Vincitori e finalisti del Contest Letterario “Il Poeta Ibrido”
“Mi chiamo Franco,/ e non ho greggi./ Solo il rumore dei motorini/ che mi segue al ritorno,/ come pecore sorde/ ma testarde./ Porto con me/ una busta di plastica,/ non un bastone./ Dentro: pane carasau,/ una lattina di Ichnusa,/ una bolletta piegata in due./ La mia collina è/ un terrazzo a Is Corrias,/ dove ogni sera pascolo/ pensieri stanchi,/ guardando i balconi accesi/ del palazzo di fronte./ […]” ‒ “Pastore urbano” di Franco Carta

Si è conclusa il 10 maggio 2026, a mezzanotte, la possibilità di partecipare al Contest letterario di poesia e racconto breve “Il Poeta Ibrido” promosso da Oubliette Magazine, dall’autore Franco Carta e dalla casa editrice Tomarchio Editore.
La giuria del contest “Il Poeta Ibrido” (Alessia Mocci, Franco Carta, Luisella Pisottu, Carolina Colombi, Giovanna Fracassi, Rosario Tomarchio e Sabrina Rullo) ha decretato i 14 finalisti dai quali sono stati selezionati due vincitori per ognuna delle categorie in gara.
Il premio per ciascuno dei vincitori consiste nell’invio di una copia della silloge “Il Poeta Ibrido” di Franco Carta, edita a dicembre 2025 da Tomarchio Editore.
Oggi, vi presentiamo tutti i finalisti ed i quattro vincitori ex aequo del Contest “Il Poeta Ibrido” (due per ogni sezione) ed a seguire il commento della poetessa e scrittrice Antonietta Fragnito.
Tutte le opere partecipanti al Contest letterario “Il Poeta Ibrido” possono essere lette cliccando QUI.
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OPERE FINALISTE – Contest “Il Poeta Ibrido”
Sezione A
“Diafanie” di Antonio De Serio
“Primizia” di Fabio Soricone
“L’amore che non muore” di Susanna Andreone
“Odeporica” di Natascia Secchi
“Vorrei” di Ilenia Delle Piane
“Il mio primo amore: la morsa” di Roberto Volti
“Oltre il mio corpo” di Manilla Castaldo
Sezione B
“Il tormento per la pace perduta” di Igor Scalas
“L’ultimo sorriso dell’anno” di Lorenzo Iannelli
“La vita” di Raffaele Di Palma
“La venditrice di cartoline” di Sandra Rombi
“Isabella” di Oreste Toma
“I miracoli avvengono una volta soltanto e solo se li riconosci” di Giuseppe Cataldi
“Funcky gallo” di Amelia Belloni Sonzogni
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OPERE VINCITRICI ‒ Contest “Il Poeta Ibrido”
Sezione A (poesia)
“Diafanie” di Antonio De Serio
un brivido nudo
l’istante che muove
pigia forza
frazione di sbalzo
trasparenze
di saliva sudore
su calce viva
riflessi di luce
disegna
parole mai dette
algebra di traumi
i miei fuori fuoco
calcolo dei resti
senza resto
bagaglio illecito
quel gioco di plettri
sottile su corde tese
odori impigliati
di te bugiarda
il tuo nome
son lì le tue chiavi
dalla porta
al quadro
all’unisono
l’incastro perfetto
chiudermi
fiato perso
oltre la soglia
archiviate le ombre
calpestano giorni
*
“Il mio primo amore: la morsa” di Roberto Volti
Fra tutti gli strumenti che oggi esistono
io, che mai sono stato uomo di parte
di getto prediligo lei, la morsa.
Un’attrazione forte e mai ossessiva.
Non trattasi di mera infatuazione:
È amore vero a prima vista e eccentrico.
Tutto di lei io adoro
La forza sua, l’audacia, la passione,
lo stringere, il serrar, la compulsione.
Il suo afferrare il pezzo senza scosse;
Quel gran mirabile assemblare il tutto.
Le forti due ganasce che si stringono,
il lor risolutissimo persistere,
la proverbiale calma senza pari;
quella modesta, imperitura forma,
oltre l’universale ottima fama.
Le sue promesse, ferme e mantenute,
l’umore persistente suo indicibile.
Tutto di lei mi affascina. La molla,
pure la molla, avvolta nel vitone.
La “vita” senza fine, addirittura
quasi mi eccita, frastorna, incanta.
