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L’arte di leggere i fondi del caffè: la tradizione balcanica della conoscenza del futuro

Conoscere ciò che ci riserva il futuro è il più grande desiderio dell’umanità. A tutti noi è capitato di avere un presentimento anche se il metodo più comune per sondare il futuro è stato attraverso i sogni.

Leggere i fondi del caffè

I veggenti professionisti invece, dipendono da strumenti. Il più famoso e banale è la sfera di cristallo della zingara non considerando che la “cristalloterapia” fonda il suo metodo su l’autoguarigione naturale proprio attraverso l’uso di cristalli per arrivare ad uno stato di benessere psicofisico stimolando le risorse naturali dell’uomo.

Dunque, la sfera di cristallo rappresenta il mezzo per arrivare ad una previsione, così come le gocce di olio che si lasciano cadere dentro un piatto d’acqua, come le rune che si lasciano cadere al suolo, come le conchiglie sparse con un gesto dalle quali si traggono presagi e incantesimi, come le foglie di tè in una tazza.

Ogni singola tecnica ci fa capire che sono tanti i supporti con cui l’uomo, nel corso dei secoli, ha tentato di sollevare il velo del mistero per gettare uno sguardo al futuro. Alcune di queste tecniche provenienti dalla notte dei tempi sono ancora diffuse e continuano a conservare i loro seguaci.

Spesso, quando la voglia di saperne di più diventa impellente scatta la ricerca della conoscenza; per ottenere una visione più chiara della scelta di un eventuale supporto e trovare le informazioni necessarie dei complessi sistemi che hanno inventato un metodo per divinare.

Ogni viaggio che si intraprende alla ricerca di storie popolari, credenze e riti, racchiude un concentrato di sensazioni tangibili o emozionali, difficilmente paragonabile ad altre esperienze. La conseguente dilatazione dei sensi, allarga gli orizzonti fisici e temporali; un’esplosione che si replica ogni volta che ci si mette in viaggio alla ricerca di qualcosa a cui vorremmo dare delle risposte.

La ricerca serve moltissimo, soprattutto per mantenere costanti i livelli di stupore mentre l’atto di sorprendersi affinché trasferire un’emozione in forma d’arte divinatoria con un correlativo oggettivo è la formula di quella particolare pratica divinatoria. Per dimostrare che c’è tutto un mondo da scoprire in questo pianeta che gira ho pensato al futuro scritto nelle forme dei fondi di caffè.

È nata così la voglia di saperne di più cercando una testimonianza che illuminasse tale arte nei suoi passaggi ritualistici, per ottenere uno scorcio apparentemente semplice e naturale ma in perfetto equilibrio tra posizione, angolatura e conseguente realizzazione del rito.

Leggere i fondi del caffè

Così, dopo aver cercato, ho conosciuto e trovato Fatma e lo spazio davanti ai miei occhi è stato occupato da un pugno di chicchi di caffè pronti per essere triturati finemente e –come per incanto– al centro di un piano cottura, tra il gioco e la sorpresa, la prospettiva magica arriva al suo culmine e senso.

L’arte di leggere i fondi di caffè sembra avere inizi discordanti ma è una pratica divinatoria tipicamente turca o delle zone influenzate dai turchi, come i Balcani.

Non a caso Fatma è albanese, di Tirana, e per divinare usa il caffè turco, acqua e zucchero. Mi racconta che questa è una tradizione antichissima e non è una “cosa vergognosa”, lo precisa più volte.

Per lei e le donne della sua terra è considerato un rito, e aggiunge, che spesso non avendo altro tipo di divertimento lei e le sue amiche si riuniscono nelle case per prendere un caffè e per poi farsi interpretare dalla “caffeomante” le figure che si formano nella posa del caffè.

Dopo aver bevuto il caffè, la tazza si capovolge sul piattino, si gira tre volte e poi si procede con l’interpretazione dei simboli che si formano non solo sul fondo della tazza ma anche sul piattino.

Chiedo a Fatma se è possibile avere un caffè. Con pazienza fa bollire l’acqua nel “Cezve” un bricco di acciaio con un manico lungo in legno e poi vi aggiunge il caffè che lascia in infusione per svariati minuti. L’immagine è parecchio suggestiva. Il caffè un po’ meno, è nero come la notte, denso e corposo, dal gusto molto forte.

Fatma capovolge la tazzina sul piattino, inizia a girarla per tre volte. Attende ancora alcuni minuti, affinché i residui di caffè possano depositarsi sui bordi e sul piattino. Poi, guarda dentro la tazzina e si concentra lentamente sulle figure.

Mi dice che le figure sul bordo rappresentano il futuro, quelle chiare sono positive. quelle scure negative. Le figure sul piattino rappresentano il presente. Da questo momento l’arte divinatoria necessita di una grande concentrazione in quanto al simbolo deve associare a ciò che avverrà nel futuro, mentre ai numeri associa il tempo entro il quale si verificheranno gli eventi.

Leggere i fondi del caffè

Nel fondo del mio caffè appare un abete, Fatma mi dice che ho un fisico forte nonostante io mi trascuri, poi una scimmia la quale mi fa dire frasi ironiche che feriscono senza intenzione, infine, le appare un tenero fiore segno di omaggio ed allegria ma anche di un futuro fidanzamento breve.

Continuando a sbirciare nel web scopro due cose molto interessanti.

Oltre alla pratica prevalentemente mantica, durante i matrimoni la sposa deve essere in grado di preparare alla futura suocera il suo miglior caffè, alla presenza dello sposo.

Ma è la seconda cosa a colpire positivamente: questo metodo di infusione ha un Museo all’interno del quale i visitatori possono apprendere la pratica della preparazione del caffè turco e da tale prova, possono ottenere un attestato presso il Museo delle arti turche e islamiche di Istanbul.

Non a caso, dopo molti secoli, la preparazione del caffè turco e la pratica della “caffeomanzia” rappresentano un potente rituale magico che proviene sì dalla notte dei tempi ma che si rinsalda e si rinnova tra Oriente ed Occidente.

 

Written by Carina Spurio 

 

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Divinazione con le conchiglie

 

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“Sulle ali della mia voce” del mezzosoprano Antonella La Terra Inghilterra: il tema amoroso in tensione emotiva

Antonella La Terra Inghilterra è un mezzosoprano di origine abruzzese che con questo “Sulle ali della mia voce arriva al debutto avvalendosi di una produzione ben curata, cristallina e vellutata, che riesce nel migliore dei modi a far risaltare le doti canore dell’artista.

Sulle ali della mia voce

Uscito per l’etichetta discografica Music Force, l’album si compone di sette tracce, di cui un solo inedito e sei arrangiamenti di pezzi non originali, questi ultimi presi da un repertorio coerente che si inserisce nel filone di una coniugazione della lirica alla forma-canzone pop. Il tentativo di fondo appare proprio quello di accostare le sonorità liriche – a tratti quasi epiche – alla maggiore fruibilità e semplicità di un approccio più commerciale.

La possente voce del mezzosoprano è accompagnata e sorretta da un tappeto musicale mai invadente, fatto di pianoforte, lievi chitarre arpeggiate e archi sempre sullo sfondo.

La scaletta si apre con l’inedito “In Te Andrò”, che dopo un’introduzione eterea di piano e fiati lascia spazio al canto, accompagnato da lievi accordi e percussioni minimali (una costante dell’intero album); a un crescendo di tensione risponde una distensione melodica marcatamente lirica in cui tutta la delicatezza della mezzosoprano si manifesta. L’intero brano procede in un crescendo musicale ed emotivo sottolineato da percussioni più presenti e sovrapposizioni vocali dal sapore drammatico, che ci portano verso una conclusione accompagnata dagli archi.

In questo brano, senza alcun dubbio uno dei più riusciti dell’intero disco, è già racchiusa la poetica che sarà riproposta anche nelle rimanenti tracce: il tema amoroso sviluppato in una costante tensione emotiva; la centralità del canto, ben intrecciato da armonie musicali equilibrate e mai prepotenti; una fondamentale natura pop che non disdegna qualche apertura a spunti jazz (Un Amore per Sempre).

Antonella La Terra Inghilterra

La forza di questa fatica discografica si fonda sulla grandissima preparazione dei musicisti. Dal punto di vista tecnico è difficile trovare una pecca, la produzione amalgama in un suono omogeneo i vari strumenti senza risultare “impastata”.

In definitiva, siamo davanti a un prodotto davvero ben confezionato: ottimamente suonato, interpretato e prodotto. Non c’è volontà di strafare, rimanendo all’interno dei canoni di un genere relativamente codificato; se siete in cerca di innovazione questo lavoro non fa per voi, e se questo genere non vi ha mai appassionato potete tranquillamente passare oltre.

Ma se al contrario apprezzate questo filone, o ne siete anche solo vagamente incuriositi, probabilmente non rimarrete delusi e vi accingerete a vivere una nuova, piacevole esperienza.

