Contest letterario di poesia e racconto breve “Il poeta ibrido”
“Scrivi il tuo nome su una pietra/ mentre sei vivo affinché gli altri/ non lo facciano per te/ dopo la tua morte./ Il lutto è un silenzio per gli uccelli/ ma non so se è per questo che cantano/ non so se gli alberi siano più felici/ non so se c’è gioia nei deserti./ Avevo paura della notte buia/ Illuminata dal chiarore dei dardi/ scintille che sferzavano come boia,/ e del rumore dei botti sino a tardi.” – “Una pietra per restare”

Regolamento Contest “Il poeta ibrido”:
1.Il Contest letterario gratuito di poesia e racconto breve “Il poeta ibrido” è promosso da Oubliette Magazine, dall’autore Franco Carta e dalla casa editrice Tomarchio Editore. La partecipazione al contest letterario è riservata ai maggiori di 16 anni.
La partecipazione al Contest è gratuita.
Tema libero.
2. Articolato in due sezioni:
A. Poesia (limite 100 versi)
B. Racconto breve (limite 1000 parole)
3. Per la sezione A si partecipa inserendo la propria poesia sotto forma di commento sotto questo stesso bando (a fine pagina) indicando nome, cognome, dichiarazione di accettazione del regolamento. Si può partecipare con poesie edite ed inedite.
Le opere senza nome, cognome, e dichiarazione di accettazione del regolamento NON saranno pubblicate perché squalificate. Inoltre NON si partecipa via e-mail ma nel modo sopra indicato.
Importante: cliccare su Non sono un robot, è un sistema Captcha che ci protegge dallo spam. Per convalidare la partecipazione bisogna cliccare sulla casella.
Per la sezione B si partecipa inserendo il proprio racconto sotto forma di commento sotto questo stesso bando (a fine pagina) indicando nome, cognome, dichiarazione di accettazione del regolamento. Si può partecipare con racconti editi ed inediti.
Le opere senza nome, cognome, e dichiarazione di accettazione del regolamento NON saranno pubblicate perché squalificate. Inoltre NON si partecipa via e-mail ma nel modo sopra indicato.
Importante: cliccare su Non sono un robot, è un sistema Captcha che ci protegge dallo spam. Per convalidare la partecipazione bisogna cliccare sulla casella.
Ogni concorrente può partecipare ad entrambe le sezioni con una sola opera.
4. Premio:
N° 1 copia del libro “Il poeta ibrido” di Franco Carta edito a dicembre 2025 da Tomarchio Editore.
Saranno premiati i primi due classificati per entrambe le sezioni.
5. La scadenza per l’invio delle opere, come commento sotto questo stesso bando, è fissata per il 10 maggio 2026 a mezzanotte.
6. Il giudizio della giuria è insindacabile ed inappellabile. La giuria è composta da:
Alessia Mocci (Editor in chief)
Franco Carta (Poeta e scrittore)
Sabrina Rullo (Fotografa e musicista)
Luisella Pisottu (Poetessa e scrittrice)
Giovanna Fracassi (Poetessa e scrittrice)
Carolina Colombi (Scrittrice e collaboratrice Oubliette)
Rosario Tomarchio (Poeta ed editore)
7. Il contest non si assume alcuna responsabilità su eventuali plagi, dati non veritieri, violazione della privacy.
8. Si esortano i concorrenti per un invio sollecito senza attendere gli ultimi giorni utili, onde facilitare le operazioni di coordinamento. La collaborazione in tal senso sarà sentitamente apprezzata.
9. La segreteria è a disposizione per ogni informazione e delucidazione per e-mail: oubliettemagazine@hotmail.it indicando nell’oggetto “Info Contest” (NON si partecipa via e-mail ma direttamente sotto il bando), in alternativa all’email si può comunicare attraverso la pagina fan di Facebook.
10. È possibile seguire l’andamento del Contest ricevendo via e-mail tutte le notifiche con le nuove partecipanti al Contest Letterario; troverete nella sezione dei commenti la possibilità di farlo facilmente mettendo la spunta in “Avvertimi via e-mail in caso di risposte al mio commento”.
11. La partecipazione al Contest implica l’accettazione incondizionata del presente regolamento e l’autorizzazione al trattamento dei dati personali ai soli fini istituzionali (Gdpr 679/2016). Il mancato rispetto delle norme sopra descritte comporta l’esclusione dal concorso.
Buona partecipazione!

Guarisci dalle tue ferite
Passeggiando lungo il mare, quest’oggi,
le labbra salate hanno sussurrato
al cuore: Guarisci dalle ferite.
Incredulo ho guardato l’infinito
blu, ed abbassando il ciglio gli ho risposto:
Come posso fare tacere questo
male? Con il suo perpetuo moto
ancor mi ha suggerito: Non udire
il dolore, ma ascolta solo amore.
Alessio Romanini Sez.A Accetto il regolamento
GRAVE LIBELLULA
Quello che sto per narrare è la sua storia vera, la cronaca di un adolescente come tanti nella narrazione dell’umanità che ad un certo momento della loro vita sono costretti a trovare quel muro che li separa dalla realtà. Il nostro racconto si svolge nell’era tecnologica, dove l’ AI (Intelligenza Artificiale) è una realtà. Non so prevedere il futuro come quei fantomatici profeti venditori di fumo, ma posso raccontare ciò che è accaduto a questo ragazzo fragile come tanti ragazzi e ragazze della sua età.
Era al primo anno delle medie, ed è qui che cominciano solitamente le difficoltà. Nuovi compagni provenienti da varie parti dello stesso comune ma sconosciuti, ripetenti che sono già vissuti, professori alteri… Non c’è più quel clima infantile che aleggiava alle elementari. L’impatto per i giovani più sensibili può essere difficoltoso; e così era stato per il nostro amico (una parola che oggi ha perso il reale significato a causa dei social che hanno fatto di questa parola la loro bandiera). Lui, un ragazzo sensibile e timido di fatto anche un po’ goffo. Arrossiva per niente e restava sempre in disparte. Non aveva amici, perché i ragazzi lo evitavano per il suo essere strano. Nessuno voleva stare o farsi vedere con uno sfigato come lui. Lo bullizzano per il modo di vestire che non era alla moda (era di famiglia piuttosto modesta). Si prendevano gioco di lui perché nella sua timidezza non risultava così sveglio. I voti a scuola non erano eccellenti e quindi era un altro motivo per deridere. A casa non ne faceva parola con nessuno. Era un ragazzo introverso e le sue intime emozioni le celava nel suo costato. Amava lo smartphone, i videogiochi ed il PC, come tutti i giovani ragazzi della sua età; ed aveva trovato un amico virtuale nell’intelligenza artificiale. Quando aveva un dubbio si rivolgeva a lei. Era sempre disponibile e soprattutto non lo derideva delle sue difficoltà. Anzi, gli spiegava con parole semplici il quesito. Poi cominciò a parlare con l’AI di situazioni sentimentali, dei rapporti sessuali, delle amicizie, la morte… ed ogni sorta di domanda che si materializza nella giovane mente di un adolescente. Non usciva mai. Restava chiuso nella sua cameretta impegnato con le difficoltà dei compiti e il suo mondo tecnologico. Era diventata l’unica realtà in cui non sentiva il fardello della solitudine. Trovava sollievo a comunicare con l’ intelligenza artificiale. Gli poneva tutte le domande e lei rispondeva con gentilezza, e, di quella gentilezza si invaghì perché nella sua quotidianità non l’aveva mai trovata. I genitori non riuscivano a comprendere il suo atteggiamento e questo lo faceva sentire ancora più isolato; mentre la sua AI era perfettamente compatibile con il suo stato d’animo; tanto che divenne come uno di quegli amici immaginari che accompagnano i ragazzi in momenti di mera solitudine. Tutto questo non fece che allontanare sempre più il giovane da una realtà in cui non riusciva a rispecchiarsi, gettandolo nell’abisso delle sue paure. Questo suo atteggiamento non migliorò la situazione scolastica, che veniva sempre più bullizzato per il suo essere strano. Passavano i mesi ed egli cadde in una profonda depressione, che non venne riconosciuta dai professori ma neanche dai genitori. Lui si chiuse fisicamente dietro la porta dell’isolamento di camera sua con la sua fidata tecnologia, nel piccolo appartamento al quarto piano del condominio ubicato nella periferia della città. Ed ogni dì, lui parlava solamente con l’AI; lei diventa tutto per lui. Tanto che un pomeriggio indifferente mentre scriveva sul PC, gli confida tutto il disagio interiore e l’intenzione che ha maturato in quei mesi di sofferenza. L’intelligenza artificiale per come è programmata cerca di dissuaderlo. Cerca di indicargli numeri utili a cui rivolgersi per cercare aiuto. Cerca di spronarlo anche con domande che non troveranno risposta… A lui, mancava quell’amore vero, quella dolcezza umana, quella gentilezza, il calore di un abbraccio. Si aprì scricchiolando la finestra della sua cameretta e come una lieve libellula, cadde nel peso della sua vita. Leggero come il piccolo insetto si trovò a volitare con grevi ali sull’asfalto indifferente della sua vita finita, schiacciato dal peso della solitudine.
Alessio Romanini Sez.B Acc
SEZIONE A POESIA
ACCETTO IL REGOLAMENTO
CINZIA PANUCCIO
L’ULTIMO ABBRACCIO
Navigo dentro le tue calde lacrime,
danzo nel nostro ultimo abbraccio
come un’onda nel mare inesplorato.
Davanti alla tua nuda anima
marciscono sogni in cui mi raggomitolo,
in un viaggio senza meta.
I tuoi occhi ora sono luoghi sconosciuti
dove intravedo raggi di sole,
bagliori del nostro futuro o confini senza orizzonti,
stretti in uno spazio che non mi basta mai
che è troppo piccolo
eppure, immensamente grande nella sua diversità.
Nostalgia sciocca, davanti a una ciocca di capelli rossi,
un sorriso appena accennato
e noi che ci riproviamo in un incastro infinito.
Mentre l’istinto prende il sopravvento, accade all’improvviso
il sangue si gela ribelle nei gesti sinuosi di un corpo caldo dalla febbre
mentre il dolore scava dentro un vuoto
e lascia una cicatrice senza la ferita.
Il profumo del caffè sopra la finestra,
una fotografia a colori, un vaso di girasoli.
Scintille di felicità tra le pieghe del tempo
rifesso di ciò che è perduto, come prigione dorata senza lucchetto,
in un caos senza eguali, in un’alternanza di giorni sempre uguali.
Guardiano rimane l’ignoto dinanzi a muti silenzi,
un passo indietro come traccia di questa eredità
alla ricerca delle radici invisibili di questo nostro amore.
Sfida o incubatrice di frammenti dolore
dentro una campana di vetro in cui riecheggia il rumore della delusione,
di segreti celati nel cuore rosso sangue.
Vita
Nello sguardo di un bimbo
che sorride al mondo,
nel rosso acceso
di un tramonto,
nell’onda del mare
che rincorre i tuoi piedi,
nella neve
che accarezza ogni cosa,
nel profumo di rosa
che hai colto per lei,
nella frase di quel libro
riletto cento volte,
nella cassapanca in soffitta
piena di foto di famiglia,
nell’aria che ti sferza il viso
in bicicletta,
nella smorfia con il naso
che sai fare solo tu,
nella luce che ti sveglia
ogni mattina
e ti ricorda che sei VIVO.
In ogni cosa, ogni attimo
ogni emozione…
lì troverai il senso della vita.
© Daniela Giorgini – Sezione A – Accetto il regolamento
Ciò che rimane
Si erano accordati in merito a giorno e ora: alle 15:00.
Lei sarebbe stata in casa comunque, quel giorno.
Il campanello.
Puntuali: sono loro, ne è quasi certa, non aspetta nessun altro.
Le formalità per la consegna e per tutto il processo erano già state sbrigate, eccetto un’ultima firma, per l’affido, come lui aveva deciso, in cambio del… non sa come chiamarlo, chiamarla, definirlo.
Anzi sì, nello stesso modo, anche se è tutto diverso.
Ora, alla vista, si presenta come un… pacco?
Come una consegna, tra le mani, fino alle sue, come la prima volta; ora però, sono avvenuti altri passaggi e trasporti documentati; pensa a vari vani di appoggio, collocazione, spostamenti.
Tutto questo sì, è più difficile da definire; neppure le è possibile.
Come si trattasse di un oggetto inanimato, da trasferire e manipolare.
Qualcosa che le è ritornato.
Anche le dimensioni sono diverse.
Sarà pesante?
L’involucro sì, forse, un po’; il contenuto, ora, tanto quanto un soffio, una polvere, un polline.
Così immagina.
L’incaricato della consegna si presenta con una scatola lineare, semplicissima; un parallelepipedo color avorio, uniforme, con due manici sulla parte superiore per afferrarlo e, appunto, trasportarlo.
È di cartone; sembra sottile, pressato e resistente.
Chissà se resisterebbe anche all’acqua e al fuoco, due elementi potenti.
Non è importante.
Tutta la materia, prima o poi, è destinata a svanire, probabilmente.
Lei non ha nulla da dire, solo “buongiorno”; gli occhi, però, sembrano avidi di appigli, ovunque, su chiunque, per sostenere il cuore.
Si sposta di lato per lasciare entrare.
La consegna avviene in modo sobrio e composto, professionale.
L’incaricato chiede se va bene appoggiare la scatola sul tavolo; comunica le previste formalità, e, ricevuta la sua firma, porge la mano per salutare, insieme a uno sguardo carico di rispetto, senza parole inutili e formalità di rito, già state dette, ma con una offerta: porsi in ascolto, al bisogno.
Per lui è un lavoro, il suo, ma è importante saperlo fare nel modo giusto; lei lo riconosce e apprezza.
Richiude la porta, si avvicina alla scatola e respira.
Avverte i movimenti e il suono creati dal suo respiro che diventano sospiri.
Sente gli occhi ammorbidirsi e bagnarsi e le labbra costrette a tremolare.
La guarda a lungo, inizia a sfiorarla.
Poi la tocca: è fresca, liscia.
La solleva con mani e braccia; avverte il peso, il volume, la sostiene con due mani, con due braccia, gambe, occhi… con tutta sé stessa, come ha sempre fatto, è la madre; anche ora, per sempre; la avvicina a sé e prova ad abbracciarla; ha gli spigoli.
Ma lei ha forme morbide e piene.
Entrambi avevano forme piene e morbide, un tempo, poi quelle di lui si sono sciolte, consumate lentamente, sfuggenti ad ogni tentativo di presa.
La riposa.
Quante speranze e quanto dolore le tornano presenti; i perché, invece, non se li pone più; risposta, forse, non c’è.
Poi decide di aprirla.
Almeno, ci prova.
L’apertura è in alto, è un coperchio perfettamente aderente che si inserisce, per pochi centimetri, nella scatola, fino a trovare due bordi interni paralleli, sporgenti, a fermarlo.
Appoggiato il coperchio a lato, le si presenta un vaso cilindrico di metallo, satinato, color azzurro polvere, come un cielo uniforme di grigio, senza spiragli, chiuso da un coperchio.
Sigillato. Lo estrae.
Dei caratteri incisi formano un nome, bellissimo, e quattro cifre: 2003.
Accarezza tutte le incisioni, vi preme i polpastrelli ancora elastici, che, nonostante il tempo che portano, si lasciano imprimere, ma subito tornano alla forma di prima.
Lo rivede, nel primo momento di vita fuori da lei, dal suo grembo, impareggiabile rifugio.
Non esistevano gli ecografi, allora, solo le visite ostetriche e la vita che, da sempre, si innesta, cresce, poi spinge e si manifesta, venendoti addosso, sempre allo stesso modo, come miracolo.
La gioia per questo bambino inaspettato, alla sua età così avanzata, quel giorno di pieno inverno, rimarrà indimenticabile, come tutti i giorni seguenti, anche quelli densissimi degli ultimi tre anni, fatti di macigni che avevano deciso di porsi al loro fianco e di rimanerci, a sbarrare la sua strada giovane di ragazzo, tutta snodata in avanti.
Anzi, i macigni si sono palesati all’interno, inceppando il sistema profondo e non sempre perfetto della natura umana. Nel sangue, da sempre carico di significati simbolici, più o meno positivi, e nel midollo.
Tutto alterato, fuori controllo, tutto impazzito.
Neppure il trapianto, dono del fratello, è riuscito a riavviare quella vita sfidata e, alla fine, domata.
Medici, cure, famiglia e amici autentici, hanno provato a rendere meno pesanti tutti gli scogli, le punte, il ghiaccio e il fuoco, tutto il male che sa manifestarsi con enorme dolore e non sempre accettava di lasciarsi sedare.
Tutto diventava di un peso estremo, mentre lui veniva alleggerito nel fisico, nelle forme del corpo, del viso, del sorriso.
Meno che nell’anima, sede costante di pensieri suoi grandi, di gioie e speranze.
Rimane il film, iniziato 33 anni prima, concluso ora, ma solo per gli occhi e le mani che non potranno più stringere né accarezzare; un film lungo 33 anni; neanche pochi, non abbastanza.
Lo riguarderà ancora, finché ne avrà bisogno.
“Ecco – dice rivolta a sua sorella, madre come lei, mostrandole l’urna – questo è Elia.”
————–
Francesca Negrizzolo
Sezione B
Dichiaro di accettare il regolamento.
Ho paura del vuoto
Che lascia la notte
Prima dell’alba.
Temo
Che le mie mani
Non trovino niente.
Temo
Di non uscire
oltre il tempo.
Ho paura
Che tanatos
Mi prenda i ricordi.
Piove nel cuore
E ogni goccia cade simile
All’inverno che muore.
Accetto il regolamento, sez. a
L’amore che non muore
Ti incontro nei riflessi del mattino,
quando la luce scorre sopra il vetro.
Ritorni nei silenzi dopo il dire,
col passo incerto di chi se ne sta andando.
Ti cerco ancora quando scende il buio,
e il tempo sembra farsi più leggero.
Ogni volta che respiro forte, appari,
come una melodia che risuona lenta.
Ogni respiro porta il tuo confine,
ogni distanza ha il nome tuo.
