“Bella del Signore” di Albert Cohen: tra ebrei ci si intende sempre?

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Perché? Il quale è un gran bell’avverbio interrogativo.

Bella del Signore di Albert Cohen
Bella del Signore di Albert Cohen

Perché, dalle prime pagine di Bella del Signore di Albert Cohen, autore per metà ebreo, metà greco, metà svizzero, metà francese, ed ognuno di noi è un Doppio, come predicava il bell’Antonin Artaud, il mio pensiero corre a Vita e destino di Vasilij Semënovič Grossman? Lo intuisco e non riesco a spiegarlo in poche parole. Né ce le farei in due o tre pagine.

Anche qui si parla di ebrei e non solo, ma non c’entra credo, non abbastanza. Perché la vita appare quello che è, priva di poesia e intrisa in una prosa burocratica?

A pagina 235 de Bella del Signore leggo che “Miss “Wilson” è pressoché “sprovvista di sedere” nonché “convinta della propria legittima esistenza” – nonché d’altre cose, e che è: “impeccabile e felice nel suo cottage che avrebbe abbandonato solo per filare dritta in cielo, vergine dai grandi piedi in avanti.” – per capire l’esistenza d’una persona occorre iniziare da quel dì lì. Invece: “Lui era un uomo solo, e miscredente. Quindi suicidio. Ma, nell’attesa, la farsa del rapporto quotidiano.” – stretto da cogenti scadenze. Un acervus il mondo è, coi suoi discorsi diretti e indiretti, fra loro mischiati. Ergo: un co-acervo. Ho reso l’idea?

È il terzo romanzo di una tetralogia. Leggendolo, fatico a rendermene conto. Ogni pagina è fatalmente connessa e non ha a che fare con la precedente. Sono pronto a inocularmi altre tre dosi? Cerca d’uscire da ‘sto pantano letterario e poi vedrai. C’è più tempo che vita. Sei d’accordo, Albert, mio prode e imperituro scrittore? Ora inizia un quid cogente, senza che siano identificati gli autori, deducibili soltanto leggendo (il resto): “… Sul piano di marmo, un libro di Bergson, dei cioccolatini. No, grazie, nessuna voglia. Sul letto, un quaderno scolastico. Lo aprì, lo portò alle labbra, lesse.” – cosa? Hic: “Ho deciso di diventare una romanziera di talento…” – basta volerlo?

Come accade nello sport, Pierluigi Marzorati e Larry Bird si proposero d’entrare nell’Hall of fame del basket, e ci riuscirono. Abbandonarono il quieto desiderio di lasciarsi crescere l’erba sotto i piedi: radendola di mattina, pomeriggio e sera. Restando in palestra più che gli altri. Il testo di ‘sta signorinella m’emoziona, perché avrebbe potuto essere mio. E di chiunque altro s’immagina, farneticando, che nulla vi sia di più in-naturale della scrittura. È come esaminare la propria biancheria, la sottoveste, l’alito del viso, l’odore aulente delle ascelle. Un gesto immorale, im-perdonabile. Chi pecca di tale curiosità lo fa per malsano affetto. I più atroci miracoli sorgono da un eccesso di amore. Da una brama di seppellire l’amato sotto le proprie ali protettrici. Che orrore.. È solo un flusso che scorre e che trascina le intenzioni dell’autrice, esondando talvolta, irrigando la scrivania, il pavimento, gli occhi dello Spione (il lettore), che trae un sospiro di sollievo quando, a pagina 23, si conclude.