 

Written by Stefano Zanni

 

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Intervista di Carina Spurio a Piera Ruffini ed al suo “La battaglia dell’acqua e del fuoco”

Sono idee. Idee che vanno analizzate. Alcune saranno abbandonate, altre, si trasformeranno in storie. Dimorano incomprese per lungo tempo nei sotterranei dell’anima, luminose o in forma di scure crepe, ci offrono ancora sorprese dentro perimetri di magnifica insania che nessuna ragione può direzionare.

Piera Ruffini

In fondo è tutto qui il segreto dell’arte, che si rigenera nell’impronta inevitabile di un elaborato, in una voce che vuole cantare, in intime memorie che diventano strutture. Vi sto per presentare una raccolta di racconti che si differenziano tra loro per la tipologia dei personaggi indissolubilmente legati dal filo conduttore della verità. Un libro che tra l’acqua e il fuoco, tra sogno e realtà, tra terra e cielo, illumina e sollecita, avvicina al sogno, alla ricerca di un altro sapere, alla profondità di un universo personale che vuole risorgere.

La battaglia dell’acqua e del fuoco” è il titolo del libro di Piera Ruffini, la quale, con grazia descrittiva, concede ai suoi personaggi di cercare la verità, lambendo i sipari dell’inconscio e delle vite private come l’acqua, illuminando con la parola tutto quello che non è consapevole e visibile, affinché gli stessi, possano maturare una rinascita. Piera Ruffini, ci regala fotogrammi umani che provengono dagli abissi dell’anima, sapientemente trasformati in parole, per evitare che le sue creature scompaiano inghiottite dalle acque. Sembra chiara l’analogia con il meccanismo dell’introiezione e dello sprofondamento dell’Io nell’inconscio, ancor più chiara, l’evidente capacità di sintesi dell’autrice, pronta a muoversi dentro uno spazio limitato e raccontare le storie in maniera elegantemente condensata.

Sappiamo che l’acqua e il fuoco sono due elementi in contrasto tra loro, che l’acqua non ha confini fissi e che il fuoco purifica mentre consuma. E ancora, che l’acqua obbedisce al principio dell’estensione, e conseguentemente all’allargamento del campo di coscienza e il fuoco, che da secoli, porta con sé l’archetipo della distruzione perché può manifestarsi con violenza ma anche in maniera subdola. Mentre proseguo nella lettura dei racconti di Piera Ruffini, il grigio infame del cielo di un maggio che sembra novembre, s’attenua. Nonostante tutto, il panorama è bellissimo, vagamente nordico, adatto all’introspezione, talmente perfetto che aumenta la consapevolezza che la realtà, se non la descrivi con le parole, toglie molto all’immaginazione. Questa convinzione si accentua mentre scorro le prime pagine del libro di Piera Ruffini e mi preparo a possedere le sue idee. In questo atto sembra di visualizzare i pensieri senza forma che s’infrangono sulle tempie come una tempesta associabile al parto della mente, che si innesca quando le idee premono per uscire e trasformarsi in prosa: accade agli esseri umani che amano la scrittura, uomini e donne, indistintamente. Questo concetto lo ripropone anche Piera Ruffini nel suo primo racconto dal titolo ‘A volte accade’ e scrive: “Accade che il tuo sguardo si stabilisca per qualche ora ad ammirare le righe bianche di un foglio che strepita nell’essere riempito, imbrattato, colmato di vibrazioni e anche di abbagli, di quegli abbagli che sono propri di un’assunzione smisurata di farmaci. Accade che la tua testa vagheggi e che tu, a quel punto, la lasci andare…

Un’emozione intensa può davvero far partire una testa e quando una testa parte, deve partire: per tornare al mondo la testa deve partire. Così, Piera Ruffini, ha lasciato andare la sua testa e si è immersa dentro se stessa senza sapere quanto tempo sarebbe servito per attraversare il suo mare, né dopo quanto tempo avrebbe ripreso fiato. Ha preso un bel respiro. Ha nuotato lentamente, centellinando l’ossigeno che ha portato con se per rinascere al suo riemergere, nell’attimo in cui: “Acastro spegneva le sue luci mentre i due amanti fuggivano stretti nella morsa della curiosità del loro nuovo sogno.” “Non patisce mancanza chi non sente desideriodiceva Cicerone. E mi ritrovo a percepire la grande mancanza di una donna che scrive mentre entro timorosamente nel suo fantastico abisso privato e incontro il fuoco della sua passione. Buona lettura!

 

C.S.: Cosa l’ha spinta a scegliere la forma breve del narrare?

Piera Ruffini

Piera Ruffini: Non ho scelto io questa sintetica struttura comunicativa, è la stessa che mi è venuta incontro senza che ne fossi davvero consapevole. Mi ha conquistata nei momenti di nostalgia di un’immagine, di osservazione di un paesaggio naturale, di una luce fissata nella sera, traducendo – è evidente – la mia propensione a voler trovare un’alternativa alle crostate da fare in casa. No. In realtà, mi ha dato musica anche quando riponevo le cuffiette, è stato un naturale divenire carta e inchiostro. Trovo il breve racconto simile alle fiabe parlate davanti ad un camino o ad una lampada prima di aprirsi alla notte e ai sogni. Affine ai cortometraggi che solleticano rapimento con la medesima densità emotiva di una favola. Qualcuno lo considera un profilo narrativo debole, ma a mio avviso la grandezza non si misura nell’altezza o nei numeri dei versi, piuttosto nel sentire in quelle parole se e quanto albeggi il culmine dell’intensità.

 

C.S.: ‘La vita o la si vive o la si scrive’, diceva Pirandello. Lei ritiene di aver fatto entrambe le cose?

Piera Ruffini: Direi che se non la vivo, la scrivo, la invento, la creo. Mi maschero da una Beatrice o un Giacomo da cui prendo e “rubo”. Certo, tante altre volte regalo. Cosa? Il mio mondo reale, il mio aver guardato ed il mio guardare. Sì, scruto il camminare sbadato e privo di cura dell’uomo contemporaneo che non si accorge delle crepe sui talloni di chi gli sta accanto, delle ferite che lo abitano e della contestuale tenacia di poterle disinfettare con la fermezza di un dottore. Ma nella rovina di una società incivile sempre più in mano alla barbarie, alla confusione e alla provvisorietà, inseguo il miraggio dell’irrimediabilità alla luce più che a quella dell’oscurità. Perché credo che ciascuno, me compresa, abbia una nostalgia della purezza originaria, che per quanto dolente, eleva ed esorta sempre a crescere, a migliorare. Anch’io resilievo e non lo sapevo. Beh, da testimone del mio tempo mi sono lasciata tormentare e deliziare sia dalla scrittura che dalla vita.

 

C.S.: Può raccontare ai nostri lettori in che modo ha organizzato il suo processo di scrittura? I racconti hanno preso forma nella sua mente in ordine cronologico o casuale?

Piera Ruffini: Scrivo da molto. Frammenti di romanzi, appunti di viaggio o note della giornata. Avevo immagazzinato molto materiale cartaceo e sapevo che avrei presto dovuto dare una dimensione fisica più coordinata al tutto. Così, senza alcuna direttiva o criterio mentale, di procedimento, di pianificazione, ho scartato e rimodellato personaggi, assemblato il dolore della loro consapevolezza e affidato ai colori la gioia di ognuno di tornare. Tornare a casa, tornare ad essere umani, a destarsi per il calore individuale, solidale, ad insorgere per l’anima.

 

C.S.: Come è riuscita a muoversi tra le tante e diverse figure tenendo in equilibrio il filo che le unisce?

Piera Ruffini: Ho voluto offrire agli spaccati del mio immaginario la possibilità di espandere elettricità sui dettagli, sui particolari. Mentre lavoravo per dare lineamenti e contenuto ai protagonisti degli otto racconti, ho consentito loro un’opportunità magnetica e vibrante che mi si rivelava pian piano. Quella di osservarsi al di là dello specchio, perché rimanessero in ascolto, in silenzio, per una doverosa revisione di sé stessi, per il solenne giuramento di ritrovarsi, per i raccolti più verdi e rigogliosi dei nuovi giorni. Non c’è conoscenza senza trasformazione, anche in un clima di conflitto esistenziale, di amarezza e di equidistante forza nel riconoscere la bellezza della propria unicità. Ho ceduto al principio folle di ottimismo, anche quale mezzo di resistenza allo spirito del nostro ‘momento’, tanto che le figure raccontate nel libro non potessero smettere mai di cercare, di cercarsi.

 

C.S.: In che modo arriva alla Aletti Editore?

Piera Ruffini

Piera Ruffini: Non sono un’accorta conoscitrice dell’universo editoriale. Mi sono imbattuta accidentalmente sulla notizia di un concorso letterario attraverso Facebook e, quasi incoscientemente, vi ho partecipato.

