Ed è un poco la notte e un poco l’alba di Ilaria Tuti: una pagina di memoria friulana

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“Ed è un poco la notte e un poco l’alba” di Ilaria Tuti è un libro fine e forte, orrido e mirabile, che narra di una belva feroce e splendida: l’umana, che è la bestia che inventò l’invasione dei territori gestiti dai suoi simili, per ri-appropriarsene, quasi fossero suoi per diritto divino.

Ed è un poco la notte e un poco l’alba di Ilaria Tuti
Ed è un poco la notte e un poco l’alba di Ilaria Tuti

La Storia nasce dalla tenace volontà di tali spostamenti. A distanza di millenni, di secoli, di decine di anni, chi comandò quelle truppe d’assalto è definito il Padre della Patria, il Dominus, il Signore dell’Impero, se vince. Se perde, è un criminale da additare quale esempio di in-umanità. Aggiungo che l’uomo è l’animale più ipocrita che ci sia: hypokrités (ὑποκριτής) è il commediante che recita una parte. Recentemente lessi “È sangue di noi tutti” di Valerio Varesi e “Il canto del cielo” di Sebastian Faulks, splendide opere che narrano di quel gesto assurdo che alcuna altra fiera mai capirebbe, di quel conflitto fra animali che, in fazioni opposte, s’oppongono fra loro e s’ammazzano in coro. Homo hominis lupus è una frase coniata da Plauto e poi riproposta da Hobbes. La quale è errata. Alla fine d’uno scontro fra due lupi che aspirano al comando, il perdente porge al vincente la gola. Il quale avvicina le proprie zanne e… grazia il consanguineo. ‘Sta pappardella l’ho scritta perché sento che è ora che si smetta d’essere la bestia più schifosa. A me basterebbe che l’umana fosse la seconda più infame specie: in tal caso il balzo in avanti sarebbe meraviglioso ed enorme.

“Ed è un poco la notte e un poco l’alba”, il romanzo di Ilaria Tuti, a differenza di tale mia tracotanza retorica, è un’inclita gemma che narra di assurde banalità. Da centinaia, migliaia di anni, chi fa la guerra fisicamente non è chi l’ha ordinata. Quando Horatio Nelson condusse la sua estrema battaglia non fece in tempo a gioire per la vittoria, che poté solo intuire. Fu colpito a morte da un colpo sparato da un nemico, il quale non so se poi arrivò a sera. La guerra era un cancro maligno anche allora, pur essendo condita con quel valore di cui suole parlare Robert Pirsig nei suoi romanzi, citando i poemi omerici. Oggi chi ordina la guerra compie il suo sforzo bellico stando on line, dopo esser stato rimesso a nuovo da un abile truccatore.

“Ed è un poco la notte e un poco l’alba”, Ilaria, mi fornisce una notizia che ignoravo. Verso la fine della Seconda guerra mondiale, alcune decine di migliaia di cosacchi, soldati e civili, furono inviati dai nazisti a occupare la tua Carnia. Erano gli storici nemici dei Russi, per cui abboccarono alla trappola loro tesa dai tedeschi. Il tuo romanzo narra di tale disgraziata invasione.

L’esergo è una citazione tratta da Un dolore lungo un addio del poeta friulano Pierluigi Cappello: “… ed è un poco la notte e un poco l’alba…” – che parla dei “bambini di allora” – che potevo essere anch’io, se fossi nato qualche decennio prima. La guerra è una lotteria. E lo è la Storia. Come lo è la storia di Serafina, che dalla gente è definita: “… la mai nata, una femmina scandalosa e fuori dalla grazia di Dio, nipote d’una eretica.” – che, nascendo, ammazzò la mamma, senza manco accorgersene. A lei il villaggio affida una catartica missione: assistere ai parti, perché, a quanto pare, lei reca una pur incerta fortuna.

Dopodiché, nel caso, le donano “un sacchetto di farina di mais e una salsiccia secca avvolta in un panno di cotone” – che deve accettare, sennò sono guai. Il suo ruolo è l’esatto opposto di quello dell’Accabadora, di cui narrò Michela Murgia. Serafina deve favorire la vita e non l’esatto contrario. Forse c’era il suo spirito nella stanza dell’ospedale di via Dante, quando mamma udì il medico bisbigliare all’infermiera che, probabilmente, né lei né io saremmo sopravvissuti. E invece andò benino. Mamma visse ancora tanti anni e pure io non mi lamento… Ma di Nonna Silva che posso dire?: “Serafina aveva capito che il cammino della nonna era…” – quel che non poteva non essere, e che quell’ava era “un po’ figlia della notte” – per quei paesani, come “forse anche lei che ne era la nipote.” – insomma: era una dinastia di virtuosi spettri!

Che brutto lavoro!: è una frase tipica dei reggiani, come mi disse un giorno un catanese. A noi piace faticare, non a tutti, a me non troppo: se non posso esimermi… m’adeguo. E ora devo continuare a esaminare il tuo romanzo, Ilaria, che mi turba assai, come avrai capito: “Devastazione, saccheggio, occupazione, sprezzo di ogni forma di vita, ferocia immotivata…” – la stessa che accade colà, colà e colà, e i pacifisti questo s’augurano: che almeno non giunga costì, qui e qua, e che resti dove ancora si combatte: “I cosacchi si erano radunati attorno ai falò, ebbri di grappa e di conquista…” – e psicologicamente diversi da loro erano i cosiddetti cosacchi civili, in cui Serafina, Silva, Ilaria e io possiamo immedesimarci. Pure loro sono le vittime, anche se al momento risiedono nelle case occupate, in fraterna convivenza coi friulani.

