FEFF 2020: Sezione Competition – “Ashfall” di Kim Byung-seo e Lee Hae-jun

Com’è noto il Far East Film Festival di Udine, al quale Oubliette Magazine da ormai 5 anni consecutivi si affianca con rinnovato entusiasmo in qualità di web media partner, trasla la 22esima edizione dalle sale adibite alle proiezioni ordinarie a quelle virtuali di MYmovies.

Far East Film Festival 22
Far East Film Festival 22

Difficile se non impossibile replicare dunque il coinvolgimento psico-fisico che gli amanti del cinema (e non solamente dei film) ricercano calandosi in quell’insostituibile buio squarciato dai raggi dello schermo luminoso e riempito da onde acustiche che avvolgono completamente i destinatari dello spettacolo, trascinandoli persuasi nella realtà della finzione ricreata.

Ciononostante, molti aspetti dei titoli proposti sono assimilabili, apprezzabili e criticabili avvalendosi anche di supporti ben più modesti, i quali, se certo non possono mirare a fungere da degno surrogato agli ambienti nati ed evolutisi al preciso scopo di cui sopra, non ostacolano affatto una comprensione quantomeno superficiale delle logiche con cui sono strutturate e restituite al pubblico le vicende narrate.

Chiuso questo doveroso cappello, va detto senza mezzi termini che Ashfall”, disaster movie sudcoreano campione di incassi dell’inverno a cavallo fra il 2019 e il 2020, è di gran lunga il peggior film d’apertura dei FEFF dal 2016 in qua: se è lecito nutrire aspettative desumendo anche solo un pugno di elementari informazioni neppure dal trailer, che già costituisce una fonte potentemente influente, bensì dalle sole telegrafiche tagline, intese come incisi ad effetto atti ad accendere la curiosità nei possibili fruitori, allora la creatura della coppia KimLee purtroppo non tarda a deludere e le ragioni sono facilmente riassumibili.

Breve preambolo assente nell’opera ma utile ad una contestualizzazione indirizzata a tutti coloro che non sono autoctoni, simpatizzanti per la cultura nordcoreana o semplicemente appassionati di vulcanologia: il monte Baekdu, che coi suoi 2744 metri vanta il primato di picco più elevato dell’intera penisola, porta le cicatrici di una delle eruzioni più violente cui l’umanità abbia mai assistito: all’incirca nel 946 si guadagnò quello che a posteriori è stato classificato un avvenimento da settimo grado (su 8) della scala VEI, vale a dire l’indice di esplosività vulcanica.

Ashfall
Ashfall

Nell’era contemporanea si risveglia e, a seguito di un rilevamento un po’ frettoloso da parte degli esperti, alla prima di quattro “mega-colossali” esplosioni annunciate si spinge fino all’ottavo grado (qualcosa che si verificherebbe in media ogni 10.000 anni o più): migliaia di chilometri di territorio in ogni direzione si trovano improvvisamente in gravissimo pericolo, aree vastissime che forse si sarebbero potute evacuare se, a tempo debito, si avesse dato retta al parere del professor Kang (Ma Dong-seok).

Costui è solo il primo del manipolo di “eroi”, per di più scisso in unità che non sempre agiscono seguendo un piano condiviso, a cui intere nazioni, totalmente impreparate e incapaci di affrontare l’emergenza, fanno cieco affidamento; al tempo stesso, si tratta solo del primo dei luoghi comuni così spesso attribuibili nella fattispecie al genere action, dove a trionfare sul piano della rilevanza narrativa sono le vicissitudini private dei pochi protagonisti nelle cui mani è indifferibilmente consegnato il destino di sterminate popolazioni.

Come da tradizione, la storia ha bisogno di profili umani in primo piano che si agitino su uno sfondo, il quale contestualmente – è chiaro – corrisponde alla montagna infuocata, apparsa comunque nel titolo e nel cartello originali, “Baekdusan”, a caratteri cubitali. Va però tenuto in debita considerazione il cattivo assortimento dei nemici-amici Cho (Lee Byung-hun) e Ri (Ha Jung-woo), l’uno capitano a comando di un’improvvisata e maldestra task force del Sud e l’altro testimone chiave corrotto del Nord, in continuo ed improbabile bilico fra desiderio di ammazzarsi e volontà di salvarsi a vicenda, specie quando le missioni di entrambi rischiano di saltare (assieme a 600 chilotoni di esplosivo nucleare, tesoro ambito da ben quattro Paesi: Corea del Sud, Corea del Nord, Cina e Stati Uniti), oppure, più penosamente, quando giunge il momento di riportare alla mente gli affetti lontani e condividerne l’importanza in una vita destinata al collasso o la cui prosecuzione è comunque seriamente minacciata.

Proprio a motivo del cocktail dal sapore tutt’altro che gradevole ottenuto shakerando forza bruta, linguaggio tendenzialmente greve – quasi cameratesco, ma in maniera da suonare non del tutto giustificato dal contesto – e umorismo spicciolo, un vortice di forzature fissate nella sceneggiatura (e prima ancora nel contorto soggetto, beninteso) che, volendo ammiccare alle platee dalle poche pretese, riesce solo a far baluginare un pallido ricordo della raffinata ironia di un “Castaway on the Moon” (Lee Hae-jun ne è pur sempre stato il regista, ancora nel 2009), si ha la tentazione di cedere al rammarico di non assistere a una presenza più invadente da parte del Baekdu.

Ashfall
Ashfall

Almeno in “Dante’s Peak” (Roger Donaldson, 1997) il vulcano si stagliava pauroso e ineluttabile sui destini del popolino residente alle sue pendici, così come, sulle figure di Brosnan, Hamilton e famiglia annessa, scagliava con insistenza dapprima le proprie intimidazioni e in seguito attacchi dichiarati, diretti idealmente a punire ogni azione sconsiderata (si legga pure “stupida”: e infatti di mezzo c’è pure un cane smarrito nell’ora meno opportuna, come si farebbe altrimenti?).

Nel susseguirsi di colpi e contraccolpi fra i due buddies e le forze che li rappresentano e sostengono, ciascuna parte mossa dalla bramosia delle testate atomiche, “Ashfall” perde di vista, o piuttosto rischia di rinnegare, quello che sarebbe potuto essere un villain assai convincente e, se non più appassionante, senz’altro più impressionante: mancando della ricchezza spirituale di un “Diavolo alle 4” (Mervyn LeRoy, 1961), film assai godibile per chi scrive, come già prima di lui “Gli ultimi giorni di Pompei” (Ernest B. Schoedsack, Marian C. Cooper, 1935) si riduce quasi a porre a latere, per così dire in appendice, il fenomeno di maggior grandiosità, prediligendo le scorribande tipiche dell’action (senza peraltro alcun ricorso alle arti marziali), le quali però stavolta, oltre a irrorarsi di dialoghi e atteggiamenti che minuto dopo minuto non fanno che minare l’immedesimazione con personaggi che di eroico hanno forse solo il primo pelo (si salvi un parziale riscatto in extremis), non pulsano nemmeno di un ritmo davvero incalzante.

 

Voto al film: 

 

 

Written by Raffaele Lazzaroni

 

 

Info

Rubrica Far East Film Festival

MyMovie FEFF – partecipa al festival

Sito FEFF

 

Un pensiero su “FEFF 2020: Sezione Competition – “Ashfall” di Kim Byung-seo e Lee Hae-jun

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: