Editoria 2023: i libri per l’inverno consigliati da Oubliette Magazine
“Quando penso a tutti i libri che mi restano da leggere, ho la certezza di essere ancora felice.” ‒ Jules Renard

Lo scrittore ed aforista francese Jules Renard (1864 – 1910) è simile a tanti di noi: è il pensiero dei tanti titoli di libri che ancora si devono leggere che dà la certezza della possibilità di accedere alla felicità. L’autore ha vissuto i giorni nelle parole inventando storie ed amando la lettura come compagna, anche per superare il modo in cui entrambi i genitori commisero suicidio: il padre si sparò, la madre si buttò in un pozzo.
È ormai tradizione di Oubliette Magazine celebrare il solstizio d’inverno con una selezione di 21 libri, editi nell’anno corrente, consigliati dalla redazione e da alcuni stimati lettori.
Se avete il piacere di unirvi a noi per raccomandare un libro che ritenete valido, potete inserire il vostro consiglio a fine articolo nella sezione Commenti indicando il titolo, l’autore, la casa editrice e qualche riga di esplicazione.
“[…] Per l’occhio e l’orecchio i piacenti emblemi sono disposti,/ Ma guidar ti sappia la ragion ai segni arcani,/ Questo a sensi recai, a che il destato ingegno/ Discopra i preziosi tesori qui raccolti./ Il ben del mondo, il Farmaco salvifico/ Avrai con dovizia dal duplice Leone.” – Michael Maier ‒ “Atalanta Fugiens”
Editoria 2023 ‒ 21 libri per l’Inverno
“Lettera a Corleone” di Giuseppa Mistretta

Romanzo autobiografico, raccontato attraverso una lettera indirizzata alla cittadina di Corleone, Lettera a Corleone di Giuseppa Mistretta è un inno al luogo che le ha dato i natali. Pubblicato nel 2023 dalla casa editrice Kimerik, il romanzo, fin dall’immagine di copertina si presenta come un invito alla lettura. Lì, dove una ragazza in bicicletta, da un’istantanea ingiallita e sgualcita dal tempo sorride all’obiettivo. Romanzo breve, poco più di cento pagine, Lettera a Corleone è custode di ricordi di infanzia dell’autrice vissuti nel luogo in cui ha visto la luce. Un luogo, il cui nome non è certo accompagnato da una fama benevola. Ma che, grazie al racconto della Mistretta, assume una nuova identità, senza dubbio differente da quella che Corleone si porta appresso; a causa, malauguratamente, di pochi individui che con le loro azioni malevole hanno sporcato un luogo bucolico.
Lettera a Corleone gode di una narrazione inserita nel contesto storico del secondo conflitto mondiale, da cui si evince una rappresentazione del paese del tutto dissimile da quella immaginata dal pensiero comune. E ciò grazie a descrizioni vivissime, oltre che per le vicende raccontate. Con aspetti bucolici e fiabeschi che accompagnano la narrazione, raccontando di un luogo del cuore dove l’esistenza degli abitanti si consumava secondo i ritmi della natura e della tradizione.
Lettera a Corleone è anche racconto di donne. Di zie, di sorelle, di madri, di donne occupate a confrontarsi con lo spettro della guerra, dovendo provvedere alle necessità elementari della famiglia. Persone con il cuore gonfio di umanità, però, non come la cattiva reputazione attribuita a Corleone fa pensare. Che è, invece, luogo dove anche le numerose chiese sono rappresentative di una realtà del tutto differente da quella raccontata dalla cronaca.
L’autrice, che grazie all’ottima capacità descrittiva guida il lettore partecipandolo agli aspetti folcloristici del luogo favorito da un’ambientazione elegiaca, lo fa con una forte nostalgia del passato. Tanto da poter definire Lettera a Corleone come un suo amarcord. Dove la quotidianità di allora si svolgeva secondo i riti di un’esistenza in armonia con la natura, indulgente verso la gente onesta e solidale del luogo; disposta soprattutto a condividere il poco che aveva da mettere in tavola.
Romanzo struggente, Lettera a Corleone, contiene un fondo di amarezza legato al ricordo del passato, che è elemento nodale di una narrazione fluente e dai toni autentici, ma non per questo meno incisiva. Sviluppato con un registro di scrittura asciutto ed essenziale, Lettera a Corleone è raffigurazione di pagine di vita vissuta, dove la fatica dei contadini, inseriti in un territorio aspro oltre che in una drammatica realtà, sono sensazioni rimaste incise nell’animo dell’autrice. Il bel romanzo della Mistretta vuole essere dunque un omaggio al suo paese natale. Che, arricchito da una punta d’orgoglio restituisce a Corleone una nuova e reale identità storica. Tanto da fare di Lettera a Corleone, grazie alla profondità dell’intreccio di parole e frasi, un romanzo da leggere e da apprezzare.
(Consigliato da Carolina Colombi)
“Scritti 1953 – 1980” di Franco Basaglia

Gli Scritti 1953 – 1980 (Il saggiatore, 2023) di Franco Basaglia rappresentano “la storia di una vita, di un’impresa, di un pensiero” di un protagonista importante dell’opera di Riforma psichiatrica in Italia. Un’opera di trasformazione epocale che ha messo fine alla pratica di istituzionalizzazione e sancito l’inviolabilità dei diritti della persona [legge 180/1978]. Nonostante la sua importanza, purtroppo di Basaglia non si parla nelle scuole e non si studiano i suoi libri nei corsi di laurea dedicati ai futuri operatori della salute mentale; un aspetto critico importante, questo ultimo, per la memoria storica delle nuove generazioni. Manca poco al centenario della nascita di Basaglia e forse questo evento può essere uno spunto per tornare a rileggere i suoi Scritti. Bisogna ammettere che il pensiero di Basaglia è tutt’altro che semplice, tanto che si fa prima a criticarlo che a comprenderlo. L’ampia conoscenza medica e filosofica di Basaglia lo rende un protagonista d’eccezione del panorama culturale italiano, ma certamente non semplice come pensatore. La sua prassi viene prima di ogni teoria, e la sua postura da fenomenologo rende complesso addentrarsi nella comprensione del testo, su cui è necessario ritornare. L’attitudine politica, sociologica, clinica e soprattutto filosofica di Basaglia si innesta su quella di grandi pensatori, e così la “follia”, da fenomeno indeterminabile, acquisisce un altro significato, attraverso la sua ermeneutica del sintomo indubbiamente originale rispetto ai suoi tempi.
Credo che gli Scritti trasformino chi legge, come fanno i testi importanti, perché invitano ad assumere un punto di vista altro, che non è acquisizione di una sapienza ma esercizio di saggezza. Non si tratta infatti di apprendere delle teorie psicologiche, ma di pensare fuori da ogni protocollo o scuola di pensiero. Gli Scritti mettono in luce “il filosofo” Basaglia, così come lo definiva Belloni, il primario della Clinica delle Malattie Nervose di Padova, ed evidenziano oltre alla bravura del medico, del politico e dell’intellettuale, l’elevata dirittura morale. Tra le voci più importanti degli Scritti troviamo quella di Binswanger, Minkowski, Husserl e Sartre, a cui Basaglia era particolarmente legato e grazie ai quali dà forma a quel “senso del possibile” che ha reso il nostro sistema di cura italiano un modello nel mondo.
Da filosofa che si occupa di psicologia, il mio impegno è quello di rendere attuale il pensiero di Basaglia in generale nella collettività, ma soprattutto di portarlo a chi opera nelle professioni di aiuto e ai futuri operatori della salute mentale, divulgando la sua fenomenologia, quale base di un pensiero che ha reso la psichiatria in Italia una scienza più umana. Questo libro si presta indubbiamente allo scopo.
(Consigliato da Loredana Di Adamo)
“Il gran bugiardo” di Ermanno Cavazzoni

