“Diario di una sciamana” #11: sogno o realtà

“Gli alberi sono preghiere viventi, spiriti antichi, ponti tra i mondi, che cantano il linguaggio del vento e insegnano il cammino dell’anima a chi sa ascoltare.”[1] ‒ incipit del capitolo “Sogno o realtà”

Diario di una sciamana 11 sogno o realtà Selene Calloni Williams
Diario di una sciamana 11 sogno o realtà Selene Calloni Williams

Nelle scorse puntate abbiamo presentato Diario di una sciamana come un’autobiografia non convenzionale scritta dall’esperta di sciamanesimo, buddhismo e psicologia Selene Calloni Williams grazie alla quale, attraverso salti temporali che provocano la tipica suspense da thriller, ci si può dirigere verso qualcosa di più profondo, di più interno, di più essenziale.

Edito da Piemme nel 2025, “Diario di una sciamana” è un sentiero formato da brevi capitoli che pagina dopo pagina ‒ passo dopo passo ‒ mostra come una fragilità emozionale e psichica possa, con un lavoro di introspezione, indicare il destino illuminando la parte silente all’interno di noi.

Questa speciale rubrica percorre la testimonianza di Selene Calloni Williams inserendo, in ogni puntata, degli approfondimenti tematici per esplicitare il percorso curativo prodotto dalla lettura del libro. Per un veloce riepilogo delle precedenti puntate si riportano i titoli dei capitoli: “Le mie iniziazioni”, “La voglia di fuggire”, “La fuga”, “Quando le cose accadono e non te ne accorgi”, “Finalmente in Sri Lanka”, “L’aborto”, “Mangoose e Jacqueline”, “Sunil Fernando”, “L’assalto” e “La falce di luna”. In questa undicesima puntata si tratterà del capitolo intitolato “Sogno o realtà”.

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Estratto da “Diario di una sciamana”, capitolo 11 “Sogno o realtà”

“Mi stavo preparando a qualcosa di prodigioso. Qualcosa di grande e incalzante proveniente da un mondo lontano e sconosciuto. Per questo dovevo imparare a incarnare un essere debole, il più debole degli umani, ma anche quieto e tranquillo, calmo come un dio.

Mi riaddormentai solo al mattino. Alle cinque mi svegliò il rumore del traffico caotico di Colombo, che proveniva dalle finestre dell’hotel. Infilai un soprabito, presi l’ascensore e scesi nel giardino, dove i tavoli della colazione sotto gli alberi erano ancora chiusi.

Un paio di lampioni dalla luce fioca davano un minimo di visibilità. Mi avvicinai a un baniano. Scendendo dai rami, molte delle sue radici aeree avevano raggiunto il terreno e si erano trasformate in tronchi sinuosi modellati dalla luce del sole, dal vento e dalla pioggia.

Mi insinuai tra i suoi rami divenuti tronchi e immaginai di essere inglobata dalla pianta e poi ribaltata. Immaginai di provenire dalla morte e di muovermi non verso la vecchiaia, bensì verso l’infanzia e la nascita.

Immaginai il tempo a venire che mi rendeva sempre più ingenua, emotiva, priva di analisi, vicina

agli animali, giocosa, spensierata, spontanea come una bambina.

Diventare un albero con le radici sopra e i rami sotto significava tornare indietro nel tempo e poter cambiare il passato.”[2]

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A.M.: Nella scorsa puntata “La falce di luna” hai analizzato la dinamica del sogno della notte dell’assalto raccontando della diversa percezione sui sogni dei popoli antichi rispetto a quella odierna. Quali sono le analogie tra il sogno ed il viaggio ctonio?

Selene Calloni Williams: Ancora oggi quel sogno su mio padre sta aprendo porte dentro di me. L’esperienza era stata così sconvolgente da crearmi nella mente la domanda: mio padre era venuto a farmi visita in sogno oppure avevo fatto un viaggio ctonio? Anche e solo pormi una domanda del genere, al tempo, aumentava il mio stato di angoscia perché il pensiero razionale non è solito accettare qualcosa di così fuori dal comune, ed è proprio questo il proprio ostacolo: ritenere il viaggio ctonio come qualcosa fuori dal comune perché non lo è affatto.

In tutte le tradizioni antiche il viaggio ctonio ‒ seppur denominato in modo diverso ‒ si presenta come un passaggio dal mondo cosciente a quello più interno, profondo, oscuro. Ctonio, infatti, è una parola di origine greca ‒ χθόνιος (chthónios) ‒ che indica il sotterraneo includendo nella sua derivazione la “terra” ‒ χθών (chthón) ‒ e dunque il mondo degli inferi perché il regno dei morti dell’Antica Grecia era situato sottoterra e sotto il dominio del dio Ade e della sua compagna Persefone.