Dopo l’esergo, il 2 contiene un paio di flussini con qualche rara virgola. Come per buona parte del tomino (di scarse 800 pagine), si torna all’Albert narrante, il quale è il protagonista maggiore del romanzo. Mai o, forse, quasi mai l’autore sparge il terreno con i suoi horcrux: idioti spermatozoi che inseguono il mistico ovulo, incocciandoci solo allorché disperavano di rinvenirlo. Procreando il romanzo. E tutto ciò: “… fiutando il grande odore dell’encausto…” – che è un termine di cui setaccio il senso leggendo altrove. Il che vale per le tante locuzioni francesi. Tipo: “rez-de-chaussée” – mentre, a pagina 63 de Bella del Signore, s’alternano sempre, dappertutto, discorsi diretti e indiretti. Altro cliché che si ripete nel 6: la narrazione presenta parecchi intervalli posti fra parentesi, del tipo: “… quando si è disturbati in continuazione. (Si fermò, in attesa di domande. Siccome lei taceva, proseguì.). Adesso menzionerà…” – etc. Adrien, il marito, è Il conformista che piacerebbe ad Alberto Moravia: “Sedotto e femmineo, fremente e leggero, spiritualizzato, vergine sgomenta e timida sposa condotta all’altare, egli incedeva al braccio del superiore e il suo sorriso di giovinetta era delicatamente sessuale.” – terribile, sei, Albertine. Quel mitico “A” – neo nominato tale – quell’egomirato dice: “… non dir niente della promozione, voglio essere il primo ad annunciarla.” – ascolta la sua richiesta, bel tomino! – “Costui, caro mio è un membro A!” – così si conclude la Parte Prima.

Il romanzo Bella del Signore si divide in sezioni avvolte da un burocratico mistero. Sono messaggi interni che si tramuteranno in circolari destinate all’utenza. Povero quell’Adrien testé promosso: che “le si piantò davanti, pugni sui fianchi alla maniera del dittatore italiano.” – e ora c’è la parentale parentesi: “(Si sentì ammirato, proiettò il mento in avanti, nari frementi.)” – e poi: “L’omarino salì lentamente le scale e andò a cercare conforto nel gabinetto del primo piano…)” – momento catarticamente e-scatologico per quel fantozziano “Papi” del signor “A”.

Segue al 18 un flusso di innumerevoli pagine d’un io svirgolato. Una frase mi spiazza in coda a pagina 204: “Tra ebrei, ci si intende sempre.” – fra diversamente umani mai o quasi mai. Ma quel fantozziano lui m’ispira tanta commiserazione: “So-sono molto lu-lusingato, signor ca-capo di gabinetto.” – non nell’accezione di cesso, attenzione!

E: “D’altronde, parlare con un minore non screditava, ove si sapesse assumere un’aria protettiva e sufficientemente distratta, nel qual caso il colloquio veniva attribuito a benevola degnazione.” – leggi: episcopale!

Ora sfido chiunque a fare una sinossi di quel passo di 13 righe di pagina 220, aiutami, se puoi, Gino Ruozzi, quello che inizia con: “La tristezza…” e si conclude con: “… e così via”. Però: “Lui era un uomo solo, e miscredente. Quindi suicidio. Ma, nell’attesa, la farsa del rapporto quotidiano.” – e sia come sia! Epperò: “Van Vries simulò un accesso di tosse per darsi il tempo di pensare quale risposta suonasse gradita.” – è La Società dello spettacolo, come narra Guy Debord!

Il nostro eroe: “In tutti i casi, lo aveva maledettamente ben sistemato il suo ufficio da quando era A.” – anvedi ‘sto mezzo burocrate! Che ridere!: “… arrivato dinanzi all’ufficio del capo, bussò piano ed entrò con faccia da B.” – fracchiano! S’alternano poi flussi, con virgole, da cui manco estrapolo una mezza virgola. Nauseante è la frase di “quel Napoleone che diceva ‘che sono mai cinquecentomila morti per me?’…” – e questa è Demo-Pluto-Buro-Crazia.

E poi c’è l’Amore, non meno tetro ma luminoso al contempo. L’Amore, quello vero-simile: “Solal e la sua Ariane” – ancora lei, l’aspirante romanziera. Vorrei tacere tutto il possibile a proposito, tanto mi pare un’illusione, ancorché sfiziosa dal punto di vista emotivo. Tant’era tetra quell’altra: “‘È triste, è triste, che bello’ gridava, e rileggeva la lettera, tante di quelle volte la rileggeva che non la intendeva più e le parole perdevano il loro senso.” – la passione amorosa è una variante acuta dell’otite. Fino a che un bel dì si sospira: “… e la giovinezza non ritorna. Ah, c’è da morire dal sorridere.” – poi, quella righina ungarettiana: “Sono solo e vecchio su una banchisa, ed è la notte.” – il niente che si evolve in un così sia. Del flusso d’una domestica segnalo un’ammucchiata di 8 “teregramma” – con, in omaggio: 1 “meranconia”.