La prima domanda che vorrei porre all’autore è perché non sia un io parlante e narrante a dire la sua. Che si tratti del suo (e del tuo, Ermanno Cavazzoni edito da La nave di Teseo) ennesimo travestimento?
“… non si era ancora tolto il barbone finto da povero che alla mensa metteva per risultare credibile.”
Riporto le ultime righe di pagina 95 de “Il gran bugiardo”, che sono fruibili anche in quarta di copertina: “I sogni sono come le bugie, che ci caschi dentro senza preavviso e non vorresti svegliarti mai più.” – la mattina dopo hai due possibilità, o vai a lavorare o sei in pensione. Ne hai una terza, morire di fame. Una quarta, puoi rubare. Una quinta: puoi raccontare bugie. Hai più tempo per raccontare balle che vita davanti a te.
Scrive Cavazzoni, a pagina 103: “Voglio essere preciso, per non distorcere la verità.” Poi, a pagina 111, “Oscar, continuo a chiamarlo Oscar per comodità” – e la strada più breve, vero, Guglielmo d’Occam?, secondo la tua novacula, è l’unica corretta. Il più è trovarla, ammucciata com’è, in fondo al Kósmos, oltre che giù nel pozzo. Secondo Einstein, lo spazio è curvo e la via più breve è la geodetica, che tanto retta non è. Una distopia è la storia narrata da Cavazzoni. Un mondo alla rovescia. Il buon e coerente Nicola, Nic in famiglia, va dallo psichiatra, che “era un uomo con la faccia da matto, e un tic che lo sfaceva gli occhi e la guancia destra.” – le istituzioni, che dicono? Non possono biasimare l’autore? Ma com’è possibile immaginare una cosa del genere?
Diciamo la pur incerta verità: tutti i bimbi qualche balla la raccontano. Trattasi spesso di una scorciatoia per salvarsi la vita o da uno scappellotto. Non c’è nulla di male: è un atto dovuto. Quante bugie si dicono agli ammalati terminali? Un’assurda infinità! E sono solo parole, cantava il Moro. In inglese scherzare, sparare antifrasi, è to joke. In napoletano è: sto a jucà, ma poi quel parte-nopeo aggiunge: jamme, aggio pazziato!: cioè, per un attimo ho finto d’inventar un mondo che non esiste. In reggiano si spara la verità che fa male e poi ci si difende, dicendo e schêrs, da cui deduco che il confine tra realtà e finzione è sub iudice, solo che quel giudice non sta buono con ‘a capa!
Questo libraccio è terribile, perché ti costringe a ogni passo a un riporto. Non m’era mai accaduto (la quale è un’ennesima bugia, ormai non le conto più). Alla fine tutti i nodi vengono al pettine, ma veramente sono i pettini che vengono al nodo. È come tra l’energia e la massa. Come la gravitazione universale e l’entropia. Ammirevole è l’attestata premura da parte di Cavazzoni di non svelare l’identità di quel Nicola, Nic in famiglia. Ora egli è felicemente sposato e tutti credono che sia una persona quasi normale. Ma c’è sempre quel fatidico quasi di mezzo. Ma come vorrei che Luigi Pirandello leggesse un giorno quest’inclìto romanzo!
(Consigliato da Stefano Pioli)
“Weyward” di Emilia Hart

Kate vive a Londra, ha 30 anni e un giorno trova il coraggio di fuggire da quella vita e da quell’uomo che si erano trasformati in una vera e propria prigione. Si rifugia nel Weyward Cottage, una vecchia casa di campagna lasciata a lei in eredità da una prozia vista una sola volta tanti anni prima. Subito intuisce che quel posto nasconde dei segreti dalle lontane origini e si sente protetta come non mai. Quasi parallelamente ma nel 1942, nel pieno della Seconda Guerra Mondiale, Violet vive insieme al padre e al fratello in una vecchia dimora di famiglia. Lei vorrebbe solamente arrampicarsi tra gli alberi, stare in mezzo alla natura e sapere qualcosa di più su quella madre di cui nessuno vuole parlare e della quale l’unico ricordo è un medaglione con una W.
Nel 1619 Altha vive con la madre che le ha insegnato l’amore per la natura e i suoi segreti e per questo viene accusata di stregoneria. Un contadino del villaggio è morto improvvisamente, pare che lei si trovasse da quelle parti e quale migliore colpevole di una donna che si comporta in modo insolito?
Le donne Weyward sono uniche e tutte strettamente legate alla natura, nessuno può dire loro cosa fare e anche se ancora non lo sanno le loro esistenze saranno per sempre unite, nel bene e nel male, e dovranno combattere in un mondo di uomini troppo spesso violenti.
“Weyward” è un romanzo indimenticabile di Emilia Hart edito da Fazi Editore, con una copertina stupenda, che ci fa viaggiare per cinque secoli in compagnia di tre donne forte e ribelli che conservano un segreto che parla di fiori, di alberi, di insetti e di quanto di più bello la natura ci offre.
È anche la storia di un mondo patriarcale nel quale le donne più colte vengono chiamate streghe o alle quali viene proibito di coltivare la propria vita per poterle tenere sotto controllo con maggiore facilità. Una storia affascinante di donne che faticano ad andare avanti ma che in un momento preciso trovano la loro strada e la personale sicurezza, di libri che possono salvare, di uomini. “Weyward” è un romanzo coraggioso, magico ed emotivo che ti cattura fin dalle prime pagine e non ti lascia più, rimanendo impresso ben oltre la lettura.
(Consigliato da Rebecca Mais)
“Victims” di Bo Svernström

Victims di Bo Svernström (edito da Tea Libri) è un thriller davvero originale e interessante. Vi dico fin da subito che ci sono delle scene piuttosto forti, non adatte a stomaci deboli. Ambientato a Stoccolma, viene trovato un uomo in un capannone, torturato in modo estremamente violento e crocefisso.
Quando arriva la polizia per fare i primi rilevamenti, il cadavere si… risveglia urlando! Nonostante privo di lingua e altre parti, l’uomo è riuscito chissà come a sopravvivere. Il commissario è Carl Edson, in questa frase ben descritto: “Come se avesse perso la capacità di accalorarsi, o di provare un’intensa sensazione di gioia, di rabbia bruciante di fronte alle ingiustizie o di dolore e nausea davanti alle indescrivibili crudeltà che si era trovato ad affrontare nel corso della sua esistenza; restava solo il disincanto”.
Scoprono che la vittima è Marco Holst, uno stupratore che aveva fatto una bella collezione di reati. Ovviamente le indagini si rivolgono ai parenti delle sue vittime che possano aver voluto vendicarsi di lui. Nel frattempo Holst muore in ospedale. Indagando arrivano a un tizio e, nella vasca da bagno del suo appartamento, trovano una donna uccisa, morta per le mutilazioni. Il mistero s’infittisce e, purtroppo, aumentano anche i cadaveri morti crocefissi e seviziati. Tutti loro delinquenti o comunque persone con alle spalle un passato oscuro.
Tra le pagine troviamo dei brani scritti in corsivo, dove l’assassino parla di sé: della sua infanzia non facile, di una sorella che seguita a fargli delle telefonate mute. A un certo punto il libro si divide in tre tracce: quelle seguite dalla polizia. Quelle narrate da una giornalista, Alexandra, che cerca sempre di anticipare gli inquirenti per poterne scrivere sul giornale. La terza tracce sono, per l’appunto, le varie dichiarazioni in questi brani a latere che scrive l’assassino.
Lo scrittore ha una buona penna e delle descrizioni particolari, come ad esempio questa che riguarda la sala autoptica: “Come una falegnameria ipertecnologica. La stanza dei morti. La stanza dei morti inquieti”. La gente cade come mosche e, ad un tratto, si arriva a pensare che gli assassini siano ben tre e non uno solo.
“Era questo l’effetto delle indagini, pensò Carl. La stanchezza. E dopo qualche anno: l’esaurimento”.
A metà romanzo ci viene rivelata l’identità dell’assassino. Inizia un lungo soliloquio in cui il colpevole si svela e racconta di sé: le sue ragioni, i suoi traumi. Avanzando accompagnati dalle sue parole ci viene fatto vedere quanto la linea fra vittime e colpevoli sia a volte sottile. Quanto basti poco per passare da una parte o dall’altra. Alla fine di tutto il colpevole pagherà ancora, personalmente e pesantemente, ma non come potremmo aspettarci: non venendo arrestato, ma con un crudele metodo alternativo. E poi… beh, rimarrà impunito. Anche se, messi a parte di ogni piccolo granello di verità, si arriverà a pensare che possa anche bastare così.
(Consigliato da Miriam Ballerini)
“La piccinina” di Silvia Montemurro