Non bisogna associare il regno dei morti di Ade all’inferno cristiano, ad esempio al viaggio raccontato da Dante Alighieri nella “Divina Commedia”, perché esiste una sostanziale differenza: tutti i morti, buoni e cattivi, pusillanimi ed eroi finivano nell’Ade mentre nella concezione cristiana, al momento della morte del corpo, l’anima viene valutata a seconda delle sue azioni durante la vita e direzionata nella celebre tripartizione che tutti noi conosciamo.

Va da sé che l’atto di discendere nella profondità della terra è un tema presente sin dall’antichità rappresentato sia dal dio che scelse il suo regno in un territorio nascosto sia dal significato del suo stesso nome, infatti Ade è composto dall’alfa privativa e dalla radice ἰδ- che ha il significato di “vedere” (se ci pensiamo è rimasta ad esempio anche nella lingua latina con “video” ed ovviamente in italiano con il passaggio della “i breve” in “e chiusa”) ed è associato all’invisibile, al non presente nel mondo calpestabile né al mondo dell’alto. Dunque il viaggio ctonio è raffigurato come un percorso iniziatico nell’oscurità sia questo mitologico oppure metaforico.

È celebre il passo dell’Odissea[3] nel quale Odisseo, sotto consiglio della maga Circe, entra nell’Ade per incontrare Tiresia così da conoscere il suo destino che ha un po’ lo stesso significato del dire: percorrere un viaggio per conoscere se stessi perché solo conoscendo se stessi ci si può connettere al proprio scopo e dunque aver una visione limpida del compito che si ha in questa vita.

E, qualche secolo dopo, anche Virgilio lo ripropose nell’Eneide[4] facendo compiere ad Enea una discesa negli Inferi per incontrare Anchise. Odisseo incontra Anticlea, la madre, Enea incontra suo padre.

I vivi entrano in contatto con i morti: questa è una tradizione fortemente radicata nelle culture antiche ed anche la sua ripresa (perché non è mai scomparsa nelle epoche successive) nel 1300 da Dante dovrebbe farci riflettere: infatti che fece Dante?

Ricordate i primi versi del primo Canto dell’Inferno?

Nel mezzo del cammin di nostra vita/ mi ritrovai per una selva oscura,/ ché la diritta via era smarrita.”: li conosciamo a memoria ma ci siamo mai chiesti il reale significato? Dov’è la selva oscura nella quale incappò cercando la corretta via da percorrere? In che modo anche noi possiamo approdare in questa oscurità così come la nave di Odisseo approdò nell’Ade garantendogli la possibilità sia di interrogare il tebano Tiresia ‒ il veggente cieco legato ad un mito di androginia e serpenti ‒ sia di incontrare la madre?

Nel saggio “Il sogno e il mondo infero”,[5] il mio maestro James Hillman affronta il sentiero del regno “illogico” (da intendersi: senza la logica del conscio) del sogno e di tutte quelle manifestazioni psichiche che possono portare ad una guarigione dell’anima attraverso l’anima portando al suo ormai celebre concetto del “Fare Anima”.

Fare Anima è compiere un rito di passaggio, attraversare la strettoia, immergersi nel Tremendo e poi fare ritorno affinché l’individuo apprenda, mediante il viaggio iniziatico, a morire.[6]

Fare Anima significa prendere la realtà oggettiva ‒ pezzo per pezzo, oggetto per oggetto ‒ e ricondurla allo stato di pura immagine, di apparizione animica. La terapia ufficiale si muove nell’artificio del materialismo, il fare anima lo smantella. Fare Anima è stare dalla parte dei sogni, delle ombre, degli avi, delle malattie, intese come richiamo d’amore dell’anima, e della morte, che è amore. Fare Anima è stare dalla parte del daimon, il lato invisibile delle cose, l’altra parte della Grande Soglia.[7]

Fare Anima è il viaggio ctonio.

E questo prendere pezzo per pezzo la realtà è un cammino di sacrificio così come Odisseo per richiamare i morti sacrificò alcune bestie il cui sangue fresco destò e fece apparire i suoi amici, la madre ed il veggente. Iniziare un cammino nel profondo è sempre un sacrificio, ed ogni sacrificio è doloroso perché comporta una componente di autenticità che annienta pian piano la nostra personalità (cioè quella figura che ci siamo costruite con gli anni come protezione per le paure, le sofferenze, le offese, et cetera) in vista di ciò che dobbiamo invece costruire; è dunque un abbandonare vecchie abitudini e convinzioni così come nei sogni si intravede questo processo con immagini di distruzione, perdita, morte e con un linguaggio archetipico di non istantanea decifrazione.

Diario di una sciamana citazioni sogno o realtà
Diario di una sciamana citazioni sogno o realtà

Nelle proposte di Imaginal Academy ci sono vari percorsi che indicano una via accessibile per intraprendere il viaggio ctonio, ad esempio la scuola di Deprogrammazione creativa[8] che approfondisce la regressione immaginale con strumenti integrati come il pendolo, il mandala visionario della regressione ed i samskara delle concrezioni mnestiche ed altre tecniche che portano alla capacità di viaggiare nel tempo in modo sciamanico riuscendo ad evocare immagini del passato e del futuro.