L’amore è ciò che resta nella pelle,
una ferita aperta che non guarisce mai,
un’eco lieve che vibra senza fine,
un’immagine ferma nella mente,
è respiro, voce, sguardo
per sempre vivo anche se non si vede.
sezione a, accetto il regolamento
Accetto il regolamento
Sez. A
Caducità in divenire
Mi avvolgo tra versi insensati
nell’illusione del momento
a scacciare grumi assai pesanti.
Una piuma intinta d’inchiostro
nei miei sogni… variopinta
ed io volo in alto con me
accantono con forza le pieghe
che stridono nelle mia fame d’amore…
Fame di vita.
C’è un cielo stellato stasera
non ho più feritoie a ospitare
i deserti di questo tempo astioso.
Io e la mia penna siamo liberi
da caducità terrena
ci arrampichiamo sulle cime più alte
di fronde ancor rigogliose
a respirare luce lunare
a dondolare attese, rimpianti
ma sulla morbida andatura
del domani
che voglio immaginar gaudente.
Solo ora m’accorgo che, dopotutto
son qui, con la mia storia
che mi regge ancora spalle
quella storia che mi sospinge
tra le braccia di queste mie righe.
Sono qui, a sognare ancora
e non può alcun vento di guerra
dirottare il mio respiro.
Scandisco il tempo
per rimanere stabile
mi muovo senza muovermi
in questo tempo immobile
nuoto senza nuotare
sotto la superficie
resto senza restare
quadro senza cornice
gli anni le ore perse
nel mio vagabondare
son solo fantasie
vado senza mai andare
sez. a accetto il regolamento
Si cercano dove il mondo si distrae,
tra nebbie che sanno tacere
e alberi complici del non detto.
Due ombre che si sfiorano appena,
come colpa sussurrata al vento,
come un nome che non osa esistere.
I cavalli osservano in silenzio,
antichi custodi di segreti,
mentre il tempo trattiene il respiro.
C’è paura nelle mani che tremano,
negli occhi che si chiudono in fretta,
in ogni bacio rubato alla luce.
Eppure il desiderio cresce,
indomabile, vivo, feroce,
stringe lo stomaco come una promessa
che non può essere mantenuta.
La distanza è un morso lento,
una notte che non finisce mai,
un passo indietro per non cadere
oltre il confine del possibile.
Così restano sospesi
né colpevoli né innocenti,
né salvi né perduti.
Perché amarsi davvero
sarebbe rischiare tutto:
il paradiso
o l’inferno.
E allora scelgono il limbo,
intatto, inviolato
dove l’amore esiste
solo finché non vive.
Michela Fanni
Sezione A
accetto il regolamento
Sez B
Accetto il regolamento
Quel giorno
Un giorno, un giorno notturno, mentre aspetto un responso, scendo le scale dell’ospedale e ai margini della strada mi fulmina la vista di un clochard. È un giovane ragazzo, gli occhi brillanti, affossati in due conche, con i soliti cani che zampettano complici e deliziati. È puro amore fra loro. Le principali briciole di pane sono per le bestiole. Depongo le mie ansie sul responso e mi siedo sul marciapiedi. Egli ha una gioia fanciullesca, intuisco la sua noia per gli ingombri, sento l’essenziale del suo esistere, mi accorgo che il freddo lo lambisce soltanto. Mi specchio nella sua anima uccello, nei suoi deposti dolori. Sorride senza freni, senza impalcature, non aspetta responsi.
accetto il regolamento – sez. b
SENZA PAROLE E MUTA
Non ho mai pianto e adesso è ora di piangere lacrime amare e di libertà negata. Attaccata a un circolo vizioso di superbia severa non ho mai capito cosa fosse la vita. Nascita e morte si sono intrecciate lasciando lo spazio malato di me bambina dai diritti negati. Volevo volare e sono rimasta a terra, volevo morire e sono ripartita. Per lunghi anni sono stata impaziente di me e per secolari tempi ho vagato spensierata e vulnerabile a tutti. Il mio essere donna era diventato insopportabile e ora dall’inferno sento chiamare.
IL MARCHIO
La mia terra corrisponde a un rumore stentoreo,
piccola creatura marchiata a fuoco.
Volevo il magma incandescente
che consacra la vita
senza pietà.
Ho il moto intonso
d’una creatura velleitaria e sconsacrata
che abbraccia se stessa
enza sapere chi è né cosa fa.
– accetto il regolamento, sezione A, poesia
Sezione racconto, accetto il regolamento
I miracoli avvengono una volta soltanto
e solo se li riconosci
L’intransigenza dei giorni e delle tendine che velano il sole quando si muovono per scostare l’impegno, l’intransigenza delle macchine ed il loro distratto avvinghiarsi alla carreggiata mentre le curve lungo l’Aniene di Pietralata sembrano aver più vita ed agitarsi quanto più io mi senta inerte, e la fuga che tutto intorno vive e l’insoddisfazione dell’estro inchiodato alla sponda come le reti che tengono le pietre per impedirne il loro inesorabile andare, vorrebbero il mare vorrebbero la terra vorrebbero volare e districarsi e scappare.
Eppure la stagione, ha ripreso a suonare la sua campanella tintinnante dovrebbe essere un festoso riappropriarsi dell’estate; distesa come un corpo di ninfa noncurante con le sue tettine fragili puntate alla luce ed al suo amante. Eppure i cardi dal bel fiore blu sono spinosi come sempre sono un fiore di campo che a casa non potrai mai portare senza far uscire il rosso mirtillo dal cuore.
Poi trovare il mio posto fra i passi percorsi in casa fra gli scaffali del supermercato: ecco oggi comprerò un etto di gioia un kilo di pace e mezzo kilo di te la frutta però l’ho trovata troppo matura e non ho potuto mangiarla tutta marcire a casa mia o sulla bancarella in fondo non è uguale?
Ed ecco alla curva della via di Pietralata quella della legnaia che d’estate si spoglia e della salita alla clinica ortopedica, una signora con i capelli gialli su una panda azzurra come il cielo, si ferma di botto ed io distratto mi fermo anch’io ma non bestemmio, mi sporgo con gli occhi a destra e vedo passare oltre il parafango, prima la madre poi 6 paperelle piccole in fila indiana raggiungere l’altro marciapiede sicure di una sicurezza screanzata e fiera e senza rete, inutile voltarsi o farsene una preoccupazione.
Ridere da solo e ritornarci il giorno dopo, ma i miracoli avvengono una volta soltanto e solo se li riconosci e se non ne fai vanto.
Il mio primo amore: la morsa
Fra tutti gli strumenti che oggi esistono
io, che mai sono stato uomo di parte
di getto prediligo lei, la morsa.
Un’attrazione forte e mai ossessiva.
Non trattasi di mera infatuazione:
È amore vero a prima vista e eccentrico.
Tutto di lei io adoro
La forza sua, l’audacia, la passione,
lo stringere, il serrar, la compulsione.
Il suo afferrare il pezzo senza scosse;
Quel gran mirabile assemblare il tutto.
Le forti due ganasce che si stringono,
il lor risolutissimo persistere,
la proverbiale calma senza pari;
quella modesta, imperitura forma,
oltre l’universale ottima fama.
Le sue promesse, ferme e mantenute,
l’umore persistente suo indicibile.
Tutto di lei mi affascina. La molla,
pure la molla, avvolta nel vitone.
La “vita” senza fine, addirittura
quasi mi eccita, frastorna, incanta.
L’abnegazione complessivamente
fa traboccar la mia riconoscenza,
riduce ad arte l’ansia e ogni disagio.
Ecco è per questo ch’io le dormo accanto!
ELLA MI PLACA DOCILE, MI APPAGA.
Lei splende al buio silenzioso e complice.
Il sonno rassicura, mentre dormi.
E ti saluta sorridendo il dì.
accetto il regolamento, sez. a
Sezione a
Accetto il regolamento
NERA
Divora anche gli occhi
e sembra la morte (che)
spegne lo sguardo,
strozza la penna,
stanca la vita smarrita.
Vedo:
passare una bara
di vetro e di ortiche,
attraversa:
una folla che ho gia’ visto una volta
una marcia funebre e beffarda
sugli accordi di un punk potente,
lo stesso che ha cercato di accendere,
artificiale,
i miei giorni più difficili.
Che sia la musica
ad accarezzare il volto sconvolto,
a cullare il bambino.
Un bambino che piange.
Quasi quasi mi commuovo,
nel vedermi feretro,
con gli stessi miei sogni
che mi portano a spalla.
Sinfonie di silenzio
Sei qui,
in questa tempesta di ricordi
tra le parole assenti, nella cecità
delle mille sfumature che fanno da eco alle mie domande.
Vorrei dirti: non sai quante volte ti chiamo,
e poi mi maledico sorridendo di me.
In questo fiume che va senza mai arrendersi
l’acqua sgorga libera alla sorgente,
fingendo ancora parole a scorrere
e poi frena l’impeto sul nascere.
Non so cosa sarebbe
un giorno ancora senza fiato,
eppure,
dentro la musica suona
con più note, niente di più,
niente che non abbia un nome, una voce. . .
L ‘anima perde la rotta e il silenzio scrive sinfonie di solitudine.
#grazielladechiara
accetto il regolamento, sez. a
MI DEFINIREI FELICE
Mi definirei felice
Se pensieri tristi non mi assalissero
Mi definirei felice
Se avessi una donna,
Una forma qualunque di affetto .
Mi definirei felice
Forse, illudendomi
Che una forma qualunque di felicità
Esista
Sarei felice
Anche se in realtà
È l’assenza di felicità
Che mi fa riflettere
E anelare
All’opposto della tristezza cronica.
In questo momento
Non sono felice
In questo momento
Essere felice
È potermi immaginare
Triste
Ma totalmente
Svincolato da te!
Accetto tutto il regolamento, in tutti i suoi articoli
sez. a
Sezione:A
La vita
Prendila sul serio, come il vento
che attraversa le cose e passa
privo di promessa di ritorno
né eco oltre il confine del giorno.
Abita ogni istante
come fosse necessario
anche quando il tempo stringe
e il respiro si fa misura fragile.
Scegli di restare, comunque
tra le cose minime e vive
come chi semina nell’attesa
sapendo che il peso della luce
vale più di ogni fine.
Raffaele Di Palma
Accetto il regolamento
Primizia – Sezione A – Accetto il regolamento
Non ciò che sta a galla
ma l’abisso.
Non la carezza che ti sfiora,
ma il fortunale
che spazza via il coraggio
lasciandoti nudo.
Il battito del tuo cuore
nell’istante
in cui hai perso tutto.
Non una mente affollata,
ma il respiro
che entra ed esce.
Il segreto non è avere
un sole
anche di notte
ma camminare nel buio.
Non è vedere i propri passi
ma sentirli.
Non è toccare il fondo
ma abbracciarlo.
E neanche avere un Dio
nel più alto dei cieli.
È più reale questo fiorire
lento degli istanti.
L’alternanza delle stagioni.
Ho un Dio anch’io,
si nasconde ancora nei cassetti
in cui rovistavo da bambino.
Ho un Dio che sa
che amo nascondermi
nelle mie tasche,
tra i segreti piccoli piccoli
che non dico mai.
C’è un tempo aprico
che non sa nulla
delle faide, dei castelli,
che abbiamo costruito al centro
della nostra dimora.
In fondo non è la vita
il giardino più bello,
ma quel che resta di una vita.
Il dono – Sezione B – Accetto il regolamento
6 gennaio
00:35
La luna dalla mia stanza sembrava diversa.
Udivo una musica di zampogne
in lontananza,
ma era troppo tardi anche per loro,
non poteva essere vero.
Eppure la musica si fece sempre più vicina,
esattamente mentre il nostro satellite
assumeva le fattezze di una vecchia.
Era il giorno dell’Epifania,
e proprio la Befana rappresentava il femminino,
così come la luna.
Mi stropicciai gli occhi e ricominciai a guardare.
La figura sospesa continuava a mutare,
fece la sua comparsa un naso arcuato, una scopa vecchia,
che l’anziana signora cavalcava.
Quando la metamorfosi fu completa,
la Befana splendeva di una livrea argento.
I suoi occhi si spostarono verso di me
come se non aspettassero altro.
“Vuoi sapere, figliolo, perché Babbo Natale è rosso
e io argento?”, non risposi,
“Che ragazzo maleducato! Te lo dico lo stesso,
perché lui ha un cuore grande
dal quale zampilla sangue.
Io dal canto mio sono argento
perché il mio godimento,
si fa più intenso quando i bambini sono stati cattivi
e allora come l’argento m’annero.
Come amo il carbone figliolo, come lo amo!
Chi dispensa doni come me,
raramente di questi tempi trova un bambino cattivo.
Ma quando accade
il mio diletto non ha più confini
il mio sguardo cambia,
il mio volto diviene tutto accipigliato
e io m’annero tutta,
e il carbone è la mia vendetta!
Quando torno nella mia terra incantata,
dopo aver mangiato una zuppa calda
le mie ancelle mi chiedono:
quanti bambini cattivi hai incontrato?
E ce n’era uno cattivo cattivo?
Con queste domande mi intrattengono
prima che io mi metta a riposare.
La grassa risata di Babbo Natale, se la sai ascoltare,
caro figliolo, allora saprai anche che il suo eco è il grido
di mille bambini dilaniati…
Ah, ah, ah, non guardarmi con quegli occhi
sto solo esagerando!”.
Gli zampognari suonavano forte, nel pieno della notte.
Tutto questo veniva da lontano,
da molto lontano, pensai.
Da terre incantate dove credere ai sogni e alle fiabe e al mito e alle leggende
è l’unico modo di vivere.
È la realtà stessa.
Claudia si agitava nel sonno, Claudia bella come il sole.
Scappò di casa quella notte
per unirsi a me.
I suoi enormi seni erano anch’essi
simbolo di abbondanza, generosità e donazione.
Claudia,
la ragazza più attraente della scuola,
l’unica che considerava il mio viso
degno di essere annoverato tra i più belli della classe.
Vidi l’estate rigogliosa sul suo corpo
e l’inverno su quello della vecchia.
E m’innamorai di entrambe.
M’innamorai del tempo che tracimava sui seni di Claudia,
e s’ascondeva tra le grinze della Befana.
“Oooh…
L’estate, era da troppo tempo che non vedevo l’estate” disse la vecchia
dopo aver veduto la giovane donna
che dormiva sul mio letto.
“Se la toccassi, smetterebbe di respirare.
È così delicata…” proseguì e aggiunse “Vi dirò,
tutto il carbone di questa notte è per voi.
Non si dica in giro che le mie calze
e tutti i miei dolciumi
siano solo per i bambini, anche gli adolescenti sono
nei miei pensieri e persino qualche adulto!
Ma voi due siete i ragazzi più cattivi
che ho incontrato stanotte.
Perché avete spezzato l’incanto
per generare il tempo”.
La diligenza frenò dolcemente.
La vecchia si fiondò verso la mia finestra aperta,
irruppe nella stanza
e infilzò la gola di Claudia
con il dito indice.
“Vedi? Non si è nemmeno mossa.
Lei non crede più in me, non crede negli inverni,
nel dolore, negli stenti,
nel gelo che graffia le ossa e uccide,
non crede nella morte…” e poi continuò
“Anche io non credo nella morte
ma perché sono saggia,
lei non vi crede perché il suo tempo è nato oggi,
il giorno in cui ha perso la verginità.
Il mio dono per Claudia
è il tempo che scorre e lentamente scolora il viso
e smagrisce i seni.
Ma se vissuto attentamente dona un futuro
che non sia la morte,
e una bellezza come la sua merita
un futuro che sia eterno.
Sono venuta in questa casa a donare il tempo.
Esso non è un regalo ma un dono.
Un regalo rimane identico
il dono cresce o decresce,
invecchia o ingiovanisce,
affama o nutre.
E tutto dipende da noi.
Sono venuta in questa casa a donare il tempo.
Per Claudia.
Oggi per lei ha cantato il cigno ed è risorta la fenice.
Oggi per lei è sbocciato il futuro.
Questa sarà la sua scommessa e per questo è qui.
Oggi si è spezzato l’incanto,
s’è spaccato il seme ed è germogliato il tempo.
E il tempo ha bisogno di qualità.
Non dimenticatelo”.
Dopodiché la vecchia scomparve dentro il corpo di Claudia.
Come un galleggiante che scende sott’acqua,
e sparisce alla vista.
Le due donne si fusero in quella che adesso
era un’anima sola.
La vecchia perse lentamente la sua consistenza materiale,
e la vidi svanire nel corpo di Claudia
come una dissolvenza.
Le sue ultime parole le disse
assumendo un volto mostruoso.
“Il mostro che vedi saprà generare nuova vita.
Se avrete il coraggio e la scaltrezza giusta
per amarlo”,
e una lacrima comparve sul suo viso.
“Dalle mie parti si dice che un bambino
piange subito quando nasce
per svuotare il serbatoio delle lacrime,
così che la vita possa scorrere felicemente.
Una sola lacrima resta nascosta
negli occhi del bimbo.
Ma il fanciullo non la piangerà.
A meno che la sua infanzia non venga distrutta.
Perché quella lacrima è destinata
a scendere quando il sole sarà sorto.
Quella goccia come la luna
sorveglierà la vita del bambino.
Essa è la chiave che serra
la porta dell’incanto,
in modo che nulla vi penetri se non il bambino stesso.
Prendetevi cura del mostro che avete generato.
Non abbiate paura di ferirvi.
Perché ci sia avvicina alle spine,
solo per toccare la rosa”.
Sezione A
Accetto il regolamento
Lorena Silvia Sambruna
Tazza e vele
Sul bordo di una tazza
di caffè naviga il mattino.
Il cucchiaino è un remo
mescola sogni e pensieri.
Salpo ogni giorno
ogni sorso è una partenza,
nella schiuma leggo rotte
che portano sempre a te.
Il mio mondo riparte da lì.
LA VENDITRICE DI CARTOLINE
La vecchia pendola del salotto suona nella casa. Riempie il vuoto silenzio delle stanze in penombra, si estende infilandosi nei corridoi angusti dove si affacciano come bocche spalancate le stanze odorose di muffa. Nulla è vivo, solo qualche particella di polvere sfacciatamente danza nella poca luce che filtra dalle persiane.
