Editoria 2022: i libri per l’estate consigliati da Oubliette Magazine

“Ci sono casi, casi patologici per così dire di depressione spirituale, in cui la lettura può diventare una specie di disciplina terapeutica ed essere demandata e ripetutamente sollecitata a reintrodurre perpetuamente una coscienza pigra nella sua vita spirituale. In questi casi i libri assumono un ruolo analogo a quello degli psicoterapeuti con certi nevrotici.” – Marcel Proust

Editoria estate 2022
Editoria estate 2022

Lo scrittore e critico letterario francese Marcel Proust (1871 – 1922) ci avverte con un pizzico d’ironia: la lettura può diventare una terapia per la depressione spirituale.

Avere dei libri senza leggerli è come avere dei frutti dipinti.” – Diogene di Sinope

Per celebrare il solstizio d’estate vi presentiamo una selezione di 21 libri, editi nel 2022, consigliati dalla redazione e da alcuni stimati lettori di Oubliette Magazine.

Se avete il piacere di unirvi a noi per raccomandare un libro che ritenete valido, potete inserire il vostro consiglio a fine articolo nella sezione Commenti indicando il titolo, l’autore, la casa editrice e qualche riga di esplicazione.

“La lettura sia una chiara lampa nelle tenebre,/ Perché ti guardi dagli ammassi di parole e cose.” – Epigramma del quarantaduesimo Emblema dell’“Atalanta fugiens” di Michael Maier

 

I libri del 2022 consigliati da Oubliette Magazine

“La rosa, la cosa, l’anarchia del verso” di Antonietta Fragnito

La rosa, la cosa, l'anarchia del verso
La rosa, la cosa, l’anarchia del verso

“Ho steso un fazzoletto di te sull’erba/ Ti ho perduto in una tazza di terra/ Ora le margherite ti allacciano le scarpe” – “A mio padre”

La seconda silloge della poetessa Antonietta Fragnito, pubblicata nel 2022 da Tomarchio editore, nasce da una sinergia tra parole ed emozioni. Così come riferito dall’autrice.

Una connessione rispettata a pieno nella raccolta poetica, fino a esplicitarsi in versi che svelano l’universo emotivo della Fragnito. Mosso soprattutto dalla consapevolezza dell’importanza degli affetti. Di coloro, che con la presenza, danno un significato aggiunto all’esistenza degli altri, consanguinei o amici che siano, così come di chi che non calpesta più il suolo terreno, ma il cui legame affettuoso rimane al di là del tempo.

È la figura del padre della poetessa, il cui ricordo è indelebile, ad averla esortata a cimentarsi nella fatica letteraria La rosa, la cosa, l’anarchia del verso, custode di versi dettati da una singolare inclinazione poetica.

La cui poesia dedicata a suo padre le ha valso il primo premio del concorso poetico ‘Free Poetry’, indetto dalla casa editrice Tomarchio. Lirica che ha poi trovato spazio nella raccolta La rosa, la cosa, l’anarchia del verso.

Volume di circa 100 pagine che include la presenza di oltre 70 poesie rivela un processo creativo emozionante, a cui la poetessa ha dato un titolo originale quanto accattivante: La rosa, la cosa, l’anarchia del verso, appunto.

Dove la rosa, fiore bello per antonomasia, ma fragile, si può illustrare come un prezioso elemento della natura di cui si deve avere estrema cura.

La cosa: la si può intendere come una raffigurazione onirica della poetessa, parte di un tutto, ed è un qualcosa che al suo interno ne custodisce altre di cui si può plasmare l’essenza.

L’espressione anarchia del verso è da interpretarsi come l’ispirazione che ha spinto la poetessa a fruire delle parole in libertà; dettate da grande predisposizione, sono guidate da una forma di anarchia da cui si evince un’ampia levatura poetica.

Da aggiungere, che la raccolta poetica della Fragnito conferma il ruolo principe della poesia, forse recondito, ma di sicuro impatto emotivo; ovvero un ruolo salvifico. Che viene affidato ad essa nella misura in cui il poeta mette a nudo la propria sensibilità.

Così come si evince dalle liriche custodite nella silloge della poetessa; una raccolta intima e preziosa, di acclarato pregio artistico, oltre che dalle molteplici suggestioni.

“Non sto pensando alle parole/ Le parole sono stanze/ Penso invece ai miei fantasmi/ Sono una che frequenta il buio dell’anima/ Ogni poeta è un aldilà” – “La stanza”

(Consigliato da Carolina Colombi)

 

“Stalingrado” e “Vita e destino” di Vasilij Grossman

Vita e destino - Stalingrado di Vasilij Grossman
Vita e destino – Stalingrado di Vasilij Grossman

Fa un’inquietante effetto leggere in parallelo questi due poderosi, fluviali romanzi dello scrittore russo Vasilij Grossman, di recente pubblicati da Adelphi, mentre proprio quest’oggi a Mosca si sta svolgendo la parata militare voluta da Putin per celebrare la vittoria dell’Armata Rossa contro l’invasore nazista e mentre dal 24 febbraio si sta svolgendo in Ucraina una sanguinosa, anacronistica guerra tra l’esercito invasore russo e l’esercito di quel paese, conflitto che sembra venire da molto lontano (si pensi alla Guerra di Crimea del 1853-56) ma che potrebbe estendersi a dismisura portando oggi il mondo intero al collasso nucleare.

Il dittico creato da Grossman è un unicum, inseparabile, un’«opera mondo», come direbbe il critico letterario Franco Moretti, che rappresenta in modo corale e totale, cogliendolo da più punti di vista, l’immane sacrificio di civili e militari stretti nella duplice morsa dell’aggressione del loro paese voluta da Hitler e Mussolini (v. Stalingrado, primo capitolo) e della disumana reazione di segno contrario deliberata dal loro tiranno di casa, quello Joseph Vissarionovich Stalin che compare nella copertina di questa nuova edizione di Vita e destino in compagnia di Lavrenty Pavlovič Berija (la sua «anima nera»), ritratti in un manifesto propagandistico d’epoca mentre salutano la squadriglia rossa dei bimotori in volo.

Gli autentici protagonisti del dittico creato da Grossman non sono però gli appartenenti a queste «alte sfere», bensì un immenso numero di persone comuni, in massima parte russi più alcuni tedeschi, assegnati dai loro rispettivi Stati e dai loro superiori gerarchici alle più varie mansioni di tipo militare, politico, carcerario (custodi e/o prigionieri nei lager nazisti o in quelli sovietici), medico, scientifico, ecc. sino agli addetti ai servizi più umili. Compiti che determinano, in definitiva, il loro «destino», ma che – proseguendo passo dopo passo, come nell’attraversamento di un intricato e intrigante labirinto, nella lettura dei due libri – si finisce con lo scoprire che si trovano in aperto contrasto con le più immediate e spontanee esigenze di «vita» degli esseri umani. Tra i due poli della «vita» e del «destino» viene a crescere dunque, specie in tempo di guerra, sempre più acuta, e in molti casi si fa insostenibile, la tensione che innerva e percorre le quasi 2.000 pagine di questa duplice opera immensa.

Il pensiero del lettore corre ora alla martoriata Ucraina, dove il contrasto tra «vite» e «destini» dei combattenti sui due fronti e della popolazione civile che sta loro in mezzo come vittime sacrificali è riemerso con la stessa devastante potenza deflagrata 80 anni fa nei pressi di Stalingrado. Il dilemma, che già Grossman aveva saputo cogliere e rappresentare con lungimirante lucidità nei suoi romanzi (proibiti in patria), è come poter dare nuovamente voce e libero spazio alla «vita» delle singole persone impedendo di renderle schiave di un «destino» imposto loro con la violenza.

