Intervista a Vanessa Tagliabue Yorke: “Yōkai Monogatari” ed il Giappone interiore
Con “Yōkai Monogatari”, Vanessa Tagliabue Yorke si avvicina al folklore giapponese senza inseguire l’esotismo o la semplice fascinazione per un immaginario lontano.

Gli yōkai diventano per lei presenze simboliche, capaci di parlare anche a chi del Giappone conosce poco o nulla. Nel disco assumono forme diverse: dolore, memoria, solitudine, responsabilità verso ciò che abbiamo rimosso. Non sono mostri da osservare a distanza, ma specchi in cui riconoscere qualcosa di noi.
Musicalmente l’album attraversa jazz, swing, richiami alla poesia classica giapponese e atmosfere più scure, quasi da racconto notturno.
È un lavoro ambizioso, curato nei dettagli, ma attraversato da un’urgenza emotiva molto concreta. In questa intervista, Vanessa Tagliabue Yorke racconta come è nato “Yōkai Monogatari” e perché, ancora oggi, i mostri riescono a raccontare ciò che ci riguarda da vicino.
C.M.: Vanessa, nel tuo universo artistico il Giappone non appare come un semplice luogo geografico, ma come un paesaggio interiore. Quando hai sentito per la prima volta che gli Yōkai potevano diventare musica?
Vanessa Tagliabue Yorke: C’era un disegno misterioso, di forse duecento anni fa, che mi ha sconcertato. Raffigurava una giovane donna avvolta in un kimono accovacciata in giardino e girata con la testa verso l’osservatore, benché di spalle. La donna era senza volto, completamente priva di naso, niente bocca niente occhi. Una faccia liscia come un uovo. Ho iniziato “Yōkai Monogatari” per via di quel disegno. Era il disegno di un Noppera-bō, uno spirito mutaforma. Noppera-bō. È adesso il nome del brano numero 10 nel mio disco.
C.M.: In “Yōkai Monogatari” convivono swing, free jazz, poesia medievale giapponese e atmosfere crepuscolari che ricordano un certo rock visionario. Come riesci a tenere insieme mondi così lontani senza perdere l’intimità del racconto?
Vanessa Tagliabue Yorke: L’unico modo per tenere insieme mondi e argomenti diversi senza deragliare è avere una solida struttura intellettuale che sostiene la ricerca e una visione chiara del disegno complessivo e delle motivazioni a sostegno di ogni scelta.
C.M.: Nelle tue canzoni il dolore sembra trasformarsi in eleganza, quasi in danza. È la musica che salva le ferite o sono le ferite a rendere più profonda la musica?
Vanessa Tagliabue Yorke: La profondità di un atteggiamento è determinata dalla caratura spirituale, non ci si avvicina al mondo spirituale senza una autentica ricerca interiore e senza onestà intellettuale. Sono convinta che la musica salvi il vissuto della persona soltanto se è elevata a lirismo, cioè a tensione esistenziale, altrimenti è soltanto uno sfogo emotivo e quindi può anche produrre risultati molto scadenti. Quando guardiamo Kurt Cobain che interpreta “where did you sleep last night” non stiamo assistendo ad una sfuriata di un drogato obnubilato da sostanze, ma siamo di fronte ad un uomo che trasforma ogni oggetto sonoro in una piena e diretta rivendicazione di senso.
C.M.: La figura di Sayuri attraversa il disco come un’ombra poetica e tragica. Che cosa ti ha spinto a raccontare questa storia di femminicidio e metamorfosi spirituale?
Vanessa Tagliabue Yorke: Penso che il tema del femminicidio sia estremamente attuale, come anche estremamente attuale è il problema della metamorfosi spirituale davanti al dolore. Nella nostra società c’è una tale quantità di dolore che, ad un certo punto, si rende necessario porre una domanda sul destino di tutto quel dolore. Chiaramente è facile girarsi dall’altra parte, ma è anche rischioso perché in natura nulla si distrugge.
C.M.: Le grandi poetesse giapponesi, da Murasaki Shikibu a Udaishō Michitsuna no Hana, sembrano accompagnare ogni tua composizione. Che cosa hai trovato nelle loro parole che parla ancora al nostro presente?
Vanessa Tagliabue Yorke: Penso che la poesia giapponese medievale abbia una forza tremenda. Per prima cosa essa si struttura principalmente su immagini evocative, e noi siamo nella società dell’immagine quindi comunichiamo principalmente per immagini. Poi le tematiche che affrontano queste poetesse, e questi poeti (dato che sono spesso anche uomini) sono trasversali e estese a tutti gli aspetti dell’esperienza umana. Una delle cose che più amo è il loro linguaggio diretto e scarno che arriva all’essenza delle cose.
C.M.: Nel tuo lavoro ricorrono temi come la marginalità, la mancanza di empatia e la privazione dell’onore. Gli Yōkai, in fondo, rappresentano forse tutte quelle anime che il mondo preferisce non vedere?
Vanessa Tagliabue Yorke: Esattamente. Sono uno specchio della nostra responsabilità gli uni verso gli altri, e l’estensione di questa responsabilità non si limita soltanto ai rapporti umani, bensì anche al rapporto che intratteniamo con gli oggetti e con gli animali, dato che anche essi possono trasformarsi facilmente in un mostro, dopo che la nostra energia li ha condizionati in tale senso.