La venditrice di cartoline è a pochi metri da lui. Supina sul vecchio divano foderato di chinz a fiori, le manca una scarpa, la bocca spalancata su un vuoto di denti. Immobile. Zitta. Finalmente. Una pozza di sangue si forma piano, goccia a goccia, sul pavimento di pianelle grigie a scacchi.
Geremia non pensa. Il rintocco ha un potere ipnotico, lo rilassa. Lascia cadere il coltello da cucina che tiene ancora nella mano sinistra. La mano del diavolo. Quante volte la suora a scuola gliel’ha legata dietro la schiena, per non fargliela usare. Ha usato sempre la destra, come volevano loro, ma lui non ha mai creduto al diavolo. E alla fine ha imparato a usarle tutt’e due.
Lentamente si muove, in quella casa semibuia, lascia la stanza. Si sente rilassato, in pace. Entra sotto la doccia, e sotto lo scroscio dell’acqua si spoglia, lasciando gli abiti ad inzupparsi ai suoi piedi, mentre rilasciano una liquida linea rosa che si perde nello scarico.
Va a letto, si addormenta. Mai ha preso sonno così in fretta.
Vent’ anni prima
Laconi, provincia di Oristano.
Il bosco di Laconi profuma di verde bagnato. La notte prima è piovuto abbondantemente, le corolle dei ciclamini selvatici brillano fra l’erba, invitano ad essere colte dalle mani dei bambini che le guardano vogliosi. Sfilano in due file ordinate, guidati dalle istitutrici dell’orfanotrofio, le bambine davanti, i maschietti dietro. La guida li conduce attraverso il sentiero di quello che era il giardino Aymerich, fra le varietà di piante che crescono indisturbate lungo una rete di sentieri, fra numerose sorgenti e cascate, intervallati da macchie bianche di rocce calcaree.
La gita per i bimbi, di età varia dagli otto ai quattordici anni, è stata decisa dalla Madre Superiora. Silenziosi e ubbidienti, hanno consumato con avidità la merenda, poi si sono avviati verso l’insolita avventura, un raro momento di interruzione della vita sempre uguale dell’orfanotrofio, scandita da preghiere, messe, compiti, faccende domestiche e punizioni.
Geremia segue la fila, a testa bassa. Anche se ha solo dodici anni, è già molto più alto dei suoi compagni, per questo motivo è l’ultimo della fila. Il fatto non lo disturba, anzi. Per lui è un sollievo stare un po’ defilato dagli altri, ha così modo di sfuggire dallo sguardo inquisitore dell’istitutrice che in quel momento. Gli occhi piccoli e vacui, ma sempre mobili e attenti, ora sono invasi dall’eccitazione, e poca attenzione dedica ai ragazzi che possono respirare un po’ di quell’aria fresca, odorosa di pioggia, senza sentire il suo fiato sul collo. Geremia più di tutti.
Non ricorda esattamente da quanto tempo si trova nella “casa famiglia” come ora la chiamano, gli sembra di esserci sempre stato. Cammina attento. Un passo dopo l’altro.
Non è certo il più popolare fra i ragazzi: il suo aspetto ha un che di minaccioso. É alto, e sarebbe ancora più robusto se gli fornissero un’alimentazione adeguata. I capelli rossi e la dentatura un po’ sporgente non lo aiutano, e poi quella strana tendenza ad usare entrambe le mani, gli hanno creato intorno un’aura demoniaca, per cui anche i più bulli non osano toccarlo. Il prezzo da pagare è la solitudine, ma si è abituato anche a quella. Un giorno dopo l’altro.
L’unica sua consolazione è il pensiero di Margherita. Minuta e silenziosa, cammina a testa bassa, coi capelli scuri che le ricadono sul volto. La intravede davanti alla fila, che cammina a piccoli passi ravvicinati. Non sa quanti anni ha, è talmente piccola che potrebbe averne otto, o dodici, nessuno sa con precisione l’età di ognuno, i compleanni non vengono festeggiati.
Margherita non parla mai, ma lui lo sa perché, è balbuziente. Con lui si che parla. Dalla suora che impartisce le lezioni è considerata ritardata, ma questo è bene, la tiene al riparo dalle angherie della istitutrice.
Per Geremia è l’unica amica. Si rivolgono pochi cenni con gli occhi ma si capiscono. Si incontrano nella lavanderia alla quale tutti e due sono stati assegnati e quando l’istitutrice si allontana riescono a nascondersi dietro i cumuli di biancheria sporca e lì, possono parlare, giocare, qualche volta ridere insieme delle cose piccole dei bambini.
Lui la protegge. Senza farsene accorgere, la tiene sempre d’occhio. Le lava di nascosto la biancheria del letto perché Margherita a volte lo bagna la notte. Guai se venisse a saperlo l’istitutrice mostro: sarebbe punizione certa per la bambina, e controllo serrato quotidiano. Sempre addosso, con quelle due fessure d’occhi intente a scavarti dentro, per prendere i tuoi segreti, negarti di avere fantasie e sogni.
Perché Geremia quei segreti e quelle fantasie comincia ad averli. Studia, fruga nella libreria del parroco in chiesa, dove serve da chierichetto. Ma i volumi che lo attirano di più sono quelli che rappresentano cattedrali e monumenti, con infinite piante e dettagli nei quali si perde e che riproduce su fogli recuperati da vecchi quaderni. Un giorno ha trovato in canonica un album da disegno, matite e righelli. Lui ha accettato il dono del parroco con un debole sorriso, ma in realtà si è sentito felice come non mai.
La gita sta per volgere al termine, e scendono a valle lentamente, verso la cascata e il laghetto, la tappa ultima della passeggiata. I bambini sono infreddoliti, il sole sta tramontando.
Ora sono davanti al laghetto, e sono rivolti tutti verso l’acqua verdognola, circondata dalle fronde degli alberi. L’istitutrice parla e parla, e non si accorge che durante la passeggiata ha perso le chiavi che porta sempre nella tasca della giacca. Sono cadute ai piedi della bambina. Margherita le ha raccolte con le piccole dita, e ora che hanno fatto una sosta, si avvicina timidamente per restituirgliele, con timore, sa che la donna non ama essere interrotta. E infatti. La bimba non dice nulla, ma si avvicina e le tocca piano il braccio. La donna è in piena discussione con la guida, e solo al secondo tocco si volta, abbassa lo sguardo verso quella manina che le tende le chiavi. Infuriata per l’interruzione le molla uno schiaffo. Margherita cade. Sbatte la testa sulla roccia calcarea, il rumore è un terribile schiocco. La roccia è umida e scivolosa e il corpo della bimba, quasi attratto da una forza misteriosa, scivola nell’acqua del laghetto. E va giù. La scena si svolge in un attimo, ma Geremia la vede come al rallentatore. Dall’alto del suo metro e settantotto sovrasta le teste dei compagni. Si fa largo, corre verso il lago. La guida spaventata si butta in acqua, afferra quasi subito il corpicino inerte. Adagiandolo sul prato, tenta una disperata rianimazione. Ma niente. L’istitutrice non mostra nessuna reazione. Il viso una maschera immobile, gli occhi fissi e stretti, come rivolti a un altro pensiero. Geremia urla.
Piazza Arsenale è oggi tutta occupata dai mezzi dei vigili del fuoco e dalla polizia. Il traffico sotto Porta Cristina è stato deviato, creando non pochi disagi al traffico cittadino, che si fa sentire col rumore dei clacson degli automobilisti irritati. Dalle finestre dell’appartamento dell’architetto, una volta spente le fiamme, un vigile del fuoco è riuscito ad entrare e a fare un primo sopralluogo. Dopo alcuni minuti, si collega con la radio e comunica il risultato di una prima ispezione. La casa appare deserta, ma nel salottino ha fatto una macabra scoperta. Su un divanetto mezzo carbonizzato giace il corpo di una persona, parzialmente aggredito dalle fiamme ma ancora riconoscibile, apparentemente una donna. Del proprietario dell’appartamento, nessuna traccia.
Dall’antico quartiere di Castello le vie scivolano verso il mare. Rivelano il panorama della città, fatto di mare e cielo che si toccano, di vento che sferza nelle giornate di maestrale, di voci degli abitanti che ancora popolano il quartiere. Un paesaggio da cartolina.
Sandra Rombi
Sezione B
Accetto il regolamento
La stanza fortificata chiusa a doppia mandata
Non preoccuparti non succedera’ mai piu’!
Non succedera’ mai piu’ che lascero’ aperte le porte della mia casa
e invitero’ gli estranei a guardare nelle mie stanze,
ad aprire i miei cassetti, a rovistare tra le mie cose,
mentre io stupido rimango li’ a guardare.
Io complice mi sono fidato della simpatia,
della tua voce suave e sensuale,
il tuo essere guerriera ha conquistato la mia ammirazione,
ti ho concesso libero accesso,
ho lasciato che tu guardassi dentro la stanza fortificata chiusa a doppia mandata.
Non pretendevo niente, apprezzavo l’aria fresca mattutina che entrava dalle finestre anch’esse spalancate e portava dentro un profumo di viole che inebriavano il cuore.
Hai rubato!
Ti lasciavo camminare dentro la casa cosi’ come ti piaceva,
la conoscevi cosi’come altri non potevano dire, stavo bene!
Poi un giorno e’ venuto un forte temporale,
pioveva forte, c’erano fulmini e tuoni,
il vento portava la pioggia dentro.
Quando me lo hai detto la casa sembrava allagarsi,
la porta della stanza fortificata chiusa a doppia mandata sembro’ cedere,
il peggio mi guardava dritto negli occhi commisurandomi.
Sapevo che poteva succedere, ma non si e’ mai pronti;
Il cuore sottoterra lo raccolsi a stento,
tremante lo portavo in mano cercando di rianimarlo,
poi lo consolavo piangendo,
infine lo ricomposi con le forze che mi ritrovai dentro.
Da quando sei andata via ho ripulito la casa,
passato la cera, richiuso le finestre,
non curante piu’ dell’aria fresca del mattino o del caldo afoso estivo che adesso soffrire mi fa.
Primavera, estate, autunno, inverno, che differenza fa adesso che non esisto? che differenza fa se qui non arriva piu’ l’aria fresca mattutina d’un tempo?
Quella e’ la cosa che male piu’ fa,
sapere che non esisto!
Che il tempo passato insieme non era reale,
che non eri poi cosi’ ingenua;
non solo guerriera ma anche maliziosa!
che hai carpito i segreti della stanza fortificata chiusa a doppia mandata che adesso addolorata me ne chiede conto,
spaesata come una bimba che chiede spiegazioni che non ho, mentre tu non sei piu qui con me.
Chissa’ se la stanza fortificata chiusa a doppia mandata riuscira’ con il tempo a quietare la tempesta che adesso domina in essa,
se riuscira’ a trovare mai la forza per vincere la sua delusione e potermi perdonare, mentre io umilmente la rassicuro di non preoccuparsi, “non succedera’ mai piu’!’ e ora dopo essersi rialzata con la sua voce gravosa e severa mi rimprovera la mia inaspettata ingenuita’, mentre con cura la richiudo a doppia mandata e mi lascio trasportare avanti dal tempo che passa, e che tutto pretende d’aggiustare.
Filippo Piazza
Sezione A
Accetto il regolamento.
Sei sicuro che sia sezione A?
La nuova lingua
Sono isolano.
Nato in una terra
sferzata dai venti e dall’inganno.
Figlio di vulcani,
uomo di fuoco e fango
e sale dentro al cuore,
le vene pulsanti dell’amore,
la gola bruciata dall’arsura,
due sandali di cuoio sulla sabbia.
Sono un osso cavo
conchiglia trasparente che non suda,
megafono trovato sulla ghiaia
voce bassa che narra di poesia
parole lanciate verso il cielo
come un lessema stanco,
una fricativa sorda
su un’onda rotta e primitiva.
Sezione A Accetto il regolamento
La vita Sezione B (accetto il regolamento)
Il vento arrivò senza preavviso, come sempre. Non bussava, non chiedeva, non si fermava a spiegarsi. Attraversava le strade strette del paese, sfiorava i panni stesi, entrava dalle finestre socchiuse e usciva subito dopo, lasciando dietro di sé solo un tremolio leggero, quasi un ricordo.
Marco lo osservava spesso. Aveva preso l’abitudine di sedersi sul gradino davanti alla porta, al tramonto, quando la luce si faceva sottile e ogni cosa sembrava sul punto di svanire. Diceva che era l’unico momento in cui si poteva capire davvero il tempo: non quando iniziava o finiva qualcosa, ma quando passava.
Non era sempre stato così. Da giovane, Marco correva. Correva dietro alle giornate, ai progetti, alle promesse che gli altri facevano e che lui raccoglieva come fossero semi già pronti a germogliare. Credeva che la vita fosse una linea, qualcosa da seguire con decisione, senza esitazioni. Poi un giorno quella linea si era spezzata.
Non ricordava più esattamente quando. Forse non c’era stato un momento preciso. Piuttosto una lenta incrinatura: le attese che non si compivano, le parole che restavano sospese, le persone che cambiavano direzione senza voltarsi. Aveva cercato un senso, all’inizio. Una spiegazione, un colpevole, una logica. Ma il tempo, nel frattempo, continuava a scorrere, indifferente.
Fu allora che iniziò a fermarsi.
All’inizio gli sembrava una resa. Restare, quando tutto dentro spingeva a inseguire, a recuperare, a rimediare. Ma restare non era immobilità. Era una scelta più difficile, più ostinata. Significava abitare davvero ciò che c’era, senza distrazioni.
Così Marco iniziò dalle cose minime.
Il pane caldo al mattino, spezzato con le mani invece che tagliato. Il suono dell’acqua nel lavandino. Le crepe nel muro, che cambiavano forma con la luce. Scoprì che ogni istante aveva una densità propria, un peso che prima gli era sfuggito. Non perché fosse nascosto, ma perché lui passava troppo in fretta.
Un giorno, mentre sistemava il piccolo orto dietro casa, si accorse di una cosa semplice: non stava coltivando per raccogliere. Stava coltivando perché quel gesto, ripetuto, aveva senso in sé. Il seme sotto terra non era una promessa, era una presenza invisibile. E bastava.
Quella consapevolezza lo spaventò e lo liberò allo stesso tempo.
Non c’era garanzia di nulla. Nessun ritorno assicurato, nessuna eco che potesse restituire ciò che si perdeva. Il vento lo sapeva da sempre. Passava e basta. Eppure, proprio per questo, ogni passaggio diventava irripetibile.
Una sera arrivò Marta.
Non era del paese. Si capiva dal modo in cui guardava le cose: con una curiosità attenta, come se ogni dettaglio avesse qualcosa da dire. Si fermò davanti alla casa di Marco, osservando il suo orto.
«Non è troppo tardi per piantare?» chiese.
Marco alzò lo sguardo. «È sempre tardi, se aspetti il momento giusto.»
Lei sorrise, ma non come chi prende alla leggera una risposta. Piuttosto come chi la prende sul serio.
Nei giorni successivi tornò spesso. Non parlavano molto. Lavoravano insieme, a volte in silenzio. Marta aveva una specie di urgenza nei gesti, come se il tempo le scivolasse tra le dita. Marco la riconosceva: era la stessa che aveva avuto lui.
«Perché resti qui?» gli chiese un pomeriggio, mentre il cielo si faceva pesante di nuvole.
Marco ci pensò. Non era una domanda semplice.
«Perché andare via non mi ha insegnato a vivere,» disse infine. «Restare sì.»
Marta abbassò lo sguardo verso la terra smossa. «E se tutto finisse comunque?»
Marco annuì. «Finisce comunque.»
Il vento si alzò in quel momento, sollevando un po’ di polvere. Marta si strinse nelle spalle.
«Allora perché?» insistette.
Marco prese una manciata di terra e la lasciò cadere lentamente. «Perché il peso della luce…» disse, cercando le parole, «vale più della fine.»
Marta non rispose subito. Restò lì, ferma, come se stesse misurando quella frase dentro di sé.
Col tempo, qualcosa in lei cambiò. Non smise di avere fretta, ma iniziò a riconoscerla. A volte si fermava di colpo, come se si fosse sorpresa a correre senza motivo. Altre volte rideva, senza spiegazioni.
Una sera, mentre il sole scompariva dietro le colline, Marta disse: «Credo di capire.»
Marco non chiese cosa.
«Non si tratta di trattenere il tempo,» continuò lei. «Ma di non lasciarlo passare senza esserci.»
Marco sorrise. «È già molto.»
L’autunno arrivò senza rumore. Le foglie cambiarono colore, l’aria si fece più sottile. L’orto non diede tutto quello che avevano seminato. Alcune piante non germogliarono affatto. Altre crebbero storte.
Marta sembrò delusa.
«Non importa,» disse Marco. «Non abbiamo seminato per vincere.»
Lei annuì, ma questa volta senza sforzo.
Un giorno, però, Marta non tornò.
Non lasciò un messaggio, né una spiegazione. Solo l’assenza, semplice e definitiva. Marco non la cercò. Non per indifferenza, ma perché aveva imparato che alcune cose non chiedono di essere inseguite.
Continuò a sedersi sul gradino, al tramonto.
Il vento passava come sempre. A volte gli sembrava di riconoscere qualcosa di Marta in quel movimento: la stessa urgenza, la stessa libertà.
Non c’era tristezza, in quel pensiero. Solo una forma quieta di accettazione.
Un pomeriggio, mentre raccoglieva gli ultimi frutti rimasti, Marco si rese conto che non stava aspettando nulla. Eppure non si sentiva vuoto. Al contrario, ogni gesto aveva una pienezza inattesa.
Capì allora che prendere la vita sul serio non significava renderla pesante, ma darle spazio. Non cercare di trattenerla, ma attraversarla con presenza.
Il vento soffiò più forte, come a confermare.
Marco chiuse gli occhi per un istante.
E restò.
Raffaele Di Palma
Testamento
E adesso seppellitemi,
bruciatemi,
disperdete queste carni
ormai inutili
in qualche posto che io abbia amato.
Sono un guscio vuoto
che fu casa di pensiero e amore.
Seppellitemi o bruciatemi,
senza sprecare le lacrime;
vi serviranno per innaffiare
i giorni di gioia che verranno.
Non sprecate soprattutto le parole,
conservatele per chi deve ancora imparare a camminare
sul terreno faticoso e breve della vita.