Leggo molti libri di tutti i generi che mi entusiasmano e mi danno stimoli culturali e occasioni per riflettere. In questo ultimo mese ho letto un romanzo storico che desidero consigliare perché, a parer mio, particolarmente coinvolgente e “istruttivo”. Si tratta del libro “La piccinina” Edizioni e/o, della scrittrice Silvia Montemurro, già nota per romanzi quali L’inferno avrà i tuoi occhi e L’orchestra rubata di Hitler.
“La piccinina” è un romanzo basato sulla storia vera, e ormai dimenticata, delle piccinine di Milano. Siamo nel 1902 e queste sarte bambine, mandate dalle loro famiglie ad imparare il mestiere, in realtà a fare le donne di fatica, presso sarte e modiste, trovano la forza di allearsi e di scioperare per reclamare i loro diritti, del tutto ignorati dagli adulti che, data la loro giovane, talvolta giovanissima età, ritenevano giusto sfruttarle, sottopagarle e spesso, purtroppo, anche importunarle se non addirittura violentarle. Chiedono un salario minimo, la riduzione dell’orario e del carico di lavoro, esorbitanti per delle bambine in crescita e sottonutrite. La protagonista è Nora, una di loro, ed è sua la voce narrante, particolarmente significativa dato che è affetta da balbuzie, fatto che la condiziona ulteriormente e le rende difficile esprimere il suo mondo interiore. Emerge da questo racconto una realtà fatta di povertà, di noncuranza verso i sentimenti, i desideri delle bambine che si trovano all’ultimo gradino nella considerazione degli stessi genitori, sempre propensi ad interessarsi e a valorizzare, quando possibile, i figli maschi. Colpisce che siano le stesse donne, le madri o le ” maestre”, a loro volta con un passato di soprusi, violenze sul lavoro e in famiglia, ad essere le peggiori antagoniste di queste piccole lavoratrici, quasi fossero tutte rassegnate ad un destino di schiavitù economica, psicologica, fisica in un periodo storico in cui albeggiano i movimenti femministi anche in un’Italia fortemente cattolica e impregnata di pregiudizi e di un perbenismo fondato sulla emarginazione e subordinazione del genere femminile.
La storia si svolge su più piani: psicologico, affettivo, sociale e infine politico. Nora è figlia di un sindacalista morto durante i moti per il pane del 1898 sotto le cannonate di Bava Beccaris, le sue vicende si intrecciano con quelle delle due amiche, Lisa e Angelica, con le quali scoprirà i cambiamenti dell’adolescenza, l’amore, la sorellanza e il tradimento, tanto più bruciante proprio perché inflitto da chi credeva essere più sincero.
Il mondo maschile è tratteggiato soprattutto nella crudezza di una violenza perpetrata con la tranquilla consapevolezza di essere nel pieno diritto di usare il corpo della donna come una proprietà, che sia per un profitto economico o per un piacere sessuale.
Bravissima l’autrice a dare voce a Nora e a farla crescere e maturare, proprio in virtù di tutte, le violenze, i tradimenti che subisce, fino a presentarci una giovane donna che finalmente è consapevole dei suoi diritti, è capace di reagire e di opporsi alle lusinghe maschili e di iniziare una vita in cui al centro ha posto se stessa.
(Consigliato da Giovanna Fracassi)
“L’eredità di Ralph Waldo Emerson” di Riccardo Frangi

“Ralph Waldo Emerson è figura difficilmente collocabile nella temperie culturale dell‘800. Fu un ministro della religione unitariana, un grande oratore e conferenziere, un poeta, un saggista, una guida politica e intellettuale; un filosofo, se intendiamo questo termine nel senso antico di amante della saggezza, pervaso dal desiderio di incontrare il sapere che lo attrae. Egli centrò gran parte del suo lavoro intorno al tema dell’educazione: la sua principale preoccupazione fu rivolta alla psicagogia dei giovani e a chiarire come si forma un carattere. Emerson è oggi un pensatore dimenticato – al di fuori di stretti circoli di specialisti del pensiero americano – eppure al suo tempo era molto famoso e molto osannato. In Europa lo leggeva Nietzsche, negli Stati Uniti lo accompagnava Thoreau e lo ascoltavano, stipati in aule stracolme, Charles Sanders Peirce e William James. Riccardo Frangi si sofferma proprio su questa duplice ricezione del pensiero emersoniano, che quasi nessuno ha rilevato con precisione.” ‒ dalla prefazione di Rossella Fabbrichesi
“L’eredità di Ralph Waldo Emerson” è stato pubblicato nel 2023 nella collana Il corpo della filosofia diretta da Rossella Fabbrichesi e Cristina Zaltieri da Negretto Editore. Il saggio porta la firma di Riccardo Frangi. Il volume presenta, così come da sottotitolo, l’Educazione e formazione del carattere nell’interpretazione di Nietzsche e del pragmatismo americano.
“La caratteristica di un autentico eroe è la sua perseveranza. Tutti gli uomini hanno impulsi esemplari, sussulti di generosità, ma se decidete di essere grandi, tenete fede a voi stessi e non cercate di riconciliarvi con il mondo. L’eroico non può essere comune, né il comune può essere eroico.” – Ralph Waldo Emerson
“L’eredità di Ralph Waldo Emerson” è suddiviso in tre capitoli (“La formazione del carattere nella vita e nell’opera di Ralph Waldo Emerson”, “Il problema dell’educazione dell’individuo”, “La ricezione della psicagogia in Nietzsche, Peirce, James e Dewey”). Nel saggio l’autore Riccardo Frangi porta avanti la discussione sulla rilevante influenza del filosofo e poeta statunitense Ralph Waldo Emerson (1803-1882) nella formazione del pensiero di Friedrich Nietzsche (1844-1900) e sulla corrente del pragmatismo americano.
(Consigliato da Silvano Negretto)
“Perspective (s)” di Laurent Binet