(Consigliato da Giancorrado Barozzi)

 

“Gli ultimi ebrei” di Claudia Desogus

Gli ultimi ebrei di Claudia Desogus
Gli ultimi ebrei di Claudia Desogus

Un libro da leggere per l’estate 2022 è “Gli ultimi Ebrei” di Claudia Desogus. Dopo il successo delle fiabe sarde con il “Viaggio incantato” premio Nabokov nel 2020, la scrittrice cagliaritana Claudia Desogus ci sorprende con un nuovo libro dal titolo “Gli ultimi Ebrei” edito da Catartica Edizioni, uscito il 5 maggio del 2022.

La storia ambientata ad Alghero negli anni Novanta dove il presente e il passato si fondono con la fantasia dando vita ad una leggenda che accompagnerà il lettore tra il reale, la storia di epoche passate e il surreale che si veste di elementi misteriosi e paradossali coinvolgendo il lettore con il mistero.

La straordinaria letteratura di Claudia Desogus, raccontata attraverso i due ragazzi che visitano con la scuola, il palazzo Carcassona, la storia dell’omonima famiglia, ci dà la possibilità di conoscere la più potente famiglia ebraica della Sardegna. Il romanzo ricostruisce la tragica storia di questa famiglia che visse in Sardegna nel quindicesimo secolo. Una famiglia molto ricca, la cui ricchezza proveniva dal commercio dei coralli, che a causa di un evento tragico fu costretta a prendere decisioni drammatiche. Attraverso le vicende in cui si troveranno coinvolti i ragazzi e grazie a indagini e ricerca approfondiremo la storia dell’espulsione degli Ebrei dal regno di Spagna nel 1942.

Dal palazzo Carcassona da cui partirà l’indagine attraverso testimonianze perdute, gioielli misteriosi, opere d’arte sacre, saremo coinvolti nella storia condita di mistero per cercare di liberare la famiglia da una maledizione. È un’indagine moderna appassionata che si svolge tra passato e presente eventi prodigiosi e un viaggio a Castelsardo che consente di conoscere anche l’opera di uno dei più grandi artisti della storia sarda. Una storia da leggere tutto d’un fiato, capace di creare suspense. Un libro per tutti ma di facile e intrigante lettura per i ragazzi che amano il surreale.

(Consigliato da Giuseppina Carta)

 

“La pittrice di Tokyo” di Sarah I. Belmonte

La pittrice di Tokyo di Sarah I. Belmonte
La pittrice di Tokyo di Sarah I. Belmonte

Siamo nella Palermo del 1938, alla vigilia della Seconda guerra mondiale. Jolanda è una giovane donna in età da marito che di sposarsi non vuole sentirne; macchina fotografica sempre in spalla vuole essere libera, lavorare, cosa non semplice in quegli anni per una donna siciliana, e godersi la vita. È questo il motivo per il quale si ritrova a scrivere poesie sotto falso nome e a svolgere il lavoro da fotoreporter che il padre le permette di svolgere in attesa del matrimonio. Poi un giorno scopre che una misteriosa benefattrice ha pagato per lei un biglietto per Tokyo ed è così che viene a conoscenza di O’Tama Kiyohara, artista giapponese che per amore trascorse più di cinquant’anni a Palermo, creando un ponte tra le sue due isole. È per Jolanda un nuovo entusiasmate inizio fatto di bellezza, di tradizioni, di nuove visioni e, chissà, di nuovi amori.

Una storia al femminile che narra la difficoltà delle donne nel realizzare le proprie aspirazioni e andare oltre le mire matrimoniali di genitori che non comprendevano quanto fosse importante anche per esse poter vivere nella libertà di pensiero e di movimento.

O’Tama Kiyohara, artista giapponese, visse realmente e per lungo tempo a Palermo insieme al marito Vincenzo Ragusa, noto scultore, ed è reale il fatto che fu la prima artista giapponese a dipingere nello stile occidentale. Il fascino della Sicilia si fonde con quello giapponese mostrando quanto lontani e quanto simili i due mondi possano essere. Si parla di arte, di amore passionale, di donne coraggiose e ferme nelle loro idee, donne che per raggiungere i loro obiettivi si imbarcano per un lungo viaggio verso mete lontane dalle loro origini e famiglie.

“La pittrice di Tokyo” (Rizzoli, gennaio 2022), scritto dalla talentuosa scrittrice siciliana Sarah I. Belmonte, è bello, sognante, spietato, fortemente attuale per le tematiche trattate, ben scritto e non si vorrebbe mai giungere ad una conclusione.

Se amate il Giappone vi innamorerete di questo romanzo, se non lo amate comincerete a farlo al termine di questa incantevole lettura.

(Consigliato da Rebecca Mais)

 

“Far fronte all’ombra” di Roberto Escobar

Far fronte all’ombra di Roberto Escobar
Far fronte all’ombra di Roberto Escobar

Far fronte all’ombra” (Raffaello Cortina Editore) è diviso in varie parti, ognuna composta da alcuni capitoli. La prima è La belva.

“Forzando il pensiero di Elias Canetti,” – da Massa e potere“si può supporre che, di fronte ai guasti della belva trionfante, i singoli finiscano per capovolgere la paura del contatto con gli altri in una prevista passione per una nuova, terribile vicinanza.”

La seconda parte è L’autoinganno. Scrive Leopardi che “il choléra oltre che è attualmente in vigore in più altre parti del regno, non è mai cessato neppure a Napoli, essendovi ogni giorno, o quasi ogni giorno, de’ casi, che il governo cerca di nascondere.”

La terza parte è L’ombra. “Partita da ‘lievi principj, ingrossata da tremenda procella’, la peste invase tutta Milano, scrive Ripamonti.” – descrizione che fa apparire il morbo come un subdolo agente che in un primo tempo sussurra sommessamente, per poi ruggire come una belva famelica, che dapprima terrorizza, per poi rientrare in un’assurda abitualità, per cui subentra “un’indifferenza morale che non accomuna, ma divide”.

A quel punto si deve “fuggire”, ma dove?; inoltre, “significa spargere il contagio, aiutare la belva.” – diventare suoi inconsapevoli complici. Il fatto più inquietante è: che ne sarà di quella tal persona che pur amo, allorché verrà a contatto con me? Che ne sarà di me, quando le sarò accanto? L’ultima parte è Colpevoli. Secondo taluni la peste ha una funzione: punire i colpevoli, con la conseguenza che a patire furono spesso i perseguitati per eccellenza: gli ebrei: “tutti uccisi, alcuni impiccati, altri bruciati vivi, annegati, decapitati con l’ascia o con la spada.”

Infine ci sono i cosiddetti “untori”. Magica fu la boutade di Manzoni: “il buon senso c’era; ma se ne stava nascosto, per paura del senso comune.” – non mancava la saggezza ma era come seppellita dalla follia generale. E quando occorre scegliere “tra il fanatismo e la ragione, tra l’ingiusto e il giusto, tra il male e la cura del male”, la scelta cade dove maggiore è la massa gravitazionale.

L’autore sottolinea “un’altra necessità, quella di ricominciare, di insistere” a costruire e a ricostruire il mondo. Fantasticamente leopardiana la chiusa “Così è per la ginestra, che conoscendo il deserto con il suo profumo lo consola.”, una poesia che occorrerebbe rileggere ogni qual volta si fa sera.

Il saggio di Roberto Escobar non brilla solo per l’intelligenza e per una moltitudine di informazioni, ma anche per la bellezza della sua scrittura, che non è mai noiosa, né ridondante: merito della qualità delle fonti, ma anche della sua capacità d’armonizzarle, come egli dimostra a ogni pagina. Nonché per la fine gentilezza: nel primo capitolo, intitolato A mo’ di prefazione, il lettore è preparato alla durezza dell’argomento; e come potrebbe finire questo breve ma necessario saggio, se non col conclusivo A mo’ di postfazione, in cui invita “a far fronte ai mali”, tenendosi “compagnia l’un l’altro; e andiamoci incoraggiando, e dando mano e soccorso scambievolmente; per compiere nel migliore di modi questa fatica della vita.”