E Serafina: “Stava pensando al suo vocabolario…” – che aveva ricevuto in regalo e che tanto le avrebbe donato. Così fu col Piccolo Palazzi e col Novissimo Melzi, miei cari compagni d’infanzia (ce li ho ancora!). Sapere che c’è qualcuno che conosce la risposta al tuo quesito è una gioia, appena turbata da una lieve amarezza, quando scopri che anche lui non è onnisciente.

A ciò pensavo quand’ero spedito da mamma a letto alle nove, e non potevo sapere l’esito della partita del Milan e in nessuno di quei libri, che erano appesi come tanti prosciutti, era covata la risposta. Ero costretto ad aspettare la mattina dopo e…

E: “Lei passò oltre, tirando la capra curiosa. Per un attimo non riconobbe se stessa, ma il tempo della compassione era tramontato con il sole la notte precedente.” – mi sa che quel Pierluigi aveva colto nel segno. Purtroppo e per fortuna: “All’inizio era stato il tempo dei canti. Era poi giunto quello delle fiamme, ora si levavano i pianti.” – piangere fa tre e ridere fa tre e alla morte si arriva vivi, diceva mamma. E teneva ragione. E, fatalmente: “Non era notte e non era alba, tutto era del colore del temporale, un autunno bigio e ventoso”.

Nonna Silvia non era una letterata, anzi… però fece sì che la nipote amasse la scrittura: “Quella sera Serafina annotò poche parole sul suo diario.” – anch’io lo facevo, di nascosto. E fui così bravo a celarlo… che manco so più dove lo rintanai, quell’amato diariucolo (in solaio, immagino).

A una certa pagina, le vittime diventano assassine, però riesco a capirle. Ma quanto mi costa! Mi capitò una volta d’uccidere, in sogno, una persona, all’interno d’una cabina telefonica. E ancora provo un’incerta angoscia per quell’ignobile fatto.

A pagina 201 l’orrore viene sepolto in un aulente modo: “Gli animali selvatici disperdono, e il fuoco non sempre cancella del tutto un corpo. Il letame sì.” – e pensare che quel termine deriva da laetum, lieto: si pensava, per celia, che le vacche erano liete quando espellevano i loro rifiuti, che fertilizzavano la terra su cui sarebbe cresciuta l’amata loro erba… Serafina “Si sentiva sconvolta, dannata ed euforica. Era sopravvissuta, era una vittima ed era anche una carnefice.” – ed era anche lei una bestia umana. E poi “Prè Checco allungò una caramella a Ivàn.” – il quale è il personaggio in cui mi identifico di più: un vispo cosacchino che non parla mai, ma che capisce ogni cosa. Per cui mo’ sento l’urgenza d’alzarmi e d’andare a scovare in un cassetto una caramella balsamica. Uh! Com’è buona e aspra! – come quei “… soldati spesso rozzi, all’occorrenza feroci, che avevano seminato distruzione e miseria, ma erano anche capaci di provare pietà per le bestie che possedevano. C’era ancora un mistero da svelare, dentro di loro.” – … che fine faremo?, forse si chiedevano… E Serafina, che non trovava più la nonna, “Camminò veloce senza alzare gli occhi dal sentiero, come quando da piccola calava il crepuscolo e lei, persa nei giochi, si sentiva di colpo sola…” – ma quante volte è capitato pure a me!

Ilaria Tuti citazioni Ed è un poco la notte e un poco l’alba
Ilaria Tuti citazioni Ed è un poco la notte e un poco l’alba

Prè Checco così definisce la guerra: “Decidere di sacrificare i propri figli e i figli dell’altro. Immolare i bambini.” – e anch’io mi sento un infante, allorché mi guardo attorno. Ogni guerra è una lebbra procurata dall’infamia umana. Sono giunto alla teoria che i confini sono monnezza da ardere. E che non vi sono differenze sostanziali fra i condottieri esaltati della Storia, a noi distanti, e quelli attuali, che ci terrorizzano. Quei friulani e quei cosacchi andavano d’accordo, come gli abitanti di Gavassa e di Massenzatico, come i carpigiani e i correggesi, come i cavesi e i salernitani, come i pisani e i livornesi, ai quali è concesso qualche lazzo, ovvio. Se vogliamo, da mangiare e da bere, ce n’è per tutti. Come disse Padre Aldo Bergamaschi, Gesù non moltiplicò i pani e i pesci, ma li divise a seconda della fame di ognuno. A me dispiace pure (e me ne faccio però una ragione) quella nota che Serafina scrive sul diario quel “28 aprile 1945”!

“Le famiglie cosacche preparavano i bagagli, molti di loro in lacrime. Chissà quante volte lo avevano fatto, sperando sempre che fosse l’ultima.” – ecco perché occorre amare chi ti chiede d’essere accolto: ché la prossima volta puoi essere tu ad averne bisogno, ad anelare un goccino di vita.

Poche pagine fa scrissi, a ridosso del testo, queste arcane parole: è un segreto che tutti sanno. Ma, ti giuro, mia Ilaria, che non ricordo cosa intendessi dire.

M’hai sconvolto, mi sa. E un bel dì ti renderò il favore, sorellina.

 

Written by Stefano Pioli

 

Bibliografia

Ilaria Tuti, Ed è un poco la notte e un poco l’alba, Longanesi, 2026

 

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