L’abnegazione complessivamente
fa traboccar la mia riconoscenza,
riduce ad arte l’ansia e ogni disagio.
Ecco è per questo ch’io le dormo accanto!
ELLA MI PLACA DOCILE, MI APPAGA.
Lei splende al buio silenzioso e complice.
Il sonno rassicura, mentre dormi.
E ti saluta sorridendo il dì.
Sezione B (racconto breve)
“La venditrice di cartoline” di Sandra Rombi
La vecchia pendola del salotto suona nella casa. Riempie il vuoto silenzio delle stanze in penombra, si estende infilandosi nei corridoi angusti dove si affacciano come bocche spalancate le stanze odorose di muffa. Nulla è vivo, solo qualche particella di polvere sfacciatamente danza nella poca luce che filtra dalle persiane.
La venditrice di cartoline è a pochi metri da lui. Supina sul vecchio divano foderato di chinz a fiori, le manca una scarpa, la bocca spalancata su un vuoto di denti. Immobile. Zitta. Finalmente. Una pozza di sangue si forma piano, goccia a goccia, sul pavimento di pianelle grigie a scacchi.
Geremia non pensa. Il rintocco ha un potere ipnotico, lo rilassa. Lascia cadere il coltello da cucina che tiene ancora nella mano sinistra. La mano del diavolo. Quante volte la suora a scuola gliel’ha legata dietro la schiena, per non fargliela usare. Ha usato sempre la destra, come volevano loro, ma lui non ha mai creduto al diavolo. E alla fine ha imparato a usarle tutt’e due.
Lentamente si muove, in quella casa semibuia, lascia la stanza. Si sente rilassato, in pace. Entra sotto la doccia, e sotto lo scroscio dell’acqua si spoglia, lasciando gli abiti ad inzupparsi ai suoi piedi, mentre rilasciano una liquida linea rosa che si perde nello scarico.
Va a letto, si addormenta. Mai ha preso sonno così in fretta.
Vent’ anni prima
Laconi, provincia di Oristano.
Il bosco di Laconi profuma di verde bagnato. La notte prima è piovuto abbondantemente, le corolle dei ciclamini selvatici brillano fra l’erba, invitano ad essere colte dalle mani dei bambini che le guardano vogliosi. Sfilano in due file ordinate, guidati dalle istitutrici dell’orfanotrofio, le bambine davanti, i maschietti dietro. La guida li conduce attraverso il sentiero di quello che era il giardino Aymerich, fra le varietà di piante che crescono indisturbate lungo una rete di sentieri, fra numerose sorgenti e cascate, intervallati da macchie bianche di rocce calcaree.
La gita per i bimbi, di età varia dagli otto ai quattordici anni, è stata decisa dalla Madre Superiora. Silenziosi e ubbidienti, hanno consumato con avidità la merenda, poi si sono avviati verso l’insolita avventura, un raro momento di interruzione della vita sempre uguale dell’orfanotrofio, scandita da preghiere, messe, compiti, faccende domestiche e punizioni.
Geremia segue la fila, a testa bassa. Anche se ha solo dodici anni, è già molto più alto dei suoi compagni, per questo motivo è l’ultimo della fila. Il fatto non lo disturba, anzi. Per lui è un sollievo stare un po’ defilato dagli altri, ha così modo di sfuggire dallo sguardo inquisitore dell’istitutrice che in quel momento. Gli occhi piccoli e vacui, ma sempre mobili e attenti, ora sono invasi dall’eccitazione, e poca attenzione dedica ai ragazzi che possono respirare un po’ di quell’aria fresca, odorosa di pioggia, senza sentire il suo fiato sul collo. Geremia più di tutti.
Non ricorda esattamente da quanto tempo si trova nella “casa famiglia” come ora la chiamano, gli sembra di esserci sempre stato. Cammina attento. Un passo dopo l’altro.
Non è certo il più popolare fra i ragazzi: il suo aspetto ha un che di minaccioso. É alto, e sarebbe ancora più robusto se gli fornissero un’alimentazione adeguata. I capelli rossi e la dentatura un po’ sporgente non lo aiutano, e poi quella strana tendenza ad usare entrambe le mani, gli hanno creato intorno un’aura demoniaca, per cui anche i più bulli non osano toccarlo. Il prezzo da pagare è la solitudine, ma si è abituato anche a quella. Un giorno dopo l’altro.
