“Maschio adulto solitario” di Cosimo Argentina: alla ricerca dello spazio-tempo perduto

Colgo questa vivacità stilistica: “… mi domandava voltandosi prona abbracciando il cuscino e mostrandomi il suo culetto simile a un cuore capovolto.”

Maschio adulto solitario di Cosimo Argentina
Maschio adulto solitario di Cosimo Argentina

La pagina dopo fa capolino quest’altra: “E se mi soffermavo sui suoi occhi scuri ecco che riuscivo addirittura a trovare qualcosa di bello nell’esistenza di quello che un poeta aveva definito, azzeccandoci, l’umano sistema fognario.” Chissà mai chi sarà quest’assurdo poeta, e cosa rappresenterà per l’io narrante!

I camerati, insieme all’io narrante e scalciante, provocano l’incidente a un cieco a cui sono particolarmente affezionati, il quale cade, batte fortemente la testa e… “E allora mi era venuta voglia o di dargli un calcio di anfibio sulla gola e finirlo oppure aiutarlo a tirarsi su e magari di portarlo in infermeria.”

‘Sta scelta fra due estremi segnala qualcosa che sfugge precipitoso per le vie del capoluogo barese.

Chi è “Colombia Dànilo, primo scaglione ’83, scritturale di fanteria…”? Lo indica chiaramente l’a accentata, da etologo.

Qualcosa di tragico accade, ma è la vita che talvolta assume le sembianze della morte. Oppure è il contrario. L’amore, appena sbocciato, è già finito, restando appeso “a una sbarra che si trovava nella camera 31 dell’albergo dei suoi genitori”. Cose che capitano ai sopravvissuti.

“… decisi che lei era solo una puttanella e che la nostra storia sarebbe…” – frasi improvvisate, “… nell’attimo esatto che io lo venni a sapere…”. Detto arşân: al savati e al dešgrasi î sèinper a bòca avirta! Ciabatte e disgrazie se la ridono continuamente alle nostre spalle!

Torna nella sua città, evitando i consanguinei, non avendo voglia di vedere anime prave (e note). Preferisce raggiungere l’ospedale militare, in cerca di un periodo di convalescenza, dove incontra un essere che attira la sua attenzione: “Una mosca passeggiava su e giù sulle ferite e si fregava le zampette per la soddisfazione.” – chi non è mai stato un dittero scagli la prima pietra.

“Si può amare una morta? Certo, come no. Lei era la mia ragazza anche se ormai il suo corpo se l’erano slurpato i vermi.”

Io non ci penso mai ai corpi slurpati delle persone a me care che non ci sono più. Colombia Dànilo sì.

“L’avrei amata perché ci tocca solo una storia d’amore nella vita: una sola.” – quindi per pensare a vermi che slurpano, senza provare ribrezzo occorre essere un idealista?

La verità è forse un’altra: “… dovevo foderarmi di piombo per superare la sua…”, il suo slurpamento. Tutto è vanità e niente di nuovo sotto il sole. Ma è dura, ammettere l’inevitabile annichilimento di ciascuna cosa, che poi tale non è, secondo il primo principio della termodinamica. Ma sai cosa può fregare a un giovane che ha appena perso il suo unico amore di quell’ameno principio, che non è manco stato ancora falsificato sperimentalmente!

“Dopo tanti anni mi mangio ancora la testa sul come fossero riusciti a ficcare quella enorme poltrona nella tomba. Seduto alla poltrona c’era il capo della ronda di prima e in ginocchio davanti a lui c’era la checca che era entrata nell’hangar che lo succhiava con avidità.” – roba da togliere l’appetito a un morente d’inedia.

“‘Di prego sbaddimi per terra e scopami a sangue!’ urlò ‘sto inzivuso” d sta per t, ma l’inzivuso (sciattone in tarantino) per un malanno occasionale non azzecca bene le parole.