Di Laurent Binet, apprezzato scrittore francese già noto in Italia con La settima funzione del linquaggio e Civilizzazioni (entrambi per La Nave di Teseo), è stato appena pubbicato Perspective (s) dall’editore Grasset, un libro tra i più originali che mi sia capitato di leggere in questi ultimi anni. Si tratta di un romanzo epistolare, ma non è certo questo il motivo della sua singolarità, dato il numero di romanzi epistolari realizzati a partire da I dolori del giovane Werther di Goethe, tanto per limitarci a un arco temporale per così dire “moderno”. Aggiungo che il romanzo di Binet è ambientato nella Firenze del ‘500, e qui il campo degli esempi possibili si restringe immediatamente, perché in tale ambito di romanzi epistolari non me ne viene in mente nessuno.
In ogni caso non è tanto l’epoca o l’ambiente a connotare il testo che segnalo, bensì il numero, e soprattutto i nomi dei corrispondenti. Tra i quali spiccano Cosimo de’ Medici, duca di Firenze, sua moglie Eleonora di Toledo, Caterina de’ Medici regina di Francia, Angelo Bronzino, Benvenuto Cellini, Giorgio Vasari e, dulcis in fundo, Michelangelo Buonarroti. Ma che hanno da dirsi, in un fitto intreccio di missive che vanno dal 1° gennaio 1557 al 10 agosto 1558, tali celeberrimi personaggi? A monte di tutto c’è l’assassinio di Jacopo Pontormo, trovato morto il 1° gennaio del 1557 ai piedi del suo affresco sul Diluvio Universale nella chiesa di San Lorenzo; evento che ovviamente suscita enorme scalpore non solo negli ambienti fiorentini ma anche in quelli romani di Paolo IV Carafa, anch’egli nella lista dei corrispondenti. Ma chi ha potuto volere la morte di Pontormo, chi poteva odiarlo a tal punto?
Nello scambio di missive il lettore può seguire passo passo l’inchiesta a cominciare dall’incarico di svolgerla che Cosimo de Medici affida a Vasari, l’uomo più abile e informato del suo tempo. Costui dà l’avvio al carteggio con una lettera a Michelangelo, al quale chiede consiglio dopo averlo informato del misfatto, confidando sul genio e la saggezza del divino maestro. Ne consegue una fitta rete di comunicazioni intrecciate, attraverso la quale l’autore ci regala un romanzo non solo di storia dell’arte ma di storia tout court, gettando sul declino rinascimentale di Firenze una serie di ombre quanto mai illuminanti. L’originalissima trama, che porta in superficie rivalità, intrighi e sotterfugi di ogni sorta, procede per analisi e congetture tanto sottili quanto erronee, per concludersi con un colpo di scena tra i più impensabili, che qui ovviamente non mi permetto di svelare.
Mi piace invece accennare all’ultima lettera, che è, sorprendentente, firmata dallo stesso Iacopo Pontormo, scritta il 26 dicembre 1556 a Michelangelo, suo adorato maestro, a cinque giorni dalla propria morte. Una lettera densissima e struggente, che si conclude con la seguente riflessione: “Dopo tutto, c’è soltanto una cosa nobile sulla Terra, ed è il disegno. L’uomo, lui, è solo una macchia che impallidisce su un muro.”
(Consigliato da Riccardo Garbetta)
“Blackwater” di Michael McDowell

Blackwater, la saga pubblicata da Michael McDowell nel 1983, compie quarant’anni; Neri Pozza ha inaugurato il 2023 con una nuova edizione. Come l’originale, essa si compone di sei volumi tascabili; l’elaborazione grafica delle copertine è realizzata da Pedro Oyarbide. Fronte, retro e dorso richiamano oggetti di oreficeria. Preziosi scrigni lavorati a sbalzo e cesellati; i motivi decorativi alludono a elementi della vicenda. Dal 1919 al 1958 le sorti della famiglia Caskey si intrecciano con i cambiamenti sociali ed economici; la Storia segue il suo corso e forgia le storie degli uomini. La terribile piena del Perdido ha inghiottito l’omonima cittadina dell’Alabama; il fiume lambisce quella terra insieme al Blackwater. I Caskey sono proprietari di boschi e segherie; come tutti gli abitanti di Perdido, fanno la conta dei danni e devono rialzarsi.
La mattina di Pasqua del 1919, Oscar Caskey trae in salvo una donna; per una settimana quella sconosciuta è stata ostaggio delle acque dentro una camera di albergo. Chi è Elinor Dammert? Come ha fatto a resistere per sette giorni senza cibo? Il suo passato è oscuro, le origini confuse. I capelli hanno il colore del rame; la stessa inconfondibile sfumatura rossastra del Perdido. Elinor odora di fiume; e con il fiume ha un legame profondo, quasi una memoria ancestrale. La comunità è affascinata da lei; tutti iniziano ad amarla, tutti le chiedono consiglio. Perché Elinor è dotata di preveggenza. L’unica persona ostile è la madre di Oscar; Mary-Love, la matriarca. La vita dei familiari, il patrimonio, gli affari, tutto passa dalle sue mani; la volontà di Mary-Love è legge. Le due donne sono assai distanti; ma entrambe dotate di un fortissimo carisma. Elinor entra a pieno titolo nella famiglia come moglie di Oscar; lo scontro con la suocera diventa guerra aperta. Il clan Caskey si spacca. Nel volgere dei decenni, tra matrimoni, nascite e morti, la famiglia si espande e si contrae. Sullo sfondo, il fiume; organismo vivente quasi dotato di intelligenza. Divinità generosa e spietata, sa aspettare; ma reclama un tributo.
La saga Blackwater è declinata al femminile: alle donne è affidata la gestione del Male. Le donne tessono e disfano; vite, alleanze, rapporti di sangue e d’anima. Le donne sono artefici della fortuna; custodiscono poteri e il Potere. Le donne sono percosse dalla forza bruta maschile; ma sbocciano come rose del deserto sfiorate dalla pioggia. Gli elementi soprannaturali ammiccano all’horror, senza mai eccedere. McDowell non ne è prodigo; ma li colloca sempre al posto giusto. E una inquietudine strisciante dà voce all’incubo; poi, di nuovo, l’apparente normalità. Fino all’incubo successivo.
Il Perdido è il grande protagonista. Perché la saga si intitola Blackwater? Acqua nera; l’origine e la fine. La rinascita dopo la fine; ritorno a casa.
(Consigliato da Tiziana Topa)
“L’ombra del lupo grigio” di Alessandro Vizzino e Simone Pavanelli

“L’ombra del lupo grigio” (Mursia) è il nuovo noir di Alessandro Vizzino e Simone Pavanelli pubblicato nella collana Giungla Gialla. “L’ombra del lupo grigio” incanta il lettore con una trama potente e originale. A fare da sfondo a un intricato caso che potrebbe riscrivere la storia della Seconda guerra mondiale, una Roma vestita di sole e di riverberi sgargianti, che ne esaltano le suggestioni ma ne amplificano anche gli spazi d’ombra nelle sue anse più scure.
Alessandro Vizzino (Latina, 1971) è scrittore, editore di DrawUp ed editor professionista. Ha al suo attivo sette romanzi, oltre a racconti, poesie e quasi quaranta riconoscimenti letterari, nazionali e internazionali. Il suo repertorio narrativo è un continuo movimento di generi, ambientazioni, epoche e stili. Con Mursia ha pubblicato La zanzara dagli occhi di vetro (2022).
Simone Pavanelli (Torino, 1976) è un operaio metalmeccanico. Suona il basso e recensisce libri per il blog GialloeCucina. Da grande lettore, nel 2007 scopre la scrittura e da allora non riesce più a farne a meno. Vincitore di alcuni premi letterari, ha all’attivo otto romanzi. Con Mursia ha pubblicato La leggenda di Marinella (2022).
La mia scoperta de “L’ombra del lupo grigio” è stata un’esperienza coinvolgente, motivata dalla precedente lettura de “La zanzara dagli occhi di vetro” e dall’incontro diretto con l’autore, Alessandro Vizzino, sui social. Questo legame ha alimentato la mia curiosità, spingendomi a immergermi immediatamente nelle pagine di questa nuova avventura letteraria. Il romanzo si snoda tra gli anni della Seconda Guerra Mondiale e l’attualità, immergendo il lettore in atmosfere un po’ noir fatte di intrighi politico-militari, servizi segreti e… altro. Libro divorato in due soli giorni. La suspense e l’adrenalina sono sapientemente bilanciate, mantenendo il lettore con il fiato sospeso sino all’ultima pagina. Non mancano tanti colpi di scena, naturalmente. I personaggi sono abilmente delineati, ognuno con la propria unicità che contribuisce al fascino complessivo della storia. Il libro sancisce, inoltre, la versatilità dell’autore nel navigare nei diversi contesti storici.
(Consigliato da Antonio Di Sauro)
“L’apocalisse di Lucrezio” di Ivano Donigi