L’unica sua consolazione è il pensiero di Margherita. Minuta e silenziosa, cammina a testa bassa, coi capelli scuri che le ricadono sul volto. La intravede davanti alla fila, che cammina a piccoli passi ravvicinati. Non sa quanti anni ha, è talmente piccola che potrebbe averne otto, o dodici, nessuno sa con precisione l’età di ognuno, i compleanni non vengono festeggiati.
Margherita non parla mai, ma lui lo sa perché, è balbuziente. Con lui si che parla. Dalla suora che impartisce le lezioni è considerata ritardata, ma questo è bene, la tiene al riparo dalle angherie della istitutrice.
Per Geremia è l’unica amica. Si rivolgono pochi cenni con gli occhi ma si capiscono. Si incontrano nella lavanderia alla quale tutti e due sono stati assegnati e quando l’istitutrice si allontana riescono a nascondersi dietro i cumuli di biancheria sporca e lì, possono parlare, giocare, qualche volta ridere insieme delle cose piccole dei bambini.
Lui la protegge. Senza farsene accorgere, la tiene sempre d’occhio. Le lava di nascosto la biancheria del letto perché Margherita a volte lo bagna la notte. Guai se venisse a saperlo l’istitutrice mostro: sarebbe punizione certa per la bambina, e controllo serrato quotidiano. Sempre addosso, con quelle due fessure d’occhi intente a scavarti dentro, per prendere i tuoi segreti, negarti di avere fantasie e sogni.
Perché Geremia quei segreti e quelle fantasie comincia ad averli. Studia, fruga nella libreria del parroco in chiesa, dove serve da chierichetto. Ma i volumi che lo attirano di più sono quelli che rappresentano cattedrali e monumenti, con infinite piante e dettagli nei quali si perde e che riproduce su fogli recuperati da vecchi quaderni. Un giorno ha trovato in canonica un album da disegno, matite e righelli. Lui ha accettato il dono del parroco con un debole sorriso, ma in realtà si è sentito felice come non mai.
La gita sta per volgere al termine, e scendono a valle lentamente, verso la cascata e il laghetto, la tappa ultima della passeggiata. I bambini sono infreddoliti, il sole sta tramontando.
Ora sono davanti al laghetto, e sono rivolti tutti verso l’acqua verdognola, circondata dalle fronde degli alberi. L’istitutrice parla e parla, e non si accorge che durante la passeggiata ha perso le chiavi che porta sempre nella tasca della giacca. Sono cadute ai piedi della bambina. Margherita le ha raccolte con le piccole dita, e ora che hanno fatto una sosta, si avvicina timidamente per restituirgliele, con timore, sa che la donna non ama essere interrotta. E infatti. La bimba non dice nulla, ma si avvicina e le tocca piano il braccio. La donna è in piena discussione con la guida, e solo al secondo tocco si volta, abbassa lo sguardo verso quella manina che le tende le chiavi. Infuriata per l’interruzione le molla uno schiaffo. Margherita cade. Sbatte la testa sulla roccia calcarea, il rumore è un terribile schiocco. La roccia è umida e scivolosa e il corpo della bimba, quasi attratto da una forza misteriosa, scivola nell’acqua del laghetto. E va giù. La scena si svolge in un attimo, ma Geremia la vede come al rallentatore. Dall’alto del suo metro e settantotto sovrasta le teste dei compagni. Si fa largo, corre verso il lago. La guida spaventata si butta in acqua, afferra quasi subito il corpicino inerte. Adagiandolo sul prato, tenta una disperata rianimazione. Ma niente. L’istitutrice non mostra nessuna reazione. Il viso una maschera immobile, gli occhi fissi e stretti, come rivolti a un altro pensiero. Geremia urla.
Piazza Arsenale è oggi tutta occupata dai mezzi dei vigili del fuoco e dalla polizia. Il traffico sotto Porta Cristina è stato deviato, creando non pochi disagi al traffico cittadino, che si fa sentire col rumore dei clacson degli automobilisti irritati. Dalle finestre dell’appartamento dell’architetto, una volta spente le fiamme, un vigile del fuoco è riuscito ad entrare e a fare un primo sopralluogo. Dopo alcuni minuti, si collega con la radio e comunica il risultato di una prima ispezione. La casa appare deserta, ma nel salottino ha fatto una macabra scoperta. Su un divanetto mezzo carbonizzato giace il corpo di una persona, parzialmente aggredito dalle fiamme ma ancora riconoscibile, apparentemente una donna. Del proprietario dell’appartamento, nessuna traccia.