 

C.S.: Nel primo racconto, il finale ardito consola la maggior parte degli amanti clandestini che raramente hanno il coraggio di ribellarsi e di prendersi le loro responsabilità e lei lo sottolinea in questo passo: ‘A volte accade di attivarsi coraggiosamente per rovesciare quel piccolo dipinto, immortalante un misero convenzionalismo in cui tutti si reggono in una stabilità fasulla e provvisoria. A volte accade che si voglia divorare quell’oppressore, nemico della libertà dolorosa e felice. A volte accade, in un istante.’ S’intravedono l’azzardo e la liberalizzazione della clandestinità nel suo finale …

Piera Ruffini: Mi auguro non venga interpretato come un inno all’adulterio, ma come un tenace impulso al coraggio e all’onestà. che strozzava il suo anulare non c’era più e c’era voluta la sbadataggine di un bimbo a liberarla da quel simbolo di detenzione che pur aveva amato ma divenuto nel tempo un cattivo esempio di reclusione di un sentimento ormai sbiadito e usurato.Sono da sempre distante dai canoni, dagli stereotipi, dal povero e falso conformismo che strangola e strozza questi esempi di reclusione di sentimenti sbiaditi e usurati. In fondo, le ristrette convenzioni che intrappolano la felicità non sono altro che l’asta a cui si lega quell’aquilone che non potrà mai volare. Tifo per la lealtà e la chiarezza nella sfera affettiva, da quando ho acquisito percezione e coscienza dell’aquilone.

 

C.S.: Quali sono stati gli autori che hanno influenzato il suo modo di scrivere e quali sono quelli che le sono più cari?

Piera Ruffini: Il mio esordio di lettrice è stato contrassegnato dal fuoco della narrativa latinoamericana. Da Neruda a Marquéz, dalla Allende alla Serrano, da Saramago a Galeano. Un altro tipo di respiro, caldo e travolgente, uno sguardo del possibile, del dialogo e della comunità. Ho letto con loro tanta ricchezza, intelligenza, umanità. Poi ho dislocato la lente di ingrandimento sul panorama orientale, su quello delle autrici dell’Est, come la Szabò, fino ad innamorarmi del Novecento italiano e più tardi, ancora più intensamente, di Philip Roth e Alejandro Jodorowski. Così diversi, ma sempre uguali nell’omaggiarmi di vigorose scosse emozionali.

 

C.S.: C’è una persona particolare a cui ha voluto dedicare questo suo libro d’esordio?

Piera Ruffini: Oltre a mia figlia, contemplata in una delle brevi storie, ho immaginato quale reazione potesse avere avuto mio padre se fosse stato ancora in vita. Ed ho sognato un abbraccio, lungo, energico, colmo di vanto e di dolcezza. Ecco, è a quell’abbraccio che ho voluto dedicare ‘La battaglia dell’acqua e del fuoco’.

 

C.S.: Nel suo commovente settimo racconto dal titolo ‘Il canto universale del mare’ scrive alla sua Principessa, presumo sua figlia: ‘Sai quanta determinazione nell’inseguire quel sogno di giustizia? Una fame soddisfatta prima con la scelta di intraprendere gli studi in Legge, poi con quella di ricoprire ruoli amministrativi ed istituzionali, al Comune in qualità di Assessore con delega alle Politiche Sociali, alla Commissione provinciale Pari Opportunità, come vicepresidente. Non ero distratta in quel periodo, mia dolce gioia, ero parte attiva della società, illusa che il mio contributo valesse a realizzare un mondo migliore.’ A questo punto invece le chiedo: alla Commissione Pari Opportunità si tende a combattere esclusivamente contro la violenza sulle donne ma spesso si esclude la violenza delle parole a forma proiettili, cordialmente confezionati contro un’altra donna. Le donne sono sempre donne, sia se subiscono violenza fisica, sia se sopportano una discriminazione gratuita per fiato di un’altra donna. Ha mai sensibilizzato le donne in quest’ultimo senso, a volte più doloroso?

Piera Ruffini

Piera Ruffini: Concordo sulla sconsiderata capacità delle donne di stillare violenza verbale, psicologica e materiale sulle altre donne se governate da competizione insana, irragionevole avidità nell’ostacolare il percorso delle altre e persino omertà nell’avallare certe sfumature di prevaricazione. Non esiste una distinzione di genere sulla fabbricazione della brutalità. Per queste ragioni provo a trasferire a mia figlia, che sarà presto una donna, la gentilezza nelle parole, nei pensieri. Tento di farlo anche con le mie nipoti, la nostra è una famiglia di modulazione prettamente femminile. C’è una massima orientale che dichiara che la delicatezza delle parole crea fiducia, quella dei pensieri genera profondità, quella dei doni concepisce amore.

 

C.S.: Dal suo cassetto un sogno è già divenuto realtà. Crede che in un prossimo futuro ci regalerà altra raffinata prosa?

Piera Ruffini: Sono diversi i progetti in cantiere, uno più articolato e temerario, anche esageratamente temerario. Per questo evito di parlarne.

 

C.S.: Secondo lei chi è Piera Ruffini?

Piera Ruffini: Una mente costantemente in viaggio, credo.

 

C.S.: Vive a Torano Nuovo in provincia di Teramo. Qual è il rapporto con la sua terra?

Piera Ruffini: Vivere in un minuscolo paese di provincia implica l’accettare anche un alfabeto espressivo superficiale, o troppo lezioso o troppo sdegnoso. Si è digiuni di grandi opportunità, non di certo di pregiudizio, indifferenza e persino di dozzinale ed eccessiva lusinga; ma si è anche inclini alla ricezione dell’educazione all’immensità del piccolo e del semplice. È un contrasto fra intimità e sconforto, mediocre sopravvivenza e sensibile genuinità, inettitudine della condizione umana e saggezza di chi ha visto, sentito, compreso. Poi ti accorgi che il tepore tra mura e mura, la terra, giardino e ventre di vigneti, sono un focolare, il tuo focolare che ha qualcosa di sacro e di miracoloso. Forse non è un caso che abbia deciso di restare e addirittura di vivere nel centro storico di Torano, grembo e nido inadeguato nello stimolare, ma sicuramente abile a consolare.

 

Piera Ruffini è nata nel 1975 e vive a Torano Nuovo, Teramo. Laureata in Giurisprudenza, attualmente collabora con diversi periodici di informazione e riviste culturali e con alcune emittenti televisive private.

 

Written by Carina Spurio

 

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“Sogno o realtà” della band Terzacorsia: la presenza di una ritmica energica per tematiche sociali profonde

Che incredibile sensazione di caduta libera questo EP.

 

Sogno o realtà

Dal trascinante tiro rock post-modern ad una speciale fusione di generazioni differenti inneggianti ad un Battisti indimenticabile, ad un Battiato sperimentatore e controcorrente, ad un gruppo come i Pooh il cui romanticismo scioglie i cuori, il tutto in una rivisitazione da millennio oramai rodato con letture in chiave Verdena e Marlene Kuntz.

I Terzacorsia tornano a far vibrare le membrane delle nostre casse dopo il successo di “20 12” uscito ben 6 anni fa e protagonista perfino di una ristampa nel 2015 in versione deluxe con due inediti, grazie all’incessante richiesta da parte dei fans ai numerosissimi concerti.

La band, formatasi circa dieci anni fa, è da sempre attiva in veste live tanto da coprire tappe estere in Slovenia e Svizzera, spinta dal successo del singolo In un momento che riesce a far breccia nell’airplay di ben 150 emittenti radio sia nazionali che internazionali.

L’attività live è supportata anche dal fatto che non tutti conoscono le origini dei Terzacorsia come apprezzabilissima tribute band dei leggendari Pink Floyd, caratteristica che attribuisce loro la fama di gruppo etereo e psichedelico, termine azzeccatissimo in quanto latore di sperimentazioni di nuove alchimie, soprattutto nella scelta di imporre produzioni personali oltre a cover già quotate.

Un balzo notevole che porta la band ad esibirsi nientemeno che al Lian di Roma, storico locale attento ai giovani emergenti e prodigo di talentuosi nomi dell’arte, musica e spettacolo.

Nati all’interno di un pub che porta proprio il nome di Terzacorsia, Gianluca Di Febo (voce e piano), Giuseppe Cantoli (chitarre), Nicola Di Noia (basso) ed Alessio Palizzi (batteria) stringono nell’immediato un patto di fratellanza che si consolida sempre più nel tempo, dando così il via ad un gruppo dalla comunicazione rivolta senza dubbio all’aspetto sociale ma non in chiave di protesta, bensì di sguardo velato al futuro proprio come i sopracitati Pink Floyd, la cui speranza per un mondo migliore è sempre stata una costante delle loro sinfonie.

Terzacorsia

Il ritorno era atteso da molti (me compreso), poiché gruppi come i Terzacorsia lasciano un marchio nel cuore delle persone che hanno la fortuna di ascoltarli.

Eccoli dunque ripresentarsi con un nuovo lavoro dal titolo Sogno o realtà, continuazione del precedente album ma arricchito dalla presenza di ritmiche più energiche e dalla scelta di percorrere una strada più contestuale e ricca di tematiche profonde.

Da ascoltare assolutamente Amarsi un po’, cover della storica coppia BattistiMogol, ipnotica nel suo lento giro di chitarra che sfocia in prog-rock, inesorabile nello scavare l’animo umano.