“È il pensiero umanistico la struttura dura, l’hardware che fa girare i programmi dei saperi scientifici. Tutto il resto è software.” ‒ Ivano Dionigi
Come si evince dal titolo “L’apocalisse di Lucrezio” il volume è incentrato sul poeta e filosofo epicureo Tito Lucrezio Caro che visse presumibilmente tra il 94/93 ed il 50/49 a.C. e di cui è stato tramandato il celebre “De rerum natura”, poema didascalico in esametri in sei libri con un totale di 7415 versi. Celebre per noi lettori moderni ma, come sottolinea Ivano Dionigi nell’avvincente capitolo Hanno detto di lui, l’opera è scomparsa per circa un millennio, anche a causa della falsa notizia trascritta da “san Girolamo riguardante la pazzia e lucidità intermittente di Lucrezio, culminante nel suicidio”.
“La lezione dei classici è chiara: la tecnica non salva, invoca la necessità della politica. Noi ci siamo oltremodo allontanati dalla loro lezione: la politica è ridotta a scala locale e si confronta con la tecnica che è globale. Avremmo bisogno di un governo mondiale e di uno ius mundi e invece balbettiamo ancora su ius soli e ius culturae.” ‒ Ivano Dionigi
Ivano Dionigi, nel capitolo Dedalo: la natura o l’uomo? del saggio “L’apocalisse di Lucrezio” (Raffaello Cortina Editore, 2023), invoca la necessità di uno ius mundi per riuscire a sopravvivere alla Τέχνη che, oggi, si identifica con l’intelligenza artificiale. Come non essere in accordo? La tecnica è ormai a livello globale, ne consegue che anche la politica debba poter ambire al globale soprattutto in vista delle regolamentazioni indispensabili per la salvaguardia della “creatività” e della “sapienza” dell’essere umano.
Ivano Dionigi, con una narrazione appassionata, trascina in una lettura che traccia l’antipolitica intesa come otium, il tetrafarmaco di Epicuro, il confronto di innovazione linguistica tra Lucrezio e Dante Alighieri, l’illusione del potere, l’ideale di vita da perseguire per raggiungere la felicità, la visione della morte, l’inutilità della guerra e gli infiniti mondi.
“Ciò che è possibile e accade per tutto l’universo/ nei diversi mondi in diversa forma creati,/ questo io insegno.” ‒ Lucrezio
(Consigliato da Alessia Mocci)
“La casa del mago” di Emanuele Trevi

Teatro dell’avvincente e misteriosa narrazione “La casa del mago” (Ponte alle Grazie, 2023) di Emanuele Trevi è la vecchia casa adibita a studio dal padre psichiatra junghiano Mario Trevi nella quale lo scrittore ritorna ad abitare.
La ritrovata dimora da subito viene percepita da Trevi figlio come luogo in cui aleggia la presenza del Mago padre guaritore di anime, per cui diviene luogo di indagine tesa a svelare l’anima occulta del genitore, uomo mostratosi sempre taciturno ed enigmatico. La ricerca inizia nello studio di analisi, dove si aggirano i fantasmi dei pazienti analizzati e dove prendono voce gli oggetti più significativi, conservati e curati con zelo dallo psichiatra.
Oltre a ciò nel romanzo “La casa del mago” assumono rilevanza conoscitiva due libri considerati fondamentali dal padre, inerenti la psichiatria: “Il Simbolo della trasformazione” di Carl Gustav Jung e il “Il libro dei mutamenti”, un classico della letteratura Cinese, le cui pagine diventano viatico per il figlio di un processo di autoanalisi sia rispetto alla figura paterna, che come strumenti per approfondire la conoscenza del genitore. Questo grazie al sottolineato e alle numerose note a margine delle pagine lasciate dal medico guaritore.
Leggere “La casa del mago”, dunque, significa anche aprirsi a teorie e a riflessioni su Jung, nonché al pensiero di vari personaggi del mondo culturale approcciato, quali Natalia Ginzburg, Giorgio Manganelli ed Ernst Bernard.
È occasione proficua per avvicinarsi a pagine profonde, a teorie analitiche, poggiando su altri punti di vista e su interessanti interpretazioni.
Quest’opera credo si sviluppi su diversi piani narrativi. Di sicuro ha in sé tracce inequivocabili di un mondo trascorso e lontano, ma tratteggia anche situazioni che di frequente si palesano nel contemporaneo. Il libro chiude con una spettacolare riflessione filosofica. Lasciamo al lettore il piacere della scoperta.
(Consigliato da Antonietta Fragnito)
“Materia Lucida” di Daniela Balestra

“La giovane abbassò il capo e rimase immobile, non lontano da Lei… filando comunque emozione nel riverbero di Quell’Immenso Suo Esserci.
«Esigo tu ora scelga definitivamente qual grado di Cammino intendi perseguire, Solange… e, se ancora senti di dover sperimentare il lato tuo umano, ne hai piena facoltà! Sei libera di lasciare questo Piano e vivere con lui, mentre all’inverso dobbiamo impegnarci a fondo sul fragile tuo divagar in ambito di Materia Lucida!»” ‒ Daniela Balestra
Edito da Tomarchio Editore nel 2023, “Materia Lucida” di Daniela Balestra è il terzo romanzo della saga di Solange, preceduto da “Trasmutazione” e “Solange”. L’autrice è nata a Roma e vive in Emilia-Romagna.
Daniela Balestra esordisce a dieci anni in campo poetico, fuoriuscendo poi a vent’anni in temi che hanno intimamente tratteggiato la sua strada, continuando sempre più nella ricerca del Sé ed in quel che, ininterrottamente, emerge dalla stessa ricerca. L’autrice ha svolto le professioni di educatrice professionale ICF in ambito adulto e di insegnante di Scuola d’Infanzia.
Una caratteristica da mettere in luce ne “Materia Lucida” è che, pur facente parte di una saga, è un romanzo che si può leggere in modo autonomo, anche se fortemente si consiglia di leggere i primi due capitoli della saga.
Dall’introduzione di Daniela Balestra: “Può accader talvolta che la creazione d’un personaggio acquisti un tal potere sulla libertà di decisione dell’autore da sospingerlo letteralmente a proseguir nello scriverne quanto nello sviscerarne ogni possibile aspetto, sia nel campo del sentire come in quello dell’agire, senza lasciargli in nessun modo, e con opportuno anticipo, una qualche attendibile previsione in riferimento a quando una simile spinta a narrarne potrebbe ragionevolmente esaurirsi.
Solange appartiene a questa categoria di spiriti indomiti, che sanno via via come catalizzare l’attenzione di chi li crea attraverso una specifica sorta di reale e autonoma volontà, sempre inesorabilmente esigente in fatto d’esser focalizzata su tutto quanto accade, a motivo della loro incondizionata e del tutto libera natura.”
(Consigliato da Rosario Tomarchio)
“Iliade” di Omero