Il flusso di memoria è tipico del genio letterario, del despota zotico, dell’umile e rassegnato servitore. Nonché della vittima bombardata, mutilata, martoriata. Come colei che dice d’essere: “… una bambina incapace di astuzie femminili, la tua bambina che t’ama…” – e che si sdegna di coloro che si sbaciucchiano. Trovare uno normale in questo romanzo richiede uno sforzo epico. E quello che lei definisce “quattro parole russe” a me paion magiare. Ridendo e celiando siamo da un bel po’ nella Parte Quarta e, in 67, in vetrina è in offerta una serie di 20 articoli di cui 12 presentano la forma augurale: “Marcia trionfale…” – di cui 10 “… dell’amore…” – affrettatevi all’acquisto, presto che è tardi! Serro il libro, per oggi.

Ricomincio da 68. A pagina 474 de Bella del Signore un consiglio esistenziale: “Quindi sette giorni di felicità con Sol, e poi si vedrebbe. In ogni caso, non pensarci oggi.” – cogli il quid che accade, il diem, l’hebdomas, l’attimo che si fugge tuttavia, di doman non c’è certezza. Il tempo vissuto con chi s’ama, rimane per sempre (antica idea keatsiana). È una balla? Sì: gratuita. Vi ricordate Fano, Filomena? Silverio? Resteranno quei giorni sempre con noi. Dice l’amante innamorata, mentre si sciacqua i famelici denti: “Signore, che domani tucci i treni sci fracassino e vi siano centinaia di morti, sce Tu sci tieni veramente, ma che oggi tutto vada liscio, te ne prego, Scignore carissimo, aggiunse per blandirlo.”un atto d’amore cela un pugnale dedicato a chi ci è ignoto. Eros e Thanatos. I due marioli ora ex-agerano: “‘Uf, è estenuante essere innamorati’ dichiarò lasciandosi ricadere nell’acqua saponosa.” – per farsi amare occorre celare la cricca esterna, per quell’interna, però, non basta una vita.

Il 70 consta e costa 15 pagine di flusso ininterrotto, deprivato da punteggiatura, cessando così: “ehilà di’ un po’ sono quasi le sette corri corri uscire asciugarsi.”: il tempo non aspetta se stesso. Nel fra-t-tempo: “Seduti in circolo e dissetati, i Valorosi spiluccarono pistacchi salati. Nel silenzio augusto della notte, degli sgranocchiamenti echeggiarono mentre si innalzava il lamento d’un usignolo sdegnato.” – da chi?

Tu, traduttore Eugenio Rizzi, mi sa che vivesti a Reggio, sennò non mi spiegherei quei tanti “porca l’oca”, e quella battuta: “… se tutti i cornuti d’Europa portassero lampione, o misericordia, che illuminazione.” – sentita però con la variante: i coglioni. Mi dirai? E pure quel “… toh. Piglia su e porta a casa”, a pagina 532. Ma sono davvero bravi quei credenti a definire la donna erotica così: “la pagana”. E loro, di quale pagus sono? Lo chiederò ai cittadini di Pago Pago, Samoa.

Il tempo è un pretesto. Dice la di-s-graziata Ariane: “Che piaccia al mio signore dividere il giaciglio della sua serva.” – la vorresti una schiava così? Sì: la getterei via alla prima occasione. Tale ingiustizia sociale si alterna fra uomini e donne, indifferentemente. Il più debole vince sempre. Gli basta apparire come un fine, quando è un mezzo. Anche se puzza come un endice, il finto uovo che viene messo nel pollaio per tranquillare la chioccia. Ogni tanto ti scappa un flusso autoriale, Albert, come in 87:Ecco fatto ora dorme posso trascorrere il tempo da solo a raccontarmi delle storie sì un cinemino tutto per me egli spazza la sala da pranzo della locanda con un…” – eccetera, e che così termina: “… sta per piovere attenzione pericolo di ricordi d’infanzia.” – poco più tardi, da una fognetta, sgorga un flusso-dialogo senza punteggiatura, con tanto di maiuscole, di una donna sposata con prole: mi manca il suo cod-fisc. Ma, “Solal” – che vuoi da me? “… non era neppure il vero Solal, e lei gli aveva baciato la mano! E perché? Per tutto ciò che lui disprezzava, per animaleschi motivi, gli stessi che regnavano nella foresta preistorica!” – e chi non fu mai una fiera delle caverne getti il primo ramoscello di felce! A me della tua inquisitoria, caro amante-salame, non me ne cale nulla. Fai pena tu e lei. Come lei e il suo burocratico maritino. La colpa che vi addosso è che siete atrocemente banali. Relatività einsteniana. La singolarità attrattiva diviene entropia, e, altrove, new black hole.