“I miei cari zombi se ne stettero buoni e quieti sa grattarsi mente io torellavo con ‘sto anomalo.”la violenza è perpetrata dall’inzivuso, passivo, ai danni dell’io narrante, paradossalmente attivo.

“Io ero come stordito: era come accoppiarsi col buco dell’ozono.” – paragone cosmico che dà l’idea. “Avevo le vertigini. Pareva che mi avessero fatte delle infiltrazioni di acqua fognaria nel cervello.”

“… fa’ che aveva fatto un bagno nell’olio di oliva..”

“… fa’ che mi mettevo a lacrimare…”

“… fa’ che doveva assestarmi un colpo di roncola in mezzo agli occhi…”

Fa’ è un finto imperativo, che indica una necessità e che significa come se. Non è un’ipotesi, ma un tentativo di capire, di dare un senso positivo al vissuto.

Il racconto è ora brutale, ora no, ma sempre ricco di umanità dolente e tremenda, emozionato, freddo, descrittivo, trattenuto, libero, drammatico, tragico, da vil commediante.

“Mi abbracciò e prese a baciarmi sul collo stringendo le natiche con le sue mani sdrucciolevoli. Era liscio e viscido. Era un brav’uomo e quasi quasi gli volevo una specie ameboide di bene e forse lo avrei anche fatto, forse una botta da me l’avrebbe pure rimediata ma fui preso dal disgusto e mi scostai da parte.”

È un crogiuolo di stati quantici occasionali: ricchione obtorto collo, etero, amante delle donne di cinquant’anni e più, quando non ha di meglio, soprattutto le giovani e suicide. Appena è qualcosa, si trasforma in qualcos’altro, non più affidabile del gatto di Schrödinger.

Intanto “Taranto mi arrotolava intorno.”

È tarantolato, insomma.

Quando si dice che certi autori sono universali:per me si va nella città dolente/ per me si va nell’eterno dolore…” – la sua necessaria reazione è: “Sugli attenti e presentat arm per uno che tira fuori parole così; parole che avevo studiato a scuola ma che adesso avevano un senso compiuto perché luoghi maledetti e dolore cominciavo ad assaporarli pure io.”

In questo mondo beffardamente incolore: “Le facce erano anonime e squadrate e le donne fa’ che non avevano gambe e non avevano curve perché si blindavano in impermeabili color nulla e calosce.” Il color nulla è tutto, ma forse anche niente!

Cambia d’un tratto la scena, che non cambia per nulla: “… e quel frammento di umanità andò a farsi benedire in un buco nero che ingoiava squadre e turni all’interno del mostro industriale.”

Il mondo è sempre più frettoloso e alienato, il capoarea “scoppiò a ridere facendosi salire in superficie un catarro da motore Simca 1000, marmitta bucata.” – tutti noi si nasce con la marmitta integra, semmai unta dal solito peccato originale, e poi…

Amara realtà, appresa in sessant’anni di reclusione: “Gli intervalli e le ricreazioni sono una dannazione: spezzano il ritmo e ti illudono che tutto sia finito, come le domeniche, come le estati e tutto il resto.” tótt à fîn, soprattutto le pause.

Ma non la passione, quella vera:Sara, ti amo piccola mia. Senza di te sono fottuto e senza il tuo amore tutto questo non ha senso.”

Parole che Dante avrebbe condiviso, pur scuotendo la capa. La sua Beatrice, ma soprattutto quella di Baudelaire, è il modello che informa ‘sto spettro beato e ninfomane.

“Cominciavo a sentirmi un maschio adulto.” – la cui ombra già inizia a degradare.

Franz Kafka - 1917
Franz Kafka – 1917

Kafka, Poe, Lovecraft, Stephen King, Stoker, Lorca, Rimbaud, Bukowski, Dostoevskij, Dante: “dieci libri in quattro anni. Alcuni letti e riletti.” Autori letti anche dal sottoscritto, a parte un paio di essi. Uno più amato dell’altro. Tutti, a parte un paio che conosco di fama.

