Francisco Goya: un incubo pieno di misteri

Indagatore dei più segreti impulsi onirici dell’animo umano, Francisco José de Goya y Lucientes (Fuentetodos, 1746 – Bordeaux, 1828) è per questo considerato non soltanto uno dei più autorevoli anticipatori del Romanticismo, ma anche uno dei più grandi innovatori dell’arte.

Autoritratto di Francisco Goya
Autoritratto di Francisco Goya

Definito da Baudelaireincubo pieno di misteri”, Goya dà vita a un mondo in cui i confini tra il fantastico e il quotidiano tendono a sfumare e quasi a non esistere. L’arte di questo pittore spagnolo, che comprende al suo interno una serie di opere in linea con il gusto del tempo (soggetti sacri, ritratti di nobili e sovrani, scene di vita popolare), in alcune serie di incisioni e in quella che viene definita la “pittura nera”, si apre ad un fantastico cupo e perturbante.

Nelle Follie e nei Sogni, una serie di abbozzi pubblicata con i titoli, rispettivamente, di Capricci e di Proverbi, si trova infatti l’elemento più originale di Goya e la chiave per comprendere l’essenza dell’arte moderna.

Dopo una prima formazione avvenuta nell’ambito del Rococò e maturata durante il soggiorno in Italia (1770-1771), fece seguito una rapida e brillante carriera, segnata da importanti commissioni pubbliche e private. Nel 1789, all’apice del successo, fu nominato “pittore di camera” di Carlo IV, della cui famiglia Goya ci ha lasciato quel ritratto, che si distingue per uno spietato verismo autocelebrativo e un’acutissima introspezione psicologica dei modelli umani.

Tuttavia, accanto a questi filoni, si insinua una tendenza sotterranea cupa e grottesca, dove la deformazione è l’aspetto più evidente dell’incubo. Goya dipinge infatti i mostri generati dal sonno della ragione; in queste inquietanti creature si palesa l’incubo di una mostruosità interiore, raccontata dagli eventi storici.

Le visioni di Goya nascono da una terra sconosciuta, avvolta da oniriche nebbie, un regno infero in cui convivono il mostruoso e l’assurdo, contaminando, con il loro apparire, tutta la realtà: l’opera di Goya mostra, infatti, l’emergere di questo mondo infero che si rende manifesto sia nell’anima del singolo sia nella storia collettiva.

Si può cogliere una prima traccia del talento visionario del pittore spagnolo in San Francesco Borgia assiste un moribondo impenitente: dipinto nel 1788 per i Duchi di Osuna e oggi conservato al Prado, il quadro mostra alcuni esseri mostruosi accanto al moribondo, il cui volto è trasformato in una maschera di sofferenza.

Un primo spartiacque nell’opera di Goya è dato da una malattia che lo colpì nell’ottobre del 1792, durante un viaggio in Andalusia: alla paralisi che per diverso tempo lo immobilizza si accompagnano la sordità totale e frequenti cefalee che non lo abbandoneranno più.

San Francesco Borgia assiste un moribondo impenitente - Francisco Goya
San Francesco Borgia assiste un moribondo impenitente – Francisco Goya

Goya è anche afflitto da una serie di “rumori” che sente dentro la testa. Quando ha ripreso a lavorare, il pittore spagnolo si dedica a due diversi filoni: da una parte continua con i ritratti di personalità importanti che sono i suoi amici e mecenati, dall’altra lavora instancabilmente alle incisioni dei Capricci, vendute nel 1799, che mostrano una profonda tensione etica.

Goya indica nell’ignoranza e nella superstizione i nemici che l’individuo deve combattere per poter elevare il suo spirito. La veemente accusa alla società di Madrid, condotta mentre infuria la Rivoluzione francese, gli causa tuttavia la denuncia dell’Inquisizione. Goya è costretto a ritirare dalla vendita le sue stampe e a donare le lastre al re, per mettersi al riparo da ogni accusa.

In queste opere traspare un talento visionario plasmato e alimentato dall’angoscia e dal terrore: gli esseri mostruosi e deformi, le streghe, i caproni in cui si incarna il diavolo sono metafore per indicare le tenebre che avvolgono la civiltà. Il limite tra l’umano e il ferino è continuamente oltrepassato dal darsi a vizi che deformano le fattezze di chi vi indulge. Goya dipinge un’anima travolta e stravolta dalle sue pulsioni.

Apparendo nella realtà, l’incubo ne dissolve i confini e l’individuo scivola nell’immaginario, un immaginario di orrore, demoniaco, deforme e deformante, brulicante di mostri e fantasmi, personificazioni dell’incubo che tormenta l’anima umana e ne prende possesso: a causa di questa possessione, che i volti umani si deformano progressivamente fino ad assumere fattezze quasi animalesche e il paesaggio diviene sempre più orrido.

Secondo Baudelaire, Goya crea, per assurdo, un “mostruoso verosimile”: i contorcimenti, i ghigni diabolici delle sue creature sono pervasi, per paradossale che possa sembrare, di profonda (e sofferta) umanità, mentre invece in Bosch e in Bruegel, il mostruoso non si incarna in una metamorfosi nella quale l’umano quasi scompare. Nel pittore spagnolo, i “mostri”, hanno fattezze umane e ciò rende ancora più spaventoso il loro aspetto: l’incubo è in noi, è accanto a noi e possiamo incontrarlo nella vita di ogni giorno.