Quest’anno, il 2023, ho deciso per un consiglio inusuale. Forse, in realtà, non esattamente una stramberia dal mio punto di vista. Di solito consiglio libri che ho già letto e, anche questa volta, così è. Ho letto questo libro molti anni fa, l’ho riletto, quando i miei studi me lo hanno imposto, nella lingua originale in cui fu composto e, povera me che il greco antico l’ho sempre trovato ostico da restituire nella mia lingua madre, ho anche dovuto effettuarne una traduzione quanto meno credibile. Quindi dov’è la sorpresa? Beh, non ho ancora letto la versione che mi sta di fronte ma che ho voluto avere.
Il mio è un ritorno, un razzolamento volontario in una pozza di tradizione che non voglio lasciare e che mi ripropongo di frequentare ogni qual volta ne esce una voce che non conoscevo. Ormai le voci di donne prepotentemente fuoriuscite da questo poema sono molte, diverse e sempre le stesse. Echi perfetti ed imperfetti di una guerra in cui gli eroi diventano mostri e le dimenticate diventano le protagoniste.
Questo libro di cui vi parlo è molto antico, quindi non è esattamente edito nell’anno in corso e a dire il vero il volume che ho di fronte e che propongo a voi non è quello scritto in metrica dal grande Aedo che, anche se cieco, vedeva ogni cosa. L’Iliade, edita per Blackie Edizioni nel 2023, è la nuova edizione della traduzione di Samuel Butler dei primi anni del XX secolo ed è illustrata da Calpurnio. Le illustrazioni di questo illustratore fantastico fanno a completare un dittico di immagini già iniziato con l’edizione de L’Odissea. Ho già fatto un piccolo viaggio tra le immagini e quello che vedrete è un’immaginazione così realistica che potrà solo conquistarvi.
Conoscete già tutti le speculazioni, le certezze inesistenti e i numerosi studi non conclusivi su Omero e i suoi poemi e non c’è bisogno di parlarne, ma quello di cui si dovrebbe parlare è l’intramontabilità di questo testo che, dietro i volti e le gesta dei terribili non ignoti eroi, ha ancora molto da raccontare e numerose letture sono ancora da ricercare. Insomma, senza andare a ricercare chissà quali creature desiderose di attenzioni nelle mitologie, o di alieni costruttori di mondi, la guerra più famosa di tutti i tempi muove ancora il sole e le altre stelle.
In questa edizione sono presenti anche un adattamento de Le Troiane di Euripide di Alberto Conejero e un saggio di Andrea Marcolongo: “Dalla guerra alla letteratura: le donne come motore narrativo dell’Iliade”. I classici della letteratura, rieditati da Blackie edizioni sono classici liberati e in questa definizione ci potete vedere quello che volete. Io voglio che l’Iliade sia libera di narrare, cantare, nascondere, mistificare, glorificare e trovare ogni nuova essenza e riconoscerla come propria senza dover sottostare a leggi scritte da chi la legge, parafrasando la frase che troverete nelle prime pagine, “con mente chiusa e cuore pesante”.
(Consigliato da Altea Gardini)
“Post Punk Opera” di Cinzia Milite

Un libro fresco di stampa e davvero originale è Post Punk Opera di Cinzia Milite: edito nel mese di novembre 2023 da Nulla Die Edizioni, esso si presenta con un formato insolito per un libro, di forma quadrata; altrettanto insolita è la grandezza del carattere usato per la scrittura dei testi; questi ultimi consistono in poesie che, come indica il titolo, si collocano nella tradizione Post Punk.
Il termine punk in inglese significa alla lettera “da due soldi” ed esprime un genere culturale che nacque intorno agli anni Settanta nel mondo anglosassone abbracciando la musica, la letteratura e dunque le arti in genere. Considerandosi come di poco valore, esso si poneva come contestazione rispetto alla società. Anche le poesie di Cinzia Milite si pongono in antitesi rispetto all’ambiente esterno, eppure esse si collocano nel “post” perché rivendicano comunque il carattere sociale dell’individuo.
La prima poesia, ad esempio, dice così: “Come bravi genitori/ fatevi carico delle mie colpe/ Io/ ho fatto quello che dovevo fare/ Io/ contro il resto del mondo/ La vostra/ non è che una preghiera/ fuori tempo massimo”. Si tratta di dialogo tra un Io (nel testo sempre isolato e scritto in grassetto) e un voi; la seconda lirica esordisce così: “Siamo sconosciuti/ provenienti dallo stesso posto”, sempre a proseguire il rapporto fra individuo e società; nel testo “sconosciuti” è in grassetto; l’autrice rivendica con orgoglio il valore della poesia, come si nota nella terza lirica: “Ovunque ci sono poesie/ che chiedono di essere scritte/ Sono promesse/ bisbigliate/ ad un orecchio al buio/ Varrebbe la pena/ di lasciare noi stessi/ per vedere/ cosa si trova/ un passo più in là”; le parole “poesie” e “bisbigliate” sono evidenziate in grassetto.
Si tratta di testi molto brevi, io li chiamerei quasi epigrammi, spesso senza punteggiatura, alternati a pagine di disegni o immagini in bianco e nero, quasi a fissare iconograficamente i concetti trasmessi dalle parole.
Le liriche riflettono su temi sociali, ma anche su tematiche più intime e morali: “La speranza/ è un esercizio di immaginazione/ al contempo è l’unica strada/ per l’innocenza/ la disperazione/ e la gioia incosciente/ di chi è costretto a combattere”. Nella pagina “speranza” e “Innocenza” sono in grassetto; tra “immaginazione” e “al contempo” manca il punto, ma l’andata a capo svolge adeguatamente la funzione della pausa; analogamente è forte l’asindeto “innocenza/disperazione”. Le liriche o parti di esse assumono la brevitas degli aforismi, come la conclusione della poesia XXVII: “La soluzione (in grassetto)/ non è cercare una soluzione”.
In conclusione consiglio vivamente questa lettura fresca, vivace, dal tono morale ma non moralistico. Ad maiora
(Consigliato da Filomena Gagliardi)
“Scrittura con vista” di Abele Longo

“Passerà anche questa con l’insolvenza/ delle cicale sotto la calura/ l’immagine sgualcita di un bambino/ esile che prende il treno per il mare/ e una chiusa sulla morte che vaga/ casellante da una stazione all’altra” (p.16)
Credo fermamente all’importanza del suono poetico, e “Scrittura con vista” ne avvalora tutta l’armonia. Leggendo questa raccolta ho avuto la sensazione di viaggiare su acque impetuose e cristalline, per di più, può la luce regnare trionfante a prescindere dalle ombre?
Nella poesia di Abele Longo questo è possibile e il timore delle tenebre diventa un’utopia.
Chi è l’altro per il poeta? È la famiglia come presenza magmatica nel sé, la casa come spazio d’accoglienza, un fratello, un amico, ma è anche l’incognita, la comunione vicendevole dei giorni e la mappa tracciata dal divino.
“… si rimette in macchina e torna lungo la via/ la tenerezza che abbiamo depredato/nello schedario di cosa resterà/ se quella fotografia o un suo particolare” (pag.20)
Versi come questi si versano nel cuore e vi sostano indelebili. Formano paesaggi di rara anatomia dove a perdersi ci si ritrova. Ogni ritratto nasce verità legittima e non lascia spazio a retoriche illusorie.
Che cos’è la giustizia quando la chiarezza trasmette verità? L’imperativo categorico kantiano trova terreni fertili nella poesia di Abele, dipana interamente ogni concetto fra i solchi dei suoi versi, e non tentenna, non inciampa, legato finemente come il seme avvolto alla terra, trasmette la pienezza.
Vedere tutto questo con gli occhi dell’incanto non è usuale, talvolta spaventa, dà responsabilità, comporta un legame che sacrifica domande e risposte, costringe inevitabilmente a toccare le volte taglienti dell’inverno senza chiedere all’estate indennità, ma è così che nasce la poesia.
(Consigliato da Marina Minet)
“Maniac” di Benjamín Labatut