Intanto l’alienazione continua: “Le facce del secondo turno erano tese e rassegnate, le facce del primo turno erano tese e rassegnate.”

Tre animali inculèint e ciûnt, dicono dalle mie parti, inzivusi-perfidi e chiatti, similmente consonantici, attraversano il cammino di Dànilo: Vorca, il lercio compagno della madre, Corve, il Capo Area lascivo e putrido, e Carva, il rutilante yeti dell’infermeria militare e la somiglianza consonantica e vocale desta sospetti. Mah! Chissà!

Meno male che c’è l’ombra in chiaroscuro di Sara, che teletrasporta nella camera di Dànilo una folla di trapassati, dandogli non pochi pensieri. Per cui lei gli dice: “Amore mio, sta’ tranquillo. I pazzi non hanno la percezione di quello che vedono se non quale sviluppo della realtà. Loro invece sono i frutti dei tuoi ricordi… li crei e li annienti con a tua fantasia…”

Quindi, tutto a posto: “dovetti prendere coscienza dell’idea che non stavo diventando pazzo ma che forse le rotelle non andavano tutte a favore di vento.”

Devo dire, caro Paese Sudamericano, che inizialmente provavo repulsione per la tua prosa, e ora mi sto facendo un po’ il naso, adattandolo al tanfo che esala e che si attaccherà ai vestiti, come lo stallatico che identificava anche da lontano mio zio Nino di Gavassa City, circa trent’anni fa.

Tu intanto discuti pure con loro, anche sulla differenza fra l’inevitabile fato e il quasi irrimediabile Destino.

Ogni amore diventa quello che dici:la masturbatoria più satisfattoria del mondo”, specie quella a cui segue “poi il sonno.” – anche qui Baudelaire potrebbe farci da maestro.

Sara-Beatrice, se non ci fosse, occorrerebbe ricrearla: “… si intristiva ma io recuperavo le forze e me la facevo in bagno, la mia dolce fatina.”

Che tesoro per sempre etereo! “… la mia dolce bambina, era l’unica cosa bella della mia vita e solo a lei dovevo qualcosa; gli altri potevano andare affanculo.” – grazie a nome di tutti!

C’è anche Maria, una quasi pensionata a cui tu rechi tanta violenza e un po’ d’affetto, nonché sesso abbondante, contro cui esprimi gli effetti atroci della tua captivitas.

E che poi abbandoni a se stessa, come facesti con tua madre.

E ti laurei in Legge.

Poi appare la carta che ti regala il quarto caprone: Corvo, l’avvocato anche lui enorme come i precedenti e non meno terribilmente bestiale. Che tiene una famelica tigre rinchiusa lì, nei pressi.

“Le nuvole erano chiare e il vento fa’ che lo stava lucculando che era tempesta.”ad alluccà diciamo in un’altra delle parti mie.

Questo di buono sa fare il vento, che cambia posto alle nuvole e muta il tempo, disintegrandolo.

“Via D’Aquino era il salotto di Taranto. Se quello era il salotto figuriamoci il cesso. I lampioni erano fracassati due sì e uno no e l’asfalto era ondulato e spaccato.”

Glisso sul resto perché è visibilmente stato commissionato da qualche ebbro funzionario della Pro Loco cittadina.

“Ti devi mettere una cazzo di cravatta. Secondo: fatti crescere un po’ i capelli che così sembri un galeotto, un killer. Terzo…” – benvenuto nel mondo degli ex tesserati del Club Asperger

A noi semi invalidi, i normali paiono torreggianti belve, come il quarto bestione, l’Avvocato osceno: “Corvo si trascinò con il suo passo da tirannosauro reggendo la borsa come un troglodita avrebbe trascinato un coguaro ucciso a sassate.”

