“Didone ed Enea” opera di Nahum Tate e Henry Purcell: appunti per una prospettiva diversa
Non c’è redenzione nel “Didone ed Enea” di Nahum Tate e Henry Purcell.

Usualmente quest’opera viene vista come una sorta di tragedia greca in miniatura in cui etica e sentimenti, passioni contrastanti d’amore e odio si affrontano e si scontrano in un esemplare racconto morale.
Il personaggio di Didone sarebbe un esempio eccelso di orgoglio e dignità: una donna, innamorata e ferita nel suo amore da una legge divina ineluttabile, che sceglie il suicidio come estremo gesto di rivolta.
Enea, un uomo combattuto tra i propri sentimenti, il proprio codice etico e l’alta coscienza della propria missione.
Ma uno sguardo più accurato al libretto e alla musica ci dicono altro. Qualcosa di più inquietante e moderno.
Il cambiamento più evidente apportato dal librettista alla fonte virgiliana è senz’altro quello dell’inserimento delle Streghe che ‒ in nome di un non meglio giustificato odio nei confronti della regina di Cartagine («Come odiamo tutti coloro in prospero stato») ‒ muovono le fila della trama e manovrano come burattini i personaggi principali dell’opera. Concessione al gusto e a una moda teatrale dell’epoca, si usa dire: Macbeth innestato sull’Eneide. Ma a ben vedere, il tutto non è così semplicistico.
In fondo come agiscono le Streghe? Vanno a colpire il lato debole, se non oscuro, dei personaggi. Didone ci viene presentata fin dalla sua entrata come un personaggio melanconico («Sono oppressa dal tormento»): non accetta il proprio innamoramento, ne soffre e questa sofferenza è (l’ennesimo?) impedimento a godere della vita gioiosa di una corte fiorente che la adora («La pace ed io siamo cresciute estranee»).
Quale maggior crudeltà che colpirla in questo suo ombroso lato caratteriale?
Costretta a infrangere la sua corazza, ad ammettere il suo amore per Enea, viene da questi ricambiata ma subito dopo abbandonata. A questa situazione si potrebbe reagire in molti modi, a seconda del proprio carattere: la melanconica Didone sceglie naturalmente il più autodistruttivo.
Enea, d’altro canto, in tutti i suoi interventi non fa altro che presentarsi come un uomo sicuro di sé, tanto nel corteggiamento che nel descrivere le proprie gesta. Ma anche lui ha un lato debole: un Super Io ‒ direbbe uno psicoanalista ‒ pronto a riportarlo all’ordine quando il piacere personale superi i freni e i confini di un’etica (auto?) imposta.
Non a caso la Strega travestita da Mercurio sottolinea che Giove gli impone di non «perdere più tempo prezioso nei piaceri d’amore». E forse non è un caso che nell’opera (anche se probabilmente non tutta la musica ci è pervenuta) non ci sia una scena d’amore tra i due protagonisti.
Le Streghe sono dentro di noi. Sono parte di noi, sono il nostro lato oscuro. Freud direbbe: sono il ritorno del rimosso che innesca la nevrosi. Sono le nostre debolezze inconfessate, le paure ataviche o inculcateci dall’ambiente che frenano la parte di noi più libera e positiva, impedendoci di vivere la vita con pienezza.
«Le grandi menti cospirano contro se stesse ed evitano la cura che più desidererebbero», come giustamente commenta il Coro prima della tragedia finale de Didone ed Enea.
Written by Sandro Naglia