 

Written by Giuseppe Raccagni aka B-Traxx

 

 

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“La maestra supplente” di Antonino Di Giorgio: il romanzo postumo di uno degli ultimi grandi intellettuali del Novecento

“Così, nell’insieme, quei rotti dialoghi non rivelavano una ragazza intelligente, se, come Sacchini riteneva esemplando su di sé, l’intelligenza contiene sempre una qualche tendenza alla contemplazione e all’astrazione e una certa ricchezza di sentimento; mostravano invece una fuggiasca, una donna distratta che dappertutto è solo di passaggio, una che mai si sarebbe seduta e avrebbe guardato attorno”.

La maestra supplente

La maestra supplente” di Antonino Di Giorgio (1928-2000), pubblicato nell’agosto del 2015 da Ianieri Edizioni nella collana Forsythia, è un romanzo inedito della fine degli anni Sessanta, rinvenuto nell’archivio dell’abitazione dell’autore a Casoli, in provincia di Chieti. Grazie alla lungimirante intuizione della casa editrice e alla volontà dei familiari che, in maniera sinergica, si sono prodigati affinché quest’opera venisse data alle stampe, chi non conosceva questo scrittore ha avuto modo di farlo. E menomale, perché Antonino Di Giorgio si è sempre dedicato, nei suoi scritti, ad analizzare la condizione umana, attraverso una vasta gamma di riflessioni che la penna elegante è riuscita a trasformare in una lettura intima e suggestiva, da cogliere nella sua totalità.

L’opera parla del maestro elementare Sacchini, quarantasettenne, colto da una vera e propria infatuazione all’arrivo nella sua scuola di Anna, una supplente ventenne. Questo sentimento lo sovrasta e lo mette in crisi, facendolo dubitare di tutto.

Sebbene narrato attraverso una prosa ricca e raffinata, che evoca scrittori di altri tempi, il tema dell’uomo giunto nel mezzo della vita, che si volta e fa un bilancio di un passato sempre più lontano e avverte un futuro che incombe e che lo troverà inadeguato, è sempre attuale. Sacchini, che è marito e padre, vive una vera e propria pulsione emotiva che lo porta a condurre un lungo viaggio nella sua stessa psiche. Anna è una giovane donna che Sacchini riconosce come del tutto “diversa da sé”, e diventa un espediente per rimpiangere la vita passata e le occasioni perdute.

Il maestro Sacchini non s’innamora di Anna in quanto tale, bensì per come lei lo fa sentire: molto intelligente ed ancora influente. Egli infatti, temendo di non essere all’altezza di quel “mondo della giovinezza” per cui prova nostalgia e che Anna rappresenta, cambia continuamente opinione sulla ragazza, quasi a voler dimostrare a se stesso che non valga la pena “lanciarsi” in una simile impresa. Preferisce sminuirla e pensare che ella non meriti il suo amore – cercherà in ogni modo di testarne l’intelligenza, mettendola continuamente alla prova – piuttosto che ammettere che Anna non sia interessata a lui.

Attraversava la vita come una pellegrina, incurante e risoluta ma senza fede, diretta a qualche sua banale città santa confusamente immaginata”.

La ragazza, dal canto suo, considera Sacchini soltanto un “maestro”, a cui lei, giovane insegnante di umili origini e appena uscita dalle scuole magistrali nonché priva di ogni esperienza, si appella in continuazione per dei consigli e potere così svolgere al meglio l’incarico che le è stato assegnato.

Antonino Di Giorgio

Piacere o non piacere ad Anna – punto che per altro Sacchini oserà chiarire solo alla fine – diventa per lui una questione di principio, perché vorrebbe dire piacere a se stesso e potersi accettare per quello che è.

In verità lui, valeva: era la vita, la maniera banale in cui era stato costretto a vivere che gli aveva fatto lentamente perdere quota. Col passare degli anni quell’esistenza grigia lo aveva schiacciato ed aveva finito per assegnarli un posto che egli sentiva non suo. Egli in sé valeva, ma non c’era nel mondo esterno fatto alcuno che gli altri potessero attribuirgli come sicura manifestazione del suo valore. Questo divario tra quel molto che uno sente intimamente di essere e quel poco di cui il mondo può testimoniare costituisce, specie quando il divario esiste davvero, l’unico e autentico motivo d’infelicità di molte persone”.

Anna diventa quindi la sua “tabula rasa” sulla quale imprimere tante nozioni. Lui, così intelligente ma ormai attempato; lei così ricca di tempo e di possibilità che andrebbero forgiate.

A questo autore, dalla scrittura fluida e regale che tanto ricorda quella dei grandi maestri del Novecento, forse è stato dato poco spazio: sicuramente meno di quanto avrebbe meritato. Il suo stile impeccabile, ammirato da Ennio Flaiano, ha fatto de “La maestra supplente” un piccolo capolavoro nel quale riconoscersi oppure confrontarsi. Un microcosmo, in cui noi, nostalgici del passato e della buona lettura, ci possiamo rifugiare.

 

Written by Cristina Biolcati

 

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“Twitter haiku” di Claudio Spinosa: la poesia breve al tempo di Twitter

Fin dall’accostamento di termini del titolo si può intuire l’intenzione dell’autore Claudio Spinosa, autore di svariate raccolte poetiche autoprodotte, di operare un avvicinamento tra il moderno concetto di brevità d’espressione, dettato, nel caso di Twitter, da parametri preimpostati e imposti, non, dunque, sempre libera scelta, e il componimento poetico giapponese espressione dell’attualità dell’attimo e cristallizzazione dell’impressione ricevuta dall’animo o dai sensi in un dato luogo e in un dato momento.

Twitter haiku

Non ci si sorprenderà allora se, accostandosi alla lettura dei versi di Spinosa, non si troverà una raccolta di haiku classici, né, talora, per numero di versi, né, spesso, per numero di sillabe.

Infatti, la tradizione dell’haiku giapponese prevede tre versi, con morae, disposte secondo lo schema 5/7/5, assimilate quasi sempre alle sillabe, divisione generalmente utilizzata in Occidente per riproporre i tempi espressi con unica emissione di voce.

Prevalgono immagini della natura e riferimenti stagionali, espressi nel kigo, oppure col piccolo kigo, che richiama indirettamente la stagione attraverso la citazione di animali, fiori, piante o frutti particolari che immediatamente rimandino per associazione a un particolare periodo dell’anno. Nell’haiku non manca una pausa o cesura, kireji, che può essere segnalata da un trattino, virgola o punto, e che segna un forte stacco, un salto logico con ribaltamento, in genere dopo il primo o il secondo verso.

Tuttavia, sia in Giappone che in Occidente, si tende ormai da tempo a propendere per un componimento più libero dagli schemi tradizionali e a seguire l’uso di un verso più libero.

Conferma di questo richiamarsi alla poesia giapponese per densità e compattezza, ma non rigorosamente per struttura, l’abbiamo nella raccolta Twitter Haiku. Raccolta di Haiku pubblicati su Twitter, YouCanPrint 2012, 27 componimenti in parte haiku, in parte Haisan, componimenti pure di tre versi, ma con vario numero di sillabe e senza kigo, in parte più assimilabili a Senryu, ovvero Haiku umani, morali, malinconici o filosofici, privi di kigo e kireji.

La notte, l’imbrunire, la sera e il tramonto sono i momenti più presenti nei versi della breve raccolta ove, qua e là, occhieggiano, rari, i riferimenti cromatici, diretti o indiretti (come nel caso del sangue e della neve). Ancor meno presenti le tradizionali figure animali degli Haiku classici giapponesi ove imperversa l’immancabile rana: qui un gabbiano affranto accanto a un gioco d’api a malapena si fa spazio tra i versi che si denotano maggiormente come Haiku umani.

Claudio Spinosa

Una comunicazione certo rapida, fulminea, fugace quella offerta da Claudio Spinosa, ma con germi di ricerca e approfondimento interiore e filosofico, piccoli semi gettati nella mischia e nella confusione del futile quotidiano di una twittata che non vuole, e può non esserlo, solo vuoto e spensierato cinguettio, ma che può rivelarsi prezioso strumento per stabilire contatti eterici e stabilire spazi a quella “profezia dell’introvabile” che il poeta lancia con poche essenziali parole: inutile parlare.

La ricerca è disposizione all’ascolto e all’osservazione:

Contemplare-

Un’apparizione

Dopo una lunga giornata di pioggia. 

La forma scelta è e deve essere per tale scopo duttile, così come l’autore l’ha intesa, non intendendo imbrigliare entro schemi troppo rigidi un’ispirazione che a tratti di molto si avvicina a quella dell’Haiku, sia quello della natura che a quello umano o ibrido.

Se da un lato i maestri e i praticanti del componimento tradizionale non esiterebbero a definire i versi della breve silloge come Haiku impuri o pseudo Haiku, possiamo indubbiamente dire che, pur già con precedenti illustri nella poesia internazionale, Spinosa ha senza remore o paura di rischiare ben definito il genere del suo componimento: ebbene, di Twitter Haiku si parli!