A rendere più cupa la visione di Goya contribuiscono una serie di drammatici fatti storici. L’era napoleonica uccide le speranze della Rivoluzione, spegnendo gli ideali che l’avevano animata e, con essi, la fiducia illuministica della ragione.

Il 3 maggio 1808 - Francisco Goya
Il 3 maggio 1808 – Francisco Goya

Quando Napoleone obbliga il re Ferdinando ad abdicare a suo favore, nominando poi re di Spagna il proprio fratello Giuseppe, il popolo insorge. Il 2 maggio 1808 inizia la guerra d’indipendenza che avrà una grande influenza nell’arte di Goya; i francesi, dapprima portatori di ideali illuministici con i quali il pittore aveva sperato di poter superare l’arretramento culturale di una Spagna superstiziosa, divengono invece ora i nemici.

Gli stupri, gli omicidi, le rapine di cui si macchiano ne fanno il triste esempio del manifestarsi di una natura bestiale, mai completamente soggiogata. Ecco dunque che l’Ombra rimossa in precedenza (o almeno si credeva!) riemerge con incredibile violenza: le descrizioni della guerra che ritroviamo nel pittore spagnolo non sono che concretizzazioni storiche dell’incubo e del Male.

Naturale, quindi, che la fiducia di Goya nella ragione si incrini irrimediabilmente. Anche se le idee politiche del pittore possono risultare ambigue, oscillando tra bonapartismo e la fedeltà al re Borbone, di certo la sua arte è senza dubbio volta a denunciare gli orrori perpetrati sotto i suoi occhi. Goya prepara una nuova serie di stampe, intitolata I disastri della guerra, che costituisce una delle più drammatiche denunce mai realizzate contro la violenza.

In questo periodo Goya realizza anche alcuni dipinti con lo stesso spirito: Tribunale dell’Inquisizione, Interno di un manicomio, Processione di flagellanti, La sepoltura della sardina. Il mostruoso non ha bisogno di creature fantastiche per apparire in tutta la sua orrenda realtà: sono più che sufficienti i volti deformati dei suoi personaggi e i loro gesti ad esprimerne tutto l’orrore. La stessa tensione emerge in altre due opere: Il 2 maggio 1808: lotta contro i Mamelucchi e Il 3 maggio 1808: fucilazione alla Montaña del principe Pio. Le braccia alzate del principe e il patriota che si copre il viso con le mani annunciano la vittoria del Male; l’atteggiamento dell’uomo con la camicia bianca, illuminato dalla lanterna, diviene un disperato grido di resistenza contro ogni violenza, con la stessa intensità che sarà successivamente ripresa in Guernica da Pablo Picasso.

Una nuova malattia colpisce Goya nel 1819, minacciandone la vita, e la repressione borbonica seguita alla Restaurazione sono lo sfondo dell’ultima serie di opere del pittore spagnolo: il colore dominante sarà il nero, metafora del più cupo pessimismo in cui Goya discende. Tutto ciò che vi è di umano si è oramai perso, perdita che, in seguito, Kafka raffigurerà con le sue metamorfosi bestiali.

Se nel 1797, realizzando Il sonno della ragione genera mostri, Goya aveva raffigurato l’emergere di mostri che però la coscienza vigile sarebbe stata in grado di tenere a bada; in Saturno che divora i suoi figli (1821-1823 circa) la sua visione sconfina nel più cupo pessimismo, il vecchio dio che divora i suoi stessi figli allude forse alla vittoria della vecchiaia e della morte sulla speranza che la gioventù del figlio rappresenta.

Il sonno della ragione genera mostri - Ritratto dei duchi di Osuna con i figli - Saturno che divora i suoi figli
Il sonno della ragione genera mostri – Ritratto dei duchi di Osuna con i figli – Saturno che divora i suoi figli

In queste ultime opere, Goya ritrae un mondo che sembra non poter più cambiare, se non in peggio.

Come con Bruegel, anche con Goya ci si interroga sull’Ombra, sul Mostruoso, sul lato oscuro: combatterlo? E come? Oppure integrarlo, in qualche modo?

Forse l’ultima soluzione sembra alquanto risibile… E non sto parlando di un’ombra, che crediamo di intravedere per qualche attimo in cui siamo sovrappensiero o che si vede in qualche video paranormale che magari resterà senza spiegazione: questo è il Male, il Buio.

L’assenza di essere e assenza di bene, secondo la definizione agostiniana del male? Forse questa definizione può valere ad un livello metafisico, ma se la riportiamo nella concretezza dell’esistenza umana?

A detta del già citato Baudelaire, il più grande capolavoro del diavolo sarebbe quello di far credere che non esista, e perché? Probabilmente per farci abbassare la guardia dinanzi ad esso, dinanzi al Male, affinché questo si propaghi più facilmente, attraverso l’incredulità, se non lo scherno di chi, forse, mai lo ha neppure sfiorato.

Goya, invece, lo vide e lo visse.

 

Written by Alberto Rossignoli

 

 

Bibliografia

Aldo Carotenuto, “Il fascino discreto dell’orrore. Psicologia dell’arte e della letteratura fantastica”, Tascabili Bompiani, Milano 2002

Antonio Benemia – Livio Billo – Roberto Nuccetelli, “Arte-Immagine. Dal tardo barocco al post-moderno. Volume terzo”, Edizioni Calderini, Bologna 1999

 

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