(Consigliato da Stefano Pioli)

 

“Il fiore di Parigi” di Caroline Bernard

Il fiore di Parigi di Caroline Bernard
Il fiore di Parigi di Caroline Bernard

“Il fiore di Parigi” è un romanzo di ambientazione storica scritto da Caroline Bernard, già nota per aver pubblicato “La passione di Frida”, con la stessa casa editrice TRE60. Edito a febbraio 2022 e tradotto da Maria Carla Dallavalle. Il prezzo di copertina è di 18,00 euro.

Questo romanzo è dedicato alla scrittrice francese Simone de Beauvoir (Parigi, 9 gennaio 1908 – 14 aprile 1986), saggista, filosofa, insegnante e femminista, esponente dell’esistenzialismo.

Leggiamo nell’aletta della sovraccoperta la trama: “Parigi, 1929. Simone è una ragazza curiosa, vivace e intelligente, e ha un grande sogno: diventare una scrittrice. Nonostante il parere contrario della famiglia, soprattutto del padre, severo e tradizionalista, Simone dopo il liceo si iscrive all’Università. Sono anni decisivi per lei, di studi letterari, di amicizie profonde e di incontri importanti. Ed è proprio nelle aule dell’École Normale Supérieure che Simone conosce l’uomo destinato a diventare il suo compagno di vita: Jean-Paul Sartre, di poco più grande di lei, apprezzato e conosciuto nell’ambiente universitario per le sue idee filosofiche e il suo carisma. Entrambi si sentono immediatamente legati, perché hanno interessi culturali comuni, ma soprattutto hanno la stessa visione del mondo e dell’amore, fondata sulla libertà assoluta e sul rifiuto di ogni vincolo e costrizione. Con Sartre, Simone condivide la vita privata ma anche il lavoro di scrittrice e l’impegno politico, frequentando i caffè della Rive Gauche, animati da artisti e intellettuali, e viaggiando per portare avanti le proprie battaglie, in una relazione aperta e appassionata che li porterà ad affrontare anche la guerra e la separazione, per poi ritrovarsi e non lasciarsi mai più.

Consiglio la lettura di questo libro a chi, come me, ha apprezzato Simone De Beauvoir attraverso la lettura dei suoi libri e soprattutto ha approfondito il suo pensiero filosofico espresso nel saggio “Il secondo sesso”.

Questo romanzo di C. Bernard ci rivela una giovane donna piena di entusiasmo, assetata di vita e di cultura e alla ricerca della sua realizzazione. Attraverso scelte coraggiose e anticonformiste per l’epoca storica in cui visse, Simone ci appare qui anche nelle sue fragilità, nei suoi dubbi, nelle sue lotte interiori per trovare un modo di vivere e di agire assecondando la propria natura e svincolandosi dagli imperativi morali e sociali del suo ambiente famigliare. L’autrice ci svela una Simone meno austera, meno rigida e meno sicura di sé di quanto appare dai suoi scritti e dalle note biografiche, una donna molto vicina a ciascuna di noi in quel travaglio continuo che ci vede impegnate, oggi come e forse più di allora, a gestire la nostra vita e la lotta per quella nostra piena autonomia ancora lungi dall’essere acquisita.

(Consigliato da Giovanna Fracassi)

 

“L’Eneide di Didone” di Marilù Oliva

L’Eneide di Didone di Marilù Oliva
L’Eneide di Didone di Marilù Oliva

«… e ora tutti mi chiamano Didone, che significa “l’errante”, in onore al mio viaggio» 

Una mattina di qualche mese fa, entrando in edicola, non ho resistito di fronte alla bella copertina color oro del nuovo libro di Marilù Oliva L’Eneide di Didone, edito da Solferino.

Come molti sapranno la docente e scrittrice bolognese, non è nuova alle riscritture e anzi proprio su queste righe Altea Gardini ne aveva recensito il precedente lavoro (recensione QUI).

Risulta evidente l’interesse costante per le donne, spesso dimenticate dalla Storia e dal Mito, dalle storie in genere.

Promettendomi di recuperare la lettura del precedente titolo, voglio ora soffermarmi sulla nuova scrittura da cui mi sono sentita letteralmente chiamata.

Didone infatti è un personaggio a me caro: ho sempre creduto che fosse vittima di una profonda ingiustizia: lei così bella, così nobile, così coraggiosa che viene trattata nel modo che sappiamo dal meno eroe degli eroi, da un uomo a lei tanto affine sul piano sociale, che si rivelerà di fatto tanto diverso e opposto sul piano morale! In teoria Enea e Didone avrebbero tutte le carte in tavola per amarsi pienamente: anzi, al di là dell’aspetto esteriore, entrambi sono stati profondamente segnati dal dolore della fuga dalla patria. Proprio per questo Enea dovrebbe avere il suo stesso pathos… ma l’ananke riserva ben altro!

Per fortuna, attraverso la ri-scrittura, le storie si possono cambiare. Così Oliva, fin dal titolo, riscrive l’Eneide.

Per il lettore medio, infatti, l’Eneide è un poema epico che narra le vicende di Enea (Eneide è un patronimico) scritto da Virgilio. La dicitura Eneide di Didone spiazza tutti.

Innanzitutto perché, se intendiamo “di Didone” nel senso di narrata/raccontata da Didone, sembra ante-litteram che le donne possano narrare, raccontare o addirittura scrivere; e, in ogni caso, leggendo il libro ci si rende conto che invece che la trama è portata avanti da tre voci in parallelo, ossia Didone, Giunone e Venere; secondariamente perché se intendiamo “di Didone” nel senso di “compiuta da Didone”, abbiamo a che fare con L’Eneide compiuta da Didone, ovvero le avventure di Enea svolte dalla regina, per cui si potrebbe parlare, a tutti gli effetti di Didoneide!
A mio avviso i due sensi del “di” convivono e danno il conto di un libro al contempo innovativo e tradizionale, adatto a chi ama il mito classico e le sue illuminate rivisitazioni.

Di più qui non dico: sia per permettervi intanto la lettura di questo volume, sia perché ne parlerò più approfonditamente in una successiva recensione.

Ad maiora e buone avventure di Didone!

(Consigliato da Filomena Gagliardi)

 

“Il dito e la luna” di Emanuele Severino

Il dito e la luna di Emanuele Severino
Il dito e la luna di Emanuele Severino

Le tesi del bresciano Emanuele Severino (1929 – 2020) sono tra le più complesse e originali del panorama filosofico contemporaneo. Proprio per la loro singolarità, sono tuttavia anche tra le più equivocate.

Si tratta infatti di un pensiero che, pur avvalendosi di un linguaggio rigoroso, degno della migliore tradizione occidentale, si presenta come un unicum inclassificabile. Per certi aspetti del suo contenuto, lo si potrebbe avvicinare a quello di Meister Eckhart, o di Spinoza, o Einstein, oppure alle intuizioni del buddhismo Mahāyāna. Ma, alla lunga, i raffronti non tengono.

Al di là di metafisica e antimetafisica, di ateismo e cristianesimo, le tesi di Severino hanno come loro nucleo essenziale l’idea di una totalità infinita, eterna in ogni suo aspetto, destinata ad apparire sempre più concretamente, cioè in volumi sempre più ampi, in una infinità di coscienze finite. Questo implica, come corollario, lasciarsi alle spalle gran parte delle categorie concettuali alle quali siamo abituati: potenza/atto, sostanza/accidente, causa/effetto, cervello/realtà esterna, durevole/transitorio, eccetera.

