“Tolleranza, intolleranza, intollerabile” di Paul Ricoeur: un idealtipo dello Stato liberale
Si deve tollerare chi è intollerante? Ma ciò che è oggettivamente intollerabile lo è tanto per il tollerante quanto per l’intollerante? Queste domande sono solo un esempio delle questioni che Paul Ricoeur (1913-2005) pone al lettore in questo breve ma intenso volume.

Il volume “Tolleranza, intolleranza, intollerabile” raccoglie alcuni scritti nei quali Ricoeur affronta uno dei problemi più delicati della filosofia politica contemporanea: il rapporto tra tolleranza, intolleranza e ciò che, per ragioni etiche e civili, non può essere tollerato. Personalmente continuo a preferire il titolo utilizzato dall’autore nel fascicolo di «Diogène» del 1996, «La tolleranza tra l’intolleranza e l’intollerabile», che restituisce con maggiore precisione il nucleo del suo ragionamento.
Il principale merito di Ricoeur consiste nell’uscire dalla tradizionale contrapposizione tra tolleranza e intolleranza introducendo un terzo termine: l’intollerabile. È questa categoria a impedire che la tolleranza degeneri in relativismo o in semplice indifferenza. Il problema non è dunque soltanto chi debba essere tollerato, ma anche quali comportamenti e quali pratiche non possano essere accolti in una società democratica.
Nella prima parte de “Tolleranza, intolleranza, intollerabile” Ricoeur costruisce progressivamente la propria analisi distinguendo anzitutto quattro momenti concettuali: l’astensione, l’intolleranza, l’ammissione della diversità e, infine, il grido «Intollerabile!». A partire da queste categorie sviluppa poi la riflessione sui tre piani fondamentali del vivere associato: istituzionale, culturale e religioso.
Sul piano istituzionale Ricoeur si richiama alla teoria della giustizia di John Rawls. La neutralità dello Stato non nasce dal relativismo, bensì dal riconoscimento che le istituzioni devono garantire condizioni uguali di libertà senza pronunciarsi sulla verità delle diverse convinzioni. Lo Stato di diritto è perciò «agnostico» rispetto alle credenze, ma non rispetto alla giustizia.
Indirettamente, dal principio di astensione si transita al principio di ammissione, dato dal riconoscimento implicito del diritto a godere delle condizioni materiali necessarie per l’esercizio di una libera espressione del sé.
Un punto importante di questa formulazione è che evita di richiamare la questione della verità, non per una scelta di relativismo, ma solamente perché ci si è basati sulla giustizia in quanto istituzione. La giustizia ignora il contenuto delle varie credenze, delle convinzioni, degli interessi che definiscono il contenuto dei loro discorsi. La giustizia non entra nel merito del contenuto di verità.
Osserva Ricoeur: «Mentre il diritto divino si definisce per il suo contenuto di verità, il diritto dello “Stato di diritto” è, nel senso proprio del termine, agnostico. Ma questo agnosticismo istituzionale definisce solo la non pertinenza della questione della verità in rapporto a quella della giustizia. Questo esclude, nello stesso tempo, lo Stato confessionale e lo Stato laicista onnisciente e onnicompetente, di tipo fascista o staliniano» (p.30).
Quando Ricoeur, tornando sulla questione, si chiede: «E l’intollerabile in tutto questo?» (p.30), si comprende che “l’intollerabile” sul piano istituzionale deriva proprio dalla miscela tra i concetti di giustizia e di verità (o di pretesa di verità).
Al fine di evitare ciò serve fare riferimento a quelle che Rawls chiama le «regole d’ordine», in altre parole: la difesa dell’ordine pubblico. Le regole d’ordine limitano la libera espressione, ma la limitano solo in funzione di rispettare l’altrui libertà di espressione. Le regole d’ordine che limitano la libertà solo quando questa lede quella altrui presentano una significativa affinità con il principio del danno formulato da John Stuart Mill[1].
Ricoeur non nega tuttavia che qui esista un nodo critico, quello per cui un’istituzione pubblica può tendere a confondere le regole d’ordine contro il contenuto di determinati discorsi. In questo senso l’intollerabile è sempre da temere. Resta tuttavia aperto il rischio, denunciato anche da Herbert Marcuse, che la tutela dell’ordine pubblico venga utilizzata per censurare il contenuto delle idee anziché i loro effetti.
La ricostruzione proposta ne “Tolleranza, intolleranza, intollerabile” da Ricoeur può essere letta, in senso weberiano, come un idealtipo dello Stato liberale, utile soprattutto per misurare la distanza tra il modello teorico e la realtà storica.
Ricoeur, anticipando la domanda che nasce spontanea al lettore, si chiede come mai lo Stato assolutamente neutro non esiste? Ricoeur risponde osservando che nessuno Stato può essere completamente neutrale, poiché ogni ordinamento si radica inevitabilmente in una cultura che insieme esprime e protegge. Anche in questo caso la sua analisi può essere letta efficacemente in chiave weberiana. La nascita dello stato di diritto, determinando una profonda trasformazione della mentalità, produce un «mutamento culturale» complessivo della società.