Non ce ne sono di numeri impossibili: 15/0 non esiste. Di circa 15 fratto circa 0 ce n’è un’infinità. Dio, se c’è, benedica quel circa. D’immaginari e complessi ce n’è a iosa. Gesù amerebbe quasi all’infinito il suo prossimo? E San Pietro, crocefisso all’in giù? E Buddha, con la colite? Di Krishna, che dire? Ora quei due continuano a darsi “baci a lingua sciolta, di rara oscenità.” – a che serviranno? Quanto durerà il loro intermezzo amoroso? Troppo, o troppo poco: mai il giusto. Pensa lei: “Oh, sì, di quella casa avrebbe fatto un santuario, e vi avreb…” – e gli dice: “Caro, è una nuova vita che incomincia, la nostra vera vita, non è vero?” – che condurrà a una rinnovata agonia, nonché alle prove generali di un idillio eterno, subito dopo un flusso virgolato di 12 pagine. Riconosco l’autrice da “il teregramma” e “la meranconia”; notevoli: “i vatercausa”, “il zio” – reggianismo – lo “sbolognarmi” – idem – la “sciugata” – in arşân è sughêda, e “i soggola, che un altro poco mi strozzo” – tirem innanz!

Verso quegli amanti, che tanta letteratura, soprattutto Marcel Proust macinavano: “L’arte è un mezzo di comunione con gli altri, nel sociale, una maniera di fraternizzare. Su un’isola deserta, niente arte, niente letteratura.” – m’oppongo! In ‘sto mezzo scoglio io leggo e scrivo! Altra perla: “Pappatoria e lettura, mammelle nutrici della solitudini.” – aggiungerei una terza tetta: l’anarchico cazzeggio! Oh Dio!: “Quella donna a cui voleva sempre più bene, che sempre meno desiderava…” – la passione non serve a fini riproduttivi! Sta novella è un’allucinata serie di “borborigmi”.

Colgo una data a pagina 674 de Bella del Signore:Lunedì 10 settembre 1936”. Tralascio d’accennare a quella tua sfiziosa e pedante descrizione dell’ebraismo, di cui tu eri un portatore sano, perché in questo momento non ce la fo. Mi dispiace:No, gli uomini non sono buoni.” – non sono sapiens, non sono uomini, né eletti, null’altro che carne destinata al macero: “Egli è solo ed ebreo in una…” – e poi: “… si alza, solo ed ebreo, e rivede i muri.” – ognuno si crede un eletto nella sua solitudine. Da 697 a 727 il solito flusso raramente virgolato, nei flussi d’Ulysses non ve n’erano, devo controllare. Le virgole sono come i colpi di bacchetta (magica) di Charlie Watts. Interrompo la lettura tra la fine di pagina 699: “mac-” e l’inizio di pagina 700: “china”. Domani, anzi, oggi, è un altro giorno d’aulente escremento. Iniziamo! Un “Tant Pis” a pagina 704. E tanto avrei da scrivere e da tacere, per cui rendo a te la parola, brò! Questo salvo, 711: “…Dio esiste così poco che me ne vergogno per lui…” – e per l’inclìto infame che lo ideò. E anche: “…i religiosi in partenza per l’aldilà hanno paura della morte preferiscono di gran lunga l’aldiquà.” – anche Cesare Pavese?

E che dire della stramba conclusione del tuo narrare? Solo questo: che dir alcunché proprio non so.

Tu m’aiuti. Leggo, in quarta di copertina: “Cohen lo definiva ‘Un affresco dell’eterna avventura dell’uomo e della donna’.” – e di chi scorge sé riflesso nello specchio, come capitava a quel tipo lì.

Di ‘sto arcano, il tacere, nonché il parlare, non sono solo belli: entrambi gli atti sono essenziali.

 

Written by Stefano Pioli

 

Bibliografia

Albert Cohen, Bella del Signore, BUR Rizzoli, 1993

 

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