Nell’anima della fisica è annidato un demone che condurrà il genere umano all’estinzione?
I sogni grandiosi di un genio luciferino e visionario come John von Neuman (insigne matematico ungherese capace di attraversare ogni campo della conoscenza ‒ dalla matematica, all’economia, dalla tattica militare all’informatica ‒ e che contribuì a creare alcune delle più rilevanti innovazioni belliche del Novecento) si trasformeranno nei peggiori incubi dell’umanità?
E ancora: l’ingegno cinico di von Neuman raffigura idealmente l’impulso autodistruttivo dell’essere umano, che auspica di lasciare il mondo nelle mani di enti finalmente pienamente razionali, spingendosi dove solo Dio poté spingersi: la creazione di un’intelligenza autonoma, capace di effettuare scelte e compiere azioni libere?
Lasciando la parola alle migliori menti matematiche del Novecento (da Paul Ehrenfest a David Hilbert, da Kurt Godel fino a Demis Hassabis (il wunderkind londinese fondatore di DeepMind, con l’intento di risolvere una volta per tutte il problema dell’intelligenza artificiale generale), e accompagnandoci per i laboratori di Los Alamos fino nelle stanze dell’Università di Princeton (dove vennero gettate le basi delle tecnologie digitali che oggi plasmano la nostra vita), attraverso un’opera di finzione basata sulla realtà, “Maniac” (Adelphi, 2023) lo scrittore cileno Benjamín Labatut si proietta nel secolo breve per trovare le origini di un processo segnato dal desiderio di superare il limite inscritto nella nostra umanità, e di proiettare sulle macchine un incurabile delirio di eternità e onnipotenza.
Dal Mathematic Analyser Numerator Integrator and Computer del titolo (primo rudimentale computer perfezionato nel 1957 dallo stesso von Neuman) ad AlphaZero (micidiale algoritmo creato da Demis Hassabis e la squadra di Deep Mind, successore di AlphaGo e capace, con il semplice autoapprendimento e senza aggrapparsi a esperienze e conoscenze umane, di sbaragliare i più forti giocatori di scacchi e di go, raffinatissimo gioco da tavolo concepito in Cina 3000 anni fa e tutt’ora molto popolare in Asia orientale), l’autore prova a illuminarci sul processo autodistruttivo intrapreso dall’umanità con la completa matematizzazione della vita, una concezione del mondo meccanicistica che ha espulso qualsiasi considerazione filosofica, morale e spirituale. Pensare di cambiare prospettiva richiederebbe una rifondazione dell’umanità, prima che l’estinzione delle macchine, e il finale irrisolto di Labatut è come una sorta di monito al genere umano, chiamato ad assumere decisioni capaci di arrestare un declino che pare inarrestabile.
Forse una nuova arte di vivere, mi viene da pensare. Un rinnovato equilibrio dinamico fra la razionalità maschile dello yang e l’energia femminile dello yin, come scrive Fritjof Capra nel suo “Tao della fisica”.
Perché poi: “Qualsiasi via è solo una via, e non c’è nessun affronto a se stessi o agli altri se il cuore ti dice di abbandonarla… quindi poni a te stesso una domanda: questa via ha un cuore? Se lo ha, la via è buona. Se non lo ha, non serve a niente”. ‒ Carlos Castaneda, “The Teaching of Don Juan”
(Consigliato da Maurizio Fierro)
“La città della vittoria” di Salman Rushdie

Salman Rushdie ci trasporta ancora una volta in un viaggio epico, questa volta nelle profondità dell’India, con il suo quindicesimo romanzo, “La città della vittoria” (Mondadori, 2023). Rushdie continua a sondare le acque della tradizione religiosa, offrendoci un’epopea che mescola storia, realismo magico e una sottile critica sociale.
Il romanzo si apre con la scoperta di un “testo ritrovato”, attribuito alla regina-profetessa cieca Pampa Kampana, il cui racconto avvolge la nascita, l’apice e la caduta dell’immaginario Impero di Bisnaga nell’India meridionale. La narrazione è orchestrata attraverso il filtro di un traduttore-narratore che, oltre a trasportarci nella storia, si impegna a spiegare i dettagli poetici e culturali che sfuggono alla traduzione nella lingua inglese. Rushdie costruisce un mondo credibile, denso di simbolismo e allusioni religiose, mentre il narratore, autoproclamatosi “tessitore di filati”, si propone di intrattenere e istruire il lettore.
La narrazione inizia con Pampa Kampana nei panni di una bambina di nove anni che guarda il suo villaggio natale bruciare. Fin dalle prime pagine, il destino di Pampa Kampana, poetessa cieca e profetessa, viene rivelato, lasciando al libro la sfida di narrare le vicende di un intero impero attraverso gli occhi di un personaggio il cui epilogo è già noto. Tuttavia, “La città della vittoria” accetta con audacia questo compito, presentando una storia avvincente con personaggi affascinanti interconnessi nel tempo e nello spazio.
Nel romanzo ci sono donne guerriere e leader, libertà di espressione sessuale, libertà come nessun impero al mondo ha visto o vedrà per molti altri anni a venire. La profondità dell’opera risiede nel suo significato tematico, enfatizzando l’esperienza prospetticamente ampia e l’importanza dell’accettazione della migrazione. Rushdie incarna queste tematiche nella città di Vijayanagar, una civiltà dove la lingua non è solo un mezzo di comunicazione, ma una rappresentazione mutevole priva di significati nazionali o spirituali fissi. Attraverso la figura dello straniero portoghese che battezzò la città con il nome “Bisnaga”, emerge un’analisi critica dei movimenti nazionalisti moderni. Nonostante gli ideali sostenuti da forze sovrannaturali, Rushdie esplora la natura umana imperfetta, mostrando come persino gli intenti migliori debbano confrontarsi con le debolezze e i difetti dell’umanità. In questo racconto, Rushdie non solo esplora il mondo fantastico che crea, ma riflette anche sull’attualità, invitando il lettore a contemplare i movimenti nazionalisti contemporanei.
“La città della vittoria”, per l’autore è un altro audace confronto tra religione, storia e tradizione in un romanzo dall’intreccio avvincente con una critica contemporanea del nostro mondo, tematiche che hanno reso Rushdie un nemico per i gruppi islamici.
Il libro si distingue per la sua capacità di essere accessibile ed emozionante, aprendo le porte a nuove prospettive e offrendo un’esperienza coinvolgente ai lettori e alle lettrici; confermandosi ancora una volta, maestro nel tessere storie che affascinano e stimolano il pensiero.
(Consigliato da Cinzia Milite)
“Madre d’Ossa” di Ilaria Tuti

Un paesaggio primordiale. Un carnaio ‒ a mezzacosta ‒ lungo le falde del monte che sovrasta il Lago di Cornino. Volteggiano in ellissi di morte i grifoni ‒ maestosi rapaci saprofagi.
Un’alba caliginosa sta sorgendo sul lago, simile all’occhio antico di una bestia primordiale, cinto da selve arrossate dall’autunno e aperto nella Terra. Si diradano le brume ed ecco… una visione: una Pietà pagana là dove il bosco più fitto cede il passo all’acqua gelida di lago e le rocce… paiono trasudare sangue nero.
Lei china su di lui. Lui giace esanime fra le braccia della donna. Chi è quel giovane? Ratchis è il suo nome; un nome regale longobardo. Uno scramasax giace accanto a loro nell’acqua turchese. Lei, le guance sporche di sangue, lo sguardo smarrito… rosse le chiome. Lei si chiama Teresa… commissario Teresa Battaglia, ma non lo sa… non lo ricorda. Perché Teresa è lì? Qualcosa di enigmatico e terribile è accaduto quella notte.
Così si apre il sipario su Madre d’Ossa il nuovo thriller dell’autrice friulana Ilaria Tuti edito da Longanesi nel 2023. Un libro intenso, dedalico, femmineo la cui radice occulta affonda nell’antropologia. Il romanzo vede il commissario Battaglia impegnato in una strenua lotta contro veri nemici, falsi amici, supportata dai suoi colleghi più fidati lungo una spirale di morte: un filo di sangue.
Madre d’Ossa… perché questo titolo? Madre ‒ grembo, antro. Ossa ‒ morte, sfacelo del corpo.
“Le ossa, ancestralmente, nella società matriarcale ‒ dice Ilaria Tuti ‒ erano considerate sacre, un portale aperto verso la rigenerazione.”
Madre d’Ossa è sia un romanzo di storie di donne, sia di rapporti, sui rapporti, ma è pure una nenia antica d’amore dell’autrice per la sua terra: il Friuli. Un crogiolo sincretico, surrettizio e liminale di misteri ancestrali, folclore, genti, storia che tutto concentra in pochi chilometri di monti, foreste e acque. L’autrice delinea delle topografie che hanno un grande impatto realistico ma che sono anche proiezioni dei contenuti inconsci dei personaggi e dello sguardo del lettore in un tutto indistinguibile.
La scrittrice solletica il sentire tramite suggestioni estetiche che trasmutano le pagine del romanzo in una sorta d’organo sensoriale sussidiario che quasi travalica le pagine stesse. Una prosa che a tratti sfiora il lirismo e che passa disinvolta a lemmi icastici; tutto ciò spinge il lettore in quella fascinazione che lo seduce sino all’ultima pagina del thriller. L’anomalos (ai tempi in cui, prima della pietas cristiana, era un attimo diventare l’anomos) e “un’umanità ormai disumana” sono tematiche cardinali. La corrispondenza simpatetica e la gentilezza sono i Leitmotiven che riconnettono a questo capitolo della saga l’interezza della parabola esistenziale di Teresa Battaglia. Madre d’Ossa è nella sua polpa pulsante un romanzo della Memoria, intorno alla memoria e di memorie.
“Cosa può restare di me agli altri?” È questo il quesito esistenziale che ci pone l’autrice: il sentimento è l’unico lascito che possiamo affidare al prossimo.
(Consigliato da Federico Ielusich)
“Sono esaurita” di Sophie Kinsella