Che cosa accade dunque la notte dell’assalto di Colombo? L’esperienza di essere così inerme per quelle strade mi aveva spaventata così tanto da destabilizzare, con l’ausilio del sogno, l’asse cosmico mostrandomi la visione dei mondi con un processo del tutto irrazionale che aveva consentito al mio cuore di comprendere che ciascuno è simultaneamente vivo e morto.

E qui per la terza volta vi riporto alla memoria il dialogo avvenuto nel sogno/viaggio ctonio con mio padre:

“«Cosa ci fai qui?» gli chiesi. «Tu sei morto!»

Lui mi rispose: «No, tu sei morta!»[9]

Siamo simultaneamente vivi e morti. Meditare[10] ‒ possibilmente tra gli alberi che sono preghiere viventi, spiriti antichi e ponti tra i mondi ‒ vi indicherà il cammino dell’anima.

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Meditazione tratta da “1 minuto al giorno, meditazioni quotidiane

“«HRĪM ŚRĪM KRĪM» È il mantra con cui evochi emozioni fondamentali per favorire il processo dell’arricchimento, per esempio la passione, il gusto per la sfida, il senso di sicurezza, l’aspirazione, l’entusiasmo. Anche le emozioni sono numi e plasmano la realtà, convincono la materia, ecco perché bisogna sentirsi ricchi prima di riuscire a realizzare il sogno di esserlo.” ‒ Meditazione n° 117[11]

 

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Note

[1] Selene Calloni Williams, Diario di una sciamana, Piemme, 2025, p. 33

[2] Ibidem, p. 34

[3]E sopraggiunse l’anima della madre mia, morta,/ la figlia del magnanimo Autòlico, Anticlea,/ che viva lasciavo, andando a Ilio sacra./ Io piansi a vederla e provai pena in cuore:/ ma non la lasciavo, benché amaramente straziato, per prima/ avvicinarsi al sangue, avanti che interrogassi Tiresia./ Infine venne l’anima del tebano Tiresia,/ con uno scettro d’oro, e mi conobbe e mi disse:/ «Divino Laerziade, ingegnoso Odisseo,/ perché infelice, lasciando la luce del sole,/ venisti a vedere i morti e questo lugubre luogo?/ Ma levati dalla fossa, ritira la spada affilata,/ che beva il sangue e poi il vero ti dica».” ‒ Omero, Odissea, Libro XI, traduzione di Rosa Calzecchi Onesti, edizione Mondadori su licenza Einaudi (1963), 2006, p. 297

[4] “«Nessuno qui ha sede fissa: nei boschi ombrosi abitiamo,/ e le morbide sponde e i prati freschi di rivi/ popoliamo. Ma voi, se questo in cuore vi piace,/ salite con me la collina,/ e su facile via vi porrò.»/ Disse, e li precedette: e le splendenti pianure/ mostra loro dall’alto. Quindi lascian la cima./ Ma il padre Anchise, nel cuore d’una verde valletta,/ anime ch’eran lì chiuse, pronte a salire alla luce,/ passava in rassegna, appunto contava dei suoi/ con amore le schiere, tutti i cari nipoti,/ e le fortune e le sorti degli uomini, i costumi, le imprese./ Ma come vide pel prato tendergli incontro/ Enea, tremanti di gioia entrambe le mani gli tese,/ scesero per le guance le lagrime,/ ruppe dal labbro la voce:/ «Sei qui, finalmente, e ha vinto il duro cammino/ la tua pietà, come il padre aspettava? Posso, creatura,/ guardare il tuo volto, udire e rispondere le note parole?/ Così veramente sentivo nell’anima, così presagivo il futuro,/ contando i giorni, né m’ha deluso l’attesa. […]»” ‒ Virgilio, Eneide, Libro VI, traduzione di Rosa Calzecchi Onesti, edizione Mondadori su licenza Einaudi (1963), 2006, p. 241

[5] James Hillman, Il sogno e il mondo infero, traduzione di Adriana Bottini, Adelphi, 1979

[6] Selene Calloni Williams, James Hillman ‒ il cammino del “fare anima” e dell’ecologia profonda, Edizioni Mediterranee, 2013, p.47

[7] Ibidem, p. 49

[8] Per informazioni sulla scuola di Deprogrammazione creativa ‒ La filosofia dei viaggi nel tempo clicca QUI.

[9] Selene Calloni Williams, Diario di una sciamana, Piemme, 2025, p. 29

[10] Per informazioni sulla scuola di Forest Therapy ‒ Diventa insegnante di Shrinrin Yoku clicca QUI.

[11] Selene Calloni Williams, 1 minuto al giorno, meditazioni quotidiane, Piemme, 2024, p. 69

 

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