“Il dito e la luna. Riflessioni su filosofia, fede e politica” (ed. Solferino 2022, 240 pp.) offre l’opportunità di familiarizzare con questa particolarissima prospettiva, attraverso una collezione di articoli che Severino scrisse per il Corriere della Sera a partire dalla fine degli anni ‘70.

I temi e gli autori affrontati sono tra i più diversi: da Platone a Heidegger, da Tommaso a Dostoevskij, da Gentile a Ratzinger, ma sempre toccando dei nervi scoperti, dei punti critici, con riferimenti continui a dibattiti e problemi di scottante attualità. Va da sé che un pensatore così radicale non possa che inquadrare tali questioni da un punto di vista inedito, che può anche disorientare, o perfino scandalizzare.

Spesso, se ne potrà ricavare un’impressione simile a quella destata dalla lettura di Nietzsche, tanto l’analisi severiniana è acuminata e lucida. Lo stile è fluido e, come sempre in Severino, improntato alla chiarezza anche nei punti più impervi. Consigliato a chiunque sia incuriosito da questo pensiero, e voglia magari sondare il terreno, prima di cimentarsi con opere di più ampio respiro.

(Consigliato da Riccardo Peruzzo)

 

“La mafia nello zaino” di Alessandro Cortese

La mafia nello zaino di Alessandro Cortese
La mafia nello zaino di Alessandro Cortese

La mafia nello zaino – Il bimbo, il nano e l’assassino” è un romanzo di Alessandro Cortese (Messina, 1980), edito da Il ramo e la foglia edizioni (gennaio, 2022). La copertina è opera dell’artista palermitano Giulio Rincione. Sono trascorsi ben otto anni dalla pubblicazione di “Polimnia. Di 300 Spartani, una Grecia e dei Persiani di Serse” (Edizioni Saecula, 2014), un romanzo storico che racconta di avvenimenti umani che “non devono dissolversi nella dimenticanza” ma, anche in “La mafia nello zaino”, Cortese ripropone l’importanza del tema della dimenticanza perché i mortali devono continuare a narrare per far in modo che le nuove generazioni comprendano il valore di una singola azione compiuta da un singolo essere umano.

La finzione letteraria diventa così occasione per ricordare due grandi uomini, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, che, nella Sicilia raccontata da Cortese, diverranno il giudice Falco Di Giovanni ed il suo collega Paolo. I due personaggi, con la stessa tenacia che li ha resi celebri e che li ha anche condannati a morte, cercheranno di modificare quel viziato modus vivendi perché convinti oppositori di un sistema di corruzione che dall’isola arriva sino a Roma.

“«Sono cose grosse, Paolo, che partono da qua e arrivano su» disse il giudice Di Giovanni all’altro, prima che insieme si fermassero a un passo dagli scogli in cui mi nascondevo. «Mafia e politici hanno scavato questa galleria che, dalla Sicilia, attraversa sotterranea tutto il sud Italia e va dritta fino a Roma, dentro le stanze della VIII commissione, per infiltrarsi nelle grandi opere e nei lavori pubblici, facendo fare ai soldi avanti e indietro. Gli appalti, vinti a tavolino dai mafiosi, diventano mazzette che tornano nelle tasche della politica… e i nostri onorevoli che ci fanno dopo con quei soldi? Altre mazzette per altri mafiosi che, finanziando lo spaccio di droga per evitare il pizzo, danno al tessuto sociale la sensazione che nulla stia accadendo e infatti, in superficie, nulla accade: è tutto sotto, dove ci va soltanto chi sa e gli altri restano all’oscuro».”

Attraverso gli occhi di un picciriddu, lo scrittore messinese pone sul piatto il significato di innocenza per poi frantumarlo lasciando il lettore quasi incredulo per la crudezza della realtà, per la consuetudine degli eventi che si susseguono. Situazioni aberranti diventate una sorta di tradizione (e/o costrizione) per gli adulti ma non per il nostro piccolo eroe che, in emulazione di Nero Wolfe, protagonista degli sceneggiati Rai, si mette in testa di scoprire il colpevole dell’omicidio del ladro Giulio e dell’avvocato Cantarò.

(Consigliato da Alessia Mocci)

 

“Arianna” di Jennifer Saint

Arianna di Jennifer Saint
Arianna di Jennifer Saint

Arianna (Sonzogno, 2022, pp. 362, trad. di Ginevra Lamberti) è un romanzo palpitante di emozioni in cui Jennifer Saint riscrive un mito che presenta tutti gli ingredienti di una fiaba, ridotta però a pallida eco. Arianna e Fedra, le voci narranti, sono due donne impigliate in una ragnatela di strategie e inganni ordita dagli uomini.

Arianna e Fedra sono due risposte diverse al femminino.

Arianna è la Grande Madre prolifica che nutre i figli dal suo seno. Fedra è un utero in cui si formano esseri umani, estranei che abitano nel suo corpo.

Arianna realizza la propria libertà grazie all’immersione panica nel rigoglio di Nasso. Apprende un sapere antico, legato al ciclo delle stagioni, l’arte di fecondare la terra e trasformarne i frutti. Incarna il modello della donna secondo la concezione patriarcale che la vuole laboriosa e dedita alla famiglia. Per contro Fedra è “politica”. È l’abitatrice della πόλις, il πολιτικόν ζῷον che vive nella società. Ma è anche politica in quanto βασίλεια; è lei che detiene il potere, siede in Consiglio e decide. Perché il re, Teseo, è sempre altrove. Egli è narcisista e manipolatore o volgare bugiardo vanesio? Teseo è alla ricerca di una fama imperitura ed è il principale biografo di sé stesso. Ma non è un biografo onesto; nel costruire il proprio mito, è attento a limare con le menzogne tutte le asperità che possano incrinarne la perfezione.

Così diverse, Arianna e Fedra condividono l’amara consapevolezza che la loro vita è fondata sull’illusione.

Quello tra Arianna, Teseo e Fedra non è un triangolo amoroso ma un chiasmo. Teseo è il punto di incontro e inversione di due membri antitetici.

Arianna è un romanzo che celebra la sorellanza, non solo come legame di sangue ma come condivisione di un’alterità dolorosa e forte rispetto al prepotente mondo maschile. Dolore e forza sono le due eliche del DNA femminile. Fin da piccola Arianna apprende che, per quanto le donne possano condurre una vita irreprensibile, esse saranno sempre vittime delle passioni degli uomini. Maschi sono i protagonisti dei canti degli aedi ma tra le pieghe di quei versi, da cui le donne sono escluse, pulsa la loro sofferenza. Proprio da quelle escluse promana una forza viscerale che schiaccia la forza bruta degli uomini e assume la dimensione di un’epopea.

E solo la κοινή femminile possiede quella forza speciale capace di combattere una battaglia preclusa a qualsiasi esercito maschile: quella che si consuma ogni volta che, dal grembo di una donna, una nuova luce va ad accendersi nell’universo.

(Consigliato da Tiziana Topa)

 

“Io sono Persefone” di Daniele Coluzzi

Io sono Persefone di Daniele Coluzzi
Io sono Persefone di Daniele Coluzzi

“Io sono Persefone” è un romanzo di Daniele Coluzzi ed è edito per Rizzoli nel 2022.

Quando la figlia di Demetra sparì, la madre la cercò ovunque senza trovarla. Il dolore la consumò a tal punto che non si rendeva conto di cosa mangiava, di cosa beveva ed era prostrata dal dolore. La sua pena ebbe conseguenze catastrofiche: il mondo venne piagato da una carestia e in migliaia trovarono la morte per via della mancanza di cibo.

Ma dove si trovava Persefone? Chi aveva osato rapire la figlia di una dea?