Dall’antico quartiere di Castello le vie scivolano verso il mare. Rivelano il panorama della città, fatto di mare e cielo che si toccano, di vento che sferza nelle giornate di maestrale, di voci degli abitanti che ancora popolano il quartiere. Un paesaggio da cartolina.
*
“Funcky gallo” di Amelia Belloni Sonzogni
Il bello di questa frazione è la convivenza rispettosa, solo in apparenza noncurante delle altrui faccende: nessuno si intromette, ma – se serve – l’aiuto arriva con vicendevole disponibilità e nessuna invadenza. Quando si apre la finestra al mattino o la porta di casa per uscire, c’è sempre un buongiorno accogliente. Lo stesso, a fine giornata.
Certo, c’è chi insiste con il clacson anche quando non serve, ma il più delle volte per un eccesso di prudenza; c’è chi forse pigia un po’ più del necessario sull’acceleratore, ma ha i riflessi pronti alla frenata e tutti i pedoni camminano con la dovuta accortezza, consci che il traffico – se tale si può dire – è solo locale: passa la corriera che porta in paese, passa lo scuolabus che accompagna i ragazzini a scuola, se ne vanno una via l’altra le Ape Piaggio di chi lavora nell’orto, esegue il quotidiano giro il furgoncino della raccolta differenziata. Un’accortezza speciale occorre sulla strada che arriva tra le case perché, talvolta, si incrociano animali selvatici (forse tali un tempo, ormai fin troppo confidenti) ed è possibile che qualche rospo la attraversi: c’è chi fa attenzione e si ferma.
Anche quella sera, la quiete regnava, sovrana assoluta ma non tirannica, sul buio incipiente.
Alberto e Cesare, dirimpettai separati dalla distanza della stretta carreggiata, si raccontavano le rispettive faccende, i differenti lavori negli orti confinanti, si accordavano su chi avesse la migliore attrezzatura necessaria a ripulire da arbusti ed erbacce il piccolo valletto che li separa.
L’azzurro del cielo di aprile virava intanto veloce verso il blu della notte, senza dimenticare neppure una delle proprie sfumature; oltre il crinale il sole, già calato e sparito nell’orizzonte del mare, lanciava consueti i bagliori della gamma di rosso, arancio, viola. Risaltava così ancor più brillante la falce di luna, la luna dei gatti. Un tempo, tutto il paese ne era abitato. C’erano code alzate, e miagolii, e passi felpati, e vibrisse all’erta quasi in ogni angolo. Un tempo.
«Aiuto!»
La voce femminile ruppe la quiete.
Alberto e Cesare si voltarono verso Clara che camminava a passi svelti verso di loro.
«Aiuto, Cesare! È scappato!»
Clara era sposata con Alessandro e madre di due ragazzini. Sul viso di Cesare si spalmò lo stupore: gli occhi azzurri sbarrati, il sorriso piegato agli angoli, la domanda – scappato, chi? – rimasta inespressa.
«Aiutami per favore. È scappato e io non riesco a prenderlo».
Cesare e Alberto le andarono incontro con l’intenzione di calmarla e farsi spiegare chi era scappato.
Clara si avvicinò fino a raggiungerli e ribadì:
«Aiutami, io ho paura che mi attacchi!»
Dopo pochi passi, superata la curva, lo videro.
Incedeva, tronfio, impettito e pettoruto; esplorava lo spazio intorno, un passo dopo l’altro, con calma flemmatica. Girava la testa qua e là, osservando con attenzione ogni angolo alle diverse altezze che la sua visuale raggiungeva ad ogni spostamento del lungo collo.
«Ho provato a prenderlo, giuro. Scappa appena mi vede e se non mi vede perché gli sto dietro, mi sente e mi sfugge».
Clara era davvero sconsolata e anche spaventata.
I due uomini sorrisero. Alberto rimase a osservare, pronto a un intervento se necessario; Cesare si avvicinò cauto e il più possibile silenzioso, ma al suo terzo passo il gallo nerboruto in passeggiata si voltò di scatto: ondeggiò la cresta rubizza e carnosa, fremettero gli oblunghi bargigli, mentre l’occhio con il quale guardò fisso Cesare si fermò in un vitreo e minaccioso altolà; il collo si protese verso l’umano che provava a tendere le mani, seguito da una voce femminile che gli spiegava di aver temuto una beccata da quell’espressione e – considerate le dimensioni generose del becco – paventato un assalto quasi cinematografico, come in quel film di Hitchcock.