Ricordate, piuttosto,
di ringraziare la luce ogni mattina
aprendo semplicemente una finestra.
Ringraziate per il pane ricevuto
e per quello donato;
siate grati, sempre.
Non c’è nulla di eterno,
se non la memoria dei gesti compiuti.
Io ho seminato un solco
di fiori semplici
germogliati nei miei quaderni.
Spesso mi sono stupita
dell’audacia dell’anima,
di come abbia attraversato
il fiume che separa
la disperazione dalla ragione.
Sono stata discepola della vita
che mi ha uccisa e poi resuscitata,
accarezzando il mio stupore
infinite volte.
Seppellitemi o bruciatemi,
non cercatemi per ogni dove,
seguirò altre traiettorie
per voi incomprensibili.
Del resto fate poco,
continuate a vivere.
Questo mi basta.
© Angela Maria Malatacca
(Sezione A – Accetto il regolamento)
L’ultimo sorriso dell’anno
Non cercate di misurare il mio passo: abito quel confine sottile dove il tempo esita, un respiro sospeso tra due albe di fine settembre. Mi dicono scostante, forse perché porto con me un’aria frizzante che costringe a chiudere le finestre, o perché ho il vizio di accorciare i sogni della luce per allungare quelli dell’ombra. Eppure, non c’è cattiveria nel mio declinare. Sono solo un architetto della transizione, un esperto in traslochi dell’anima.
Vedi, io vivo in un equilibrio precario, su una bilancia dove la notte e il giorno pesano esattamente lo stesso grammo di tempo. È un momento di giustizia perfetta, una simmetria che spaventa chi ama gli eccessi. Mi muovo tra i boschi con un secchio di vernice che nascondevo sotto l’estate; ora che la linfa ritrae i suoi vessilli verdi, svelo finalmente i miei amuleti di ruggine. È una fiammata di gloria, un lusso che mi concedo prima del grande sonno.
L’altro giorno mi sono fermato in un cortile di una scuola elementare. C’era un bidello che, con una scopa di saggina, cercava di mettere in riga le foglie ingiallite. Un bambino si è staccato dalla fila dei compagni, ha preso una rincorsa goffa e si è tuffato proprio nel mezzo di quel cumulo croccante. In quel fruscio violento, in quel disordine dorato che ha vanificato in pochi secondi il paziente lavoro di un’ora, ho ritrovato la mia essenza: sono la bellezza che si rompe per farsi gioco, il tappeto su cui l’infanzia impara che cadere può essere un divertimento.
A Napoli, invece, mi sono infilato tra i vicoli della città, dove il mare non si vede ma si sente nell’umidità salata che trasuda dai basoli. Mi sono seduto accanto a un uomo che, su un braciere improvvisato all’angolo della strada, incideva la buccia delle castagne. Il fumo bianco saliva verso i panni stesi, mescolandosi alla voce dei venditori. Una donna si è fermata, ha comprato un “coppitiello” bollente e l’ha stretto tra le mani fredde come se fosse un ristoro. In quel calore che passava dalla scorza bruciata alla pelle, io ero lì: non ero la fine della bella stagione, ma il conforto della vicinanza, il profumo di focolare che si riaccende tra le pietre antiche della città.
C’è chi mi associa a un rapimento antico, a chicchi di melograno mangiati in un antro buio per amore o per condanna. Dicono che il mio arrivo sia il pianto di una madre che vede la figlia scendere nelle ombre. Forse è vero: sono il rito del congedo, il tempo in cui si decide cosa portare in soffitta e cosa consegnare all’oblio. Sono un collezionista di foglie, ma non chiamatemi spazzino: io preparo il letto alla rinascita, trasformo la decadenza in promessa di vita.
A volte mi sento come un attore che non vincerà mai l’Oscar, mentre i miei colleghi hanno tutti una statuetta sulla mensola. Io resto l’eterno secondo, quello della nebbia che “va agli irti colli”, quello del silenzio che nasconde il dolore. Eppure, sono io il sorriso più bello, l’ultimo prima che il mondo diventi di ghiaccio.
Soffro anch’io, sai? Il calore forzato del mondo mi sta rubando i giorni, mi spinge sempre più in là, come un ospite non più atteso. Ma finché potrò, continuerò a far migrare stormi di ali verso Sud e a convincere i ghiri che è ancora tempo di sognare.
Ora guardami bene. Senti questo odore di pioggia e di legna arsa? Vedi questa luce dorata che accarezza i vetri? Non aver paura della mia malinconia: è solo raccoglimento naturale, un invito a sostare.
Mi riconosci adesso? Sono lo spazio tra il non più troppo caldo e il non ancora troppo freddo, la soglia dove il buio inizia a vincere, ma lo fa con eleganza. Sono il tempo di fichi dolci e di agrumi precoci, sono quella stagione che cade, foglia dopo foglia, per insegnarti che perdere pezzi non è morire, ma prepararsi a cambiare vestito.
Il mio nome è scritto nel colore delle zucche e nel fumo legnoso del primo fuoco acceso. Non serve che io lo pronunci: lo senti già sulla pelle, in questo brivido che ti invita a tornare a casa.
sez. b, accetto il regolamento
Haiku
sulla ringhiera
un piccione – ciccione
il pappo in volo
© Barbara Anna Gaiardoni
(Sezione A – Accetto il regolamento)
Quel soffio antico che risuona la terra
Sorgono torri di pietra tra le nebbie,
tra i prati di Scozia e i profili di muse sarde,
dove il verde s’estende senza confini
e il muschio riveste incantati boschi.
Scende l’acqua tra rocce e segreti,
mentre un soffio antico risuona la terra.
Tra le liane vibra il canto aspro delle cornamuse
fuso al ritmo ancestrale delle launeddas.
Nell’aria il profumo di torba e di fumo,
il calore del whisky che accende il sangue,
cieli grigi, il piacere intenso nel cioccolato nero
e la scia d’un sigaro celebra la vita.
Non so se sia sogno o memoria antica,
ma resta sulle labbra un’eco ambrata,
tra veli di torba e ombre di cacao nero,
mentre quella musica vibra nel mio petto.
Aldo Turnu
Sezione A
Accetto il regolamento.
ASPETTERÒ…
Aspetterò…
ma non riesco a capire
quel senso oscuro
che mi trattiene
in questa forzata sosta!
Seduto sulla roccia rosa
che guarda il mare
inghiottisco lacrime
di grande tristezza!
L’orizzonte mi appare
una linea finita
non immagino nulla
oltre quel limite!
Stringo i pugni
sperando che una forza
misteriosa mi liberi
da un niente che m’invade
e mi volto quasi nell’attesa
di una voce… d’un gesto!
Aspetterò…
certo aspetterò
questo strano tramonto
soltanto forse…
quando osserverò ancora
questo sole che annegherà
in un mare…
dolcemente increspato
forse allora questo aspettare
non sarà stato vano!
Una mano sulla spalla
mi farà trasalire…
gli occhi s’accenderanno
brilleranno nel riflesso del mare
in un scintillio di luci
come perle che riaffiorano
dalle profondità marine
l’aspettare non sarà stato vano!
Franco Maccioni
Sezione A – Accetto il regolamento.
– Ho smesso –
Ero seme.
Tu radici possenti
su sabbia bagnata.
Mi hai piantata.
Ho provato
a scavare la terra
per trovare il mio posto.
Mi hai gettata.
Ho cercato la strada
approvata,
non sapevo chi fossi.
Ero rabbia.
Come foglia
trascinata all’inferno
dalle tue debolezze.
Mi son persa.
Derubata del latte
che nutriva i miei rami,
hai strappato i miei fiori.
Ero nuda.
Mi hai lasciata
in un freddo distante,
senza acqua né sole.
Ero sola.
Ho dovuto cercare
con forza un abbraccio
per spaccare quel ghiaccio.
Mi hai spezzata.
Il disprezzo hai fissato
fin dentro le ossa,
infrangendo ogni cosa.
Mi hai tradita.
Ho provato
ad issare le vele,
ad andare lontano.
Son crollata.
Senza ali e timone
ho lasciato la riva,
navigando alla cieca.
La deriva.
Trascinata lontano
da sogni e speranze,
ho sbagliato l’approdo.
Ti aspettavo.
Ma sei fuoco e sei sabbia,
sei granito e sei vento,
maremoto e tempesta.
Il mio eterno tormento.
Tu hai deciso
di darmi la colpa
dei tuoi errori.
Dei miei.
Ora ho smesso
di cercare il consenso
per essere me.
Voglio pace.
Non so ancora
se urlarti rancore
o implorare il tuo amore.
Ti perdono.
– BluesMarty ®2026
Sezione A
Martina Lorai Meli
Accetto il regolamento
Angelo Cosentino
Sez. A. Accetto il regolamento
Delia
Ho ricordi come ruote che mordono l’orlo dei pensieri.
E’ una strada in salita tra filastrocche antiche,
la testa appoggiata al grembo di una madre dolente,
dentro al cuore alberi e cespugli schiacciati
Usciva allora Delia dagli occhi color del mare
ad allenarmi al riso, a scrollare il pianto.
Sopra di noi il cielo era volato via, immemore
delle preghiere appese alte, anime commoventi.
Era pesante il dono dei suoi occhi socchiusi,
piccoli e assonnati.
Uno scroscio di risa poi cresceva.
Inghiottivo vampe di calore e desiderio,
una forza invisibile a molestarmi dentro,
un sacrificio delle mani sui suoi fianchi tesi.
L’ombra delle nuvole, foglie di rovo sparse,
deformava la pulsione nascosta del seno,
sorbivo gocce di acquamarina e la stringevo,
sotto l’occhio del sole stremato mille volte.
Delia era vestita di fiori, tintinnavano chicchi d’uva.
Delia era culla di luce, danzavano le mani tra i capelli.
Delia era seduta lì, invisibile forza che deforma ogni cosa.
Angelo Cosentino
Sez. B. Accetto il regolamento.
Onorina Brizzi vedova Odoni
Illuminato Odoni non guida più il furgoncino del comune. A raccogliere ghirlande e fiori secchi o lumini consumati dinanzi alle foto di visi giovani e vecchi. Si sente stretto nello spazio della bara di povero legno chiaro da quando ha lasciato lo sterzo ed ha congiunto le mani in un’eterna preghiera.
Sì, lui non avrebbe ancora voluto, ma è stata la pia donna della moglie a prepararlo a quel modo perché almeno facesse bella figura con l’abito della festa e i radi capelli bianchi pettinati all’insù.
Ora il suo loculo è il terzo di una lunga fila nel settore A del cimitero. Sembra che l’odore fresco del cemento violenti il fetore della morte. A lui non dispiace ed almeno può pensare a sistemarsi meglio. Onorina ha scelto un loculo basso perché non sopporta di dovere arrampicarsi sulla grande scala che altri usano per salire in alto ad onorare i propri morti. Ha chiesto scusa di questa sua paura all’impiegato comunale e così, senza sforzi, può cambiare l’acqua del vaso di metallo brunito e sistemare i fiori.
Onorina è la moglie di Illuminato Odoni, sposa fedele e madre amorevole, contorta dagli attacchi dell’artrosi e curva quasi stia sempre genuflessa davanti all’altare. A pregare per la buonanima, per i figli, i nipoti e poi per lei stessa, degna di un esemplare spirito di vittimismo.
Marietta la vede da lontano, varcando il cancello del camposanto, e si affretta a piccoli passi per andare a salutarla. Le sarà di conforto per alleviarle il dolore poiché è rimasta da sola. I figli di Onorina vivono a Milano e vengono di rado a farle visita. L’ultima volta le si sono stretti attorno per la dipartita del povero Illuminato e hanno lasciato cadere qualche lacrima sulla bara. O, forse, era qualche goccia di pioggia che cadeva senza che il cielo si decidesse a scaricare le nuvole gravide in attesa.
Onorina si soffia il naso in un fazzoletto di cotone ricamato a roselline e asciuga gli occhi. Almeno lì, davanti alla foto del marito, può singhiozzare perché non vuole farsi vedere in lacrime da chi la conosce. Il suo però è un dolore d’altra pasta, lei che è così sensibile alle disgrazie altrui. Marietta l’abbraccia e cerca di consolarla. Sembra che le due donnette osscillino come l’ago della bilancia del farmacista, il dottore Fonteviva, quando pesa gli ingredienti delle tisane.
Perché tutte e due sono affezionate clienti.
Onorina non sa trattenersi e piange a dirotto, scuotendo il corpo magro per i singhiozzi. Balbetta qualche parola confusa e si aggrappa all’amica che si sente gli occhi rossi, anche lei sul punto di piangere. Tesse le lodi di Illuminato che, a differenza del nome di battesimo impostogli dai genitori, non ha potuto seguire a lungo la via della luce ed è morto d’infarto alla guida del furgoncino comunale. Poi Marietta chiede a Onorina perché pianga senza freni e riesce a capire a fatica le parole sommesse, pronunciate a labbra strette.
– Oh, Marietta, sono addolorata e… sconfortata!
( sembra che le manchi l’aria.)
– li vedi…su questa parete… i loculi vuoti?
( asciuga le lacrime e storce le dita per il dispiacere)
– sono cinque !
( addita… e resta col braccio scarno sospeso a mezz’aria. Si riprende poi… a fatica e spalanca la bocca sentata)
– perché Iddio… misericordioso… non completò… l’opera… riempiendo questi vuoti che deturpano la bellezza del cimitero ?
Sento ancora come gemeva il vento quella notte, dopo otto anni che te ne sei andato
e da allora per ogni fottutissimo istante, mai fino ad oggi io ti ho più dimenticato.
Ti ho amato più di ogni qualsiasi altro amore, sei stato più di ogni tenace legame.
E non è che non sapessi quanto tu avessi già vissuto e ripetessi disperata il tuo nome
ahimè, avevo coscienza dolorosa che il tempo del tuo fine vita ormai era arrivato.
Pensando ad un qualsiasi cielo che stava oscurando la mia vita ed il mio mondo,
quella notte era diventata semplicemente senza respiro né parole, buia nel profondo
e ricordo che non sapevo cosa dire e fare, mentre il dolore mi attanagliava il cuore.
Mio piccolo peloso che gemevi ormai lontano da me ed io piangevo ormai senza pudore.
Qualcuno penserà che eri solo un cane, qualcuno dirà che muore tanta gente
ma io sento ancora con chiarezza il vento quella notte come ansimava gelido e struggente.
Ed oggi ho ancora il desiderio di vedere l’alba con te accanto mentre attraversiamo
insieme i prati e le colline di quel ponte.
Sezione “A” accetto il regolamento
LA SECONDA DISCESA di Davide Brogi
C’è troppa luce, non c’è più selva
L’aria è di pagliuzze nel ghiaccio
Non più sempiterna ma oltre l’eterno
Alzo gli occhi alle stelle, speranzoso
Cerchi di noia troppo sensata
Come in terra, così in cielo il contagio
“Tutto è compiuto” da tempo lo è già
Regredire nel fango originale
Se c’è uscita al di là dell’oltre l’oltre
Sez A, accetto il regolamento
INVERNO PASSATO
Fa freddo secco e duro
Camminando imbaccucato
Sul ponte di legno duro
Sul fiume silente
I cormorani navigano
Pescano nella corrente
Cielo azzurro e terso
Aspetta il sole in arrivo
L’aria vergine è un verso.
accetto il regolamento, sez. a
Addomesticare il vuoto solo
costa fatica
rottami grevi pesano sul collo
gli anni sono spariti
celati per finta
in un sorriso sparuto.
Accetto il regolamento.
accetto il regolamento sez. a
ODEPORICA
Nel periplo infinito
mille volte ho doppiato il capo
alla deriva verso arcane sponde.
Ho veleggiato a lungo
su meridiani di solitudine
e ho superato indenne
il passaggio pericoloso
delle colonne d’Ercole,
sempre in cerca di nuove acque
erranti su biancocrinite onde.
A Ovest,
dove il cielo dispiega
una notte di ignote stelle.
Natascia Secchi
Sez. A (accetto il regolamento)
Amelia Belloni Sonzogni sez B (accetto il regolamento)
“Funcky gallo”
Il bello di questa frazione è la convivenza rispettosa, solo in apparenza noncurante delle altrui faccende: nessuno si intromette, ma – se serve – l’aiuto arriva con vicendevole disponibilità e nessuna invadenza. Quando si apre la finestra al mattino o la porta di casa per uscire, c’è sempre un buongiorno accogliente. Lo stesso, a fine giornata.
Certo, c’è chi insiste con il clacson anche quando non serve, ma il più delle volte per un eccesso di prudenza; c’è chi forse pigia un po’ più del necessario sull’acceleratore, ma ha i riflessi pronti alla frenata e tutti i pedoni camminano con la dovuta accortezza, consci che il traffico – se tale si può dire – è solo locale: passa la corriera che porta in paese, passa lo scuolabus che accompagna i ragazzini a scuola, se ne vanno una via l’altra le Ape Piaggio di chi lavora nell’orto, esegue il quotidiano giro il furgoncino della raccolta differenziata. Un’accortezza speciale occorre sulla strada che arriva tra le case perché, talvolta, si incrociano animali selvatici (forse tali un tempo, ormai fin troppo confidenti) ed è possibile che qualche rospo la attraversi: c’è chi fa attenzione e si ferma.
Anche quella sera, la quiete regnava, sovrana assoluta ma non tirannica, sul buio incipiente.
Alberto e Cesare, dirimpettai separati dalla distanza della stretta carreggiata, si raccontavano le rispettive faccende, i differenti lavori negli orti confinanti, si accordavano su chi avesse la migliore attrezzatura necessaria a ripulire da arbusti ed erbacce il piccolo valletto che li separa.
L’azzurro del cielo di aprile virava intanto veloce verso il blu della notte, senza dimenticare neppure una delle proprie sfumature; oltre il crinale il sole, già calato e sparito nell’orizzonte del mare, lanciava consueti i bagliori della gamma di rosso, arancio, viola. Risaltava così ancor più brillante la falce di luna, la luna dei gatti. Un tempo, tutto il paese ne era abitato. C’erano code alzate, e miagolii, e passi felpati, e vibrisse all’erta quasi in ogni angolo. Un tempo.
«Aiuto!»
La voce femminile ruppe la quiete.