Il fatto è noto. Sia nelle arti e nella letteratura basta fare accenno a tre chicchi di melagrana per sapere che si sta parlando di colei che era Core (la fanciulla) la divinità ctonia figlia della dea delle messi, la ragazza che fu rapita da Ade e portata negli abissi del suo regno di morte.

La faccenda è ben più complicata. Ade ha rapito la fanciulla. Sì.

Demetra ha scatenato la più grande carestia mai vista. Sì.

Core divenne Persefone. Sì.

Chi causò tutto questo? Una certa divinità, forse ancora arrabbiata con Zeus per una certa questione che riguardava, in parte, una certa guerra di fronte a certe porte (le Scee), decise di far presente al di tutti gli dei che La Fanciulla non aveva ancora preso marito e che, visto che la madre rifiutava ogni pretendente, suo padre (Zeus per l’appunto) doveva intervenire.

Sapete com’è quando qualcuno ti suggerisce un’idea e non sai per quale motivo ma ti sembra proprio che questa sia sempre stato il tuo pensiero? Zeus concede in moglie ad Ade sua figlia Persefone. Peccato che lo abbia detto solo alla dea più bella e al suo figlioletto lesto con l’arco e con i pasticci d’amore.

Un grosso pasticcio e un grosso guazzabuglio in cui Zeus aveva tirato il sasso e poi, maldestramente, aveva ritratto il braccio. Persefone, prigioniera, libera dalla presenza di sua madre, scopre di avere una voce propria, anche se essere segregata non le piace. Inizia a prendere sicurezza, ad affezionarsi a coloro che sono morti senza poter parlare in propria difesa. Inizia a comportarsi come una regina in un mondo che ha bisogno di compassione oltre che di sentenze definitive.

All’inizio il rapporto con Ade è conflittuale e pieno di silenzi scontrosi ma, a poco a poco, le incomprensioni diventano terreno di incontro e di crescita sia per Ade che per Persefone che non è più una fanciulla ma una dea. Zeus ci aveva visto lungo: la ragazza aveva bisogno di imparare a camminare con le sue gambe senza che sua madre le risolvesse ogni situazione.

Tutti felici? Quando Persefone dichiara di accettare di dividere la sua esistenza tra il mondo dei vivi e il mondo dei morti non lo fa per amore di Ade ma perché è stata lei a deciderlo.

(Consigliato da Altea Gardini)

 

“Infanzia” di Tove Ditlevsen

Infanzia di Tove Ditlevsen
Infanzia di Tove Ditlevsen

Prima di leggere Infanzia, della poetessa e romanziera danese Tove Ditlevsen ignoravo tutto, perfino che fosse esistita. La sua biografia racconta di una vita che fu a dir poco tormentata, segnata da reiterate crisi, da eventi e scelte che la misero sempre più a rischio. E che si concluse nel 1976 con un suicidio, a cinquantotto anni, dopo ripetute cadute nell’alcol, nella depressione e quattro matrimoni andati in fumo.

Si dovrà dunque esser grati all’editore Fazi per aver pubblicato il libro di Ditlevsen, in linea con l’eco entusiasta della stampa anglosassone che ne ha cantato le lodi per prima.

Infanzia è in realtà la parte iniziale di una trilogia autobiografica, nota come Trilogia di Copenaghen, che potremo leggere per intero grazie sempre all’editore italiano che ne completerà la pubblicazione nel corso del prossimo anno.

Quel che più sorprende in questa prima straordinaria parte della Trilogia, è l’intensità e al tempo stesso la spietatezza dello sguardo – acutissimo e insieme privo di risentimento – che la fanciulla posa su quanto la circonda, a cominciare dai membri della propria famiglia, innanzi tutto dal padre descritto come uomo colto e al tempo stesso grossolano, da cui eredita la passione per la lettura, e che nonostante tale affinità resta indifferente all’inclinazione letteraria della figlia; dalla quale – essendo una femmina – non può aspettarsi alcunché.

Massimamente deludente è il rapporto con la bellissima madre, alla cui intimità la fanciulla non può avere accesso, un essere davanti al quale è spesso in contemplazione, in costante attesa di un riconoscimento, di un gesto amorevole che non arriva mai. La donna che l’ha messa al mondo è o si mostra indifferente, spietatamente anaffettiva. Né il rapporto col fratello maggiore, che ha ereditato l’inutile bellezza della madre, si configura come un legame che possa in qualche modo compensarla. E tuttavia non c’è mai malanimo nei toni della voce narrante, né un moto o un pensiero di ribellione verso tanta avarizia sentimentale. Che la piccola Tove sembra accettare talora come un dato naturale delle cose, talaltra vivendola perfino con un senso di colpa, sentendosi insufficiente, inadeguata, maldestra, e dunque indegna della considerazione parentale.

La stampa anglosassone, che ha il merito di aver riportato in auge il nome della Ditlevsen, insistendo sul suo assoluto talento, si è pure spinta in accostamenti in realtà poco condivisibili, associando il nome della scrittrice danese a quelli a noi ben più noti della francese Annie Ernaux e della nostrana Elena Ferrante per il contesto infantile col quale anche dette scrittrici si sono misurate. Un parallelo, a me sembra, del tutto fuori luogo, sia perché Tove Ditlevsen le precede di decenni, sia perché la voce narrante dell’autrice danese è lontana tanto da quella straordinariamente storico-evocatrice di Ernaux quanto da quella sanguigna e risentita di Ferrante. È come cercare un qualche nesso tra scrittori quali Kipling, Burroughs e Salgari per il semplice fatto che tutti e tre hanno ambientato i loro romanzi nella giungla.

Unica nota negativa del libro: la copertina.

(Consigliato da Riccardo Garbetta)

 

“Come fiori sul ciglio della strada” AA.VV.

Come fiori sul ciglio della strada
Come fiori sul ciglio della strada

Recensire un’antologia di diversi autori ha come difficoltà quella di trovare un unico intento, una trama comune che unisca i vari scrittori.

Vediamo di cosa hanno scritto i quattordici autori in “Come fiori sul ciglio della strada” (Tomarchio Editore).

Marco Salvario, col racconto “Libertà”, prende spunto da uno spaccato di vita vissuta e ci mostra come si riducono i nostri giovani, dopo le notti brave offerte dalla movida. È riuscito a creare un racconto realista, amaro, ma che ci espone uno dei veri problemi della società.

Samuel Pezzolato ci porta i suoi “Fiori di Ibisco”, poesie dolci amare, dedicate a amori non facili, spesso irraggiungibili, passati, lontani. Un poeta romantico.

Roberta Sgrò col suo “Quattro su sei” ci porta nell’animo di un ragazzo malato di anoressia, ci mostra il suo sentire, e, con lui, percorriamo i suoi passi verso la quasi guarigione.

Marco Leonardi si dedica a racconti dove aleggia il mistero, o personaggi strani. Li porta alla nostra attenzione con una penna abile.

Oswaldo Codiga in “Penso, rifletto, scrivo” ci ha donato delle sue poesie. Tra riflessioni, utopie, desideri. E ancora ricordi e le cose nostrane, concrete che servono alla nostra vita.

Beatrice Benet in “Amore senza età” ci conduce nei suoi racconti intensi, dove il file rouge dell’amore si fa inseguire fra le righe.

Gian Carlo Storti, tramite racconti che sono pescati dai ricordi, ci parla di alcuni suoi viaggi, fra la passione per la politica, momenti storici vissuti in gioventù, in “Alla scoperta del socialismo reale”.

Mary Castelli si divide in “C’è un unico amore”, fra prosa e poesia. L’amore qui stende i suoi tentacoli: fra rapporti fra uomo e donna, amicizia, il sentimento ampliato all’umanità.

