FEFF 2020: Sezione Competition – “The Captain” di Andrew Lau

L’hongkonghese Andrew Lau (noto anche col nome cinese Wai-keung) è una vecchia conoscenza per il Far East Film Festival, la cui quinta edizione ha visto trionfare la sua opera divenuta più nota, “Infernal Affairs” (2002), dalla quale sono poi nati due sequel e un remake a dir poco memorabile, “The Departed – Il bene e il male”.

The Captain di Andrew Lau
The Captain di Andrew Lau

Optare per la visione del suo 46esimo lungometraggio in quasi 30 anni di carriera è praticamente un dovere, non tanto per la firma che reca, quanto piuttosto per metterlo a raffronto con il più celebre cugino statunitense, il cui coinvolgimento potrebbe apparire ad alcuni fin troppo spontaneo, ma tant’è…

D’altra parte non si può evitare l’opportuna enunciazione di alcune differenze sostanziali tra “The Captain” e il “Sully” di Clint Eastwood (2016), a partire dal fatto che nel primo caso si narra una vicenda semplicemente ispirata a fatti realmente accaduti nel 2018, mentre nel secondo si procede alla cronaca minuziosa di come si sono svolti l’incidente e la successiva indagine da parte dell’ente aeronautico nel 2009.

Sulla carta, entrambi i soggetti dimostrano di possedere un gran potenziale: da una parte si ha un volo di linea diretto a Lhasa, capitale della regione autonoma del Tibet, con 119 passeggeri e 9 membri dell’equipaggio a bordo costretti ad affrontare gli effetti devastanti dell’infrangimento di un parabrezza (depressurizzazione della cabina di pilotaggio e interruzione delle comunicazioni radio) unitamente a condizioni meteorologiche decisamente avverse; dall’altra si ha un altro volo di linea appena partito da uno dei maggiori aeroporti di New York, con 150 passeggeri e 5 membri dell’equipaggio incorsi in un fatale impatto con volatili che ha reso inutilizzabili entrambi i motori e costretto ad un rapido ammaraggio sul fiume Hudson.

Due eventi estremamente rari ed estremamente difficili da dominare, resi ancor più drammatici e iconici dall’assenza sia di piste in un raggio che permetta un atterraggio di emergenza, sia di vittime (esito che ha del miracoloso), e accomunati dal decisivo sangue freddo dimostrato dai piloti e i responsabili di volo, caratteristica, com’è naturale, esaltata in ciascuno dei film.

Ma proprio l’attenzione riservata al fattore squisitamente umano permette di tracciare una linea di demarcazione fra la realizzazione cinese e quella a stelle e strisce. Si può iniziare dal titolo: in luogo di “The Captain” sarebbe stato più opportuno qualcosa come “Sichuan 8633 – Inferno ad alta quota”, ovvero un’associazione di termini che suggerisse da un lato l’accento posto sulla spettacolarità (molto più pesante che in “Sully”) e dall’altro, soprattutto, collocasse il supposto protagonista al livello che effettivamente gli spetta.

The Captain di Andrew Lau
The Captain di Andrew Lau

Il capitano Liu interpretato da Zhang Hanyu è ritratto come artefice del salvataggio non più di quanto lo sia anche il resto del personale e la scarsa presenza sullo schermo che gli viene accordata corrobora tale condizione, di per sé da non considerarsi un aspetto necessariamente negativo; il vero errore è infatti da individuare nell’aver lasciato a terra, sulla sceneggiatura prima ancora che in sede di regia, l’interesse per i dissidi interiori dei personaggi principali.

Poco importano i trascorsi dei singoli passeggeri, inseriti con tocco macchiettistico in maniera da renderli tutt’altro che rilevanti ai fini dello svolgersi narrativo, ma non è altrettanto perdonabile l’aver sorvolato sullo spessore psicologico di chi viene caricato dello stress maggiore, risolvendo sullo stereotipo del professionista granitico e quasi impassibile almeno quando non risulta praticamente impossibilitato ad esprimersi a causa della violentissima corrente d’aria che ne blocca i movimenti e di conseguenza anche le diverse espressioni.

Nondimeno, il Sullenberger di Tom Hanks certo è definibile un uomo tutto d’un pezzo, e tuttavia a differenza del collega Liu reagisce esternando sentimenti assai più vivi e realistici, andando innegabilmente a coincidere con uno dei punti di maggior forza del lungometraggio di Eastwood, maestro dall’asciuttezza inconfondibile e proprio in “Sully”, più che in altri recenti cimenti, capace di raggiungere uno stato di compiutezza pienamente soddisfacente nonostante, o forse proprio grazie al processo di selezione e sintesi operato a fronte della gran mole di elementi che si sarebbero potuti mettere in campo (primo fra tutti l’opzione action).

Il viaggio sopra l’Himalaya è “programmato” per durare parecchio più a lungo e richiede perciò un racconto pure più dinamico, ma questo non giustifica l’abuso di un montaggio fastidiosamente forsennato (specie nella prima mezz’ora in cui si intende apporre all’ordinarietà dei preparativi una patina di quieta serenità che si addirebbe piuttosto a una commedia), né la disseminazione di musiche banali che banalmente occorrono, né la contrapposizione di scene madri dense di dialoghi forzatamente patetici e sequele di ermetici tecnicismi.

The Captain di Andrew Lau
The Captain di Andrew Lau

Quest’ultima tendenza, cioè il ricorso in dose massiccia al gergo caratteristico, arriva infine a insinuare il sospetto – ma è una figura retorica, nello specifico un eufemismo – che, siccome su tutta l’impresa aleggia l’ombra di un fiero patriottismo (propensione notoriamente diffusa in certo cinema d’Oriente), pure su questo piano si voglia penetrare all’interno dell’apparato cui è destinato l’elogio filmico allo scopo di illuminarne l’efficienza, testimoniata d’altronde in chiusura dai dati statistici che fanno dell’Amministrazione dell’aviazione civile della Cina una delle migliori flotte in termini di sicurezza.

Il gioco è valso la candela?

 

Voto al film: 

 

 

Written by Raffaele Lazzaroni

 

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