Paese Sudamericano, un esempio della tua prosa stramba:

“Ero sottomesso a un sottile sorriso.

Un commerciante cazziava una commessa.

Un fotografo osservava la propria vetrina, spoglia.”

Fra gli autori che hai citato c’era Bukowski, che ammirava Henry Miller, ma non quando quello citava Shakespeare. E amava Celine, quando narrava in qualsiasi modo, qualsiasi fatto. De Michelis scrive che Tozzi e Gallian… ma questa è tutt’un’altra storia.

Tu non ti perdi mai nei sogni. La storia che vivi, che racconti, lo è, onirica.

Cosimo Argentina
Cosimo Argentina

Paese Sudamericano, non hai un gran rapporto con la tua prima consanguinea, diciamo che è di quelli che creano delle incerte prospettive: “Una sensazione di amore e di groppo alla gola e insieme un sentimento di carne stracciata che mi cola sugli occhi si fecero strada fino al mio cervello. Mia madre, che una bomba la…”

Rifugiati allora nel sogno. Macché: “Cercai disperatamente Sara ma Sara non c’era.”

Il tuo lessico è variopinto: imparo, tra l’altro, “sponzarsi”, inumidirsi, come ‘na strada ‘nfosa. Poi mi schiarisci “sgamo”, sgamare, sbirciare. Questi termini si accoppiano con altri, tipo: “apotropaici”, che è l’anti-malocchio.

Mentre così disquisisco, tu ti sdrai sul divano, insieme a Sara, che “a un certo punto arrivò”. Tranquilli, fate come se foste soli, porci senza ali!

Trovi lavoro come puliscitutto inserviente in una palestra, tanto per campare, non per altro. “Alle dieci c’erano ancora cinque, sei bicipiti che si allenavano in silenzio.” Non si parla in questi casi. Come mai cinque? Beh, o c’è un monco, oppure qualcuno sta usando la panca Scott.

“Se nel mettere a posto un manubrio lo sentivo lento dovevo stringere i dischi con una chiave a brugnola.” – perché non gli dici al tuo capo di usare le mollette? costano poco e si fa prima.

Una cosa non ho capito: la pensione sociale persa “perché quelli della dogana portuale avevano trovato delle azzeccarbugliate per mettergliela in quel posto al buon vecchio Oscar all’anima dei migliori mortacci loro.” Mi sfugge qualcosa o qui hai toppato. Invece becchi molto quando definisci Oscar “larva geriatrica”, fai schifo ma rendi l’idea.

Una rivelazione che costa assai, ma che rende poco o nulla:Odiai e mi odiai.” Chi odi? Non basterebbe la tua vita per dare la risposta e la mia per capirla. La mamma, la sora, tutto il mondo che si affanna per entrare nel club delle anime gementi e da vituperare in eterno e senza requie.

Frase storica a pagina 206 “… voglia di arrivare in un posto e cominciare a odiare tutti e sentirmi maledettamente superiore e giocare il mio ruolo preferito: il disadattato immaledettito dalle circostanze. Ma non…”: tu (modo di dire acquisito) ti vesti da scemo per non ì a la guerra… Ti capisco e un po’ t’approvo.

“Un bicipite, in un angolo, mi stava aspettando.” – isolamento e concentrazione bicipite, manubrio appeso a un braccio il cui gomito lambisce la rotula. Essenziale è la pronazione della mano.

La fregatura, per te, non è la mancanza di quantità di moto (ne hai fin troppa), ma la scarsa rilevazione della posizione, per il solito maledettissimo, orrendo, avvilente principio d’indeterminazione di Heisenberg.

“Fu così che mi misi in concorrenza con Corvo.” – Il tuo primo cliente, disadattato lui, come te, ma meno.

Quello che mi piace di più di te, Paese Sudamericano, è che grazie a te vale il detto fêr e disfêr l ē tótt un brighêr. Sei sia Śiva (di più) che Visnù (di meno). Ti manca soltanto Brahmā, this is the problem!