Marcello Sgarbi ha scritto “Ogni oltre limite”, il limite della malattia, dell’handicap, so bene quanto all’autore sia caro l’argomento, scrivendone in modo eccellente.

Silverio Scognamiglio, invece, si è spinto “Fra il sacro e il profano”, partendo da una lettera che veramente ha trovato e riuscendo a farne un racconto avvincente.

Tiziana Topa “La forza delle donne” ce la dimostra in un racconto storico. Oltre che in un attuale pezzo sul femminicidio.

Enrico Pinotti con le sue “Persone”, ci mostra i lati umani della gente di paese, quella umile, che lavora. La vita fatta di famiglia, casa e di quella socialità semplice e quotidiana.

Danilo Perico, “Nel tempo di una vita” suddivisa fra prosa e poesia, ci fa compiere un breve viaggio fra riflessioni, accadimenti e protagonisti di vario genere.

Infine Maria Marchese con le sue “Fragilità poetiche”, poesie auliche, che mostrano la bellezza e il sentire in varie forme.

Vi ho aperto solo alcune finestre per mostrarvi brevemente quanto sia pregna, la raccolta. Sono certa che ognuno di voi troverà, in questo o in quel testo, qualcosa che lo sorprenda, lo colpisca. Lo rapisca. Perché questo fanno le parole.

(Consigliato da Miriam Ballerini)

 

“Confine donna. Storie e poesie di emigrazione” a cura di Silvia Rosa

Confine donna. Storie e poesie di emigrazione - Silvia Rosa
Confine donna. Storie e poesie di emigrazione – Silvia Rosa

Finalmente posso sfogliare l’antologia poetica Confine donna. Poesie e storie di emigrazione, a cura di Silvia Rosa, Vita Activa Nuova Poiein. Appena nato, il libro si presenta come un cofanetto ricco di voci e di versi. Il verseggiare in italiano fa risaltare le voci di donne provenienti da ogni angolo del mondo, giunte sulla Penisola per scelta o per merito del Kairos che le ha guidate. È una terra ampia e profonda, quella che percorriamo seguendo le pagine che, occorre ammetterlo, ho illustrato io stessa con cura. Desidero mostrarvi il canto corale che travalica i confini. Prisca Augustoni, Anna Belozorovitch, Natalia Bondarenko, Vera Lúcia de Oliveira, Anila Hanxhari, Adriana Langtry, Eliza Macadan, Gentiana Minga, Lidia Amalia Palazzolo, Mikica Pindzo, Brenda Porster, Jonida Prifti, Barbara Pumhösel, Anila Resuli, Candelaria Romero, Evelina Schatz, Barbara Serdakowski, Marijana Sutic, Eva Taylor, Irina Turkanu, Alexandra Zambà narrano le proprie trame autobiografiche dense, memorie di approdi e arrivi alla stazione, i treni Regionali e gli aerei, la gente che parla una lingua sconosciuta. “Quando si è fatta un’esperienza di migrazione tutto cambia” scrive Eva Taylor “anche la relazione con il paese di origine.”. L’italiano si intreccia alla lingua madre e spalanca il futuro, è innamoramento e relazione, è ascolto e nuova parola. Gli errori di forma diventano “cicatrici” scrive Barbara Serdakowski “che un po’ fanno male quando le tocchi”, ma che sono anche una mappa del percorso compiuto e preziosi segni, indicatori sulla via del ricordo.

L’antologia raccoglie, sistematizza e approfondisce i contributi apparsi sulla rivista digitale Poesia del nostro tempo, pubblicati a puntate da Silvia Rosa, dal 2017 al 2019, nella rubrica omonima, ideata come un sintetico contenitore di riflessioni sul tema dei confini geografici, linguistici, emozionali, a partire da una serie di interviste rivolte ad autrici straniere, di diversa provenienza nazionale e di generazioni distinte, che vivono o hanno vissuto in Italia. Nonostante le divergenze anagrafiche, culturali, linguistiche citate dalla curatrice nell’introduzione al libro, è davvero possibile scorgere nelle loro narrazioni alcune affinità, ed è proprio questo filo rosso che mi ha ispirata nel periplo che ho percorso io stessa per dare forma all’apparato grafico.

È un giro del mondo attraverso parole di donne che vivono il nostro tempo in anima e corpo, e sentono il distacco dall’origine, nostalgia Pothos che riporta alla perdita e parla attraverso il luogo del corpo per poi sospingere altrove, trovando il proprio dire e dirsi al confine tra la memoria e l’apprendimento di una cultura altra, di una lingua adottiva.

“ora il libro è il mio corpo/ girano le pagine che mi strappano di dosso/ le parole si spaccano per terra/ e non è possibile tenerle insieme/ nello stesso discorso.” – V. L. De Oliveira

(Consigliato da Valeria Bianchi Mian)

 

“Un borghese piccolo piccolo” di Vincenzo Cerami

Un borghese piccolo piccolo di Vincenzo Cerami
Un borghese piccolo piccolo di Vincenzo Cerami

Cosa unisce un clamoroso successo editoriale di quasi cinquant’anni fa con i giorni nostri?

La risposta ce la dà la Garzanti che ci fa specchiare in questo salto temporale ripubblicando nel 2022 un grande libro del 1976: il romanzo d’esordio di Vincenzo Cerami, Un borghese piccolo piccolo. Una storia che affonda nella mediocrità arrivista e spietata, dove si affronta la guerra quotidiana per cercare di elevarsi a tutti i costi. Ma è proprio in quel cercare di elevarsi a tutti costi, quasi senza coscienza, che forse combaciano i cinquant’anni di distanza.

Nella scena iniziale i due protagonisti, padre e figlio, uccidono a sassate un pesce appena pescato. È l’icona della crudeltà dell’uomo, e dei tempi. Che forse corrisponde all’insulto mediatico di oggi, con lo stesso brivido di piacere.

Facciamo un passo indietro di mezzo secolo e immaginiamo lo scenario del libro di Cerami, in una Roma livida di intrallazzi. Erano anni in cui era appena stato ucciso Pier Paolo Pasolini, con un omicidio senza ragione e senza volto. Erano anni che precedevano di pochissimo il rapimento e la morte di Aldo Moro per opera delle Brigate Rosse, o di tutto quello che forse c’era dietro. Erano anni in cui Carlos Santana ci faceva venire la pelle d’oca suonando Europa; andate a risentirla, per capire la cultura di quegli anni.

E così Cerami rompeva gli schemi musicali del solito romanzo raccontando una storia dura, quella di un antieroe. E tutto il fantastico fascino letterario, a volte graffiante, sta proprio in questo. Nei vizi del famoso italiano medio, che forse non era proprio una bella persona. Come Giovanni, un impiegato del Ministero, che con una vita di sacrifici riesce a far conseguire il diploma di ragioniere a suo figlio Mario, per poter conquistare il famoso “posto fisso”. Ma la vita facilmente si mette di traverso, con un rapinatore che sparando a caso colpisce e uccide il neoragioniere.

Colpo mortale per il padre che da quel momento si ritrova in un volo a planare verso la più dura indifferenza. L’autore ce lo racconta in presa diretta, con tutte le tappe di un abbruttimento senza salvezza. Ci si lascia andare sempre più in basso, a esplorare le reazioni dell’animo umano in cattività. Ci facciamo delle domande sulla natura dell’uomo, allora come oggi: c’è cattiveria?

La vita rassegnata di Giovanni trova poi una deriva quando la polizia lo chiama per identificare l’assassino del figlio. Qui Cerami ci descrive un altro sipario sconvolgente, con l’insensibilità dei vari testimoni, che pur di sbrigarsi, non si preoccupano di riconoscere un assassino. Fa riflettere quell’indifferenza di vivere senza valori, come se fosse giusto.