Non conoscevo Sophie Kinsella e ciò che mi ha incuriosita quando ho visto il libro “Sono esaurita” (Mondadori, 2023) è stato l’argomento trattato. Lavorando in un ospedale conosco molto bene il burnout, è qualcosa che ti colpisce in modo devastante anche perché quando te ne accorgi spesso sei già coinvolta al punto di sentirti male veramente e di avere bisogno di un sostegno psicologico che ti aiuti ad uscirne. L’ho letto per questo motivo ed è stata una piacevole sorpresa perché, nonostante l’argomento difficile e spesso doloroso, il libro ha una sua leggerezza che porterà la protagonista ad intraprendere un’altra strada con qualcuno che, seppure per motivi diversi, sta vivendo un periodo travagliato come il suo.
Sasha, 33 anni, un ottimo lavoro, almeno agli occhi degli altri, si sente stretta in una morsa feroce che le toglie il respiro. Non frequenta più gli amici, si sente sempre stanca, priva di energie, gli attacchi di panico sono ormai all’ordine del giorno, di amore e sesso non ne vuole neppure sentir parlare, sente dentro di sé un vuoto devastante e un senso di disorientamento che non aveva mai provato.
“Non sono le mail a mandarmi nel panico. Non sono neanche le mail che ti inseguono. (“Mi chiedevo solo se tu avessi ricevuto la mia ultima mail visto che non ho avuto risposta.”) Sono quelle che inseguono le mail che ti inseguono. Quelle con due punti esclamativi rossi. Quelle che sono o super infuriate – “Come ho detto nelle mie due mail precedenti” – oppure ipocrite e sarcastiche – “Comincio a chiedermi se tu sia finita in fondo a un pozzo o sia stata vittima di qualche altra calamità”.” – “Sono esaurita”
Ecco, l’ennesima e-mail con bandierina rossa la fanno decidere e scappa velocemente dall’ufficio con l’intento di non tornarci per niente. Incoraggiata anche da sua madre decide di andare lontano per cercare di ritrovarsi e sceglie un posto a lei caro, un villaggio sulle coste del Devon dove ha passato dei periodi veramente carichi di serenità insieme alla sua famiglia. Sì ‒ pensa ‒ una vacanza al mare, fuori stagione è proprio quello che ci vuole per fare il punto della situazione e prendere le decisioni giuste per il futuro.
È febbraio, un febbraio veramente freddo e l’hotel non è più quello che ricordava. Sembra cadere a pezzi ed è abitato da personaggi che definire stravaganti è un vero eufemismo.
Oltre a questo deve dividere la spiaggia con Finn, ospite anche lui dell’albergo, un uomo veramente scorbutico (e questo è quasi un complimento), insopportabile e stressato quanto lei, se non di più. Evitano di parlarsi, non hanno proprio argomenti da condividere e quindi si tengono alla larga uno dall’altra fino a quando non cominciano a comparire sulla sabbia degli strani messaggi che sembrano rivolti proprio a loro.
E se avessero in comune più di quanto possano anche solo immaginare?
(Consigliato da Beatrice Benet)
“Anna Magnani Racconto d’attrice” di Chiara Ricci

Sono tanti i libri che raccontano di personaggi famosi, ottimi libri, ma sono tutti molto simili fra loro. Nella maggior parte di essi l’autore, mira a mettere in risalto l’attività professionale svolta dal personaggio di cui ci annovera, per far sì che emerga la maestria con la quale svolge il suo lavoro, così da renderlo eterno, più di quanto egli già non lo sia. Le storie più belle invece, sono quelle che nascono per caso, da piccoli gesti o attraverso oggetti di poco valore apparente.
È in questo modo, il più bello, che nasce la meravigliosa storia che legherà per sempre la vita di una piccola fanciulla alla persona della magnifica e immensa Anna Magnani.
La fanciulla era Chiara Ricci, che attualmente è una giovane e brillante scrittrice che ha già pubblicato diverse opere di notevole spessore. Chiara Ricci fanciulla, inizia a collezionare e archiviare tutto ciò che riguarda la grandiosa Anna Magnani senza farsi sfuggire niente e prosegue indefessa la sua attività di avvinta ricercatrice. In questo modo Chiara Ricci instaura un “rapporto insolito” come ella lo definisce, con Anna Magnani, poiché è proprio grazie all’amore nutrito nei confronti della sua musa che impronta le sue scelte più importanti, fra le quali quelle relative alla scelta del percorso di studi universitari al DAMS.
Chiara Ricci sostiene di dovere ad Anna Magnani anche la scoperta del suo amore per la scrittura e, durante la sua vita, ella si ritroverà legata alla sua dea da cenni impensabili che non faranno altro che fomentare e consolidare il suo amore e le sue ricerche.
Il 27 luglio 2023, Graphe.it Edizioni pubblica “Anna Magnani. Racconto d’attrice”, si realizza così il desiderio più grande di Chiara Ricci: quello di fare “un regalo” alla sua Anna Magnani.
Ma quali sono le peculiarità che rendono questo libro al di sopra dei libri di pari genere?
Innanzitutto non si tratta dell’ennesima biografia, che a tratti potrebbe presentarsi noiosa e ripetitiva in quanto, i lettori appassionati del genere sono già in possesso di quelle tipiche informazioni.
Chiara Ricci ci propone una lettura ampia di Anna Magnani nella sua persona, mettendo a fuoco ogni aspetto caratteriale, ogni punto di forza, ogni fragilità nascosta, ogni sentimento puro e profondo, l’amore, il dolore e la rabbia, il suo essere vera essendo se stessa, impavida e disinteressata del giudizio altrui.
Infine “Anna Magnani. Racconto d’attrice” è un libro di piacevole lettura, che si presta emotivamente anche a chi non ama questo genere, perché l’autrice scrive attraverso una capacità di sintesi amorevole, come se stesse raccontando di una persona cara per la quale desidera che emergano gli aspetti caratteriali più intimi, quelli che sono stati sottovalutati, fraintesi o accantonati perché ritenuti non rilevanti. Chiara Ricci è straordinaria perché, attraverso il suo libro, ha la strepitosa capacità di traslare il suo immane amore nei confronti di Anna Magnani al lettore che onorato, accoglie ogni singola parola, ogni sentimento e sensazione, custodendo il tutto come fosse un tesoro prezioso.
(Consigliato da Manuela Orrù)
“Fa una scelta di buoni autori e contentati di essi per nutrirti del loro genio se vuoi ricavarne insegnamenti che ti rimangano. Voler essere dappertutto è come essere in nessun luogo. Non potendo quindi leggere tutti i libri che puoi avere, contentati di avere quelli che puoi leggere.”
Lucio Anneo Seneca ‒ “Lettere morali a Lucilio”
“Datta, dayadhvam, damyata/ Shantih shantih shantih” [Dai, compatisci, domina/ Pace]
Thomas Stearns Eliot in “The Waste Land”
Info
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Raccomando ICARIA, IKARIA di LAGARPESI-PIROLESE, edito da Albatros nel 2022. Thriller filosofico-diplomatico pieno di novità formali ed idee sistanzisli. Buono l’intreccio, sorprendente il finale. Segue il link:
https://diplosor.wordpress.com/2023/04/30/pubblicato-il-thriller-filosofico-a-sfondo-diplomatico-icaria-ikaria/