Tanto preso dalla tua Sara-Beatrice, facendoti largo tra due file di spettri, ora ti ingroppi Armida, l’ambigua praticante: “La desideravo, la odiavo, mi arrapava l’idea di toccarla ma mi eccitava anche l’impulso di tagliarle la gola.”

Non l’ami, né la pensi, la sbrani soltanto, un paio di volte a settimana.

“Pensai che tutti hanno diritto a una qualche famiglia ma poi cercai di scacciare ‘ste considerazioni da quattro soldi. Un maschio adulto solitario si regge sull’orlo dell’abisso grazie a se stesso, alla sua forza.” – che folle illusione confidare nella propria forza smembrata dal contesto cosmico!

Il tuo handicap è che sei un “babbo”, nel senso che danno a Pixuntum (e a Taranto, a quanto ho capito), di babbeo: “Cosa potevo fare io con quella faccia da babbo e l’inettitudine di cui ero provvisto? Niente.”

Sapevo di uno che stava peggio di te: sprovvisto di tutto, anche dell’inettitudine.

Mi sorprendi, talvolta: “lui per sbarcare il lunario non avevo bisogno di scamozzare tutti i suo precetti morali.” – anche oggi, grazie, a te ho acquisito un nuovo termine, da tenere sopra la credenza, come soprammobile, se non pratichi il giardinaggio.

Poi tutto va a puttane, senza manco la ricevuta fiscale e il relativo cashback.

Inutile citare ormai, a parte un “… e io venivo disintegrato, sparpagliato ed esposto in bocconi al pubblico ludibrio nei pittaggi tarantini.” – più che altro per la penultima parola, che sta per scorci o circa (da pittare?).

E nulla va detto sull’ultima tua via crucis, se non che incontri Giacomina (Mina? Mimina?), l’angelo ingenuo della tua vita (sedici anni, ma ne dimostra tredici; Sara, al contrario, era un’inveterata baldracca) e che dai adito alla tua nuova prospettiva anti-edipica che era comunque nell’aria.

È tardi, però.

Jeu de massacre dà l’idea di quel che accade (nel senso proprio di qualcosa che precipita rovinosamente) alla fine. E qui mi viene di citare quell’anglicano di Eliot: E venne Cristo la Tigre.

Nel dopo fine tu sei colà, al Nord, captivus, monco, non più infelice del solito, soltanto molto più sgualcito.

Caro (doppio) Paese Sudamericano, la tua prosa contiene soprattutto Celine, Bukowski e quell’Henry di cui ti dissi, con una spruzzata di De Sade, per insaporire. Ma non è questo il punto.

Sei un ottimo mimo, nel suo etimo sanscrito di mâya, realtà e illusione che si scopiazzano a vicenda.

A parte che la tua città, che io ho visitato (e solo un idiota come me poteva aver in mente di farlo di lunedì), è stupenda. Visito la parte vecchia con le colonne romane e la chiesa vecchia, in cui entro, bella, sì, ma mi coglie un’improvvisa voglia di un caffè, esco e me lo piglio, raggiunto in centro, nei pressi del famoso museo, che è chiuso. E poi dicono che la Taranto vecchia è pericolosa… però è aperta almeno!

La tua prosa è all’incirca come la tua città, ampia, pericolosa e aperta.

Nel frattempo vado al supermarket, dove accatto mezzo chilo di erbazzone di Collagna col riso (also called scarpasòun), pago col bancomat, la commessa mi dice che devo metterlo nella posizione giusta per farlo prendere, al che io le rispondo al volo che nella vita è sempre quello che conta.

E non aggiungo altro, curioso di leggere di Sisifo Re.

 

Written by Stefano Pioli

 

Bibliografia

Cosimo Argentina, Maschio adulto solitario, Manni Editori, 2008

 

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