Anche Giovanni si lascia trascinare da questa indolenza di arrendersi. Ma una volta fuori rintraccia il criminale, e lo fa prigioniero della sua insoddisfazione di vivere. Da vittima a carnefice è un passo brevissimo, che l’autore non ci fa vivere come rivalsa. Al contrario, l’indolenza della vittima abita tutte le mosse del carnefice. Come se il mostro fosse dentro di noi e bastasse poco per farlo saltar fuori.

(Consigliato da Pier Bruno Cosso)

 

“Radium Girls” di Cy

Radium Girls di Cy
Radium Girls di Cy

Nell’America degli anni Venti, Edna Bolz, Katherine, Molly, Quinta e Albina lavorano in fabbrica, la United State Radium Corporation, dipingendo quadranti degli orologi dell’esercito con una vernice luminescente. Per velocizzare il lavoro e per essere più precise devono inumidire il pennello con le labbra moltissime volte al giorno, questo gesto ritenuto da tutte loro innocuo le porterà a malesseri e malattie molto gravi nel corso degli anni riconducibili al radio contenuto nella vernice. I superiori non avvertono le ragazze della pericolosità del lavoro.

All’inizio della graphic novel “Radium Girls” di Cy (edita da Star Comics) c’è la leggerezza di queste ragazze che vogliono lavorare, divertirsi, essere emancipate in una America piena di vita e di cambiamenti. Vengono chiamate Ghost Girls dagli amici alle feste serali perché si illuminano al buio utilizzando la vernice tutto il giorno e a loro piace usarla anche come smalto o metterla sul viso per divertimento. Le loro vite piene di aspettative, amore ed entusiasmo da lì a poco cambieranno del tutto.

Il periodo gioioso lascia spazio a vari presentimenti quando iniziano i sintomi di mal di denti, anemie e poi tumori, la maggior parte delle ragazze che lavoravano con loro muore dopo un calvario di malattie di cui non si conosce la causa. L’atmosfera dei disegni e dei colori cambia e si racconta l’isolamento di queste donne, la difficoltà economica e le spese mediche consistenti, ma nonostante tutto la loro determinazione le porta a cercare giustizia facendo causa contro la ditta in cui lavoravano. Tavole a tutta pagina con le donne che si stringono le ginocchia al petto e con i colori del dolore attorno ci indicano la malattia e la morte che le circonda.

La sofferenza sta in poche immagini che rimangono impresse, la storia poi va avanti e ha un finale di speranza. Il finale vuole essere un plauso a queste donne piene di amore per la vita che hanno lottato per far valere non solo i propri diritti, ma quelli dei lavoratori futuri. Questa storia è accaduta nella realtà americana e parlarne è un monito per chi antepone il profitto alla salute e alla vita dei lavoratori. Pensare che questo tema sia attuale ancora oggi fa riflettere su quanto ancora dobbiamo fare e su come possiamo prendere esempio da Edna e le Radium Girls.

L’autrice di questo volume ha fatto un ottimo lavoro con matite e colori sia per come è riuscita a strutturare la storia, sia per i disegni e la scelta grafica di ogni pagina. Ci si immerge nel mondo di queste ragazze come nelle pagine e se ne esce con una grande speranza e consapevolezza in più.

(Consigliato da Gloria Rubino)

 

“Atlante dei paesi fantasma” di Riccardo Finelli

Atlante dei paesi fantasma di Riccardo Finelli
Atlante dei paesi fantasma di Riccardo Finelli

Edito da Sonzogno e uscito il 12 maggio 2022, con illustrazioni ad acquerello di Alessandra Scandella, Atlante dei paesi abbandonati fa parlare le rovine di centri che in un tempo, più o meno vicino, sono stati colmi di vita e che ora “restano a ricordarci le generazioni che li hanno abitati, all’insegna di un rapporto spesso controverso tra chi se li è lasciati alle spalle e chi oggi sogna di farli rinascere”.

Riccardo Finelli (Modena 1973) è un giornalista impegnato da anni in reportage di viaggio e scrittore che ha già pubblicato: Storie d’Italia (2007), C’è di mezzo il mare (2008) e 150 anni dopo. Ai quaranta all’ora sulle tracce di Garibaldi (2010) tutti editi da Incontri; Coi binari fra le nuvole. Cronache dalla transiberiana d’Italia (2012) e Appenninia. Viaggio nella terra di domani (2014) entrambi con Neo Edizioni; con Sperling & Kupfer Destinazione Santiago (2016), Il cammino dell’acqua (2017), Destinazione Santiago. Come ritrovare se stessi sul cammino (2017); La coperta di Dio, romanzo scritto con Pier Paolo Benassi (Bibi Book, 2020).

L’autore, nell’arco di tre settimane, partendo dalla Sardegna, per passare poi in Sicilia e Calabria e risalire la penisola sino alle Alpi, ha visitato 20 centri non più abitati. La scelta è caduta non su semplici agglomerati sparsi o borgate, ma su veri e propri paesi. «Volevo fiutare le tracce umane, toccare con mano l’enormità, anche fisica, di ciò che siamo capaci di dimenticare».

Questa piccola guida si divide in cinque sezioni: “Quando la terra trema” (Alianello, Apice, Poggioreale), “La terra che scivola” (Rovaiolo, Roscigno, Cavallerizzo di Cerzeto, Roghudi, Gairo e Osini), “Inedia” (Reneuzzi, Narbona, Canate di Marsiglia), “Deserti di cattedrali” (Consonno, Castelnuovo dei Sabbioni, Monteruga, Santa Chiara sul Tirso), “Prove di rinascita” (Codera, Celleno, Buonanotte e Craco).

Lo ammetto, io sono andata subito a sbirciare le pagine dedicate Gairo, Osini e Santa Chiara sul Tirso, nella mia amatissima Sardegna, per ritrovare cose conosciute e dimenticate e, lo confesso, è stato bello!

Il libro contiene una ristretta e personalissima selezione di luoghi da parte dell’autore. L’Atlante, infatti, non vuole e non può essere un vero e proprio catalogo: in Italia i centri ormai disabitati censiti superano il migliaio, senza contare i piccolissimi insediamenti coi quali si arriva all’incirca a 6000 secondo fonti Istat.

La finalità dichiarata del percorso di Finelli è, invece, quella di trovare vita oltre la rovina e il senso dei tanti tentativi di riabitare i centri abbandonati, recuperandoli e stimolandone la rinascita. È possibile cercare l’anima tra le rovine? Quale anima? Quella dei luoghi, di chi li ha abitati, o la nostra, quella di viaggiatori alla ricerca di spazi, tempi e rapporti non ingoiati dalla valanga del tempo moderno, istantaneo, che tutto polverizza e cancella. La riscoperta si configura, per molti aspetti, in una vera e propria scoperta pluridimensionale aperta e carica di possibilità. Sta a noi, lettori e viaggiatori, proseguire questo percorso, non solo sulla pagina, ma anche e soprattutto sul territorio.

Atlante dei paesi fantasma è disponibile sia in formato cartaceo che in versione ebook.

(Consigliato da Katia Debora Melis)

 

“Tutte le donne del mondo” di Leonardo Dianda

Tutte le donne del mondo di Leonardo Dianda
Tutte le donne del mondo di Leonardo Dianda

Nessuna lotta può concludersi vittoriosamente se le donne non vi partecipano a fianco degli uomini. Al mondo ci sono due poteri: quello della spada e quello della penna. Ma in realtà ce n’è un terzo, più forte di entrambi, ed è quello delle donne.” – Malala Yousafzai

Tutte le donne del mondo” dell’avvocato Leonardo Dianda è un saggio scorrevole ma puntuale che mette in evidenza quante hanno fatto la storia distinguendosi in varie discipline o lotte per i diritti. E, queste paladine, non sono ritenute eccezioni alla massa informe di creature deboli, adatte solo all’accudimento e alla procreazione: fra le donne risparmiate dall’oblio ci sono quante, invece, sono state dimenticate, pur essendo eroine o semplicemente se stesse in un mondo che le relegava all’ombra, a due ruoli soltanto, quello di Angelo del focolare o a meretrice, comunque a un passo indietro.