Le mani di Cesare sfiorarono appena le piume caudali. L’altro occhio del gallo individuò la via di fuga immediata. Le zampe spinsero il corpo poderoso nello stesso momento in cui le ali si spiegarono. Volò via, una curva più su.
«Da dove arriva?» chiese Cesare.
«Un regalo di Valerio. Per Pasqua. Per ringalluzzire le nostre galline».
«Avrà pensato che sono un po’ datate e si fa un giro in cerca di pollastrelle più appetitose» pensò Alberto tra sé, ma decise di salutare e andare a casa.
Anche Cesare e Clara decisero di abbandonare le ricerche e tornarono alle proprie abitazioni, desolati.
Nessuno seppe come passò la notte il gallo – bianco, con un paio di macchie nocciola sulle ali, creste e bargigli di un rosso fiammante, peso approssimativo qualche chilo. Il mattino seguente, portando fuori il cane, la moglie di Alberto vide Cesare salire verso la chiesa, mani in tasca del pigiama, sguardo attento e passo felpato. Alle sette, puntuale, il campanile aveva svegliato la frazione accompagnato dal canto del gallo che, bianco e rosso, troneggiava lassù.
N.d.A. Mi piacerebbe poter raccontare che il gallo ha trovato e spupazzato più giovani pollastrelle sull’altro versante del monte, che è ancora annidato sul campanile della chiesa, libero gallo di frazione; ma non è così. Un paio di giorni dopo la fuga è stato ripreso e riportato al pollaio d’origine, dal quale non è più evaso. Ogni mattina però accompagna con il suo chicchirichì i rintocchi delle sette che svegliano tutta la frazione.
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La poetessa e scrittrice Antonietta Fragnito commenta le opere vincitrici del contest.
“Funcky gallo” di Amelia Belloni Sonzogni
La scenografia del racconto è un paese fiabesco dove vige la lentezza, la poesia paesaggistica, i rapporti umani improntati alla condivisione. In mezzo a tale dolce quotidianità, con una scrittura sapiente ed efficace, irrompe la suspense che si configura come uno spavento. Un bellissimo gallo fugge dal pollaio in cerca di evasioni. A questo punto la trama si dilata investendo il sogno di libertà. E le parole della fuga tracciano sorrisi, stupori ironie. Bellissimo racconto! Davvero accattivante!
“Diafanie” di Antonio De Serio
“Diafanie” di Antonio De Serio è una poesia dai versi brevi e incisivi che sembrano rincorrersi all’interno di un flusso sonoro. Le singole parole sono delle istantanee che svelano significati densi ed efficaci. Il racconto ondeggia in un insieme soffuso, a tratti sfumato, con impronte sofferte e incalzanti. La promessa del titolo giunge così a compimento e si fa reale
“Il mio primo amore: la morsa” di Roberto Volti
In questa poesia è celebrata la poetica della “cosa” con versi musicali e ben strutturati. Soggetto del componimento diviene la parola “morsa”, sostantivo malleabile che qui contiene una molteplicità di significati. I versi raccontano lo stringere, l’allaccio, la persistenza, in definitiva la stretta inalienabile delle passioni. Già nel titolo, non a caso, la parola celebrata si sposa al primo amore. Nell’insieme ci troviamo davanti ad una poesia intensa e innovativa che declina affascinanti trasfigurazioni figurative e realistiche.
“La venditrice di cartoline” di Sandra Rombi
Il titolo del racconto è attraente ed evocativo. Nella trama si delinea da subito un noir con una diffusa e sapiente suspense. Centrali nel racconto sono le dinamiche di sopraffazione che investono un’infanzia inerme e senza tutela. È un racconto a tinte forti reso con una prosa ricca e scorrevole. Le descrizioni paesaggistiche sono eteree, fanno da contrasto alla tragedia riportata, delineando paesaggi da cartolina.
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I vincitori del volume “Il Poeta Ibrido” saranno contattati via e-mail per l’invio del premio.
Complimenti ai vincitori, finalisti e partecipanti del Contest “Il Poeta Ibrido”.
Partecipa al nuovo Contest letterario “Raccontaci il tuo libro” cliccando QUI.