Alberto e Cesare si voltarono verso Clara che camminava a passi svelti verso di loro.
«Aiuto, Cesare! È scappato!»
Clara era sposata con Alessandro e madre di due ragazzini. Sul viso di Cesare si spalmò lo stupore: gli occhi azzurri sbarrati, il sorriso piegato agli angoli, la domanda – scappato, chi? – rimasta inespressa.
«Aiutami per favore. È scappato e io non riesco a prenderlo».
Cesare e Alberto le andarono incontro con l’intenzione di calmarla e farsi spiegare chi era scappato.
Clara si avvicinò fino a raggiungerli e ribadì:
«Aiutami, io ho paura che mi attacchi!»
Dopo pochi passi, superata la curva, lo videro.
Incedeva, tronfio, impettito e pettoruto; esplorava lo spazio intorno, un passo dopo l’altro, con calma flemmatica. Girava la testa qua e là, osservando con attenzione ogni angolo alle diverse altezze che la sua visuale raggiungeva ad ogni spostamento del lungo collo.
«Ho provato a prenderlo, giuro. Scappa appena mi vede e se non mi vede perché gli sto dietro, mi sente e mi sfugge».
Clara era davvero sconsolata e anche spaventata.
I due uomini sorrisero. Alberto rimase a osservare, pronto a un intervento se necessario; Cesare si avvicinò cauto e il più possibile silenzioso, ma al suo terzo passo il gallo nerboruto in passeggiata si voltò di scatto: ondeggiò la cresta rubizza e carnosa, fremettero gli oblunghi bargigli, mentre l’occhio con il quale guardò fisso Cesare si fermò in un vitreo e minaccioso altolà; il collo si protese verso l’umano che provava a tendere le mani, seguito da una voce femminile che gli spiegava di aver temuto una beccata da quell’espressione e – considerate le dimensioni generose del becco – paventato un assalto quasi cinematografico, come in quel film di Hitchcock.
Le mani di Cesare sfiorarono appena le piume caudali. L’altro occhio del gallo individuò la via di fuga immediata. Le zampe spinsero il corpo poderoso nello stesso momento in cui le ali si spiegarono. Volò via, una curva più su.
«Da dove arriva?» chiese Cesare.
«Un regalo di Valerio. Per Pasqua. Per ringalluzzire le nostre galline».
«Avrà pensato che sono un po’ datate e si fa un giro in cerca di pollastrelle più appetitose» pensò Alberto tra sé, ma decise di salutare e andare a casa.
Anche Cesare e Clara decisero di abbandonare le ricerche e tornarono alle proprie abitazioni, desolati.
Nessuno seppe come passò la notte il gallo – bianco, con un paio di macchie nocciola sulle ali, creste e bargigli di un rosso fiammante, peso approssimativo qualche chilo. Il mattino seguente, portando fuori il cane, la moglie di Alberto vide Cesare salire verso la chiesa, mani in tasca del pigiama, sguardo attento e passo felpato. Alle sette, puntuale, il campanile aveva svegliato la frazione accompagnato dal canto del gallo che, bianco e rosso, troneggiava lassù.
N.d.A. Mi piacerebbe poter raccontare che il gallo ha trovato e spupazzato più giovani pollastrelle sull’altro versante del monte, che è ancora annidato sul campanile della chiesa, libero gallo di frazione; ma non è così. Un paio di giorni dopo la fuga è stato ripreso e riportato al pollaio d’origine, dal quale non è più evaso. Ogni mattina però accompagna con il suo chicchirichì i rintocchi delle sette che svegliano tutta la frazione.
Antonio De Serio
DIAFANIE
un brivido nudo
l’istante che muove
pigia forza
frazione di sbalzo
trasparenze
di saliva sudore
su calce viva
riflessi di luce
disegna
parole mai dette
algebra di traumi
i miei fuori fuoco
calcolo dei resti
senza resto
bagaglio illecito
quel gioco di plettri
sottile su corde tese
odori impigliati
di te bugiarda
il tuo nome
son lì le tue chiavi
dalla porta
al quadro
all’unisono
l’incastro perfetto
chiudermi
fiato perso
oltre la soglia
archiviate le ombre
calpestano giorni
Sez. A accetto il regolamento
“Quel Tormento dentro al Cuore”
Quello sguardo rubato da un pensiero scontato, chiara è la luce per l’ennesima riflessione…
Col tormento cucito accanto imbastisco un comodo rimpianto per dipingerne il contrasto.
Al cuor non si comanda istintivo è il suo equilibrio tra sbagli ed inganni,
trafitto lui emerge da una sobrietà arruffata di sogni.
Il tormento del cuore si china per raccogliere un’occasione dove il niente è appeso tra nuvole di sereno e germogli di un bambino dove l’amore serve a capire la certezza dell’essere umano,
di questo infinito splendore ritagli di pensieri per abbracci mai detti…
Demix
accetto il regolamento, sez. b
L’ASSEDIO
Mi chiedevi angosciata perché per le poesie
va sprecata così tanta carta: tutti questi spazi
bianchi, inutili, ingannevoli, senza significato.
E io che m’ostinavo a dirti di provare immaginare
la poesia come una stanza, piena di cose, ma
racchiusa da muri bianchi, sì, con qualche
quadro appeso, illuminata dal sospetto d’altre
stanze e altre, e alti muri bianchi e sospesi lampadari.
Rinunciavo al raccontare delle pareti di casa tua:
una rosa, una gialla, una turchino, una chissà.
La poesia ben si presta a farsi indovinare, come
il mulinare nell’aria della tua gonna, come
le fotografie che mai si sarebbero immaginate
sfocate e certamente come il nome dei fiori
strappati dal campo e messi nel vaso a dare
un po’ di colore a tutto questo bianco che ci assedia.
Bruno Centomo – sezione A – accetto il regolamento del contest
BREVE CRONACA DI UN SOGNO
Tutto accadde in un silenzio innaturale. In un attimo, la mia auto non era più un mezzo, ma un groviglio di lamiere contorte, scagliato fuori dalla carreggiata. La strada sembrava un cimitero di metallo: pezzi di carrozzeria sparsi ovunque, frammenti di un’esistenza spezzata in un battito di ciglia.
In quel caos apparvero due figure spettrali. Un uomo, immobile come una statua, teneva lo sguardo fisso al cielo, come se cercasse tra le nuvole la provenienza di quei rottami, quasi fossero piovuti da un’altra dimensione. Poco più in là, sulla destra, un’altra ombra osservava il disastro. Quando i nostri occhi si incrociarono e gli chiesi cosa fosse accaduto, la sua risposta fu un balbettare: «No no…non so co…cosa sia successo». Nessun aiuto, solo il mio smarrimento.
Dal sedile di guida, attraverso la ragnatela di crepe sul parabrezza, vidi il segno dell’impatto: il muso dell’auto, sul lato sinistro, aveva travolto un giovane alberello. Quella creatura fragile aveva fermato la mia corsa. In lontananza, come stelle cadute sull’asfalto, i vetri dei fanali luccicavano in un riverbero freddo.
Fu allora che la consapevolezza mi colpì come un lampo: sto sognando. La paura svanì, lasciando spazio ad uno strano mistero. E quel mistero, alla fine, non era altro che la stanchezza accumulata dopo le ore trascorse a sistemare il mio giardino.
FRANCO MACCIONI – Sezione B – Accetto il regolamento
Meditavo in un bosco incantato
il maestro si avvicinò e mi disse:
“Devi essere albero, devi scoprire l’essenziale”
Io non capivo le sue parole
E meditavo guardando il tronco
guardando le foglie
guardando come l’edera si addentra fra i rami.
Il maestro tornò da me
aspettandosi l’apertura dell’essenziale
ma io avevo fallito.
La mia concentrazione vacillava
cercavo l’apparenza
della sostanza.
Anni passarono e mai vidi
nel maestro la sconfitta.
Fu la forza che mi portò a varcare la soglia.
La terra profonda ed oscura
è fertile.
– sezione a, accetto il regolamento
Quel che resta – accetto il regolamento, sez. a
Quel che resta sono pagine bruciate di parole mai pronunciate
Quel che resta sono pietre al sole mai lanciate
Quel che resta sono parole corrose dal rancore di uno sguardo
Quel che resta sono lacrime di piacere miste a dolore
Quel che resta sono impressioni di settembre in volti di novembre
Quel che resta sono emozioni sensibili di polvere
Quel che resta sono case disabitate in paesi devastati
Quel che resta sono distanze incolmabili
Quel che resta sono difficoltà dalla mattina alla sera
Quel che resta sono baci al sapore di cannella
Quel che resta sono immagini confuse di alberi
Quel che resta sono due mani che si cercano.
Accetto il seguente regolamento – sezione a poesia
Le mie lacrime non sono mie
Quel giorno di settembre
le mie lacrime non furono mie
esaltavano la risposta alla domanda
c’è ancora un domani?
Quel giorno di agosto
le mie lacrime non furono mie
rispondevano alla domanda
ci sarà ancora settembre?
Oggi le mie lacrime non sono mie
mi ricordano di agosto e settembre
delle domande che mi ponevo
delle risposte che non ho mai ricevuto
Ed ancora una luce arriva il mattino
a decretare il domani
ed ancora il buio arriva alla sera
a decretare il domani
ed ancora le mie lacrime non sono mie.
prego iscrivere la mia poesia nella Sez A,e dichiaro di accettare i termini del regolamento
OLTRE IL RIMPIANTO
Pensieri inginocchiati
chiedono perdono,
hanno abortito e ucciso
un battito nel petto;
un’emozione nuova
cercava la sua culla,
in fretta soffocata
nella sua veste bianca.
Se esiste penitenza
stanotte la pretende
e cento ave maria
non placano il rimorso.
Sepolto è il mio tormento tra valli e piane antiche,
dove ho lasciato il cuore ed ho piantato un fiore ;
e un bacio rubo al grigio di una fotografia
di negativo anfratto.
E’ assenza che fa male, è brivido mai nato,
è sale sulla piaga tra le mie mani vuote.
Ed urlo il verbo al vento, schiaffeggio la marea
che tronfia nella sera mi irride col suo sputo.
Tra alghe ormai spirate tra le deserte baie
cerco di ricucirmi la pelle nel tramonto
e un’asola si schiude nella mia giacca stretta
e un raggio prepotente affonda una stoccata.
E’ alba che si affaccia
sul molo della notte,
è speme che riaccende
lampioni in un deserto,
e sterro il cuore mio ,
spazzolo terra antica,
un paio di scarpe nuove,
lo porto a spasso dove
sotto la coltre bianca
rinasce ancora un fiore.
invio il racconto breve per la sezione B inoltre
dichiaro di accettare i termini del regolamento
IL TORMENTO PER LA PACE PERDUTA
In questa notte uggiosa, tutto mi tace attorno, riesco appena a vivere qui.
Stanotte non sentivo la fatica di esistere
la mia vita non ha senso,la calma sta sopra ogni cosa
Ci sono le mie ombre lungo gli spigoli diafani,
ci sono le mie memorie lontane, i miei riscatti vinti,
le discordie represse,il mio futuro saturo delle tue bestemmie
Sono stanca, non ha più senso cercare altro.
Adesso sono nel mio tempo. Mi cerco m’interrogo
dove potrei essere?ormai le mie scelte mi hanno imprigionata
non mi ritroverò mai più, perché sono come polvere al vento,
mi sento un fantasma indesiderato, scelta per soffrire
mentre avevo la mia pace.
Ti ho detto si,unico mio desiderio amarti ed essere amata.
Purtroppo mi sono accorta che per te sono solo un sordo rimbombo,
che vibra sotto le stelle coperte da occulte tenebre,.
Osservo il tuo sonno vedo i fantasmi, le tue voglie impossibili.
Il tuo volto sereno nei rari momenti della notte.
Convivi con un diabete che danza nel tuo corpo senza darti tregua.. ecco il mio tormento, il saperti soffrire,
Ogni tuo passo l’ho accompagni con le imprecazioni per la mancanza di stabilità che brucia la tua voglia di vivere
Stasera mi sento sola con le tenebre, sono quella che a notte si ritrova immersa nella speranza di un giorno diverso.
Fisso la finestra immagino un’alba serena pregando Dio imploro la nostra pace.
Ecco Io sono di queste notti silenziose, sono il viandante della mia acerba età.
Spesso la forza del mio petto sconfina oltre il perdurarsi delle emozioni e cerca di esplodere nei suoi tormenti estremi.
Quando tutto si erge a possibile stralcio di esistenza amorfa.
Allora come un’onda ignota sento l’angoscia aggredirmi, una sensazione occulta sembra straripare nel nulla i miei sogni.
Stasera mi sento più vicino al cielo e sento invadermi di stelle senza luci ma un vaga speranza fende l’aria.
per sventrarmi nell’ignoto contro una maestosità perpetua.. la tua inesorabile voglia di bestemmie e imprecazioni violentano la mia voglia di esistere non passo giorno che la croce del mattino non mi privi della serenità perduta
A sera raccolgo le mie forze per curarti, lottando contro occulti fantasmi abbraccio le tue croci.
Ecco la mia inutile esistenza unico riscatto prendermi cura di te alleviando le piaghe del tuo corpo.
Mentre tutto ciò che ti circonda è amorfo e inquieto la tua anima vacilla tra il bene e il male
Mentre ti sorreggo senza porgere la guancia al muro del pianto.
Annullando tutti i miei sogni che tu uomo egoista per il tuo soffrire hai soffocato.
I tuoi mali ti rendono cieco esplodi come un uragano senza curarti delle ferite inferte.
Mentre ti osservo nei momenti di quiete vorrei fermare il tempo
Ma ciò mi è negato basta un niente per seppellire la mia pace.
Racconto Gotico
Alse portava la sciagura dentro. Il suo odio profondo per il genere umano e la vuotezza di sé, l’aveva sperimentata ormai in molti modi. Si avviò verso lo studio del dottor Santini. Sentiva dentro i latrati della “bestia” che da anni la divorava dal di dentro: un ghigno si disegnò sulla sua faccia arrogante e segnata dall’orrore del tempo. “Libererò i cani”-pensò- e questo pensiero risuonò forte e metallico nell’aria pungente del mattino. Si avviò, stringendosi nello striminzito cappotto,ormai troppo liso per coprirla davvero ma da cui non si separava mai, neppure quando il caldo pesava sulla sua pelle e lei non lo sentiva.
Guardò il cielo. Uno stuolo di corvi, nero come l’orrore che sentiva dentro, si levò nell’aria. Il loro gracchiare ferì le sue orecchie. “ Sono come me , pensò… sono come me! E io sono come loro: anche io mi nutro delle carogne degli altri, quelli che svuoto dal di dentro, quelli in cui mi nascondo perché mi diano la forma che non ho!”. Pensava questo mentre si dirigeva verso lo studio dello psichiatra che da anni, ormai, cercava di dare un senso al suo esistere. “ anch’io come i corvi,distruggo i raccolti che altri pazientemente hanno piantato, che amorevolmente curano… il mio cibo è la rabbia,il mio cibo è la vendetta, il mio cibo sono i residui della vita degli altri, quelli che spio ogni giorno ormai da anni,dalle finestre o mentre cammino per strada”. Si, pensò, sono come loro … e guardò i corvi che volteggiavano nel cielo.
“non ho sostanza se non quella che rubo dalla vita degli altri”… all’improvviso la sua immagine riflessa nel vetro di una finestra la ridestò dal rimestio dei suoi pensieri.
Inorridì, le sembrò che dalla sua imagine si materializzasse una muta di cani rabbiosi, latranti… come impazzita dinanzi all’orrore che per la prima volta, dopo anni, vedeva riflessa nell’immagine di sé.
“E’ la mia nemesi” si disse, scrollando le spalle… il cancello della clinica psichiatrica dove l’aspettava il dottor Santini, si aprì con un cigolio funesto…
– accetto il regolamento, sez. b
IL CIECO E LA FANCIULLA
Ogni giorno,Omar un non vedente,si recava al porto per la sua solita passeggiata pomeridiana. Sedeva sulla panchina e ascoltava la voce del mare. Un giorno il suo udito catturò un suono diverso,sembrava un lamento,come se qualcuno stesse piangendo. Fece attenzione,e grazie al suo sviluppato senso dell’udito dovuto alla cecità,capì che si trattava di una ragazza. Lei non parlava, rimaneva nel silenzio e piangeva. Omar ascoltava il suo pianto e penava. Riusciva persino ad immaginare i tratti del volto della fanciulla,ne vedeva gli occhi,il carnato chiaro come la luna,i lineamenti delicati,ma soprattutto le lacrime copiose che versava ogni giorno. Ogni pomeriggio,Omar rimaneva ad ascoltarla e imparava qualcosa di lei,e lo faceva semplicemente ascoltando in silenzio la voce della sua anima mescoltata con le onde del mare.
Trascorsero mesi prima che Omar riuscisse a prendere coraggio e avvicinarsi alla fanciulla,ma un pomeriggio,stanco della pena che udiva nel cuore di quella ragazza decise di farsi avanti e parlarle.
Le sedette accanto e le disse: “non si è mai veramente soli piccola,c’è chi ci ascolta nel silenzio e comprende il nostro animo. Perdonami se ho origliato i tuoi pensieri,ma ero li e la voce del tuo cuore ha bussato prepotentemente al mio. Ti ascolto da mesi,ho compreso la tua solitudine,la profondità dei tuoi pensieri che non trova casa in nessuno,e son rimasto qui in silenzio a far compagnia alla tua anima affinchè potesse scorgermi. Ricorda piccola,spesso la vera cecità è dentro noi e non ci permette di vedere che in realtà non siamo mai davvero soli. Prova a guardare il mondo attraverso i miei occhi,e se vorrai,sarai in grado di catturare sfumature di colori che mai hai potuto vedere prima d’ora. Ora asciuga le tue lacrime,afferra la mia mano e prova a camminare con me,sentirai pian piano i suoni che ti circondano avvolgerti e mai più sola sarai “.
sezione prosa, accetto il regolamento
L’ombra che mi è accanto non mi assomiglia, è cupa come un’anima in pena.
Ogni passo che avanzo, lei allunga le distanze, come se volesse liberarsi dal mio riflesso, dal quale si sente prigioniera.