E per tutte loro, Leonardo Dianda dedica la ricostruzione al femminile di una storia universale, inclusiva, basata sulla valorizzazione della differenza, sulla difesa dei diritti, sulla salvaguardia del pianeta. Dee madri, figlie di terra e cielo, regine in tempo di pace, eredi di creature del mito e di ave forti e dolci al contempo, le donne di cui si racconta si intrecciano alla nostra storia e creano reti tramite il quale incontrarsi e riconoscersi.

Bisogna, dunque, infrangere il silenzio, quello che porta a dimenticare, a regredire, a non aprirsi al confronto con l’Altro.

In principio la Donna era tutto: l’Altro per eccellenza, canale sacro fra i mondi. Poi arrivò il patriarcato: attenzione, non arrivarono solo gli uomini al potere, ma un sistema culturale errato di cui sono vittime entrambi i sessi. Vittime di stereotipi, di guerre, di morte.

E le donne da Altro diventarono streghe, malefiche, pazze da dover rinchiudere in casa o in strutture, perché la storia ne cancelli il nome.

È tempo di dare voce, di avere voce.

(Consigliato da Emma Fenu)

 

“Lo strano caso del Dr. Jekyll e di Mr. Hyde” di Robert Louis Stevenson

Lo strano caso del Dr. Jekyll e di Mr. Hyde di Robert Louis Stevenson
Lo strano caso del Dr. Jekyll e di Mr. Hyde di Robert Louis Stevenson

“Lo strano caso del Dr. Jekyll e di Mr. Hyde” scritto nel 1886 da Robert Louis Stevenson è un libro che consiglio vivamente come lettura estiva, sia nel caso che non l’abbiate mai letto, sia come rilettura. È stato ristampato nel 2022 da Rbt Italia Srl.

A differenza di molte trasposizioni cinematografiche, la vicenda – a parte l’ultimo capitolo – non è mai raccontata dal punto di vista del protagonista, e c’è anche molta meno azione di quel che si possa immaginare. Insomma, un libro che stupisce, diverso da come molti se lo aspettano. Inoltre il tema dell’eterna conflittualità tra bene e male è trattato in maniera molto profonda. Lacerato dai sensi di colpa per le sue inclinazioni, Jekyll decide di “separarsi” dal suo lato “cattivo”. Ma è veramente possibile dividere due aspetti che fanno entrambi parte di noi?

Attraverso lo sguardo di Utterson, avvocato amico del Dr. Henry Jekyll, apprendiamo di una misteriosa storia di un uomo dalle fattezze sgradevoli, capace di provocare angoscia e turbamento in tutte le persone che hanno la sfortuna di incontrarlo, e di un Dottore di animo buono, di cui tutti nutrono un’alta considerazione. Mr Hyde e Dr. Jekyll. All’apparenza due personaggi totalmente distinti, fino a quando non conosciamo la verità dei fatti: Jekyll e Hyde sono due facce della medesima medaglia, luce e ombra dello stesso soggetto. Dr. Jekyll, infatti, è riuscito a creare una sorta di pozione che gli permette di scindere le sue due personalità e far emergere un altro lato di sé, più oscuro e immorale. Un lato che ha cercato sempre di nascondere, soprattutto perché va contro i principi morali dell’epoca vittoriana. Tuttavia, le cose vanno peggiorando quando si rende conto che non può più gestire e controllare la sua parte oscura. Spettatore e narratore dei fatti è, come dicevo, Utterson, un avvocato che si ritrova tra le mani il testamento del Dr. Jekyll nel quale lo invita in caso di morte o di scomparsa a destinare tutti i suoi averi a questo fantomatico Edward Hyde. Tra le strade di una Londra cupa, oscura, fumosa, pericolosa emerge la violenza, un terrore di cui si comprende poco.

Il racconto scritto da Stevenson è nato da un incubo realmente sofferto dall’autore. Nella sua brevità tratta una tematica molto importante e interessante: questa sorta di doppio, di duplice personalità. La fragile coesistenza tra bene e male in ogni essere umano. In tutti noi, in fondo, albergano bene e male, sta a noi e alla nostra coscienza decidere per quale via optare. Scegliere chi vogliamo essere, o cercare in qualche modo di gestire luce e ombra. Ma quante volte, in fondo, anche noi abbiamo quasi il desiderio profondo di far emergere un altro lato della nostra personalità? Forse più conturbante e pericoloso, più sfrenato, incapace di rispettare le regole. Quello che nascondiamo, che non vogliamo mostrare agli altri. Il problema però rimane nel sapersi controllare, prima di commettere qualcosa di terribile, e soccombere al male.

(Consigliato da Franco Carta)

 

“Mamma, leggiamo una fiaba?” di Biagio Arixi

Mamma leggiamo una fiaba - BIagio Arixi
Mamma leggiamo una fiaba – BIagio Arixi

Il grande scrittore e poeta sardo Biagio Arixi, noto in tutto il mondo, ci sorprende e commuove ancora una volta. “Mamma, leggiamo una fiaba?” è stato pubblicato a maggio 2022.

Il nuovo libro di Biagio Arixi è adatto ai bambini ma anche e soprattutto ai grandi che hanno dimenticato di vivere con le ali della fantasia. Sono sette fiabe per un viaggio senza fine e pieno di stupore. La prima di intitola “Mezzaluna magrebina”.

E Mezzaluna era il nome della gatta. In quegli anni l’imperatrice l’aveva allevata con una dedizione così materna da rasentare il ridicolo. Ogni momento Mezzaluna era accudita dalle cameriere, aveva un appartamento tutto per sé. Una governante la sorvegliava durante tutta la giornata perché nulla potesse mancarle. E ogni sera, prima di mandarla a letto, la accompagnava dalla padrona che la copriva di baci e di carezze.”

Questo è un grande progetto culturale e sociale sardo che vuole e deve arrivare ovunque, con scopo benefico, sostenuto dalla Fondazione di Sardegna, da ARKA Eventi Culturali di Vincenzo Di Dino. L’editore è La Zattera di Alessandro Cocco.

Mi son trovata ad esser Madrina di questa meravigliosa idea, ho avuto l’onore di poter presentare in altre occasioni quest’autore che si distingue per aver scelto sempre la strada della non violenza e, dunque, dell’amore e della gentilezza.

Con l’acquisto del libro si potrà aiutare ed offrire una grande mano di aiuto agli ultimi, cioè ai bambini vittime di vittime, figli di madri perite per mano assassina, cadute per femminicidio. Bisogna intendere questo libro come un pensiero solidale per chi non avrà fiabe lette dai genitori la sera.

Un formato con grandi dimensioni, una accattivante copertina da accarezzare, all’interno colorati disegni che amplificano i contenuti.

Buona lettura con la coscienza attiva!

(Consigliato da Alessandra Sorcinelli)

 

“Fa una scelta di buoni autori e contentati di essi per nutrirti del loro genio se vuoi ricavarne insegnamenti che ti rimangano. Voler essere dappertutto e come essere in nessun luogo. Non potendo quindi leggere tutti i libri che puoi avere, contentati di avere quelli che puoi leggere.”

Lucio Anneo Seneca ‒ “Lettere morali a Lucilio”

 

“Datta, dayadhvam, damyata/ Shantih shantih shantih” [Dai, compatisci, domina/ Pace]

Thomas Stearns Eliot in “The Waste Land”

 

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