 

Written by Katia Debora Melis

 

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Intervista di Irene Gianeselli all’attore Dario Iubatti: la gioia di fare Teatro

«Se tu attore ascolti, e conosci la parte, dopo aver ascoltato farai in modo che la tua battuta nasca da sé, in quel momento. Naturalmente per ottenere questo occorre un grande training. Occorre abbandonarsi e abbandonare la paura. E rischiare. Anche di non essere un attore» Carlo Cecchi

Dario Iubatti

Dario Iubatti è un attore di teatro. Nasce nel 1986 ad Ortona (CH), si diploma a Roma presso l’Accademia Nazionale D’Arte Drammatica “Silvio D’Amico” dove studia con Luca Ronconi, Michele Placido, Eimuntas Nekrosius, Valerio Binasco, Lorenzo Salveti, Massimiliano Farau.

Tra il 2008  ed il 2010 partecipa ed è protagonista di diversi spettacoli tra cui “L’Illusion Comique” di Pierre Corneille per la regia di Luca Bargagna con la supervisione di Walter Pagliaro andato in scena al “Festival dei Due Mondi” di Spoleto e al Teatro Studio Eleonora Duse di Roma;  “L’impresario delle canarie” di Pietro Metastasio per la regia di Lorenzo Salveti in scena per la Biennale di Venezia;  “La foresta” di A. Ostrovskij, per la regia di Nikolaj Karpov in scena al Teatro Studio Eleonora Duse di Roma. Adatta e dirige “La cena dei cretini” di F. Veber che va in scena al Teatro dell’Orologio di Roma.

Fondamentale è l’incontro con Carlo Cecchi che nel 2010 lo dirige in “Sogno di una notte d’ estate” di William Shakespeare e nel 2012 in “Sik-Sik, l’artefice magico” di Eduardo De Filippo. Nel 2013, sempre al fianco di Carlo Cecchi, ritroviamo Dario Iubatti ne “La serata a Colono” di Elsa Morante per la regia di Mario Martone.

Dario Iubatti racconta ai lettori di Oubliette Magazine il suo percorso di attore sempre pronto a rischiare – anche di non essere attore – nel nome della passione e della gioia di fare teatro. Racconta come si è avvicinato, sempre sotto la guida di Carlo Cecchi ed in entrambi gli allestimenti, al personaggio di Feste de “La dodicesima notte” di William Shakespeare che tornerà nei teatri d’Italia nella prossima stagione. Racconta dell’esperienza  – che si è conclusa lo scorso 27 luglio a Castelbasso (TE) – de l'”Histoire du Soldat” di Ramuz – Stravinskij per la regia di Giorgio Barberio Corsetti.

 

I.G.: Ti ringrazio per la disponibilità. Ci racconti il tuo percorso? Perché hai scelto di diventare un attore?

Dario Iubatti

Dario Iubatti: In realtà non ho mai “scelto” di diventare un attore, o comunque non parlerei di scelta. Cerco di spiegarmi: ho abbandonato l’Università per frequentare l’Accademia Nazionale D’Arte Drammatica “Silvio D’Amico” e quella, forse, è stata l’ultima “scelta” fatta sul serio. Dopo l’Accademia ho incontrato delle persone che mi hanno fatto amare questo mestiere, che mi hanno scelto ed hanno apprezzato il mio lavoro, ma sono in questo mondo da troppo poco tempo, non ho una vera e propria continuità, non so se resisterò e potrò continuare a farlo. Non so nemmeno se desidero fare solamente l’attore o anche altro. Quindi la domanda giusta sarebbe: «Perché ogni giorno scegli di fare l’attore?» a cui risponderei: «Ma perché al giorno d’oggi c’è qualcuno che trova lavoro facilmente? Tanto vale svegliarsi e fare qualcosa che mi piace…». Dell’ Accademia ho ricordi speciali; ho potuto divertirmi con Woody Allen: “Io e Annie”, per esempio, è una scena per il corso di recitazione cinematografica condotto da Michele Placido. Poi su Woody Allen sono tornato con “Provaci ancora Sam”, uno spettacolo di cui ho curato anche la regia che era nato per un Festival e poi è stato ripreso per alcune repliche: in entrambi i casi mi sono molto divertito perché adoro la claustrofobica ironia di Woody Allen. Diciamo che faccio parte di quelli a cui non sta antipatico. È stata una soddisfazione vedere il pubblico che si divertiva o sentire Placido e gli altri ridere mentre io e la mia compagna di scena recitavamo. Addirittura nei giorni scorsi, durante le prove de l'”Histoire du soldat”, uno dei ragazzi che si occupava dei video mi ha chiesto se avessi fatto proprio io “Provaci ancora Sam”perché, durante quel Festival, lui si occupava delle foto di scena e gli era piaciuto moltissimo. In Accademia ho avuto anche l’opportunità di incontrare Luca Ronconi. In realtà io non sono stato mai diretto in uno spettacolo da Luca Ronconi, ma ho partecipato ad un corso che poi, dopo vari anni, ha portato alla messa in scena di “In cerca d’autore”. Non ho però preso parte allo spettacolo perché ero impegnato con Carlo Cecchi. Di quei giorni ricordo la dedizione al lavoro di Ronconi, la minuziosa analisi testuale e la sua grande passione per ogni singolo istante passato a provare o semplicemente a parlare di teatro, e la sua immensa biblioteca che era a disposizione di tutti. Una volta finita l’Accademia mi sono trovato, fortunatamente, a dovere scegliere: mi avevano preso sia Valerio Binasco che Carlo Cecchi. Su consiglio dello stesso Binasco scelsi Cecchi e da lì cominciò una meravigliosa avventura che dura ormai da più di cinque anni. Carlo mi ha insegnato davvero tutto. È un attore straordinario, un grande regista e un pedagogo ineguagliabile. Qualsiasi cosa lui faccia o dica bisogna stare attentissimi, perché è il pane quotidiano per un attore. Si può imparare sempre da lui, non importa che si provi, che si stia in scena o che si stia semplicemente guardando da spettatore un suo spettacolo. Ricordo ancora il provino per il “Sogno di una notte d’estate” a casa sua, d’estate, con un condizionatore impostato al minimo ed io che non avevo il coraggio di dire che sentivo freddo. Iniziarono le prove e lui mi dava i consigli giusti per riuscire a fare al meglio il mio ruolo. Quando debuttammo a Urbino tremavo, volevo andar via perché avevo paura di non sapere fare nulla. Ma quando sentii il pubblico ridere e vidi Carlo che si nascondeva dietro un altro attore perché non riusciva a trattenersi, fui davvero felice. Poi arrivò “Sik-Sik, l’artefice magico” dove per la prima volta mi confrontavo con attori professionisti e bravissimi, del calibro di  Tommaso Ragno e Angelica Ippolito – oltre che lo stesso Carlo – che già avevano interpretato diverse volte quel testo – Angelica Ippolito addirittura lo aveva messo in scena anche con lo stesso Eduardo De Filippo -. Avevamo pochissime prove a disposizione e Carlo si concentrò esclusivamente su di me. In quell’occasione, dopo la prima, Carlo venne a farmi i complimenti in camerino. Carlo Cecchi è un maestro e quando un maestro apprezza il tuo lavoro significa che forse stai facendo la cosa giusta.

 

I.G.: «Non nasce teatro laddove la vita è piena, dove si è soddisfatti. Il teatro nasce dove ci sono delle ferite, dove ci sono dei vuoti. È lì che qualcuno ha bisogno di stare ad ascoltare qualcosa che qualcun altro ha da dire a lui» così scrive Copeau. Credi che in un mondo sempre più pieno di tutto, come di niente, sia ancora percepibile e distinguibile il senso della “privazione” e quindi la necessità del teatro nelle giovani generazioni?

Dario Iubatti

Dario Iubatti: Credo che quando Copeau scrisse quelle parole i pieni erano ben distinguibili dai vuoti, le ferite erano davvero ferite, ma soprattutto c’erano tante persone che avevano bisogno e voglia di stare ad ascoltare qualcosa che qualcun altro aveva da dirgli. Oggi? Oggi potremmo stare ore a parlare del degrado e di tutto quello che ci circonda, del nulla in cui viviamo, ma credo che la cosa fondamentale sia vedere come nei ragazzi non ci siano delle vere ferite o dei vuoti da colmare. Ed anche ammesso che ce ne siano, sono talmente distratti dall’era digitale che hanno dimenticato cosa sia riflettere e pensare. I ragazzi che vanno a teatro molto spesso o vogliono diventare attori o sono costretti dai loro professori. Addirittura alcune volte allievi di prestigiose scuole di recitazione non hanno alcun interesse nel teatro. A questo va aggiunto che talvolta quando si accendono le luci sul palcoscenico, si ritrovano, poveretti, a vedere spettacoli noiosissimi (per usare un eufemismo) e perciò i loro pregiudizi possono solamente trovare conferma. Credo che si tratti di concorso di colpa.

 

I.G.: Come consideri la situazione del teatro italiano di oggi?