C.M.: Hai una voce capace di passare dalla delicatezza lirica alla libertà del blues e del jazz. Quando canti in giapponese senti di interpretare un personaggio o di avvicinarti ancora di più alla tua verità?
Vanessa Tagliabue Yorke: Io quando canto frequento esclusivamente la verità. Non ha nessuna importanza in quale lingua o su quale argomento o su quale stile musicale io mi esprima. La duttilità vocale o intellettuale non ha necessariamente a che vedere con la possibilità di esprimersi con autenticità (è solo un aiuto a raggiungere la naturalezza). Anche se cambiare lingua talvolta può farti sentire a casa o lontano da casa tua si tratta di una sensazione davvero imprevedibile, anche perché potresti trovarti a percepire familiarità mentre stai cantando in arabo ed estraneità a quando stai cantando in italiano. È misterioso.
C.M.: Nel disco rendi omaggio a Caterina Valente e Sheila Jordan, due figure straordinarie della musica internazionale. Cosa ti emoziona di più della loro eredità artistica e umana?
Vanessa Tagliabue Yorke: Quello che mi emoziona di più della loro eredità artistica è che la loro eredità artistica è stata quasi del tutto rimossa, non hanno ricevuto l’onore che avrebbero meritato. In questo trovo che stiano perfettamente bene insieme ai mostri giapponesi del mio disco. Sono donne di talento inimmaginabile, inarrivabile eppure noi, oggi, osanniamo dei personaggi insulsi che non sono degni di lucidare loro le scarpe.
C.M.: Hai scelto di utilizzare anche l’Intelligenza Artificiale per creare il cortometraggio collegato al progetto. Ti interessa la tecnologia come strumento o come nuova forma di immaginazione?
Vanessa Tagliabue Yorke: Sono curiosa di tutte le innovazioni. Voglio vedere che cosa succede e voglio sapere qual è il limite. Per poterlo fare, per prima cosa, mi pongo io stessa dei limiti: in questo caso ho usato l’intelligenza artificiale esclusivamente per creare delle riprese video da utilizzare nel cortometraggio, ma non l’ho mai coinvolta nella mia scrittura letteraria, nei miei disegni e tanto meno nella mia musica. Così facendo ho mantenuto salda la consapevolezza di chi sono io di fronte alla tecnologia e di che cosa la tecnologia può fare per me.
C.M.: Nel tuo percorso la musica incontra la scrittura, il disegno, il cinema, la poesia. Quando nasce un progetto come questo, da dove parte davvero tutto: da un’immagine, da una parola o da un suono?
Vanessa Tagliabue Yorke: Io penso che la risposta a questa domanda sia strettamente personale, non tutti gli artisti darebbero la stessa risposta quindi posso parlare per me: nel mio caso è partito tutto dalla visione di un disegno giapponese del 1600, la mia immaginazione ha iniziato a collegare altre immagini suoni e storie. Poi non tutti sentono l’esigenza di scrivere, non tutti amano scrivere, non tutti sentono l’esigenza di disegnare e non tutti sanno disegnare, mentre io sentivo questa spinta a permettere che ogni cosa prendesse forma, come le radici di un albero che si muovono sotto terra in tutte le direzioni.
C.M.: In un’epoca che sembra chiedere immediatezza e leggerezza, tu scegli la ricerca, la lentezza, la stratificazione culturale. È una forma di resistenza artistica?
Vanessa Tagliabue Yorke: Penso che sia una forma di pazzia anacronistica. Secondo me non dobbiamo fare finta che sia una scelta, perché le persone come me non hanno veramente una scelta: io non riesco a mettermi in mutande a saltellare su un palco facendo il playback, io sono felice facendo ricerca e l’unico problema è che il mondo non vuole questo. Come se quelle che saltellano in mutande potessero fare della ricerca… Ognuno fa quello che può fare, nessuno sceglie di fare quello che fa. La resistenza artistica è una conseguenza che tante persone elevano a stile di vita, io non sono così vanitosa, dico apertamente che non posso fare altro di diverso da quello che faccio, è una dannazione in cui sono costretta a essere me stessa in un mondo che va nella direzione opposta. Però quando le stelle si allineano e mi trovo in un luogo che mi permette di vivere, io conosco una felicità che soltanto quelli come me, coloro che desiderano vivere per la bellezza piena, possono conoscere.
C.M.: Se potessi sederti accanto a uno spirito Yōkai in una notte silenziosa, quale storia vorresti ascoltare da lui… e quale confessione gli affideresti?
Vanessa Tagliabue Yorke: Strutturalmente questa domanda mi impedisce di rivelarti tale confessione perché tu non sei per ora uno spirito Yōkai! Comunque penso che mi piacerebbe passare il crepuscolo insieme a Shutō-tori 酒盗鳥 perché lui è molto simpatico, si presenta come un pappagallo/gallina cicciottello dal piumaggio variopinto la cui principale occupazione è rubare il sake (e consumarlo!) quindi sono sicura che passeremmo dei momenti memorabili, parlando, bevendo sake e ridendo a crepapelle. Penso che gli racconterai tutto quello che penso, tutte le bravate e i dispetti che avrei intenzione di fare in lungo e in largo a chi se lo merita!
Written by Cinzia Milite
