceva prova, e quindi il giudice doveva accettarla. Con il nuovo Codice di Procedura Civile del 1942, il consulente tecnico d’ufficio è un ausiliario del giudice, cioè partecipa semplicemente al giudizio del giudice, il quale valuta liberamente e liberamente decide. Oggi nel processo civile le parti hanno l’onere di portare le prove e solo dopo possono nominare un consulente tecnico di parte, che non deve accertare i fatti ma solo interpretarli. È solo la prova che accerta un fatto, il consulente invece esprime una interpretazione, che il giudice può accettare o meno.

La giurisprudenza dice che solo in casi particolari (come nel processo contabile) il consulente può accertare i fatti. Nel giudizio di famiglia e minorile il consulente ha una enorme importanza: lo psicologo è chiamato a dare al giudice informazioni assai rilevati relative a affido, collocazione, diritto di visita, assegnazione della casa coniugale. Allora mentre nel diritto civile comune il giudice non si esprime oltre le richieste e le prove delle parti, nel diritto familiare e minorile il giudice può accertare d’ufficio gli elementi che gli servono per il giudizio: quindi il consulente ha in questo caso una funzione probatoria tesa all’accertamento dei fatti. Lo psicologo per esempio dà al giudice una prova relativa allo stato psicologico del figlio in relazione a entrambi i genitori, allora il giudice decide a quale dei due affidarlo.

La separazione è un evento stressante per i genitori, quindi possono esserci delle interferenze emotive in grado di ledere i diritti del figlio di essere tale e non un mezzo di ricatto entro la coppia. La separazione implica una serie di cambiamenti, oltre che far fronte al senso di fallimento di una parte importante della propria vita. Il genitore fa fatica a tenere distinte le proprie emozioni da quelle dei figli. Viene meno la capacità riflessiva: cosa prova il genitore in autonomia e cosa prova il figlio. Spesso il genitore va aiutato in questa fase con un supporto psicologico mirato. A volte c’è una sovrapposizione o inversione di ruoli e quindi i genitori, non essendo disposti a dialogare tra di loro, delegano al figlio questa comunicazione, che viene spinto a comunicare anche cose pesanti: per esempio quando la madre spinge il figlio minorenne a comunicare al padre che la sorellina ha bisogno di cure specifiche; in questi casi il bambino ha diritto di continuare a fare il bambino, questi aspetti devono essere gestiti dagli adulti. Il bambino non vuole deludere nessuno ma entrambi i genitori desiderano che questi esprima la verità, ma la verità è vista in un modo da un genitore e in un modo dall’altro. Ciò ingenera nel figlio un conflitto di visione della realtà. La cosa più grave avviene quando un genitore usa il figlio per fare del male all’altro coniuge. È una dinamica lesiva per tutti, non ultimo per il figlio, specie se infante. In eventi del genere il consulente, cioè lo psicologo in tribunale, deve valutare la psiche genitoriale e quella dei figli per informare il giudice di elementi essenziali per la sentenza.

Forse i processi nascono dalle antiche ordalie germaniche: una intera società metteva alla prova il candidato per vedere se fosse innocente o meno (nel primo caso, non avrebbe incontrato la morte).

Secondo Girard, la società ha una innata violenza che deve incanalare in forme accettate tese a sacrificare un capro espiatorio per non farla vagare liberamente, cosa che distruggerebbe l’intera società. L’uomo è terribilmente aggressivo e poco violento proprio perché ha dei sostituti simbolici nei quali sfogare non violentemente la propria aggressività. Anticamente le matrone romane urlavano come animali contro i gladiatori, oggi la falange degli spettatori televisivi si guarda compiaciuta lo spettacolo dell’omicidio di turno.

Le persone hanno un grande bisogno di redenzione del loro cuore. Ireneo di Lione ha scritto che Cristo ha vissuto le varie età dell’uomo e le ha tutte benedette. Cristo e gli altri grandi maestri insegnano che l’uomo deve praticare la via della non violenza per imparare ad essere buono. La bontà si impara non quando applichiamo acriticamente i dettami del vangelo ma nel cadere dai troni delle nostre sicurezze e nello sporcarci le mani: solo allora scopriamo le ferite dell’altro. Guardandolo negli occhi, e solo così, scopriamo che non è un carnefice ma una persona bisognosa di molto aiuto da parte della società intera.

Glasser diceva che il problema della malattia mentale dipende dalla mancanza di amore. Fromm diceva che il problema principale dell’uomo è la solitudine. Nel capitolo 29 della Genesi si dice che Giacobbe abbeverò le pecore e poi baciò Rachele. L’autore biblico usa lo stesso identico verbo. I maestri dell’ebraismo insegnano quindi che il bacio dà la vita. Come l’acqua dà la vita alle pecore, il bacio crea quella comunione di amore che fa fiorire (o ri-fiorire) la nostra vita.

 

Written by Marco Calzoli

 

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