Dario Iubatti: Di recente ci sono stati dei cambiamenti nella situazione del teatro italiano, ma purtroppo, essendo pessimista di natura, è inutile dire quale sia la mia opinione. Mi piace però, di tanto in tanto, rivedere un dialogo tra Carmelo Bene e Eduardo de Filippo dove questi due “mostri”, questi due profeti, parlano del teatro in ogni sua forma possibile ed in ogni sua declinazione con riferimento alla situazione attuale. È indifferente se per attuale intendiamo oggi, 2015, o 1982 – quando è stata ripresa quella lezione -. Ripeto parliamo di profeti. In quella circostanza Eduardo invitava i giovani studenti a fare domande. Sinceramente non ricordo quale sia stata la prima domanda che ho fatto una volta entrato in Accademia. È stata un’esperienza talmente nuova e travolgente per uno che come me veniva dalla Facoltà di Ingegneria, che passò, come tutte le cose belle, molto in fretta. Ricordo episodi, aneddoti, immagini, parole o addirittura interi discorsi di alcuni insegnanti, ma la prima domanda proprio no. Se oggi fossero vivi Bene o De Filippo oltre la data delle loro prossime repliche, mi rendo conto che non bisognerebbe chiedere loro nulla, ma solamente star lì ad ascoltare.

 

I.G.: A proposito di Carmelo Bene e di Eduardo: a entrambi Elsa Morante intendeva affidare la sua “Serata a Colono”. Diretto da Mario Martone e al fianco di Carlo Cecchi hai vissuto la messa in scena de “La serata a Colono” del 2013, puoi parlarci di questa esperienza?

Carlo Cecchi e Dario Iubatti

Dario Iubatti: È stata un’esperienza che mi ha fatto vivere sensazioni del tutto opposte. Da un lato c’era la voglia di fare bene con un regista che incontravo per la prima volta, dall’altro la paura di sbagliare in una nuova compagnia dove non conoscevo quasi nessuno; si metteva in scena per la prima volta in assoluto “La serata a Colono”, ma ci si scontrava con un testo molto difficile. Alla fine però, grazie al lavoro dell’intera compagnia, dalla regia di Mario Martone originale e geniale, alle interpretazioni magistrali di Carlo Cecchi e Antonia Truppo, al magnifico lavoro di tutti gli attori e dei tecnici della compagnia siamo riusciti ad ottenere un bellissimo risultato, che ha ricevuto diversi premi e riconoscimenti. A livello personale sono riuscito ad imparare tantissimo da persone che ogni sera involontariamente e facendomi divertire, fuori e dentro la scena, mi davano lezioni di teatro e di vita.


I.G.: Questo luglio sei stato in scena in Abruzzo con “L’Histoire du Soldat” diretto da Giorgio Barberio Corsetti. Il soldato vive perennemente la nostalgia per il Paese natio, tanto che il suo destino si compirà non appena vi farà ritorno. Cosa significa per te partecipare a queste rappresentazioni nella tua terra?

Dario Iubatti: Ho lavorato quasi esclusivamente con Carlo Cecchi e il Teatro Stabile delle Marche (ora Marche Teatro), quindi questa è stata la prima volta in cui ho lavorato ad un progetto nato e sviluppato interamente in Abruzzo. È stato emozionante rivedere ragazzi che facevano teatro con me al liceo, o alcuni miei insegnanti durante le prove o dopo le repliche che venivano a farmi i complimenti e poi aggiungevano «Ti ricordi di me?».

 

I.G.: “L’Historie du Soldat” conserva nell’impianto sia musicale, sia narrativo una certa genuinità popolare, un folklore ed un respiro cosmopolita. Credi che questa storia sia in linea con la tua idea di teatro?

Histoire du Soldat

Dario Iubatti: L’Histoire è un piccolo gioiello: la musica è straordinaria, sembra quasi casuale, ma ogni volta che si sbaglia qualcosa è evidente come tutto sia pensato nel minimo dettaglio. La storia è ispirata ad alcune favole russe e riesce ad essere universale nonostante la sua semplicità. Se ogni volta il teatro fosse così semplice, innovativo, ma soprattutto vivo forse oggi saremmo tutti più felici di andare a teatro…  quando parlo di “semplicità” intendo quel momento in cui ci si rende conto che qualcosa arriva a tutti, è fruibile, ma soprattutto è viva e chiara. Molto spesso quando facciamo degli spettacoli si divertono anche i bambini e questo ti riempie di gioia perché significa che stai facendo qualcosa di buono. Anche Peter Brook ne “Lo spazio vuoto” parla di “teatro immediato”. Questo è il teatro che amo, che mi piace e spero di essere riuscito a farlo qualche volta e di poterlo fare ancora per tanto tempo, quel teatro dove lo spettacolo non diventa mai autoreferenziale, ma riesce sempre ad emozionare e divertire.

  

I.G.: Cosa puoi raccontarci dello spettacolo?

Dario Iubatti: Nello spettacolo interpreto il narratore che, come il diavolo e il soldato che sono legati al violino, ha un forte rapporto con la musica poiché alcuni versi vengono recitati ritmicamente sulla musica. Dopo le prime difficoltà ad imparare queste parti (è difficilissimo capire dove siano gli attacchi perché, come dicevo prima, la musica non è affatto scontata), abbiamo iniziato a provare ma non seguendo lo schema classico di un narratore completamente avulso dalla scena, quanto piuttosto di un personaggio vero e proprio che ogni tanto racconta, ogni tanto entra ed interviene nella storia e questo mi ha dato la possibilità di divertirmi molto di più. Era la prima volta che lavoravo con Giorgio Barberio Corsetti, ed ero molto preoccupato, ma mi sono trovato subito in sintonia con lui e spero di essere riuscito ad essere fedele alle sue idee: grazie alla sua profonda sensibilità è riuscito a restituire la bellezza di questa storia, la sua semplicità e la sua delicatezza. Il tutto insieme ad un’orchestra straordinaria, un impianto scenografico costruito con video stupendi e dei costumi molto funzionali.

 

I.G.: Ne “La dodicesima notte” diretta da Carlo Cecchi interpreti il ruolo topico del buffone e sei assistente alla regia. Cosa significa per te questa esperienza?

Barbara Ronchi - Carlo Cecchi - Dario Iubatti

Dario Iubatti: È stata un’esperienza molto importante. Come ho già detto, appena uscito dall’Accademia ho subito iniziato a lavorare con Carlo Cecchi e quindi ho fatto diversi spettacoli con lui. Mi ha insegnato praticamente tutto e se so fare qualcosa lo devo a lui. Per quest’ultimo progetto mi ha proposto di fare anche l’assistente alla regia oltre che l’attore ed all’inizio, seguendo il canovaccio della mia vita, ero preoccupatissimo e in ansia. Carlo è molto esigente come regista, e in più fare l’assistente ti porta ad avere una serie di altre problematiche che non mi ero mai posto. Ma, come sempre, devo ringraziarlo perché mi ha fatto crescere, mi ha insegnato altri aspetti tecnici che non conoscevo e che spero potranno essermi utili nel futuro, mi ha dato la possibilità di fare un personaggio fantastico aiutandomi nel trovare la strada giusta, anche dicendomi solo poche cose, e non vedo l’ora di riprenderlo. Feste è un personaggio complicatissimo. È intelligentissimo, sagace, osservatore, ironico e crea diagnosi istantanee per ogni personaggio con il quale entra in rapporto. È l’unico sano di mente in un mondo dove ognuno soffre di vari tipi di follia. Come lui stesso dice a Viola travestita da Cesareo «La follia è come il sole va in giro per il mondo e splende ovunque» . Come sempre, e a maggior ragione per questo personaggio, ho seguito le indicazioni di Carlo cercando di farle mie, e poiché il teatro di Cecchi si fonda sul “qui ed ora”, Feste è cambiato nel corso della tournée arrivando ad essere molto più distaccato e annoiato dal suo mestiere e dal mondo, quasi beckettiano. Quel dialogo fra Viola/Cesareo e Feste penso sia l’emblema del disordine teatrale: una ragazza travestita da uomo fa il messaggero d’amore per il suo padrone di cui è innamorata e, come spesso accadeva, cerca conforto nel buffone che con la sua lungimiranza le (o gli) fa capire che il vero buffone è lei (lui). Più disordine di così… Ne “La dodicesima notte” un altro aspetto interessante è il rapporto con la musica, che è un rapporto fondamentale perché la commedia si apre con la battuta di Orsino «Se la musica il cibo dell’amore ne voglio ancora da farne indigestione» e si chiude con la canzone di Feste. Le canzoni del buffone sono parte della storia, la fanno procedere, modificano gli stati d’animo dei personaggi, come accade con Orsino, o con Maria che decide di beffare Malvolio dopo che ha interrotto i canti di Feste, Sir Andrew e Sir Toby. Le musiche sono importantissime e Nicola Piovani è riuscito a creare delle melodie straordinarie, in perfetta sintonia con lo spettacolo, un vero valore aggiunto. Avere studiato un po’ la musica mi aiuta molto, perché la recitazione è musica e puoi trovare molte sfumature in più se la conosci. Conoscevo già Nicola Piovani perché aveva composto le musiche per il “Sogno di una notte d’estate” e “La serata a Colono” ed è sempre un piacere lavorare con la sua musica. 

 

I.G.: Quali sono i tuoi progetti futuri?