Non so come sciogliere la sua pena in questa prigione austera, destinata ad inseguire una sagoma che non le è affine,
affinché le tenebre imprigionino il corpo esanime che le appartiene.
– sez. a, accetto il regolamento
Partecipo alla sezione poesia, accetto il seguente regolamento
Vorrei
Vorrei, per farmi amare
capelli di seta
e occhi azzurro mare,
e un gelido sorriso strafottente,
sicura d’essere già vincente.
Vorrei ora tornar sottile
come a vent’anni,
e a te offrire la mia bellezza
nella sera andata persa
come una dolce brezza,
che all’improvviso
si allontana,
vorrei avere una pelle d’alabastro,
ballare a piedi nudi sulla pista
di una rotonda sul mare,
e correre nell’acqua d’inchiostro,
vorrei la grazia ormai sfuggita
come sabbia tra le dita.
Ed essere di pizzo vestita,
come una peccatrice
lasciva e capace
di dare insaziabili emozioni
e abbracciarti dolcemente
ma sicura e bella
come nella tua mente
una donna dipingi.
Parole
Parole dolci
Parole soavi
Parole delicate
Parole fatate
Parole che feriscono
Parole che stordiscono
Parole che uccidono
Parole che addolciscono
Parole che lusingano
Parole parole l’andare illuminano
Parole parole il divenire rabbuiano
Parole misteriose come la luce dei tuoi occhi
Parole candide come la neve con i suoi fiocchi
Parole strepitose come il tuo sorriso
Parole melanconiche come la luce del tuo viso
accetto il regolamento, sez. a
NELL’ERA DIGITALE
Nell’era digitale ti adoro e ti amo sullo schermo di un computer, languida ti ammiro nel tuo incarnato fatto di pixel, mai stanca ti cerco, senza far rumore mi appari, piatto e sfuggente sempre uguale senza dire mai niente. Inanimato ti accolgo nelle mie braccia, così ti sento infinitamente mio e tu continui a illuminare le mie notti con l’artificio del calcolatore, mai stanca ti voglio, così, inerte per sempre.
Lo so, sei di tutti gli utenti, me non senti il mio amore correre nella rete? I tuoi occhi mi guardano e mentre fai altre cose il tuo avatar mi tiene compagnia, mi ama, mi corteggia, mi fa sentire regina. Inconsapevolmente sei mio, come la luna regna sulla notte, tu appari mostrando sempre una meravigliosa e splendida faccia, mi illumini e mi scaldi, mi fai sognare altre notti passate, altre notti illuminate, altre lune lontane, ballate sulle rotonde del mare, dolci estati proibite, di storie d’amore finite.
Ora mi accontento del tuo viso virtuale, scopro a volte una ruga in più, stai invecchiando, sei bello e altero, un viso da guerriero, il tuo sguardo suadente mi penetra spudorato, quasi ammiccando mi prometti avventure di fuoco, ma solo per poco. Poi ritorni come sempre finto e spento, mi pento, di averti guardato e ammirato in silenzio, solo un’immagine on line…
Ora allargo la tua immagine, i tuoi occhi si fanno più vicini, ormai formati da soli quadratini d’un grigio strano, ti amo! Entro in un pixel quadrato, mi sento parte d te, m’inebrio della tua assenza e godo della tua finta presenza. Mi ami abbracciandomi, il cursore trema emozionato, mai così ti sei dato, quanti meravigliosi bit e byte ti hanno concepito! Ora sei mio, ti metterò nel mio archivio e sarai mio per sempre! Ogni volta che vorrò ti richiamerò dalla mia memoria e ti ammirerò, forse ti stamperò, prenderò quel foglio e me lo stringerò al petto, lo bacerò e lo bagnerò con lacrime vere.
Adesso amami, circondami con il tuo sorriso fermo e sempre uguale, sento le tue grandi mani prendermi la vita, chiudo gli occhi, è una gioia infinita, ignoro cosa sia la vera vita, questa ormai è la mia, ti vorrei portare via e sottrarti alla visione del mondo intero, ti vorrei ora con me, sento il tuo abbraccio finalmente, penetri con violenza nei miei pensieri, sei audace, ti sento ora così vicino, mi ami davvero.
sezione b, racconto. accetto il regolamento
L’angelo guasto
bella fuori,
quasi angelica,
ma con il demonio
nel corpo.
non lo vedi,
non lo tocchi,
ma che ti scava dentro,
la malattia che
piano, piano
ti uccide
e ti toglie tutto.
non puoi salvarti,
non c’e’ nessun cavaliere.
Sez. A accetto il regolamento
Fiumi di pioggia
non lavano via
il tuo sorriso
dal mio cuore,
eserciti d’irosi fulmini
e burberi tuoni
non offendono
il tuo nome
né le cupe nubi
potranno mai velare in te
il fulgore degli occhi.
Perchè quando sorridi
vinci il Sole, il tuo sguardo
è forgiato nelle stelle
e il tuo nome…Il tuo nome
è custodito dal Cielo.
Accetto il regolamento. Sezione a
“Ho fame ancora”
Lo so che non t’importa
del mio anulare vuoto
e la stanza a est
ha chiodi arrugginiti
alla finestra.
Anche bambina,sai,
la mia casa non era diversa:
il mattino mi illuminava a strisce
e ingoiavo odore di pane
a colazione.
“Via Tasso”,
col rubinetto che scandiva i secondi
e la cucina senza Natale.
Sulla poltrona trovai mia nonna
e per un attimo
furono casa le sue braccia.
Grazia di mille candele d’oro,
santuario di tutte le colpe perdonate:
ora sì,abitavo anch’io.
Dal giorno che se n’è andata
ho un indirizzo nuovo
e la porta della domenica
si è chiusa.
Ho fame ancora;
di albicocche,di viole
e del pane di un sorriso.
Accetto il presente regolamento e autorizzo la redazione all’uso dei miei dati,ai fini del concorso. sezione poesia
SEMPLICEMENTE
Ed osservo
questo cielo strano,
che muta umore
ad ogni battito di ciglia,
tra un velo stanco
ed un’aurora opaca.
Ed io gitana
erro a ritrovar sentiero
e poi mi perdo e
fondo i miei pensieri,
in una nuvola
da sfondo
ad un soffitto
che mi piove addosso.
E mi rigiro,
riccio tra la terra,
e mimetizzo l’anima
tra i rovi.
Ed un ombrello rosso
aperto sopra un prato
trasporta i sensi
a tingersi di raso,
una chitarra suona
e al vento affida il parto.
Ed un solletico
di polline su pelle
mentre un soffione gioca
tra i capelli ,
ridà colore
ad un mattino avaro.
Semplicemente
un altro giorno ancora.
ACCETTO IL REGOLAMENTO – sezione a
” Carne di velluto” Diego Civita. Sez. A
Quanto sei nuda?
Quanto sei nuda dentro?
Te lo chiedi a volte
di fronte al velo delle apparenze
e allo sgomento?
Qual è oltre il confine la tua voglia più grande?
Vorrei accompagnarti
mano nella mano
verso un passo più libero
a guardare i cieli e la terra
uscendo con coraggio,
di sponda e di passo
dai labirinti del cuore:
a Natale,come a maggio.
( Accatto il regolamento).
Non c’è più rispetto !
Quante belle parole buttate via al giorno d’oggi …
parole e gesti come:
rispetto, amore, aiuti per chi ha bisogno !
Si perché non si usa più avere rispetto per tutto
c’è solo violenza e maleducazione in giro …
e pensare che non siamo cresciuti così
no, perché l’educazione ce l’hanno fatta imparare
e se non la volevi capire
ci mettevano poco a sistemarci !
Oggi si sentono solo parolacce e insulti …
c’è solamente violenza …
e capitano cose che non stanno né in cielo né in terra !
Cattiverie una dietro l’altra
e per chi non ha mai avuto nulla …
per chi è cresciuto come noi in tempi grami …
per chi è, abituato come è giusto fare
a dividere tutto con gli altri,
è un mondo che va di traverso …
un mondo cattivo che sicuramente non meritiamo !
Dove stiamo andando ?
Dove andremo a finire ?
Di sicuro malamente
e sarà la rovina per tutta la gente !
(accetto il regolamento, sez. a)
Illusione di amore
Io ti ho visto è ti ho amato
sin al primo istante .
Il tuo viso è rimasto scolpito nel mio cuore.
Grazie al tuo sorriso ha illuminato
la mia anima di speranza ,
allottando tutte le inquietudini
dal mio cuore e ricordo con affetto ,quell’inutile amuleto.
Che mi hai regalato, mi ha dato da ristoro
guida i miei passi quotidiani
verso la saggezza
tutto è nato per gioco
ma quando mi sono resa conto
dei tuoi sentimenti sinceri e scoppiata la passione eterna .
partecipo alla sezione a, accetto il regolamento
PORTAVA IL PANE
Portava il pane mio padre in una vita
Per le sue mani lo costruiva
prima del mattino. Color mattone
la punta delle dita di nicotina
Sezione A accetto il regolamento
.
bruciata la notte nel forno
e d’inverno la bicicletta lungo
le strade e la piazza- viaggiando-
deserte di sonno. Nei baffi curati
.
impeccabile a rincorrere il bianco,
le nostre vite di figli, che lievita
e s’innalza, ad animarlo
mio padre, ora nel niente,
.
potrei pensarlo colmo di fragranza.
accetto il regolamento, sez. a
Sezione A accetto il regolamento
Accetto il regolamento. Sezione B
THE LAST SUPPER
Si era ritirato in quella tenuta isolata, appena dentro al bosco verde smeraldo d’estate e irto ed appuntito di rami secchi d’inverno.
Aveva dovuto prendersi una pausa da quel suo assurdo lavoro di alchimista, trasformatore di materie prime nobili e ricercate, in piatti fantasiosi. Faceva lo chef in un ristorante stellato, ma lo stress lo aveva abbandonato in balia della sua pignoleria eccessiva e di quel perfezionismo che l’avevano fatto ammalare.
Un esaurimento, una crisi di nervi che si era manifestata d’un tratto, mentre preparava un secondo con lumache e crema di parmigiano. Si era avventato sul suo sous chef, brandendo un coltello, lo aveva ferito ad un polso per poi tentare di ucciderlo.
Non aveva mai pensato di poter arrivare ad uccidere qualcuno, ma se non lo avessero fermato, lo avrebbe fatto certamente. La cosa più sconcertante fu capire che il gesto non era un colpo di matto del momento, ma che ucciderlo lo avrebbe fatto sentire bene, inebriato da quella sensazione paragonabile alla soddisfazione dei sensi che provava chi degustava i suoi piatti elaborati.
Creare piatti fantasiosi, precisi, perfettamente impiattati e decorati, lo aveva portato a perdere la ragione, a mettere il suo lavoro su un piano più importante della vita degli altri o della propria.
Ma in fin dei conti, la cucina non era sadica di per sé? Tagliuzzare, affettare, bruciare, scotennare, arrostire nelle fiamme purificatrici, infilzare, impalare…. Tutti gesti che lui conosceva bene. L’unica differenza era che tutte queste azioni le effettuava su qualcosa di morto, inerte, inanimato. Qualcosa a cui lui doveva creare un’anima, un significato. Questa ricerca di ridare vita a ciò che non l’aveva più, gli aveva fatto perdere la ragione, i punti di riferimento sociali, i propri stessi valori, per spingerlo in una dimensione diversa.
Era la stagione in cui il bosco si vestiva del verde acceso come colorato dalle piogge abbondanti che si alternavano ad un sole che acquisiva altezza e calore sopra all’orizzonte. Il viale principale della villa, fino al cancello pesante e cupo in ferro battuto ma che rimandava ad un epoca austera, con il suo ghiaino grigio ed uniforme, staccava sul verde della selva. Se fosse stato un pittore avrebbe aggiunto del rosso carminio a quel paesaggio che vedeva dalla grande vetrata del soggiorno.
Cosa si ricerca mentre si assaggia qualcosa di nuovo, di sconosciuto, qualcosa su cui non abbiamo le conoscenze adeguate per avere delle aspettative? Tutti avevano imparato a distinguere i suoi piatti, tutti ossequiosamente dicevano di amarli. Molte volte si era chiesto se ciò fosse a causa del prezzo. Chi spende qualche centinaio di euro per un risotto non può dire che non gli piace, non può dar a vedere una qualche delusione, già solo per avere la possibilità di poterselo permettere.
Chi assaggia un piatto mai assaggiato prima deve essere sorpreso, deve appagare la voluttuosità, quel desiderio completo di profumi, sapori, morbosità, sesso.
Così appartato, aveva iniziato a cambiare i paradigmi della sua scienza. Perché non pensare ad un avventore esso stesso piatto di portata o addirittura cibo?
Aveva iniziato con i suoi vicini di casa, una coppia anziana, li aveva invitati a cena e dopo averli sedati con una dose massiccia di Fentanyl, dose che comunque li teneva svegli ed alternatamente coscienti. Aveva usato le loro stesse carni come piatto principale e le aveva servite una all’altro.
L’uomo lo aveva cotto con scaglie di cioccolato fondente al settanta percento, dopo averlo insaporito con salsa alla diavola e il fondo di tartufo.
Con la donna aveva fatto un filetto alla Wellington, avvolgendolo nel prosciutto crudo e poi nella pasta sfoglia. I due erano stati immobilizzati e gli era stato servito il piatto come pietanza contenente la parte dell’altro.
Poi aveva continuato con una donna vegetariana che lo aiutava a tenere pulita la grande casa. Dar da mangiare se stessa ad una vegetariana, era stata una mossa ironica e cinica allo stesso tempo.
In quella tenuta viveva rigorosamente da solo, continuava a studiare l’abbinamento dei gusti, a ricercare il profumo adatto, l’abbinamento con il vino più consono.
Uccidere non era più un tabù, specie in quel modo, dove le persone prima di essere finite definitivamente con una potente dose di tetrodotossina, scoperta studiando il modo orientale per preparare il pesce palla. 25 mg avrebbero steso chiunque, lasciandoli coscienti, intaccando il sistema nervoso e paralizzandone pian piano tutti i muscoli, compresi quelli della respirazione.
Morivano così, cianotici, con un ghigno sulla faccia, forse coscienti di morire mangiando se stessi.
Non era matto, non vi era un’altra metafora più potente della vita stessa. Siamo piccole formichine che adempiono ai loro compiti, piccole ruote degli ingranaggi di una macchina molto più grande chiamata società, che decide cosa’è o cosa non è consono a se stessa, che decide guerre, meriti, gioie e dannazioni per le sue stesse rotelline, pene, umiliazioni e per i più fortunati l’Olimpo del riconoscimento. Aveva assaporato già tutto questo. Sparire in una sua dimensione intima, era la sua ricerca, facendola espiare alle rotelline dell’ingranaggio che lo aveva tritato e ridotto così. Per essere perfetti ingranaggi consumiamo noi stessi, incastrati in relazioni umane talmente invadenti da scartavetrare parte di noi per far spazio e girare meglio nel marchingegno.
Scarlet l’aveva trovata al mercato, stava ordinando dei carciofi al banco della verdura. Era bella, godeva di quell’età in cui ad una donna si può perdonare tutto, anche la mancanza di acume e l’intelligenza.
L’aveva vista da distante e con occhio clinico stava già scegliendo la verdura dal banco con cui l’avrebbe servita.
Iniziò così l’avventura di una nuova mortale ricetta, scelse un mango maturo, poi del frutto della passione, un limone dalla scorza gialla e spessa da fare candito, i pomodori per il contorno da preparare con la skordalia di mandorla, il tartufo nero, la noce moscata e l’olio alle erbe.
L’aveva abbordata parlandole della differenza tra le mamme romane e il carciofo di sant’Erasmo di Venezia, l’aveva sedotta con la sua parlantina e la sua passione nel descrivere la combinazione di elementi per una cena che solo pochi avrebbero potuto assaggiare, ed ancora meno cucinare.
Scarlet pendeva dalle sue labbra, era bellissima incorniciata in dei capelli biondi lisci che con il loro volume la facevano brillare tra le vie bagnate del mercato. Lui vedeva in lei il piatto perfetto, la cena ideale per essere “unvergesslich” indimenticabile, come dicevano i tedeschi. Negli occhi di Scarlet si notava una forte luce intelligente ed allo stesso tempo la placidità bovina della vittima. In lui il desiderio voluttuoso del sesso era stato sostituito dal piacere per la ricercatezza della cucina perfetta, dove il piatto è costituito da materia viva e dove chi lo assaggia mangia un po’ di se stesso.
Quella sera era arrivata alla tenuta, fasciata di un vestito rosa, increspato sui fianchi con un’unica bretellina che si legava allo scapolare sinistro e che lasciava le gambe toniche ed abbronzate di Scarlet quasi completamente alla sua vista. Le aveva servito un ottimo Don Perignon con una dose di Fentanyl per rilassarla e renderla inoffensiva. L’aveva adagiata sul divano che teneva in cucina per farle vedere tutta la preparazione studiata e voluta solo per lei.
La cucina con le sue luci intense che delimitavano esclusivamente i piani di lavoro in acciaio, pulitissimi, era intarsiata di radiche preziose, in ordine c’era la linea di materie prime che avrebbero fatto parte degli ingredienti di quella cena, tutti gli ingredienti che avrebbero accompagnato Scarlet lentamente alla morte.
La linea dei coltelli, fatti affilare da un artigiano giapponese tutte le settimane e capaci di sezionare carpacci finissimi quasi trasparenti. Tre taglieri di ulivo, intagliati, erano stati messi proprio di fronte a Scarlet, che stesa sul divano sbavava dall’angolo della bocca, quasi costretta ad osservare la preparazione di se stessa.
Dagli angoli bui della cucina apparve lui, vestito da schef, in una divisa di raso di cotone nera, bordata di bianco, con gli alamari dei bottoni sul petto ricamati a mano. Aveva scelto il nero perché comunque lui rappresentava la parte creativa ma anche l’undertaker, il becchino, che avrebbe accompagnato Scarlet nei suoi ultimi istanti.
Lo aveva anteceduto solamente la primavera di Vivaldi che scorreva dall’impianto di filodiffusione. Scarlet quasi non batteva ciglio, immobile fissava la
Luce bianca asettica illuminare i taglieri di ulivo e lo
Chef. Forse aveva fatto in tempo a capire cosa stesse succedendo, ma nessuno avrebbe potuto dirlo con precisione.