Sul piano culturale Ricoeur introduce l’idea di «consenso conflittuale»: una convivenza nella quale ciascuno continua a ritenere vere le proprie convinzioni, pur riconoscendo all’altro il medesimo diritto di professarle. La tolleranza, quindi, non coincide con l’indifferenza, ma con una forma di rispetto attivo.
Una prospettiva che trova oggi interessanti consonanze, pur nella diversità degli approcci, nelle riflessioni di Massimo Cacciari sul dialogo tra le religioni, inteso come autentico riconoscimento dell’altro e non semplice sopportazione reciproca.
Resta infine un posto per l’intollerabile, ciò che non può essere incluso nel patto di consenso conflittuale sul quale riposa l’equilibrio del vivere insieme. Per Ricouer: «Per ogni individuo, ogni comunità, ogni collettività nazionale c’è dell’intollerabile. Mi limito a esempi sui quali esiste precisamente un consenso: noi non tolleriamo il razzismo, l’antisemitismo, l’apartheid o, in un altro campo, lo sfruttamento sessuale dei bambini per il profitto dell’industria pornografica» (p.40).
L’attualità induce tuttavia a chiedersi se sia ancora possibile dare per scontato che razzismo e antisemitismo appartengano a un nucleo universalmente condiviso di ciò che è intollerabile. È forse proprio questa instabilità della frontiera tra intolleranza e intollerabile a rendere il libro di Ricoeur ancora sorprendentemente attuale.
Sul piano religioso Ricoeur ricorda che l’accettazione del pluralismo è un fenomeno tardo, storicamente spronato in Occidente dall’Illuminismo. Ricoeur sostiene che l’attuale pluralismo è l’espressione successiva da parte del cristianesimo di un riconoscimento fondato sullo stesso Vangelo. Secondo il filosofo la storia della Chiesa primitiva ci insegna che la proclamazione del Vangelo ha aperto uno spazio di interpretazione che fin dall’inizio è molteplice, tanto per l’organizzazione ecclesiastica quanto per il contenuto della predicazione. Come esiste una pluralità di interpretazioni cristologiche, e relative chiese, così dovrebbe esistere lo stesso spirito pluralistico e di tolleranza nei confronti delle religioni non cristiane.
Nella seconda parte del volume “L’usura della tolleranza e la resistenza dell’intollerabile”, Ricoeur descrive la tolleranza come il frutto di una ascesi nell’esercizio del potere. La tolleranza viene vista come una virtù al contempo collettiva e individuale. Egli ritiene infatti un errore pensare che essa abbia senso solo se collegata a una forma di potere, lo stato o altro.

Osserva Ricoeur: «L’intolleranza ha il suo primo impulso nel potere che ciascuno ha di imporre agli altri le proprie credenze, le sue convinzioni, la personale condotta di vita, allorché crede che siano le sole ad avere valore, a essere legittime» (p. 55).
L’ascesi necessaria a pervenire alla tolleranza di cui parla Ricoeur è fondamentalmente una rinuncia. La rinuncia, da parte di chi ne avrebbe il potere, di imporre le proprie convinzioni e i propri comportamenti agli altri, è sempre difficile e faticosa in termini di identità e non solo. Per questo è necessaria un’ascesi di cui Ricoeur delinea le cinque tappe, che descrive nel dettaglio nei successivi cinque capitoletti. Infine, Ricoeur sottolinea anche come la tolleranza debba difendersi anche da una sua interna, interpretazione nichilistica.
A quasi quarant’anni dalla sua pubblicazione, questo piccolo volume conserva una straordinaria attualità. In un tempo nel quale la parola tolleranza viene spesso ridotta a slogan o, al contrario, liquidata come sinonimo di relativismo, Ricoeur mostra come essa richieda un difficile equilibrio tra giustizia, rispetto e capacità di riconoscere ciò che, proprio in nome della dignità umana, non può essere tollerato. È probabilmente questa la lezione più feconda del libro. Il contributo più originale di Ricoeur consiste proprio nell’aver mostrato che la riflessione sulla tolleranza rimane incompleta finché non si confronta con la categoria dell’intollerabile. È questa, ancora oggi, la domanda che rende il suo libro un punto di riferimento imprescindibile nel dibattito filosofico e politico sulla convivenza democratica.
Written by Algo Ferrari
Bibliografia
Paul Ricoeur, Tolleranza, intolleranza, intollerabile, Morcelliana, 2024
Note
[1] Secondo il «principio del danno» di J.S. MILL il potere della società e dello stato può essere esercitato legittimamente sull’individuo soltanto per impedire che egli arrechi danno agli altri (da On liberty).