Dario Iubatti: Ho appena finito l'”Histoire du Soldat”. L’anno prossimo ci sarà la ripresa de “La dodicesima notte“. Nel frattempo si vedrà.

 

Written by Irene Gianeselli

 

 

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Intervista di Irene Gianeselli al musicista Luca D’Alberto: la musica tra respiro ed estasi

Luca D’Alberto nasce a Teramo il 1983, è musicista e arrangiatore. I suoi strumenti sono la violectra a sei corde, la viola ed il violino ed è riconosciuto come “Violectra Official Player”, collabora con artisti internazionali quali Jean Luc Ponty e Nigel Kennedy.

Luca D'Alberto

Diplomato con Lode e Menzione Ministeriale, ha ricevuto molti certificati di eccellenza da artisti e agenzie internazionali del calibro di Zentropa (Lars Von Trier), “Pina Bausch” Tanztheater, Wim Wenders, Donata Wenders, Fernando Arrabal, Saskia Boddeke/Peter Greenaway, Manuel Huerga. Tra il 2009 e il 2011 ha pubblicato due album: “Apri gli occhi” con RNC / EMI Publishing e “PLAGIARISM” con la Sony/Bollettino. Molte le sue collaborazioni internazionali in veste di arragiatore delle canzoni, tra gli altri, di Astrid Young (Neil Young), Victor DeLorenzo (Violent Femmes) Mike Garson (David Bowie), The Electronic Conspiracy, Deep Purple. Come compositore e performer ha collaborato con la prestigiosa Tanztheater “Pina Bausch” nel “Pina40” Festival e, in Italia, con Giorgio Albertazzi e Costanza Quatriglio.

Porta avanti un’intensa collaborazione professionale con Michele Placido in teatro e per il cinema. Insieme a Saskia Boddeke e Peter Greenaway ha preparato una prestigiosa installazione artistico-musicale che è attualmente in mostra presso il Museo Ebraico di Berlino. Luca D’Alberto ci racconta la sua intensa attività artistica ed il suo nuovo progetto audiovisivo “Estasi” con Ditta Miranda e Damiano Ottavio Bigi – ballerini del “Pina Bausch” Tanztheater – per la regia Ivan D’Antonio.

 

I.G.: Ti ringrazio della disponibilità. Musica, danza, arte performativa nello spazio metropolitano, nei pressi di un lago o in una stanza con drappi rossi. Ci racconti il progetto “Estasi”?

Luca D’Alberto: Il progetto “Estasi” è il progetto della mia vita nel quale ho provato a descrivere la mia emotività tramite la musica, un modo di sentire le “cose” e il mio modo di percepire le emozioni; è un omaggio all’aria, l’elemento più vicino all’inconsistenza della sensibilità. Inoltre vuole essere un tributo a Pina Bausch e al mondo orfano di questa Bellezza. “Estasi” si avvale della collaborazione dei ballerini Damiano Ottavio Bigi, Ditta Miranda del Tanztheater “Pina Bausch”, di Ivan D’Antonio che ha girato i video e dell’artista “dei veli” Daniel Wurtzel. Un’impresa davvero complessa ed un lavoro durato tre anni prima di arrivare a completarlo.

 

I.G.: La tua musica sembra essere scritta seguendo il ritmo di un respiro che nasconde e al contempo alimenta “altro”. Prevalgono i violini e le viole che sorreggono melodie minimaliste, con qualche incursione di elettronica. Come hai costruito il tuo stile e quanto influiscono gli anni della tua formazione su questo tuo recente lavoro?

Luca D'Alberto - Grace

Luca D’Alberto: Non riuscirei a spiegare il mio percorso, perché è stato un approccio molto accademico e molto libero ed istintivo allo stesso tempo. Sicuramente il “respiro” nella mia musica è importantissimo, è l’elemento dal quale non si può prescindere, il sentirsi nello spazio come anima ancor prima che carne. Ogni volta che sono con i miei archi per comporre cerco sempre di capire come toccarli perché l’intelligenza del tatto mi guida più di ogni altra cosa, solo dopo arrivano le note.

 

I.G.: Come racconteresti ad una persona che non può sentire, né vedere i primi tre capitoli di “Estasi” (Breathe -The Life After – Grace)?

Luca D’Alberto: Credo che siano le composizioni che più rappresentano il mio mondo: una immagine che ricorre spesso nella mia testa è la mano vicino ad un volto che sfiora ma non tocca, è l’attesa di una carezza, così descriverei la mia musica, in questo mio progetto. Spesso il mio modo di sentire è condiviso, capito e vissuto da tanti altri ed “Estasi” sta diventando come un piccolo pianeta dove ci si può trovare o ritrovare. Il regalo più bello che Breathe, The Life After e Grace mi hanno fatto è quello di avermi messo in contatto con tante persone di nazionalità, cultura e storia diverse. Ricevo messaggi in tante lingue differenti e sicuramente questo è quello che amo dell’Arte, quando si creano connessioni e scambi. Per esempio per me l’eredità più grande che Pina ha lasciato non è solo la sua Arte, ma le connessioni e le collaborazioni che Lei ha creato inconsapevolmente tra le persone.

 

I.G.: Come hai vissuto l’incontro con il grande Giorgio Albertazzi?

Luca D’Alberto: Abbiamo collaborato a teatro per riportare in vita Giacomo Puccini, sicuramente Albertazzi è un uomo di grande carisma e talento e sono felice di averlo incontrato artisticamente. In quello stesso periodo stavo componendo le musiche di scena per il “Re Lear” di Michele Placido, lo spettacolo teatrale a cui sono più legato, una bellissima esperienza.

 

I.G.:  E l’esperienza con il “Pina Bausch” Tanztheater nell’ambito del “Pina40” Festival?

Luca D'Alberto

Luca D’Alberto: Festeggiare i quarant’anni della compagnia e vedermi impegnato nella duplice veste di compositore e performer è stata una delle esperienze più importanti della mia vita. Si respirava una atmosfera bellissima dove tutti i danzatori cercavano di festeggiare e di ricordare Pina al meglio. Ero già a lavoro su Estasi quando ho assorbito quella atmosfera e credo che tutto questo emerga dalle note del mio progetto.

 

I.G.: Ci racconti il tuo lavoro – curato con Saskia Boddeke e Peter Greenaway – per l’installazione presso il Jewish Museum di Berlino?

Luca D’Alberto: Il tema della mostra è “Il sacrificio di Isacco”, la storia di Abramo che è disposto a obbedire al comando di Dio e sacrificare suo figlio; questo è uno dei passaggi più sconcertanti e significativi della Bibbia. Ancora oggi nelle tre religioni monoteiste il “sacrificio di Isacco” solleva domande che trovano risposta in modo diverso. Per me è una grande esperienza in quanto la musica è l’anima portante dell’installazione e accompagna i visitatori nelle quindici grandi stanze del museo ebraico di Berlino. Lavorare con Saskia Boddeke e Peter Greenaway è stato molto stimolante, perché sono due grandi artisti che prestano particolare attenzione all’aspetto musicale; negli anni l’attività di Boddeke/Greenaway è stata affiancata da grandi compositori e sono onorato che abbiano scelto la mia musica per questa importante e prestigiosa installazione. La mostra è visitabile fino al 13 settembre 2015.

 

I.G.: Certamente un appuntamento da non mancare! Cosa ha rappresentato per te il lavoro di composizione per la colonna sonora de “La scelta” di Michele Placido con cui hai una intensa collaborazione anche teatrale? Come hai affrontato la scrittura musicale per il cinema?

Luca D’Alberto: Collaboro da parecchi anni con Michele Placido e questo film è davvero simbolico ed importante per il percorso che ho condiviso con lui. Quando scrivo per cinema o teatro parto sempre dalle emozioni che il regista vuole sottolineare nel proprio lavoro, il passo successivo è la sceneggiatura, ma prima amo parlarne faccia a faccia e ascoltare l’energia del progetto che sta per nascere, dopo inizia il lavoro di composizione ma deve essere tutto molto naturale, nel mio caso non devo “cercare” ma fluire nei vari aspetti dalla melodia/armonia se serve, ma soprattutto nella scelta della timbrica.

 

I.G.: Quanto contano nelle tue composizioni e nelle tue scelte musicali le tue origini abruzzesi?

Luca D’Alberto: Me lo chiedo spesso soprattutto quando guardo il Gran Sasso, da casa mia posso ammirare la bellezza di questa montagna e sono sicuro che a livello inconscio ci sia nelle mie composizioni una energia che deriva dalla forte bellezza del paesaggio abruzzese.

 

I.G.: Progetti futuri?

Luca D’Alberto: Sto lavorando al mio secondo progetto solista dopo “Estasi” e ci saranno grandi ospiti ma è tutto ancora “top secret”. L’impegno prossimo sarà a luglio quando le mie musiche debutteranno al Festival dei Due Mondi di Spoleto con lo spettacolo teatrale “I duellanti” di Alessio Boni.

 

Written by Irene Gianeselli

 

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Sito Luca D’Alberto

 

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Premio Donna Città di Teramo 2015: la categoria letteratura e poesia

Mi sono sempre sentita un po’ come il protagonista del romanzo di Dostoevskij, “L’idiota“: il principe Myskin al femminile.