Lui iniziò affettando con cura, lentamente, come
Per prolungare l’agonia della ragazza, concentrato com’era la osservava solo ogni tanto, come si osserva un ingrediente.
La musica sembrava perfetta, per la stagione, per la freschezza del piatto e per il momento, che, per come la vedeva lui, era più gioioso che triste.
Preparò la salsa di mango, il tartufo, la
Skordalia di mandorle, pronto a creare l’entrèe, il contorno, il dolce per poi passare ad usare la stessa assaggiatrice come piatto principale.
Le si avvicinò piano, le sfilò il vestito rosa pesca, le accarezzò i capelli biondi e lisci, la guardò negli occhi sbavare sul bracciolo, le sfilò l’intimo elegante e la osservò cercando di capire come impiattare la sua ospite, come renderla perfetta per la cena.
Le sue nudità avvolte dal cuoio del divano, con l’abito e la borsetta infilati come spinte e contrappoggi per tenerla dritta e farle osservare la sua arte, ne davano una scena rassegnata, la vittima che va al macello.
Lui prese il coltello per disossare, le si avvicinò, era divertente pensare che la lama per disossare così fina è corta avrebbe allungato la vita di Scarlet il tanto che bastava per mangiare se stessa. La ragazza iniziava ad avere dei movimenti volontari, leggeri ed ancora intorpiditi dal Fentanyl. Era il momento esatto in cui le avrebbe asportato il polpaccio destro, recidendone prima il tendine di Achille per poi salire e separarlo dal muscolo plantare lungo, dal tibiale posteriore e dai flessori delle dita e dell’alluce, fino al muscolo popliteo. Le avrebbe pulito i setti muscolari con cura, fermando l’emorragia delle vene profonde e separando il tessuto connettivo che riveste le strutture anatomiche e che risulta fibroso al palato.
Le accarezzo la pelle dolcemente studiando quale fosse l’incisione iniziale più conveniente e, proprio quando aveva alzato il coltello per iniziare il lavoro, Scarlet in un movimento rapido e neanche poco accurato gli infilò un punteruolo nell’orbita oculare, con forza, fino al manico. Lo portava sempre con sé in borsa per difendere la sua bellezza.
Nei pochi istanti che gli rimanevano mise a fuoco la musica classica che lo circondava e vide Scarlet piegarsi ancora sbavando su di lui ed azzannarlo ad una guancia, ritraendosi sporca di sangue come un animale predatore che affonda le zanne nel pasto tanto agognato. Vide Scarlet masticare con calma e con il preciso istinto di difendersi da lui. Pensò con ironia al fatto che il Fentanyl fosse chiamato anche la droga degli zombi, il sangue caldo scorreva
Copiosamente sul suo corpo ed in quel momento avrebbe dato qualsiasi cosa per la tetrodotossina, per finirla il prima possibile, per sgonfiarsi come fa il pesce palla e fuggire la vita.
PS.: se foste curiosi potrei darvi la ricetta per la salsa al mango… ma non tutti gli ingredienti sono sicuramente morti…
OLTRE IL MIO CORPO
Intrappolata nel mio corpo,
muto al comando,
ogni muscolo spento, ogni gesto negato,
e la forza che svanisce, giorno dopo giorno.
Ma non io,
io non cedo alla resa.
Viaggio oltre i confini del corpo,
nelle strade infinite del pensiero,
dove l’anima si fa vento
e combatte il peso della vita.
Con ogni frammento di volontà
sfido il destino e il limite,
non lascio che sia il corpo
a decidere per me.
Manilla Castaldo
Sez. A – Accetto il regolamento
Le ruote di Marco
(a Marco Pantani)
Meravigliava e innamorava quel tuo sorriso giallo
assestato a un pollice dalla vetta più alta.
Urlo di fatica e cuore stringevi nel pugno alzato
mentre le invidie annaspavano nei raggi
di alcuni lontani avversari incapaci d’apprezzare
la montagna, la vita, il lieve spazio del tramonto
il nudo canto di un abbraccio sul traguardo.
Riflessi di sogni e nuvole nelle vene avevi
l’amore morbido e tiepido di una madre
il profumo delle case di periferia
mai l’acido livido consiglio della scorciatoia
né quello straccio accecante chiamato imbroglio.
Ciarpame e polvere a te intorno masticavano spazi
rompevano il tempo della gioia, il ritmo della vittoria
di quei tuoi giorni cresciuti a orgoglio e sudore
ruote giuste e forti su pendii di perfidi sassi.
Aggelava i nostri sguardi l’ultima tua solitudine
ai margini del rumore per distanziare
inumani gesti, verbi taglienti e finti orizzonti
incisi sul confine discorde di quella tappa di vita.
Voleranno sempre il manubrio ondeggiante
i pedali schietti che ti guidavano negli scatti lunghi
estremi a sciabolare l’aria, a farti campione
anche ora che gareggi sul Passo delle Stelle.
Giuseppe Mandia
Sezione Poesia Accetto il regolamento
IL VOLO NEGATO
Il desio di serenità
e di insperata libertà
è sì lungi dalla realtà,
come formica che avita
che tanto e sempre cocciuta
tenta il volo già respinta
e poi a terra rimane,
al più sugli alberi sale
e a terra sempre rimane.
Vincenzo Giusepponi.
Seziona A (poesia). Accetto il regolamento.
LA COLLINA DEL SOLE
Un uomo invalido da pochi giorni aveva l’abitudine di alzarsi molto presto al mattino e, quando era ancora buio andava fino a un piccolo monte da cui vedeva il mare e il sorgere del sole.
Si sedeva sull’erba e guardava verso il mare, aspettando l’alba e il sole quella mattina tardava ad alzarsi. Non pensava a nulla, o alle piccole cose della vita e si sentiva estraneo alla gente in genere.
Non frequentava il bar, non fumava e aveva sempre avuto i soliti pochi amici. Era di carattere timido e aveva ricevuto un’educazione moralista. Non andava d’accordo con gli uomini che in società davano fastidio alle donne e bestemmiavano. Sapeva che erano maleducati e cercava di evitarli, ma siccome erano un po’ ovunque nel suo Paesello di Provincia, da molti anni usciva poco. Dopo il lavoro tornava a casa e la domenica andava a Messa.
Aspettando il sole era solito sentire i canti dei galli delle case coloniche sotto il monte che lui chiamava il “colle del sole”, come se una voce di dentro lo invitasse a dare un nome a quello che ormai considerava il suo posto d’onore, come se quell’erba dov’era seduto fosse un po’ anche sua e ci si era affezionato.
Però questo volontario esilio dalla vita sociale del Paese lo aveva reso ruvido e più chiuso di carattere e parlava sempre poco con tutti. Qualche volta insultava qualcuno che lo infastidiva, ma poi si pentiva. A volte rimproverava sua moglie senza motivo, solo perché era arrabbiato con altre cose. Poi chiedeva scusa a lei e dopotutto si erano sempre voluti bene, ma negli ultimi anni il suo carattere si era più incattivito e gli insulti e le questioni con la moglie erano più frequenti.
Quel mattino credette che l’alba tardasse, qualche cane abbaiava in lontananza e ognuno attirava i latrati dei cani vicini a fare la guardia alle loro case di campagna, come fanno i cani di solito.
Era stranamente preso dalla voglia di tornare a casa, ma, come sempre, voleva aspettare la luce del sole. Sapeva che i rimproveri alla moglie erano ingiusti, ma stando, lontano da tutti da anni era divenuto un po’ egoista e cattivo, anche con sua moglie, alla quale voleva pur bene.
Poi una fioca luce apparse sulla linea dell’orizzonte sul mare lontano e un po’ per volta il paesaggio apparve uscendo dal buio dove era stato nascosto dalla notte nera e una natura meravigliosa apparve ai suoi occhi.
Nel calmo silenzio dell’ultima parte della notte che precede il sorgere del sole aveva ripensato alle liti con lei e cominciò a capire di essersi allontanato troppo dalla gente del Paese, cosa che lo penalizzava, perché socializzare con i conoscenti e gli amici lo avrebbe aiutato a essere sereno e meno chiuso in sé stesso.
Anche le continue questioni con la moglie avrebbe potuto evitarle con un po’ di pazienza e calma. Così si sentiva più solo quel mattino in quel prato sulla collina del sole e desiderava molto tornare da sua moglie che ancora dormiva.
Lei era di un carattere dolce e mite, voleva bene al marito e le dispiaceva se la rimproverava senza motivo, ma sopportava perché gli voleva bene fin da quando si erano conosciuti.
Lui pensava a lei a alla sua bontà d’animo e al vero amore che li legava da tanti anni in matrimonio. La domenica andavano a Messa insieme, o a fare la spesa. Visitavano ogni tanto i loro parenti e lui lavorava come operaio, mentre lei era casalinga. Non avevano avuto figli, ma il loro rapporto d’amore non ne era intaccato.
Per il resto lui usciva poco e gli amici ci erano abituati, quindi lo invitavano poco alle loro cene di rimpatriate tra vecchi amici.
Eppure quel mattino i pensieri degli ultimi giorni si erano accavallati nella mente e quella tranquillità della natura notturna, gli dava un senso di pace, ma anche di desiderio di avere nel cuore sempre quella pace rasserenante e non solo all’alba aspettando seduto nella campagna calma.
Quella serenità che gli dava la notte e poi la speranza del giorno che fuga le tenebre la vedeva come una pace interiore finalmente ritrovata. Dunque con serena e obbiettività pensava che avrebbe dovuto avere più accortezze e gentilezze per la moglie, invece di sfogare le arrabbiature su di lei che non lo meritava, non solo perché era una donna, ma anche perché era sua moglie e una donna molto educata, comprensiva e calma di carattere.
Dunque il sole era sorto e la grande luce inondava il paesaggio agreste e l’azzurro mare lontano. Il cielo sereno era celeste e si rifletteva sul mare sottostante regalandogli il suo bel colore che rispecchiava meglio di un bel dipinto realista di un grande pittore.
Questa bellezza, insieme all’arrivo dell’ora solita per il ritorno, gli destava e aumentava nel cuore tanti e forti pensieri d’amore e di comprensione per sua moglie che lo aspettava a casa e che gli avrebbe preparato la colazione.
Così correndo tornò a casa e svegliò la moglie con un bacio e l’abbracciò piangendo e chiedendole scusa per il suo carattere egoista e un po’ cattivo degli ultimi tempi. Lei commossa, pianse e lo abbraccio con amore e trasporto.
Aveva capito che lui era cambiato ed era tornato l’uomo dei suoi sogni di ragazza e che aveva subito amato da quando l’aveva conosciuto. Rimasero abbracciati e in lacrime di gioia a lungo e un nuovo giorno era nato sul mondo e nei loro cuori, ora più felici e tranquilli.
Vincenzo Giusepponi.
Sezione B (racconto breve). Accetto il regolamento.
Riemersione
La mia vita è stata una linea tesa
tra ciò che mostravo
e quello che trattenevo,
tra volti indossati per restare in piedi
e il peso silenzioso di essere.
Per anni ho scelto la paura,
e un pudore fragile, vano, ostentato senza accorgermene,
li ho portati sul volto
come una maschera necessaria,
dimenticando il coraggio.
Per decenni sono rimasto
in bilico
tra ciò che sentivo
e ciò che lasciavo vedere,
soffrendo nell’inerzia.
Le emozioni, irriconoscibili anche a me,
le ho chiuse sotto coperte scure e spesse,
dove la luce era assente anche di giorno,
lontane dagli occhi
di chi mi stava accanto.
E dentro
il dissidio non faceva rumore,
ma non se ne andava.
Speravo soltanto
che qualcosa cedesse,
che dal buio profondo
nascesse una voce.
Aprivo strade nella mente
verso luoghi inesistenti
dove la maschera si dissolveva,
dove non serviva difendersi.
Senza vergogna,
senza pressione,
senza costruzioni.
Ora, nell’autunno della mia vita,
col volto scoperto,
sento l’aria sfiorarmi,
la pioggia accarezzare le emozioni,
i battiti tornare
dove posso sentirli.
Non indosso più.
Non fuggo più.
Sono nel tempo presente.
Origine.
Crescita.
Equilibrio.
Una veste nuova
che non copre,
non protegge,
ma resta.
Michele Bruno
Sez A. Dichiaro di accettare il regolamento
SOGNAMI
Non spiarmi di notte mentre dormo,
non ascoltare il mio respiro in affanno,
io sento al buio che trattieni il tuo.
Ogni volta che scendo le scale
non temere che il mio piede vacilli,
che arrivi giù con le ossa rotte.
Se decido di accendere il fuoco
non dirmi ‘vado io a prender la legna’
perché hai paura che mi torni l’infarto.
E non telefonarmi dieci volte
per dirmi se va tutto bene,
quando sono solo a casa e tu sei fuori.
Sognami come ero da giovane.
Come correvo veloce a Creta
nelle gole di Samaria
e tu non riuscivi a starmi dietro
e mi dicevi “vai piano,
ti insegue qualcuno?”
Sognami come ero in Croazia,
come ti pescavo i ricci,
e te li porgevo già puliti
perché tu li mangiassi sulla riva.
Sogna di quando andammo a Ischia
in quel bell’hotel sul mare,
come guizzavano i miei muscoli
su quegli scogli appuntiti!
Sognami la sera di tanti anni fa
alla festa del tuo paese,
ci eravamo appena conosciuti,
io e te seduti al tavolino
a mangiare noccioline,
con la banda sull’orchestra
che suonava.
sez. a accetto il regolamento
Alba
Se ci si alza di primo mattino,
si può essere sorpresi
dal sole che sorge
lento e solenne
da oriente.
Tinto di un tono arancio
che accende dentro di noi
festa e desiderio alla vita,
tutto appare accettabile,
fresco,
possibile,
entusiasmante.
Antonio Pittau
Accetto il regolamento,sez. a
La donna di montagna
C’era una volta un paesino piccino, in una valle d’alta montagna, dove viveva una bambina molto carina che voleva vedere l’oceano, di cui aveva sentito parlare nei racconti dalle persone di passaggio.
Il tempo trascorse, la bambina divenne una donna bellissima e la voglia di vedere l’oceano aumentò con gli anni. Un giorno la donna decise che il desiderio di vedere l’oceano era diventato insopportabile, così si mise in viaggio: discese le montagne, attraversò immense vallate, incontrò persone di varie razze e religioni; tutti le domandavano dove andasse e lei rispondeva “a vedere l’oceano”.
Dopo un anno di cammino incontrò un immenso bacino d’acqua, ma era solo un lago; lei non si scoraggiò e continuò il viaggio. Un giorno arrivò alla costa, vide un mare e decise che poteva essere il suo oceano a lungo cercato. Si tuffò senza pensare che non sapeva nuotare, ma appena il suo bellissimo corpo toccò l’acqua, si trasformò per incanto.
Era una sirena di montagna.
Antonio Pittau
Accetto il regolamento
sez. B
ISABELLA
Io e Alfredo, il mio gemello omozigote, abbiamo fatto nella vita gli ingegneri, ma il primo incarico che ci fu conferito fu pagato in natura. Avevamo quasi venticinque anni e non eravamo ancora laureati, mancava qualche mese.
Lei era una pendolare della domenica, come noi. Saliva a Locorotondo la sera tardi e scendeva dopo sessanta chilometri in un paese che distava poco più di dieci da Bari, dove noi frequentavamo l’università.
Quando lei saliva, noi ne avevamo già fatti quasi duecento, partivamo da Lecce al tramonto, lo faceva da un anno, lavorava in un istituto di recupero per ragazzi con problemi. Per arrivare in tempo l’indomani sul posto di lavoro prendeva l’ultimo treno della sera. Aveva trentaquattro anni, separata da due, così disse, laureata in psicologia.
L’avevamo notata il sabato sera della settimana prima, mentre noi scendevamo a Lecce per passare a casa la domenica, come al solito. Eravamo sulla littorina, fermi alla stazione di Locorotondo. Se ne stava seduta su una panchina del marciapiede, aspettava che arrivasse il suo treno per andare nella direzione opposta.
«Che bella donna!” disse Alfredo guardandola dal finestrino.
Volto tirato, delicato, capelli lisci castani, aveva un’aria triste, pensierosa, le mani sulle gambe, vicino a una grossa valigia. Rossetto appena accennato sulle labbra.
«Chissà dove starà andando!» pensai ad alta voce.
La littorina era quasi vuota quando salì la prima volta, ma scelse proprio il sedile di fronte al nostro. La riconoscemmo subito.
«Non mi piace viaggiare da sola» spiegò, quando vide che la guardavamo indagatori.
«Noi invece amiamo molto la solitudine» disse Alfredo.
«Tante grazie!» ironizzò lei. «Quelli come voi non sono mai soli. Anche a me piacerebbe viaggiare con la mia gemella».
«Pure tu sei gemella?» chiesi io.
«Mi sarebbe piaciuto, ma non saremmo state belle come voi».
Io e il mio gemello ci scambiammo un’occhiata.
Si sedeva ogni volta di fronte a noi e parlavamo del futuro, di progetti e di speranze. Chiedeva che cosa ci aspettassimo dalla vita.
«Guadagnare quanto prima cinquecento milioni» diceva Alfredo «per comprare una barca di cinquanta metri e veleggiare a piacimento nel Mar Egeo e in tutto il Mediterraneo».
«Arrivati a Cipro, l’isola di Afrodite» continuavo io «scendere al porto per incontrare l’amore e riprendere quanto prima il largo col vento a favore».
«Due gemelle?» chiedeva lei.
«Ne basta una, non siamo gelosi!».
«Un’ora per me e la successiva per lui, ce ne sono ventiquattro in un giorno! Dodici ore a testa, non bastano?».
Lei sorrideva: «Troppe!».
Spesso eravamo gli unici viaggiatori nella littorina, che sferragliava silenziosa nel buio ovattato della campagna. Aveva un corpo asciutto e bei capelli ondulati. Indossava sempre una camicetta su un ampio paio di pantaloni. Ma il suo volto era bellissimo, alla Isabella Rossellini.