 

Premio Donna Città di Teramo 2015

Quindi, una persona spiritualmente elevata, con una generosità d’animo e candida fede nel prossimo, malgrado e soprattutto, negli anni giovanili, queste caratteristiche all’apparenza nobili si accompagnavano ad una totale inesperienza di vita ed a una specie di paralisi della volontà.

Queste mie peculiarità erano principalmente scaturite dal mio essere cresciuta in un paese alle pendici del Gran Sasso, luogo in cui il tempo sembrava non passare mai e trovare interlocutori adatti era meno probabile che attendere l’atterraggio di una navicella spaziale con a bordo un alieno.

Per questo motivo, mi appropriavo di tutte le agende che trovavo in giro per casa ed ogni sera, vi annotavo tutti i miei pensieri vaganti. La noia era tanta. Erano gli anni ‘80. Anni terribili per la moda, l’architettura, l’arredamento.

Mia madre aveva esposto sulle mensole di una libreria barocca il suo orgoglio: collane intere di libri che andavano dai classici di prosa e poesia, categoricamente Mondadori, e l’enciclopedia composta da sedici libri pesantissimi. Sedici mattoni di colore rosso.

Quelli dei poeti, con il marchio Mondadori, 1970, dal titolo “I giganti” e sottotitolati “la nuova biblioteca per tutti”, erano molto eleganti. Vedere ventisei poeti in fila, da Dante a D’Annunzio, era un vero spettacolo.

Passano gli anni. Gli anni, dopotutto, sanno solo passare. Cambiano le vite dei singoli. Non di tutti. La poesia ritorna a me da un’altra solitudine, da un’altra casa. Lentamente, diventa una grande forza. Mi possiede. Poi, travolge.

Il fatalismo è l’altra faccia, la grande seduzione, dell’Io eroico, che in questa civiltà del fai da te, dove l’asso piglia tutto, ha già un tale peso sulle proprie spalle. Più pesante è il carico, più forte è la tentazione di deporlo o trasferirlo su un portatore più grosso e più forte, il Fato per esempio.”

Premio Donna Città di Teramo 2015

James Hillman, con “Il codice dell’anima” Adelphi Edizioni, mi viene in aiuto e mi ricorda che: “ci sono più cose nella vita di ogni uomo di quante ne ammettano le nostre teorie su di essa.” Quando sono diventata poetessa in realtà non lo so. So che dal mio esordio sono trascorsi quasi 10 anni.

So che la poesia continua ad avere un ruolo attivo dentro ai miei giorni. So di averla esportata e diffusa in molte regioni italiane, anche all’estero. So di averla rispettata organizzando un concorso per Poeti. So che la tristezza in alcuni giorni arriva come un pugno, mette in subbuglio lo stomaco mentre la mano spezza sulla carta sillabe ed accenti con l’inchiostro della penna e in quei momenti ho voglia di ridere per sempre, come se non avessi mai pianto.

Probabilmente il decennio in versi aveva bisogno di un regalo ed è ancora il Fato ad arrivare con la notizia che sono tra le dieci donne premiate alla XII^ edizione del “Premio Donna” Città di Teramo 2015, per la categoria Letteratura e Poesia.

Il Premio con cadenza biennale viene assegnato alle donne teramane che si sono contraddistinte in vari settori della società è promosso da Iole Forlini Pallone, presidente del “Premio Donna” e presidente di Federcasalinghe Regione Abruzzo, e Anna Fiorà Frattaroli, coordinatrice dell’evento. La premiazione si è svolta sabato 30 maggio alle ore 17, nella Sala Consiglio Provinciale in via G. Milli, a Teramo.

La conduttrice della manifestazione, la Dott.ssa Mila Martelli, dopo avere letto le note biografiche delle donne premiate ha provveduto a far consegnare una targa di riconoscimento per le seguenti categorie: arte e scultura – politica – letteratura e poesia – sport – musica – imprenditoria – artigianato – comunicazione – volontariato – ricerca. Dopo la premiazione; Marina De Carolis ha letto i miei versi.

Premio Donna Città di Teramo 2015

Il respiro dell’anima

Si sveglia lento il mio verso,

s’ apre alla luce del giorno

come un fiore al mattino

e in punta di piedi,

attraversa le porte del mondo

sfiorando la vita ad ogni respiro,

racconta di esseri fragili in cerca di un varco

dal quale trapeli una luce d’altrove

che illumini un atto d’amore tra storia e poesia,

di un tempo che corre sulle dita di un attimo.

Euritmia cromatica

Amo sempre il colore

nell’incanto che esplode

un bagliore di luce,

nell’ immagini nitide

del buio notturno.

Amo la forza dei limpidi versi,

imbevuta di mille paure

che fugaci sprazzi narra

di radici mai dimenticate;

ed illusa e sospesa

tra sonno e ragione,

tra Morfeo e vecchi miti,

inseguo la scheggia dei sensi

all’interno di mie fragilità.”

Premio Dante Alighieri, 2007

 

Premio Donna Città di Teramo 2015

Il filo del tempo

Un giorno ti legasti

al filo del mio tempo,

quando nella terra

del mio destino,

fiorivano gli inganni

che come stormi

di folli pensieri

ferivano il presente.

Per un attimo, camminai

nel bosco dei respiri,

bruciando radici

per sedurre l’attesa

e cercai l’incantesimo

nel ventre della madre terra

stretta nel morso dell’angoscia

privo di parole,

muta, come una foglia.”

Triumvirati, LiminaMentis, 2010.

 

Written by Carina Spurio 

 

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“Villa Speranza” romanzo d’esordio di Katia di Martino: la paura della vecchiaia e le case di soggiorno del futuro

“Villa Speranza si trovata in Abruzzo, più precisamente a Colle Bianco: una piccola contrada di campagna della città di Guardiagrele. Aveva aperto i battenti nel 2030, due anni dopo il riconoscimento ufficiale delle Case di Soggiorno. Ospitava tredici persone. Il fatto che una di loro, la signora Giada, stesse trascorrendo il Capodanno altrove, la diceva lunga sulla condizione in cui versavano i poveretti. Alcuni non avevano figli. Altri ne avevano avuti, ma essi non potevano occuparsi di loro o, semplicemente, non volevano.”

Villa Speranza

Fine del terzo decennio del 2000, più precisamente 2037. In un futuro non troppo lontano, e non troppo irreale, in Italia vi erano state grosse innovazioni nell’organizzazione sociale e per ovviare il problema del sistema previdenziale si era deciso di obbligare le persone ad abbandonare il lavoro a sessantasette anni e di etichettarle come “Senior”, in sostituzione del termine “anziano”.

Inoltre chi non possedeva capitali sufficienti per continuare una vita autonoma veniva trasferito in una Casa di Soggiorno e continuava a lavorare al suo interno.

Una situazione paradossale in effetti ma non si tratta di un romanzo fantascientifico.

Villa Speranza (2014, Laura Capone Editore) scritto da Katia di Martino, classe 1977, è un’immagine della possibile evoluzione della nostra società che vede protagonista dei settantenni costretti a terminare la propria vita in case di riposo ribattezzate Case di Soggiorno.

La loro vita pare scorrere ordinariamente fino a quando uno di loro comincia a sospettare sull’anormalità delle morti di alcuni degli ospiti. Il romanzo prende così una svolta gialla che rende le vicende più intriganti fino a giungere ad un’inaspettata conclusione.

L’autrice ha delineato con maestria una storia che fin troppi elementi realistici facendo leva sulle paure relativi all’età della vecchiaia ed immaginando come potranno essere gli ultrasessantenni di coloro che oggi hanno tra i venti e i trent’anni.

Sono fatti di profonda solitudine, quella dello scontroso Paride per esempio, altre di redenzione ed amore, come quella di Oscar e Aura, altre di amicizia e di necessità di sentirsi ancora utili nonostante l’esser stati relegati in angoli intenzionalmente non troppo visibili del mondo.

Katia di Martino

Villa Speranza” è anche una visione non stereotipata dei cosiddetti “anziani” che col tempo divengono sempre più tecnologizzati e la cui età ha una diversa percezione rispetto il passato ed è un tuffo nel verde della campagne abruzzesi che hanno visto l’autrice crescere. È una profonda riflessione, ricca di provocazioni, sull’attuale società, sul significato della collettività e su ciò che potrà diventare in un futuro prossimo.

Una scrittura elegante e scorrevole caratterizza questo primo romanzo dell’abruzzese Katia di Martino che ha iniziato scrivendo racconti e soggetti horror o a carattere distopico e per la quale scrivere è diventata successivamente una necessità.

Con “Villa Speranza” la di Martino ha vinto la sezione dedicata ai romanzi della II edizione del Premio Letteratura Italiana Contemporanea bandito dalla Laura Capone Editore. Una casa editrice giovane che continua a distinguersi per il coraggio e l’abilità nel far conoscere autori e autrici di talento capaci di narrare storie ben scritte e sempre molto particolari.

 

Written  by Rebecca Mais

 

Info

Sito Laura Capone Editore