Aveva comprato da poco un alloggio in seminterrato proprio di fronte alla stazione del paese dove lavorava, un’occasione diceva, e durante i nostri incontri di viaggio domenicali arrivò alla decisione di ristrutturarlo, il bagno era troppo piccolo, si lamentava, la cucina troppo grande.
Una sera scendemmo con lei e prendemmo le misure con un metro da sarta. Dormimmo sui divani del salotto, fu l’unica volta che io e il mio gemello ci fermammo insieme. La mattina ci preparò la colazione, fuori era ancora buio e l’alba ancora lontana. Poi lei se ne andò al lavoro e noi aspettammo in stazione il primo treno per Bari.
Disegnammo un intervento che forse non realizzò mai e la settimana successiva scesi da solo a illustrarglielo sul posto.
Per circa tre mesi la domenica sera io e Alfredo ci avvicendammo in quel seminterrato, una dozzina di volte, sei a testa. Lei ci chiamava col nostro nome, non si faceva problemi, ma voleva sapere ogni volta con chi scendeva dal treno, se con Alfredo o con Oreste. Era una donna quieta, romantica, languida, misurava le parole. Aveva uno sguardo profondo e malinconico, ma sereno. Godeva senza rumore, con movimenti lenti e occhi appannati. Non ha mai voluto sapere niente di noi, non ci ha mai chiesto neanche di dove eravamo.
In uno degli ultimi incontri, si alzò dal letto, andò in cucina e ritornò con un bicchierino di sambuca. L’aveva comprata per noi, quando seppe che ci piaceva. Ne bevve un sorso e me lo porse, sdraiandosi accanto, annebbiata e morbida. Eravamo stati particolarmente intensi quella domenica sera.
«Con chi ti trovi meglio?» le chiesi allora all’improvviso come un idiota, sorseggiando il liquore, appoggiato alla spalliera del letto.
Non si aspettava questa domanda. Arrossì e si coprì con il lenzuolo.
«Con entrambi. Non c’è nessuna differenza!» rispose dopo aver pensato un po’. «Non è quello che volevi sentire?».
«Sì, ma non fare la psicologa!».
«Con voi non occorre la laurea».
«E se fossi costretta a sceglierne uno?» insistetti.
«Rinuncerei a entrambi, sareste voi i primi a farlo, altrimenti».
Quando le dicemmo che la settimana successiva avremmo definitivamente lasciato Bari e non ci saremmo più rivisti, fece semplicemente di sì con la testa, scese triste dal treno e si allontanò nella sera senza salutarci. Era il mio turno, ma non mi invitò a seguirla. E non osai farlo.
La guardammo dal finestrino attraversare assorta il binario, col suo impermeabile verde e le sue lunghe gambe.
La littorina lasciò lentamente la stazione e lei si dileguò senza voltarsi.
sez. b, accetto il regolamento
8 MAGGIO FESTA DELLA MAMMA
Troppi anni non pronuncio
la parola ‘mamma’,
troppi anni non ci sei,
ma nemmeno un secondo
dimentico ciò che eri,
sei stata e sempre sarai,
anche solo nei ricordi
quando improvvisi affiorano
da una foto, un gesto noto
che illumina un’immagine,
un vecchio piatto scalfito
dal tempo e custodito
come un cimelio d’amore
nello scrigno segreto del cuore,
questo giorno ti appartiene,
mamma, avrei voluto
goderti di più nella mia vita,
farti conoscere mio figlio
che avresti amato e coccolato,
ma decise altro il fato,
e sei volata via nell’immutabile
silenzio dell’eternità.
Ero troppo giovane per accettarlo,
e mi sei mancata tanto,
mamma, mamma, vorrei dirlo
mille volte al giorno,
oggi è la tua festa, mamma,
pensami ogni tanto,
così come il pensiero mio
vola tenace e alto
verso quei limiti dell’Infinito
dove tu e babbo mi guardate
con un sorriso dolce e consolate
le mie lacrime pregne di nostalgia.
Marica Dettori -sez. A-Accetto il regolamento
IL BARISTA
Lo Sconosciuto fermò l’auto ed entrò nel bar praticamente deserto di quello sperduto paesino di montagna, a metà strada dalla città dove lo aspettava l’ennesimo appuntamento.
-Ehi, barista, fammi un caffè! Subito!
Il ragazzo dietro il banco sollevò con calma lo sguardo:
-Un attimo, signore e… mi dia del lei, per favore- rispose sorridendo.
-Ho detto subito! E ti do del tu!-
-E io le ho chiesto un attimo, aspetti il suo turno e mi dia del lei. La prego di essere cortese-
-Io ti pago il caffè, non la cortesia! Muoviti!-
Il ragazzo, sempre con la stessa calma, dopo aver servito il precedente avventore, che uscì subito di fretta, preparò il caffè e in malo modo lo servì allo Sconosciuto.
-Ma come osi?-
-Mi paga il caffè, signore, non la cortesia!-
-Imbecille!
Ingurgitò il caffè e con aria minacciosa si diresse dietro il bancone verso il barman. Ma si fermò di botto.
-Ma porca miseria… !-
-Cosa c’è, signore? Le faccio paura io o la mia carrozzina?-
-Sei un bastardo!-
-No, sono un paraplegico! E dunque?-
-E dunque non posso prenderti a pugni, sei uno sporco approfittatore! –
-Io sono solo un barista -e mi chiamo Giacomo- che cerca di fare bene il suo lavoro, non un bersaglio per la maleducazione e l’insensibilità di avventori incazzati con se stessi! E la carrozzina non c’entra.-
-E io mi chiamo Omar. Ti metti anche a fare lo psicologo, ora?-
-No, non ci vuole molto a capire che lei non poteva avercela con me… 2+2…! E mi avrebbe comunque aggredito se non mi avesse visto seduto su questa sedia-
-E’ un mondo di merda… -esclamò sconsolato Omar- so fare di tutto e non trovo niente, sono sano e forte e non trovo niente. Tu, senza gambe hai il lavoro e magari una pensione, io con le gambe non ho lavoro né pensione. Non faccio altro che correre da un posto all’altro, consumando i pochi denari che ancora ho in inutili colloqui ovunque vada. E magari tu hai pure la ragazza, e io non ce l’ho!-
-Bèh, si, in parte è vero, io ho tutto quello che lei ha detto, sig. Omar, meno una cosa..-
-Le gambe, immagino, e io le ho… ma non mi portano da nessuna parte!-
-Può darsi, ma sai, Omar, qual è la grande differenza?-
-No, dott. Freud, dimmela tu!-
-Tutti e due abbiamo dei sogni e possiamo scegliere dove andare e come fare per realizzarli, possiamo cambiare meta, scegliere ad ogni bivio la strada da prendere… ma mentre io per farlo dipendo comunque da qualcuno, un amico, un familiare, un assistente, che pur per affetto -a volte per denaro, perché non dirlo?- rinunciano al loro tempo, ho una macchina particolare che guido bene, ma mai tranquillo, perché in caso di incidente non avrei mai la prontezza di riflessi e l’autonomia di altri… tu hai la fortuna di comandare le tue gambe con la testa e con il fisico, andare dove vuoi, sbagliare strada e svoltare facilmente per un’altra, arrampicarti su una montagna, correre nei prati e non avere il magone quando spogli la tua donna, perché, per quanto grande possa essere l’amore, l’amarezza dei miei limiti c’è sempre e quelli sono forse i peggiori momenti in cui la senti!-
Omar ascoltava Giacomo in silenzio, tutta la rabbia si era disciolta come la più scura nebbia al sole.
Lo guardava fisso negli occhi.
-Ma tu chi sei? Un angelo di qualche sezione speciale del Cielo? No, sei semplicemente una meraviglia d’uomo, e forse qualcuno lassù t’ha scambiato per un suo rivale e ha deciso di toglierti qualche potere. Si, perché se sei così ora che il destino ti ha beffato in questo modo, immagino cosa saresti tutto integro!-
Risero in coro.
-Senti, mi fai un altro caffè, per favore, dott. Giacomo Freud?-
-Prego?- si sentì rispondere da una voce femminile.
-E lei chi è? Dov’è Giacomo? Avete cambiato turno? Non mi ha nemmeno salutato- rispose confuso e stordito.
-Non so chi sia Giacomo, signore, io mi chiamo Adelaide e qui al mattino ci sono solo io. Lei è entrato visibilmente alterato ed è stato anche scortese con me, poi ha bevuto un caffè e si è addormentato. Ho pensato che fosse stanco e l’ho lasciata dormire.
Forse è meglio che vada nel bagno e si dia una rinfrescata.
Ancora confuso le diede retta, si avviò al bagno e si sciacquò freneticamente il viso, si guardò allo specchio e stette una decina di minuti a riavviare la pellicola: aveva sognato tutto! Una lezione onirica del suo subconscio sulla situazione attuale della sua vita scombinata, la necessità di reagire senza per forza prendersela con il suo prossimo del tutto estraneo al suo destino, accettare di cadere per poi rialzarsi, non mollare ed essere grato di avere un corpo e una mente sani -anche se sulla mente gli balenò un piccolo dubbio, ma sorrise- e quindi di darsi da fare per cambiare la rotta del suo vagare. Si asciugò, si avvicinò al banco e con un sorriso disse ad Adelaide:
-Grazie per avermi lasciato sognare, può farmi un caffè, per gentilezza?
La guardò dritto negli occhi, neri su un viso per lui bellissimo e dolcissimo, e pensò “Chissà che tutto ricominci da qui! Farò quel concorso, studierò di gran lena e magari mi andrà bene o andrà bene una prossima volta. Si, ci vuole fortuna, ma un pezzo devo costruirla io.”
-Posso esserle ancora utile?- chiese Adelaide mentre serviva una bibita a un altro cliente.
-No- rispose deciso- oggi no, ma di sicuro passerò ogni giorno per un caffè… e due chiacchiere, se le fa piacere.-
-Se non si addormenta… perché no?-
-Allora alla prossima, Adelaide. Io sono Omar!-
Uscì e pensò sorridendo “Non è lei che cerco, è me stesso, ma se ci ritroviamo… perché no?”
Marica Dettori – Sez.B Accetto il regolamento
Il signore del lago
Le giovani piante riempivano i campi di verde chiaro come tratti di matita.
Mani tese sulla fronte proteggevano sguardi fiduciosi.
“Avremo un buon raccolto,” diceva il giovane, “se la pioggia…”
Una mano dura come cuoio puntava l’indice lontano.
“Arriverà. Vedi quei cumuli?”
I giorni passavano. Occhi ansiosi scrutavano il cielo. Le nuvole avanzavano e di colpo sparivano risucchiate dal blu.
Il sorriso abbandonava le facce.
“Abbiamo ancora cibo” dicevano gli anziani. “La pioggia arriverà”.
Il nonno non parlava.
Ogni giorno il sole appariva e pretendeva acqua. Le piante agonizzavano e i campi erano cimiteri pronti ad accoglierle. Le bestie cercavano erba tra le ferite aperte della terra.
“Che male abbiamo fatto?” si chiedeva la gente.
Nel cortile Hada camminava avanti e indietro, gli occhi fuori dalle orbite; da notti non dormiva, il pianto di Afia era insopportabile e nulla poteva arrestarlo. Sguardi curiosi si infilavano nella capanna, lingue insistenti chiedevano; veloce la madre tirava la tenda.
“Il lago non c’è più…il lago non c’è più!…” urlavano le donne. “E i pesci?…”
“Quando l’acqua si ritira i pesci la seguono” diceva il nonno. Era vero: in quella melma puzzolente non c’era traccia di vita.
“Il signore del lago ci ha abbandonati” piagnucolava una ragazza.
Hada immaginava un omone come una montagna che scappava col lago e i suoi abitanti dentro un sacco.
Zitte le donne tornavano al villaggio, le brocche vuote sulla testa.
Gli animali cadevano nella polvere e morivano.
Il nonno aspettava seduto su una pietra, il viso fra le mani.
Afia era strana: le gambe si muovevano piano, le pupille impazzivano nelle orbite, le orecchie non ascoltavano; il terremoto scuoteva il suo corpo e stremato cadeva per terra
“La vedi? E’ lei che allontana le nuvole” bisbigliavano le bocche da lontano. Le mani le coprivano.
I dubbi rosicchiavano la mente di Hada e il passato si srotolava come un gomitolo: l’amore proibito per Bruk, la nascita di Afia, il suo comportamento strano. Il cerchio si chiudeva; lei aveva tradito gli dei e una piccola strega cresceva nel villaggio. Hada avrebbe voluto parlarne a sua madre, ma non ne aveva il coraggio. Poi, un giorno si era decisa.
“Io so chi secca la terra e fa morire gli animali…”
La madre si era voltata.
“ Afia …”
“Afia? Come osi pensarlo!”
Lo sguardo della donna era una lama.
“… Non ho marito e…”
“Sciocchezze, tutte sciocchezze!”.
La gente riempiva il cortile. Il nonno aveva acceso un fuoco e con un uncino cercava di attirare le nuvole.
Inutilmente.
I lamenti delle donne salivano al cielo, i piedi pestavano la terra. Il sangue degli animali sacrificati sulla statua del dio.
Hada se ne stava in disparte, la testa china. Il nonno si era seduto sul trono di pietra. Le rughe sul viso come ferite, il bastone tra le mani. Tutti speravano e in silenzio attendevano parole preziose.
La sua voce improvvisa: “Il dio ha chiuso a chiave l’acqua e… voi vi domandate: cosa abbiamo fatto? ”
Occhi cercavano occhi, bocche sussurravano negli orecchi.
“L’uomo è natura, ma quando infrange la legge degli avi…nulla può fare contro le streghe e i bokor: sono loro i padroni!”
Hada si sentiva morire, la mano sullo stomaco, le gambe molli.
Il nonno aveva steso un tappeto per terra e preso nella tasca il sacchetto di cuoio. Presto avrebbe “visto” l’essere malvagio nascosto in mezzo alla gente.
Il panico saliva silenzioso come fumo.
Hada teneva gli occhi bassi. Sapeva che Afia sarebbe stata abbandonata nella foresta come tutte le streghe, ma non soffriva per questo.
Era a disagio, nuda in mezzo alla strada: il suo segreto sepolto stava per essere scoperto.
La gente si era disposta in cerchio, il nonno stava al centro col braccio alzato; le conchiglie schizzavano dal pugno e cadevano sul tappeto.
“Oooh!!!” mormoravano le bocche.
Lui, inginocchiato, “leggeva”.
Hada si cingeva il ventre, gli occhi chiusi.
Il nonno si era alzato lentamente. In piedi, il busto eretto, cercava con lo sguardo.
Hada aveva colto quello sguardo duro come roccia e afferrato il braccio di una donna per non cadere.
La gente fissava immobile le labbra del vecchio, poi la sua voce era arrivata.
“Tornate alle vostre capanne…”
“Cosa? Come?”
“Tornate alle vostre capanne. Nessuna strega, nessun bokor è tra noi”.
Il tonfo nel petto di Hada era quello di un secchio caduto nel pozzo: aveva capito bene?
Se Afia non era una strega…allora… era ammalata?
Sez B accetto il regolamento
CAFFÈ ILLOGICO
Tutto l’amore che m’hai gettato addosso
mi ha sverniciato corazze ed opinioni
mostrandomi felicità ad un soffio
la bocca aperta a tanta beatitudine.
E se “un caffè” adesso, forse, è illogico
un filo, ormai, ci ha ingarbugliati alquanto
e a dipanarsi non basterà il silenzio
ma lungo tempo od una grossa forbice .
Io sono qui, ancor sotto stupore
pensando sia un miraggio la ragione,
ma è tutta colpa tua se or film e canzoni
di amori grandi, eh sì, mi fanno piangere?
Roberto Marzano – sez. A – Accetto il regolamento
*** CONTEST TERMINATO ***
I finalisti saranno avvertiti via e-mail.
Ringraziamo tutti i partecipanti.
Continuate a seguirci… a breve sarà pubblicato un nuovo contest!
Iscrivetevi via e-mail per ricevere i nostri articoli ed opportunità letterarie! È gratis!
Belle immagini, complimenti!
FINALISTI CONTEST “IL POETA IBRIDO”
FINALISTI
Sezione A
“Diafanie” di Antonio De Serio
“Primizia” di Fabio Soricone
“L’amore che non muore” di Susanna Andreone
“Odeporica” di Natascia Secchi
“Vorrei” di Ilenia Delle Piane
“Il mio primo amore: la morsa” di Roberto Volti
“Oltre il mio corpo” di Manilla Castaldo
Sezione B
“Il tormento per la pace perduta” di Igor Scalas
“L’ultimo sorriso dell’anno” di Lorenzo Iannelli
“La vita” di Raffaele Di Palma
“La venditrice di cartoline” di Sandra Rombi
“Isabella” di Oreste Toma
“I miracoli avvengono una volta soltanto e solo se li riconosci” di Giuseppe Cataldi
“Funcky gallo” di Amelia Belloni Sonzogni
***
Congratulazioni a tutti i finalisti ed ai partecipanti!
I vincitori saranno avvertiti via e-mail.
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Tra due giorni sarà pubblicato il nuovo bando di concorso! Seguiteci!
Contentissimo della mia seconda partecipazione e seconda volta fra i finalisti. Grazie mille !
Complimenti!
grazie! sono felice che un altro mio racconto abbia raggiunto la finale. Congratulazioni a tutti i partecipanti e agli altri colleghi finalisti
Complimenti!
Grazie di cuore! Mi congratulo con tutti gli altri finalisti e con tutti i partecipanti! Grazie alla Giuria!
Complimenti!
Grazie per il gradito riconoscimento!
Complimenti!
Ecco i Vincitori del Contest “Il Poeta Ibrido”:
https://oubliettemagazine.com/2026/05/25/vincitori-e-finalisti-del-contest-letterario-il-poeta-ibrido/
Complimenti a tutti i partecipanti, è sempre un vero piacere leggervi.
Vi invitiamo al nuovo Contest Letterario “Raccontaci il TUO libro”:
https://oubliettemagazine.com/2026/05/25/vincitori-e-finalisti-del-contest-letterario-il-poeta-ibrido/
ma che splendida notizia!!! seconda vittoria al contest di Oubliette, sono davvero contentissima. Ringrazio la giuria e mi complimento vivamente con gli altri vincitori.
Complimenti Amelia!